venerdì 9 settembre 2022

They/Them (2022)

Siccome era uno dei titoli recenti che mi intrigava di più, durante le ferie di agosto ho recuperato They/Them, diretto e sceneggiato dal regista John Logan.


Trama: all'interno di un campo di conversione per omosessuali, i giovani ospiti cominciano a temere per le loro vite quando un killer senza volto inizia mietere le sue vittime...


They/Them, produzione televisiva Blumhouse per il canale americano Peacock, è un film dai molti pregi (sicuramente è molto più gradevole degli ultimi frutti della collaborazione tra la Blumhouse e Prime Video, meglio realizzato nonché più divertente) ma non riesce a bucare lo schermo come avrebbe potuto, soprattutto per quanto riguarda uno degli aspetti più importanti, ovvero la sua natura di horror slasher. Facciamo però un passo indietro. They/Them è ambientato in un campo di conversione per omosessuali, una di quelle aberrazioni tutte americane che vengono tollerate dalla legge in virtù di non si capisce quale motivo visto che l'omosessualità non è una malattia e, di conseguenza, non può essere curata; capite bene che un ambiente simile diventa terreno fertile per un horror, perché nasce già di suo, anche nella realtà, sotto l'egida della follia di chi lo gestisce e di chi ci manda i figli, infatti all'interno di They/Them non solo spunta un killer (c'è Kevin Bacon tra i protagonisti, Venerdì 13 viene anche citato nei dialoghi, credo di non dover continuare), ma si scopre che i proprietari del centro non sono tutti nel chilo, anzi. Gli ingredienti per un horror esplosivo e zeppo di sequenze colme di disagio c'erano quindi tutti. Purtroppo, salvo un paio di momenti effettivamente orribili e tesi (amanti degli animali, preparatevi ad alzarvi per dieci minuti e fare dell'altro), non si percepisce quasi mai un senso di inquietudine o paura, la sequenza iniziale rischia di sembrare quasi un'aggiunta dell'ultimo minuto per aumentare un po' il bodycount, e non basta un finale catartico per rimanere soddisfatti da un killer più stiloso che efficace. Non prendetemi per sadica, ma anche le "torture" inflitte ai danni dei poveri fanciulli protagonisti sono abbastanza all'acqua di rose; non mi aspettavo né volevo un Hostel o un Saw, e capisco che They/Them è un prodotto televisivo adatto a "tutti", ma si poteva almeno superare il livello Daimon di Mila e Shiro senza timore. 


Diversa, invece, la questione LGBTQ+. They/Them, come dramma di formazione per adolescenti omosessuali, trans o non binari, mi è parso funzionare abbastanza bene e ho apprezzato, in generale, ogni caratterizzazione dei giovani protagonisti, che compensano alcune scelte di regia anche troppo patinate e camp (il regista è alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa e "soffre" dello stesso momento "romanzetto Harmony" che aveva colpito anche Clint Eastwood nel suo primo film, il che mi perplime perché il regista di They/Them è gay quindi, insomma, un po' più di realismo in una certa sequenza me lo sarei aspettato. Purtroppo, temo che John Logan non migliorerà più di così, a differenza del texano dagli occhi di ghiaccio). Certo, il mio è il punto di vista di una quarantenne etero, e anche gli attori sono quasi tutti sulla trentina, altro che adolescenti, ma ritengo non si sarebbero mai prestati ad interpretare delle macchiette o degli stereotipi irrealistici: Theo Germaine è non-binario anche fuori dal set, Quei Tann è transessuale, gli altri giovani attori sono tutti omosessuali, immagino perciò che avranno infuso buona parte della loro esperienza personale nell'interpretazione dei rispettivi personaggi, che infatti non risultano pezzi di carne sacrificabile, bensì persone tridimensionali, del cui destino lo spettatore arriva a preoccuparsi. Mettendomi nei panni di un* ragazz* costretto a soffrire per la propria sessualità e la propria identità, credo che They/Them mi metterebbe sul piatto un paio di situazioni positive e verosimili su cui riflettere per trovare, magari, il coraggio di fare una scelta difficile, e anche dei modelli a cui fare riferimento per poi trovare, ovviamente, una mia strada. Di sicuro, l'alchimia tra i protagonisti funziona talmente bene che persino un momento "musicarello" sulle note di Fuckin' Perfect di Pink non stona, anzi, risulta assai gradevole, e onestamente a un certo punto mi sono detta che, anche senza elemento horror, non mi sarebbe dispiaciuto continuare a seguire le vicissitudini di Jordan, Alex e compagnia. Ah, sì, dimenticavo. Kevin Bacon, anche invecchiato, è sempre una bella visione e rivedere Anna Chlumsky cresciuta mi ha dato più di una gioia.     


Di Kevin Bacon, che interpreta Owen, ho già parlato QUI mentre Anna Chlumsky, che interpreta Molly, la trovate QUA.

John Logan è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Come sceneggiatore ha lavorato in Ogni maledetta domenica, Il gladiatore, L'ultimo samurai, The Aviator, Sweeney Todd, Coriolanus e Hugo Cabret. Americano, anche produttore, ha 51 anni.


Se They/Them vi fosse piaciuto recuperate Venerdì 13 e la trilogia di Fear Street. ENJOY!  


mercoledì 7 settembre 2022

Stay Out of the F**king Attic (2020)

Non potevo mica stare lontana da un titolo invogliante come quello di Stay Out of the F**king Attic, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Jerren Lauder.


Trama: un trio di galeotti che cercano di rifarsi una vita con una ditta di traslochi si ritrova a dover svuotare la sinistra magione di un vecchio che non vuole persone né in soffitta né in cantina...


Stay out of the F**king Attic
, che spesso troverete segnalato in giro semplicemente come Stay Out of the Attic, è uno di quei film cortissimi (dura poco più di un'ora) che fanno del motto "poca spesa, massima resa" la loro ragione d'essere, nonché uno dei molti originali Shudder usciti per allietare l'esistenza a noi amanti dell'horror. Potrebbe, a ragione, venire definito un filmaccio, perché è quanto di più lontano dall'horror raffinato e cerebrale ma anche da splatterate un po' più artistiche o innovative, inoltre è pieno di momenti in cui la sospensione dell'incredulità rischia di scappare, ma ha dalla sua un paio di assi nella manica che lo rendono una visione assai piacevole. In primis, i tre protagonisti sono umani e simpatici, tre ex galeotti di cui un paio legati da una profonda amicizia nonché segnati da un passato vergognoso (anche per chi è stato in prigione) che cercano di lasciarsi alle spalle, senza ipocrisie o piagnistei ma rimboccandosi le maniche per rimediare agli errori: è normale che, quando la merda incarnata da un vecchio palesemente malvagio colpisce il ventilatore, lo spettatore arrivi a dispiacersi di tutto ciò che di orribile capita ai tre, proprio perché non sono connotati come carne da macello.


E cose brutte, e questo è il secondo asso nella manica di Stay Out of the Attic, ne capitano in abbondanza al trio all'erta (ma neanche tanto) e pieno di brio. Il film di Jerren Lauder contiene infatti almeno una sequenza in cui ho dovuto chiudere gli occhi per evitare di svenire o vomitare, e un altro paio di momenti dove il sangue scorre a fiumi e gli effetti speciali gore si palesano in tutta la loro gloria, affiancati da un make up particolarmente efficace per quanto riguarda creature dall'aspetto inumano. Tutto ciò, ovviamente, consente di ignorare le ingenuità tipiche delle opere prime e di una sceneggiatura che butta in ridicolo uno dei problemi più grandi della società attuale, ovvero il rigurgito di merda nazista, e che ricorre anche troppo spesso al "trucco della folaga", risultando così un po' facilona in alcuni momenti. Nessun problema, come ho detto: il film dura il tempo necessario, non si perde in lungaggini, è divertente e sanguinoso al punto giusto e riesce persino a riaccendere la voglia di vederne ancora alla fine dei titoli di coda, che ovviamente consiglierei di non perdere. Non è sicuramente il miglior originale Shudder ma per una serata col cervello staccato è perfetto. 

Jerren Lauder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio.E' anche produttore e attore. 


Ryan Francis
, che interpreta Albert Schillinger, era il giovane Peter Pan in Hook - Capitan Uncino. Se Stay Out of the F**king Attic vi fosse piaciuto recuperate La casa nera e Man in the Dark (lo trovate su Netflix). ENJOY!

martedì 6 settembre 2022

Men (2022)

L'ultimo film che volevo assolutamente vedere la settimana scorsa era Men, diretto e sceneggiato da Alex Garland.


Trama: dopo una tragedia legata al suo matrimonio, Harper decide di rifugiarsi per un paio di settimane in un paesino della campagna inglese dove, tuttavia, comincia a venire perseguitata da uno strano uomo...


Come ho scritto su Facebook, ho paura che io e Alex Garland non andiamo d'accordo... o, forse, non ci siamo mai andati, di sicuro qualcosa si è rotto dopo la passione provata per Ex Machina, visto che Annientamento mi aveva lasciata molto fredda. Lo stesso, mi duole dirlo, vale per questo Men. Come Annientamento, Men non è brutto, anzi. Ce ne fossero, di film "brutti" così, zeppi di immagini bellissime e calibrate al millimetro, pregne di significato, film coraggiosi fatti di sequenze in cui sono colonna sonora, attori, regia e fotografia, senza nemmeno un dialogo, a parlare; tutta la lunga introduzione in cui Harper passeggia da sola per la campagna inglese, cerca se stessa nella solitudine, nella melodia della sua voce che gioca con un'eco, innocente come una bambina, rasenta la perfezione e la pura poesia, mentre il finale, anch'esso silenzioso ma violentissimo e disgustoso, ne è il perfetto contraltare ed è, non a caso, virato nel rosso, il colore complementare del verde della natura. Men è un film d'Autore, nella misura in cui Garland ha voluto fare un personale ragionamento non solo sulla condizione odierna del genere maschile partendo da miti ancestrali come quelli del Green Man (simbolo di rinascita) e della Sheela na gig (antichissimo simbolo di fertilità ma anche protezione contro il male, potere femminile) ma anche sul modo di affrontare il dolore e la paura senza lasciarsi divorare, accettandone piuttosto le molteplici sfaccettature. La scelta del regista di girare un horror che va contro ogni topos del genere, addirittura privando la final girl delle sue "solite" caratteristiche di catartica dea vendicativa, è coraggiosa, come ho detto prima, e ha tutto il mio rispetto. Eppure, nonostante i messaggi di Men siano arrivati forti e chiari, nonostante mi tolga umilmente il capello davanti alla perizia tecnica e all'occhio del regista, non sono riusciti a coinvolgermi.


Men mi è sembrato un freddo manuale, una proposizione di "situazioni", con una protagonista che viene connotata solo dalla tragedia che l'ha spinta a rifugiarsi in campagna. Intendiamoci, ciò che è successo ad Harper è orribile ed ingiusto, ma chi era questa donna prima della tragedia e perché dovrebbe importarmi di una persona solo perché, come carico a coppe, viene anche costretta a subire le violenze più o meno dirette di archetipi maschili? Harper, per quanto interpretata da una bravissima Jessie Buckley, non mi ha fatto né caldo né freddo e l'empatia provata verso di lei è nata solo dallo schifo verso ogni personaggio incarnato da Rory Kinnear, ma lì si gioca facile: abbiamo l'uomo apparentemente gentile ma comunque asfissiante e palesemente pieno di pregiudizi, il prete che vede nella vagina tutti i mali del mondo, il ragazzino maleducato, il poliziotto privo di empatia, il matto violento e l'essere totalmente alieno ed incomprensibile, simbolo dell'ineluttabilità e della ciclicità di una natura che, purtroppo, è principalmente fatta di dolore, quindi è normale provare fastidio davanti ad ognuno di loro. E' l'enormità del METAFORONE che mi ha fatto storcere il naso, il ritrovarmi davanti  un film che probabilmente lo affronta in maniera troppo sussurrata, quando io sono per le cose più caciarone, maggiormente propensa a prendere il metaforone e ridurlo a più miti consigli trattandolo con l'irriverenza e la ferocia che meriterebbe, in quanto non dovrebbero esistere Harper e nemmeno Geoffrey, né vittime di un dolore imposto né stronzi che rendono la vita più difficile di quanto già non sia. Ma probabilmente è un limite mio, visto che Men sta ottenendo moltissimi consensi e, pertanto, vi invito a leggere la bella recensione di Germano, che è tornato a parlare di cinema in pianta stabile. E, magari, a raccontarmi nei commenti cosa ne pensate di Men


Del regista e sceneggiatore Alex Garland ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Harper) e Rory Kinnear (Geoffrey) li trovate invece ai rispettivi link.



 

venerdì 2 settembre 2022

Crimes of the Future (2022)

Quale gioia è stata, martedì, tornare finalmente al cinema per un film di David Cronenberg, quel Crimes of the Future che temevo non sarebbe mai stato distribuito in Italia, figuriamoci a Savona!


Trama: in un futuro prossimo ed inquinato, dove mutazioni corporee proliferano, due artisti sfruttano tecniche autoptiche per trasformare in performance i cambiamenti della carne...


Non rinnego quel che ho scritto all'inizio. Dove c'è Cronenberg c'è gioia, almeno per me. Purtroppo, stavolta c'è stata anche un po' di noia, ma lì la colpa è mia, causa stanchezza e orario di proiezione infame; mi sono ripromessa di riguardare al più presto Crimes of the Future, quindi questa, più che una recensione definitiva, è un tentativo di ragionare su ciò che ho visto e capito dopo una prima visione "superficiale", un reminder che rileggerò in futuro per ricordare l'esperienza. Di fatto, ho ritrovato in Crimes of the Future il Cronenberg viscerale, quello che amo fin dagli esordi, quello che i ragionamenti sulle mutazioni della carne te li sbatte in faccia, senza prendere vie traverse (per quanto interessanti) e psicologiche, come accadeva nelle sue opere recenti. Nel suo ultimo film la Nuova Carne ha vinto o, meglio, ha dimostrato di non poter venire controllata, perché l'uomo non è stato in grado di gestire l'ambiente e si è ritrovato a vivere su un pianeta inquinato dove, apparentemente, il progresso scientifico è comunque andato molto avanti (dolore ed infezioni sono quasi scomparse, delle macchine "organiche" aiutano le persone a dormire e mangiare, e questa è solo la punta dell'iceberg). Il risultato è che il corpo umano è impazzito e le persone hanno cominciato a produrre organi nuovi e sconosciuti, che i "poteri forti" cercano di controllare e catalogare in un'atmosfera di assoluto squallore che denota tutta l'arrogante impotenza delle autorità (in)competenti. All'interno di questo universo andato a male, due artisti sfruttano la proliferazione incontrollata di organi per le loro performance a base di chirurgia estrema; Saul Tenser è una fucina di nuovi organi e la sua assistente Caprice li tatua e li tira fuori dal corpo di lui nel corso di spettacoli che somigliano terribilmente a delle autopsie. In tutto questo, un'organizzazione sovversiva tenta di contrastare la morte e il decadimento dimostrando che i mutamenti (anche quelli artificiali) possono diventare ereditari e quindi naturali, consentendo all'uomo di adattarsi alle condizioni infelici che rischiano di spazzarlo via dalla faccia della terra.


Quanto sopra è ciò che ho capito relativamente alla trama, di cui ho dovuto farmi un mezzo riassunto perché sto diventando davvero tarda con l'età. Rileggendola, mi sono resa conto che, invecchiando, io mi sarò sicuramente rincoglionita ma il buon David ha abbracciato ancor più il pessimismo cosmico e consegna allo spettatore l'immagine di un'umanità senza possibilità di redenzione, fin dalle prime sequenze. Il bambino che gioca nelle acque limpide è la facciata che nasconde decadimento e morte, eros e thanatos sono indissolubilmente legati (o, meglio, "la chirurgia è il nuovo sesso"), le emozioni sono veicolate a stimoli fisici impensabili e l'inquinamento, gli elementi tossici che uccidono il pianeta diventano fonte di nutrimento e persino di commozione, sancendo definitivamente la vittoria e la supremazia all'interno del cerchio della (non) vita di tutto ciò che è "insano". Nei film precedenti c'era chi cercava di ribellarsi a un destino infausto, spesso fallendo miseramente ma almeno ci provava; in Crimes of the Future l'orrore è routine e chi cerca di mettere un freno ad esso è il vero "cattivo" della storia, spinto da oscuri motivi o da semplice desiderio di mantenere uno status quo. Lo stesso protagonista, Saul Tenser, è in balia di ciò che viene raccontato nel film e di ciò che avviene nel suo corpo, ben poco in grado di imporre la propria volontà a meno di non chiamare tale la trasformazione in "arte" di qualcosa che si illude di controllare; l'unica scelta che compie, in definitiva, è quella di arrendersi su un finale lasciato volutamente ambiguo, dopo un intero film in cui la reale sofferenza di un Viggo Mortensen incapace di stare dritto in piedi per più di qualche minuto (causa incidente accorso prima delle riprese) si unisce inestricabilmente al dolore di finzione provato dal suo personaggio e, per estensione, a quello del regista di cui Soul Tenser non è altro che un alter ego.


Cronenberg si dimostra, dunque, uno dei pochi registi (soprattutto horror) che ancora rimangono coerenti a se stessi dopo anni di carriera, un Autore a cui poco interessa il pubblico, preferendogli giustamente la possibilità di raccontare quel che vuole come vuole. Ciò detto, vado subito contro ai desideri di un Regista che amo, affermando convinta che avrei preferito un taglio (haha!) meno prolisso e dialogato, magari anche più incomprensibile, ma più viscerale e affascinante. Non che Crimes of the Future non lo sia, affascinante intendo, in un suo modo tutto perverso che continua a farmi arrossire come un'educanda ogni volta che Cronenberg riesce a trasmettermi chiaramente la sensualità dello schifo e a farmela capire ed apprezzare (ammetto pubblicamente che, per quanto gracchiante, sciancato e moscio, avrei consentito a Viggo di portarmi nel macchinario per autopsie e di farmi un po' quello che voleva)... però ho percepito anche troppa freddezza, troppo distacco, forse della ripetitività che, in alcuni momenti, è sfociata in una noia che, probabilmente, sono stata arrogante a provare (della serie: ah sì, i cambiamenti della carne, le perversioni, le solite cose "alla Cronenberg!") ma che è arrivata comunque, indesiderata come un nuovo organo sconosciuto. Come ho scritto prima, questi sono solo i miei personalissimi pensieri sconclusionati a fine visione: se volete delle recensioni serie e migliori, ne trovate QUI, QUI e QUI. Se, invece, volete godere dell'opera di uno degli ultimi veri Autori esistenti correte al cinema e ignorate la miopia dei distributori dementi, che piangono la morte della sala ma mai che facciano uscire un film in Italia prima che sia disponibile illegalmente ovunque già da mesi. 


Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Saul Tenser), Léa Seydoux (Caprice), Scott Speedman (Lang Dotrice) e Kristen Stewart (Timlin) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Crimes of the Future vi fosse piaciuto recuperate Videodrome, eXistenZ, Crash e Inseparabili. ENJOY! 

martedì 30 agosto 2022

Bullet Train (2022)

Conquistata da un trailer che prometteva Giappone e tamarrate come se piovessero, domenica sono corsa a vedere Bullet Train, diretto dal regista David Leitch e tratto dal romanzo I sette killer dello Shinkansen di Kotaro Isaka.


Trama: al ladro/killer Ladybug viene commissionato il furto di una valigetta all'interno di uno Shinkansen diretto a Kyoto. Il lavoro, all'apparenza semplicissimo, si complicherà all'inverosimile...



Giappone e tamarreide mi aspettavo e tanto ho avuto. Bullet Train è un rinfrescante mix di vari generi, perfetto come blockbuster estivo, che segna una sorta di ritorno al passato popolato dai vari Tarantino, Guy Ritchie e, soprattutto, dei mille emuli che tentavano senza successo di eguagliarli, in quanto propone allo spettatore un film a base di killer ciarlieri, citazioni pop e splatterate irriverenti messe nelle mani di assassini stilosissimi e sopra le righe. Non ho letto il romanzo di Kotaro Isaka (direi mai tradotto in italiano e disponibile in lingua inglese a prezzi ancora troppo alti per un e-book - lo so, sono ligure, abbiate pazienza) e, considerato che Bullet Train in origine doveva essere un thriller serissimo diretto da Antoine Fuqua (rimasto in veste di produttore), dubito che il film di Leitch gli sia granché fedele a livello di atmosfere, ma di sicuro la trama è abbastanza machiavellica da essere stata concepita da un giapponese. Tutto parte dal lavoro "facile" di Ladybug, a cui viene chiesto di rubare una valigetta di proprietà di altri due killer, Tangerine e Lemon, il cui lavoro consiste invece nel consegnare detta valigetta e un ragazzo al padre di quest'ultimo, un terribile boss della mala; purtroppo, all'interno dello spazio claustrofobico costituito dal treno veloce che da il titolo al film, paiono essersi radunati altri killer, ognuno con i loro obiettivi, il loro passato e le loro colpe, e i destini di tutti questi particolari passeggeri arriveranno ad intrecciarsi in un clamoroso e tesissimo gioco dove non necessariamente servono forza, furbizia e cattiveria per vincere, quanto piuttosto fortuna. Fortuna (o l'atavica mancanza della stessa) e destino sono il fil rouge che lega tutti i personaggi e sono le forze che muovono una trama capace di regalare non poche sorprese allo spettatore, a cui si chiede di prestare molta attenzione e non farsi distrarre dalla messinscena accattivante, in quanto tra dialoghi fiume, flashback e soggettive particolari, perdersi è un attimo. 


Dal canto suo, infatti, David Leitch parrebbe perseverare nel suo progressivo allontanamento da prodotti tamarri ma "seri" come John Wick e Atomica Bionda per continuare sulla scia del sovraccarico cazzaro di Deadpool (non a caso in Bullet Train ci sono tantissimi attori che hanno avuto a che fare, chi più e chi meno, con Deadpool 2). Tra coloratissime scritte bilingue in sovraimpressione che introducono i vari killer, morbidi pupazzoni, dialoghi con gabinetti automatici, utilizzo di armi improprie, flashback rapidissimi ed esilaranti, citazioni pop e linguaggio "colorito", non è difficile immaginarsi Wade Wilson aggirarsi nei corridoi dello shinkansen, pronto a sgozzare i nemici tra una battuta e l'altra, e si vede che il regista è perennemente in cerca di quel miracoloso equilibrio tra stunt fenomenale e slapstick comedy. Su grande schermo e con l'occhio "vergine" di una prima visione, il film non presenta sequenze sciatte o mal realizzate, soprattutto per quanto riguarda i momenti di confronto corpo a corpo, e il finale in particolare, salvo quale esagerazione a livello di CGI, per quanto necessaria, lascia letteralmente a bocca aperta per la sfacciataggine con cui ignora qualsiasi legge della fisica. Personalmente, in quanto cultrice di killer "weird", ho apprezzato soprattutto il bestiario di assassini presenti nel film e la caratterizzazione dei vari attori. Dopo anni di assenza in ruoli da protagonista (parliamone, nell'ultimo Kingsman spuntava giusto 5 minuti), Aaron Taylor-Johnson torna a bucare lo schermo con un personaggio affascinante e carismatico anche nella sua puntuale dabbenaggine, e l'unica cosa che mi dispiace è che ciò lo ha portato a venire nuovamente inghiottito in quel carrozzone Marvel/Sony che era riuscito ad abbandonare, stavolta come Kraven il cacciatore, nemesi di Spider-Man; il suo Tangerine è diventato in tempo zero il mio personaggio preferito all'interno di un cast in parte e carichissimo, dove assieme a un Brad Pitt mattatore e alcune ghiotte guest star spiccano, in personalissimo ordine di gradimento, Hiroyuki Sanada, Brian Tyree Henry e Michael Shannon. Onestamente, posso dire di essermi divertita tantissimo con questo Bullet Train e, se dovessi proprio trovargli un difetto, è l'assenza di un crossover con John Wick. Ma invece di spendere soldi in MCU e DC Cinematic Universe, perché non create un JohnWickVerse? Pensateci!! 


Del regista David Leitch, che interpreta anche Jeff Zufelt, ho già parlato QUI. Brad Pitt (Ladybug), Joey King (Prince), Aaron Taylor-Johnson (Tangerine), Brian Tyree Henry (Lemon), Hiroyuki Sanada (il vecchio), Michael Shannon (Morte Bianca), Sandra Bullock (Maria), Logan Lerman (il figlio) e Zazie Beetz (Hornet) li trovate invece ai rispettivi link.


Un paio di curiosità: Ryan Reynolds compare, non accreditato, nel ruolo di Carver, Channing Tatum nei panni del passeggero fissato col sesso mentre la bionda "hostess" del treno non è altri che Karen Fukuhara, l'adorabile Kimiko della serie The Boys, e il controllore Masi Oka, ovvero Hiro della serie Heroes. Sandra Bullock ha rimpiazzato Lady Gaga nel ruolo di Maria. Se Bullet Train vi fosse piaciuto recuperate tutti i film della saga John Wick, Atomica Bionda, Free Fire e Pulp Fiction. ENJOY!  

venerdì 26 agosto 2022

Prey (2022)

Piano piano sto recuperando tutto ciò che di interessante e "horror" è uscito in streaming ad Agosto e oggi tocca a Prey, diretto e co-sceneggiato dal regista Dan Trachtenberg, disponibile su Disney +.


Trama: All'inizio del diciottesimo secolo, in un territorio popolato da indiani Comanche, atterra un Predator e la giovane Naru, desiderosa di diventare una vera cacciatrice, si ritrova a dovere combattere una strenua battaglia per la sopravvivenza...


Il giorno stesso dell'uscita, di Prey avevano già parlato tutti, chi inneggiando al capolavoro e chi alla becera schifezza. Io nel frattempo ero a godermi il fresco in montagna, quindi mi sono portata a casa il clima positivo nella capoccetta e mi sono presa il tempo di guardare Prey con la mia solita velocità da bradipo, ritrovandomi essenzialmente nel mezzo. Se cercate confronti con gli episodi precedenti della saga di Predator guardate pure altrove, ché a casa Bolla il film di John McTiernan è un cult ma non perché è stato visto e rivisto, au contraire: da piccola non avevo il coraggio di guardarlo e, quando mi sono fatta crescere un paio di palle, l'ho visto giusto un paio di volte, apprezzandolo come merita ma senza rimanere col desiderio di ammazzarmi di ulteriori visioni, quanto agli altri capitoli della saga ho concesso loro solo uno sguardo. Lo stesso capiterà di sicuro a Prey, prequel della saga ambientato nelle praterie popolate da Comanche ed invasori francesi, dove la protagonista Naru ambisce a diventare una cacciatrice nonostante il suo retaggio da guaritrice e si ritrova a mordere un osso ben più grosso del previsto quando un Predator atterra nelle foreste. Il titolo, abbastanza rivelatorio, sposta il fulcro della trama dal mistero dell'alieno, di cui ormai noi spettatori sappiamo praticamente tutto, al racconto di formazione attraverso cui Naru si libera dell'etichetta di "preda", di femmina debole alla quale non dev'essere permesso toccare le armi, e ironicamente sottolinea come anche chi si ritiene invincibile e potente (animali feroci o uomini, comanche o francesi, persino Predator) deve sempre fare i conti col rischio di diventare a sua volta la preda di qualcuno, soprattutto quando si tende a sottovalutare l'intelligenza e la capacità di adattamento a favore della mera forza bruta e dell'istinto.  


Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, sia per quanto riguarda la svolta "femminista" della trama, sia per quanto riguarda l'efferatezza di un Predator che prima studia ed affronta gli animali feroci, poi si rende conto che nessuno è feroce e arrogante come l'uomo, il che regala allo spettatore delle belle mattanze tramite armi aliene improprie ma assai efficaci. Prey scorre bene dall'inizio alla fine, si lascia guardare volentieri e non manca di tenere desta l'attenzione dello spettatore non solo tramite la natura sempre infida e mortale di Predator, ma anche grazie all'indubbio carisma della protagonista, Amber Midthunder; discendente della tribù Assiniboine e già esperta in ruoli da dura guerriera (in Legion era strepitosa e non smetterò mai di consigliarvi di guardare una delle serie di supereroi più originale e interessante di sempre), la fanciulla è praticamente perfetta per il ruolo di Naru, soprattutto grazie allo sguardo testardo e intelligente che caratterizza il personaggio. Gli altri membri del cast non sono indimenticabili allo stesso modo, salvo il delizioso cane Sarii che ruba spesso la scena a chi ha la (s)fortuna di dividerla con lui, e in generale la produzione si assesta su quel livello medio-alto tipico delle produzioni pensate per lo streaming "serio" che non riescono mai a diventare qualcosa di più di una film piacevole con cui passare una serata, neppure a livello di regia o fotografia, nonostante le coinvolgenti scene d'azione mi siano piaciute parecchio. Poiché un easter egg e i titoli di coda suggeriscono che potrebbero esserci ulteriori capitoli della saga, spero solo che il livello continui ad essere questo e non diminuisca e, soprattutto, che non si debba cominciare a studiare per godere di un film su Predator, come succede ogni volta che esce un cinecomic targato Marvel!


Del regista e co-sceneggiatore Dan Trachtenberg ho già parlato QUI.

Amber Midthunder interpreta Naru. Adorabile Kerry della serie Legion, ha partecipato a film come Hell or High Water e altre serie come. Americana, anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 26 anni. 


Ovviamente Prey è un prequel che può essere visto da solo ma vi consiglierei il recupero almeno di Predator e Predator 2, poi se l'argomento vi attira aggiungete Predators e The Predator. ENJOY!


martedì 23 agosto 2022

Thor: Love and Thunder (2022)

Aiuto. E' passato più di una settimana da quando ho visto Thor: Love and Thunder, diretto e co-sceneggiato dal regista Taika Waititi. Spero di ricordarmi ancora qualcosa.


Trama: Thor viene richiamato dal suo esilio nello spazio nel momento in cui Gorr, il distruttore di dei, attacca il nuovo regno di Asgard. Lì, Thor si trova di fronte la sua ex fidanzata Jane Foster, scelta dal martello Mjolnir per diventare la Potente Thor.



Se non altro questa volta ero preparata. Dopo i primi due serissimi (e ammorbantissimi, almeno per quanto riguarda The Dark World) Thor, la visione di quell'invereconda trashata di Ragnarok mi aveva lasciata basita, mentre stavolta Love and Thunder non mi ha sconvolta, anche se Waititi ha messo di sicuro il turbo alle meenchiate portate sullo schermo, a maggior ragione perché, da brava Dory dei poveri, prima di andare al cinema ho riguardato la trashata di cui sopra. Devo inoltre ammettere di averla trovata meno orribile di quanto (non) ricordassi e riconosco che l'aver stravolto completamente la natura seriosa di un personaggio anacronistico come una divinità vichinga, trasformandolo da babbalone malinconico a supereroe babbeo, è senza dubbio vincente; certo, continuano a sanguinarmi le orecchie davanti a "zio del tuono", ma non è colpa di Waititi, quanto di un adattamento italiano orribilmente cciovane. Ma parliamo di Love and Thunder. La vita di un Thor sempre più scemo viene raccontata con toni epici attraverso la voce dello stesso regista (il doppiatore originale del personaggio che funge da narratore, Korg), il quale ribadisce così la paternità di questa versione folle del Dio del Tuono, al punto da permettersi di tornare sui suoi passi e colmare le mancanze del precedente capitolo nel modo che più gli è congeniale, trasformando così un film di supereroi in uno strampalato film d'amore dove i protagonisti sono Thor, la sua ex fiamma Jane Foster, il martello Mjolnir e l'ascia Stormbreaker. L'Amore è il fil rouge di ogni vicenda della pellicola e ogni personaggio chiave ha il suo percorso di caduta e redenzione ad esso legato: il villain Gorr diventa un mostro per amore della figlia defunta, Thor rifiuta l'amore per timore di soffrire e per questo è solo, triste ed imperfetto, Jane (afflitta da un tumore incurabile) diventa la Potente Thor per amore di un martello, un'ascia perde il controllo per gelosia, e così via, fino ad arrivare a chi di amore ne è privo, ovvero le divinità, che invece dovrebbero provarne in abbondanza verso chi crede in loro. 


Come ho scritto su, il film si dimentica facilmente, anche perché procede per accumulo di assurdità visive e scene spettacolari che pure si conformano, comunque, allo standard Marvel nonostante fingano originalità e weirdness, dal momento in cui tutto fa parte della Fase 4 del MCU e ogni cosa è finalizzata al raggiungimento di un obiettivo, ovvero il completamento della "Saga del Multiverso" di cui vedremo la fine nel 2025 (aiuto!!!!). L'unica cosa che veramente spicca in Thor: Love and Thunder, ancora più delle capre urlanti, della colonna sonora cafona e delle chiappe nude di un Chris Hemsworth al quale vanno tutti i miei complimenti per la fisicata, è Christian Bale, un uomo che probabilmente riuscirebbe a rendere interessante anche l'interpretazione di un comodino. Il suo Gorr è un mostro uscito dritto da un film dell'orrore, il babau che ti aspetti di vedere sotto il letto, una creatura in grado di prendere a coppini ogni versione di Pennywise riducendola a intrattenimento per bambini, e non è merito solo del trucco; probabilmente, Bale si è pensato alla perfezione il personaggio di Gorr dandogli tutta la tridimensionalità di cui era privo il post-it su cui Waititi avrà vergato giusto due appunti, infondendo, in quello che dalle foto di scena sembrava uno Zio Fester magrolino e nulla più, tutta la dignità, la disperazione, l'odio e il disprezzo di un uomo tradito dalla fede (forse scrivo questo perché sono Team Gorr, al quale viene davvero difficile dare torto, ma sfido chiunque abbia visto il film a dire di non avere tifato per lui per più di metà pellicola). Purtroppo, la complessità incarnata da Bale fa a pugni con troppa faciloneria da parte di Waititi, che la fa spesso fuori dal vaso: il pre-finale non ha senso, con Thor che conferisce la "dignità" nemmeno fosse la Santità di Padre Maronno, al finale che spiega il significato del titolo volevo alzarmi e andarmene, ché non ci sono già abbastanza supereroi che cicciano fuori al ritmo di venti al mese nel MCU, ma la cosa che mi ha infastidita di più è il modo in cui è stato gestito il tumore di Jane, maneggiato con la delicatezza di un elefante e l'umorismo inopportuno di un Boldi qualsiasi. Arrivati a questo punto, siccome Thor "thornerà", io spero davvero che Waititi trovi un equilibrio tra commedia e tragedia, altrimenti il quinto episodio della saga (se mai ci sarà) sarà la zappa che il regista rischierà di darsi sui piedi, mettendo a rischio la sua carriera cinematografica per portare avanti la sua fama di "trollone". Incrocio le dita perché ciò non accada, sarebbe davvero un peccato dopo tutte le belle opere che ci ha regalato. 


Del regista e co-sceneggiatore Taika Waititi, che doppia anche Korg e il dio Kronano, ho già parlato QUI. Chris Hemsworth (Thor), Natalie Portman (Jane Foster/La Potente Thor), Christian Bale (Gorr), Tessa Thompson (Re Valchiria), Russell Crowe (Zeus), Chris Pratt (Peter Quill/Starlord), Dave Bautista (Drax), Karen Gillan (Nebula), Sean Gunn (Kraglin/On-Set Rocket), Vin Diesel (voce di Groot), Bradley Cooper (voce di Rocket), Matt Damon (attore che interpreta Loki), Idris Elba (Heimdall), Melissa McCarthy (attrice che interpreta Hela) e Sam Neill (attore che interpreta Odino) li trovate invece ai rispettivi link.  

Jaimie Alexander torna nei panni di Sif dopo l'assenza in Thor: Ragnarok e lo stesso vale per Kat Dennings, la cui Darcy Lewis era tuttavia una presenza preponderante nella serie Wanda/Vision. Torna anche Luke Hemsworth, uno dei fratelli di Chris, nei panni della versione teatrale di Thor, e non è l'unico membro della famiglia ad essere presente nel cast: i figli di Chris Hemsworth, Sasha e Tristan, interpretano Thor da bambino, India Rose è la figlia di Gorr (ribattezzata Love sul finale), e la moglie di Chris, Elsa Pataky, è la donna lupo. Per godere appieno di Thor: Love and Thunder, infine, recuperate  ThorThor: The Dark WorldGuardiani della galassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e le serie Wanda Vision e Loki. ENJOY!

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