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venerdì 15 novembre 2024

Don't Move (2024)

Attirata dal nome del produttore Sam Raimi, ho recuperato su Netflix Don't Move, diretto dai registi Brian Netto e Adam Schindler.


Trama: pronta a suicidarsi dopo la morte del figlioletto, Iris si ritrova a dover combattere per sopravvivere quando un serial killer le inietta un farmaco paralizzante e comincia a darle la caccia nel bosco...


Disney +
ci invitava a trattenere il respiro, Netflix ci impone di non muoverci, chissà adesso cosa vorrà da noi Prime. Nell'attesa di scoprirlo, Don't Move è l'ennesima aggiunta "media" al catalogo Netflix ed è un peccato vedere il nome di Raimi tra i produttori di una cosina tutto sommato risibile. Il film va poco oltre l'idea riassunta nel titolo, e funziona per quei minuti in cui la protagonista scopre i terribili effetti della tossina iniettatale dal maniaco di turno, ritrovandosi paralizzata in mezzo a un bosco. Capirete anche voi, però, che l'immobilità totale favoleggiata dal killer non potrà durare molto, altrimenti sarebbe stato problematico fare evolvere la vicenda, quindi la protagonista un po' avrà sempre modo di fare qualcosa, in primis sbattere le palpebre per comunicare, rotolando "felice" di plot device in plot device, sempre grazie a gente SCEMA. La cosa davvero innovativa di Don't Move, in effetti, è la stupidità anormale del killer. Quest'ultimo, nella realtà, sarebbe stato sgamato e incaprettato dopo due minuti, fortunatamente per lui i potenziali soccorritori di Iris sono ancora più idioti ed è un bene che la protagonista riesca a muovere gli occhi, così da poter dimostrare il suo disappunto facendoli roteare fortissimo. Capisco che l'idea dietro a Richard sia "family man che nasconde un terribile segreto", ma se solo gli sceneggiatori del film si fossero guardati Spoorloos avrebbero capito che esistono anche modi per renderla inquietante ed efficace, invece Richard è proprio un belinone che persino un bambino riuscirebbe a fregare. Passando ad Iris, quest'ultima ha due caratteristiche. E' piagata dal dolore per la morte di un figlio il cui destino è poco meno idiota di quello del protagonista di Antichrist (io ultimamente piango per un nonnulla ma non ho provato niente davanti al disagio esistenziale di questa madre, giuro) e riesce a mantenere una pelle flawless e capelli perfetti anche dopo avere corso per venti minuti nel bosco ed essere caduta nelle rapide. Credevo che solo Megan Fox potesse ambire a simili risultati, e invece. Il fatto che sembri anche carismatica è interamente dovuto alla dabbenaggine di Richard, che è poi lo stesso motivo per cui, un pochino, ci sentiamo in pena per lei e speriamo sopravviva, ma ammetto che, sul finale, non mi importava granché.


Nulla da dire, letteralmente, sulla regia. Brian Netto e Adam Schindler consegnano un compitino pulito ma anonimo, privo di difetti ma anche di qualcosa per cui entusiasmarsi. Il fatto che l'ambiente montano e il bosco siano sfruttati poco, che non veicolino alcun senso di claustrofobia, ha del criminale, e lo stesso vale per una sorta di "terra di nessuno" talmente priva di personalità che non viene neppure l'ansia al pensiero di incontrare gli autoctoni, cosa gravissima. Quanto agli attori... eh. Io a Finn Wittrock voglio non bene, di più. Però quella faccetta da babbalone belloccio riesce a farla funzionare solo Ryan Murphy e non avete idea di quante volte abbia rimpianto il Dandy di American Horror Story Freakshow, che era scemo, sì, ma faceva anche tantissima paura. Provaci ancora, Finn, sei comunque gnocco e vederti senza maglietta è sempre un piacere. Così come sarà piacevole, non ne dubito, godersi la bellezza di Kelsey Asbille per il pubblico interessato ai volti femminili, ma la ragazza funzionava più come comprimaria nel bellissimo I segreti di Wind River che come protagonista di un intero lungometraggio. Mi direte, ha poco da fare, non deve neppure sforzarsi di essere espressiva, quindi le basta essere bella, però si poteva fare di più. Il che, riassumendo, è il mio pensiero su Don't Move. Carino, guardabile per il tempo che dura, ma si poteva fare MOLTO di più. Avanti il prossimo!


Del co-regista Adam Schindler ho già parlato QUI mentre Finn Wittrock, che interpreta Richard, lo trovate QUA.

Brian Netto è il co-regista della pellicola. Americano, anche sceneggiatore, produttore e attore, è al suo secondo lungometraggio.


Se Don't Move vi fosse piaciuto recuperate What Keeps You AliveHunted, Hush, Man in the Dark e Alone. ENJOY!






domenica 2 febbraio 2020

Judy (2019)

Trascinato dalla febbre per gli Oscar, il film Judy del regista Rupert Goold è uscito in Italia ben prima della data di distribuzione prevista fino a poche settimane fa e, per amor di completezza (è candidato per la Miglior Attrice Protagonista e il Miglior Make-up) mi sono ritrovata a guardarlo.


Trama: negli ultimi anni della sua esistenza, Judy Garland è costretta ad abbandonare i figli e imbarcarsi in una serie di concerti londinesi, funestati da problemi di alcoolismo e depressione.


Due premesse. Sono una brutta persona e sono una brutta persona che di Judy Garland sa poco o nulla. So che è stata una delle molte "attrici prodigio" rovinate negli anni da una vita fatta di eccessi e depressione, che tutti la ricordano per Il mago di Oz ma ha quasi vinto un Oscar vent'anni dopo con E' nata una stella, che la sua carriera in realtà non si è quasi mai interrotta ma la sua stella si è purtroppo spenta e più non dimando, al momento, anche se vorrei leggere una sua biografia, se qualcuno potesse consigliarmene una valida. Purtroppo, non rientra nel mio concetto di "validità" il film Judy, biopic costruito interamente sulla performance di Renée Zellweger (sulla quale poi tornerò) apposta per accalappiare i soliti Oscar legati all'imitazione perfetta di personaggi famosi defunti, senza alcun nerbo né sorpresa, focalizzando l'attenzione dello spettatore su un'inevitabile parabola discendente fatta di piccoli, sconvolgenti episodi negativi, flashback di una carriera invidiabile, pochi momenti costruiti ad hoc per scaldare il cuore del pubblico e gran finale celebrativo atto a far sentire in colpa chiunque, perché di fatto la morte della Garland "è colpa anche un po' tua / se non ti batti per un mondo migliore". Grazie al piffero che sul finale ci si commuove: i realizzatori si tengono ben stretto l'asso nella manica Over the Rainbow schiaffandola all'ultimo con tanto di standing ovation aperta da due "diversi", una deliziosa coppietta gay infilata nella trama alla bisogna, per sottolineare l'empatia della protagonista verso chi, come lei (occhiolino, occhiolino), non riesce a trovare spazio nella società, ma per il resto la noia e la banalità regnano sovrane. Come già Bohemian Rhapsody, che almeno aveva dalla sua il ritmo travolgente delle canzoni dei Queen, il difetto di Judy è quello di santificare la protagonista nonostante i suoi mille difetti rendendo chiunque la circondi o quasi un mostro di malvagità. Non c'è modo, dunque, di vedere come esseri umani l'ex marito ed ex manager o la nuova fiamma Mickey, men che meno il babau Louis B. Meyer (ma forse lui era davvero così), e in generale anche coloro che dovrebbero essere alleati di Judy hanno spesso sguardi di disprezzo da rivolgerle.


Vero è che il film non è proprio una biografia della Garland ma un'opera ispirata alla pièce teatrale End of the Rainbow, che tocca gli ultimi anni di vita dell'attrice, ma a questi punti avrei preferito allora qualcosa di più fantasioso e affine a Rocketman invece di questo biopic freddo e stantio. Tanto, canzoni nel film ce ne sono già e questo è da apprezzare per quel che riguarda l'interpretazione della Zellweger: durante i numeri musicali l'attrice è molto coinvolgente e canta davvero benissimo (per quel che ne posso capire io di canto e musica), trasmettendo tutta la voglia di riscatto e di essere amata dal pubblico di Judy Garland, ma nominarla all'Oscar solo per questo è davvero poco. Siccome infatti, e qui torniamo all'inizio del post, sono una brutta persona, per il resto Renée Zellweger mi ha messo ansia e anche un po' di disgusto. L'attrice è un campionario ininterrotto di smorfiette, sguardi strabuzzati e tic imbastiti all'interno di un involucro di plastica, con quel terrificante taglio tra il naso e il labbro superiore che non riuscivo a smettere di guardare senza sentirmi male, tanto da farmi giurare che MAI mi metterò nelle mani di un chirurgo plastico se nemmeno i soldi delle attrici riescono ad ottenere un lavoro fatto bene; dal mio umilissimo punto di vista un'interpretazione più misurata avrebbe giovato al personaggio, con tutto questo overacting la povera Garland sembra spesso una caricatura, una QuasimodA per la quale è facile provare pietà ma per i motivi sbagliati. Sicuramente sono io ad essere limitata visto che Judy e la Zellweger stanno riscuotendo consensi ovunque, ma di tutti i film visti in preparazione agli Oscar direi che questo è uno dei più deboli. Non odiatemi, per questo.  


Di Renée Zellweger (Judy Garland), Finn Wittrock (Mickey Deans), Rufus Sewell (Sid Luft), Michael Gambon (Bernard Delfont) e Andy Nyman (Dan) ho già parlato ai rispettivi link.

Rupert Goold è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come True Story. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni. 


Se Judy vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Florence. ENJOY!

mercoledì 6 febbraio 2019

Se la strada potesse parlare (2018)




A Savona è arrivato anche Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk), diretto e co-sceneggiato da Barry Jenkins a partire dal romanzo omonimo di James Baldwin e candidato a tre premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Attrice Non Protagonista (Regina King) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Trish e Fonny sono due innamoratissimi giovani di colore, il cui idillio viene spezzato da un'accusa di stupro ai danni del ragazzo. Trish, incinta, cerca di aiutarlo come può...


Dopo aver letto la recensione della Poison giuro che ero pronta ad aspettarmi il peggio da Se la strada potesse parlare e ammetto che di tanto in tanto, nel corso della visione, ripensavo alle sue parole e ridevo tra me e me. Perché è vero, il film di Barry Jenkins, pur durando un minuto meno delle canoniche due ore che ormai raggiungono persino i cartoni animati, ha dei tempi dilatatissimi, forse più di Roma, e in questi attimi che paiono infiniti si riversa tutto il sentimento d'aMMore che unisce gli sfortunati Trish e Fonny, giovanissimi ragazzi di colore nell'America degli anni '70. I due, per citare la Poison, "si guardano negli occhi" per un totale di almeno un'ora, si sorridono, si contemplano, si toccano, fanno all'amore, mentre tutto attorno a loro sembra non contare più nulla e il mondo diventa improvvisamente rosa, delicatamente illuminato da luci soffuse. Ma stiamo pur sempre parlando di giovani di colore in America, negli anni '70, e se Beale Street potesse parlare direbbe che persino i ragazzi innamorati dovrebbero stare attenti a non pestare i piedi al poliziotto bianco e stronzo sbagliato; così, senza sapere né come né perché e con un figlio in arrivo, Fonny si ritrova sul groppone un'accusa di stupro fasulla e tuttavia impossibile da confutare, perché la vittima, dopo aver testimoniato contro di lui, fugge in Portorico. Dal canto suo, Trish rimane invece incinta e se la famiglia di lei, nonostante la giovanissima età, accetta di fare innumerevoli sacrifici per aiutare lei, il nascituro e il genero, la famiglia di lui (tranne il padre) se ne lava le mani a causa di una madre orribilmente bigotta che avrebbe potuto e dovuto essere sfruttata di più. Stop, il film è "tutto qui". C'è la gioia di essere innamorati, il dolore di doverlo essere in un luogo dove si viene presi a pesci in faccia per il colore della pelle e dove anche chi è buono e retto è costretto a piegarsi al crimine a causa della povertà e dei pregiudizi, c'è la ferma volontà di lottare per preservare se stessi e le persone amate dalle brutture del mondo, il che, almeno per me, è abbastanza da non riuscire a tirare fuori il giusto cinismo della Poison.


E poi, non so, Barry Jenkins ha qualcosa che già mi aveva conquistata col tanto vituperato Moonlight e che mi impedisce di essere cattiva. Forse sono la sua capacità di infondere grazia e bellezza anche in situazioni dove due qualità simili sarebbero impossibili da trovare e il coraggio di metterle da parte quando la situazione lo richiede, come durante il confronto durissimo tra le famiglie di Fonny e Trish o quello, devastante, tra Sharon e la vittima dello stupro, personaggio contemporaneamente odioso e degno di pietà. Forse, banalmente, sarà che ho guardato Se la strada potesse parlare con opportune pause, senza sciropparmelo tutto dall'inizio alla fine rischiando l'effetto tedio. Tuttavia, è vero, Fonny e Trish sono anche TROPPO innamorati, eppure c'è una tale devozione nel loro sguardo, una tale fiducia (o speranza?) nella forza del loro amore, che alla fine si arriva a tifare un po' per loro, a sperare che i destini di coloro che vivono nella squallida Beale Street possano cambiare, per una volta, alla faccia di chi si impegna per farli rimanere sempre tristemente uguali. Sarà il potere della colonna sonora, bellissima e raffinata, di Nicholas Britell, che esplode nell'evocativa Eros, simbolo della passione tra i due protagonisti, sincera ed idilliaca come pochissime altre melodie utilizzate per creare il mood dell'unione fisica tra due personaggi. Anzi, probabilmente la colonna sonora è l'unica cosa davvero memorabile di Se la strada potesse parlare, e compensa due giovani protagonisti dotati indubbiamente di enorme alchimia ma non particolarmente eccelsi nella recitazione (lui biascica per mezzo film, lei è a tratti inutilmente leziosa, troppo per essere una voce narrante), fortunatamente supportati da un cast di "vecchi" all'altezza. Sarei curiosa di vedere se il romanzo da cui il film è tratto lascia così in secondo piano tutte le interessanti vicende familiari e i piccoli problemi criminali accennati qui e là nella pellicola di Jenkins ma, nell'attesa, direi che Se la strada potesse parlare non è uno dei peggiori recuperi pre-Oscar e vi consiglio di darci comunque un'occhiata. Magari, anche voi vi riscoprirete teneroni!


Del regista e co-sceneggiatore Barry Jenkins ho già parlato QUI. Diego Luna (Pedrocito), Finn Wittrock (Hayward), Ed Skrein (Agente Bell), Pedro Pascal (Pietro Alvarez), Colman Domingo (Joseph Rivers) e Dave Franco (Levy) li trovate invece ai rispettivi link.

Regina King interpreta Sharon Rivers. Americana, ha partecipato a film come Jerry Maguire, Nemico pubblico e a serie quali 24, The Strain e The Big Bang Theory. Anche regista e produttrice, ha 48 anni.






martedì 31 gennaio 2017

La La Land (2016)

At last!! At last anche io ho avuto l'onore di vedere il film di cui si parla fin dalla sua presentazione al Festival di Venezia, quel La La Land diretto e sceneggiato da Damien Chazelle che ha fatto incetta di Golden Globe e farà sicuramente incetta di Oscar (ha 14 nomination, ovvero Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Sceneggiatura, Miglior Fotografia, Miglior Montaggio, Miglior Scenografia, Migliori Costumi, Miglior Colonna Sonora Originale, City of Stars e Audition come Miglior Canzone Originale, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro). Avrà folgorato anche me come il 99, 9% di chi lo ha visto?


Trama: nella città di Los Angeles si intrecciano i destini di due persone. Mia vuole fare l'attrice mentre Sebastian, amante del jazz "puro", sogna di riscattare un locale storico e riportarlo ad essere il tempio dell'amata musica. Presto tra i due nasce una storia d'amore ma i rispettivi sogni si mettono in mezzo...



Per darvi un'idea dei tempi in cui viviamo, dove ogni cosa, anche la più insignificante, viene pompata da internet e dai social e ogni dissidenza viene punita con insulti assortiti, vi basti sapere che ho affrontato la visione di La La Land con un'ansia che neppure al mio primo esame universitario. Il film di Chazelle è piaciuto a chiunque, persino a chi non mette piede al cinema neppure per sbaglio, i miei blogger preferiti si sono spellati le mani ad applaudirlo, gente che lo ha visto settordici volte ha promesso di passare l'esistenza guardandolo in loop continuo, qualcuno addirittura lo considera opera ultima dopo la quale non esisterà altro Cinema, le camerette sono tornate a riempirsi di poster con i volti di Emma Stone e Ryan Gosling come non accadeva dai tempi di Cioè. Per non sbagliare, ho inghiottito mezza boccetta di Tavor e ho portato al cinema con me ben TRE musicisti, così da farmi dare delle giornalate sul muso nel caso avessi palesato ignoranza (ché qui si parla di jazz, mica pizza e fichi) o se non avessi cominciato a canticchiare le canzoni subito appena uscita dalla sala, esibendomi negli stessi passi dei due protagonisti. Poter concludere la visione di La La Land dicendo "Ho visto proprio un bel film!" è stato dunque motivo di enorme sollievo, così come lo è il fatto che stamattina mi sia svegliata cantando ben DUE delle canzoni della colonna sonora, City of Stars e Another Day of Sun. Ed effettivamente La La Land è proprio bello! Innanzitutto ha due scene talmente ben fatte da mozzare il fiato, quella iniziale che è un esempio magistrale di come si dovrebbe realizzare un piano sequenza e quella finale, altro esempio di come andrebbe girato il momento topico di qualsiasi musical, in più c'è Emma Stone che offre un'interpretazione a tratti toccante, non tanto quando svolazza nel trionfo di abitini anni '60 che sono il vanto del film, bensì quando si mette nuda e cruda davanti all'occhio critico di due direttori del casting, strappandosi il cuore dal petto. Tutto in La La Land è curatissimo, dal già citato guardaroba alle scenografie, dalle abbondanti citazioni dei più bei musical mai girati (e di film quali Gioventù bruciata e Casablanca) alla fotografia coloratissima, dall'abilità con cui Ryan Gosling fa volare le dita sui tasti del pianoforte alla naturalezza con la quale la musica si insinua nella realtà e viceversa, conferendo al film un'ampia varietà di atmosfere e stili e trasformando la "banale" Los Angeles in una vera città di stelle, una LA LA Land da favola dove chiunque ha il diritto e il dovere di essere bello, famoso e sognatore. Almeno, finché i desideri e l'amore non si scontrano con la dura realtà dei sacrifici che servono per mantenere viva la fiamma dei desideri, una volta che questa è stata attizzata, e Dio benedica sempre Chazelle per quel modo che ha di prendere a schiaffi lo spettatore e riportarlo coi piedi per terra, cosa che già avevo apprezzato in Whiplash. Ma siamo comunque in un musical e ogni giorno il sole sorge, e basta un solo sguardo per sapere che va bene così, tutto a posto, "avremo sempre Parigi" o, meglio, l'idea nostalgica della Ville Lumière.


Solo che a me Parigi non è bastata, non dopo quello che ho letto in giro. Non siamo ai livelli di Depardieu che parla di una Parigi dove "pisciano cani ed esseri umani e la gente si bacia con la lingua" però non è possibile che guardando un film ultracelebrato io mi ritrovi a pensare, nell'ordine, a Nino D'Angelo, Albano & Romina, Richard Sagawa in The Happiness of the Katakuris, Once More With Feeling e Anne Hathaway ne I Miserabili, trovando superiori o comunque più esaltanti tutte queste cose (tranne Nino, Albano & Romina, non me ne vogliano. Quella era la supercazzola ma ne avrete capito il senso, spero) e pregando che arrivasse Baz Luhrmann a farmi piangere come un vitello davanti ad una storia d'Amore che santoDDio! me la ricordo ancora adesso dopo anni, altro che la spallata capace di portare via il braccio alla povera Mia e il momento Casa Vianello di un prefinale che non posso fare altro che definire dull. Davanti a La La Land mi sono sentita come un cattivissimo Fletcher (a proposito, stupendo il cameo di J.K. Simmons!) che incita Chazelle a fare di più, a fare meglio, a travolgermi con qualcosa che vada oltre i delicati tramonti violetti e l'eleganza di una scarpetta da tip tap tirata fuori alla bisogna, a darmi almeno una dozzina di melodie da fischiettare per gli anni a venire e magari non solo cinque o sei motivi reiterati e declinati in diverse varianti (ma che ne so io di musica, lo so, sto zitta, scusate), a darmi soprattutto un Attore da affiancare ad un'Attrice. Apro la parentesi Ryan Gosling, fangirl tappatevi gli occhi. Per Attore meritevole di tutti i premi del globo si intende un apprezzabilissimo professionista che impara a suonare sei/sette melodie al piano e a danzare per l'occasione oppure qualcuno che abbia almeno la gamma basica di espressioni facciali? No perché a me Gosling è piaciuto tantissimo in Drive e The Nice Guys ma quelli erano ruoli che demandavano la fissità facciale di un comò, in un film come La La Land e accanto ai grandi occhioni di Emma Stone 'sto marcantonio ci fa proprio la figura del baccalà, non cambia faccia neppure a prenderlo a sputi, ha un bel da fare il fotografo che ciccia fuori ad un certo punto che gli dice  "mordi il labbro inferiore, sii pensoso", forse era meglio chiamare Derek Zoolander che invece, poverino, ha fatto incetta di nomination ai Razzie Awards?


Dopo questo intero paragrafo di vilipendio non vorrei che pensaste che La La Land non mi sia piaciuto. Ribadisco: mi è piaciuto, molto, per tutti i motivi di cui sopra. Volendo seguire la "scaletta da Oscar" do voto 10 a regia, fotografia, montaggio, scenografie, costumi, musiche, persino ad Emma Stone (per non sembrare troppo critica non faccio nomi ma in un mese ho comunque già visto almeno due attrici nettamente superiori). Però. Però mi ha trasportata in un mondo da sogno come dovrebbe fare ogni musical che si rispetti, facendomi uscire dalla sala con la voglia di cantare, ballare e fare l'attrice o la musicista? Assolutamente no, a quello piuttosto quest'anno ci ha pensato Sing. Sing, santo Dio, il cartone animato con i maiali ballerini. Però. Però ho desiderato ardentemente di limonare con Gosling o di essere Emma Stone, di poter vivere una storia d'amore come la loro? Neanche per sogno, ve lo giuro, troppo costruita a tavolino come relazione, anche per un musical, e troppo prevedibili i risvolti della stessa, con in più una punta di fastidioso maschilismo (solo io ho notato che, alla fine, Mia passa per la stronza di turno quando Sebastian, poverello, si sputtana assieme a John Legend solo per fare piacere a lei e alla fine le prepara pure la strada per diventare attrice?): i tentacoli di Arrival e i santini di Scorsese mi hanno toccata molto più nel profondo. Con tutti questi però, La La Land è comunque un film da andare a vedere e lo consiglio spassionatamente a tutti, persino a chi non ama il musical, perché come spettacolo cinematografico è davvero grandioso e se solo il sentimento che lo muove fosse stato altrettanto grandioso probabilmente a quest'ora avrei bruciato i santini di Tarantino per far posto a quelli di Chazelle, solo non stavolta. Not quite my tempo, Damien.


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Sebastian), Emma Stone (Mia), J. K. Simmons (Bill) e Finn Wittrock (Greg) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Everett Scott interpreta David. Americano, ha partecipato a film come Music Graffiti, Un lupo mannaro americano a Parigi e a serie come E.R. Medici in prima linea, Will & Grace, Z Nation, Criminal Minds e Scream: The TV Series. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 47 anni e tre film in uscita.


Emma Watson ha rinunciato al ruolo di Mia in quanto impegnata nelle riprese de La bella e la bestia, mentre Ryan Gosling (che ha sostituito Miles Teller, al quale era stato proposto di interpretare Sebastian) ha rinunciato al ruolo della Bestia proprio per partecipare a La La Land; John Legend, che canterà proprio il tema portante del nuovo film Disney, compare invece in La La Land nel ruolo di Keith, per il quale ha dovuto imparare a suonare la chitarra. Al film partecipa anche Olivia Hamilton, la moglie di Chazelle, che interpreta l'attrice che chiede di essere rimborsata per la brioche col glutine. Detto questo, se La La Land vi fosse piaciuto recuperate Cantando sotto la pioggia, Moulin Rouge!, The Artist e Whiplash ai quali aggiungerei altri film che però non ho visto, come Les parapluies de Cherbourg. Guy and Madeleine on a Park Bench, Spettacolo di varietà e Josephine. ENJOY!

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa (2015)

Il secondo filmone visto questa settimana è stato La grande scommessa (The Big Short), diretto nel 2015 dal regista Adam McKay e tratto dal libro omonimo di Michael Lewis.


Trama: in diverse zone d'America alcuni investitori captano i segnali di quella che sarebbe diventata la crisi finanziaria più devastante dell'economia mondiale e "scommettono" contro le banche, ree di avere speculato per anni sul mercato immobiliare americano e sui mutui...



Oddio, spero di non aver scritto una castroneria su nella trama. D'altronde, nonostante le lezioni di gente come Margot Robbie, Selena Gomez e lo chef Anthony Bourdain, del gergo tecnico utilizzato in La grande scommessa avrò capito sì e no il 40 %, il resto mi veniva pietosamente spiegato sequenza dopo sequenza dal Bolluomo, seduto accanto a me e molto interessato alla Robb.. ehm... all'argomento trattato. Cosa che, per inciso, mi ha fatto uscire dalla sala ancor più convinta del fatto che il mondo della finanza si basi essenzialmente su Aria Fritta e venga mandato avanti soltanto da chi è più bravo ad inchiappettare i poveri risparmiatori intortandoli con un gergo tecnico atto a celare indicibili mastruzzi al limite della legalità. O, come dice tristemente Ryan Gosling, del fatto che l'economia americana in particolare e quella mondiale in generale si basino sulla stupidità. La stupidità dei piccoli risparmiatori quali potrei essere io ma anche degli squali che si arricchiscono sulle spalle degli altri e non vedono più in là del loro naso. Avete presente il Jordan Belfort di Leonardo Di Caprio e lo sguardo tra l'esilarante e il compiaciuto che gli ha tributato Scorsese? Ecco, dimenticatelo. Adam McKay, col suo stile irriverente e scoppiettante, non celebra le fauci dei lupi di Wall Street ma li sputtana nel modo più spietato possibile, dipingendoceli come un branco di esseri dabbene che masticano le loro prede e le sputano per poi reimpastarle e darle in pasto ad altre bestie come loro, fregandosene delle conseguenze quando va bene oppure ignorandole completamente quando va male. I protagonisti de La grande scommessa decidono di scagliarsi contro questo sistema corrotto, "scoprendone" le magagne (o meglio, i segreti di Pulcinella) a poco a poco, ma non sono dei Cavalieri senza macchia paladini dei risparmiatori, occhio. Guardandosi bene dallo smascherare banchieri, agenzie di rating corrotte e compiacenti oppure broker senza scrupoli, i pochi che sapevano hanno scelto di tenersi le informazioni per sé ed arricchirsi, qualcuno rimandando il momento della vendita delle azioni a causa di devastanti rimorsi di coscienza (come il personaggio di Steve Carell), qualcun altro lottando contro i mulini a vento per andare incontro ai propri clienti inferociti solo per il gusto di dimostrare di avere ragione (come Christian Bale).


Della trama non mi arrischio a dire null'altro, ché non vorrei scrivere delle fregnacce. Quello che ha capito persino una testona come me è che Adam McKay è riuscito a creare una commedia incredibilmente drammatica, la serissima rappresentazione di una farsa andata avanti per anni sotto gli occhi di tutti, coperta dalla pacifica ignoranza della gente comune e dalle consapevoli furberie degli addetti al settore. Il regista utilizza toni vivaci, aiutato da una sceneggiatura e dei dialoghi scoppiettanti, per descrivere quella che, in sostanza, è stata una tragedia di portata mondiale che ha lasciato senza soldi e senza lavoro milioni di americani e stroncato l'economia di Paesi deboli come la Spagna e la Grecia (l'Italia si è salvata per il rotto della cuffia come nazione ma per quel che riguarda le persone stendiamo un velo pietoso...); il film che nasce da questa scelta di stile è una pellicola frammentata, dove l'andamento della narrazione viene spesso interrotto da spezzoni di notiziari, gossip, video, filmini amatoriali, citazioni, scritte in sovrimpressione, tutto quanto serva a contestualizzare gli eventi e sottolineare la beata incoscienza di un popolo che stava per assistere al crollo di tutte le sue certezze eppure continuava a fare la stessa, ignorantissima vita di sempre. La grande scommessa è diviso idealmente in tre capitoli e ad ogni capitolo corrisponde un passo in più verso la "fine del mondo" raccontata in prima persona dal bieco Jared Vennett di Ryan Gosling, voce narrante che spesso rompe il muro della quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, prendendolo in giro, istruendolo (durante le già citate e geniali lezioni di "economia for dummies") e rendendolo, di fatto, complice del gioco condotto dal personaggio ai danni degli altri protagonisti. Questi ultimi, nonostante vengano caratterizzati con pochissimi tratti ed alcune sequenze piazzate ad hoc, sono talmente ben scritti che riescono a bucare lo schermo nonostante le poche informazioni che abbiamo su di loro, il resto lo fanno gli attori della madonna che compongono il cast. Citare Gosling, Bale e Carell sarebbe inutile, parliamo ormai di tre mostri sacri capaci di scaldare il cuore ad ogni cinefilo e di far risaltare col loro carisma anche l'ultima delle comparse, permettetemi quindi di cambiare un po' e di magnificare le lodi di due sorprese come Jeremy Strong e l'ormai adoratissimo Finn Wittrock: il primo è un meraviglioso contraltare del personaggio di Carell ed incarna la parte "pasionaria" di chi vorrebbe cambiare il sistema da dentro e diffida giustamente di tutti, persino di un superiore che è quasi un padre, mentre il secondo ormai può veramente interpretare qualunque personaggio ed è bellissimo vederlo per una volta nei panni del ragazzino colmo di entusiasmo invece che in quelli del serial killer o di qualsivoglia antagonista. Insomma, si è capito che La grande scommessa mi è piaciuto proprio tanto? D'altronde non potevo aspettarmi altro da chi mi ha regalato il mitico The Anchorman!


Del regista Adam McKay ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Jared Vennett), Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Karen Gillan (Evie) e Margot Robbie (se stessa) li trovate invece ai rispettivi link.

John Magaro interpreta Charlie Geller. Americano, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Carol. Ha 33 anni e due film in uscita.


Finn Wittrock interpreta Jamie Shipley. Americano, lo ricordo soprattutto per le partecipazioni alla serie American Horror Story, inoltre ha recitato in film come Noah e altre serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 32 anni e due film in uscita.


Nel film, oltre a Margot Robbie, compaiono altre due celebrità a spiegare i difficili concetti finanziari espressi nel film, ovvero lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez; in realtà, nello script al posto della Robbie avrebbe dovuto esserci Scarlett Johansson e al posto della Gomez l'accoppiata Beyonce/Jay Z. Se La grande scommessa vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street! ENJOY!

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