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martedì 25 febbraio 2020

Cattive acque (2019)

Messo di fronte ad una scelta, per il cinema della domenica il Bolluomo ha optato per Cattive acque (Dark Waters) diretto nel 2019 dal regista Todd Haynes.



Trama: Un giovane avvocato si ritrova dover intentare una causa milionaria all'azienda chimica DuPont, rea di aver inquinato le acque di svariate cittadine del West Virginia.



Se devo essere onesta, stavolta devo ringraziare il Bolluomo per aver proposto di guardare Cattive acque, perché non ero granché ispirata. Dal trailer, nel quale spiccava un Mark Ruffalo particolarmente bolso, si evinceva la solita mattonata americana di denuncia, tratta da una storia vera, a base di avvocati ed indagini, ma guardando il film si può capire che questi aspetti sono solo la punta dell'iceberg di una pellicola molto umana, costruita più come un thriller che come legal drama, ancor più angosciante di questi tempi in cui la gente ha perso la testa per il Coronavirus. La vicenda è tratta dall'articolo The Lawyer Who Became DuPont's Worst Nightmare di Nathaniel Rich e il titolo del pezzo in questione dà proprio l'idea di come il fulcro di tutto sia la testardaggine di Rob Bilott, avvocato che, benché all'inizio riluttante, non si è mai tirato indietro una volta addentata la carne nera di un'azienda chimica tra le più potenti in America, restando tenacemente attaccato alla preda non tanto per la gloria (anzi, ha rischiato più volte vita, carriera e famiglia) quanto piuttosto per l'indignazione e il desiderio di impedire che l'azienda continuasse ad avvelenare gli ignari americani e il resto degli ancor più ignari abitanti del pianeta Terra. L'"incubo" per la DuPont consiste tuttora in una lotta di nervi e soldi, in cui a fronte di scappatoie legali, tentativi di corruzione e di far perdere tempo, Billot non si è mai arreso e ha trovato, a sua volta, vie traverse per impedire che la DuPont uscisse pulita dall'intera faccenda, a costo di prendere le migliaia di persone ammalatesi di cancro a seguito dell'inquinamento delle falde acquifere e aiutarle a far causa, una per una, all'azienda. L'intera vicenda è poi costruita come un incubo, ma per Billot e persone come Wilbur Tennant, allevatore di mucche che ha progressivamente visto il suo bestiame mutare e marcire dentro, una sorte orribile toccata nel tempo a lui e a molti altri abitanti della zona e lavoratori; guardando Cattive acque si ha infatti la netta sensazione del tempo che scorre inesorabile, di un morbo che minaccia di divorare ogni cosa, di una corsa per evitare non solo che la DuPont la scampi ma soprattutto per far sì che la scampino i poveri abitanti delle zone inquinate.


Colpisce, di Cattive acque, una fotografia per l'appunto acquosa e putrida, di luoghi immersi in un inverno perenne, dove però l'aria stessa è cattiva, e colpisce la precisione chirurgica di una regia che si priva di ogni orpello e ogni distrazione che potrebbe accattivarsi il pubblico; l'unica concessione è la vista della famiglia di Billot, che sullo sfondo cresce e muta, scandendo il tempo che scorre e anche raccontando qualcosa di più di un uomo allevato con valori cristiani e in cerca di un posto da chiamare davvero casa, senza trasformarlo né in un santo né in un martire ma sottolineando la sua natura di persona semplice, di uomo comune dai saldi principi. Semplice non sarà, ma anche i principi di Mark Ruffalo parrebbero ben saldi, tanto che, oltre ad offrire un'ottima performance come attore, il nostro si è impegnato anche come produttore, affermando ancora una volta la sua natura di "star" impegnata in battaglie sociali, ambientali e persino politiche (lo stesso vale per Tim Robbins, ovviamente). Per il resto, ovviamente, fa molto la vostra predisposizione d'animo verso questo genere di film "d'inchiesta". Personalmente, nel corso della visione ho rasentato più volte quel magone "da frustrazione" che mi accompagna quando guardo pellicole di denuncia particolarmente sentite e riuscite, anche perché Cattive acque non lesina i colpi bassi pur senza risultare mai stucchevole o volutamente patetico; detto questo, sapere che in ognuno di noi c'è un po' di DuPont è davvero angosciante e non posso che augurare ogni bene al vero Rob Billot, pur tristemente consapevole di come il pover'uomo, a differenza di Bruce Banner, morirà ben prima di aver debellato la spaventosa Idra delle multinazionali che hanno irrimediabilmente corrotto la Terra e la nostra salute, un mostro innominabile di cui la DuPont forse non è nemmeno la propaggine peggiore.


Del regista Todd Haynes ho già parlato QUI. Mark Ruffalo (Rob Bilott), Anne Hathaway (Sarah Barlage Bilott), Tim Robbins (Tom Terp), Bill Pullman (Harry Dietzler), Bill Camp (Wilbur Tennant) e Victor Garber (Phil Donnelly) li trovate invece ai rispettivi link.

Mare Winningham interpreta Darlene Kiger. Americana, ha partecipato a film come Turner e il casinaro, Biancaneve e a serie quali Starsky & Hutch, Uccelli di rovo, Ai confini della realtà, Innamorati pazzi, E.R. Medici in prima linea, Six Feet Under, Grey's Anatomy, CSI:NY, Cold Case, 24, Criminal Minds, Under the Dome, American Horror Story e The Outsider. Ha 61 anni.


Se Cattive acque vi fosse piaciuto recuperate A Civil Action. ENJOY!

mercoledì 12 dicembre 2018

Strade perdute (1997)

Ogni tanto è sempre bene incrociare la via con David Lynch, regista e co-sceneggiatore di questo Strade perdute (Lost Highway), da lui diretto nel 1997.


Trama: il sassofonista Fred comincia a ricevere strani video che hanno per oggetto lui e la moglie Renee. Travolto da un escalation di terrore e violenza, Fred finisce in carcere ma, dopo una notte, nella sua cella si risveglia misteriosamente il giovane Pete, meccanico dai mille segreti.



Strade perdute è un incubo, per i protagonisti del film e per lo spettatore. Inutile cavare un senso da quanto passa sullo schermo, benché un senso forse ci sia e si chiami "fuga psicogena", una malattia mentale che prevede il distacco dal sé con conseguente, importante amnesia relativamente all'identità di chi ne è affetto. Detta così, avrebbe quasi senso e spiegherebbe alcune delle cose che vengono mostrate in Strade perdute ma sarebbe solo la punta dell'iceberg. Il film di Lynch è infatti un noir che segue due storie differenti ma con elementi comuni le quali, sul finale, in qualche modo arrivano a ricongiungersi; protagonista è un sassofonista che un giorno, dopo aver compiuto apparentemente un omicidio, si risveglia nella cella della prigione nei panni di un'altra persona, un ragazzo di nome Pete Dayton. Fuga psicogena, dunque, concretizzata nell'effettivo mutare dell'aspetto di una persona, ma non solo, perché Fred/Pete, in qualche modo, pare avere anche la facoltà di viaggiare nel tempo o, perlomeno, di subirne i capricci, riversati nella sua testa dolorante come flashback o fast forward di qualcosa accaduto all'uno o all'altro. E in mezzo, come in ogni noir che si rispetti, c'è la femme fatale che per l'occasione si sdoppia e il malvagio che perseguita, prima come un nome e poi fisicamente, entrambi i protagonisti. C'è anche la carta jolly di un inquietante uomo misterioso, forse lui stesso veicolo di follia e squilibrio, un alieno capace di saltare nel tempo e di sfruttare Fred/Pete per scopi imperscrutabili o semplicemente il frutto della malattia mentale del protagonista, che vede incarnato in questo essere misterioso il suo stesso senso di colpa, la propria pazzia, il terrore per i crimini commessi fatto in forma di uomo. E mentre Fred, sassofonista sposato ad una moglie che forse lo tradisce e impegnato in lavoretti sporchi, è una figura "arrivata" ed affascinante, Pete è bello ma sfigato, vorrebbe la vita di Fred e la ricerca seguendo la chimera di una bionda fatale impegnata nel campo del porno, in un afflato di autodistruzione che forse il sassofonista eviterebbe se non ci fosse costretto.


Ma chissà se quanto ho scritto sopra è vero, ché al momento questo Strade perdute mi è parso il film più complesso di Lynch (di Mulholland Drive ho vaghi ricordi, Inland Empire non l'ho proprio visto, abbiate pazienza) e anche, mi perdonino i fan, quello meno affascinante nonostante il senso di inquietudine palpabile dato da sequenze ed inquadrature ormai iconiche e zeppe di colori "forti" che bucano l'oscurità, come il giallo della riga frammentata di mezzaria oppure il rosso delle porte, per non parlare del blu di uno schermo enorme che riversa sul protagonista l'incubo del tradimento e dell'orrore oppure del bianco di un volto spettrale ed inumano. Sarà che il noir è un genere che a me dice poco o sarà che due protagonisti come Bill Pullman e Balthazar Getty mi hanno entusiasmata ben poco, surclassati dalla bellezza imbarazzante della doppia Patricia Arquette, splendida come mora e assolutamente divina come bionda (e quanto mi ha ricordato la dicotomia Laura/Madeleine Palmer), una donna che visse due volte ed entrambe costantemente sull'orlo del peccato e della perdizione, ma del film ho apprezzato la colonna sonora più di tutto il resto. Nello score di un Badalamenti a mio avviso meno ispirato del solito compaiono infatti pezzi degli Smashing Pumpkins, dei Rammstein, di Marilyn Manson, perfetti per le scene che accompagnano e in grado di fomentare lo spettatore nonostante il delirio effettivo che è questo Strade perdute. Il quale, ribadisco, è sicuramente un gran film e l'ennesimo esempio della bravura, della genialità di David Lynch, ma non è stato in grado di toccare le mie corde come altre sue opere. Chissà che guardando Mulholland Drive ed Inland Empire , "cugini" ideali di questa pellicola, non mi si apra un mondo, visto che l'idea di rivederlo per capirci qualcosa in più di sicuro c'è!


Del regista e co-sceneggiatore David Lynch ho già parlato QUI. Bill Pullman (Fred Madison), Patricia Arquette (Renee Madison / Alice Wakefield), Gary Busey (Bill Dayton), Giovanni Ribisi (Steve "V") e Robert Loggia (Mr. Eddy / Dick Laurent) li trovate invece ai rispettivi link.

Balthazar Getty interpreta Pete Dayton. Americano, ha partecipato a film come Il signore delle mosche, Natural Born Killers, Dredd - La legge sono io e a serie quali Streghe, Ghost Whisperer, Alias, Medium e Twin Peaks: Il ritorno. Anche produttore, ha 43 anni e un film in uscita.


Richard Pryor interpreta Arnie. Americano, lo ricordo per film come Giocattolo a ore, Superman III, Non guardarmi: non ti sento e Non dirmelo... non ci credo. Anche sceneggiatore, produttore e regista, è morto nel 2005, all'età di 65 anni.


Michael Massee, che interpreta Andy, era il Funboy de Il corvo nonché l'attore che ha, materialmente, ucciso Brandon Lee nello sciagurato stunt finito male; immancabile, all'interno di un film di Lynch, l'adorabile Jack Nance, che qui interpreta Phil, ma a un certo punto spunta anche Marilyn Manson, in guisa di attore porno. Detto questo, se Strade perdute vi fosse piaciuto recuperate Mulholland Drive, Inland Empire, Velluto blu e Cuore selvaggio. ENJOY!



venerdì 5 febbraio 2016

Balle spaziali (1987)

Chiedo perdono, qualche tempo fa vi ho buggerati. Avevo promesso di non toccare più l'argomento Star Wars fino al 2017 ma oggi ci picchierò molto vicino grazie al post dedicato ad uno dei miti della mia infanzia: Balle spaziali (Spaceballs), diretto e co-sceneggiato nel 1987 dal regista Mel Brooks.



Trama: in una galassia lontana lontana il malvagio Presidente Scrocco, coadiuvato dal fido Casco Nero e dal Colonnello Nunziatella, trama per rubare l'aria al pianeta Druidia. Cerca così di rapire la principessa Vespa ma deve fare i conti con Stella Solitaria e il suo aiutante Rutto, protetti dal potere dello Sforzo...



Alzi la mano chi oggi ha più di 30 anni e ancora ricorda con gioia le serate passate davanti alla TV a guardare scult come Balle spaziali!! All'epoca dei suoi passaggi televisivi questa parodia "minore" di Mel Brooks era probabilmente famosa quanto la trilogia che metteva alla berlina e non c'era ragazzino che non si scompisciasse dalle risate davanti alle mattane di Casco Nero, al potente Yogurt con il suo Sforzo, all'abominevole Pizza The Hutt, all'"allarme" vergine di Dorothy, al tenero Rutto e all'inopportuna Comandantessa Zircon, apprezzando forse più le fantasiose e a tratti geniali forzature dell'adattamento italiano che la storia in sé (col senno di poi posso affermare tranquillamente che come parodie sono molto meglio riuscite Robin Hood - Un uomo in calzamaglia e Dracula morto e contento, non nomino ovviamente Frankenstein Jr. perché lì siamo nell'empireo dei cult). Storia che ricalca piuttosto fedelmente quella dei primi due Guerre Stellari, con personaggi che sono le parodie delle loro controparti "reali" e un protagonista che è l'unione di Han Solo e Luke Skywalker, dotato dell'arrogante piacioneria del primo e dei poteri del secondo; Balle spaziali gioca interamente sulle esilaranti gag dei "cattivi" (Scrocco, Nunziatella e soprattutto Casco Nero fanno a gara per accaparrarsi il ruolo di massimo idiota nel film ma vince di misura il primo pare, almeno a quello che dicono ad un certo punto gli altri due!) e affonda i denti della sua parte più satirica nelle scandalose campagne marketing condotte da Lucas, il quale ha convertito fin da subito la trilogia di Guerre Stellari in una macchina per soldi basata interamente sul merchandising. Nel mondo di Scrocco e persino in quello di Yogurt tutto è basato sul profitto e qualsiasi oggetto compaia sullo schermo reca fiero il logo di Balle Spaziali, pellicola dove i protagonisti sono consapevoli di trovarsi all'interno di un film, tanto da utilizzarne la videocassetta per trovare i nemici oppure augurarsi di ritornare in un seguito (che, dispiace dirlo, c'è stato solo in Italia, nel momento in cui dei titolisti/distributori scellerati hanno deciso di tradurre Martians, Go Home! con Balle Spaziali 2 - La vendetta).


Balle Spaziali è ricco di trovate simpatiche ma c'è da dire che dopo quasi 30 anni dalla sua uscita quello che porta lo spettatore ad apprezzarlo sono soprattutto i camei di attori amatissimi in quegli anni e le citazioni capaci di non soccombere al tempo che passa (John Hurt e l'alien ballerino meriterebbero l'Oscar ancora oggi, così come la citazione de Il pianeta delle scimmie mentre Max Headroom chi se lo ricorda più?). Il compianto John Candy nei panni di Rutto è fantastico nella sua incosciente tenerezza canina e vedere spuntare Michael Winslow ad imitare la vocetta del radar mette i brividi lungo la schiena ma è a Rick Moranis che va il mio amore eterno: il suo Casco Nero è la banalità del male, la mancanza di spina dorsale di un ragioniere occhialuto costretto a fare la voce grossa, un umanissimo (e basso) Gatto Silvestro al quale toccano le peggiori sfighe. Da il bianco anche Mel Brooks, che non solo è regista e co-sceneggiatore ma interpreta anche due personaggi, il cattivissimo Presidente Scrocco (col suo saluto esilarante) e l'anziano Yogurt con il suo Sforzo, ovvero lo Schwartz, in lingua originale. A questo punto, poveracci, mi tocca spezzare una lancia per gli adattatori al doppiaggio perché se mi dovessi trovare davanti un'opera di Mel Brooks da tradurre probabilmente mi metterei a piangere, zeppe come sono di riferimenti alla cultura Yiddish e, ovviamente, a quella Americana: trasformare Pizza the Hutt (riferimento a Jabba the Hutt, ovviamente, ma anche alla catena Pizza Hut) in Pizza Margherita, il Colonnello Sandurz (dal colonnello Saunders del Kentucky Fried Chicken, ecco perché a un certo punto Casco Nero gli da del pollo) in Colonnello Nunziatella e, appunto, lo Schwartz (che non vuol dire nulla in effetti ma ricorda tanto la parola Yiddish Schwanz, ovvero coda o fallo, non a caso le spade laser si tengono in maniera "equivoca") in Sforzo e tante altre "acrobazie" linguistiche meritano il plauso per il tentativo di venire incontro al pubblico italiano e rendere il film più fruibile e divertente. A voi, non resta altro che scoprirlo o ri-scoprirlo e augurarvi che lo Sforzo sia con voi!!


Di Mel Brooks, regista, sceneggiatore e interprete sia di Scrocco che di Yogurt, ho già parlato QUI. John Candy (Rutto), Rick Moranis (Casco Nero), Bill Pullman (Stella Solitaria), Michael Winslow (Addetto al radar), John Hurt (John Hurt) e Tony Cox (Dink) li trovate invece ai rispettivi link.

Daphne Zuniga interpreta la Principessa Vespa. Americana, ha partecipato a film come La mosca 2, Pandora's Clock - La Terra è in pericolo e a serie come Casa Keaton, Melrose Place e Nip/Tuck; come doppiatrice, ha lavorato per le serie Johnny Bravo e Spaceballs: The Animated Series. Anche produttrice e regista, ha 44 anni e tre film in uscita.


Dick Van Patten (vero nome Richard Vincent Van Patten) interpreta Re Roland. Americano, ha partecipato a film come Pistaaa... arriva il gatto delle nevi, Tutto accadde un venerdì, Quello strano cane di... papà, Robin Hood - Un uomo in calzamaglia e a serie come Strega per amore, Wonder Woman, L'uomo da sei milioni di dollari, Happy Days, Chips, La famiglia Bradford, Love Boat, La signora in giallo, Genitori in blue jeans, Baywatch e That's 70s Show; come doppiatore, ha lavorato nella serie I Griffin. E' morto nel 2015 all'età di 86 anni.


Joan Rivers (vero nome Joan Alexandra Molinsky) è la voce originale di Dorothy. Americana, ha partecipato a film come Senti chi parla, La signora ammazzatutti, I Puffi, Iron Man 3 e a serie come Love Boat, Perfetti... ma non troppo e Nip/Tuck; inoltre ha lavorato come doppiatrice per le serie Spaceballs: The Animated Series, I Simpson e il film Shrek 2. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, è morta nel 2014 all'età di 81 anni.


Dom DeLuise (vero nome Dominick DeLuise) è la voce originale di Pizza Margherita. Americano, lo ricordo per film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, L'ultima follia di Mel Brooks,  Robin Hood - Un uomo in calzamaglia, Il silenzio dei prosciutti e Killer per caso, inoltre ha partecipato a serie come Beverly Hills 90210, Una famiglia del terzo tipo, Hercules e Sabrina vita da strega; come doppiatore, ha lavorato nelle serie The Ren & Stimpy Show, Mucca e Pollo, Scuola di polizia, Rugrats, Il laboratorio di Dexter, Robot Chicken, Spaceballs: The Animated Series e per i film Brisby e il segreto di Nimh, Fievel sbarca in America, Oliver & Company e Fievel conquista il West. Anche regista e produttore, è morto nel 2009 all'età di 75 anni.


George Lucas si era letteralmente innamorato dello script del film, tanto da avere prestato a Brooks non solo il Millenium Falcon ma anche alcuni effetti speciali e scene "scartate" dalla trilogia... ovviamente, a condizione che non venisse prodotto alcun merchandising di Balle spaziali. Per quanto riguarda gli attori, pare che Brooks abbia cercato inutilmente di convincere Tom Cruise o Tom Hanks ad interpretare Stella Solitaria mentre Steve Martin sarebbe stata la prima scelta per il Colonnello Nunziatella. Del film, come ho detto, non è stato girato un seguito; in compenso, nel 2008 è uscita Spaceballs: The Animated Series, durata solo una stagione ed inedita in Italia. In conclusione, se Balle spaziali vi fosse piaciuto recuperate Robin Hood - Un uomo in calzamaglia, Frankenstein Jr., Mezzogiorno e mezzo di fuoco, L'aereo più pazzo del mondo, la trilogia de Una pallottola spuntata, Hot Shots! e Hot Shots! 2. ENJOY!

venerdì 18 settembre 2015

Wes Craven Day: Il serpente e l'arcobaleno (1988)



Il giorno stesso in cui è venuto a mancare Wes Craven ho chiesto al solito gruppetto di Blogger di organizzare un Day per commemorarlo e le adesioni sono state subito tantissime, a dimostrazione di quanto fosse amato lo zio Wes. Ho così colto la triste occasione per riguardare, dopo più di 10 anni, Il serpente e l’arcobaleno (The Serpent and the Rainbow), tratto dall’omonimo libro dell’etnobotanico Wade Davis, che all’epoca non avevo affatto apprezzato.


Trama: l’etnobotanico ed antropologo Dennis Alan si reca ad Haiti, su invito di un’azienda farmaceutica, per studiare il caso di un uomo morto sette anni prima e tornato in vita come zombi. Alan scoprirà tuttavia che curiosare tra le polveri e le leggende haitiane può essere estremamente pericoloso…



E’ proprio vero che i gusti cambiano ogni 10 anni. De Il serpente e l’arcobaleno mi aveva attirata all’epoca la spettrale locandina con un Bill Pullman più vampiro che zombi e un terrificante trailer che passava spesso in TV di cui ricordo alberi e, per l’appunto, un serpente. La visione mi aveva lasciata però totalmente insoddisfatta perché gli  zombi che mi aspettavo erano quelli della tradizione romeriana, non certo degli uomini di colore dall’aspetto un po’ trasandato e privi della tipica brama di carne umana. L’altra sera invece mi sono messa lì, satura di horror banali come solo chi ne guarda da 20 anni può essere, e mi è scesa di nuovo una lacrima al pensiero di come Wes Craven, prima di morire “fisicamente” di cancro, fosse già stato ucciso da spettatori stupidi come la sottoscritta, quel genere di pubblico che condanna film come Il serpente e l’arcobaleno ad essere un inevitabile insuccesso commerciale e spinge gli Autori, per non morire di fame, a piegarsi alle regole del business e girare della merda per ragazzini. Il serpente e l’arcobaleno è una pellicola particolare e coraggiosa, un horror nato nientemeno che da un trattato scientifico sulle sostanze velenose impiegate dai cosiddetti stregoni vodoo haitiani per creare degli zombi (laddove, ovviamente, per zombi si intende persone spinte in uno stato di coma assai simile alla morte, “resuscitate” e poi rese docili e prive di volontà da altre sostanze psicotrope). Partendo dal trattato di Wade Davis, il film di Craven ricama una favola nera che affonda le radici nelle credenze superstiziose della misteriosa Haiti, dove il confine tra suggestione mentale e magia è talmente sottile da essere quasi inesistente, e anche nell’attualità; è palese infatti che la condizione dello zombi e di tutti coloro a cui è stata rubata l’anima dal malvagio capo dei Tonton Macoute è la stessa in cui versavano gli haitiani alla fine degli anni ’80, vessati dalla dittatura di Bebé Doc Duvalier, ed è emblematico che la sconfitta del “cattivo” vada di pari passo con l’esilio del dittatore e la conseguente esplosione di gioia della popolazione (in realtà il film è stato girato in parte nella Repubblica Dominicana proprio a causa delle sommosse popolari haitiane, che avrebbero reso impossibile garantire la sicurezza della troupe). L’horror come specchio della realtà dunque, con l’angosciante tristezza di una persona consapevole di essere stata privata dell’anima e della libertà, costretta a camminare nella terra del Serpente senza poter raggiungere l’Arcobaleno.


Craven è già pienamente conscio della tragedia e dell’orrore insiti in questa condizione ed è per questo che non calca la mano con splatter o scene vietate ai minori, non ne ha bisogno: sangue e viscere sono orpelli con cui si divertono i ragazzini, l’horror adulto parla attraverso suggestioni, sguardi e “idee”. L’idea di venire sepolto vivo per esempio, con un muto terrore racchiuso nella lacrima di Christoph all’inizio, oppure il tremendo e allucinato sguardo del bokor Peytraud, un Zakes Mokae talmente inquietante che se me lo trovassi davanti scapperei a gambe levate (cosa che, effettivamente, il protagonista ad un certo punto fa). Però Haiti è anche magia, terra dei sogni e degli incubi voodoo e sappiamo tutti che Craven in questo campo è maestro. Fin dall’inizio, quindi, Il serpente e l’arcobaleno è impreziosito da una serie di sequenze oniriche che si alternano senza soluzione di continuità alle riprese “reali”  tanto che è spesso difficile capire quando finiscano le une e comincino le altre; tra le più efficaci rientrano sicuramente quella in cui Bill Pullman scopre il suo totem animale (ho adorato la tipica “incertezza” dei sogni più belli, quelli in cui gioia e terrore si compensano e si fondono) e quella terribile ed angosciante in cui il protagonista viene sepolto vivo e ricoperto da un mare di sangue prima di risvegliarsi e capire che l'incubo è appena iniziato. Non di soli sogni vive l'uomo però e, nonostante queste incursioni nell'horror, è anche vero che Craven utilizza spesso una regia documentaristica, soprattutto nelle sequenze che riguardano funerali e processioni, tanto da spingere lo spettatore a chiedersi se davvero quella che ha davanti è una semplice messinscena oppure il regista si è nascosto per riprendere delle cerimonie realmente esistite. Insomma, Il serpente e l'arcobaleno è un film atipico ma sicuramente non da sottovalutare, né da considerare come un'opera minore del regista: forse è un po' ingenuo sul finale, che ricorda tanto Grosso guaio a Chinatown, ma in generale è una visione interessante e consigliatissima!

Wes Craven è stato spesso ospite del Bollalmanacco. Ecco i film di cui ho parlato:

L'ultima casa a sinistra (1972)


Le colline hanno gli occhi (1977)


La casa nera (1991)


Scream 1, 2 e 3 (1996 - 2000)


My Soul to Take - Il cacciatore di anime (2010)


E se ancora, come spero, non vi basta, ecco gli altri blog che oggi hanno celebrato il buon Wes Craven:

Non c'è paragone - La casa nera
Mari's Red Room - L'ultima casa a sinistra
Scrivenny - Scream
Combinazione casuale - Nightmare - Dal profondo della notte
Non c'è paragone - La casa nera
WhiteRussian - Red Eye
Cinquecento Film Insieme - Scream 3 e 4
Pensieri Cannibali - Nightmare - Nuovo incubo
In Central Perk - Nightmare - Dal profondo della notte
Il Zinefilo - Dovevi essere morta
Montecristo - L'ultima casa a sinistra
Director's Cult - La casa nera

Immancabile e doveroso l'omaggio de Il giorno degli zombi: visto che in quasi ogni post di Lucia viene citato Wes è palese che gli voleva bene più di tutti noi quindi cercate anche le recensioni dedicate ai suoi film!! :)

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