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mercoledì 3 dicembre 2014

The Departed - Il bene e il male (2006)

Per il debutto del Bollalmanacco su V-Radio (a proposito, per chi se lo fosse perso il podcast è QUI) mi è stato chiesto di parlare di The Departed - Il bene e il male (The Departed), diretto da Martin Scorsese nel 2006 e vincitore di quattro premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Montaggio). E forse, vista la qualità dell'opera, è bene parlarne anche un po' qui!


Trama: Colin Sullivan è appena diventato agente di polizia e la sua carriera è in costante ascesa; purtroppo, il ragazzo è un poliziotto corrotto al soldo del boss Frank Costello. Anche Billy è un novellino ma a lui è toccato invece lo scomodo compito di infiltrarsi nella gang di Costello per riuscire ad assicurare il boss alla polizia. Quando le strade dei due si incroceranno la situazione precipiterà inevitabilmente...


Lo sapete perché non avevo visto The Departed quando era uscito al cinema? Molto probabilmente anche perché ero in Australia ma soprattutto perché Leonardo Di Caprio mi stava incredibilmente sulle scatole e non potevo accettare che il mio Martino si abbassasse a collaborare con quel mocciosetto imberbe. Poi sono arrivati Scorsese e Nicholson e mi hanno presa a schiaffi forti sulla faccia perché The Departed è il più bel film recente diretto dal regista, perfetto in ogni suo aspetto, dalla trama alla regia, dagli attori alla colonna sonora. Sì, anche se è stato Mark Wahlberg (quasi irriconoscibile!) l'unico a portare a casa una nomination, tutti gli attori sono favolosi, anche e soprattutto Di Caprio, che non sfigura affatto né durante i duetti con il mostro sacro Jack Nicholson né davanti ai suoi colleghi, pur essendo costretto ad interpretare il personaggio più difficile della pellicola. Dei due protagonisti, Billy è infatti quello che, per come è stato costruito, rischiava di venire banalizzato oppure troppo caricato; un ragazzo proveniente da un ambiente malavitoso che è riuscito ad allontanarsi dalle sue radici solo per essere brutalmente ricacciato nel sottobosco criminale e che, ogni giorno, perde la sua identità e la sua sanità mentale. Di Caprio riesce a rendere il suo Billy credibile ed umano, fragile e duro al tempo stesso, mentre Matt Damon da vita a uno degli esseri più abietti mai visti al cinema, un codardo profittatore talmente falso e miserabile da risultare patetico, un verme celato da un'apparenza di bellezza, professionalità e carisma che in realtà non è altro che un lacché facilmente malleabile dalle sataniche mani di Frank Costello. Ecco, ovviamente Jack Nicholson da il bianco con un personaggio totalmente imprevedibile, un vero e proprio agente del Caos in grado di spezzare gli equilibri con uno schioccare di dita; ogni volta che la "partita" a carte coperte tra Colin e Billy, il loro gioco del gatto e del topo, sembra arrivare da qualche parte e favorire l'uno o l'altro inconsapevole contendente, spunta Costello a rimescolare tutto e a schiacciare lo spettatore con un costante senso di ansia e di imminente, sanguinosa tragedia.


Scorsese da par suo dirige con la solita finezza, dando vita a sequenze indimenticabili che acquistano ulteriore profondità grazie al montaggio della fantastica Thelma Schoonmaker e che creano sì un'atmosfera tesa ma anche molto grottesca, quasi una prefigurazione di quello che sarebbe stato poi The Wolf of Wall Street; ad una scena drammatica ne segue subito un'altra quasi farsesca (la morte di uno dei personaggi principali colpisce allo stomaco proprio perché è inaspettata visto il "clima" goliardico del momento), senza soluzione di continuità. Lo spettatore assiste così ad un vero e proprio balletto dalle mosse finemente pianificate, un'emozionante e tesissima corsa che ci fa arrivare alla fine senza fiato, cadenzata dalla splendida colonna sonora di Howard Shore, uno stranissimo mix di melodie latine (il cui ritmo somiglia molto a quello di un tango) e chitarre "americane", tipiche dei film polizieschi, a cui ovviamente si aggiungono pezzi già conosciuti come la devastante I'm Shipping Out to Boston dei Dropkick Murphys che, non so voi, ma a me esalta sempre un sacco e soprattutto incarna perfettamente un certo spirito irlandese. Oltre alla perfezione "formale", la tensione e il ritmo sono quindi assicurati in ogni aspetto di The Departed e lo spettatore viene inevitabilmente catturato da quel mondo fatto di sangue, religione, criminalità ed ipocrisia che ha sempre affascinato Martin Scorsese e che rende i suoi film migliori dei capolavori unici nel loro genere, da vedere, ascoltare e vivere fino in fondo. E pazienza se stavolta la sceneggiatura non è originale ed è stata addirittura tratta dal film hongkonghese Internal Affairs, pazienza se ci allontaniamo dai miei adorati mafiosi italo-americani per addentrarci nei meandri della mala irlandese: il cuore nero e malato dell'America, il malcelato senso di colpa di vivere una vita al di fuori dei dettami cattolici e sociali, il desiderio di diventare altro da sé non hanno confini né limiti e Martin lo sa bene!


Del regista Martin Scorsese ho già parlato QUI. Di Leonardo Di Caprio (Billy), Matt Damon (Colin Sullivan), Jack Nicholson (Frank Costello), Mark Wahlberg (Dignam), Ray Winstone (Mr. French), Vera Farmiga (Madolyn), Alec Baldwin (Ellerby), Kevin Corrigan (Cugino Sean) e James Badge Dale (Barrigan) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin Sheen (vero nome Ramon Antonio Gerard Estevez) interpreta Queenan. Americano, padre di Charlie Sheen ed Emilio Estevez, lo ricordo per film come Apocalypse Now, Gandhi, La zona morta, Fenomeni paranormali incontrollabili, Wall Street, Hot Shots! 2 e Prova a prendermi, inoltre ha partecipato a serie come Colombo, Due uomini e mezzo e doppiato episodi delle serie Capitan Planet e i Planeteers e I Simpson. Anche produttore e regista, ha 74 anni e quattro film in uscita.


Anthony Anderson interpreta Brown. Americano, ha partecipato a film come Io, me & Irene, Urban Legend: Final Cut, Scary Movie 3 - Una risata vi seppellirà, American Trip - Il primo viaggio non si scorda mai, Scary Movie 4, Scream 4 e a serie come Tutto in famiglia e The Bernie Mac Show; come doppiatore ha invece partecipato a film come Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 44 anni e un film in uscita.


Per partecipare a The Departed Leonardo Di Caprio ha rifiutato il ruolo di protagonista in The Good Shepherd - L'ombra del potere, subito sostituito da Matt Damon, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo di Queenan proprio per partecipare a quel film; Ray Liotta, invece, ha dovuto rinunciare al ruolo di Dignam per impegni pregressi e lo stesso è successo a Mel Gibson, scelto per il ruolo di Ellerby ma già impegnato sul set di Apocalypto. Brad Pitt invece, dopo aver rifiutato la parte di Colin Sullivan (e Tom Cruise avrebbe dovuto essere Billy), è diventato uno dei produttori della pellicola. Tra gli altri "rifiuti" c'è anche quello di RZA, per fortuna, contattato per la parte di Brown ma impegnato in altri progetti. Come ho detto nel post, inoltre, The Departed è praticamente il remake di Internal Affairs e dei suoi due seguiti, di cui contiene alcuni elementi. Se il film vi fosse piaciuto potreste provare a guardarli, altrimenti buttatevi fiduciosi su The Town, Heat - La sfida e Donnie Brasco. ENJOY!

martedì 24 dicembre 2013

Voglia di tenerezza (1983)

Qualche giorno fa, non chiedetemi perché, ho deciso di guardare Voglia di tenerezza (Terms of Endearment), tratto dall’omonimo libro di Larry McMurtry e diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista James L. Brooks. Mi aspettavo una mattonata melensa e invece ho trovato un simpatico film per omaggiare degnamente lo spirito Natalizio quindi... AUGURI!!!!


Trama: il film racconta la vita di Aurora, vedova rompiscatole e restia a risposarsi, di sua figlia Emma, sposata con un uomo che la tradisce nonché madre di tre pargoletti, e dei pochi, cari amici e amanti che rimarranno con loro nel corso degli anni…


Voglia di tenerezza è un film strano, popolato da personaggi imprevedibili. Non segue le banali dinamiche di una normale commedia romantica ma racconta la strana vita di persone davvero difficili da catalogare, talmente complesse nella loro cronica incapacità di esprimere al meglio i propri sentimenti da risultare, paradossalmente, fuori dal mondo e allo stesso tempo molto reali. Le due protagoniste di Voglia di tenerezza, Aurora e la figlia Emma, sono due donne legate da un rapporto di amore e odio, costantemente in litigio eppure in grado di sostenersi l’una con l’altra, confidarsi e sfogarsi. La forza di Emma e la testardaggine con la quale rimane aggrappata al marito Flap, un mezzo fallito e donnaiolo impenitente, è direttamente proporzionale all’incapacità della madre Aurora di decidersi tra i suoi tanti pretendenti e alla sua costante insicurezza nei confronti di ogni aspetto della vita; le due donne si compensano così l’una con l’altra e ad ogni bizza infantile di Aurora si contrappone una più sofferta e matura scelta della povera Emma, che cerca in ogni modo di fuggire all’opprimente ficcanasare della madre egoista. La storia delle due protagoniste si dipana in un arco di tempo lungo quasi vent’anni e offre allo spettatore la possibilità di  vedere come entrambe riescano ad evolversi e cambiare, arrivando sul finale, inevitabilmente e tragicamente, a scambiarsi i ruoli.


Ad affiancare queste due donne così peculiari ci sono ovviamente anche gli uomini, tre in particolare: Flap, marito di Emma, l’amante di quest’ultima, Sam, e infine Garrett, vicino di casa e riluttante fidanzato di Aurora. Flap è un mollo di prim'ordine, giustamente odiato dalla suocera che, per ripicca, non va nemmeno al matrimonio della figlia; ho passato molto del tempo che utilizzo di solito per elaborare il film e scrivere la recensione per capire cosa spinga Emma a rimanere insieme a quest'essere nel corso degli anni e posso solo desumere che il motivo sia proprio l'odio che la madre nutre nei confronti di lui, il desiderio forse di avere accanto una persona fredda e disinteressata per contrastare le manie di controllo di Aurora. D'altra parte, è anche vero che una persona, per parafrasare il titolo italiano, vuole "tenerezza", quindi a un certo punto del film nel cuore di Emma si fa strada il povero, imbarazzato, dolcissimo Sam interpretato da un meraviglioso e stralunato John Lithgow; il personaggio migliore dell'intero film, purtroppo liquidato in brevissimo tempo in quanto anche lui marito fedifrago e impossibilitato a seguire Emma negli spostamenti a cui la constringe l'indegno Flap. A completare questo trio di uomini decisamente inaffidabili arriva il Garett di Jack Nicholson; altro personaggio peculiare, l'unico in grado di scuotere Aurora perché, a differenza degli altri pretendenti, non la idolatra né la coccola, anzi, la tratta per la maggior parte del tempo con invidiabile incostanza e freddezza, rinunciando anche alle sue pose da macho conquistatore.


L'interazione tra tutti questi strani personaggi da vita ad uno spaccato di vita assai interessante, spesso vissuto sul filo del telefono, in un continuo alternarsi di confidenze eccessive e testarde reticenze, pochi momenti di gioia e tante dolorose situazioni, che non smettono per un solo secondo di interessare lo spettatore che si ritrova, incontrollabilmente, a gioire, arrabbiarsi e piangere assieme ai protagonisti della pellicola. Il merito va in gran parte ai favolosi interpreti, ma anche la bella colonna sonora e la sceneggiatura di James L. Brooks, mai troppo sbilanciata né verso la commedia né verso la tragedia, concorrono a rendere Voglia di tenerezza estremamente piacevole da guardare... e lo dice una che, normalmente, questi film li schifa a prescindere. Se non vi ho convinti, pensate che la pellicola ha vinto ben cinque Oscar: miglior film, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale. Dopo 30 anni, Voglia di tenerezza mi è sembrato ancora fresco e moderno, ve lo consiglio caldamente!


Di Jack Nicholson (Garrett Breedlove, ruolo per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista), Danny DeVito (Vernon Dahlart) e John Lithgow (Sam Burns) ho già parlato ai rispettivi link.

James L. Brooks è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, famoso per essere una delle menti dietro la nascita de I Simpson, ha diretto film come Dentro la notizia e Qualcosa è cambiato. Anche produttore, attore e animatore, ha 73 anni.


Shirley MacLaine (vero nome Shirley MacLean Beaty) interpreta Aurora Greenway, ruolo che le è valso l'Oscar come miglior attrice protagonista. Americana, ha partecipato a film come Il giro del mondo in 80 giorni, Colpo grosso, Irma la dolce, Oltre il giardino, Fiori d'acciaio, Cara insopportabile Tess, Conflitti del cuore, Vita da strega e I sogni segreti di Walter Mitty. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 79 anni e quattro film in uscita.

  
Debra Winger (vero nome Mary Debra Winger) interpreta Emma Horton. Americana, ha partecipato a film come Ufficiale e gentiluomo, La vedova nera, Il te ne deserto e a serie come Wonder Woman. Anche produttrice, ha 58 anni e un film in uscita.


Jeff Daniels (vero nome Jeffrey Warren Daniels) interpreta Flap Horton. Americano, lo ricordo per film come La rosa purpurea del Cairo, Heartburn - Affari di cuore, Qualcosa di travolgente, Radio Days, Aracnofobia, Speed, Scemo & più Scemo, La carica dei 101 - Questa volta la magia è vera, Ancora più scemo, Pleasantville, The Hours, Good night, and good luck. e fuga Looper - In fuga dal passato. Anche sceneggiatore e regista, ha 58 anni e un film in uscita, l'evitabile Scemo & + scemo 2.


E adesso, un paio di curiosità. Nonostante Debra Winger sia stata candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista assieme a Shirley MacLaine (che per partecipare a Voglia di tenerezza ha rinunciato a Poltergeist - Demoniache presenze), è stata quest'ultima a vincere l'ambita statuetta; chissà se la cosa sarebbe andata diversamente se Sissy Spacek avesse accettato il ruolo di Emma, che in origine era stato scritto per lei. E per un'attrice che "abbandona" un personaggio comunque presente nel libro, abbiamo anche un attore che, per impegni pregressi, non riesce ad interpretare un personaggio creato apposta per lui: è il caso di Burt Reynolds, che avrebbe dovuto farsi carico del ruolo di Garrett Breedlove, rifiutato in seguito anche da Harrison Ford e Paul Newman. Altre rinunce eccellenti sono state quelle di Kim Basinger per il ruolo di Patsy e Jodie Foster per quello di Emma. Nel 1996, infine, è uscito il seguito di Voglia di tenerezza, Conflitti del cuore. Sinceramente, non voglio guardarlo perché ho paura che rovinerebbe la bellissima atmosfera di questo piccolo gioiellino quindi, se Voglia di tenerezza vi fosse piaciuto, vi consiglio piuttosto di recuperare Fiori d'acciaio. ENJOY!

lunedì 22 aprile 2013

Jack Nicholson Day - Easy Rider (1969)


Ed eccoci arrivati all'imprescindibile appuntamento mensile che celebra, dopo una democratica votazione tra blogger debosciati (vi loVVoH tutti!!), una star che ci ha fatto sognare in ambito cinematografico. Ad Aprile la scelta o ricadeva su di me oppure sul divino John Joseph Nicholson, meglio conosciuto come Jack Nicholson, che proprio oggi compie la bellezza di 76 anni. Oddio, definirlo divino, visti tutti i ruoli malvagi che il suo sguardo luciferino gli ha consentito di vincere nel corso della carriera, sarebbe forse mancargli di rispetto, tuttavia stiamo parlando di uno dei miei attori preferiti in assoluto e non trovo definizione migliore. Siccome la Bolla non è solo Spirito ma anche Carne, c'è da dire che il buon Jack, oltre ad essere un grandissimo attore, è anche (o meglio era) un grandissimo figo, un uomo affascinantissimo, ed è per questo aulico motivo che ho deciso di celebrarlo recensendo Easy Rider, diretto nel 1969 da quel pazzo di Dennis Hopper.


Trama: Billy e "Capitan America", due biker arricchitisi vendendo una partita di droga, viaggiano in moto da Los Angeles a New Orleans, scoprendo le diverse facce dell'America...


Sento già un mormorio di disapprovazione: con tutti i film nei quali Nicholson è protagonista indiscusso, con tutti i ruoli per cui ha vinto l'Oscar, tu Bolla proprio di Easy Rider vai a parlare? E' vero, Easy Rider è essenzialmente Dennis Hopper e Peter Fonda, i due protagonisti della pellicola sono loro e Jack comparirà sì e no una ventina di minuti... ma, sinceramente, fin dalla prima volta che ho avuto modo di vedere il film il personaggio che più mi ha colpita è stato quello dell'avvocato ubriacone George Hanson. George è il secondo passeggero che Capitan America carica sulla sua moto durante il viaggio verso il carnevale di New Orleans, dopo l'antipatico streppone figlio dei fiori interpretato da Luke Askew. La prima volta lo vediamo in una cella a smaltire la solita sbornia, talmente molesto che con i suoi sbadigli e le sue smorfie sveglia e disturba i nostri carismatici eroi, salvo farsi perdonare un istante dopo sfoderando le sue doti di avvocato e figlio di papà e farli uscire di prigione in un istante. Basta questo attimo, basta vederlo fuori a parlare con Billy e Cap scolandosi una bottiglia di Jim Beam, basta ascoltare il suo "nik, nik, nik!!" mentre l'alcool gli scende nello stomaco e bam! ci siamo innamorati di questo avvocato cialtrone, tanto che quando decide, armato di casco da rugby, di seguire i nostri nel viaggio, non possiamo fare altro che gioire ed applaudire.


George è l'anello di congiunzione tra le stranezze dei due biker e il moralismo dell'America bigotta, è l'unica persona in tutto il film a capire cosa rappresentino i due protagonisti e l'unico che cerca di ricordare loro quali siano le tacite regole della società. Nella frase più bella di tutto il film Nicholson dice "l'americano crede fermamente nella libertà individuale ma ha paura dell'individuo libero": è questa consapevolezza a renderlo un insoddisfatto che cerca l'oblio nell'alcool, strangolato dalla necessità di conformarsi al mondo che lo circonda e allo stesso tempo desideroso di poter fare come i due Easy Rider, dai quali avverte provenire il profumo di quella libertà che non ha mai avuto il coraggio di afferrare. Quante volte George è partito per New Orleans salvo poi pentirsi e tornare indietro, come afferma lui stesso, quanto fa impressione vederlo così scafato e allo stesso tempo così innocente, gioioso come un bambino che per la prima volta trova il coraggio di andare con gli amichetti al luna park? Nicholson riesce ad alternare sul viso (bellissimo, bellissimo!!) lo sguardo sornione dell'avvocato consumato, dell'uomo di mondo, la diffidenza di chi comunque non conosce bene i due compagni di viaggio e l'assoluta meraviglia per il loro mondo particolare e lo fa nel giro di pochissime inquadrature, rimanendo per sempre nel cuore dello spettatore, spezzandolo poi sul prefinale della pellicola nel modo peggiore.


Quanto al film, lo ammetto, ho fatto fatica a rivederlo. Lo adoro, non posso fare a meno di perdermi nel groove della splendida colonna sonora, immaginandomi quanto sarebbe bello viaggiare per l'America in sella a due moto come quelle dei protagonisti, godendo della loro libertà assoluta; adoro l'incredibile fattoneria di Dennis Hopper, perennemente flashato come la sua regia e soprattutto come il montaggio che, sfarfallando, ci fa passare da una sequenza all'altra; adoro Peter Fonda e la sua malinconia, la sua incredibile bellezza, il modo che ha di calmare le intemperanze di Billy e di riflettere su ogni cosa... ma il finale, Cristo santo, il finale mi ammazza ogni volta. Lo vivo come la fine di un sogno, come la vittoria della violenza, dell'ignoranza e della paura sull'amicizia, l'apertura mentale e il desiderio di libertà ed è una sensazione troppo tangibile e dolorosa per non ritrovarmi a fissare i titoli di coda con un magone tale da non riuscire nemmeno a deglutire. Però Easy Rider è imprescindibile, per ogni cinefilo e per ogni amante di Jack Nicholson.


Il festeggiato, come ho detto, è uno dei miei attori preferiti e ha già avuto modo di comparire nel Bollalmanacco. Ecco a voi un piccolo vademecum, che comprende molti di quei film per i quali Jack Nicholson ha meritato di assurgere al ruolo di divinità cinematografica.

Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), dove Jack Nicholson si è beccato l'Oscar grazie alla sua interpretazione folle e umanissima del protagonista McMurphy. Un capolavoro assoluto.

Shining (1980), dove Jack Nicholson interpreta uno dei mostri più agghiaccianti mai usciti dalla penna di Stephen King e, soprattutto, dalla cinepresa di Stanley Kubrick.

Le streghe di Eastwick (1987), dove Jack Nicholson interpreta un diavolo seduttore, sornione ed inquietante. Diffidate della versione che passa in TV, tagliata in maniera indegna, e recuperate il DVD, mi raccomando!

E non è finita qui, ovviamente!! Millemila altre recensioni dei film in cui compare il nostro potete trovarle ai seguenti link... ENJOY!!

lunedì 6 settembre 2010

Le Streghe di Eastwick (1987)

Torna l’operazione nostalgia, con un film che ho sempre adorato e che non mi stancherei mai di rivedere. Sto parlando de Le streghe di Eastwick (The Witches of Eastwick), commedia un po’ rosa un po’ esoterica diretta nel 1987 da George Miller, tratta dal libro omonimo di John Updike (che peraltro ha una trama ancora più “scandalosa”!).

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Trama: Alex, Sukie e Jane sono tre donne single, alcune con figli altre senza, lasciate tutte e tre dai mariti per diversi motivi. Durante uno dei loro incontri serali, senza volerlo e senza esserne consapevoli, in qualche modo invocano l’uomo ideale, Darryl Van Horne, che le seduce tutte e tre portandosele in casa, creando grande scalpore nella bigotta cittadina. Quando poi qualcuno dei benpensanti ci lascia la pelle, le tre donne cominciano a domandarsi da dove vengano Darryl e i loro nuovi, strani poteri…

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Siccome (anche se non sembra) per scrivere le mie belinate un po’ mi documento, per parlare di questo film vorrei partire dalla vera trama del romanzo, che in effetti mi ha lasciata leggermente sconcertata. La pellicola ci mostra, in maniera abbastanza “innocua”, quello che alla fin fine non è altro che un ménage à quatre e un bell’esempio di poligamia in mezzo alla solida morale di una cittadina americana. Nonostante il film mostri la progressiva pazzia di una donna e un omicidio appena suggerito, per il resto si concentra tutto su innocenti schermaglie sessuali ed amorose, sulla storia di tre donne che ritrovano sé stesse attraverso l’amore ed arrivano a capire che, alla fine, l’uomo ideale non esiste e la dipendenza assoluta dai compagni è, nel bene e nel male, deleteria. Leggermente edulcorato, sia per la trama che per la morale, visto che nel libro il buon Darryl dispensa sì amore e altro, ma dopo un po’ si stufa delle tre fanciulle, preferendo sposarsi con una loro compaesana molto più giovane che subisce l’ira delle Streghe beccandosi un simpatico cancro. Ah però. E mica finisce lì. Dopo che la donzella schiatta le tre si pentono, solo per vedere Darryl scappare con… il fratello minore della morta, che a quanto pare era il suo amante. Personaggi completamente eliminati dal film, nel quale il cattivo è chiaramente il diabolico Darryl (che ovviamente viene punito…), e dove viene essenzialmente mantenuta l’innocenza delle tre streghe, mentre nel libro le donne sono tutt’altro che innocenti, ed usano i loro poteri per fare del male consapevolmente. Strano che in questi tempi pregni di remake nessuno abbia pensato a girare una versione del film più cupa e vicina al libro.

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Comunque, al di là dell’inaspettata scoperta, il film è carinissimo come lo ricordavo. Merito di tutti gli attori coinvolti, Jack Nicholson in primis, l’unico uomo in grado di interpretare il diavolo come se esistesse davvero, ma anche Veronica Cartwright con la sua Felicia pazza, sboccata e malata offre un’interpretazione veramente da brividi. E merito anche di scene decisamente memorabili, come la seduzione della timida Susan Sarandon (che, a pensarci bene, riprende un po’ il modello della Janet Weiss del Rocky Horror Picture Show, inibita all’inizio e mega wacca alla fine) sulle note di un furioso pezzo suonato al violoncello, e il voodoo a base di noccioli di ciliegia che colpisce prima Felicia e poi, per contrappasso, Darryl. Indimenticabile anche l’introduzione di quest’ultimo: un passaparola tra le pettegole del paese che neppure ricordano il suo nome, mille grandiose notizie, le tre protagoniste sempre più incuriosite e poi… delusion!! Un ometto scarmigliato che russa come un mantice durante un concerto, maleducato, chiassoso e neppure tanto bello (come giustamente gli fa notare Alex in un dialogo memorabile), che chissà perché è il risultato dei desideri reconditi delle tre donne… mah! Gli effetti speciali sono molto buoni per l’epoca e per nulla invasivi, il Jack Nicholson gigante sul finale è sempre inquietante. In definitiva, se non lo avete ancora visto, guardatelo, secondo me merita!

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Di Jack Nicholson, che interpreta Daryl Van Horne, ho già parlato qui, mentre qualche notiziola su Susan Sarandon la trovate qua.

George Miller è il regista della pellicola. Australiano, lo ricordo per film come Interceptor, Interceptor il guerriero della strada, Ai confini della realtà – il film, Mad Max oltre la sfera del tuono, il terrificante (in senso negativo) L’olio di Lorenzo, Babe va in città e Happy Feet. Ha 65 anni e due film in preparazione, tra cui il quarto seguito della serie Mad Max. Gesù, son davvero tornati gli anni ’80!!

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Michelle Pfeiffer interpreta Sukie. Se dovessi dire quale è la mia attrice preferita metterei lei, in assoluto, anche solo per quatrro interpretazioni che me l’hanno fatta amare alla follia: Isabelle D’Anjou nello splendido LadyHawke, Madame de Tourvel nel magistrale Le relazioni pericolose, Catwoman nel Batman Returns di Tim Burton, il migliore tra quelli mai realizzati, e infine la Contessa Ellen Olenska ne L’Età dell’Innocenza di Scorsese, talmente bello che ci ho fatto anche la tesi. Se, come me, vorrete di nuovo vederla altrove guardate anche Scarface (e questo non solo perché c’è lei ma perché è un film splendido!), Una vedova allegra… ma non troppo, I favolosi Baker, Wolf – La belva è fuori, Pensieri pericolosi, il dolce Un giorno per caso, Sogno di una notte di mezza estate, Storia di noi due, Le verità nascoste, Mi chiamo Sam e Stardust, mentre se volete guardarvi qualche telefilm con lei presente segnalo Delta House, Chips e Fantasilandia. Piccolo sproloquio personale: la donna ideale di Homer Simpson, la procace Mindy che ogni fan ricorda, da noi l’ha doppiata quel vajassone della Marini, negli USA si sono beccati proprio Michelle Pfeiffer. Il mondo è ingiusto. Americana, ha 52 anni.

michelle-pfeiffer

Cher, al secolo Cheryl Sarkisian LaPiere, interpreta Alex. Questa cantante e attrice, dopo Barbara Streisand of course, è l’icona gay per eccellenza, ed è talmente trash e rifatta da non sembrare nemmeno vera. All’epoca si poteva ancora concepire come essere umano, e ha fatto anche film pregevoli, tra i quali ricordo Sirene, Stregata dalla luna e Un the con Mussolini. Americana, ha 64 anni e tre film in uscita, tra cui quello che si preannuncia uno dei musical più kitch della storia: Burlesque, con Christina Aguilera. Non c’è limite al peggio…

cher

Richard Jenkins interpreta Clyde. Meraviglioso attore che io ricordo volentieri per il suo ruolo nella bellissima serie Six Feet Under, lo potete trovare in parti più o meno importanti in film come Nikita,spie senza volto, Seduzione pericolosa, Wolf – la belva è fuori, Può succedere anche a te, Tutti pazzi per Mary, Io me & Irene, L’uomo che non c’era, North Country, Dick e Jane – operazione furto e Burn After Reading; ha inoltre recitato nelle serie Miami Vice e Ally McBeal. Americano, ha 63 anni e cinque film in uscita, tra cui il remake di Lasciami entrare, Let Me In, nel quale interpreta il fantomatico “padre” di Eli, che in realtà sarebbe l’amante/servo, a dimostrazione di come gli americani debbano sempre modificare inopportunamente tutto ciò che finisce tra le loro mani.

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Veronica Cartwright interpreta la bigotta Felicia Alden. Inglese, ha partecipato a film come lo storico capolavoro Uccelli di Hitchcock, Terrore dallo spazio profondo, Alien, Navigator, Candyman II – Inferno nello specchio e Scary Movie 2, oltre che a serie TV come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà, Tre nipoti e un maggiordomo, Miami Vice, Baywatch, American Gothic, I viaggiatori, ER, X – Files, Will & Grace, Giudice Amy, Senza traccia, Six Feet Under, Law & Order, Nip/Tuck, Cold Case, CSI, Settimo cielo ed Eastwick. Ha 61 anni e tre film in uscita.

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Il film, come ho detto, è tratto dal libro omonimo; da entrambi ha preso spunto una sfortunata serie TV del 2009, chiusa dopo soli 13 episodi, ovvero Eastwick. La serie contava nel cast un’attrice già presente nella pellicola (Veronica Cartwright, che interpreta un personaggio completamente diverso: nel film è un’odiosa bigotta, nel telefilm una strega del luogo) e Rebecca Romijin (la Mystica degli X – Men cinematografici) nei panni di una delle tre protagoniste. E dopo la curiosità, la cazzata del millennio. Sì perché dovete sapere che il film passa sulle reti televisive italiane parecchio censurato, soprattutto sul finale (che effettivamente non ricordavo come l’ho visto ora in DVD), a causa di una vecchia legge. Dateci un’occhiata e poi spiegatemi il motivo di una censura così idiota…

SPOILER


Il finale originale ( e a questi punti spero anche della versione cinematografica e home video italiana…) mostra le tre donne abitare tutte assieme nella casa di Darryl, con i tre figli avuti da lui, ognuno con i capelli del colore della madre. L’ultima scena è quella dei tre bimbi attirati dagli schermi televisivi che mostrano il faccione sorridente del papà mentre intorta i pargoletti, prima che le protagoniste, con un bel telecomando, lo tolgano definitivamente dalle scatole. Nella versione italiana le immagini dei figlioli vengono assurdamente eliminate, quello che rimane mostra solo le tre streghe e bimbi avuti dalle precedenti relazioni. Posso solo immaginare che la censura sia stata effettuata per non mostrare “il frutto del peccato” di una relazione così particolare, ma, siamo seri: dubito che gli spettatori italiani fossero convinti che Darryl con le tre grazie si limitasse a giocare a carte. Quindi, finché si fa sesso senza figli la morale italiana non viene intaccata, ma se ci sono delle conseguenze è meglio non farle neppure vedere? Che ipocrisia, complimenti, soprattutto quando in TV si mostrano cose ben peggiori e, purtroppo, vere…

FINE SPOILER

E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!!








mercoledì 17 marzo 2010

Shining (1980)

Non paga delle condizioni di salute a dir poco pessime che mi fanno delirare e mi rendono difficile anche fare le cose più semplici, ecco che mi è punta vaghezza di recensire un capolavoro indiscusso del genere horror, anzi forse l’horror più bello che sia mai stato girato, ovvero Shining (The Shining) di Stanley Kubrick, del lontano 1980. Nonostante sia tratto dal romanzo omonimo che Stephen King ha scritto nel 1977, le differenze sono molte, e l’opera cinematografica surclassa prepotentemente un libro che è il più brutto tra quelli scritti dal “Re”.


La trama: Jack Torrance, uno scrittore fallito, ottiene un lavoro come custode invernale dello sperduto Overlook Hotel. Assieme alla moglie Wendy e al figlio Danny, dotato di un potere di chiaroveggenza chiamato “luccicanza” (The Shining, appunto), si stanzia nell’hotel e tutto parrebbe andare per il meglio, se non fosse che piano piano qualcosa comincia a fare impazzire Jack, spingendolo a ripercorrere i passi del precedente custode dell’hotel, reo di avere massacrato la moglie e le due figliolette..


Premettendo che non ho assolutamente intenzione di fornire una critica ad un film che è stato recensito, criticato e sviscerato da ogni cinefilo che si rispetti fin dalla sua uscita. Come per Arancia Meccanica e Il settimo sigillo mi limiterò a dire perché questo film dovrebbe essere guardato. Innanzitutto perché, come ho già accennato, è uno dei pochi film che supera l’opera originale da cui è tratto. Lo Shining di Stephen King è un lungo e noioso racconto che punta molto sulla classica rappresentazione della casa infestata (anche se in questo caso c’è un hotel), la cui influenza va a demolire la psiche di un uomo fondamentalmente non malvagio ma soggetto comunque ad ogni possibile sfiga, scatto d’ira e debolezza. A coronare il tutto c’è il pargoletto dotato di questa Luccicanza, guidato dal fantasma di un bambino di nome Tony, che con la sua sola presenza riesce a rendere i fantasmi dell’hotel più pericolosi e forti di quanto normalmente non siano. Il finale è diversissimo nelle due versioni, tanto che nel libro l’hotel esplode per “noncuranza”, diciamo, mentre nel film rimane ad incombere come se fosse eterno. Però è diversa anche la scelta degli elementi su cui porre l’accento: Kubrick non ci mostra un uomo debole ma fondamentalmente buono, bensì qualcuno che è già propenso a diventare un mostro e ben contento che gliene venga data la possibilità; la luccicanza non è un potere positivo che aiuta il piccolo Danny a ritrovare il padre all’interno del mostro che è diventato, bensì una maledizione che permette solo di osservare impotenti un futuro che non si riesce a cambiare e un passato che minaccia di inghiottirci; quella di Kubrick è un’analisi impietosa della follia là dove Stephen King puntava il dito contro il suo passato di drogato ed alcolista, esorcizzandolo. Nel libro l’hotel si impossessa di Jack, nel film invece parrebbe che il padre di Danny fosse già da tempo parte dell’Overlook, che si è limitato a richiamarlo a sé.


Ciò che rende lo Shining di Kubrick perfetto è l’incredibile capacità del regista di cogliere le immagini essenziali del libro, privarle di inutili orpelli e renderle ancora più inquietanti. Il regista elimina giustamente le scene più trash dal punto di vista visivo, come quella delle siepi semoventi a forma di animali, che è stata sciaguratamente ripresa nel film TV prodotto dallo stesso King, e gli elementi inutili come il fantasma di Tony (usando il ben più inquietante escamotage di Danny che fa parlare un suo dito con un’altra voce) . L’Overlook diventa il protagonista assoluto, una presenza incombente ma mai buia; la caratteristica di Shining è infatti quella di essere un horror che va controcorrente, perché ogni scena, anche la più cruenta, è girata in piena luce. E le scene memorabili sono molte, val la pena vedere il film solo per la bellezza di certe immagini e per l’inquietudine che possono trasmettere con il solo ausilio della penetrante colonna sonora. E siccome ho già detto troppo, e molti spezzoni del film sono talmente famosi che è inutile anche starli a descrivere, dico solo come la bravura del regista riesca a commuovermi ogni volta che Jack Nicholson si mette a guardare il modellino di labirinto all’interno di una sala dell’Overlook, incombendo con il suo ghigno satanico mano a mano che la telecamera zooma in avanti e mostra le piccole figure di Wendy e Danny che giocano all’interno del vero labirinto fuori dall’hotel, senza soluzione di continuità. La scena più bella dell’intero film secondo me. 


Concludo questa breve e atipica recensione magnificando la recitazione non solo di Jack Nicholson, ma anche di Shelley Duvall. Il primo è un demonio, privo di qualsivoglia residuo di umanità ed affetto paterno o coniugale che King avesse voluto infondere al personaggio; al di là dei dialoghi che sono praticamente perfetti sulla sua bocca, gli basta solo uno sguardo per raggelare il sangue e far capire che la mente di Jack Torrance è ormai oltre ogni possibilità di recupero, e se volete una prova inconfutabile della sua bravura basta solo che osserviate con attenzione la famosa scena della vecchia nella stanza: in tempo zero passa da un’espressione spiacevolmente sorpresa, ad una decisamente più sollevata, ad una definitivamente lubrica e porca, tre sguardi che svelano il suo stato d’animo meglio di qualsiasi parola. Quanto a Shelley Duvall, il fatto che il regista le abbia provocato più di una crisi di nervi durante la realizzazione di Shining è risaputo, ma ciò non toglie che la sua Wendy bruttina, vessata dal marito e spiritata sia uno spettacolo da vedere, alla faccia di qualsiasi “scream queen” venuta prima o dopo di lei. In poche parole: guardatelo. Ne vale davvero la pena.


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Del Maestro per eccellenza, ovvero Kubrick, ho già parlato qui, mentre un piccolo excursus sull’attività del divino Jack Nicholson lo trovate qui.

Shelley Duvall interpreta Wendy Torrance. Texana, e nonostante il cognome non imparentata con il grande Robert Duvall, la ricordo per film come Nashville, Io & Annie, Popeye – Braccio di ferro, Frankenweenie, Roxanne e Ritratto di signora. Ha partecipato anche a episodi di Ai confini della realtà e Frasier. Ha 61 anni.


Scatman Crothers, che interpreta il cuoco Dick Halloran (personaggio ripreso poi da Stephen King per un flashback nel suo romanzo più bello, IT), anche lui dotato della luccicanza, aveva già recitato in un film che aveva Jack Nicholson come protagonista, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e ha anche prestato la voce allo Scat Cat de Gli Aristogatti. Il piccolo Danny Lloyd invece, meraviglioso interprete di Danny, non ha proseguito con la carriera cinematografica, preferendo dedicarsi all’insegnamento di scienza e biologia. A costo di ribadire l’ovvio, la scritta ripetuta infinite volte “il mattino ha l’oro in bocca”, cambia lingua e proverbio a seconda delle versioni del film (in inglese è “All work and no play makes Jack a dull boy). Leggenda narra che ci siano un sacco di scene eliminate e almeno un finale alternativo, che la versione italiana sia più breve di quella USA, e che Kubrick avesse pensato a De Niro o, addirittura, Robin Williams (che avrebbe poi recitato in Popeye – Braccio di Ferro proprio con Shelley Duvall) per interpretare il ruolo di Jack Torrance, e non oso immaginare cosa sarebbe uscito fuori! Al di là delle leggende, però, è palese che a Stephen King l’adattamento di Kubrick non sia mai andato troppo giù, quindi lo scrittore del Maine nel 1997 ha scritto direttamente la sceneggiatura dello scialbo film TV Stephen King’s The Shining, con Jack Torrance interpretato da un ancor più scialbo Steven Weber, habitué delle produzioni kinghiane e già reo di essersi scopato la “Jenifer” argentiana nei Masters of Horror. Da evitare come la peste!! E ora beccatevi il meraviglioso omaggio de I griffin unito a veri pezzi tratti dal film... ENJOY!!


giovedì 28 maggio 2009

Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975)

Esistono film da vedere assolutamente, pietre miliari imperdibili per ogni cinefilo che si rispetti. Io oggi mi cospargo il capo di cenere, ammettendo che per la bellezza di 28 anni ho ignorato una pellicola come Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato da Milos Forman nel 1975. Il film in questione ha vinto la bellezza di cinque Oscar tutti meritatissimi: migliore attore protagonista Jack Nicholson, migliore attrice protagonista Louise Fletcher, miglior regista, miglior film e miglior sceneggiatura non originale (il film è tratto dall’omonimo libro di Ken Kesey). Non so se riuscirò a parlare di un capolavoro così bello, che è entrato di diritto nel mio novero di film assolutamente preferiti, ma ci proverò.

 


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La storia è quella di R.P. McMurphy, violento e folle galeotto che viene portato in un istituto per malati mentali, per definire se è realmente pazzo o se nelle sue azioni c’è del raziocinio. La sua presenza, va da sé, sconvolge la vita dell’istituto, normalmente scandita dalle ferree regole della fredda e dura infermiera Ratched, portando una ventata di libertà tra i pazienti, e rivelando anche qualche segreto…


 


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Questo bellissimo film conferma la mia passione per le opere “corali” girate in ambienti difficili, dove una singola persona cerca di cambiare la realtà cupa che lo circonda, riuscendoci o meno, come in Le ali della libertà, Il miglio verde, in modi differenti anche Mystic River. Film con una trama solidissima, sostenuta da attori davanti alle cui interpretazioni qualsiasi altra cosa scompare e si rimane a bocca aperta a guardarli ed ascoltarli, immedesimandosi e commuovendosi. Qualcuno volò sul nido del cuculo è giustamente entrato nella storia perché conta tutti questi elementi e tratta temi universali inserendoli in un ambiente particolare e “delicato” come quello degli istituti mentali, senza cadere in facili clichè o baracconate da film di serie z.


 


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Il cuore del film è ovviamente l’R.P. McMurphy di Jack Nicholson, la cui vitalità, la presunta follia, la profonda umanità rimangono impresse anche dopo aver spento il dvd. Un folle in un mondo di pazzi, oppure l’unico sano in un luogo dove la vera follia è l’impossibilità di evadere dalla malattia mentale, dove tutto viene tenuto sotto controllo, sacrificando la felicità dei pazienti per un presunto ordine? La presenza di Mac, come lo chiamano i degenti del manicomio, è un toccasana per tutti, un piccolo ciclone di caos che regala l’illusione di libertà, assai più umano di dottori e sorveglianti: non a caso è l’unico che riesce ad instaurare una sorta di relazione di amicizia con il sordomuto gigante indiano Chief, e a porre domande pericolose che ridestano i pazienti.


 


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Molte sono le immagini allegre e folli del film, a cominciare dalla battuta di pesca, la partita di basket, l’ultimo dono di Mac che come un novello Babbo Natale regala ai suoi compagni una vigilia indimenticabile, la scena finale ormai diventata cult. Ma questa libertà incarnata da Mac vive una netta contrapposizione con la repressione “terapeutica” portata avanti dall’infermiera Ratched, vero idolo malvagio del film. Ad un certo punto i dottori commentano che l’unica che può combattere la follia di Mac, l’unica in grado di capirlo, è proprio quella che lui odia di più, ovvero l’infermiera stessa. Infatti, dove Mac combatte con la libertà e la “pazzia”, l’infermiera ribatte con la repressione e la fredda razionalità che sconfina nella crudeltà quando ai suoi occhi è ormai chiaro che non saranno più i suoi metodi a farle ottenere l’obbedienza e il rispetto dei pazienti. Tutta l’allegria della parte iniziale del film viene risucchiata e abbattuta da un triste e violento finale, che tuttavia non segna la vittoria dell’infermiera, anzi. Il seme della libertà, per quanto duramente represso, è stato piantato, e qualcuno deciderà di proteggerlo e farlo suo, superando il terrore palpabile che ogni personaggio del film prova: terrore di sé stessi, terrore del mondo esterno, terrore degli sbagli che ognuno compie, terrore del giudizio altrui. E’ questa la differenza tra Mac e tutti gli altri, ciò che lo rende “folle” e quindi pericoloso. La mancanza assoluta di paura, una salda volontà di vivere senza limiti, l’impossibilità quindi di essere manipolato se non con metodi drastici e definitivi. Non a caso lui è l’unico che è costretto a stare nell’istituto: come dice l’infermiera Ratched gli altri sono liberi di andarsene quando vogliono, rinchiusi per loro scelta. Ma Mac sa benissimo che nessuno di loro è realmente libero, presi come sono dalla paura del mondo esterno e il sottile, crudele gioco psicologico dei loro carcerieri che alimenta questa paura e soffoca ogni stimolo di ribellione, rendendoli degli automi, assuefatti alle medicine e ai ritmi dell’ospedale.


 


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Come ho già detto, gli attori sono perfetti, a partire dall’ovvio Jack e dall’altra vincitrice Louise Fletcher. Ma il cast riserva grandi sorprese, mostrandoci un giovanissimo e dolcissimo Danny De Vito nei panni di un ritardato, il sempre lunatico ed inquietante Christopher Lloyd, l’esordiente Brad Dourif (anche lui candidato come miglior attore non protagonista, ahimé non ha vinto l’Oscar seppure il personaggio di Billy sia triste e bellissimo) e l’enigmatico Will Sampson nei panni di Chief. Altre comparse sono dei veri malati mentali, giusto per rendere il tutto il più realistico possibile. Tra i presenti anche Scatman Crothers, che i più ricorderanno come il Dick Halloran nello Shining di Kubrick. Un film da vedere e rivedere, imprescindibile a mio avviso, che piacerà sicuramente a tutti. Un caposaldo assoluto.




Milos Forman è il talentuoso regista della pellicola. I suoi film sono sempre qualcosa di grandioso, particolare, non per tutti i gusti. Personalmente, amo molto i suoi film, tra i quali rammento Hair, Amadeus, Larry Flint – Oltre lo scandalo, Man on the Moon. Il regista Ceco ha 77 anni e un film in uscita.


 


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Jack Nicholson interpreta McMurphy. Penso che sia superfluo presentare l’attore più bravo di Hollywood, scoperto dal genio di Corman, l’attore a cui basta uno sguardo per comunicare qualsiasi emozione, capace di fare piangere un momento prima e quello dopo far morire di paura, e di essere cool, patetico, buono, cattivo, luciferino ed angelico nello stesso film. Corteggiato, e giustamente, da qualsiasi regista di fama mondiale, tra i suoi splendidi film rammento La piccola bottega degli orrori, I maghi del terrore, Easy Rider, Cinque pezzi facili, Chinatown, Professione: Reporter, Shining, Il postino suona sempre due volte, Voglia di tenerezza (il secondo Oscar della sua carriera), L’onore dei Prizzi, Affari di cuore, Le Streghe di Eastwick, Batman (cacca su Heath Ledger!! U__u Era uno splendido Joker, il migliore!!), Codice d’onore, Wolf – La belva è fuori, Tre giorni per la verità, Blood and Wine, Mars Attacks!, Qualcosa è cambiato (per il quale ha vinto l’Oscar), A proposito di Schmidt, Terapia d’urto, Tutto può succedere, The Departed. Ha 72 anni.


 


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Louise Fletcher interpreta l’odiosa infermiera Ratched. Ammetto che, nonostante la filmografia sterminata, non ho mai notato sullo schermo l’attrice americana. Eppure qualcuno dei suoi film l’ho visto, come L’Esorcista II – L’eretico, Fenomeni paranormali incontrollabili, Invaders, Sfida tra i ghiacci, Scomodi omicidi e Cruel Intentions. Per la TV ha partecipato a episodi di Perry Mason, Ai confini della realtà, L’ispettore Tibbs, Racconti di mezzanotte, Star Trek, Settimo cielo e E.R. Ha 75 anni.


 


340xOvviamente Louise è la vecchietta.. omiodio ma l'altro non è quel bolso di Pacey??


Brad Dourif interpreta il patetico Billy Bibbit. Strano il destino di questo attore, condannato, nonostante l’indubbia bravura, a passare ai posteri come LA voce (anche se noi italiani non ne beneficiamo..) del bambolotto Chucky della serie La bambola assassina, a cui è rimasto fedele per tutta la saga. Tra i suoi altri film ricordo I cancelli del cielo, Dune, Velluto blu, Mississippi Burning – Le radici dell’odio, L’Esorcista III, il nostrano Trauma, Alcatraz – L’isola dell’ingiustizia, Nighwatch, Alien – La clonazione, Urban Legend, La profezia, Il Signore degli Anelli (era Vermilinguo ne Le due Torri e ne Il Ritorno del Re), Halloween: The Beginning. Per la TV ha partecipato a Moonlighting, Miami Vice, La signora in giallo, Racconti di mezzanotte, X – Files, Star Trek, Millenium, Law and Order. Ha 59 anni e la bellezza di undici film di prossima uscita, tra cui H2, la seconda parte della saga di Rob Zombie dedicata alle gesta di Michael Myers e, forse, il remake de La bambola assassina, previsto per l’anno prossimo.


 


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Danny De Vito interpreta il dolce e pacioso Martini. Quello che manca in altezza, questo splendido attore, produttore e fine regista (nonché idolo della mia infanzia scellerata) lo compensa in arguzia. Tra i film nei quali ha partecipato come attore ricordo Il dittatore dello stato libero di Bananas, Voglia di tenerezza, il divertentissimo All’inseguimento della pietra verde (e il suo degno seguito, Il gioiello del Nilo), I gemelli, il geniale La guerra dei Roses (di cui è anche regista), Batman – Il ritorno (dove ha interpretato un meraviglioso Pinguino), Last Action Hero, Senti chi parla adesso, Mezzo professore tra i Marines, Junior, Get Shorty, Matilda 6 mitica (nonostante il titolo idiota è una bellissima pellicola di cui è anche regista), Space Jam, Mars Attacks!, Hercules (dava la voce a Filottete), il bellissimo L.A. Confidential, L’uomo della pioggia, The Big Kahuna, Man on the Moon, Austin Powers in Golmember, Big Fish, Be Cool. Per la TV ha partecipato a Starsky & Hutch, la storica sitcom Taxi (che ha portato al successo geni del male come Adam Kaufman e Christopher Lloyd), Friends. Ha dato inoltre la voce a Herb Powell, il fratellastro di Homer, in due episodi dei Simpson. Ha 65 anni e quattro film in uscita.


 


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Christopher Lloyd interpreta il folle Taber. E con quegli occhi spiritati il marchio di folle gli è rimasto, consentendo al buon Zemekis di regalargli (e regalarci) lo storico ruolo dello scienziato Doc in Ritorno al futuro e nei suoi due seguiti, nonché, in altra occasione, un magistrale ed indimenticabile zio Fester nei due film dedicati a La famiglia Addams. Anche lui è un mito della mia infanzia e per ricordarlo al meglio consiglierei di guardare Il postino suona sempre due volte, Star Trek III: alla ricerca di Spock, il cultissimo Signori il delitto è servito, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Quattro pazzi in libertà, Dennis la minaccia, l’interessante Cosa fare a Denver quando sei morto, la versione televisiva di Alice nel paese delle meraviglie, Man on the Moon. Per la TV ha partecipato al già citato Taxi, Malcom, Masters of Horror, Una pupa in libreria, Numb3rs e Law & Order. Ha inoltre doppiato l’ormai storico Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta (chi ricorda ancora la serie Duck Tales?), Anastasia e il recente Le avventure del topino Desperaux. Il nostro ha 71 anni e la bellezza di otto film in uscita tra cui, si spera, qualcosa che promette davvero bene: Piranha 3D. Pauuraaa!!!!


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E ora, anche se so che non dovrei, vi lascio con una parodia di una delle scene più belle del film, fatta ovviamente da una delle serie più belle della TV... I Simpson!!! La qualità del video è scarsa, ed è pure in spagnolo, ma non ho trovato di meglio... ENJOY!!!



 



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