martedì 28 aprile 2026

The Long Walk (2025)

E' uscito finalmente in tutta Italia, dove siamo indietro come le balle dei cani, uno dei film che aspettavo di più lo scorso anno, The Long Walk, diretto nel 2025 dal regista Francis Lawrence e tratto dal romanzo La lunga marcia di Richard Bachman. Dopo tanta attesa, il film merita? Vediamo un po'!


Trama: cinquanta ragazzi si iscrivono alla Lunga Marcia, un terrificante percorso ad eliminazione dove vincerà l'unico ragazzo che riuscirà a sopravvivere...


Non sarò obiettiva, parlando di The Long Walk. La lunga marcia è stato il primo libro di Stephen King che ho letto, all'età di 14 anni. Non sbaglio dicendo "Stephen King"; ormai Bachman era già morto del cancro dello pseudonimo e la Mondadori aveva infatti ripubblicato il libro usando il nome vero dello scrittore. Onestamente, non ricordo perché volessi leggere a tutti i costi un libro di Stephen King. Probabilmente avevo già guardato It, forse anche Carrie, di sicuro Brivido, chissà se Shining era già entrato nella mia vita; a prescindere, ero attirata dall'horror, e King era un nome adulto e legato proprio a quel genere che stava cominciando ad interessarmi, quindi la mia pur perplessa madre mi aveva concesso di poter acquistare il libro durante un giro alla Standa. Leggere La lunga marcia era stato uno shock, per me. Il racconto di giovani ragazzi che cadono come mosche durante una camminata infinita, costretti a tenere un passo criminale pena venir fucilati dopo tre ammonizioni, mentre sprazzi di amicizie, odio profondo, amore, speranza, disperazione si mescolano in un delirio sempre più angosciante, mi aveva ridotta in lacrime e ci sono delle immagini potentissime che ancora oggi, dopo trent'anni, non mi abbandonano. Ho riletto La lunga marcia non so quante volte, dopo, e con tutti i suoi difetti lo considero, ancora oggi, il miglior libro partorito dal lato "oscuro" di Stephen King, quindi capirete quanto ero fomentata e preoccupata all'idea di vedere finalmente sul grande schermo Garraty, McVries, Olson, Barkovich, Stebbins e il fottutissimo Maggiore. Soprattutto, ero terrorizzata all'idea che avessero chiamato a dirigere il film quello che per me è sempre stato un cane maledetto, ovvero Francis Lawrence, dal quale mi aspettavo una sgarzollata da bimbiminchia, dopo che persino Romero e Darabont, nel corso dei decenni, avevano abbandonato il progetto. Come amo partire prevenuta e sbagliarmi, a volte.


La sceneggiatura di The Long Walk, scritta da JT Mollner, si concede un paio di cambiamenti che nulla tolgono al significato ultimo della storia. Intanto, dimezza i partecipanti alla Marcia, per questioni, immagino, di gestione delle sequenze e anche per concentrarsi sui personaggi più importanti; diminuisce la velocità minima che devono rispettare i ragazzi, rendendo tutto più realistico rispetto a come l'aveva pensata King all'epoca; soprattutto, modifica il finale, cosa che io ho molto apprezzato. Intendiamoci, il finale de La lunga marcia, ambiguo e "onirico", è una cosa che ti ammazza, ma deriva dal modo in cui è scritto il libro, che segue, fin dall'inizio, il punto di vista di Garraty. Una soggettività che parte lucida, baldanzosa, come ci si aspetta da un ragazzo nel pieno delle sue forze che non capisce ancora la portata di ciò a cui sta prendendo parte, e diventa sempre più frammentata, allucinata, per certi versi anche "mistica", se vogliamo. The Long Walk amplia invece il focus. Garraty parte come protagonista, ma col prosieguo della vicenda altri personaggi finiscono sotto i riflettori, e da un certo punto in poi il film si appoggia interamente sul confronto costante tra Garraty e McVries, su un'amicizia che diventa fratellanza, su idee che, letteralmente, cambiano il destino del singolo. Lo stesso McVries è ben diverso da quel pungolo distaccato e stronzo che incontriamo nel romanzo. La sua funzione di "coscienza" è la medesima, ma cambia la sua natura, che diventa comprensiva e attenta, animata da un triste passato di solitudine e disperazione. In tutto questo, il nucleo del romanzo viene pienamente rispettato. L'allegoria dell'insensato massacro di giovani volontari in Vietnam diventa un altrettanto sciocco "sacrificio" per ispirare le persone a rendere grande l'America, la metafora del pericoloso isolamento di ragazzi esposti a dottrine assurde, che si "svegliano" nel modo peggiore. Diversamente dal romanzo, però, il film si apre alla possibilità di un cambiamento, di una speranza contrapposta a una disperata rinuncia, di una lotta per gli altri, prima ancora che per se stessi, il che lascia filtrare una sottile lama di luce anche all'interno di un finale assai pessimista. 


Comunque, il mio terrore maggiore, visto che sono una persona semplice, derivava dal regista e dagli interpreti. Ora, non starò a dire che The Long Walk non sia scorretto, visto l'uso infingardo che fa di uno score commovente ogni volta che un ragazzo riceve il congedo, cosa che ha ulteriormente contribuito a farmi versare lacrime copiose, ma a livello di regia è molto sobrio e realistico. Per la prima volta, alla faccia di 30 anni di lettura, sono riuscita a percepire, fisicamente, l'orrore di camminare a una velocità di cinque chilometri all'ora sotto il sole cocente, mentre leggendo il libro l'ansia mi colpiva "solo" nel corso degli imprevisti meteorologici, fisici o fisiologici. La stessa sequenza della salita, già angosciante nel libro, nel film diventa una delle migliori viste l'anno scorso in un horror, perché trasmette tutta l'urgenza e l'angoscia di una gara per la sopravvivenza, nel montaggio concitato che alterna primi piani disperati, corpi che cadono sotto i colpi dei fucili e una pendenza che pare infinita. Lawrence, inoltre, non si tira indietro di fronte a nulla, mostra l'aspetto triviale della corsa, indugia sui dettagli gore e sullo squallore deprimente di un'America che non merita di essere salvata, ma trova anche il modo di esprimere la dolcezza e il cameratismo degli stupendi ragazzi costretti a marciare, sottolineando in ogni momento che l'orrore non risiede DENTRO di loro, ma attorno a loro. Così, anche quella merda di Barkovich, l'"assassino", diventa più sfaccettato di quanto non fosse nel romanzo, mentre le interpretazioni di Cooper Hoffman (degno figlio di tanto padre) e David Jonnson bucano lo schermo e rendono vivi i personaggi, frantumando il cuore dello spettatore fino all'ultimo istante e anche dopo, quando i titoli di coda hanno finito di scorrere. The Long Walk è un film che avrebbe meritato un'uscita a ottobre 2025 in contemporanea con gli States e un battage pubblicitario della madonna, perché è uno dei migliori adattamenti Kinghiani in un anno in cui i fan cinefili del Re hanno potuto leccarsi le dita, tra The Monkey, Life of Chuck, The Running Man e questo. Si vergogni la distribuzione italiana, che ha deciso di farlo uscire in sordina, in pochi multisala a orari improbabili, con un sottotitolo aberrante (Se ti fermi muori) e dopo che chiunque, me compresa, lo aveva già visto per vie traverse. E dobbiamo già ringraziare che non sia arrivato direttamente in streaming. 


Del regista Francis Lawrence ho già parlato QUI. Charlie Plummer (Gary Barkovitch), Mark Hamill (il Maggiore), Judy Greer (Mrs. Ginnie Garraty) e Josh Hamilton (Mr. William Garraty) li trovate invece ai rispettivi link. 

Cooper Hoffman interpreta Ray Garraty. Figlio di Phillip Seymour Hoffman, ha partecipato a film come Licorice Pizza, Saturday Night e Old Guy. Ha 22 anni e due film in uscita. 


Roman Griffin Davis
interpreta Curly. Inglese, lo ricordo per film come Jojo Rabbit e Silent Night. Ha 18 anni e due film in uscita. 


David Jonsson
, che interpreta McVries, era l'androide Andy di Alien: Romulus mentre Joshua Odjick, che interpreta Collie Parker, era tra i protagonisti della serie It: Welcome to Derry. ENJOY!


10 commenti:

  1. Piaciuto molto anche a me. Pure io temevo la gestazione di Lawrence, ma stranamente ha fatto un ottimo lavoro!

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    1. Era a rischio adattamento per bimbiminchia. Invece è molto adulto e fa malissimo!

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  2. Ohimé, nella nebbiosa megalopoli lombarda questo film è confinato ai lontani multiplex di periferia. Mi sa che me lo vedrò in streaming...

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    1. La distribuzione italiana di questo film è stata imbarazzante. Figurati che, da me, è uscito, ma lo hanno tolto un giorno prima rispetto al solito, lasciando con un palmo di naso chi avrebbe voluto andare in sala.

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  3. Qui da me non si è visto ma non voglio assolutamente perdermelo, a costo di andare fino a Firenze. Non capisco però perchè tutti avete questi pregiudizi su Lawrence, onestissimo mestierante che non fa capolavori ma finora ha sempre diretto opere più che dignitose...

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    1. Siccome La lunga marcia è un libro che leggo da più di trent'anni, avevo un'idea precisa delle atmosfere che avrei voluto su grande schermo, e lo stile di Lawrence mi sembrava inadatto, tutto qui! Fortunatamente mi sbagliavo.

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  4. Vedrò nel weekend. E a me Lawrence sempre piaciuto: la saga di Hunger Games resta una bomba.

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    1. Ho abbandonato la saga cinematografica dopo il primo film, quella cartacea al secondo libro. Non erano proprio il mio genere.

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  5. Anch'io l'ho visto in autunno e ne ho approfittato per rivederlo, ma distanza di tempo rimango della stessa idea di allora: è un film, per me, riuscito a metà. Le cose migliori restano questa rappresentazione cruda di una America feroce e ferina attraverso il suo paesaggio rurale desolato coprotagonista assoluto del film (e forse anche sotto utilizzato). Ma il soggetto di King è stato stravolto e, purtroppo, depotenziato: l'orrore non è più dentro (come scrivi) ma fuori questi ragazzi. Scelta legittima ma col rischio di farsi più facile, più facile e così già "visto" il finale; come più facile è trasformare e raccontare non più lala solitudine o il cameratismo bensì la condivisione e la solidarietà. Anche i piccoli adattamenti diventano allora giganteschi e finalizzati alla costruzione dei nuovi contenuti: la scelta più netta (ed empatica) di Garraty che lo spinge a partecipare alla camminata o la cicatrice di McVries che rende il personaggio non tanto meno problematico ma meno complesso. Sicuramente c'era la voglia di Lawrence di emendare il nichilismo per parlare di qualcosa a noi più vicino come la rabbia e l'odio o, necessario, come l'amore e la fratellanza: una lunga marcia come processo di crescita in un Paese che ha smesso di sperare. Il che è accettabile ma anche furbetto soprattutto alla luce di come sono raccontate le morti, senza censure ma anche con un pathos artefatto. E poi dì una cosa non riusciranno a convincermi (e non sono stato il solo): dopo centinaia di miglia i ragazzi si mostrano eccessivamente resilienti (mi tocca usare questa parola), capaci addirittura di ciarlare e ciarlare come comari, ma è possibile? Il film è crudo ma alla fin fine freddo. Personalmente credo che ci siano almeno dieci (a dir poco) adattamenti di King migliori rispetto a questa lunga marcia.

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    1. Alla fine ho avuto molta sfortuna e non sono riuscita a recuperarlo di nuovo al cinema, perché lo hanno tolto un giorno prima. Pur amando l'originale di King, io credo che una cosa così intimista, pessimista e nichilista non sarebbe arrivata a nessuno, cinematograficamente parlando. Questa rilettura riaggiornata, che sfrutta anche la bravura dei due protagonisti e non priva la "marcia" della sua natura di inutile ordalia, pur aprendosi a qualcosa di (forse) positivo a me è piaciuta invece molto anche essendo, inevitabilmente, più commerciale.

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