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venerdì 7 gennaio 2022

Spider-Man: No Way Home (2021)

Finalmente domenica sono andata a vedere Spider-Man: No Way Home, diretto nel 2021 dal regista Jon Watts, dopo un'attesa di quasi un mese dovuta alla gente folle che si è riversata a frotte in sale, come quella savonese, dove le regole anti-covid, prima dell'obbligo di portare la FFP2, erano pura utopia. Vediamo un po' se è valsa la pena attendere!


Trama: dopo che Mysterio ha rivelato al mondo l'identità di Spider-Man, la vita di Peter Parker e dei suoi amici è diventata un disastro. Il ragazzo decide quindi di chiedere aiuto a Doctor Strange per cancellare la memoria delle persone ma ovviamente l'incantesimo va storto...


Sì, ne è valsa la pena. Non sono di quelle che definiscono i film Marvel dei capolavori, anche perché salvo pochissimi casi li ho tutti dimenticati ad una settimana dalla visione, ma No Way Home ha davvero il suo perché e oserei dire (ma, come avete letto, non sono granché affidabile) che è una delle poche pellicole del MCU a curare veramente il personaggio protagonista, facendolo evolvere e crescere tra gioie e dolori; non so se è un paragone da fare, anche perché i Potterhead sono più micidiali dei fan del MCU, ma l'evoluzione del personaggio Spider-man interpretato da Tom Holland mi ha ricordato i romanzi di Harry Potter, dove i primi due erano libri per bambini semplici e principalmente ironici, poi dal terzo in poi i toni si sono fatti più cupi e i protagonisti più complessi e problematici. A costo di privare della freschezza il Peter Parker di Holland, credo sia questa la strada da seguire per elevarlo dal novero di eroi "cazzari" i cui problemi durano il giro di un film, sepolti da una salva ininterrotta di battute e siparietti esilaranti, perché, se ci pensate, il Bimbo Ragno del MCU finora ha avuto vita molto facile: è entrato di diritto nella squadra di eroi più forti della Terra, preso subito sotto l'ala potente di Stark, che lo ha fornito di ogni tipo di gadget, e dopo la morte dell'adorato Tony ci hanno pensato Happy Hogan e Nick Fury a far sì che a Peter non mancasse nulla. A fare cerchio attorno alla sua identità segreta, oltre ai due pesi massimi, c'erano anche l'adorata zia May, l'amico fraterno Ned e la fidanzata MJ, cosa che ha sempre consentito a Peter di vivere come un'adolescente normale ma anche come supereroe, una fortuna che credo non sia mai toccata a nessun ragazzino di nessun fumetto, film o cartone animato, e tutte queste cose combinate hanno fatto sì che Peter Parker diventasse una sorta di ragazzino viziato, dolce e carino quanto volete ma comunque privo di una dose di durezza e indipendenza tali da renderlo un supereroe consapevole e responsabile, e questo viene sottolineato parecchie volte nel corso di No Way Home, che sbatte in faccia al protagonista fin da subito una situazione dalla quale il ragazzo non potrebbe mai fuggire da solo, senza essere "paraculato" a più livelli. 


Purtroppo, sarà proprio questa consapevolezza di avere sempre e comunque le spalle coperte che causerà il casino cosmico che ha fatto bagnare il 90% dei nerd del pianeta e che ha trasformato No Way Home in un vero e proprio evento, rendendolo più ricco, intrigante e anche piacevole da guardare, non posso negarlo. Giocherò a carte mezze scoperte senza fare troppi spoiler, tanto ormai il film lo avranno visto tutti (ma, se non l'avete ancora fatto, evitate l'infoporn con tutti i nomi degli attori coinvolti) e il mio blog ormai è meno letto di Grand Hotel, dicendo che rivedere certi volti è stato come riavvolgersi in una calda coperta, souvenir dei bei tempi in cui i cinecomics erano ancora appannaggio di poche case di produzione pazze e registi che ci credevano senza omologarsi, un rischio per lo spettatore che apriva il cuore alla speranza e poi rischiava di ritrovarsi tra le mani una mezza ciofeca ma, nonostante tutto, si teneva le urla di dolore nel cuore perché non erano ancora spuntati internet e i maledetti social a dar voce anche alle capre. L'interazione tra i moltissimi personaggi presenti nel film mi è parsa naturale e rispettosa delle personalità dei coinvolti (almeno, di quelli che conoscevo) e se è vero che è sempre divertente vedere Doctor Strange alle prese con quelle che per lui sono fondamentalmente delle inutili minchie di mare a fronte della sua infinita e spocchiosa sapienza, è ancora più vero che un film senza dramma sarebbe nulla e che i signori attori sono pochi ma riescono a nobilitare pellicole ben peggiori di queste: qui, in particolare, c'è un attore che mangia la scena a tutti quelli che si ritrovano a doverla condividere con lui, arricchendo non solo le loro interpretazioni, ma anche le sequenze appena successive alla sua apparizione, nelle quali il fantasma della sua presenza aleggia ancora, impossibile da ignorare. Si piange parecchio in No Way Home e, come ho scritto sopra, è giusto così, perché un po' di cupezza rende i personaggi più complessi e migliori, al di là di tutto il codazzo di gag ed effetti speciali che possono accompagnare le loro avventure.


Questi ultimi elementi, ovviamente, non mancano. Come nei primi due film si cerca di approfondire la vita scolastica e sentimentale di Peter Parker, e ormai il terzetto Holland/Zendaya/Batalon è talmente affiatato che viene da pensare che i tre siano molto amici anche fuori dal set, inoltre a Batalon è richiesto di alleggerire un po' le atmosfere fungendo da elemento comico. In questo caso, gli sceneggiatori sono riusciti a tenersi in ottimo equilibrio senza sconfinare nella farsa e anche a gestire le fila di una storia comunque assai complessa a livello di continuity senza troppe sbavature (non chiedetemi lumi in merito, mi mancano pezzi di puzzle. Fate come se doveste guardare Tenet, godetevelo e non fate domande). Passando agli effetti speciali, io ho un debole per la magia di Strange e per la sua dimensione specchio, ho dunque trovato l'intera sequenza di combattimento tra lui e Spider-Man assai entusiasmante vista su grande schermo, oltre ad avere ovviamente apprezzato lo showdown finale, chiaro e dettagliato nonostante l'abbondanza di personaggi e poteri coinvolti, e la scena centrale del film, dove Spider-Man viene messo di fronte ai suoi limiti nel modo più violento e tragico possibile. Non riesco, al momento, a prevedere che direzione prenderanno le avventure di Spider-Man (e nemmeno dell'MCU vista la graditissima guest star che compare a un certo punto!!), soprattutto visto che è il Dottor Strange il fulcro delle anticipazioni post-credit, ma se l'ex Bimbo-Ragno dovesse tornare in futuro tornerò al cinema a fargli compagnia perché ormai ho cominciato a volergli molto bene, nonostante le dichiarazioni scellerate del minchietta che lo interpreta. 
 

Del regista Jon Watts ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Jon Favreau (Happy Hogan), Jamie Foxx (Max Dillon/Electro), Willem Dafoe (Norman Osborn/Goblin), Alfred Molina (Dr. Otto Octavius/Doc Ock), Benedict Wong (Wong), Tony Revolori (Flash Thompson), Marisa Tomei (May Parker), Andrew Garfield (Peter Parker/Spider-Man), Tobey Maguire (Peter Parker/Spider-Man), Angourie Rice (Betty Brant), Martin Starr (Mr. Harrington), J.K.Simmons (J. Jonas Jameson), Rhys Ifans (Dr. Curt Connors/Lizard), Charlie Cox (Matt Murdock) e Tom Hardy (Eddie Brock/Venom) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jacob Batalon interpreta Ned Leeds. Hawaiano, ha partecipato a film come Spiderman: Homecoming, Blood Fest, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: Far From Home. Ha 26 anni. 


Thomas Haden Church interpreta Flint Marko/L'uomo sabbia. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere del male, Sideways, Spider-Man 3 e Hellboy. Ha 62 anni e due film in uscita.


La trama del film, che avrebbe dovuto riprendere una delle scene post-credits di Far From Home, quella in cui si scopre che i Maria Hill e Nick Fury della Terra sono in realtà degli Skrull mentre il vero Fury è nello spazio, è stata completamente cambiata per poter realizzare la mini-serie Secret Invasion, che dovrebbe uscire quest'anno. Nell'attesa che ciò, accada, se Spider-Man: No Way Home vi fosse piaciuto recuperate Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home, Doctor Strange, la serie Wanda/Vision (peraltro molto ma molto carina), Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli... e poi armatevi di santa pazienza vintage con Spider-Man, Spider-Man 2, Spider-Man 3, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, mentre potete serenamente evitare quella cacca fumante di Venom e, ovviamente, Venom 2. ENJOY!

martedì 23 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home (2019)

Ho lasciato passare un po' di tempo prima di andare al cinema a vedere Spider-Man: Far From Home, diretto dal regista Jon Watts, ma a prescindere dal tempo trascorso dall'uscita, cercherò di non fare spoiler, tranne quelli ovvi.


Trama: in gita con la classe in Europa, Peter Parker si ritrova coinvolto da Nick Fury nell'attacco degli elementali, esseri multidimensionali già combattuti da un nuovo supereroe, Mysterio...


Povero Spider-Man lontano da casa, in tutti i sensi. Lontano dal quartiere di cui è amichevole protettore, lontano dall'adorata zia May, dal mentore Tony Stark dolorosamente morto, dal resto degli Avengers finiti chissà dove (probabilmente al Comic Con dove sono stati annunciati un'infinità di film e serie TV a tema), gettato in un tour delle capitali europee tra primi amori e canzoni vetuste e tallonato dall'onnipresente Nick Fury che, al pari di altri, vuole imporgli l'eredità di nuovo Iron Man senza vedere il liceale desideroso solo di una vita normale, magari tra le braccia della bella MJ. Purtroppo i supereroi una vita normale non possono averla, soprattutto se le capitali europee di cui sopra vengono attaccate da esseri elementali ai quali pare poter tener testa solo un nuovo, potentissimo supereroe, l'extradimensionale Mysterio, ed ecco perché una gita europea a base di insegnanti scoppiati e compagni di scuola stronzetti si trasforma nell'ennesima sfida mortale condita da twist che tali non sono, ché vorrei vedere quale anche minimo conoscitore dei fumetti Marvel si sia bevuto l'ingannevole trailer che presentava Mysterio come buono. Quest'ultimo è un villain che all'avvoltoio di Keaton può giusto allacciare le scarpe, tuttavia, al pari del Mandarino in Iron Man 3, è stato sottoposto ad un'inedita rilettura da parte degli sceneggiatori, che ultimamente paiono farsi vanto di prendere nemesi storiche dei vari protagonisti e renderli non solo comuni uomini della strada ma anche cialtroni, cosa che, in questo caso, offre il fianco all'annoso, attualissimo e antipatico problema delle fake news e della spettacolarizzazione di qualsiasi evento, positivo o negativo che sia, perché laGGente, a prescindere, deve meravigliarsi o sconvolgersi, precipitare nei peggiori incubi o sognare, incapace ormai di provare empatia per emozioni meno che forti. Il tutto, ovviamente, senza dimenticare il percorso che dovrà prendere Spider-Man e catapultarlo nella fase 4 del MCU come erede tecnologico di Iron Man, citato fino alla nausea all'interno del film (tanto che la sua morte, passati i primi cinque minuti, perde drasticamente di pathos e non si risolleva nemmeno quando parte Back in Black degli AC/DC), al punto che quando a un certo punto Happy prende posizione sui difetti dell'ex boss definendo Peter "molto diverso" sembra quasi una presa in giro.


Ma non ci formalizziamo. Far From Home è l'ennesimo divertissement Marvel capace di intrattenere per tutto il tempo della sua durata, complice il fatto che Peter Parker e i suoi allegri compagni di classe infarciscono il film di quell'atmosfera tipica delle commedie adolescenziali USA, un po' tenere e un po' sciocchine, quasi più interessante della parte supereroistica della pellicola. Sono queste scaramucce divertenti a base di equivoci e primi amori gli aspetti migliori del film, assieme a quelle "docce di realtà" in cui Mysterio si rivela per quello che è davvero, trascinandoci per mano nella prima scena post-credit più interessante e sconvolgente del film al quale fa da coda (l'ultimissima potete anche saltarla ma la prima no, non vi venga in mente!!). A livello di realizzazione, invece, i momenti più esaltanti sono quelli in cui Mysterio dispiega per intero tutti i suoi poteri, costringendo Spider-Man a districarsi tra incubi ed illusioni capaci di disorientare sia lui che lo spettatore, davanti ai cui occhi si apre un caleidoscopio di ambienti, minacce ed elementi folli che si alternano senza soluzione di continuità. Non che le sequenze in cui gli elementali fanno scempio di monumenti europei o lo showdown a Londra non siano esaltanti ma diciamo che quelle sanno un po' di già visto mentre gli incubi di Mysterio sono una novità dal retrogusto horror che fa piacere vedere. Non piacevole, ovviamente, come il vero cuore dell'intero film, lo Spider-Man bimbominchia Tom Holland (al quale spesso ruba la scena una MJ adorabilmente imperfetta), dal faccino così carino e tenero che gli si perdona qualunque cosa, un po' come a quel gran figone di Jake Gyllenhaal, benché costretto in un ruolo perfettamente in bilico tra parodia e villain serio. E a proposito di parodia: Stella Stai di Tozzi, perdonate il verbo, ci sta ma Bongo Cha Cha Cha e Amore di tabacco? Davvero l'Italia, per quanto riguarda la musica, viene considerata perennemente ferma agli anni '60? Per carità, meglio che sentire roba tipo il trap, Achille Lauro o Il volo, però su...


Del regista Jon Watts ho già parlato QUI. Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Jake Gyllenhaal (Quentin Back/Mysterio), Marisa Tomei (May Parker), Jon Favreau (Happy Hogan), Angourie Rice (Betty Brant), Cobie Smulders (Maria Hill), Martin Starr (Mr. Harrington), Ben Mendelsohn (Talos) e J.K.Simmons (J. Jonas Jameson) li trovate invece ai rispettivi link.


Mysterio avrebbe già dovuto comparire in Spider-Man 4 di Raimi, mai girato ovviamente, ed essere interpretato da Bruce Campbell. Ciò detto, se Spider-Man: Far From Home vi fosse piaciuto recuperate subito Spider-Man: Homecoming, aggiungete Iron ManIron Man 2 e Iron Man 3, continuate con The Avengers, Avengers: Age of UltronAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame Captain Marvel, infine completate la vostra cultura sul MCU con Captain America: Il primo vendicatore, L'incredibile HulkThor , Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Ant - ManDoctor StrangeThor: Ragnarok, Black Panther e Ant-Man and the Wasp . ENJOY!


domenica 15 luglio 2018

La prima notte del giudizio (2018)

Martedì sera sono andata a vedere La prima notte del giudizio (The First Purge), diretto dal regista Gerard McMurray, ultimo capitolo della saga cominciata nel 2013 da James DeMonaco, qui solo sceneggiatore.


Trama: Il governo americano dei Nuovi Padri Fondatori tenta un esperimento a Staten Island: per un'intera notte la popolazione viene lasciata libera di indulgere in qualsiasi tipo di crimine, omicidio compreso, senza ripercussioni. Mentre alcune persone traggono vantaggio da questa libertà, altre cercano disperatamente di sopravvivere...



Prima di scrivere questo post ho riletto tutti quelli che ho pubblicato nel corso degli anni relativamente alla saga de La notte del giudizio in quanto, purtroppo, non ho avuto il tempo di recuperare tre film in tempo utile per arrivare al cinema preparata. Affidandomi a quanto io stessa ho scritto, posso affermare che quella de La notte del giudizio è una delle saghe più coerenti ed ambiziose del cinema di genere moderno, partita in sordina con un home invasion ben fatto ma quasi “banale” ed arrivata a toccare temi importanti e soprattutto attuali, specchio della realtà dell’America odierna e in generale del mondo. La prima notte del giudizio si concentra sull’origine dello “sfogo” e parte dall’elezione di un esponente dei Nuovi Padri Fondatori come presidente; quest’ultimo, dotato di un’intelligenza salvino-trumpiana, si ritrova per le mani un paese allo sbando, senza soldi per tornare a far funzionare l’economia e con tassi di povertà e disoccupazione alle stelle (d’altronde, HA stato il Pid… ehm, Obama o qualunque altro presidente democratico per lui), quindi lui e il suo staff non hanno altro modo per risolvere il problema se non quello più drastico, ovvero eliminare alla radice tutto ciò che “offende” l’opinione pubblica e l’americano medio-ricco. Se rammentate, già a partire da La notte del giudizio – Anarchia si era venuta a creare la contrapposizione tra i ricchi che possono permettersi di rimanere in casa durante la notte dello sfogo, protetti da costosissimi sistemi di sicurezza, e i poveri che sono costretti a barricarsi in casa incrociando le dita, mentre mercenari e soldati pagati dal governo serpeggiano tra la gente comune per eliminare più indesiderati possibile (e se ci scappa qualche casualty abbiente, pace!). Qui, questo aspetto della trama si fa ancora più marcato: la notte dello sfogo viene presentata al pubblico come test comportamentale con possibilità di influenzare in meglio il tessuto sociale, abbassando i crimini e la violenza, ma in realtà il gabinetto del presidente fa leva fin dall’inizio sul bisogno di denaro dei cittadini di Staten Island, ridotti ormai alla fame e preda dei vari boss della droga presenti sul territorio, incentivandoli a partecipare attivamente allo sfogo proprio per legittimarlo.


I giochi di potere ai piani alti mostrati nel film, con conseguente discorso allucinante di un membro dei Nuovi Padri Fondatori, sono agghiaccianti per la loro inquietante plausibilità, nonché specchio nemmeno tanto distorto della mentalità facilona degli estremismi che stanno prendendo sempre più piede in tutto il mondo, con governicchi messi in piedi da bonobi urlanti perennemente incazzati e legittimati da un popolo terrorizzato che non si sofferma a considerare le implicazioni di gesti drastici o violenti ma pensa solo al proprio orticello, facendosi imbambolare da promesse vuote e pubblicità realizzate ad hoc.  Allo stesso modo, la “maschera” indossata dai partecipanti allo sfogo, così come la stupidità di chi lo prende come occasione per organizzare party, sono altrettante stilettate verso i leoni da tastiera che si nascondono dietro l’anonimato di un nickname per sputare le peggio cose in faccia alla gente e verso chi, semplicemente, non capisce una beneamata minchia e si rifugia nella sua beata e superficiale ignoranza. E’ un peccato che tutti questi spunti di satira velenosa, benché magari un po’ troppo “esplicita”, quasi volesse venire in contro alle limitate capacità mentali del pubblico, si annacquino nella sagra del cliché nigga a base di pesantissima musica rap/hip-hop, tamarreide, droga e “Yo, negro!”. Seguire le vicissitudini di Dimitri detto D, boss della droga locale che da gangsta pronto a difendere solo il suo territorio diventa un mix tra Commando e Bruce Willis capace di sbaragliare DA SOLO soldati e mercenari (ma grazie a quale genere di addestramento, per inciso? No, perché va bene far parte di una banda di strada ma avere la meglio su fior di militari addestrati mi pare troppo…) per il bene dell’intera Staten Island, lì per lì è anche coinvolgente ma dopo un po' stufa proprio in virtù del piattume del personaggio e di chi lo spalleggia. Per carità, non che Frank Grillo fosse un attorone impegnato in chissà quale personaggio ma un po' la sua mancanza di sente. E si sente, soprattutto, l'assenza della mano di James DeMonaco, con quei giochi di luci al neon e le soluzioni visive tra lo spettacolare e il perturbante che caratterizzavano i primi capitoli della saga; Gerard McMurray non ha la stessa mano e si vede, soprattutto a un certo punto, con quelle dannate luci stroboscopiche che si accendono e si spengono sui pianerottoli, viene quasi voglia di "sfogarsi" su di lui. Ma queste, ovviamente, sono le lamentele di una vecchia rompiscatole, in quanto La prima notte del giudizio merita una visione e non solo per dovere di completezza quanto per il suo essere cupo specchio di ciò che potrebbe davvero succedere domani, ovunque. Dateci un'occhiata e poi correte a chiudervi in casa per la paura.


Di Marisa Tomei, che interpreta il Dr. Updale, ho già parlato QUI.

Gerard McMurray è il regista della pellicola. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha diretto il film Burning Sands: Il codice del silenzio.


La prima notte del giudizio è il prequel della saga e può essere guardato tranquillamente anche senza avere visto gli altri: per dovere di completezza, se il film vi fosse piaciuto, recuperate quindi La notte del giudizio, Anarchia - La notte del giudizio e La notte del giudizio - Election Year. ENJOY!


martedì 11 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming (2017)

Avevo paura che il cinema chiudesse prima della sua uscita ma la verità è che a Savona Spider-Man: Homecoming, diretto e co-sceneggiato dal regista Jon Watts, viene attualmente proiettato in ben tre sale quindi ecco qui il post sull'ultimo film di Mamma Marvel, ovviamente NON in 3D.


Trama: dopo l'incontro con gli Avengers, Peter Parker alias Spider-Man è un supereroe in prova, desideroso di farsi accettare dai suoi pari. La minaccia dell'Avvoltoio lo pone sotto i riflettori ma ad un prezzo...



Come per tutto ciò che riguarda l'Arrampicamuri Marvel ero un po' prevenuta verso questo Spider-Man: Homecoming, visto solo per dovere di completezza nei confronti dell'ormai vastissimo MCU. I film di Raimi mi erano piaciuti (oddio, il terzo non l'ho mai guardato dopo i due marroni che mi ero fatta col secondo) mentre a quelli con Andrew Garfield non mi sono mai neppure avvicinata, però questo Spider-Man ragazzino a modo suo mi intrigava e, neanche a dirlo, l'idea di rivedere sullo schermo Robert Downey Jr. in guisa di Tony Stark è stata la spinta principale a fiondarmi in sala. Ora posso dire di essere molto felice di avere guardato Spider-Man: Homecoming, una bella iniezione di freschezza ad un personaggio ormai "asciugato" (perlomeno in senso cinematografico) come quello dell'Uomo Ragno al punto che, come già successo per I Guardiani della Galassia, il pensiero che un giovane supereroe così ben delineato sarà costretto a confluire nel calderone di Infinity War un po' mi turba. L'approccio degli sceneggiatori al Bimbo-Ragno è infatti quello delicato di una teen comedy appena spruzzata di elementi supereroistici, con riferimenti a tutti e tre i film dedicati agli Avengers (e agli albi di Spider-Man in generale, persino ai vecchi telefilm e cartoni animati!) per una volta non fini a loro stessi ma perfettamente integrati all'interno di una trama a metà tra il coming of age e il racconto di formazione. Finalmente non vediamo tutta la manfrina del Peter Parker morso da un ragno, impegnato a scoprire i propri poteri, ma il racconto parte in medias res, con uno Spider-Man già consapevole delle sue capacità, galvanizzato dall'incontro-scontro con gli Avengers titolari e conseguentemente poco disposto a venire messo da parte solo "perché piccolo"; spinto dall'entusiasmo e dalla certezza di essere speciale, il problema di Peter è quello di riuscire a conciliare le sue velleità di supereroe ai problemi tipici di un adolescente, dalla lotta per la popolarità in una scuola splendidamente multietnica ai primi palpiti amorosi, passando banalmente per il mantenimento del rendimento scolastico e la quotidiana convivenza con ZILF May. In tutto questo, Parker si ritrova ad avere a che fare con lo scomodo Grillo Parlante Tony Stark, il cane da guardia Happy (bentornato Jon Favreau!) e, soprattutto, col minaccioso Avvoltoio, probabilmente il primo villain del MCU ad essere stato dotato di un background interessante che, senza troppi spiegoni, è riuscito a fargli fare il salto di qualità da "macchietta psicopatica" a "uomo della strada col quale non si può non empatizzare". Anzi, diciamo che dopo l'introduzione iniziale Tony Stark e soci non ci fanno proprio una bellissima figura e se non fosse per l'ingenua simpatia del piccolo e goffo Spider-Man verrebbe quasi da tifare Avvoltoio.


Miracolo di un attore bravissimo come Michael Keaton, che potrebbe tranquillamente fregiarsi del titolo di primo ed ultimo supereroe del Cinema moderno? Forse, ma a mio avviso il merito è anche di un Jon Watts, qui nelle vesti di regista E co-sceneggiatore, che già con Clown aveva dimostrato di saperci fare nel tratteggiare, grazie a pochissimi dettagli, la psicologia dei personaggi persino all'interno di storie zeppe di cliché come un horror oppure, in questo caso, un film del MCU. In tutto questo, Spider-Man: Homecoming non è solo un film godibile dal punto di vista della sceneggiatura ma anche e soprattutto per quel che riguarda l'aspetto action. Personalmente, ho apprezzato tantissimo le splendide ali meccaniche dell'Avvoltoio e il modo in cui i costumisti hanno trasformato l'imbarazzante tutina piumata del vecchio villain dei fumetti in qualcosa capace di richiamarlo senza risultare kitsch, anzi, rendendolo plausibile anche per un autoproclamatosi "working class (anti)hero"; le sequenze aeree sono molto emozionanti e il modo in cui raggi laser, ali e ragnatele si scontrano genera delle coreografie bellissime ma probabilmente nulla batte la vertiginosa sequenza ambientata in cima al monumento a George Washington, dove persino il povero Bimbo-Ragno mostra qualche perplessità in materia vertigini. Bella anche la colonna sonora, con la punta di diamante Blitzkrieg Bop sparata a mille sia durante il film che sui carinissimi titoli di coda, affatto fastidioso il riferimento ormai dovuto agli anni '80 e molto bravi anche gli attori: Robert Downey Jr. è ormai una garanzia quanto Jon Favreau, del magnetico e carismatico Michael Keaton ho già parlato ma la vera sorpresa è Tom Holland (affiancato da uno spassoso Jacob Batalon, altro giovane caratterista impegnato nel più vecchio dei cliché da commedia americana ma assolutamente funzionale assieme all'umorismo giocoso che permea l'intero film, necessario qui, nei Guardiani della Galassia e forse anche in Ant-Man, un po' meno in film come Thor) nei panni del supereroe titolare, un ragazzino finalmente espressivo e credibile, tenero e fastidioso come solo un adolescente in fregola potrebbe essere. Anzi, vi dirò che sul pre-finale mi si è persino un po' stretto il cuore e mi è venuto da augurare a questo Peter Parker tutto il bene che non ho augurato a nessuna delle sue altri incarnazioni. In conclusione, vi consiglio di correre al cinema prima di venire ammorbati con l'imminente e probabilmente fastidioso Thor: Ragnarok e l'altrettanto pomposo Black Panther, ché questo Spider-Man: Homecoming è fresco e gradevole come un cocktail estivo. Ah, e rimanete fino alla fine degli ULTIMI titoli di testa. Se non vi fidate di me, fatelo almeno per l'immarcescibile Captain America.


Del regista e co-sceneggiatore Jon Watts ho già parlato QUI. Michael Keaton (Adrian Toomes/Avvoltoio), Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Marisa Tomei (May Parker), Jon Favreau (Happy Hogan), Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Martin Starr (Mr. Harrison), Logan Marshall-Green (Jackson Brice/Shocker n.1), Jennifer Connelly (Karen/Lady costume) e Chris Evans (Steve Rogers/Captain America) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Holland interpreta Spider-Man/Peter Parker. Inglese, ha partecipato a film come The Impossible, Captain America: Civil War e Civiltà perduta, inoltre ha lavorato come doppiatore nella versione inglese di Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Anche regista, ha 21 anni e quattro film in uscita tra i quali Avengers: Infinity War, inoltre dovrebbe tornare per il seguito di Spider-Man: Homecoming, previsto per il 2019.


Tra i vari interpreti (ovviamente Stan Lee fa la solita comparsata, stavolta nei panni di Gary, il vecchietto dalla finestra) spunta fuori l'attore Kenneth Choi, che interpreta il preside Morita: la cosa interessante è che un Jim Morita, interpretato dallo stesso attore, è comparso sia in Captain America - Il primo vendicatore che in un episodio di Agents of SHIELD e visto il ritratto che compare alle spalle del preside si può presumere che quest'ultimo sia un nipote del vecchio membro degli Howling Commandos. Altro musetto conosciuto è quello di Angourie Rice, apprezzatissima in These Final Hours e The Nice Guys e qui purtroppo sottoutilizzata nei panni di una Betty Brant anche troppo simile alla Gwendolyn Stacy dei fumetti mentre il Flash Tony Revolori era lo Zero di The Grand Budapest Hotel. J.K. Simmons aveva espresso interesse nel tornare a vestire i panni di J.Jonah Jameson in un cameo ma siccome è stato "preso" come Commissario Gordon per l'imminente Justice League ogni trattativa con gli studios è cessata mentre Vincent D'Onofrio si era proposto per comparire come Wilson Fisk visto che Kingpin è anche un nemico di Spider-Man: chissà, magari in un prossimo film il desiderio di D'Onofrio verrà esaudito (ci sarebbero anche Matthew McConaughey interessato al Goblin e Alfred Molina a tornare come Doc Ock, quindi staremo a vedere)! Nulla di fatto inoltre non solo per John Malkovich, scelto per interpretare l'Avvoltoio se Raimi avesse girato il suo quarto Spider-Man, ma anche per Samuel L. Jackson, che in origine avrebbe dovuto tornare come Nick Fury a far da mentore al giovane Spider-Man ma è stato poi sostituito da Iron Man, a mio avviso più affine al personaggio; dito medio anche ad un Asa Butterfield troppo alto e al minchietta di The Walking Dead Chandler "CaaVVll" Riggs, scartato alle audizioni, mentre il figlio dell'altra star della serie, Norman Reedus, ha direttamente rifiutato l'invito a presentarsi al casting. Passando ai registi, invece, Theodore Melfi ha rinunciato a girare Spider-Man: Homecoming a favore del delizioso Il diritto di contare. Al momento l'Uomo Ragno è stato inglobato nel MCU e dovrebbe tornare, come anticipato nei titoli di coda, sia in Avengers: Infinity War che in un sequel di Spider-Man: Homecoming ma la Sony non ha smesso di mungere la vacc...ehm, il ragno e per il 2018 dovrebbe uscire uno spin-off di The Amazing Spider-Man interamente dedicato a Venom, con Tom Hardy nei panni di Eddie Brock. Nell'attesa di tutti questi film, intanto vi consiglio di recuperare di sicuro Captain America: Civil War, dalla cui costola è nato Spider-Man: Homecoming e di aggiungere Iron Man (necessario, assieme ai sequel, per capire la storyline dedicata al personaggio)Iron Man 2ThorCaptain America - Il primo vendicatoreThe Avengers (alla fine del quale è ambientato l'inizio di Spider-Man: Homecoming), Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della galassiaAvengers: Age of Ultron , Ant-ManDoctor Strange e Guardiani della Galassia vol. 2. Poi, se volete, aggiungete la trilogia dedicata a Spider-Man girata da Sam Raimi e i due film del primo reboot, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro ma contate che io mi sono fermata ai primi due di Raimi prima di stramazzare per subentro di noia. ENJOY!

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa (2015)

Il secondo filmone visto questa settimana è stato La grande scommessa (The Big Short), diretto nel 2015 dal regista Adam McKay e tratto dal libro omonimo di Michael Lewis.


Trama: in diverse zone d'America alcuni investitori captano i segnali di quella che sarebbe diventata la crisi finanziaria più devastante dell'economia mondiale e "scommettono" contro le banche, ree di avere speculato per anni sul mercato immobiliare americano e sui mutui...



Oddio, spero di non aver scritto una castroneria su nella trama. D'altronde, nonostante le lezioni di gente come Margot Robbie, Selena Gomez e lo chef Anthony Bourdain, del gergo tecnico utilizzato in La grande scommessa avrò capito sì e no il 40 %, il resto mi veniva pietosamente spiegato sequenza dopo sequenza dal Bolluomo, seduto accanto a me e molto interessato alla Robb.. ehm... all'argomento trattato. Cosa che, per inciso, mi ha fatto uscire dalla sala ancor più convinta del fatto che il mondo della finanza si basi essenzialmente su Aria Fritta e venga mandato avanti soltanto da chi è più bravo ad inchiappettare i poveri risparmiatori intortandoli con un gergo tecnico atto a celare indicibili mastruzzi al limite della legalità. O, come dice tristemente Ryan Gosling, del fatto che l'economia americana in particolare e quella mondiale in generale si basino sulla stupidità. La stupidità dei piccoli risparmiatori quali potrei essere io ma anche degli squali che si arricchiscono sulle spalle degli altri e non vedono più in là del loro naso. Avete presente il Jordan Belfort di Leonardo Di Caprio e lo sguardo tra l'esilarante e il compiaciuto che gli ha tributato Scorsese? Ecco, dimenticatelo. Adam McKay, col suo stile irriverente e scoppiettante, non celebra le fauci dei lupi di Wall Street ma li sputtana nel modo più spietato possibile, dipingendoceli come un branco di esseri dabbene che masticano le loro prede e le sputano per poi reimpastarle e darle in pasto ad altre bestie come loro, fregandosene delle conseguenze quando va bene oppure ignorandole completamente quando va male. I protagonisti de La grande scommessa decidono di scagliarsi contro questo sistema corrotto, "scoprendone" le magagne (o meglio, i segreti di Pulcinella) a poco a poco, ma non sono dei Cavalieri senza macchia paladini dei risparmiatori, occhio. Guardandosi bene dallo smascherare banchieri, agenzie di rating corrotte e compiacenti oppure broker senza scrupoli, i pochi che sapevano hanno scelto di tenersi le informazioni per sé ed arricchirsi, qualcuno rimandando il momento della vendita delle azioni a causa di devastanti rimorsi di coscienza (come il personaggio di Steve Carell), qualcun altro lottando contro i mulini a vento per andare incontro ai propri clienti inferociti solo per il gusto di dimostrare di avere ragione (come Christian Bale).


Della trama non mi arrischio a dire null'altro, ché non vorrei scrivere delle fregnacce. Quello che ha capito persino una testona come me è che Adam McKay è riuscito a creare una commedia incredibilmente drammatica, la serissima rappresentazione di una farsa andata avanti per anni sotto gli occhi di tutti, coperta dalla pacifica ignoranza della gente comune e dalle consapevoli furberie degli addetti al settore. Il regista utilizza toni vivaci, aiutato da una sceneggiatura e dei dialoghi scoppiettanti, per descrivere quella che, in sostanza, è stata una tragedia di portata mondiale che ha lasciato senza soldi e senza lavoro milioni di americani e stroncato l'economia di Paesi deboli come la Spagna e la Grecia (l'Italia si è salvata per il rotto della cuffia come nazione ma per quel che riguarda le persone stendiamo un velo pietoso...); il film che nasce da questa scelta di stile è una pellicola frammentata, dove l'andamento della narrazione viene spesso interrotto da spezzoni di notiziari, gossip, video, filmini amatoriali, citazioni, scritte in sovrimpressione, tutto quanto serva a contestualizzare gli eventi e sottolineare la beata incoscienza di un popolo che stava per assistere al crollo di tutte le sue certezze eppure continuava a fare la stessa, ignorantissima vita di sempre. La grande scommessa è diviso idealmente in tre capitoli e ad ogni capitolo corrisponde un passo in più verso la "fine del mondo" raccontata in prima persona dal bieco Jared Vennett di Ryan Gosling, voce narrante che spesso rompe il muro della quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, prendendolo in giro, istruendolo (durante le già citate e geniali lezioni di "economia for dummies") e rendendolo, di fatto, complice del gioco condotto dal personaggio ai danni degli altri protagonisti. Questi ultimi, nonostante vengano caratterizzati con pochissimi tratti ed alcune sequenze piazzate ad hoc, sono talmente ben scritti che riescono a bucare lo schermo nonostante le poche informazioni che abbiamo su di loro, il resto lo fanno gli attori della madonna che compongono il cast. Citare Gosling, Bale e Carell sarebbe inutile, parliamo ormai di tre mostri sacri capaci di scaldare il cuore ad ogni cinefilo e di far risaltare col loro carisma anche l'ultima delle comparse, permettetemi quindi di cambiare un po' e di magnificare le lodi di due sorprese come Jeremy Strong e l'ormai adoratissimo Finn Wittrock: il primo è un meraviglioso contraltare del personaggio di Carell ed incarna la parte "pasionaria" di chi vorrebbe cambiare il sistema da dentro e diffida giustamente di tutti, persino di un superiore che è quasi un padre, mentre il secondo ormai può veramente interpretare qualunque personaggio ed è bellissimo vederlo per una volta nei panni del ragazzino colmo di entusiasmo invece che in quelli del serial killer o di qualsivoglia antagonista. Insomma, si è capito che La grande scommessa mi è piaciuto proprio tanto? D'altronde non potevo aspettarmi altro da chi mi ha regalato il mitico The Anchorman!


Del regista Adam McKay ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Jared Vennett), Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Karen Gillan (Evie) e Margot Robbie (se stessa) li trovate invece ai rispettivi link.

John Magaro interpreta Charlie Geller. Americano, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Carol. Ha 33 anni e due film in uscita.


Finn Wittrock interpreta Jamie Shipley. Americano, lo ricordo soprattutto per le partecipazioni alla serie American Horror Story, inoltre ha recitato in film come Noah e altre serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 32 anni e due film in uscita.


Nel film, oltre a Margot Robbie, compaiono altre due celebrità a spiegare i difficili concetti finanziari espressi nel film, ovvero lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez; in realtà, nello script al posto della Robbie avrebbe dovuto esserci Scarlett Johansson e al posto della Gomez l'accoppiata Beyonce/Jay Z. Se La grande scommessa vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street! ENJOY!

mercoledì 19 agosto 2015

Crazy, Stupid, Love. (2011)

Era qualche anno che l'avevo lì in attesa e in questi giorni mi sono decisa a guardare Crazy, Stupid, Love., diretto nel 2011 dai registi Glenn Ficarra e John Requa.


Trama: alla fine di una cena, Emily confessa al marito Cal di volere il divorzio e di averlo tradito con un collega. L'uomo, disperato, va a vivere da solo e passa le serate ad ubriacarsi in un club dove incontra il donnaiolo Jacob che, d'impulso, decide di migliorarne l'immagine e trasformarlo in un tombeur de femmes...


Crazy, Stupid, Love. L'amore pazzo, imprevedibile, stupido ma in fin dei conti sempre Amore, magari non con la A maiuscola, chissà, ma magari ci arriva vicino. E' di questo che parla, in soldoni, la pellicola di Ficarra e Requa, cominciando con una situazione in cui l'amore, ahimé, è stato sconfitto: il divorzio. Emily e Carl stanno insieme praticamente dall'adolescenza e ormai il loro sentimento si è raffreddato, condannato alla routine oppure all'incapacità di comprendere i desideri e le necessità del partner. Cal è talmente impreparato ad affrontare la cosa che non chiede neppure alla moglie i motivi che l'hanno spinta a chiedere la separazione e a finire tra le braccia di un aitante collega e continua a non comunicare con Emily; si limita, come il 90% delle persone, a lamentarsi del destino infausto, di lei e dell'altro, senza capire che magari buona parte di questa disfatta è anche colpa sua. Ed è lì che arriva Jacob, elegante, bellissimo e circondato da donne. Il quale, stufo di sentire Cal lamentarsi tutte le sere, decide di spronarlo a reagire, a farsi crescere un paio di palle e innanzitutto a diventare un uomo migliore. Che poi Cal sbagli strada più volte, arrivando a credere che la via della "scopata facile" sia quella giusta per essere felici e per riacquistare fiducia in sé stessi, è parte integrante del cammino di formazione costruito per il personaggio ma l'importante è che pian piano il protagonista arrivi a capire cosa voglia davvero e come provare (attenzione: PROVARE, ché in Crazy, Stupid, Love. non esiste l'happy ending definitivo ma solo potenziale) ad ottenerlo e con lui tutti gli altri comprimari, Jacob compreso. Crazy, Supid, Love. è infatti un film corale che prova a declinare l'amore in tutte le sue sfumature, intrecciando i destini dei vari personaggi attraverso un intrigante gioco di infatuazioni non sempre corrisposte e goffi corteggiamenti che portano alle situazioni più classiche della commedia degli equivoci e anche, per la gioia di ragazzine in crisi ormonale e casalinghe disperate, alla capitolazione del classico bello ed impossibile che, chissà perché, sceglie sempre di buttarsi su quella che non se lo fila di striscio.


A parte un piccolissimo "colpo di scena" nella seconda metà della pellicola, Crazy, Stupid, Love. è un film prevedibile dall'inizio alla fine e per la sua natura di commedia romantica è incredibilmente rilassante. Fortunatamente, la prevedibilità dell'intreccio viene vivacizzata da dialoghi divertenti ed intrigranti, personaggi assai umani e simpatici, una bella colonna sonora e, soprattutto, dalle validissime interpretazioni di tutti gli attori. Anzi, dopo Crazy, Stupid, Love. mi rimangio tutte le cattiverie dette in passato su Steve Carrell e pubblicamente dichiaro di volergli tantissimo bene. A lui e anche alla "patata lessa" Julianne Moore, che in questo film mi è stata molto simpatica e mi ha anche commossa. Ho provato simpatia persino per Emma Stone e Ryan Gosling che, intendiamoci, non mi sono mai stati sulle palle come attori ma interpretano la tipica coppia stereotipata di personaggi che normalmente prenderei a ceffoni e invece in Crazy, Stupid, Love. mi sono fatta comprare dalla simpatica goffaggine di lei e dall'addomin... ehm... e dalla faccia da piacione di lui. D'altronde, a parte la loro assurda situazione da romanzetto rosa e ad un paio di personaggi surreali come l'insegnante di Marisa Tomei e il padre apprensivo di John Carrol Lynch le situazioni raccontate nel film sono assai comuni (in alcune mi sono persino riconosciuta...) e in particolare ho apprezzato tanto la rappresentazione della stupidera di un amore adolescenziale, privo di freni e colmo di disperazione e speranza; per una volta un film che non si concentra solo sui sentimenti del loser innamorato ma anche sulle difficoltà provate dalla ragazza che vorrebbe friendzonare l'importuno corteggiatore senza farlo soffrire o distruggere un'amicizia! Ora non spaventatevi, ribadisco che le commedie romantiche non sono e non saranno mai il mio genere ma per questa ho fatto un'eccezione e sono davvero contenta di averle dato una chance. In due parole, film consigliatissimo e non solo alle damigelle all'ascolto!!


Di Steve Carell (Cal), Ryan Gosling (Jacob), Julianne Moore (Emily), Emma Stone (Hannah), Marisa Tomei (Kate), John Carrol Lynch (Bernie) e Kevin Bacon (David Lindhagen) ho già parlato ai rispettivi link.

Glenn Ficarra è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Colpo di fulmine - Il mago della truffa e Focus. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha due film in uscita.


John Requa è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Colpo di fulmine - Il mago della truffa e Focus. Anche sceneggiatore e produttore, ha due film in uscita.


Analeigh Tipton interpreta Jessica. Americana, ha partecipato a film come Damsels in Distress, Warm Bodies, Lucy e a serie come The Big Bang Theory. Ha 27 anni e tre film in uscita.


Jonah Bobo, che interpreta Robbie, il figlio di Cal, aveva partecipato anche a Disconnect nei panni del ragazzino che tentava di suicidarsi dopo un pesante scherzo su internet mentre Joey King, che interpreta la piccola Molly, era la bambolina di porcellana ne Il grande e potente Oz. Se Crazy, Stupid, Love. vi fosse piaciuto recuperate American Beauty, 40 anni vergine e Qualcosa è cambiato. ENJOY!

venerdì 5 ottobre 2012

Four Rooms (1995)

Negli anni in cui Tarantino era una novità assoluta per me e, soprattuttamente, un figo della madonna, ho cercato di reperire, come un segugio impazzito, praticamente tutti i film dove il nostro compariva anche solo per un minuto o due, quando gli andava bene. E’ così che mi sono imbattuta nel divertente Four Rooms, diretto nel 1995 da Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez e, ovviamente, Quentin Tarantino. Siccome il film è a episodi anche la recensione sarà divisa, almeno per un po’.


The missing ingredient – L’ingrediente mancante

Trama: Ted, appena nominato fattorino dell’Hotel Mon Signor, deve aiutare una congrega di streghe che vogliono fare risorgere la loro dea…
L’ingrediente mancante è sicuramente l’episodio più debole dell’intero film, una belinata galattica interpretata o da cani o da attrici e attori che, poveracci, sono costretti a prestarsi ad una trama ridicola. Gente come Tim Roth, Valeria Golino e Lily Taylor sono assolutamente sprecati, penalizzati da battute che vanno allegramente a braccetto col trash e che regalano allo spettatore risate a denti strettissimi. Meravigliosa solo Madonna, inguainata in un abitino di pelle nera mentre cerca di imbarazzare in tutti i modi il povero Ted, il resto è da dimenticare ed è inquietante pensare che quest’elogio al “potere femminile”, incarnato nella capacità innata di essere zoccole, sia stato scritto da una donna.

The wrong man – L’uomo sbagliato

Trama: Ted entra per sbaglio in una stanza e viene scambiato così dal folle Sigfrido per Theodore, presunto amante della moglie Angela…
La qualità dell’episodio è leggermente superiore a quella del precedente, ma ancora ben lungi dall’essere apprezzabile. Nonostante la natura fondamentalmente kafkiana della vicenda narrata e la grandissima gigioneria di David Proval e Tim Roth, infatti, l’episodio non lascia nulla allo spettatore se non una grandissima nostalgia per quella volta in cui Benigni, non rammento in quale show, aveva elencato un’infinita serie di sinonimi per definire l’organo genitale femminile. Il “raffinatissimo” finale in cui Jennifer Beals si profonde in uno sketch simile è abbastanza triste al confronto. Se siete amanti della “cronologia” sappiate che L’uomo sbagliato dovrebbe collocarsi dopo I maleducati, come si evince dalla telefonata della ragazzina. Sappiate anche che alla fine dell’episodio compare, nei panni del “vero” Theodore, il produttore Lawrence Bender, già apparso in Le iene, Pulp Fiction, Dal tramonto all’alba, The Mexican e Kill Bill vol. 2.

The misbeahavers – I maleducati

Trama: Ted viene incaricato di tenere a bada due bambini mentre i genitori vanno in giro a folleggiare per la notte di Capodanno. Non sarà, ovviamente, una serata tranquilla…
Non me ne voglia Quentin, ma il fiore all’occhiello della pellicola non è l’episodio da lui diretto, bensì questo esilarante capolavoro di umorismo, recitazione e montaggio. Finalmente una serie di dialoghi e situazioni paradossali che fanno veramente ridere, una storia dotata di un inizio e di una fine impreziosita dall’interpretazione da gran mattatore di Antonio Banderas (la sequenza in cui esce dalla stanza con la moglie ed entra nell’ascensore è un capolavoro) e un ritmo incalzante che non rallenta neppure un minuto. In tutto questo, ci guadagna anche Tim Roth, impagabile quando racconta la sua sfortunata infanzia ai due pargoli e durante la telefonata finale, sebbene risulti sempre sconvolgente sentirlo proferire a gran voce quelle che, senza se e senza ma, sono delle bestemmie che farebbero invidia a un camionista.
Un paio di curiosità sull’episodio: la prostituta che i due mocciosi pestiferi trovano nella stanza è nientemeno che la sorella di Rodriguez, Patricia Vonne, già comparsa in altre pellicole del regista come Desperado, Spy Kids e Sin City, mentre Tamlyn Tomita, qui moglie del personaggio di Banderas, era comparsa in Heroes nei panni della madre di Hiro. Infine, assieme allo spogliarello di Salma Hayek e un cartone animato (lo stesso che guardava Richie in Dal tramonto all’alba, by the way…), nella televisione dei bimbi passa anche un corto diretto dallo stesso Rodriguez, Bedhead.

The man from Hollywood -  L’uomo di Hollywood

Trama: l’esasperato Ted è ormai deciso a lasciare il lavoro e l’hotel, ma ecco che arriva la telefonata più importante, quella del regista Chester Rush, che assieme al suo gruppo di ubriachissimi amici decide di volere il fattorino come complice in una sfida…
Liberamente tratto da un episodio di Alfred Hitchcock presenta che qui chiamano L’uomo di Rio (mentre il vero titolo è L’uomo del sud, a sua volta tratto dall’omonimo racconto di Roald Dalh), L’uomo di Hollywood è una supercazzola colossale, lo one man show di Quentin, pieno di citazioni e rimandi cinefili, sia ai film del regista (l’oggetto della scommessa d’altronde è la stessa macchina che aveva Vincent in Pulp Fiction) che ad altre pellicole in qualche modo legate all’argomento trattato. Se non andate in solluchero all’idea di vedere il tarantolato Quentin ingollare una ciambella intera, soffocarsi con lo champagne, parlare ininterrottamente e rifilare a Ted un pistolotto di un minuto esatto, sicuramente l’episodio non vi piacerà, ma sul finale vi farete comunque delle grasse risate, ed è impossibile non apprezzare i piccoli tocchi di stile registico di Tarantino, come la lunga carrellata iniziale o la ripresa su fondo rosso dello speech finale.
Per dovere di cronaca, sappiate che il nome di Bruce Willis non compare nei credits perché l’attore ha scelto di partecipare per fare un favore a Quentin e soprattutto senza chiedere un soldo, cosa che va contro lo statuto della Screen Actor’s Guild.

In definitiva, Four Rooms risulta un esperimento parzialmente riuscito, penalizzato dalla scelta di “annoiare” subito lo spettatore con due episodi deboli solo per tenere all’ultimo i pezzi da novanta e i nomi di sicuro richiamo. Tim Roth è comunque un mattatore incredibile, simpaticissimo anche nelle sequenze che fanno da collante tra gli episodi e che sono parte integrante ed essenziale del film, inoltre Four Rooms è arricchito anche da spettacolari titoli di testa animati (forse la cosa più bella di tutto il film) e da una colonna sonora accattivante. Sicuramente non un film per tutti, ricordo ancora quando lo feci vedere a un’amica e mi beccai delle saraccate d’insulti, ma sicuramente i fan di Tarantino e Rodriguez, se avranno pazienza, troveranno pane per i loro denti.


Dei registi e sceneggiatori Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (anche interprete di Chester) ho parlato rispettivamente qui e qua. Di Sammi Davis (Jezebel), Madonna (Elspeth), Lily Taylor (Raven), David Proval (Sigfrido), Antonio Banderas (il papà dei due mocciosi pestiferi), Salma Hayek (la spogliarellista che balla in TV), Tim Roth (Ted) e Bruce Willis (Leo) ho già parlato nei rispettivi link.

Allison Anders (vero nome Alice Allison Anders) è la regista e sceneggiatrice dell’episodio “L’ingrediente mancante”. Americana, ha diretto alcuni film che non conosco, come La grazia nel cuore e Deserto di laramie, oltre ad episodi delle serie Sex and the City e Cold Case. Anche produttrice e attrice, ha 58 anni. 


Alexandre Rockwell è il regista e sceneggiatore dell’episodio “L’uomo sbagliato”, nonché ideatore dell’intero progetto. Americano, ha diretto alcuni film che non conosco, come In the Soup – Un mare di guai e 13 Moons. Anche produttore e attore, ha 55 anni.


Valeria Golino interpreta Athena. Nonostante l’enorme successo internazionale, l’attrice è nata a Napoli, e la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Hot Shots!, Puerto Escondido, Hot Shots! 2, Fuga da Los Angeles, Frida e La kryptonite nella borsa. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 46 anni e due film in uscita.


Alicia Witt interpreta Kiva. Americana, ha partecipato a film come Dune, Urban Legend, Vanilla Sky e a serie come I segreti di Twin Peaks, I Soprano, Ally McBeal, Two and a Half Men e CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 37 anni e sei film in uscita.  


Jennifer Beals interpreta Angela. Attrice americana lanciata dal film cult Flashdance, la ricordo anche per pellicole come l’assurdo Stress da vampiro, L’angelo del male, The Grudge 2 e Codice: Genesi. Ha 49 anni e un film in uscita.


Paul Calderon interpreta Norman. Portoricano, ha partecipato a film come Pulp Fiction, Il cattivo tenente, Il socio, The Addiction, Il bacio della morte, Out of Sight e a serie come Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.


Marisa Tomei interpreta Margaret. Americana, la ricordo per film come The Toxic Avenger, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mio cugino Vincenzo, Charlot, Terapia d’urto e Svalvolati on the road, inoltre ha doppiato un episodio de  I Simpson. Ha 48 anni e tre film in uscita. 


Come ultimissime curiosità vi dico che il film avrebbe dovuto intitolarsi Five Rooms, e il quinto episodio avrebbe dovuto essere diretto da Richard Linklater, che si è però tirato fuori dal progetto, mentre il personaggio di Ted era stato scritto per Steve Buscemi. In conclusione, se il film vi fosse piaciuto, provo a consigliarvi il nostrano Grand Hotel Excelsior o il pluricitato Ragazzo tuttofare? Perché no! ENJOY!

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