martedì 9 settembre 2025

I Roses (2025)

Non so nemmeno io perché ma, spinta da curiosità, lunedì sono andata a vedere I Roses (The Roses), diretto dal regista Jay Roach e tratto dal romanzo La guerra dei Roses di Warren Adler.


Trama: dopo un colpo di fulmine e un matrimonio durato dieci anni, qualcosa si spezza nell'idillio tra la cuoca Ivy e l'architetto Theo, che devono correre ai ripari prima di perdere tutto ciò che hanno di importante...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti e lo ricordavo ancora benissimo, anche se non lo avessi riguardato in occasione dell'uscita di questa rilettura del romanzo di Warren Adler. Uso il termine rilettura, perché anche se il succo della vicenda è la stessa, tra una casa contesa e sentimenti che si raffreddano fino a trasformarsi in odio, la sceneggiatura di Tony McNamara (lo stesso di La favorita e Povere creature!) si concentra, fin dal titolo che lascia cadere il termine "guerra", esclusivamente sui Roses. Sulle due individualità che compongono la coppia, sullo sviscerare, senza un attimo di pausa, i rispettivi pensieri, le riflessioni sul proprio carattere, le convinzioni relative all'educazione dei figli, i problemi e le soddisfazioni lavorative. I Roses 2.0 sono figli della generazione Z, che necessita di essere presa per mano e affrontare i conflitti spiegazione dopo spiegazione, anche a costo di ribadire l'ovvio, tanto che la sofferenza dell'architetto Theo, costretto a diventare "mammo" dopo aver perso ogni oncia di prestigio, è costellata di monologhi in cui il personaggio si ammonisce a non essere un maschio tossico ed invidioso, ma non solo. Tra dialoghi e monologhi, quello de I Roses è uno stream of consciousness in cui wit inglese, punzecchiature e pensieri messi in parole danno voce a due persone confuse che la guerra non vogliono proprio farla, ma che a un certo punto decidono che il loro ego è più importante di tutto il resto, e proprio nel momento in cui l'altro avrebbe più bisogno di aiuto. E' il grido disperato di un uomo narcisista che mal sopporta il successo della moglie, e di una donna che vorrebbe tutti i pro di carriera e famiglia e nessun contro, un grido che esplode quando i due, privi di figli e lavoro a distrarli, sono costretti finalmente ad affrontarsi e rivelarsi come due persone fondamentalmente piccine e superficiali, quindi perfette l'uno per l'altro. I Roses è, dunque, un film cerchiobottista che sceglie di appesantirsi stordendo lo spettatore di parole, facendo tutto sommato una satira innocua delle coppie moderne e di alcuni vezzi tutti americani (i figli, in questa versione della storia, sono usati in maniera egregia) e puntando su un registro più demenziale che grottesco, cosa che smorza parecchio l'amarezza e il pessimismo della vicenda originale. 


Fortunatamente, I Roses è anche un film graziato da una coppia di ottimi attori, anche se sarebbe meglio goderseli in lingua originale visto che buona parte dell'umorismo viene dallo scontro culturale tra inglesi e americani. Olivia Colman e Benedict Cumberbatch hanno un'alchimia tutta particolare, risultano affascinanti e carismatici pur non essendo delle bellezze canoniche, e le loro espressioni spesso stralunate fungono da perfetto contraltare ad un mondo di comprimari idioti. Questo però, a mio parere, è un altro difetto del film. Non è che non abbia riso davanti alla coppia formata da Andy Samberg e Kate McKinnon, quest'ultima pazza come non mai, ma tra loro, l'amico architetto stronzo e le due macchiette etniche di Ncuti Gatwa e Sunita Mani, c'erano troppi elementi bizzarri atti a distrarre dal fulcro della vicenda e, soprattutto, molta poca verosimiglianza, visto che sembra di avere avanti delle caricature più che delle persone vere. Apprezzabilissimo, invece, il lavoro svolto a livello di scenografia, arredamento e "cucina". Il gusto della splendida casa che diventa il pomo della discordia è stato aggiornato, diventando il sogno di ogni architetto moderno, e c'è da togliersi il cappello davanti all'abilità dello scenografo Mark Ricker, che ha ricostruito gli ambienti in studio. Il genio e l'ego di Theo vengono così ottimamente rappresentati, mentre l'estro creativo e la volontà di Ivy di essere anticonformista a tutti i costi trovano espressione negli splendidi piatti e nelle particolari torte degustati dai vari personaggi. In definitiva, I Roses non è un film da buttare e, appena sarà disponibile in streaming, credo che lo guarderò in lingua originale sperando di apprezzarlo di più, ma mi ha lasciata tutto sommato abbastanza fredda e in molti punti ho provato persino noia. Fortunatamente, c'è sempre il bluray del film di DeVito, di cui spero di riuscire a parlare nei prossimi giorni. 


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Olivia Colman (Ivy Rose), Benedict Cumberbatch (Theo Rose), Kate McKinnon (Amy), Andy Samberg (Barry), Sunita Mani (Jane) ed Allison Janney (Eleanor) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ncuti Gatwa
, che interpreta Jeffrey, è stato Il dottore delle recenti stagioni di Doctor Who. Se I Roses vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, La guerra dei Roses. ENJOY!

venerdì 5 settembre 2025

2025 Horror Challenge: Ghostwatch (1992)

La challenge horror di oggi prevedeva la visione di un'opera diretta da una donna. Ho scelto così Ghostwatch, film per la TV diretto dalla regista Lesley Manning nel 1992.


Trama: La notte di Halloween, un programma televisivo presenta una diretta da una casa presumibilmente infestata. La serata comincia all'insegna dello scetticismo, ma qualcosa di terribile inizia a succedere...


Ghostwatch
è un'altra di quelle opere di cui ho sentito parlare moltissimo e bene, nel corso degli anni, tuttavia non ero mai riuscita a vederla finché non è arrivato il momento di sceglierla per la challenge. Ghostwatch è anche uno dei motivi per cui mi piacerebbe avere una macchina del tempo e poter vivere in prima persona la notte di Halloween del 1992, quando la BBC ha mandato in onda, per la serie antologica Screen One, il mockumentary diretto da Lesley Manning, causando enorme scompenso in tutti quei telespettatori che o non hanno fatto caso alla schermata iniziale, oppure hanno acceso la TV in medias res; anzi, vorrei proprio essere stata una di quegli spettatori, visto che all'epoca avevo 11 anni, e poter dire di aver vissuto un ghost panic talmente reale da aver generato critiche, denunce e persino (purtroppo) causato un suicidio. Il fatto è che, nonostante il blando "avvertimento" iniziale, in cui si derubricava Ghostwatch a mera fiction, il film TV della Manning è realizzato con tutti i crismi ed è estremamente verosimile dall'inizio fino agli ultimi cinque minuti. In primis, perché coinvolge celebrità televisive dell'epoca conosciute per programmi reali, come i presentatori Michael Parkinson e Sarah Greene (qui presente come inviata, all'epoca presentatrice di un programma TV per bambini, nel quale ha dovuto dichiarare di stare bene, durante i giorni successivi alla messa in onda di Ghostwatch); poi, perché ha la stessa struttura di un programma in diretta, con un presentatore in studio, affiancato da un'esperta di paranormale, che segue e commenta il collegamento esterno in cui gli inviati intervistano gli abitanti del quartiere oppure, nel caso di Sarah Green, riprendono assieme a una troupe gli avvenimenti che accorrono all'interno di una casa presumibilmente infestata. Il tutto, mentre un centralino raccoglie le telefonate in diretta degli spettatori, ai quali viene chiesto di raccontare le loro esperienze paranormali, chiacchierandone appunto con Parkinson e con l'esperta che lo affianca in studio. Probabilmente, non vi sto rendendo l'idea di quanto sia perfetta l'illusione creata dalla Manning e dallo sceneggiatore Stephen Volk. In pratica è come se, nel 1992, Maurizio Costanzo avesse condotto una diretta a tema, sfruttando Cristina Parodi come inviata, testimoniando impotente non solo come la povera Parodi si trovasse sempre più in difficoltà con gli avvenimenti sovrannaturali accorsi in casa durante il collegamento, ma ricevendo telefonate sempre più inquietanti e legate alla diretta in corso, affiancato da un'esperta sempre più preoccupata e incerta, mentre sullo schermo cominciavano a mostrarsi strane ma inequivocabili manifestazioni di qualcosa di "sovrannaturale". Considerato quanta gente, all'epoca, si ritrovava le dita legate a causa di Giucas Casella, probabilmente ci saremmo tutti cagati in mano.


Visto "in differita", dopo decenni di mockumentary visionati a casa o al cinema, ovviamente Ghostwatch perde il vantaggio dell'illusione quasi perfetta, ma non risulta meno efficace. La sua natura, a patto di stare al gioco, lo rende molto coinvolgente e spaventoso, in particolare per il modo progressivo in cui il pericolo (già di per sé inquietante) legato alla casa da cui va in onda il collegamento si estende alla relativa sicurezza di uno studio televisivo, "protetto" dal cinico distacco di un presentatore razionale e scafato. Inizialmente, lo spettatore si ritrova testimone di ombre sbagliate, figure umanoidi confermate da poche telefonate assimilabili a episodi isterici, dopodiché i dettagli stridenti aumentano, diventando inequivocabili, così come la sensazione di trovarsi di fronte ad un pericolo insidioso e molto più articolato di una banale casa infestata. Per quanto mi riguarda, ho visto Ghostwatch in casa da sola, al buio, e ammetto di avere avuto parecchie difficoltà a prepararmi per andare a dormire dopo la visione, non tanto per il finale un po' "baracconesco", quanto per il fastidio causatomi da effetti sonori inquietanti, porte che si spalancano su un'oscurità terrificante, la generale sensazione di stare assistendo ad eventi orchestrati da un malvagio burattinaio invisibile, pronto a sfruttare il desiderio di sensazionalismo tipico della televisione, accompagnato da quella superficialità supponente di cui non ci si pente se non quando è ormai troppo tardi. Una superficialità che, per inciso, la BBC non ha mai più mostrato, almeno per quanto riguarda Ghostwatch: il film è stato bandito dalla televisione inglese (all'estero è stato invece trasmesso da alcuni canali), ed è stato distribuito in DVD solo 10 anni dopo, per il suo anniversario. Parlare di superficialità è però improprio. Purtroppo, Ghostwatch è un esempio di televisione all'avanguardia, intelligente a livello di scrittura e di messa in scena, e si sa che il pubblico televisivo è fondamentalmente stupido, tanto quanto la critica del settore è feroce. Forse sarebbero serviti avvertimenti ancora più chiari di quelli inseriti dalla BBC prima della messa in onda, ma così non avremmo avuto l'oggetto di culto che è oggi Ghostwatch, con tutto il suo codazzo di leggende metropolitane annesse, né tutta una serie di mockumentary,  a partire da The Blair Witch Project, che a quest'opera devono moltissimo, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui giocano con le aspettative e i dubbi dello spettatore. Se non avete mai visto Ghostwatch recuperatelo, non ve ne pentirete! 

Lesley Manning è la regista del film, nonché la voce di Mary Christopher. Inglese, ha diretto film come The Agent, Leila e Honeycomb Lodge. E' anche produttrice, sceneggiatrice e attrice.


Nel 2013 è uscito il documentario Ghostwatch: Behind the Curtains, dedicato alla realizzazione del film e alle reazioni suscitate dopo la sua messa in onda. Non ho ancora avuto modo di vederlo ma, se Ghostwatch vi è piaciuto e l'argomento vi interessa, non posso fare altro che consigliarvelo! ENJOY! 

mercoledì 3 settembre 2025

Hallow Road (2025)

Nella sfera social horror che conta, la settimana scorsa si è fatto un gran parlare di Hallow Road, diretto dal regista Babak Anvari, quindi ho deciso di recuperarlo il prima possibile.


Trama: Maddie e Frank ricevono una telefonata dalla figlia, rimasta coinvolta in un incidente. I due partono in macchina per andare ad aiutarla, ma cominciano a succedere cose strane...


Hallow Road
è uno di quei film che, forse, non sarebbero da definire horror tout court. La maggior parte degli spettatori, infatti, potrebbero lamentarsi perché, nel corso del film, "non succede nulla", non si vede niente di spaventoso, non ci sono scene splatter né jump scares. Eppure, Hallow Road, per quanto mi riguarda, E' un horror, perché è interamente giocato su atmosfere più che angoscianti e sfrutta il non visto per spalancare un abisso di terrificanti possibilità interamente immaginate o, ancor peggio, ragionate a seguito della visione. Purtroppo, per chi apprezza solo le opere chiare dall'inizio alla fine, Hallow Road non offre risposte né soluzioni, ed ha un finale definitivo ma aperto, che non spiega, di preciso, cosa sia successo ad Alice durante la fatidica notte raccontata nel film. Hallow Road si apre con una lenta carrellata su un sottobosco notturno, che si conclude con l'immagine di una scarpa da ginnastica insanguinata, dopodiché presenta un'altra lenta carrellata, questa volta di una sala da pranzo in cui una cena è stata lasciata a metà e durante la quale si è rotto un bicchiere. E' passato del tempo dalla cena, perché Maddie e Frank, i padroni di casa, dormono entrambi e vengono prima svegliati dall'allarme antincendio scattato senza apparente motivo e, poi, costretti ad uscire dalla telefonata della figlia Alice, che comunica di avere avuto un incidente. La trama del film, scritta da William Gillies, verte interamente sul dialogo telefonico tra Alice e i suoi genitori, e l'unica cosa certa, per lo spettatore, è ciò che accade all'interno della macchina, durante il viaggio verso Hallow Road; ciò che invece accade nel luogo in cui si trova Alice, che noi non vediamo mai, è affidato interamente alle parole di una narratrice inaffidabile (giovane, preda dello shock, probabilmente alterata da sostanze stupefacenti) e agli inevitabili limiti del mezzo telefonico, tra linee che cadono e utenti irraggiungibili, atti a creare ancora più buchi all'interno di una storia di cui non è facilissimo rimettere insieme i pezzi. A un certo punto, poi, subentrano eventi inspiegabili a scombinare ancor più le carte, e l'orrore, che prima faceva affidamento sul montaggio e sulla bravura degli interpreti, diventa un incubo sonoro, fatto di violenti suoni scricchiolanti, da fare accapponare la pelle, e voci misteriose ma stranamente familiari.


Ricamare ulteriormente sulla trama di Hallow Road sarebbe un po' un delitto ma, oltre all'inquietudine legata alla comprensione di ciò che è accaduto ad Alice, c'è anche l'angoscia di vedere due esseri umani che, messi in condizioni di profondo stress, vomitano tutto ciò che li tormenta, nascosto a loro stessi e alla famiglia, mostrandosi nudi di fronte a verità dolorose e rendendosi conto, tragicamente, che il male, troppo spesso, ce lo attiriamo addosso con i nostri silenzi, la testardaggine e la diffidenza. In questo, Hallow Road non funzionerebbe senza l'incredibile bravura dei due attori principali. Rosamund Pike si riconferma un'attrice impressionante, un mostro di controllo che, a poco a poco, si sgretola rivelando una fragilità tristemente umana; Matthew Rhys le tiene testa nei panni di un uomo buono, ma disabituato al vedere andare all'aria i suoi progetti, pronto ad arrivare a conseguenze estreme pur di non deviare dal percorso stabilito per sé o per gli altri. Ai due grandissimi attori è consentito brillare grazie alla sinergia tra il regista Babak Anvari e il montaggio di Laura Jennings, la quale scandisce alla perfezione il ritmo della vicenda con tantissimi, importanti stacchi in grado di rendere incredibilmente vario quello che, potenzialmente, avrebbe rischiato di essere un noioso film ridotto ad un singolo ambiente, per di più buio. Invece, regia e montaggio catturano l'interesse dello spettatore alimentandone l'ansia (la sequenza della rianimazione cardiopolmonare è magistrale, spinge proprio a seguire le istruzioni di Maddie, muovendosi a ritmo con le sue mani esperte), dirigendo lo sguardo verso dettagli inquietanti, creando un importantissimo legame con una persona che non vediamo mai se non in foto, e per quanto mi riguarda questo è grande cinema. Ho un paio di teorie sul finale e, in generale, sull'intera vicenda, ma se volete ne parliamo nei commenti. Intanto, vi consiglio di recuperare appena possibile questo film (lo trovate a noleggio su tutte le piattaforme di streaming legale), tenendo in conto però che vi aspetta una serata all'insegna dell'ansia!


Del regista Babak Anvari ho già parlato QUI. Rosamund Pike (Maddie/voce della signora gentile) e Matthew Rhys (Frank/voce dell'uomo gentile) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 2 settembre 2025

Il sorpasso (1962)

A Ferragosto ho deciso di guardare un film che, con mia somma vergogna, non avevo mai visto prima, nonostante sia un cult famosissimo, ovvero Il sorpasso, diretto e co-sceneggiato nel 1962 dal regista Dino Risi.


Trama: Bruno Cortona, fannullone rimasto solo a Ferragosto, per una serie di circostanze invita un ragazzo appena conosciuto, lo studente Roberto Mariani, a fargli compagnia durante la festività...


Mi ci sono voluti decenni, e un post su Facebook della mia sistah Alessandra, per decidere di fare ammenda ed affrontare, finalmente, una pietra miliare della commedia all'italiana. Che poi, ha senso parlare di commedia nel caso de Il sorpasso? Cercherò di non fare spoiler, perché magari, tra i lettori, c'è qualche bestia ignorante come me vittima di lacune enormi, ma Il sorpasso racchiude in sé tanta di quella amarezza da bastare per giorni, altro che allegria di Ferragosto. Anzi, Il sorpasso ha proprio il sapore triste delle feste comandate, quelle in cui bisogna divertirsi ad ogni costo ed ostentare, sempre e comunque, senza rimanere mai soli, altrimenti sai che vergogna; probabilmente, se oggi decidessero di girare un inopportuno remake, Bruno sarebbe un influencer, o comunque uno di quelli che riempie i suoi social di status accattivanti, con foto di luoghi esclusivi, piatti raffinati, sorrisoni a cinquanta denti e abbondanza di grazie femminili. La verità, con tutto il bene che voglio a un Gassman affascinante e gigione, è che Bruno è un uomo vuoto come la società del boom economico anni '60 rappresentata nel film, una persona invadente e sbruffona che probabilmente manderei a cagare dopo dieci minuti. Nelle sue grinfie, poverino, finisce lo studente Roberto, il quale vorrebbe passare una tranquilla giornata sui libri, magari nell'attesa che compaia la sua vicina di casa, di cui è segretamente innamorato. Roberto si ritrova ad essere l'unico abitante di una Roma vuota, quindi il solo a cui Bruno può chiedere di telefonare a degli amici che (possiamo dar loro torto?) hanno scelto di non aspettarlo e di passare il Ferragosto senza di lui. Piuttosto che rimanere solo, Bruno decide di trascinare Roberto in due folli giornate on the road, a bordo di una Lancia Aurelia lanciata a tutta birra per le strade del Lazio prima e della Toscana poi. Nel corso del viaggio Roberto, così come lo spettatore, ha modo di istaurare con Bruno un rapporto di amore e odio, una fascinazione che gli impedisce di essere risoluto nei suoi saltuari tentativi di tornare a casa per conto proprio; il modo di vivere libero e sfacciato di Bruno, così diverso da quello del timido Roberto, apre la mente del ragazzo a possibilità mai prese in considerazione, sul mondo e sui propri famigliari, sull'amore e le donne, ma anche su se stesso. 


Per quanto riguarda Bruno, invece, Roberto è una delle tante "comparse" di una vita vissuta sempre ai 130 all'ora, curandosi degli altri solo quando sono necessari ad alimentare vanità ed egoismo, magari a scroccare una cena o una scopata. Bruno percepisce il vuoto che lo divora, lo si evince da alcune espressioni, da alcuni dialoghi, dall'irrequietezza che fa del personaggio un uomo sempre in movimento; da questo vuoto, Bruno è in fuga perenne, e probabilmente Roberto rappresenta una momentanea ancora di salvezza, un giovane animo malleabile da impressionare, sì, ma forse anche "educare", in un modo tutto distorto, almeno finché non arriverà qualcos'altro a cui aggrapparsi. E' soprattutto per questo che Il sorpasso mette tristezza, per la profonda differenza dell'importanza che Roberto e Bruno rivestono l'uno per l'altro. Questo, ovviamente, prima dello scioccante finale, che arresta il ritmo scatenato del film con una brusca frenata e un'inquadratura da pelle d'oca sul volto sconvolto di chi, per la prima volta in vita sua, si ritrova faccia a faccia con quel vuoto, quella solitudine da cui cerca di fuggire da sempre. A proposito di ritmo scatenato, la regia di Dino Risi è molto originale e varia. Le riprese delle corse forsennate della Lancia sono da mal di mare e, viste con gli occhi di chi non ha mai vissuto un'epoca di tale "libertà" stradale, sono al tempo stesso esilaranti e angoscianti. In esse, come nella scelta di utilizzare un "io pensante", la voce fuoricampo di Roberto che esterna i pensieri del ragazzo, si sente molto la mano dell'autore, ma personalmente ho apprezzato tantissimo anche gli inserti quasi documentaristici de Il sorpasso, quelle sequenze corali in cui il regista lascia che gli usi e costumi dell'epoca vivano sullo schermo senza filtri. Sembra quasi di trovarsi in una macchina del tempo, e non è difficile lasciarsi catturare dal fascino materialistico di un momento storico in cui tutto sembrava possibile, la povertà della guerra solo un incubo lontano, cancellato da automobili da corsa, sigarette, alcool, abiti e pettinature all'ultima moda, provocanti bikini e juke box. Ne Il sorpasso, si respira la speranza di affrancarsi da una vita retta ma banale, di venire portati via almeno per un paio di giorni dalla monotonia e dall'angoscia di un futuro inquadrato (col posto fisso, moglie/marito, figli), facendo un tuffo nel mare accompagnati da canzonette leggere. E forse, è per questo che guardarlo in un 2025 dove questa sciocca innocenza non esiste più, dove ci si sente stupidi anche solo a pensare di potersi distrarre per un giorno, mette ancora più tristezza. 


Del regista e co-sceneggiatore Dino Risi ho già parlato QUI mentre Jean-Louis Trintignant, che interpreta Roberto Mariani, lo trovate QUA.

Vittorio Gassman interpreta Bruno Cortona. Nato a Genova, lo ricordo per film come Riso amaro, I soliti ignoti, La grande guerra, L'armata Brancaleone, Brancaleone alle crociate, Profumo di donna, C'eravamo tanto amati, Il deserto dei tartari, I nuovi mostri, Caro papà, Sono fotogenico e Sleepers. Anche sceneggiatore e regista, è morto nel 2000, all'età di 78 anni. 


Catherine Spaak
interpreta Lilli Cortona. Francese, la ricordo per film come L'armata Brancaleone, Il gatto a nove code, Febbre da cavallo, Rag. Arturo De Fanti bancario-precario, Io e Caterina; inoltre, ha partecipato a serie come Un medico in famiglia. Anche sceneggiatrice, è morta nel 2022, all'età di 77 anni. 


venerdì 29 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Maniac (1980)

Il tema della challenge horror, questa settimana, era Slasher: Classic era. Ho scelto così Maniac, diretto nel 1980 dal regista William Lustig. Se volete vederlo, potete trovarlo all'interno del catalogo Prime Video senza abbonamenti/acquisti aggiuntivi, ma attenzione perché la versione presenta tagli drastici in tutte le scene clou o vagamente splatter, e dovrete ricorrere agli spezzoni di Youtube o Vimeo per avere il quadro completo dell'opera.


Trama: Frank Zito, traumatizzato da una madre violenta, gira per la città di New York uccidendo giovani donne, per poi inchiodare i loro scalpi sui manichini che popolano il suo appartamento...


Come sempre, Maniac era un altro di quegli horror cult e imprescindibili che, fino a qualche giorno fa, avevo solo sentito nominare. Nonostante, come ho scritto sopra, la versione presente su Prime Video sia mutilata delle scene più scioccanti, Maniac è uno slasher adulto e malato, distante, come idea di fondo, da quella del boogeyman che si accanisce contro vittime solitamente giovani e stupide. Il film di Lustig racconta, infatti, una storia di profondo disagio urbano, attraverso gli occhi di un uomo che, come si evince dai dialoghi e da alcune allucinazioni che diventano invasive e mortali sul finale, ha passato l'infanzia seviziato da una madre orribile. Questo trauma si traduce nello straziante, perverso desiderio di uccidere donne, togliere loro lo scalpo ed inchiodarlo su dei manichini, trasferiti poi nello squallido, claustrofobico monolocale dove Frank passa le sue notti. Lo sguardo del regista, e la sceneggiatura alla quale ha collaborato anche Joe Spinell, l'attore che interpreta Frank, non è mai indulgente verso quest'ultimo; Frank Zito è un'ulteriore involuzione del Norman Bates di Psyco, e ciò che fa non è giustificabile, nemmeno a fronte di un'infanzia orribile. Piuttosto, Zito diventa la personificazione dell'alienazione urbana, di un male che sta ai margini di una "civiltà" fatta di persone che spesso si limitano a sopravvivere, oppure si perdono in un vortice di individualismo, opportunità mancate e legami labili, che durano il tempo di un lavoro (ciò vale per le prostitute, ovviamente, ma anche per fotografe, fotomodelle, infermiere, tutte vittime di una profonda solitudine, a prescindere da quanto sia"glamour" la loro vita). Perse in una città caotica, queste donne (e alcuni uomini con loro) diventano le vittime perfette di un uomo che vive esclusivamente all'interno della propria testa, dialogando con la madre defunta e col bambino che era un tempo, disperatamente desideroso di un contatto ma anche disgustato dalla natura di un'umanità di cui, inevitabilmente, ha una percezione distorta. Avere attorno dei manichini, resi "vivi" dai capelli di donne reali, è il perverso surrogato di una comunione col prossimo altrimenti ingestibile, se non per i pochissimi istanti in cui Frank riesce a "mascherarsi" da essere umano, risultando persino una compagnia piacevole per le donne così sfortunate da incontrarlo.


L'idea di unire aspetti tipici dello slasher anni '80 a un ritratto di serial killer che si sarebbe affermato solo anni dopo al cinema, è l'elemento che mi ha impedito di annoiarmi, come spesso mi accade guardando slasher puri, e mi ha fatto provare un disagio costante. Questa sensazione è legata anche ad un paio di aspetti tecnici. Partendo dal più "professionale", Maniac è un film girato con uno stile abbastanza grezzo e documentaristico, questo perché Lustig e Spinell non avevano sempre i permessi necessari per filmare gli esterni a New York, il che si traduceva in riprese rapide, realizzate quasi di straforo, con l'ansia di un controllo della polizia sempre sul collo (ciò vale, soprattutto, per la famigerata scena in cui la testa di Savini esplode in un trionfo di sangue, che ovviamente è stata tagliata nella versione del film presente su Prime Video). Tutto ciò conferisce a Maniac una rozza verosimiglianza assente in altri film, e si ha l'illusione di camminare per le strade di New York in mezzo ad ombre da cui potrebbe saltare fuori qualsiasi malintenzionato, pronto a gettarci in mezzo a vicoli maleodoranti e sporchi, dove il nostro cadavere rischia di non venire mai trovato. L'altro aspetto è, invece, puramente "personale". Oggettivamente, Joe Spinell offre un'interpretazione grandiosa, si annulla in un personaggio sgradevole trascinando lo spettatore nel suo mondo allucinato, ma mentirei se dicessi che non ho provato schifo a pelle, prima ancora che il film entrasse nel vivo, per quest'uomo baffuto, sudaticcio, leppegoso; vedere la bellissima Caroline Munro interagire col rattuso Spinell con intenti più che amichevoli, tra cene, telefonate entusiaste e baci sulle guance mi ha causato più di un conato. Lo so, il body shaming è una pratica orribile e io sono una brutta persona, ma lo stesso eew, no, grazie.  Tornando un po' più seri, sottolineerei anche come Maniac abbia un comparto effetti speciali pratici di tutto rispetto. Savini si è letteralmente superato, andando spesso oltre i limiti del buongusto anche per questo genere di film (sapete che ho una fissazione per i video nasties banditi in Inghilterra; Maniac non rientra nella lista ma ci è andato molto vicino e la sua versione non censurata è stata distribuita solo nel 2022 nel Regno Unito), e il finale allucinato, che vira nel sovrannaturale, lascia letteralmente a bocca aperta per la ferocia e il profluvio di sangue che lo caratterizza. Credevo che Maniac mi avrebbe fatto schifo oppure mi avrebbe annoiata, invece ho scoperto un film notevole, che vi consiglio caldamente, se apprezzate il genere. 


Di Tom Savini, che interpreta l'uomo che viene ucciso dentro la macchina e ha realizzato gli effetti speciali del film, ho già parlato QUI.

William Lustig è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Poliziotto sadico, Maniac Cop - Il poliziotto maniaco e Maniac cop 3 - Il distintivo del silenzio. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni. 


Joe Spinell
interpreta Frank Zito ed è il co-sceneggiatore del film. Americano, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Taxi Diver, Rocky, Un mercoledì da leoni,  Rocky II, Cruising e Una vedova allegra... ma non troppo. Anche produttore, è morto nel 1989, all'età di 53 anni. 


Caroline Munro
interpreta Anna D'Antoni. Inglese, ha partecipato a film come James Bond 007 - Casino Royale, L'abominevole Dr. Phibes, 1972: Dracula colpisce ancora! e Frustrazione. Ha 76 anni. 


Secondo alcune dichiarazioni di Lustig, il regista Dario Argento avrebbe dovuto essere il co-produttore del film in quanto a Daria Nicolodi, all'epoca sua moglie, era stato offerto il ruolo di Anna; sfortunatamente, la Nicolodi ha dovuto rinunciare in quanto ancora impegnata con le riprese di Inferno, così è sfumata anche la collaborazione con Argento. Pare inoltre che i Goblin fossero il primo gruppo scelto per realizzare la colonna sonora di Maniac, ma alla fine Lustig è ricorso a Jay Chattaway. Non esiste un vero e proprio sequel di Maniac, tuttavia Joe Spinell era rimasto molto scosso dalle accuse di misoginia rivolte al film e, anni dopo, ha proposto al regista Buddy Giovinazzo di realizzare un seguito del film (nonché remake di Psychopath), in cui il presentatore di un programma per bambini si sarebbe messo ad uccidere i genitori colpevoli di abusi; l'idea è diventata un corto promozionale di 10 minuti intitolato Maniac 2: Mr. Robbie, ma la morte improvvisa di Spinell nel 1989 ha fatto sì che il progetto venisse abbandonato. In compenso, nel 2012 è stato realizzato un remake omonimo di Maniac, diretto da Alexandre Aja e con Elijah Wood nel ruolo di Frank Zito, che non ho mai visto ma che vi consiglio comunque di recuperare, nel caso vi fosse piaciuto il film di Lustig. ENJOY!

martedì 26 agosto 2025

Dangerous Animals (2025)

Mi aveva attirata già dal trailer, così, appena è uscito, sono corsa a vedere Dangerous Animals, diretto dal regista Sean Byrne.


Trama: Zephyr è una ragazza dallo spirito libero, che vive alla giornata surfando negli oceani australiani, finché, un brutto giorno, incappa nelle grinfie di un maniaco che si diverte a gettare le persone in pasto agli squali...


Allora, specifichiamo. Il trailer mi aveva attirata per la colonna sonora epica (impressione confermata durante la visione del film, in quanto sono bellissimi sia lo score originale che le canzoni non originali) e per l'idea interessante di un woman vs sharks o, meglio, di un woman vs serial killer with sharks. Poi è successo che sono riuscita a vedere Dangerous Animals in lingua inglese, trovandomi davanti un Jai Courtney dal pesantissimo accento Aussie, e il mio cervello è esploso. Da un lato, la mia parte razionale non poteva che provare disgusto per questo rozzo, laido barcaiolo con problemi psichici, convinto di poter giocare con la vita di ragazze innocenti senza neppure sporcarsi più di tanto le mani, sfruttando poveri squaletti affamati. Ci si impegnano, Sean Byrne e lo stesso Jai Courtney, a rendere repellente Tucker e il suo folle delirio di onnipotenza, tra terrificanti collezioni video e sguardi lubrichi ai danni delle vittime ignare, così come si sforzano a connotare la protagonista, Zephyr, nel modo più cool e positivo possibile; lo spettatore non può non fare il tifo per questo spirito libero, pieno di risorse, il cui terrore più grande è finire prigioniera dopo esserlo stata per tutta la vita e avere trovato un'indipendenza salvifica. E' dunque impossibile non godere di ogni calcio assestato sul muso di Tucker, di ogni goccia di sangue che gli viene spillata con fatica, e verrebbe voglia di percuoterlo forte, per poi gettarlo nell'oceano senza tanti problemi. Questo perché, ovviamente, Tucker è uno stronzo, un uomo convinto di essere un predatore alpha assimilabile, appunto, a uno squalo, e che tutti gli altri siano tanti anelli di una catena alimentare a sua totale disposizione, soprattutto le donne. Purtroppo, ci si è messa la mia parte irrazionale, che possiamo pure definire porcella. Jai Courtney è già di base un discreto figo ma qui, con accento australiano, barba, fisico massiccio sconfinante nel lardominale e carisma da vendere, divora talmente la scena che la mia suspension of disbelief ha domandato più volte: "Ma non sarebbe il caso di lasciare che 'sto tronco di uomo ci appenda e faccia di noi ciò che vuole?". La risposta giusta è NO, attenzione, bambine e bambini alla lettura, ma la carne è debole e, insomma, anche sì. 


Torniamo un attimo seri, dopo esserci asciugati quel rivoletto di bava inopportuno. Oggettivamente, Dangerous Animals è un bel film. Lo è, in primis, perché Byrne, da bravo australiano che si rispetti, conosce le potenzialità del territorio e lo sfrutta al meglio; l'Australia è quel posto dove "nessuno può sentirti urlare" se ti perdi in mezzo alla sua natura incontaminata, e questo vale certamente per il bush sconfinato, ma anche per l'oceano, cosa credete? Protagonista e comprimari, ma anche lo stesso Tucker, davanti a queste immensità naturali ed urbane diventano granelli di sabbia, a un passo dal perdere identità, libertà e vita solo per essersi illusi di avere il controllo o per aver sottovalutato le insidie di un luogo addomesticato, solo in apparenza, dal turismo. Il regista gioca con questi spazi enormi, ne ribalta la valenza affiancandoli al setting claustrofobico ed insalubre della barca di Tucker, ci brucia sotto un sole spietato e ci toglie il fiato immergendoci in un impenetrabile oceano notturno, e tutto questo facendoci persino venire voglia di nuotare con gli squali. Le sequenze che hanno per protagonisti questi giganteschi predatori, infatti, sono bellissime, quasi poetiche (persino poco "finte" nonostante il palese utilizzo di effetti speciali digitali), e riflettono la percezione che gli esseri umani presenti nel film hanno degli squali. L'occhio di Tucker ce li mostra come pedine di un suo gioco perverso, dunque terrificanti spazzini e assassini del mare, asserviti al voyeurismo della sua telecamera, ma sono Zephyr e Heather a rivelarci tutta la maestosa bellezza di questi animali e la loro innocente neutralità, in un paio di scene forse un po' surreali, ma di sicuro di grande impatto. Quindi, correte a vedere Dangerous Animals sul grande schermo, possibilmente cercando un cinema che lo dia in v.o., perché è un ottimo thriller estivo e perché, diciamolo senza paura, Jai Courtney è il pazzo più figo che incontrerete quest'anno sul grande schermo. 


Del regista Sean Byrne ho già parlato QUI

Jai Courtney interpreta Bruce Tucker. Australiano, ha partecipato a film come Die Hard - Un buon giorno per morire, Suicide Squad, Alita - L'angelo della battaglia e The Suicide Squad - Missione suicida. Ha 39 anni e quattro film in uscita. 


Hassie Harrison
, che interpreta Zephyr, ha partecipato anche a Southbound - Autostrada per l'inferno. Se Dangerous Animals vi fosse piaciuto recuperate Lo squalo, Wolf Creek e Wolf Creek 2. ENJOY!

venerdì 22 agosto 2025

2025 Horror Challenge: May (2002)

Il tema della challenge di oggi era Romance Horror, quindi sono finalmente riuscita a guardare May, diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista Lucky McKee.


Trama: May, assistente veterinaria timida ed impacciata, si innamora di un meccanico. Quando quest'ultimo la rifiuta, qualcosa dentro May si spezza...


May
è un altro di quei cult di cui avevo sempre sentito parlare ma non ero ancora riuscita a recuperare. Ben venga la challenge horror, che mi offre motivi per superare la mia pigrizia e la brama di stare dietro alle nuove uscite, perché May si è confermato un film notevole, anche se avevo pochi dubbi che la premiata ditta Angela Bettis/Lucky McKee mi avrebbe delusa. May è un character study dallo spiccato stile indie, le cui atmosfere horror, che all'inizio risultano più disturbanti e weird, esplodono con prepotenza solo nell'ultimo atto, debitore nientemeno che di Frankenstein. La protagonista del film è una ragazza vittima di una profonda solitudine ed incapace di relazionarsi socialmente agli altri, questo perché, fin dall'infanzia, la madre ha ingigantito a dismisura un difetto tutto sommato non invalidante, ovvero un occhio pigro. Costretta a portare una benda da pirata per "cammuffare" il difetto, May è stata isolata e presa in giro dai suoi coetanei; per ovviare al problema, la madre, al grido di "se non riesci a trovare un amico, costruiscitene uno", le regala una bambola chiusa all'interno di una teca di vetro, proibendole categoricamente di toccarla. Tutto ciò, nel tempo, ha reso May un'adulta insicura e priva di esperienze sociali, incapace di giudicare gli altri se non per la perfezione delle loro singole parti (So many pretty parts and no pretty wholes), tragicamente desiderosa di un contatto umano, prima ancora che di amicizia e amore. La protagonista si invaghisce delle mani di Adam, fascinoso meccanico, e del collo della sua collega Polly; prima di approcciare Adam, con modi sinistramente simili a quelli di uno stalker, May si procura delle lenti a contatto onde dissimulare l'occhio pigro e si consulta con la bambola di pezza, allo stesso tempo unica confidente e fulcro negativo di tutto ciò che la rende strana e diversa agli occhi degli altri. Ovviamente, non andrà bene, per nessuno. May è un film che estremizza sensazioni comuni, di cui probabilmente siamo stati quasi tutti vittime, ovvero il terrore della solitudine, di non essere capiti né visti dagli altri, di essere sempre e comunque inadeguati. La personalità della protagonista, inevitabilmente distaccata dal punto di vista empatico, al punto da non distinguere tra un orrore di finzione e le procedure mediche che quotidianamente si ritrova a praticare sugli animali (TW: May è un film particolarmente crudele con cani e gatti), è sicuramente respingente, ma è lo stesso difficile non provare pena ogni volta che i suoi sentimenti, goffi ma sinceri, vengono respinti. 


La sanità mentale di May, messa alla prova da tutta una serie di tradimenti, va in frantumi di pari passo con la teca della bambola regalatale dalla madre, finché anche l'ultima spiaggia costituita da una scuola per bambini ciechi (quindi non solo "imperfetti" come la protagonista, ma anche impossibilitati a vedere i suoi difetti) si rivela un clamoroso errore. Privata della sua infantile ancora di stabilità, May non ha più nulla che le impedisca di scendere la china della follia, e di assecondare il consiglio materno di costruirsi la persona perfetta che possa starle accanto. E' interessante il modo in cui McKee, oltre a "soffocare" May all'interno di una camera da bambina, piena di bambole e pupazzi, doti la protagonista della capacità di cucire, di costruire; gli abiti di May, dallo stile molto girlie, non sono solo il simbolo di una persona che non è mai cresciuta, ma anche della disperata volontà di piacere al prossimo, di incarnare un ideale maschile di innocenza e purezza. Quando May decide di prendere di petto la situazione, il suo stile cambia, i suoi abiti diventano più sensuali e gotici. Non è che, sul finale, May arrivi ad accettare se stessa, tuttavia il destino che tocca al suo occhio pigro (prima e dopo la costruzione di "Amy") indica che, forse, c'è la volontà di non avere più un punto di vista distorto dalle aspettative altrui, quindi la risoluzione sospesa è quasi poetica nel suo essere dolceamara. Nei panni della protagonista, Angela Bettis offre la sua interpretazione più iconica, incarnando alla perfezione un personaggio complesso, il cui paesaggio mentale, benché familiare, è difficile e scomodo per lo spettatore; ciò nonostante, la Bettis lo interpreta con una sensibilità incredibile, rendendolo degno di simpatia e pietà, anche nei momenti in cui la follia rende May meno che umana. A loro volta, l'affascinante Jeremy Sisto e Anna Faris (quest'ultima una piacevole sorpresa in un ruolo serio) interpretano personaggi borderline; sicuramente odiosi e "falsi", dal punto di vista di May, ma anche comprensibili nei loro atteggiamenti di corteggiamento fiducioso prima e spaventata riluttanza poi. Se non avete mai guardato May e non temete le opere indie che ci mettono un po' ad arrivare alla "ciccia", preferendo lavorare sulla psicologia dei personaggi, il mio consiglio è quello di recuperare il film di McKee, se non lo avete ancora fatto. Non aspettate anni come me! 


Del regista e sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Angela Bettis (May Dove Canady), Jeremy Sisto (Adam Stubbs) e Anna Faris (Polly) li trovate invece ai rispettivi link.


Se May vi fosse piaciuto recuperate Pearl e American Mary. ENJOY!


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