martedì 3 dicembre 2024

Piove (2022)

Qualche sera fa hanno dato in TV il film Piove, diretto e co-sceneggiato dal regista Paolo Strippoli, e ho deciso di guardarlo.


Trama: gli abitanti di Roma si ritrovano in balia dei loro istinti più violenti a causa di misteriosi vapori sprigionati dalle fogne. Anche Thomas e la sua famiglia, già vittime di una terribile tragedia, vengono toccati da questo fenomeno...


Piove
è uno dei mille film mai arrivati nei cinema di Savona, nonostante avessi molte speranze per l'opera seconda del co-regista di A Classic Horror Story. Questo è il motivo per cui, appena saputo che lo avrebbero trasmesso in TV, non me lo sono fatto scappare. Purtroppo, tanta aspettativa ha raddoppiato la mia delusione davanti a un film che, per quanto mi riguarda, non rende giustizia a uno spunto interessante. Piove racconta una Roma vittima di una "maledizione", di una melma sotterranea che, a un certo punto, si mette a rilasciare vapori in grado di far piombare le persone in un vortice allucinato di violenza. La trama non specifica chiaramente l'origine di questa melma (Vigo il Carpatico, è lei?), non è importante. Interessa, però, sapere che i miasmi da essa derivati scavano nella psiche delle persone tirando fuori tutto il marcio in suppurazione a causa di traumi, disagio, antipatie, rabbia, tristezza, qualsiasi emozione negativa vi venga in mente. In particolare, Piove si concentra sulla disagiata famiglia di Thomas, padre single con a carico un figlio merda e una figlia in sedia a rotelle, e sulla tragedia che ha reso i membri incapaci di comunicare tra loro; la piccola Barbara, in particolare, funge da "cuscinetto" tra un padre che già era un belino mollo prima che la sua vita cambiasse in peggio, e un figlio che lo accusa di aver causato la tragedia di cui sopra, il quale passa il tempo a riprendersi mentre danneggia la proprietà pubblica, paga anziane prostitute per ritrovare la figura materna e si rende angoscioso come una cacca nel letto. Qui sono cominciati i miei problemi con Piove, dall'incapacità di provare qualsivoglia empatia per personaggi detestabili (tanto che la speranza era che si uccidessero tra loro lasciando in vita giusto la sfortunata bambinella) e dalla noia derivante da un'introduzione infinita, che si concentra proprio sul disagio esistenziale di questi esseri odiosi mentre, sullo sfondo, accadono cose inquietanti e violente. Se Piove fosse stato meno dramma "mucciniano" e più horror tout court, sviluppando le ottime suggestioni di genere che Strippoli dimostra di saper padroneggiare, lo avrei preferito, purtroppo la "ciccia" la si gusta solo da metà in poi, e personalmente mi sono sentita ben poco ripagata dell'ordalia che la precede.


Anche perché, parliamoci chiaro, Piove soffre dello stesso, fatale difetto di A Classic Horror Story, ovvero un sonoro a dir poco pessimo, che rende ancor più arduo capire i dialoghi pronunciati da attori biascicanti. A differenza di A Classic Horror Story, purtroppo, gli attori non si limitano a biascicare ma, forse a causa dei personaggi che devono interpretare o di una scelta stilistica che vuole tutto triste, plumbeo e squallido, risultano inespressivi e legnosi (Thomas) oppure un mix fastidioso tra un emo e un guappo con una palla da tennis in bocca (il figlio Enrico), e i comprimari non sono migliori. Salvo solamente Orso Maria Guerrini, poveraccio, costretto a interpretare il vecchio infermo, quando probabilmente era meglio dargli il ruolo del vecchio che si mette a bastonare i giovinastri irrispettosi sfogando frustrazioni sopite da anni. Ahimè, così non è, e uno si deve accontentare di quelle gustose sequenze horror che, chissà perché, sono valse al film il divieto ai minori di 18 anni, probabilmente imposto da chi non ha mai visto in vita sua qualcosa di più violento di un film di Bud Spencer e Terence Hill. E' un peccato, come ho scritto più sopra, che Piove si appoggi più alla sua natura drammatica, perché gli effetti speciali sono ben fatti (quelli artigianali, ché il mostrillo fangoso sul finale ha fatto piovere gli occhi persino a me), Strippoli è bravo a confezionare scene inquietanti e non si tira indietro davanti a dettagli un po' più disgustosetti, e anche l'idea di dotare gli "infetti" di distintive lacrime nere, per quanto derivativa, ha il suo fascino. Però, lasciatemi dire, è un po' poco per incensare Piove, che ritengo un grosso passo indietro rispetto a un'opera interessante e ironica come il precedente A Classic Horror Story. Leggo ora che Strippoli si sta dedicando a un altro horror, La valle dei sorrisi, e già tremo per la descrizione riportata da Ciak: "Un film dove gli abbracci sono molto più pericolosi delle motoseghe, un film di genere, che gioca con i codici dell’horror, con un cuore caldo, un film che credo possa parlare a un pubblico più vasto dei soli amante del genere". Mi toccherà mica maledire la A24 e il proliferare dell'elevated horror?


Del regista e co-sceneggiatore Paolo Strippoli ho già parlato QUI mentre Fabrizio Rongione, che interpreta Thomas, lo trovate QUA.


A interpretare il signor Ferrini c'è Orso Maria Guerrini, che, oltre ad essere blasonato attore teatrale e cinematografico, ha avuto per qualche anno il ruolo di "Baffo Moretti" titolare. ENJOY!

venerdì 29 novembre 2024

Mind Body Spirit (2023)

Dopo averlo cercato un po', sono riuscita a trovare Mind Body Spirit, horror diretto e sceneggiato nel 2023 dai registi Alex Henes e Matthew Merenda, che mi incuriosiva da un po'.


Trama: Anya vorrebbe diventare una celebrità del fitness su Youtube ma stenta a trovare la sua strada. Un diario nascosto in soffitta, scritto dalla nonna defunta, potrebbe aiutarla, ma la vecchia è piena di tremendi segreti...


Sia Lucia che Marika avevano parlato molto bene di Mind Body Spirit, quindi avevo aspettative alte che, per fortuna, non sono state disattese. Il film è un found footage, o, meglio, è realizzato come se fosse una raccolta di video reperibili sul dark web, e racconta le vicende di Anya, aspirante vlogger appassionata di yoga e benessere naturale. A differenza di altri found footage realizzati da esordienti, questo presenta uno studio dei personaggi particolarmente approfondito. Attraverso i monologhi con potenziali follower e le poche interazioni con la madre, lo spettatore viene messo a conoscenza non solo del passato di Anya e del suo pesante disagio psicologico, ma anche del disperato tentativo di porre rimedio a questo disagio, che spinge la ragazza a prendersi cura del proprio corpo e della propria mente attraverso pratiche di pilates e yoga. Purtroppo, sono tempi orribili in cui anche le passioni devono venire monetizzate e asservite alla speranza di raggiungere i 5 minuti di fama on line, il che spinge Anya a realizzare un video diario, forse anche nel tentativo di superare la tremenda solitudine che la affligge e il distacco dalla famiglia. Scoraggiata dall'"amica" Kenzi, youtuber di successo e guru del fitness, Anya cerca un modo per distinguersi e lo trova nientemeno che in un diario della nonna defunta, all'interno del quale viene descritta una pratica quotidiana per purificare se stessi e riavvicinarsi al proprio io interiore. Inutile dire che, per quanto Anya sia felice di riappropriarsi delle sue radici slave e di venire coinvolta in un retaggio familiare rifiutato dalla madre, la pratica si rivelerà una sòla di prim'ordine, con conseguenze sempre più terribili (sia per la protagonista che lo spettatore, il quale arriva a dispiacersi sinceramente per il destino di una ragazza ingenua ed entusiasta, la cui unica colpa è quella di essere nata in un mondo di merda, che non perdona i fallimenti e tantomeno l'anonimato). Seguendo le registrazioni quotidiane di Anya, unica abitante all'interno dell'appartamento lasciatole dalla nonna, il ritmo del film si fa più concitato e l'ambiente che circonda la protagonista diventa sempre meno confortevole, più opprimente, tra strani rumori che si insinuano nell'audio e telecamere che cominciano a vivere di volontà propria, mostrandoci ciò che la ragazza non può o non vuole vedere.


Mind Body Spirit
non raggiungerà mai Oddity nella classifica di horror più terrificanti del 2024, ma guardarlo nella solitudine della propria casa non è proprio una passeggiata. L'appartamento di Anya è infatti zeppo di anfratti e figure che saltano all'occhio benché cerchino di confondersi con le ombre o l'apparenza quotidiana dei vari ambienti, e non avete idea di quanto alcune posizioni di yoga rendano il corpo umano ancora più fragile e vulnerabile. Consapevoli di avere un budget ristretto, i registi giocano tantissimo non solo con ambienti in cui si muove Anya o con le mattane della tecnologia, ma anche col sonoro e con l'ottima interpretazione di Sarah J. Bartholomew, che regge l'intero film sulle proprie spalle sobbarcandosi la rappresentazione di un crollo psicologico lento ma inesorabile, enfatizzando ancora di più il pessimismo di cui è infarcita la pellicola e l'amara ironia che la permea. Anche quest'ultimo elemento è molto importante, ché Alex Henes e Matthew Merenda non ci vanno leggerissimi nella critica contro il consumismo esasperato di chi dovrebbe introdurci a uno stile di vita sano e naturale. Le pubblicità farlocche inserite a mo' di interruzione tra un video e l'altro sono spettacolari, sia perché riproducono in maniera spietata quelle che, quotidianamente, azzoppano la fruizione di contenuti interessanti, sia per il nome assolutamente idiota di alcuni dei prodotti pubblicizzati, la summa di tutta l'ipocrisia di chi, come giustamente ribadito nel film, si limita a divorare le culture altrui e a vomitarle in un tripudio di spandex, colori fluo e frasette catchy che nascondono il vuoto cosmico. Invitandovi, come avrei voluto fare con la povera Anya, a non giudicare un libro dalla copertina, il mio consiglio è quello di recuperare Mind Body Spirit, un'opera prima di sicuro un po' derivativa se, come me, avete visto già parecchi horror nella vita, ma molto interessante e inquietante.  

Alex Henes e Matthew Merenda sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, sono entrambi al loro primo lungometraggio. Henes lavora principalmente come assistente di produzione, Merenda invece è anche compositore.



Se Mind Body Spirit vi fosse piaciuto recuperate La Abuela. ENJOY!

mercoledì 27 novembre 2024

Martyrs (2008)

Oggi la challenge di Letterboxd prevedeva una produzione canadese, quindi è toccato a un film che stavo consapevolmente evitando dal 2008, ovvero Martyrs, diretto e sceneggiato dal regista Pascal Laugier.


Trama: Lucie, che da bambina era fuggita per un pelo alle torture dei suoi aguzzini, riesce a vendicarsi da adulta, aiutata dalla riluttante amica Anna. Ma il compimento della vendetta non è altro che l'inizio di un incubo ancora peggiore...


Se mi seguite da qualche anno, sapete che i pochi horror che patisco, in ambito mainstream (la roba estrema e indipendente del circuito underground non mi avrà mai nella vita), sono quelli appartenenti al New French Horror, specialmente quando sfociano nella New French Extremity. Li patisco perché, essenzialmente, mi angosciano per la loro cattiveria, la tristezza che permea ogni fotogramma e li discosta del becero torture porn americano (che invece mi annoia e disgusta in maniera superficiale) per diventare qualcosa di più serio e pronto a pasteggiare col cuore sanguinante dello spettatore. Ora, Pascal Laugier ha sempre sottolineato che Martyrs non fa parte della New French Extremity, ma è comunque un film che, dopo la tanto rimandata visione, ho mal sopportato, tanto quanto i suoi "cugini". Ciò non significa che sia brutto, chiaramente. Martyrs è stato scritto, con una lucidità e una coerenza invidiabili, da un Autore in piena crisi depressiva, al punto da arrivare ad indulgere in pensieri suicidi; è la rappresentazione di un mondo che sta andando in rovina, dove ogni cosa è violenza e le persone vengono smosse solo da riscontri egoistici o economici. E' lo schiaffo definitivo (per quanto non voluto, ovviamente, e mi perdonino gli amanti del regista danese per un simile accostamento) a Lars Von Trier, il quale, preda di una crisi simile, ha girato una roba ermetica e fredda come Antichrist, un'opera che tiene ben distante lo spettatore e gli impedisce di immedesimarsi nei personaggi, con tutte le conseguenze del caso. Invece, Martyrs dialoga costantemente con chi lo guarda, sottopone il pubblico a un'ordalia non dissimile da quella delle protagoniste, torturandolo psicologicamente con la visione di orrori prevalentemente fisici, ma anche mentali, e ponendogli domande scomode attraverso due modi di affrontare il dolore. 


Da una parte abbiamo Lucie, marchiata da un'infanzia fatta di prigionia e torture, che sfoga attraverso orribili allucinazioni il senso di colpa per essere stata l'unica a fuggire e il conseguente autolesionismo da esso derivato; Lucie cerca i suoi aguzzini, esige vendetta, è (giustamente o meno sta allo spettatore giudicarlo, perché Laugier non si pronuncia) mossa esclusivamente da motivazioni egoistiche, da un folle desiderio di autoconservazione. Dall'altra, abbiamo Anna. Colei che offre amicizia a Lucie fin da bambina, che la ama non ricambiata, che passa ogni singolo minuto di film non solo a sostenerla, ma ad aiutare persino gli sconosciuti, mettendosi nella merda per non abbandonare nessuno e ricevendo in cambio solo dolore. In mezzo, la concezione di "martire". La cosa più amaramente ironica del film è l'esistenza di un'associazione di vecchiacci terrorizzati dalla morte che cercano dei martiri in grado di rivelare loro cosa ci sia "dopo", nell'aldilà. E' ironico, perché questi vecchi sono in grado di offrire la definizione di martire, ovvero "persone eccezionali che [...] si donano" eppure vanno per tentativi, o torturando bambini (innocenti ma, per la loro stessa natura, egoisti ed incapaci di donarsi) o giovani donne a caso, senza capire che il fulcro del martirio è l'amore incondizionato, libero da ogni preconcetto o legame religioso. Si fanno strada a schiaffi, privazioni e umiliazioni, 'sti stronzi, e io purtroppo sarei come Lucie, impossibilitata a vincere la paura perché troppo impegnata a odiarli, a volerli morti, a scappare solo per ripagarli con la stessa moneta. Di sicuro non riuscirei a vedere nulla, né a trascendere, perché i miei occhi sarebbero rivolti solo alla mia sofferenza. Anna, invece, ama nel dolore, ama al punto da arrivare a percepire non ciò che la terrorizza, come quasi tutte le vittime, bensì la voce della persona amata, che la invita proprio a mettere da parte la paura. E' una risoluzione bellissima, perché apre la via ad un finale tra i più originali e sconvolgenti della storia dell'horror.


In un film fatto di violenza e sangue, in cui la macchina da presa indugia sui dettagli più raccapriccianti e non lascia modo allo spettatore di respirare, neppure per un secondo (anche perché le sequenze durante le quali Anna aspetta la prossima tortura sono le peggiori, pregne come sono di angoscia tangibile), è comunque difficile arrivare preparati al martirio finale di Anna. Eppure, non è nemmeno quella la parte più sconvolgente di Martyrs, quanto ciò che si nasconde nell'occhio del martire, del "testimone", lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Persino quelli più vicini, come me, alla mentalità di Lucie, potranno trovare soddisfazione nelle ultime sequenze. Non tanto per l'ultimo atto di improvvisa violenza (anche se non posso negare di avere goduto come un riccio), tanto per la beffa finale di non sapere, di non averne il diritto, e di ritrovarsi costretti a riflettere su cosa rappresenti la luce che ci ha mostrato Laugier, per capire cos'è riuscito a comunicarci Martyrs. Per quanto mi riguarda, ho cominciato a pensare a Il seme della follia e a un racconto kinghiano letto di recente, dal titolo Il viaggio, insomma a un gigantesco, terrificante dito medio da mostrare a quei vecchiacci pavidi e disgustosi, così da annichilire tutte le loro speranze di salvezza. Questo, per inciso, è però un altro dei motivi per cui non guarderò mai più Martyrs finché campo, nonostante lo ritenga un grandissimo horror. La vita è già abbastanza deprimente, subire un'ora e mezza di violenza senza speranza alcuna, per nessun personaggio, mi abbatte e mi abbruttisce, rendendomi ancor più consapevole degli orrori che toccano, quotidianamente, persone ben più sfortunate di me, e di cui Martyrs è sanguinosa metafora. Almeno davanti alla finzione, mi permetto quindi, egoisticamente, di tornare a chiudere gli occhi, consigliandovi però di fare un tentativo e di aprirli, almeno una volta, su una delle opere horror più importanti del nuovo millennio.


Del regista e sceneggiatore Pascal Laugier ho già parlato QUI mentre Xavier Dolan, che interpreta Antoine, lo trovate QUA.


Nel 2015 è uscito il remake USA del film, stroncato all'unanimità da critica e pubblico. Lungi da me recuperarlo allora! ENJOY!

martedì 26 novembre 2024

Giurato numero 2 (2024)

Ho rischiato di non riuscirci, anche a causa di orari tremendi, ma mi sono incaponita e, alla fine, ho visto in sala Giurato numero 2 (Juror #2), diretto dal regista Clint Eastwood


Trama: Justin Kemp è convocato come giurato per un caso di omicidio, proprio mentre la moglie è quasi giunta al termine di una difficile gravidanza. Il caso sembra di facile risoluzione, ma non tutto è come sembra...


Sono andata a vedere Giurato numero 2 non tanto perché sia fan di Clint Eastwood (ho saltato Cry Macho senza troppi problemi e ancora non l'ho recuperato), né perché il film sia stato pubblicizzato come "l'ultimo" del regista, ma perché quasi tutti quelli che lo hanno visto lo hanno incensato come un'opera splendida. Considerato che il courtroom drama è un genere che interessa molto al Bolluomo, ho colto l'occasione per andare al cinema con lui, cosa che non succedeva da almeno un mesetto, ed entrambi siamo usciti dalla sala soddisfatti. Io con lo stomaco chiuso e lui agghiacciato, è vero, ma comunque felici. Forse è troppo arrivare a citare Mystic River, nel descrivere la sensazione di pesantezza ineluttabile, di angoscia che mi ha presa durante la visione di Giurato numero 2, ma sicuramente mi è venuta voglia di riguardarlo e di farlo vedere a Mirco, perché molto di quest'ultimo Eastwood mi ha ricordato quello che, per me, è il suo capolavoro. E, ovviamente, c'è tanto anche di un'opera più recente, Richard Jewell, e almeno una citazione di un film talmente distante dalla cinematografia di Eastwood, da non sembrare nemmeno suo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, che mi sento di dover quotare: "Truth, like art, is in the eye of the beholder. You believe what you choose, and I'll believe what I know". Giurato numero 2 parla di pregiudizi, di ciò che le persone scelgono di credere, e di uno stato che le abbandona, mosso da obiettivi che non sono certo la protezione del comune cittadino. E' un film che si fonda sul dilemma morale di un protagonista che, con pochi elementi ficcanti, ci viene presentato fin da subito come un uomo che ne ha passate tante ed è a pochi giorni dall'ottenere una felicità completa. Tuttavia, Justin, a causa di un tragico errore commesso in buonafede, rischia di perdere di nuovo tutto e l'unico modo per evitare che succeda è lasciare che la "giustizia" faccia il suo corso, abbattendosi su un uomo dal passato peggiore del suo, il quale, però, questa volta è innocente. Per salvare capra e cavoli, sgravandosi la coscienza, Justin combatte contro una giuria già pronta ad emettere un verdetto viziato da pregiudizi (razziali, sessuali, sociali, ecc.) e un avvocato dell'accusa in cerca di voti, consapevole che, per gli stessi motivi, anche la sua verità verrebbe travisata, valendogli la fine di un'esistenza finalmente felice. L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nel vedere un uomo normale farsi "mostro" per continuare a vivere. Sta nell'orrore della consapevolezza di non potersi liberare dalle etichette negative, una volta che ci si sono appiccicate addosso. Sta nel realizzare, tristemente, che la giustizia è sì uguale per tutti, ma non è perfetta perché viene lasciata nelle mani di esseri umani che, quel giorno, magari vogliono solo tornare a casa presto, sono stanchi, ti hanno già giudicato colpevole per motivi che esulano dal caso specifico, non hanno voglia di riflettere troppo, nonostante abbiano (a volte letteralmente) la tua vita tra le mani. Umani, appunto, costretti a fare un lavoro divino.


L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nella verosimiglianza di ciò che Clint Eastwood racconta, ancor più enfatizzata dal suo stile asciutto. La regia del Grande Vecchio è priva di fronzoli, non mostra niente più di quel che serve per capire, con uno sguardo, i personaggi, ciò che li muove e la posta in gioco; addirittura, le fasi iniziali del processo possono tranquillamente definirsi un esempio di anticlimax, perché non ci sono quelle esagerazioni teatrali tipiche del genere, con arringhe infinite e sottili strategie di avvocati superstar. E' tutto piuttosto banale, direi quasi squallido, e per questo ancora più credibile e "vicino" alla quotidianità del pubblico. Nonostante questo, il dilemma morale di Justin, reso palese dopo pochi minuti di film, viene gestito coi ritmi di un thriller e coinvolge per l'impossibilità di incasellare i personaggi in ruoli predefiniti di "buono" o "cattivo"; naturalmente, l'istinto è quello di parteggiare per Justin, persino di sperare nella sua "vittoria" (se di vittoria si può parlare), ma ci sono momenti in cui la volontà di chiudere gli occhi e far finta di nulla si incrinano davanti ad atteggiamenti e scelte moralmente non condivisibili, soprattutto verso il finale. Geniale, in questo, scegliere di far interpretare Justin a Nicholas Hoult, con quella faccia da bravo ragazzo adombrata da occhi di un azzurro freddo, che a volte gli danno un che di calcolatore ed ambiguo. Dove non c'è incertezza, invece, è nello sguardo di Toni Collette. Ho visto il film doppiato ma, giuro, l'occhiataccia fulminante arrivata al culmine del confronto tra Faith e Justin ha costretto persino me a chinare la testa dalla vergogna di avere anche solo pensato di parteggiare per il protagonista. Scherzi a parte (e chi scherza, sulla maestosa Collette?) Giurato numero 2 è un piccolo miracolo in cui si incastrano alla perfezione tutti gli elementi (narrativi, tecnici, attoriali e registici) che contribuiscono a rendere grande un film. Se questa, come dicono in tanti, sarà l'ultima pellicola di Eastwood, mi sento di affermare che il vecchio Clint ha concluso la sua carriera a testa alta, con un film lucido, attuale e perfettamente coerente con la sua pluriennale poetica. Considerato quanti registi più giovani hanno ormai abbracciato allegramente un rincoglionimento consapevole, c'è solo da ammirarlo ed augurargli di fare Cinema ancora per un po' di tempo, perché ne abbiamo un maledetto bisogno.
 

Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Nicholas Hoult (Justin Kemp), Zoey Deutch (Allison Crewson), Toni Collette (Faith Killebrew), Leslie Bibb (Denice Aldworth), J.K. Simmons (Harold), Chris Messina (Eric Resnick), Gabriel Basso (James Michael Sythe), Francesca Eastwood (Kendall Carter) e Kiefer Sutherland (Larry Lasker) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Giurato numero 2 vi fosse piaciuto recuperate Richard Jewell, Mystic River e La parola ai giurati. ENJOY!


venerdì 22 novembre 2024

My Old Ass (2024)

Attirata dalla presenza nel cast di Aubrey Plaza, ho recuperato su Prime Video il film My Old Ass, diretto e sceneggiato dalla regista Megan Park

Disclaimer con spoiler: il post (che ho ritenuto opportuno non modificare per non alterarne la natura super partes) è stato scritto subito dopo aver guardato il film, visto senza sapere nulla relativamente alle mille controversie che circondano Percy Hynes White, accusato di razzismo e violenza sessuale. Mi sono documentata dopo avere sbirciato una serie di recensioni negative che accusavano My Old Ass di whitewashing, di avere scelto un mostro come love interest della protagonista e di avere usato il personaggio per "instradare" la lesbica Elliott verso l'eterosessualità. Quest'ultimo aspetto è una grossa puttanata, perché la protagonista arriva a definirsi pansessuale (come lo è, del resto, l'attrice che la interpreta), mentre capisco che alcuni spettatori possano provare disagio e disgusto di fronte ad accuse abbastanza pesanti, sebbene ancora non provate. Quindi, prendete sia il mio post che il film con le pinze della vostra sensibilità personale. 


Trama: il giorno del suo 18simo compleanno, strafatta di funghi allucinogeni, Elliott incontra la se stessa adulta. I pochi consigli della donna cambieranno l'ultima estate che Elliott passerà prima di andare a vivere lontana dalla sua famiglia...


Non di solo horror vive la Bolla, lo sapete, anche se avrete notato che ho saltato a piè pari tutte o quasi le ultime uscite d'Autore, tra Sorrentino, Coppola e Scott. La verità è che è un periodo svogliato ma anche pieno di belle cose da fare nei weekend, zeppi di viaggi e occasioni di socializzare con gli amici, come non accadeva da un po'. E in settimana, senza nessuno che mi accompagni al cinema, mi viene il culo pesante ad andare da sola. Ma questo non c'entra nulla con My Old Ass, tranne il fatto di avere, per l'appunto, un "ass" che non solo è "heavy" ma anche "old", e di essermi ritrovata una sera con la voglia di ammirare l'adorata Aubrey Plaza. Purtroppo, l'unica attrice che potrebbe convincermi a cambiare sponda si vede poco in My Old Ass, giusto all'inizio e alla fine. Il secondo film di Megan Park, infatti, si concentra sui cambiamenti che Elliott, diciottenne lesbica in procinto di andare via dall'odiato paesino in cui è nata, subisce a seguito dell'incontro allucinato con la sua versione adulta. All'inizio del film Elliott è una teenager sicura del suo futuro radioso e consapevole di ciò che le fa schifo, vittima di quel disprezzo verso le nostre radici che abbiamo avuto tutti a quell'età; non sopporta i suoi strani fratelli minori, è insofferente verso i genitori, non ha intenzione di fare la loro stessa vita, ovvero vivere ai margini delle foreste canadesi nella fattoria di famiglia, a coltivare mirtilli (certo, è anche vero che non sa assolutamente cosa voglia diventare una volta trasferitasi nella grande città. Ma anche questo è tipico di quell'età). Durante i festeggiamenti per il suo diciottesimo compleanno, complice una tisana allucinogena, Elliott si ritrova faccia a faccia con la sua versione quasi quarantenne, la quale, senza troppo esagerare, le dà qualche consiglio che si rivelerà prezioso per trasformare l'ultima estate prima di trasferirsi in città in un percorso di maturazione e comprensione. Da uno spunto quasi fantascientifico, che si sviluppa in modo ancor più surreale sfruttando la tecnologia, Megan Park confeziona un altro slice of life, meno tragico di The Fallout ma comunque attento ad indagare nell'animo di adolescenti a un passo dall'età adulta, frastornati da cambiamenti sui quali non possono avere alcun controllo, con conseguente, somma frustrazione. La Park, però, stavolta parla anche ai nostri vecchi culi, ricordandoci che crogiolarci nella malinconia del passato per evitare di guardare con ottimismo al futuro, confondendo l'incoscienza entusiasta della gioventù per stupidità, è la via più rapida per diventare adulti tristi e pavidi, gli stessi che criticavamo con veemenza a 18 anni. Il risultato è una rom com dolceamara, che a quelli della mia età ricorderà, per qualcosa che non sto a spoilerarvi, uno dei film più spaccacuore di sempre (e, se vorrete, vi dirò quale nei commenti).


My Old Ass
alterna momenti assai divertenti, tra i quali il geniale utilizzo della canzone One Less Lonely Girl di Justin Bieber (a tal proposito, il mio ass è veramente old e meno male, mi sono venuti i brividi al pensiero di aver potuto essere una delle beliebers dell'epoca, eeew!!!) e le interazioni tra Aubrey Plaza e Maisy Stella, ad altri commoventi al punto che mi sono ritrovata a spendere copiose lacrime, anche se in questo ho trovato la sceneggiatura leggermente scorretta, salvo ovviamente sul finale. Il punto è che mentre Elliott e Chad sono ben caratterizzati, e Maisy Stella interpreta la protagonista con verve e credibilità sorprendenti, quella famiglia di cui dovrebbe importarci rimane evanescente e in sottofondo fino al momento dei confronti "emotivi", che ci strappano pianti commossi pur non avendo dietro una base solida, a meno che per "base solida" non si intendano gli splendidi paesaggi che Elliott è pronta ad abbandonare. Molto interessante, invece, far sì che la Elliott del futuro imponga solo un divieto alla sua giovane controparte; questo, unito a un dettaglio linguistico assai importante relativamente all'oggetto del divieto, spinge lo spettatore a seguire con maggiore curiosità la vicenda e a chiedersi, come la protagonista, il motivo dietro alla categorica richiesta. Quanto ad Aubrey Plaza, che è poi il motivo che mi ha spinta a recuperare My Old Ass, sfrutta al massimo il poco tempo concessole ed incarna alla perfezione le due anime del film, creando un'adulta imperfetta, cinica e amara, con la quale mi sono rispecchiata parecchio. Anzi, spero vivamente che il messaggio positivo di questo delizioso film mi spinga a cambiare un po' il mio atteggiamento già "vinto" nei confronti dell'esistenza, ché qui la nostalgia del tempo passato e sprecato, oltre alla volontà di fermarlo, è ormai diventata una costante dalla quale è difficile uscire, per di più ottimisti. Anche per questo, vi sconsiglierei di recuperare My Old Ass in un periodo di sconforto, perché la parte drammatica rischierebbe di abbattervi senza possibilità di venire sollevati dai tanti momenti lieti. Vi ho avvisati, ma sappiate che sarebbe comunque un peccato perderlo!


Della regista e sceneggiatrice Megan Park ho già parlato QUI mentre Aubrey Plaza, che interpreta la Elliott cresciuta, la trovate QUA.


Percy Hynes White
, che interpreta Chad, era lo Xavier della serie Mercoledì mentre Maddie Ziegler, che interpreta Ruthie, era la co-protagonista di The Fallout. ENJOY!

martedì 19 novembre 2024

The Toxic Avenger - Il vendicatore tossico (1984)

Sono testarda e, nonostante il sicuro fallimento, continuo con la challenge di Letterboxd! Il tema di oggi è "Happy Anniversary! Watch a Horror released in 1984", così ho scelto The Toxic Avenger - Il vendicatore tossico (The Toxic Avenger), diretto e sceneggiato dai registi Michael Herz e Lloyd Kaufman nel 1984.


Trama: Melvin, tuttofare sfigato della palestra di Tromaville, finisce dentro dei rifiuti tossici e si trasforma in un giustiziere dall'aspetto mostruoso...


Credo corresse la fine del vecchio millennio quando ho sentito per la prima volta il nome Troma, citato all'interno della spassosissima rubrica di Ciak dedicata ai film weird e, più volte, all'interno dell'elenco delle 100 pellicole più brutte della storia del cinema. Ho poi recuperato, qualche anno dopo, quel Tromeo e Giulietta di cui non ricordo nulla, inizio e fine della mia storia con la casa di produzione fondata da Michael Herz e Lloyd Kaufman. Com'è stato, dunque, guardare The Toxic Avenger, caposaldo della Troma, praticamente "vergine", a 40 anni dalla sua uscita? Molto divertente e stranamente piacevole. Mi aspettavo una boiata della peggio specie, per di più noiosissima, pompata da orde di nostalgici o amanti del trash, ma la verità è che The Toxic Avenger ha un cuore, per quanto marcio. Ciò che lo rende vivo e simpaticissimo è la volontà di divertire in primis chi lo ha realizzato, anche se la trama è solo una scusa per mostrare le peggio nefandezze, pompando su un disgusto che non nasce solo dalle scene splatter. Il teatro della vicenda, infatti, è la cittadina fittizia di Tromaville, dove vengono stipati tutti i rifiuti tossici d'America grazie alla connivenza del laido sindaco. In una città che fa dell'immondizia tossica la sua ragion d'essere, esiste una palestra che raccoglie la peggio gioventù (e non solo), fatta di bulli, zoccolotte, drogati, assassini seriali e pervertiti di ogni genere e lì lavora il povero Melvin, al confronto del quale Steve Urkel era un modello di figaggine. A seguito dell'ennesimo scherzo ai suoi danni, Melvin finisce all'interno di un barile di liquame tossico e si trasforma in un mostro ma, attenzione, perché a Tromaville il bello è brutto e viceversa: l'incidente non risveglia la malvagità di Melvin, bensì un profondo senso di giustizia e la volontà di eradicare tutto il male presente nella tristissima cittadina. Dopo anni di supereroi cinematografici puliti e a modino, ammetto di essere rimasta piacevolmente colpita dalla semplicità d'intenti e della purezza di questo "avenger", deciso a soffocare nel sangue tutti i malviventi e a punirli senza temere di essere troppo eccessivo. A differenza di film come Terrifier, che fanno venire voglia di vomitare il panettone dell'84 perché, pur essendo giocosi, a modo loro, fanno dannatamente sul serio nelle scene splatter, The Toxic Avenger carica di umorismo slapstick anche le mattanze, e non risulta mai fastidioso nell'eccesso, nemmeno quando vengono messi in mezzo bambini e cani.


Intendiamoci, The Toxic Avenger, come ho accennato sopra, è comunque disgustoso, ma perché è volutamente rozzo. Il 90% dei personaggi maschili fa davvero schifo ai cani (se andiamo a vedere, il meno orripilante è proprio il vendicatore tossico, nonostante viva nella rumenta e sia deforme) e, in generale, tutta la città di Tromaville è connotata da un profondo squallore; inoltre, l'umorismo anni '80 zeppo di ragazze zoccole, macchiette gay, fat shaming, tette, culi e quant'altro ha cominciato a pesarmi non poco, anche se questo è probabilmente solo un mio problema, che si può superare contestualizzando, appunto, l'epoca e il pubblico a cui un film come The Toxic Avenger era destinato. Gli attori sono mediamente cani, questo è vero, per la maggior parte destinati a brillare solo con questo titolo oppure a razzolare esclusivamente nel pollaio della Troma, ma nel complesso la loro incapacità attoriale non è fastidiosa e rispecchia in pieno la natura genuina del prodotto finito. Me lo aspettavo, d'altra parte, mentre invece quello che mi ha stupito sono una regia discreta (assimilabile ai migliori Scuola di polizia, giusto per dare un'idea) e degli effetti speciali artigianali ma dignitosissimi, se si pensa al basso budget. Ho apprezzato anche gli scontri tra il vendicatore tossico e tutta una serie di criminali urbani, perché alcuni sono coreografati in maniera vivace e non scontata, e mi sono ritrovata a ridere per parecchie trovate atte a parodiare i generi più svariati, la rom com in primis (ma ce n'è davvero per tutti i gusti. Potete persino trovare citato il Dottor Stranamore, tanto di cappello a Kaufman e Herz!). La cosa più importante di tutte però, vista la mia vecchiaia, è che non mi sono addormentata neppure una volta guardando The Toxic Avenger, il che depone molto a favore del mio voto positivo odierno. Il film "manifesto" della Troma, infatti, non è per tutti e io stessa (pur essendo contenta di averlo visto) non credo lo riguarderò mai più, ma se volete approcciarvi alle opere di questa particolarissima e famigerata casa di produzione potrebbe essere un ottimo punto d'inizio.  

Michael Herz è il co- regista della pellicola. Americano, co-fondatore della Troma, ha diretto film come The Toxic Avenger Part II, The Toxic Avenger Part III: The Last Temptation of Toxie e Sgt. Kabukiman N.Y.P.D. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 75 anni.


Lloyd Kaufman
(accreditato come Samuel Weil) è il co- regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, co-fondatore della Troma, ha diretto film come Class of Nuke 'Em High, The Toxic Avenger Part II, The Toxic Avenger Part III: The Last Temptation of Toxie, Sgt. Kabukiman N.Y.P.D. , Tromeo and Juliet, Citizen Toxie: The Toxic Avenger IV e Poultrygeist: Night of the Chicken Dead. Anche attore e produttore, ha 79 anni. 


Vincent D'Onofrio
avrebbe dovuto interpretare Bozo ma è stato licenziato per aver chiesto un aumento di salario e sostituito da Gary Schneider. Il film ha generato tre seguiti: The Toxic Avenger Part II, The Toxic Avenger Part III: The Last Temptation of Toxie e Citizen Toxie: The Toxic Avenger IV. Esisterebbero anche due remake, The Toxic Avenger: The Musical e quel The Toxic Avenger con Peter Dinklage che, ad oggi, non ha ancora trovato distribuzione. Nell'attesa che il miracolo si compia, cose da recuperare ne avete! ENJOY!

venerdì 15 novembre 2024

Don't Move (2024)

Attirata dal nome del produttore Sam Raimi, ho recuperato su Netflix Don't Move, diretto dai registi Brian Netto e Adam Schindler.


Trama: pronta a suicidarsi dopo la morte del figlioletto, Iris si ritrova a dover combattere per sopravvivere quando un serial killer le inietta un farmaco paralizzante e comincia a darle la caccia nel bosco...


Disney +
ci invitava a trattenere il respiro, Netflix ci impone di non muoverci, chissà adesso cosa vorrà da noi Prime. Nell'attesa di scoprirlo, Don't Move è l'ennesima aggiunta "media" al catalogo Netflix ed è un peccato vedere il nome di Raimi tra i produttori di una cosina tutto sommato risibile. Il film va poco oltre l'idea riassunta nel titolo, e funziona per quei minuti in cui la protagonista scopre i terribili effetti della tossina iniettatale dal maniaco di turno, ritrovandosi paralizzata in mezzo a un bosco. Capirete anche voi, però, che l'immobilità totale favoleggiata dal killer non potrà durare molto, altrimenti sarebbe stato problematico fare evolvere la vicenda, quindi la protagonista un po' avrà sempre modo di fare qualcosa, in primis sbattere le palpebre per comunicare, rotolando "felice" di plot device in plot device, sempre grazie a gente SCEMA. La cosa davvero innovativa di Don't Move, in effetti, è la stupidità anormale del killer. Quest'ultimo, nella realtà, sarebbe stato sgamato e incaprettato dopo due minuti, fortunatamente per lui i potenziali soccorritori di Iris sono ancora più idioti ed è un bene che la protagonista riesca a muovere gli occhi, così da poter dimostrare il suo disappunto facendoli roteare fortissimo. Capisco che l'idea dietro a Richard sia "family man che nasconde un terribile segreto", ma se solo gli sceneggiatori del film si fossero guardati Spoorloos avrebbero capito che esistono anche modi per renderla inquietante ed efficace, invece Richard è proprio un belinone che persino un bambino riuscirebbe a fregare. Passando ad Iris, quest'ultima ha due caratteristiche. E' piagata dal dolore per la morte di un figlio il cui destino è poco meno idiota di quello del protagonista di Antichrist (io ultimamente piango per un nonnulla ma non ho provato niente davanti al disagio esistenziale di questa madre, giuro) e riesce a mantenere una pelle flawless e capelli perfetti anche dopo avere corso per venti minuti nel bosco ed essere caduta nelle rapide. Credevo che solo Megan Fox potesse ambire a simili risultati, e invece. Il fatto che sembri anche carismatica è interamente dovuto alla dabbenaggine di Richard, che è poi lo stesso motivo per cui, un pochino, ci sentiamo in pena per lei e speriamo sopravviva, ma ammetto che, sul finale, non mi importava granché.


Nulla da dire, letteralmente, sulla regia. Brian Netto e Adam Schindler consegnano un compitino pulito ma anonimo, privo di difetti ma anche di qualcosa per cui entusiasmarsi. Il fatto che l'ambiente montano e il bosco siano sfruttati poco, che non veicolino alcun senso di claustrofobia, ha del criminale, e lo stesso vale per una sorta di "terra di nessuno" talmente priva di personalità che non viene neppure l'ansia al pensiero di incontrare gli autoctoni, cosa gravissima. Quanto agli attori... eh. Io a Finn Wittrock voglio non bene, di più. Però quella faccetta da babbalone belloccio riesce a farla funzionare solo Ryan Murphy e non avete idea di quante volte abbia rimpianto il Dandy di American Horror Story Freakshow, che era scemo, sì, ma faceva anche tantissima paura. Provaci ancora, Finn, sei comunque gnocco e vederti senza maglietta è sempre un piacere. Così come sarà piacevole, non ne dubito, godersi la bellezza di Kelsey Asbille per il pubblico interessato ai volti femminili, ma la ragazza funzionava più come comprimaria nel bellissimo I segreti di Wind River che come protagonista di un intero lungometraggio. Mi direte, ha poco da fare, non deve neppure sforzarsi di essere espressiva, quindi le basta essere bella, però si poteva fare di più. Il che, riassumendo, è il mio pensiero su Don't Move. Carino, guardabile per il tempo che dura, ma si poteva fare MOLTO di più. Avanti il prossimo!


Del co-regista Adam Schindler ho già parlato QUI mentre Finn Wittrock, che interpreta Richard, lo trovate QUA.

Brian Netto è il co-regista della pellicola. Americano, anche sceneggiatore, produttore e attore, è al suo secondo lungometraggio.


Se Don't Move vi fosse piaciuto recuperate What Keeps You AliveHunted, Hush, Man in the Dark e Alone. ENJOY!






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