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martedì 22 agosto 2017

Atomica bionda (2017)

Scrolliamo dal blog la ruggine da ferie con l’esplosivo film Atomica Bionda (Atomic Blonde), diretto dal regista David Leitch e tratto dalla graphic novel La città più fredda di Antony Johnston e Sam Hart. Pronti a spararvi in cuffia la migliore musica di fine anni ’80?


Trama: l’agente del MI6 Lorraine Broughton viene mandata a Berlino per recuperare una lista zeppa di segreti bramata da inglesi, americani, russi e francesi… proprio mentre i giorni del muro sono agli sgoccioli!


Alla mia veneranda età, dopo aver visto un buon numero di film, fatico ormai a ricordare nomi di registi e attori "secondari". Alla fine di Atomica Bionda mi è capitato di sussurrare al Bolluomo, col sorrisone sulle labbra, una cosa tipo "Ah ma questo è il modo in cui avrebbero dovuto girare quella mer*a di John Wick 2!" per poi scoprire, in effetti, che David Leitch era il co-regista non accreditato del primo, bellissimo John Wick, il cui secondo capitolo è stato diretto solo da Chad Stahelski. Da qui ho avuto modo di capire che, a son di guardare film, ho imparato qualcosa relativamente non solo a cosa viene raccontato bensì anche al "come", ma soprattutto di riflettere un po' sul Cinema di Menare (non me ne vogliano i fan de I 400 calci se utilizzo un loro termine), genere che, per quanto bistrattato dalla cVitica, ha un suo modo di essere e una sua dignità se realizzato bene, al punto che persino chi si intende di regia, montaggio e stunt tanto quanto un fermacarte (tipo la sottoscritta) riesce a capire facilmente la differenza tra un John Wick 2 e una meraviglia come Atomica Bionda: qui ci sono cuore, tecnica e gusto estetico, là c'è solo la pigrizia con la quale si prende per il naso lo spettatore. Perché a me (come ad altri spettatori, spero) frega poco di vedere Keanu Reeves ammazzare gente se le coreografie che lo vedono impegnato sono sempre le stesse e se il montaggio o la regia non mi esaltano, altrimenti non si parlerebbe, appunto, di coreografie, regia e montaggio e rimarremmo fermi a Van Damme o Steven Seagal al nadir delle loro carriere. In Atomica Bionda ci si mena ma lo si fa con un senso estetico superiore, col desiderio di costruire una scena, coccolando l'occhio dello spettatore con una bellezza che non è solo quella di una Charlize Theron che sarebbe gnocca persino avvolta in un sacco di juta e sfigurata dai lividi ma è anche e soprattutto quella di scontri all'arma bianca/pugni/calci/quello che volete così ben fatti da sembrare dei balletti, altro che La La Land. Questi sono film realizzati da gente che conosce benissimo il genere, lo ama e lo rispetta, da artigiani e stuntman che scelgono di renderlo appetibile anche per un pubblico di gente meno di nicchia, coinvolgendo grandi nomi e puntando tantissimo su scenografie, musiche, costumi e qualsiasi altro elemento possa risultare gradevole anche a chi non mastica pane e tamarreide dal mattino alla sera. A inizio 2000 c'erano i wu-xia occidentalizzati, oggi ci sono questi... come chiamarli? Action fortemente estetici? Non saprei ma, a prescindere da come vogliamo chiamarli, non ci si può lamentare della loro presenza sul mercato.


Sorvolando un attimino su una trama che a tratti si perde in un tourbillon di nomi in codice e passaggi di testimone, Atomica bionda ha tutto quello che serve per rendere la Bolla una bimba felice. Innanzitutto, ha una protagonista carismatica (e sapete quanto io ADORI le donne forti nel Cinema) interpretata da un'attrice che, ora come ora, è una delle migliori in circolazione. Non mi sento di scrivere altre righe sulla bellezza di Charlize Theron, quella donna è gnocca e bravissima, ma è innanzitutto una macchina da guerra credibile e stilosa da matti: le mise che la Theron indossa nel corso del film, non tanto quelle per me inarrivabili sfoggiate nei club berlinesi ma proprio quelle "da tutti i giorni", le sognerò nei mesi a venire, spulciando i siti di shopping on line per scovare qualche capo autunnale da mettere a mia volta. Magari con risultati diversi, ma l'importante è provare. Seconda cosa, Atomica bionda ha una serie di personaggi "di contorno" da paura. Ormai James McAvoy ha superato il noiosino Fassbender nella mia personalissima classifica di figaggine e quando lo sfruttano per ruoli da alcoolizzato/pazzo mi si scioglie il cuoricino; per gli ometti (o per le fanciulle amanti dello stesso sesso) c'è una Sofia Boutella sempre più affascinante, impegnata in una paio di scene capaci di lasciare letteralmente a bocca aperta il Bolluomo. Non potevo nemmeno prenderlo a schiaffi, visto che la Boutella e la Theron sono talmente sensuali assieme da far vacillare la mia eterosessualità come non erano riuscite nemmeno Natalie Portman e Mila Kunis ne Il cigno nero. Il parterre di attori ovviamente non finisce lì: vedere John Goodman, Toby Jones, Eddie Marsan e il futuro Pennywise Bill Skarsgård condividere lo schermo con la protagonista è sempre una gioia, così come è splendido vederli camminare per le due Berlino un attimo prima del crollo del maledetto muro. L'ambientazione è il terzo elemento vincente di Atomica Bionda, con le due anime di Berlino, la est più "straccionata" ma viva in un modo che la ovest può solo sognare, riportate perfettamente su pellicola e la storia reale che si insinua prepotentemente all'interno della finzione, segnando la sconfitta (non definitiva) di tutti i giochi di spie, traditori ed assassini che coi loro segreti hanno scritto una delle pagine più nere della storia mondiale. Immancabile infine, per mantenere il mood berlinese di fine anni '80, una colonna sonora stupenda che spazia da David Bowie a Blue Monday, passando per immancabili hit tedesche come 99 Luftballons e la sempre adorabile Der Commissar per poi finire con London Calling e Under Pressure, sempre per non dimenticare il divino Starman e l'altro divino Freddie Mercury. Volete altri motivi per andare a vedere Atomica bionda? Io sinceramente non perderei tempo e correrei al cinema prima che lo tolgano!


Del regista David Leitch ho già parlato QUI. Charlize Theron (Lorraine Broughton), James McAvoy (David Percival), Eddie Marsan (Spyglass), John Goodman (Emmett Kurzfeld), Toby Jones (Eric Gray) e Sofia Boutella (Delphine Lasalle) li trovate invece ai rispettivi link.

Bill Skarsgård interpreta Merkel. Svedese, figlio di Stellan e fratello di Alexander, lo ricordo per il film Anna Karenina, inoltre ha partecipato a serie quali Hemlock Grove. Ha 27 anni e tre film in uscita tra cui, ovviamente, IT, dove ricoprirà il ruolo di Pennywise!


I più accaniti fan di Tarantino avranno riconosciuto nei panni dell'orologiaio l'attore Til Schweiger, ovvero l'Hugo Stiglitz di Bastardi senza gloria. Detto questo, se Atomica bionda vi fosse piaciuto vi consiglio di recuperare Nikita e il primo John Wick. ENJOY!

mercoledì 26 luglio 2017

Red State (2011)

A giugno la Midnight Factory ha fatto arrivare anche sul mercato home video italiano Red State, film diretto e sceneggiato nel lontano 2011 dal regista Kevin Smith.


Trama: tre ragazzi rispondono ad un annuncio di sesso on line e finiscono nelle grinfie del folle predicatore Abin Cooper, deciso a punirli per i loro peccati...



Erano anni che sentivo parlare molto bene dell'incursione nell'horror "serio" di Kevin Smith, regista ormai notoriamente bollito a furia di farsi gran cannoni/tirare rigoni (semicit.), e nonostante abbia aspettato sei anni per vederlo le mie aspettative erano a mille. D'altronde, Smith e la religione si sono sempre presi molto bene, come dimostrato dal pregevole Dogma, simpatica satira all'acqua di rose non capita dal 90% della popolazione credente e per questo ingiustamente osteggiata, quindi la presenza di un predicatore cattolico radicale, chiaramente ispirato a figure come Fred Phelps, mi faceva se non altro pensare a qualcosa di molto gustoso. Invece ammetto che, nonostante il claim Tarantiniano presente sulla copertina del bluray (pare che Quentin in persona lo abbia inserito tra pellicole più belle del 2011), Red State mi ha lasciata abbastanza fredda e mi è sembrato un lavoro riuscito a metà, rabberciato alla bell'e meglio da un regista e sceneggiatore che non sapeva bene dove andare a parare. L'inizio, per esempio, è quello tipico di un horror: tre ragazzi rispondono ad un annuncio on line sperando di trovarsi per le mani il primo foursome della loro vita e finiscono invece incaprettati, prede di una comune religiosa popolata da folli e guidata da un pazzo convinto che Dio odi tutti i peccatori e deciso quindi a punirli nel modo più violento possibile. Data questa premessa, avrei scommesso tutti i miei averi su una svolta improntata sul torture porn, invece a un certo punto subentrano i federali e il film si trasforma in un assedio dove nessun personaggio, nemmeno quelli che dovrebbero essere i "buoni", riescono ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, rivelando la loro fondamentale natura violenta e crudele, tipicamente "umana" a sentire le parole finali di Joseph Keenan. Considerato che amo essere sorpresa, questo cambiamento di registro mi è anche sembrato un tocco di classe, il problema è che Smith non è propriamente in grado di girare film capaci di mantenere il necessario ritmo di un thriller, di un horror o di un action perché, di fondo, ciccio Kevin è un gran sbrodolone.


Definisco Kevin Smith "sbrodolone" perché è uno che, come il già citato Tarantino, ama un sacco il suono della sua voce e delle sue idee e conseguentemente adora infarcire i suoi film di dialoghi "oziosi". La cosa funziona bene in film come Clerks, In cerca di Amy, Generazione X, persino Dogma, ma in una pellicola come Red State bisognerebbe avere anche la capacità tarantiniana di scioccare il pubblico e tenerlo in scacco con splendide immagini di violenza non con la stasi di un povero John Goodman costretto a parlamentare e stare al telefono per delle ore o, ancor peggio, con l'utilizzo della camera a mano vomitilla. Michael Parks, unica vera punta di diamante del film nonché unico pregio indiscutibile, incanta con la sua voce, riempie d'orrore con le sue tirate di fuoco e sangue contro gli omosessuali, mette i brividi con la sua aria da bravo papà amato da una grande famiglia (di matti, ma comunque matti normali, capaci di condurre una vita persino noiosa, almeno finché non scelgono di imbracciare le armi per difendere il loro Credo distorto) ma la cosa finisce lì, persa in un mare di false partenze e tentennamenti che toccano l'apice nel finale loffissimo. Ecco, quel finale è una cosa che non perdono al grasso orgoglio di Smith perché capisco la mancanza di budget e la sboroneria ma bastava tenere ancora un po' il film in cantiere, ricorrere ad quello stesso crowdfunding che ha partorito un aborto come Tusk, e sarebbe uscita fuori un'Apocalisse capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore, Bolluomo in primis che ci aveva quasi creduto. E invece, ennesima tirata di un John Goodman bravissimo ma costretto nei panni di un personaggio pavido, che non sa neppure lui che pesci prendere, ridotto a raccontare una storiaccia "moralista" degna del peggior Silent Bob e ad un trucco narrativo che a momenti non oserebbero utilizzare neppure in Fear the Walking Dead. Insomma, meglio di Tusk o Yoga Hosers (e ci mancherebbe altro...) ma comunque non benissimo, un triste presagio di quello che sarebbe diventato Kevin Smith nel giro di cinque o sei anni. O forse, una conferma di quello che è sempre stato ma eravamo troppo ciechi per vedere.


Del regista e sceneggiatore Kevin Smith, al quale appartiene anche la voce del carcerato che insulta Cooper sul finale, ho già parlato QUI. Kyle Gallner (Jarod), Stephen Root (Sceriffo Wynan), Kerry Bishé (Cheyenne), Melissa Leo (Sara), James Parks (Mordechai), Michael Parks (Abin Cooper), Jennifer Schwalbach Smith (Esther), John Goodman (Joseph Keenan) e Kevin Pollack (ASAC Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Ralph Garman interpreta Caleb. Americano, ha partecipato a film come Ted, Un milione di modi per morire nel west, Tusk, Ted 2, Lavalantula, Yoga Hosers e a serie quali Streghe, NYPD, Dr. House e Bones; come doppiatore ha lavorato per le serie American Dad!, I Griffin, Celebrity Deathmatch, The Cleveland Show, Robot Chicken e per Lego Batman - Il film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e un film in uscita.


Patrick Fischler interpreta l'agente Hammond. Americano, ha partecipato a film come L'uomo ombra, Twister, Mulholland Drive, Ghost World, Ave Cesare! e a serie quali Jarod il camaleonte, NYPD, Nash Bridges, Streghe, Angel, CSI - Scena del crimine, ER Medici in prima linea, Tutto in famiglia, Monk, CSI: NY, CSI: Miami, La vita secondo Jim, Bones, Cold Case, Lost, Weeds, Criminal Minds, Grey's Anatomy, C'era una volta e Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


L'edizione Blu-Ray della Midnight Factory purtroppo non presenta extra degni di nota (solo il trailer, mentre nell'edizione inglese ci sono dietro le quinte, podcast, scene eliminate, commento del regista ecc.) benché sia corredata dall'ottimo libretto esplicativo curato dalla redazione di Nocturno Cinema. Michael Angarano, che interpreta Travis (uno dei tre protagonisti) era Elliot, il figlio di Jack, nella serie Will & Grace mentre Marc Blucas, riconoscibile sotto l'elmetto del cecchino che si impietosisce davanti a Cheyenne, era Riley nella serie Buffy l'ammazzavampiri. Per il ruolo di Joseph Keenan Smith aveva pensato sia a Samuel L. Jackson che ad Alan Rickman ma quest'ultimo ha dovuto rinunciare perché impegnato nelle riprese di Harry Potter e i doni della morte. Nello script la scena dell'Apocalisse era presente ma Kevin Smith ha dovuto eliminarla per problemi di budget: dopo il confronto tra Cooper e Keenan, che nel film continua col racconto di quest'ultimo, teste e cuori di tutti i presenti, fedeli e poliziotti, avrebbero dovuto esplodere lasciando in vita solo Keenan, testimone della venuta di un angelo gigante (che avrebbe impalato Cooper con una spada fiammeggiante) e dei quattro cavalieri dell'Apocalisse. Detto questo, se Red State vi fosse piaciuto recuperate The Sacrament, The Wicker Man e The Conspiracy. ENJOY!

domenica 1 maggio 2016

10 Cloverfield Lane (2016)

In questi giorni è uscito in Italia 10 Cloverfield Lane, apparentemente sequel dell'acclamato Cloverfield e diretto dal regista Dan Trachtenberg.


Trama: dopo un incidente, la giovane Michelle si ritrova chiusa in un bunker di proprietà del corpulento Howard. L'uomo, convinto che il mondo esterno sia stato devastato da una catastrofe nucleare, è ben deciso a non fare uscire né lei né l'altro prigioniero del rifugio, Emmett...


Come al solito quando mi capita di vedere i film, soprattutto quando si parla di opere molto recenti, non sto a documentarmi molto in merito, non solo per evitare spoiler ma anche per non copiare involontariamente il pensiero di qualche recensore degno di tale nome. E' per questo motivo che la visione di 10 Cloverfield Lane mi ha lasciata abbastanza perplessa. Sinceramente, mi aspettavo infatti di trovarmi davanti un film "di mostri" solo parzialmente ambientato in un bunker mentre la pellicola di Dan Trachtenberg è un thriller claustrofobico dove ciò che succede all'esterno conta fino ad un certo punto. Volete la verità? In pratica 10 Cloverfield Lane è la brutta copia di The Divide, con molti meno personaggi, tra l'altro ben poco interessanti, e, peggio ancora, molta meno follia; l'ora e mezza di durata pesa come un macigno tra dialoghi di una banalità sconcertante, silenzi protratti, ambienti sempre uguali e qualche imprevisto a spezzare la precaria routine dei tre ospiti del bunker. Cloverfield era interessante e si differenziava dalla miriade di found footage realizzati fino a quel momento perché aveva il coraggio di non mostrare praticamente nulla e di forzare lo spettatore ad immaginare, coinvolgendolo in un crescendo di tensione che deflagrava in un finale cattivissimo, mentre 10 Cloverfield Lane si rifugia nella sicurezza del "già visto", mettendo in piedi una storia fatta di psicosi da operetta, sindromi di stoccolma e qualche riferimento al film di Matt Reeves (riferimenti che, se non conoscete la pellicola a menadito o se non l'avete vista giusto qualche giorno fa, sicuramente non riuscirete a cogliere, un po' com'è successo a me) gettati lì a mo' di contentino. Anche in questo caso il finale è abbastanza interessante, o per meglio dire furbo, tuttavia è un po' poco per salvare una pellicola assolutamente non necessaria.


Ora, voi direte: cavolo, c'è John Goodman. E normalmente io vi risponderei: avete ragione, l'adorato ciccionetto salva la baracca. Magari. Purtroppo anche Goodman, di solito poco meno che eccelso, stenta a far decollare un personaggio che si affossa ad ogni minuto che passa, trincerandosi dietro silenzi minacciosi oppure profondendosi in imbarazzanti siparietti atti a sbattere in faccia allo spettatore, se fosse così scemo da non averlo capito dopo le prime sequenze, che "qualcosa non va!11!1111!!!". Un po' meglio la Winstead, eroina cazzutissima con l'interessante hobby della sartoria, probabilmente l'unico motivo di interesse che un uomo potrebbe trovare guardando 10 Cloverfield Lane, ma purtroppo alla protagonista è stata affiancata una spalla di rara mollezza, un personaggio che sarebbe andato bene giusto in un film di Kevin Smith ambientato negli anni '90, magari per essere preso a ceffoni da Jay e Silent Bob. Non c'è empatia verso i protagonisti, non c'è l'ansia nel sapere quale sarà il loro destino e, quel che è peggio, nelle poche scene che dovrebbero effettivamente uccidere lo spettatore con un senso soverchiante di claustrofobia non c'è nemmeno quello. Il finale probabilmente ha consumato l'intero budget messo a disposizione dei realizzatori ma, dopo tutto ciò che è stato mostrato prima, pare davvero attaccato con la colla, giusto per svegliare un pubblico ormai addormentato dalla camurrìa. A costo di essere ripetitiva, torno a pensare a The Divide e alle splendide immagini che accompagnavano la letterale rinascita della protagonista, in un afflato di poesia e personalità di cui, ahimé, questo 10 Cloverfield Lane è dolorosamente privo.


Di John Goodman (Howard), Mary Elizabeth Winstead (Michelle) e Bradley Cooper (la voce di Ben) ho già parlato ai rispettivi link.

Dan Trachtenberg è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche sceneggiatore e attore, ha 35 anni.


John Gallagher Jr. interpreta Emmett. Americano, ha partecipato a film come Margaret e Hush. Ha 32 anni e un film in uscita.


10 Cloverfield Lane, nato come una sceneggiatura completamente indipendente, è, a detta del produttore J.J. Abrams, un "consanguineo" di Cloverfield, al quale è collegato da un sacco di riferimenti, tuttavia non è un prequel né un sequel, quindi non è necessario guardare il film di Matt Reeves per capirlo o apprezzarlo; se comunque 10 Cloverfield Lane vi fosse piaciuto recuperatelo (anche perché pare non sia finita qui...) e aggiungete Misery non deve morire e The Divide. ENJOY!

martedì 16 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (2015)

Dopo qualche giorno di pausa si torna a parlare di Oscar, nella fattispecie di L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo), diretto nel 2015 dal regista Jay Roach e tratto dall'omonima biografia scritta da Bruce Cook, per il quale Bryan Cranston è candidato come miglior attore protagonista.


Trama: il film racconta la storia dello scrittore e sceneggiatore Dalton Trumbo, costretto a lavorare sotto falso nome in quanto inserito in una lista nera di professionisti guardati con sospetto a causa del loro credo politico.


Quando si parla di America si pensa subito ad una Nazione dove i diritti vengono tutelati e chiunque può godere di libertà praticamente assoluta, soprattutto per quel che riguarda il suo credo religioso e politico. Certo, di tanto in tanto arrivano anche in Italia allarmanti notizie riguardanti imbarazzanti "incidenti" a sfondo razziale, che hanno per protagonisti soprattutto polizia e afroamericani, ma nel complesso è raro che si senta parlare di grandi personalità perseguitate per le loro idee: d'altronde, Travolta e Cruise sono sostenitori di Scientology, Trump è in corsa per la presidenza e nessuno li ha ancora presi a schiaffoni oppure interdetti per sempre dal mostrarsi in pubblico. Sul finire degli anni '40, invece, l'America era finita preda di un'imbarazzante ed assurda "caccia al comunista", che ha portato non solo l'uomo della strada a guardare con sospetto il proprio vicino ma addirittura alla costituzione della cosiddetta Commisione per le attività anti-americane da parte della Camera dei rappresentanti; vero, questa Commissione esisteva già all'epoca della seconda guerra mondiale ma è solo a ridosso degli anni '50 che ha cominciato ad estendere i suoi "tentacoli" anche ai quei rappresentanti della scena culturale accusati di essere comunisti e quindi, automaticamente, sovversivi, spie, Russi mancati, ecc. ecc., quindi diffidati dal continuare a fare il loro lavoro e, in generale, trattati come dei paria nell'ambito di qualsiasi realtà sociale. All'interno di questa imbarazzante pagina di Storia Americana si muove il caustico ed ironico Dalton Trumbo, costretto ad intraprendere un'estenuante battaglia fatta di sotterfugi e sofferenza "solo" per poter non soltanto consentire a lui e alla sua famiglia di sopravvivere ma anche per tornare ad esibire con orgoglio il proprio nome in calce alle sceneggiature da lui scritte. La pellicola di Jay Roach viene costruita come una biografia "surreale", nel senso che la situazione descritta ha dell'incredibile non solo per lo spettatore odierno, ma anche per chi si è trovato a viverla, inizialmente convinto che un Paese come l'America non sarebbe mai arrivato a boicottare dei rispettabili e famosi cittadini, men che meno a metterli in carcere. Alle quasi scanzonate scaramucce iniziali tra quelli che sarebbero diventati "I 10 di Hollywood" e feroci anti-comunisti come Hedda Hopper e John Wayne si sostituiscono a poco a poco la disperazione di chi finalmente comprende gli estenti del terrore da guerra fredda, di chi è costretto a tradire gli amici per continuare a lavorare, di famiglie costrette a mentire sulle attività dei propri cari e a vergognarsi di portare un determinato cognome, di vene creative prosciugate dall'inattività o dalla necessità di procacciarsi da vivere.


L'intera vicenda viene mostrata attraverso gli occhi di Dalton Trumbo, sceneggiatore colpito forse più di altri dall'amara ironia di questa situazione insostenibile, vincitore di due Oscar finiti in mano ad altri (il primo, per la sceneggiatura di Vacanze Romane, al prestanome Ian McLellan Hunter, il secondo, per quella de La più grande corrida, direttamente all'associazione degli sceneggiatori, visto che Robert Rich era solo uno pseudonimo), ritirati soltanto una volta che l'America intera era rinsavita da quell'assurda caccia alle streghe comuniste. Immerso all'interno della sua vasca, Trumbo affronta con incredibile arguzia e presenza di spirito l'opprimente atmosfera di una Guerra Fredda apparentemente infinita, senza smettere un attimo di battere le dita sui tasti della macchina da scrivere, vuoi per orgoglio, egoismo o semplice spirito di sopravvivenza; attorno a lui ruotano familiari giustamente sull'orlo di una crisi di nervi, parassiti della peggior specie, vendicativi paladini della "purezza occidentale" ma anche comunisti duri e puri che vorrebbero vederlo se non morto perlomeno schiacciato dalla sua (molto) altalenante dedizione alla causa e ciò che accomuna tutti i personaggi realmente esistiti è proprio la sfortuna di essere capitati in un periodo storico agghiacciante, doloroso ed umiliante sia per le vittime che per i carnefici. Non a caso, Trumbo è un film prevalentemente attoriale, interamente basato sulle performance di chi è riuscito a riportare sullo schermo, con una sensibilità incredibile, tutti i protagonisti di questa storia "senza vincenti". Bryan Cranston in primis meriterebbe l'Oscar perché il suo Dalton Trumbo è perfetto: in primo luogo, per l'aderenza a quello vero, come si può evincere da uno stralcio d'intervista riportato durante i titoli di coda, secondariamente per l'intensità messa nell'interpretazione, tanto che spesso ci si commuove davanti a quest'uomo che rifiuta, cocciutamente, di venire messo in ginocchio da un sistema sbagliato. Persino le figure più "banali" (mi si passi il termine) o più caricate risultano realistiche, questo vale sia per la figlia Nikola, interpretata da una Elle Fanning che ormai ha surclassato la sorella Dakota (a proposito, che fine ha fatto??), sia per l'enorme Frank King, incarnato da un John Goodman in stato di grazia; a queste persone magari poco conosciute si aggiungono le magistrali rappresentazioni di miti viventi quali John Wayne, Kirk Douglas, un esilarante Otto Preminger e la stronzissima "regina del gossip" Hedda Hopper, ennesimo ruolo capace di confermare la grandezza di una Helen Mirren che non sbaglia un colpo, che Dio la benedica.  L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo è un film che ha cuore, una pellicola interessantissima e capace di causare nello spettatore l'insana voglia di saperne di più non solo sullo sfortunato Dalton Trumbo ma anche e soprattutto su un periodo nerissimo della storia di Hollywood in particolare e dell'America in generale. Ecco perché in Italia lo hanno distribuito solo in una cinquantina di sale, bravi!!


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Dalton Trumbo), Michael Stuhlbarg (Edward G. Robinson), Helen Mirren (Hedda Hopper), Alan Tudyk (Ian McLellan Hunter), Roger Bart (Buddy Ross), Elle Fanning (Niki Trumbo) e John Goodman (Frank King) li trovate invece ai rispettivi link.

Diane Lane interpreta Cleo Trumbo. Americana, ha partecipato a film come I ragazzi della 56ma strada, Rusty il selvaggio, Charlot - Chaplin, Dredd - La legge sono io, Jack, L'uomo d'acciaio e ha lavorato come doppiatrice per il film Inside Out e il corto Il primo appuntamento di Riley. Ha 51 anni e tre film in uscita, tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice.


Louis C.K. (vero nome Louis Szekely) interpreta Arlen Hird. Americano, ha partecipato a film come Blue Jasmine e American Hustle - L'apparenza inganna. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 48 anni e un film in uscita, Pets - Vita da animali.


Christian Berkel interpreta Otto Preminger. Tedesco, ha partecipato a film come L'uovo del serpente, The Experiment, Bastardi senza gloria, Operazione U.N.C.L.E. e a serie come L'ispettore Derrick e Il commissario Rex. Ha 59 anni e un film in uscita.


Dean O'Gorman, che interpreta Kirk Douglas, era il nano Fili in tutti i film della trilogia de Lo Hobbit. Steve Martin non ha nulla a che vedere col film ma per qualche tempo, nei primi anni della sua carriera, è stato il fidanzato della figlia minore di Trumbo, Mitzi, senza avere idea di chi fosse Dalton Trumbo prima di conoscerlo di persona. Detto questo, se L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo vi fosse piaciuto, recuperate magari alcuni film scritti dallo sceneggiatore (tra i più famosi, anche relativamente recenti, ci sono i già citati Vacanze romane e La più grande corrida ma anche Spartacus e Always - Per sempre) e magari Good Night and Good Luck. ENJOY!


venerdì 12 settembre 2014

Il tocco del male (1998)

So che ultimamente mi sono data ai film recenti ma non crediate che tralasci i recuperi o la visione di film già stravisti ma amatissimi, come per esempio Il tocco del male (Fallen), diretto nel 1998 dal regista Gregory Hoblit.


Trama: il poliziotto John Hobbes cattura il pluriomicida Edgar Reese e lo fa condannare a morte. Poco dopo, tuttavia, i delitti riprendono con un modus operandi simile a quello di Reese e Hobbes si ritrova perseguitato da un'entità misteriosa e pericolosissima...


Trame come quella de Il tocco del male, de L'alieno e, per estensione, anche de Il male di Dylan Dog mi hanno sempre messo addosso un'ansia terribile perché in esse le pulsioni omicide e la follia si diffondono con un semplice tocco e chiunque può diventare, inconsapevolmente, un pericoloso criminale; l'imprevedibilità e la conseguente paranoia sono alla base di queste storie inquietantissime e la loro bellezza sta proprio nell'impossibilità di dare un volto al "colpevole", che può cambiare così in un batter d'occhio. Peggio di una possessione circoscritta ad un unico individuo, infatti, c'è solo la possibilità che il male si propaghi come un virus e che da esso non vi sia difesa ed è proprio quello che accade ne Il tocco del male. La pellicola di Gregory Hoblit, raccontata furbamente da una voce fuori campo come se fosse un noir d'altri tempi, rappresenta tutto ciò che avrebbe dovuto essere Liberaci dal male per poter funzionare, perché immerge l'orrore religioso in un contesto poliziesco, dando vita ad un interessantissimo ibrido che vede scontrarsi delle ordinarie indagini di normalissimi poliziotti contro l'inspiegabile e il paradossale, contro forze esistenti ancor prima che l'uomo arrivasse sulla Terra. L'angelo caduto Azazel, presenza invisibile agli occhi ma anche troppo "tangibile", coinvolge il protagonista Denzel Washington in un gioco tra gatto e topo talmente serrato da diventare a tratti quasi insostenibile, nel quale l'atmosfera di totale incertezza e pericolo imminente riesce senza troppi problemi ad eclissare la pomposità della solita lotta tra il Male sovrannaturale e un inconsapevole prescelto umano e a farsi perdonare alcune ingenuità pseudo-new age.


Se Il tocco del male, già molto inquietante per la trama, funziona a meraviglia, il merito va in gran parte al cast stellare. Denzel Washington è un protagonista validissimo e solido ma la parte del leone la fanno tutti gli altri grandissimi attori e caratteristi che gli sono stati affiancati, a partire da un Elias Koteas che, nonostante si veda solo all'inizio, si incide a fuoco nella mente dello spettatore grazie ad un carisma magnetico (vi sfido a non mettervi a cantare a squarciagola Time Is on My Side degli Stones, tema portante del film, dopo averlo visto fare a lui nella scena della prigione!); Donald Sutherland, James Gandolfini e John Goodman si fanno condurre docilmente per mano da questa grandissima prova attoriale e si giostrano lo spettatore come vogliono, alternando momenti di normalità ad atteggiamenti "sospetti" in grado di mettere i brividi. La regia di Gregory Hoblit è solida e classica ma lascia spazio all'innovazione al momento di mostrare la soggettiva di Azazel (ottenuta grazie all'ausilio di un tipo di pellicola denominato Ektachrome) e, soprattutto, tocca vertici di pura classe nella sequenza in cui Embeth Davidtz viene presa di mira ed inseguita dall'angelo caduto, che propaga la sua essenza di persona in persona per un intero isolato grazie a semplici tocchi, sapientemente coreografati, inquadrati e montati: horror ne ho visti parecchi, ormai lo sapete, e Il tocco del male l'ho guardato ben più di una volta, eppure trovo che questa particolare sequenza sia una delle più belle che siano mai state girate per un film di genere e mi lascia sempre senza fiato. Per non spoilerare eccessivamente la storia è meglio che mi fermi qui ma direi che basterebbe solo questo per spingermi a consigliare la visione de Il tocco del male a tutti, non solo agli appassionati del sovrannaturale... credo comunque che anche dare una scorsa ai grandi nomi coinvolti sia un valido incentivo, quindi recuperatelo se non lo avete mai fatto!!


Di John Goodman (Jonesy), Donald Sutherland (Stanton), Embeth Davidtz (Gretta Milano), James Gandolfini (Lou) ed Elias Koteas (Edgar Reese) ho già parlato ai rispettivi link.

Gregory Hoblit è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Schegge di paura, Frequency - Il futuro è in ascolto, Il caso Thomas Crawford, Nella rete del serial killer ed episodi di serie come N.Y.P.D.. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni.


Denzel Washington (vero nome Denzel Hayes Washington Jr.) interpreta John Hobbes. Americano, lo ricordo per film come Il giustiziere della notte, Glory - Uomini di gloria (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista), Mo' Better Blues, Malcom X, Il rapporto Pelican, Philadelphia, Allarme rosso, Il collezionista di ossa, Training Day (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista), Déjà Vu - Corsa contro il tempo e Pelham 1 2 3 - Ostaggi in metropolitana. Anche produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Se Il tocco del male vi fosse piaciuto recuperate anche L'ultima profezia e Angel Heart - Ascensore per l'inferno. ENJOY!



mercoledì 19 marzo 2014

Il grande Lebowski (1998)

Dopo non so più ormai quante migliaia di anni, in questi giorni ho deciso di riguardare Il grande Lebowski (The Big Lebowski), diretto e sceneggiato nel 1998 da Joel ed Ethan Coen.


Trama: Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, viene aggredito da due delinquentelli a causa di uno scambio di persona. Deciso ad essere risarcito (i due hanno gli hanno pisciato sul tappeto che “dava un tono all’ambiente”), il Drugo va a cercare il suo omonimo Grande Lebowski, infilandosi così in un’intricata vicenda di denaro e rapimenti…


La prima volta che vidi Il grande Lebowski ci rimasi così male che per poco non buttai via la videocassetta. Folgorata da quello che per me, a tutt'oggi, è il capolavoro dei fratelli Coen, ovvero Fargo, immaginatevi come posso essermi sentita davanti a questa verbosissima commedia grottesca fatta di equivoci e deliri con una trama esilissima dove fondamentalmente è il caos a farla da padrone e dove, alla fin fine, succede davvero poco. Probabilmente il mio pensiero all'epoca sarà stato "Ma come? Nessun morto ammazzato? E quindi? Il sangue dov'è, dov'è la giusta vendetta di un incazzatissimo Walter o Drugo? Perché c'è quella patata lessa della Moore?". Per fortuna questi dubbi amletici non sono risorti dopo più di 10 anni di ostinata inimicizia, perché Il grande Lebowski non è riuscito a scalzare Fargo dalla classifica ma è davvero un film divertentissimo, zeppo di dialoghi esilaranti, interpretato da grandissimi attori... e capisco anche come il buon Drugo (The Dude in originale) possa aver dato vita ad un culto del dudeismo che conta parecchi seguaci perché se tutti prendessimo la vita come lui probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Drugo Lebowski è la perfetta sintesi del "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là", l'incarnazione biblica della Terra che, mentre una generazione passa e l'altra giunge (cosa che, effettivamente, accade nel film), sta lì immota ad aspettare in eterno, senza apparentemente venire toccata dalle vicende umane: dategli un White Russian e una canna e il Drugo solleverà il mondo o, meglio, aspetterà che voi lo solleviate con lui seduto sopra. Principe dei loser Coeniani, lui nel suo essere outsider ci sguazza e, se ci pensate bene, effettivamente tutte le disavventure che gli capitano nel film derivano dal fatto che gli altri lo spingano ad uscire dal comodo guscio che si è creato e ad essere un "avido" criminale e ricattatore.


Il Drugo è una spugna e non solo perché beve come un carcamanno. Si lascia trascinare dalla follia guerrafondaia dell'amico Walter, dai problemi del Grande Lebowski e dal fascino dell'indipendente Maude e da ognuno di loro, anzi, da ogni cosa che lo circonda afferra frasi, concetti, modi di dire che troverà modo di ripetere ad eventuali nuovi interlocutori o si affastelleranno nelle deliranti sequenze oniriche girate da degli ispiratissimi Coen. La struttura stessa de Il grande Lebowski è un delirio, imprevedibile quanto il suo fattissimo protagonista: raccontato in prima persona come un noir dalla quintessenza dell'americanità (un cowboy, nientemeno), inserisce di tanto in tanto personaggi iconici che hanno davvero pochissima funzionalità all'interno della trama e interrompe la narrazione con i sogni del Drugo che, in definitiva, riassumono la situazione fino a quel momento filtrandola attraverso l'occhio del subconscio che ingigantisce dettagli apparentemente insignificanti tratti da varie scene e avvenimenti. Lo spettatore non può fare altro che perdersi in questo delirio e ridere della goffaggine del Drugo e compari, simpatizzando con loro fin dal primissimo istante nonostante Walter sarebbe da prendere a schiaffi ogni due per tre (ma d'altronde, chi non ha un amico fanatico ed impulsivo?).


Jeff Bridges si annulla completamente in una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera, arrivando ad interpretare una vera forza (immota) della natura, una persona che "conforta" sapere che c'è; personalmente, nonostante le mise inguardabili e la sbronza costante, l'ho trovato anche bellissimo come uomo ma qui si parla di devianza, lasciate stare. John Goodman è la forza opposta: se il Drugo è l'occhio del ciclone, Walter è lo tsunami che passa e lascia distruzione ovunque, assolutamente certo delle sue idee e dei suoi mezzi fino a prova contraria. L'attore offre una prova grandiosa e a farne le spese, come giusto contrappasso dopo la logorrea di Fargo, è il povero Steve Buscemi che viene costantemente e malamente zittito dal ciccione guerrafondaio ma, in qualche modo, riesce comunque a risultare indispensabile nel suo fragile, piccolo silenzio. Indimenticabili anche Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Julianne Moore, John Turturro (favoloso!!!!) e David Huddleston, ognuno a modo loro, ognuno parte integrante di questo folle noir dei poveri orchestrato dai fratelli Coen. E, a proposito di orchestra, meravigliosa anche la colonna sonora, nella quale spicca un'Hotel California versione Gipsy Kings che mi fa stramazzare a terra dalle risate ancora adesso. Sono passati dieci anni, come dicevo... e finalmente con Il grande Lebowski ho fatto pace, al punto da arrivare a considerarlo un gioiello, sebbene non un cult assoluto. Meglio tardi che mai, no?


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Jeff Bridges (Jeffrey "Drugo" Lebowski), John Goodman (Walter Sobchak), Julianne Moore (Maude Lebowski), Steve Buscemi (Theodore Donald 'Donny' Kerabatsos), Philip Seymour Hoffman (Donnie), Tara Reid (Bunny Lebowski), Peter Stormare (Karl Hungus), David Thewlis (Knox Harrington) li trovate invece ai rispettivi link.

David Huddleston interpreta il Grande Lebowski. Americano, ha partecipato a film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, Qualcosa di cui... sparlare, The Producers e a serie come Vita da strega, Kung Fu, Charlie's Angels, Magnum P.I., La signora in giallo, Colombo, Lucky Luke, Walker Texas Ranger Una mamma per amica. Anche regista e produttore, ha 84 anni.


Mark Pellegrino (vero nome Mark Ross Pellegrino) interpreta lo scagnozzo biondo di Treehorn. Americano, ha partecipato a film come Arma letale 3, Il mondo perduto - Jurassic Park, Mulholland Drive, The Hunted - La preda, Il mistero dei templari, Truman Capote, Number 23 e a serie come Hunter, Racconti di mezzanotte, Renegade, E.R. - Medici in prima linea, Nash Bridges, X- Files, N.Y.P.D., Grey's Anatomy, Dexter, Prison Break, Numb3rs, Criminal Minds, Fear Itself, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Lost, il pilot di Locke & Key (sarebbe stato Rendell ç_ç), CSI: Miami Supernatural. Ha 49 anni.


John Turturro interpreta Jesus Quintana. Americano, lo ricordo per film come Toro scatenato, Cercasi Susan disperatamente, Hannah e le sue sorelle, Il colore dei soldi, Fa' la cosa giusta, La tregua, Fratello, dove sei?, Terapia d'urto, Secret Window Zohan - Tutte le donne vengono al pettine, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice e Monk. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e cinque film in uscita.


Sam Elliott (vero nome Samuel Pack Elliott) interpreta lo Straniero. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto in blue jeans, Scappatella con il morto, Hulk, Ghost Rider e a serie come Missione impossibile, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e due film in uscita.


Tra gli altri interpreti segnalo la presenza di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, che compare nei panni di uno dei compari di Karl Hungus, mentre l'ex compagno di Madonna Carlos Leon interpreta uno degli scagnozzi di Maude; altre guest star eccellenti sono Charlie Kaufman, che siede tra il pubblico durante lo spettacolo teatrale e la musicista Aimee Mann, l'unica donna nel gruppo di tedeschi. Tra quelli che "non ce l'hanno fatta" figura invece Charlize Theron, brevemente considerata per il ruolo di Bunny. Per finire, se Il grande Lebowski vi fosse piaciuto, recuperate Fargo e gli altri film dei Coen. ENJOY!

venerdì 21 febbraio 2014

Monuments Men (2014)

Mercoledì sera sono andata a vedere Monuments Men (The Monuments Men), diretto e sceneggiato da George Clooney a partire dal libro The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History di Robert M. Edsel.


Trama: sul finire della seconda guerra mondiale un plotone di critici d’arte, architetti, restauratori ecc. si riunisce col nome di Monuments Men per recuperare le opere rubate dai nazisti ed impedire che, al momento della disfatta, quelle già trafugate vengano distrutte…


Dopo aver letto critiche tra il tiepido e il disgustato, mi sono accinta alla visione di Monuments Men a dir poco prevenuta, nonostante la presenza di due beniamini come Bill Murray e John Goodman. Alla fine non è andata male come temevo ma è indubbio che in Monuments Men qualcosa non abbia girato per il verso giusto e me ne sono accorta persino io che il libro di Edsel non l’ho mai letto (ma ho intenzione di farlo). Sulla carta, la storia vera di questi “eroi dell’arte” non è affascinante, di più: immaginatevi un gruppo di esperti che si sono giustamente incaponiti per salvare quanto di più prezioso abbia prodotto l’ingegno umano nel corso dei secoli, quelle opere che dovrebbero renderci orgogliosi e che, senza troppi giri di parole, assieme alle meraviglie della natura possono farci arrivare persino a credere nei miracoli ed elevarci dalle brutture della vita. Immaginatevi non tanto la piccineria di un ometto che voleva queste opere tutte per sé in un museo personale ma l’orrore derivante dalla scellerata decisione di DISTRUGGERE questi inestimabili tesori, patrimonio dell’umanità intera, nel caso l’ometto in questione avesse perso la guerra. La missione dei Monuments Men, lo capirebbe anche un bambino, è giusta, importante e legittima quanto quella di qualsiasi altro soldato, perché a che servirebbe la pace senza la bellezza e la cultura? Il problema però è che, come ha detto meglio di me Andrea Lupia nel suo articolo , sembra quasi che Clooney si scusi di continuo con lo spettatore medio per aver scelto di raccontare la storia di questi eroi poco convenzionali e che cerchi di giustificare la loro esistenza e ogni loro azione attraverso dialoghi, voci fuori campo, postille, lettere strappalacrime e quant'altro. Questi spiegoni giustificativi non solo rallentano mortalmente la prima parte della pellicola, ma dopo un po' suonano forzati e fastidiosi. Ma non è questo l'unico problema del film.


Come già accadeva nel più surreale L'uomo che fissava le capre, non a caso diretto dal produttore e co-sceneggiatore di Monuments Men, Grant Heslov, la pellicola non sa se essere seria o faceta e stenta a trovare un equilibrio tra la sua natura di storia vera e le esigenze di spettacolo. Alcuni momenti sono sinceramente emozionanti, come la sequenza in cui Bill Murray (il più bravo assieme a John Goodman e un inaspettato Bob Balaban) piange nella doccia o le terribili scene in cui i nazisti bruciano alcune tra le più belle opere d'arte esistenti, altri sono ironici al punto giusto, si veda la cena a lume di candela tra Damon e la Blanchett o l'incontro di Murray e Balaban con il giovane soldato tedesco, ma altre cose sono al limite del WTF. Nella fattispecie non capisco perché mai i francesi debbano sempre venire dipinti come dei poveri cretini sentimentali che vivono in un mondo tutto loro: va bene l'inesperienza del plotone, ma non puoi in mezzo alla guerra soffermarti ad ammirare la natura o imitare Chaplin quando ti stanno spianando dei mitra contro! E ci sarebbero tanti altri momenti in cui la simpatica guasconeria o il fine umorismo si trasformano in attentati contro l'intelligenza dello spettatore. A parte questo, comunque, gli attori sono tutti in gran forma e Clooney ci mette del suo, come regista, a non privare splendidi edifici e ancor più meravigliose opere d'arte (per quanto ricostruite) del loro naturale fascino: diciamo che, per quel che riguarda la scenografia, Monuments Men è talmente ben curato che varrebbe la pena vederlo anche solo per questo. Non sarà il film dell'anno, anzi, è stato sicuramente un po' deludente, ma racconta un importante pezzo di storia poco conosciuta... e se vi farà venire la curiosità, com'è successo a me, di leggere il libro da cui è stato tratto, tanto meglio!


Di George Clooney, regista, sceneggiatore della pellicola e interprete di Frank Stokes, ho già parlato qui. Di Matt Damon (James Granger), Bill Murray (Richard Campbell), Cate Blanchett (Claire Simone), John Goodman (Walter Garfield), Jean Dujardin (Jean Claude Clermont), Bob Balaban (Preston Savitz) e Grant Heslov (il dottore) ho già parlato invece ai rispettivi link.

Hugh Bonneville (vero nome Hugh Richard Bonneville Williams) interpreta Donald Jeffries. Inglese, ha partecipato a film come Frankenstein di Mary Shelley, Il domani non muore mai, Notting Hill, Ladri di cadaveri – Burke & Hare e alle serie Doctor Who e Downtown Abbey. Ha 51 anni e due film in uscita.


Nei panni del vecchio Stokes compare nientemeno che Nick Clooney, padre di George. Al posto di Matt Damon, invece, avrebbe dovuto esserci Daniel Craig, che però ha rinunciato per impegni pregressi. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il treno e, ovviamente, Inglorious Basterds! ENJOY!

domenica 16 febbraio 2014

A proposito di Davis (2013)

Nonostante non fossi proprio pienamente convinta, venerdì ho guardato A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), diretto nel 2013 da Joel ed Ethan Coen e candidato a due premi Oscar, miglior fotografia e miglior sonoro.


Trama: Llewyn Davis è uno squattrinato musicista folk  che vaga per l'America cercando di ottenere ingaggi e raggiungere il successo...


"Se non è nuova e non invecchia allora è musica folk". La chiave per interpretare A proposito di Davis sta tutta nella frase pronunciata dal protagonista come conclusione dell'esibizione che viene mostrata due volte, all'inizio e alla fine del film. Llewyn Davis è un musicista che non riesce a rinnovarsi e che, di conseguenza, non invecchia, rimanendo sempre identico a sé stesso, immutabile, dall'inizio alla fine della pellicola che è, di fatto, un cerchio perfetto raccontato come un lungo flashback. Llewyn è il classico "perdente" tipico della filmografia dei Coen, un ometto bizzoso e orgoglioso che non accetta di essere un musicista mediocre ma non riesce nemmeno a staccarsi dall'immagine che ha di sé stesso: per tutto il film lo vediamo fare couch surfing in quanto privo di casa e, più o meno sfacciatamente, appoggiarsi agli altri per ogni cosa, dal cibo, al lavoro, all'automobile, agli ingaggi, persino alla musica. Alla dignità di artista, infatti, si accompagnano la consapevolezza di valere poco come solista e il dolore di avere perso il partner, suicidatosi apparentemente senza spiegazione alcuna, lasciandolo così impossibilitato a raggiungere il tanto bramato successo e la sicurezza economica. Lasciato solo, Llewyn fa un casino dietro l'altro e letteralmente fugge da qualsiasi responsabilità, che sia una paternità non prevista, un vecchio malato da accudire o un povero gatto scappato di casa che, per inciso, fa da degno contraltare ad un protagonista incapace di vivere tenendo fede al profetico nome di Ulisse.


Le grottesche disavventure di Llewyn Davis vengono messe su pellicola dall'accurata regia dei Coen, che immergono i personaggi in una gradevole atmosfera vintage, formata da immagini che richiamano spesso e volentieri le immagini dei vecchi vinili. Più della regia però, ho adorato la splendida fotografia permeata di colori freddi, con qualche "macchia" calda qui e là come il pelo del micione rosso o gli abiti dei protagonisti, e anche la colonna sonora, che pur non incontra i miei gusti musicali, è semplicemente perfetta, anacronistica, malinconica e ripetitiva come il povero Davis. Oscar Isaac offre un'interpretazione misurata ma convincente e, assieme a guest star come Carey Mulligan e John Goodman (meraviglioso ed esilarante!) da vita a duetti grotteschi ma assai realistici, probabilmente i momenti migliori della pellicola. Detto questo, mi è piaciuto A poposito di Davis? Sì e no. Come già accaduto con L'uomo che non c'era, probabilmente avrei bisogno di riguardarlo tra qualche anno perché mi è sembrata una di quelle pellicole "da meditazione", che vanno gustate in momenti ben precisi della propria esistenza. Tecnicamente l'ho trovato ineccepibile ma la storia, come già temevo prima ancora di accingermi alla visione, non mi ha entusiasmata tanto quanto avrebbe dovuto e alcuni passaggi mi hanno ammazzata di tedio... forse perché, come la Mulligan, se mi trovassi davanti uno come Llewyn Davis (o come Ed Crane) lo ricoprirei di insulti fino a fargli desiderare di scomparire dalla faccia della terra, chissà. Comunque, A proposito di Davis è senza dubbio un film che vale la visione, quindi lo consiglio.


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Carey Mulligan (Jean), John Goodman (Roland Turner) e F. Murray Abraham (Bud Grossman) li trovate invece ai rispettivi link.

Oscar Isaac (vero nome Oscar Isaac Hernandez) interpreta Llewyn Davis. Guatemalteco, ha partecipato a film come Robin Hood, Sucker Punch, Drive e W. E. - Edward e Wallis. Ha 34 anni e quattro film in uscita. 


Nel film compare anche il cantante Justin Timberlake, che si esibisce assieme a Carey Mulligan nei panni del fidanzato Jim. Se A proposito di Davis vi fosse piaciuto guardate anche Fratello, dove sei? e L'uomo che non c'era. ENJOY!

martedì 27 agosto 2013

Monsters University (2013)

Domenica sera siamo andati con una coppia di amici (io ero la figlioletta viziata, ovviamente) a vedere il seguito dell'amato Monsters & Co., Monsters University del regista Dan Scanlon.


Trama: Mike Wazowki ha una sola aspirazione nella vita, cioé andare alla Monsters University e diventare il miglior spaventatore esistente. Per dimostrare il proprio valore dopo essere finito nei guai per colpa del bulletto fancazzista Sulley, il nostro eroe decide di partecipare ad una sorta di olimpiadi dello spavento mettendo su una squadra a dir poco sgangherata....


L'ho sempre detto, fin dalla prima visione di Monsters & Co.: Mike è il mio personaggio preferito e meriterebbe un film tutto suo. Ecco, con Monsters University sono stata accontentata perché il monocolo verde è diventato praticamente il protagonista assoluto e i realizzatori si sono divertiti ad indagarne il carattere adorabile, scoppiettante e deciso. Il cartone animato è uno dei migliori racconti di formazione che abbia mai visto su grande schermo, in primis perché non si concede al facile happy ending e poi perché, per una volta, non incoraggia i bambini ad impegnarsi per realizzare un sogno assurdo (che so, mi vengono in mente le sciacquettine di quei film sulla danza che, dal nulla, diventano le più brave della scuola tanto per...) bensì li spinge a tirare fuori il meglio di sé stessi per diventare quello per cui sono più portati anche se questo cozza con le loro speranze e, cosa ancora più importante in questo mondo dove viene celebrato il successo a tutti i costi, insegna ad accettare con filosofia un eventuale fallimento. Imbastendo una trama divertente ed emozionante gli sceneggiatori si sono collegati perfettamente al primo film non solo con rimandi e citazioni, come l'apparizione di Roz o i titoli di testa animati, ma anche tramite un filo logico che spiega come, quando e perché Sulley, Mike e Randal sono diventati i personaggi che abbiamo conosciuto in Monsters & Co.


Assieme ai personaggi vecchi, ovviamente, ne troviamo anche di nuovi, uno più bello dell'altro. Per una volta, a dire la verità, i villain sono un po' insipidi e poco divertenti ma compensano tutti i membri della Oozma Kappa con le loro assurde trovate, soprattutto il meraviglioso, cicciosissimo Squishy che, peraltro, io e la Noruzza abbiamo indicato come il più spaventoso in assoluto e, dall'alto del suo aplomb britannico, anche la temibile rettrice Tritamarmo si becca tutta la mia ammirazione. Gag a profusione, dunque, e momenti in cui ci si riesce a commuovere, sebbene senza lacrimuccia, rendono Monsters University, assieme al suo messaggio edificante, un film adattissimo per i bambini con alcuni regali anche per noi grandi, tutti sull'onda del citazionismo vintage: Animal House, La rivincita dei nerds, Carrie e il ritorno di una delle icone degli anni '80, la terribile bibliotecaria dei Ghostbusters! Per quanto riguarda la tecnica, invece, sono stati fatti dei passi da gigante e i personaggi sono più belli, colorati e realistici che mai, senza contare la meraviglia degli edifici esterni del campus e l'interno dell'inquietante, splendida sala dove i nostri fanno lezione la prima volta.


Come avrete capito, Monsters University è un film godibile quasi quanto il capostipite e ve lo consiglio senza riserve, avvertendovi di rimanere fino alla fine dei lunghissimi titoli di coda (anche dopo i nomi dei doppiatori italiani) per una simpatica scena post credits. E detto questo, lasciatemi spendere due parole anche per il delizioso corto che, come da tradizione Pixar, precede la pellicola, ovvero The Blue Umbrella di Saschka Unseld. La storia dell'ombrellino blu è pura poesia condensata ed effettivamente non dispone al meglio ad affrontare la strabordante cazzoneria di Monsters University ma la vista della città felice ed accarezzata dalla pioggia, la semplicità di uno sguardo e un tocco tra un ombrello blu e un'ombrellina rossa e la musica delicata che accompagna questo corto sono dei grandissimi esempi di come basti davvero poco a prendere il cuore e la mente dello spettatore ed accompagnarli lontano, lontano...


Billy Crystal (Mike), John Goodman (Sulley), Steve Buscemi (Randy), Helen Mirren (Abigail Tritamarmo – Dean Hardscrabble in originale), Joel Murray (Don), Charlie Day (Art), Nathan Fillion (Johnny Worthington) e Bonnie Hunt (Mrs. Graves) li trovate tutti ai rispettivi link.
 
Dan Scanlon è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo secondo film. Americano, anche doppiatore, animatore e produttore, ha 36 anni.


Sean Hayes presta la voce a Terri, che da noi è doppiato da Francesco Mandelli (mentre la seconda testa Terry è doppiata dal Biggio). Indimenticabile Jack della serie Will & Grace, ha partecipato anche al film Il gatto… e il cappello matto e ad episodi di Scrubs e 30 Rock. Anche produttore e sceneggiatore, ha 43 anni.


Alfred Molina presta la voce al professor Knight. Inglese, lo ricordo per film come I predatori dell’arca perduta, Ladyhawke, Specie mortale, Boogie Nights – L’altra Hollywood, Magnolia, Chocolat, Identità, Spider-Man 2 e Il codice DaVinci, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice e Monk. Anche produttore, ha 60 anni e undici film in uscita. 


Pare che i realizzatori si fossero ricordati del piccolo particolare che ho notato durante la visione di Monsters & Co., ovvero quel dialogo in cui Mike rinfaccia scherzosamente a Sulley di essere stato geloso del suo aspetto sin dalle elementari, e che avessero provato ad inserire in Monsters University un breve incontro che sarebbe stato poi dimenticato da entrambi, ma l’idea è stata accantonata perché avrebbe distolto l’attenzione dal vero fulcro della storia. A parte questo, l’anno prossimo dovrebbe uscire un corto dal titolo Party Central con protagonisti tutti i mostri della Monsters University e che molto probabilmente finirà nel DVD del film principale. Nell’attesa, se il film vi è piaciuto recuperate Monsters & Co. oppure cambiate genere e buttatevi su Animal House e La rivincita dei Nerds. ENJOY!!

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