venerdì 16 luglio 2021

Black Widow (2021)

Nonostante avessi stragiurato che MAI avrei pagato un accesso Vip all'esosissima Disney +, fatti due conti in tasca comprendenti imbarazzante pedaggio autostradale con annesso terrore di rimanere bloccati in coda ore causa ridente viabilità ligure (il multisala di Savona, SE riaprirà, lo farà a ottobre), imbarazzante prezzo del biglietto dell'UCI nel weekend (se poi ci metti la prenotazione per evitare di finire in posti covid-friendly aumenta persino di un euro), necessità di mettere qualcosa sotto i denti e Bolluomo giustamente ancora terrorizzato dal covid e ancora privo di seconda dose vaccinale, venerdì scorso ho regalato al malvagio Impero del Topo quei 20 euro e, proiettore con maxitelo alla mano, ho guardato Black Widow, diretto dalla regista Cate Shortland.


Trama: ricercata dal governo americano dopo la Civil War, Natasha Romanoff deve tornare ad occuparsi di alcune cose legate al suo passato e a quella che considera sua sorella a tutti gli effetti...


Possiamo non essere d'accordo col "buon" Stephen Dorff  che, durante un'intervista in cui ha parlato di tutt'altro, ha affermato en passant di provare imbarazzo per Scarlett Johansson e la sua scelta di partecipare a film che, ai suoi occhi, sono solo dei videogame? E figurati se non possiamo, ha ragione da vendere, così come ce l'ha Martin Scorsese. Eppure c'è gente, come me, che oltre a non vedere l'ora, sempre per citare Dorff, che arrivi "il nuovo Kubrick con cui girare un film" e soprattutto che esca una nuova pellicola di Scorsese, nell'attesa si gode anche giocattoloni come quelli della Marvel. Non tanto, ovviamente, perché sono dei capolavori (d'altronde, questa definizione calza a ben pochi frutti dell'immensa produzione cartacea della Casa delle Idee eppure tantissima gente continua a leggerli senza smettere dagli anni '70) quanto piuttosto per un meccanismo complesso che comprende l'amore per i personaggi, la curiosità di vedere come i vari scrittori si approcceranno a trame sempre più intricate, forse persino un perverso desiderio di completezza. Personalmente, il personaggio cinematografico di Natasha Romanoff non mi è mai dispiaciuto e ho apprezzato molto il modo in cui, dopo averla introdotta come bambolotta sexy in Iron Man 2, le hanno conferito spessore fino a renderla un po' il cuore degli Avengers, un'antieroina dal passato tragico capace di ottenere la fiducia di tutti i suoi compagni di squadra, persino quelli più "bacchettoni" come Steve Rogers, e l'idea di un suo spin-off in solitaria mi ha trovata più che entusiasta.


Col senno di poi, viste già tre serie Marvel, forse a Black Widow avrebbe giovato una divisione in sei puntate, ma ormai lo sanno persino i sassi che il film di Cate Shortland avrebbe dovuto uscire già l'anno scorso, a mo' di "chiosa" finale per la fase tre del MCU, invece in questo modo l'intera pellicola risulta un po' come un sassolino gettato in mezzo al mare, "salvato" giusto dalla scena post-credit che si riallaccia a quell'Occhio di falco che uscirà a novembre su Disney +. Aggiungerei però la questione all'ormai infinito elenco di cose di cui non mi frega una cippa e, siccome siamo già al secondo paragrafo, passerei a parlare un po' del perché Black Widow mi è piaciuto molto nonostante i suoi difetti. La spiegazione semplice è che Black Widow si incasella facilmente in uno dei generi che preferisco, quello delle "donne forti e misteriose piagate da un passato oscuro" come Nikita o Atomica Bionda, inoltre le donne forti di cui sopra sono interpretate da un'attrice che apprezzo molto (la Johannson) e da una che adoro (Florence Pugh), il che consente di avere sullo schermo due eroine toste dalla forte personalità di cui avrei seguito le imprese per ore. Volete un termine di paragone? Per quanto ami Tom Hiddleston e nonostante mi manchi ancora la puntata finale per dare un giudizio complessivo su Loki, preferirei passare intere giornate a guardare Yelena prendere in giro Natasha piuttosto che dover subire un minuto di scene love love tra Loki e Sylvie. Si può tranquillamente dire che la Johansson e la Pugh reggono da sole l'intera pellicola dopo un'inizio folgorante e cupo dalle inquietanti sfumature thriller da cui, purtroppo, il resto del film si distacca per abbracciare una natura più action e fracassona, a misura di grandi e piccoli in egual misura; se le prime scene mettono in tavola infanzie perdute di bambine torturate in nome di un orrore patriottico e senza volto con uno stile assai emotivo e difficile da ignorare (i titoli di testa sulle note della cover di Smells Like Teen Spirits cantata da Malia J mettono i brividi), andando avanti il focus della pellicola si concentra sull'azione, su problemi da risolvere, persone da liberare, un cattivo (potenzialmente un mostro ma probabilmente domani lo avrò già dimenticato) da sconfiggere e tutto l'orrore delle infanzie stuprate (anche letteralmente. Le "Vedove" sono sterili per un motivo ben preciso) diventa un di più, una nota di colore nera affidata a dialoghi che i soliti bonobi dell'internet hanno definito noiosi, da Sundance, e che invece fanno parte del fascino di un film che, ogni tanto, ci prova ad allontanarsi dal carrozzone brigittobardottiano di Ortolaniana memoria. 


Purtroppo, e quanto mi fa male dirlo visto che amo David Harbour, la cupezza che sia Natasha che Yelena portano come un mantello sulle spalle lascia troppo spesso il passo alle mattane del comic relief Alexei/Red Guardian, che ad ogni apparizione trascina con sé gli altri personaggi in un baratro di tristi gag che spezzano l'atmosfera seria ed inquietante che sarebbe altrimenti perfetta per un film simile. Un altro aspetto non particolarmente pregevole del film sono un paio di effetti speciali fatti veramente a tirar via, con un distacco tra attore e sfondo che mai mi sarei aspettata in una produzione Marvel del 2020 (il momento in cui Yelena fa saltare l'aereo all'interno della fortezza volante è da cavarsi gli occhi); è un peccato perché in generale Cate Shortland, tranne quando non è impegnata ad inquadrare le terga della Johansson, mostra di essere a suo agio sia nelle scene più concitate a base di inseguimenti, distruzione e corpo a corpo sia in quelle più "riflessive". In conclusione, non capisco tutto l'accanimento (non solo di Stephen Dorff , il quale poi, diciamolo, ha nominato Black Widow solo una volta, non ha concesso un'intera intervista sull'argomento, come invece hanno fatto credere tutti i titoli clickbait dei giornalacci online) contro Black Widow, che a me è parso un film dignitosissimo per il suo genere e il suo target, per inciso formato al 90% da persone che non si meriterebbero Florence Pugh né ora né mai e alle quali sanguinerebbero gli occhi davanti agli altri film che vedono la presenza della mia adorata. Personalmente, alla meravigliosa Florence consegnerei le chiavi del MCU e imporrei la sua presenza in ogni film futuro ma poi mi priverei del talento di costei per opere ben più valide, e allora mi accontento di questo carinissimo Black Widow, aspettando con pazienza di innamorarmi di un'altra supereroina dal cuore d'oro e i modi di un portuale. 


Di Scarlett Johansson (Natasha Romanoff / Vedova nera), Florence Pugh (Yelena Belova), Rachel Weisz (Melina), David Harbour (Alexei), Ray Winstone (Dreykov), William Hurt (Segretario Ross), Olga Kurylenko (Antonia/Taskmaster) e Julia Louis-Dreyfus (Valentina Allegra de Fontaine) ho parlato ai rispettivi link.

Cate Shortland è la regista della pellicola. Australiana, ha diretto film come Somersault, Lore e Berlin Syndrome - In ostaggio. Anche sceneggiatrice, ha 53 anni.


Ever Anderson
, che interpreta Natasha da bambina, è una delle splendide figlie di Paul W.S. Anderson e Milla Jovovich (di cui è la copia sputata) e potremo rivederla sullo schermo nell'imminente live action Peter Pan & Wendy proprio nei panni di Wendy Darling; al suo fianco come piccola Yelena c'è la sempre adorabile Violet McGraw, che i più attenti ricorderanno per le sue partecipazioni nella prima stagione di Hill House e in Doctor Sleep. Anche Emma Watson e Saoirse Ronan erano tra le prescelte per il ruolo di Yelena, la Watson addirittura era l'attrice più accreditata, ma per fortuna l'ha spuntata l'adorabile Pugh, che dovrebbe tornare nell'imminente serie Occhio di falco; sul fronte regia, Chloé Zhao, alla quale era stato proposto il film, ha preferito invece realizzare Eternals. Il film si colloca durante Captain America: Civil War e precede dunque di parecchio gli eventi accorsi in Infinity War ed Endgame; se volete capirci qualcosa vi conviene dunque recuperare il film in questione, mentre per non rimanere perplessi dalla post credit scene dovete guardare la serie Falcon and The Winter Soldier. ENJOY!

mercoledì 14 luglio 2021

Fear Street Parte 2: 1978 (2021)

Causa lentezza atavica nello scrivere e Notte Horror, il post su Fear Street Parte 2: 1978 (Fear Street Part 2: 1978), diretto e co-sceneggiato dalla regista Leigh Janiak nonché tratto dalla serie di libri di R.L.Stine, esce in un orario decisamente poco consono per il blog!


Trama: nel 1978 un maniaco armato di accetta trasforma Camp Nightwing in un lago di sangue...


Dopo un brevissimo riassunto di quanto successo nel 1994, la seconda parte di Fear Street ci getta subito nel vivo dell'azione, con Deena e il fratello alle prese con una posseduta Sam. I due, giustamente, decidono di chiedere aiuto all'unica sopravvissuta alla mattanza di Camp Nightwing, C. Berman, e quest'ultima, sebbene assai riluttante, racconta tutti gli eventi accorsi la tragica notte della "battaglia dei colori", quando uno dei ragazzi è stato posseduto dalla strega Sara Fier e costretto ad uccidere tutti i partecipanti provenienti da Shadyside. Nessuno spoiler, fino a qui, se avete guardato 1994; ora comincerò ad essere un po' più generica, così da non rovinare la sorpresa a chi dovesse ancora vedere il film (ma chi?). Fear Street 1978 aggiunge l'ennesimo tassello alla storia della strega Sara Fier e della sua terribile vendetta nei confronti degli abitanti di Shadyside e lo fa omaggiando stavolta il genere slasher di fine anni '70/inizio anni '80. Se il modello dichiarato di 1994 era il nuovo slasher citazionista e iconoclasta di Scream, qui l'omaggio è interamente per Venerdì 13, con tutte quelle famose "regole" nominate da Randy nel film di Wes Craven: abbiamo un'unità, per quanto ampia, di tempo e di luogo (tutto si svolge in un paio di giornate e sempre all'interno di Camp Nightwing), adolescenti infoiati che preferiscono sballarsi e scopare invece di fungere da tutori per i più piccoli o lavorare, la final girl che si distacca dalla massa in quanto vergine innocente e maniaci dotati di armi da taglio che cicciano fuori dal buio di boschi che paiono sconfinati e si accaniscono contro poveri virgulti desiderosi solo di divertirsi. E voi direte, un'operazione simile l'aveva già portata avanti l'ultima stagione di American Horror Story, con tutte le divagazioni kitsch del caso, qui cosa cambia?


Cambia che, innanzitutto, Fear Street 1978 gioca parecchio con i cliché del genere, sovvertendo in parte le regole dello slasher anni '70 e "ammorbidendone" alcune quanto basta perché lo spettatore scafato ci possa rimanere male (allora, diciamo che chiunque potrà capire l'identità di C.Berman dopo i primi 5 minuti, ma almeno un altro paio di personaggi meritano il nostro amore e vederli morire fa abbastanza male, nonostante Fear Street 1978, a livello di caratterizzazioni, non raggiunga la profondità del precedente capitolo) e cambia, ovviamente, nel momento in cui la mitologia di Sara Fier si insinua di prepotenza all'interno della trama, non solo perché tutto ciò che accade deriva dalla maledizione della strega. Qui, più che in 1994, si  arriva a comprendere la subdola portata dell'infezione che corrode Shadyside; gli abitanti non sono solo costretti a subire, periodicamente, mattanze perpetrate da persone normali possedute dalla strega, ma il veleno di quest'ultima impregna ogni cosa e pare condannare i cosiddetti Shadysiders ad essere perennemente sconfitti dalla vita, più propensi all'insoddisfazione, alla povertà, alla depressione, all'alcolismo e chi più ne ha più ne metta. Come in un'operetta di basso livello, gli abitanti di Sunnyvale non fanno alcuno sforzo per venire incontro ai loro vicini di città, anzi, paiono ben decisi a mantenere lo status quo, gli adulti con una benevolenza accondiscendente falsa come i soldi del Monopoli, i ragazzi senza preoccuparsi di nascondere il disprezzo per i loro compagni più sfortunati, e questo scontro, che si unisce alla rassegnata consapevolezza di un destino immutabile, è il nucleo del personaggio di Ziggy, l'unico (assieme forse al futuro sceriffo Nick Goode) a non essere legato alle regole di cui sopra e a spiccare quindi come moderno e a tutto tondo. Non sto nemmeno a dirvi quanto sia bella e calzante la colonna sonora e quanto sia efficace anche a livello di gore e paura Fear Street Parte 2: 1978; se questo era solo un "capitolo di passaggio" prima del gran finale, ben vengano i capitoli di passaggio!


Della regista e co-sceneggiatrice Leigh Janiak ho già parlato QUI. Gillian Jacobs (C. Berman) la trovate invece QUA.

Sadie Sink interpreta Ziggy Berman. Americana, diventata famosa come Max di Stranger Things, ha partecipato a film come e altre serie quali Eli e Fear Street Parte 1: 1994. Ha 19 anni e tre film in uscita. 


Non credo abbiate guardato Fear Street Parte 2: 1978 senza avere prima visto Fear Street Parte 1: 1994 ma, nel caso malaugurato in cui ciò fosse accaduto, recuperate la prima parte della trilogia e aggiungete ovviamente Venerdì 13 alla lista di film da vedere. ENJOY!


venerdì 9 luglio 2021

The Amusement Park (2019)

Per la sua Summer of Chills il servizio streaming Shudder si è accaparrato un "film perduto" di George Romero, The Amusement Park, da lui diretto nel 1973 e recentemente restaurato.


Trama: un anziano signore decide di passare una giornata in un parco divertimenti ma l'iniziale letizia si trasforma presto in un incubo...


The Amusement Park
è un film realizzato su commissione da Romero nel 1973, finanziato dalla Lutheran Service Society of Western Pennsylvania e rimasto "nascosto" fino al 2017, quando ne è stata ritrovata una versione in 16 mm che in seguito è stata restaurata e mostrata al pubblico nel 2019. Leggete bene il nome del finanziatore, please, prima di accingervi alla visione di questo mediometraggio e magari arrivare alla fine bestemmiando e prendete atto di come The Amusement Park non sia stato concepito come un horror, bensì come un filmato educativo indirizzato ai giovani e agli adulti per aprire loro gli occhi sui disagi affrontati quotidianamente dagli anziani. Il fatto che poi la Lutheran Service Society of Western Pennsylvania abbia deciso di non utilizzarlo è dovuto alla natura kafkiana dell'opera finita, troppo inquietante ed angosciante per essere una "pubblicità progresso", ed è anche il motivo per cui la visione di The Amusement Park non è stata una disfatta nonostante gli innegabili difetti. Diciamo che il film potrebbe tranquillamente essere una chicca per chi Romero lo ha studiato o lo sta studiando, una sfida a riconoscere l'autore anche dentro un lavoro su commissione, e anche un'opera interessante per comprendere alcune dinamiche sociali dell'America anni '70 che spesso non vengono toccate nei film dell'epoca, ma se siete quel genere di spettatori che cerca un horror con tutti i crismi e non apprezza gli esperimenti, dovete rivolgervi altrove.


Introdotto da Lincoln Maazel (che poi avrebbe partecipato anche a Wampyr/Martin), The Amusement Park inizia proprio con una spiegazione del progetto e degli obiettivi che la società Luterana si propone nel diffondere il video e poi entra nel vivo della vicenda mostrando due uomini anziani chiusi all'interno di una stanza bianca. Uno dei due è coperto di sangue e quasi incapace di parlare, mentre l'altro desidera uscire e andare al parco del titolo originale. La giornata di divertimento dell'anziano, tuttavia, prende una brutta piega fin da subito, perché ogni elemento del parco, anche il più normale (cartelli, bagarini, ristoranti, ospiti) presenta degli aspetti dissonanti atti a sottolineare la diversità e l'inadeguatezza degli ospiti di una certa età, rispecchiando ovviamente diversi aspetti di una società che punta ad abbandonare gli anziani, condannandoli alla povertà, alla solitudine, alla morte. L'ordalia del protagonista è dunque molto didascalica, com'è giusto per un progetto simile, e il messaggio arriva chiaro e tondo anche dopo quarant'anni, ma la mano dell'autore si vede nella misura in cui moltissime soluzioni di regia e montaggio si distaccano dall'intento meramente "didattico" e cominciano a voler dare allo spettatore la sensazione tangibile dello spaesamento provato dal protagonista: primi piani sghembi, stacchi di montaggio brutali, melodie distorte, flash improvvisi in cui si palesa persino la morte, sequenze ossessivamente ripetute e l'intelligente twist finale rendono The Amusement Park un'opera anche troppo "avanti" rispetto al target per cui era stata pensata, zeppa di violenza non solo fisica ma anche e soprattutto psicologica ed emotiva (ovviamente a un certo punto mi è venuto il magone). Non è un film che consiglierei a tutti, soprattutto non agli amanti dell'horror tout court che potrebbero annoiarsi o rimanere delusi, ma se siete fan del regista e avete un'oretta libera farei un tentativo, perché potreste anche rimanere sorpresi.


Del regista George A. Romero ho già parlato QUI.

mercoledì 7 luglio 2021

A Quiet Place II (2020)

Dopo aver consultato il sito di Autostrade e Google Maps, approfittando di una splendida mostra di Milo Manara al Porto di Genova, che vi consiglio di non perdere, sabato sono riuscita anch'io a vedere al cinema A Quiet Place II, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista John Krasinski.


Trama: il giorno dopo gli eventi del primo film, Evelyn e i suoi figli devono cercare di sopravvivere ai mostri che hanno decimato l'umanità, ovviamente sempre senza fare rumore...


A fronte delle molte recensioni negative intraviste sul web, ho cominciato la visione di A Quiet Place II con le peggiori aspettative, anche perché uno dei giudizi meno lusinghieri che ho letto è stato "Sembra una puntata di The Walking Dead". Lo scrivente, evidentemente, si è dimenticato di aggiungere "quando ancora i personaggi funzionavano e le trame non erano un inno all'imbecillità", perché se le puntate dello show di cui un tempo non mi perdevo un episodio fossero rimaste al livello di A Quiet Place II, di sicuro non lo avrei mai abbandonato. Il film comincia esattamente dov'era finito il primo capitolo, con una triste situazione che non vi spoilero se ancora non lo avete visto. Come allora, la famiglia Abbott deve cercare di sopravvivere in un mondo diventato silenzioso causa orride creature aliene che attaccano e distruggono qualunque cosa emetta poco più di un sussurro ma qualcosa, nel frattempo, è cambiato (anzi, due cose); il nucleo familiare è diventato molto più debole e vulnerabile, e questo è l'aspetto negativo della vicenda, ma la giovane Regan, sordomuta dalla nascita, ha scoperto che il suo apparecchio acustico può essere un'arma assai potente per sconfiggere un nemico che sembrava inarrestabile. Da qui partono le nuove disavventure degli Abbott, interrotte giusto da un piccolissimo flashback atto a mostrare com'era il mondo poco prima di cambiare per sempre, disavventure che a me fanno vivere ogni volta un'ora e mezza di ansia mortale per un semplice, banalissimo motivo: degli Abbott, signori miei, mi importa. Non abbiamo a che fare con i pupazzi che popolano The Walking Dead, ma esseri umani tratteggiati con maestria (anche con pochissimi tocchi quasi impercettibili, per esempio ho adorato come vengono introdotti i problemi di ansia di Marcus, che lì per lì potrebbe risultare semplicemente un ragazzino scemo utile per fare progredire le trame, un po' come la figlia di Bautista in Army of the Dead, invece ha un carattere ben definito), tremendamente imperfetti, talmente legati tra loro che persino gli stundai piagati da mille perdite sono costretti a cedere davanti alla speranza disperata e all'amore reciproco che li muove. Il pensiero che uno di loro possa morire mi strazia e ogni pericolo che minaccia di eliminarli mi ammazza di ansia. 


Ciò detto, non è del tutto vero che A Quiet Place II non cambia rispetto al primo capitolo. Innanzitutto, muta la struttura, che a un certo punto porta la trama a diramarsi in tre tronconi ben definiti ed ottimamente legati da un montaggio tra i migliori visti quest'anno, chiaro e dinamico come pochi. Seconda cosa, nonostante il punto focale dell'azione siano sempre gli Abbott, questa volta Krasinski e soci aumentano un po' la portata del coinvolgimento degli eventi che li riguardano, arrivando a toccare altre realtà che nel film precedente avevamo solo intravisto (chi ricorda l'uomo nel bosco, disperato ed urlante?) e permettendoci di scoprire non solo come hanno reagito gli altri sopravvissuti all'arrivo inaspettato delle mostruose creature ma anche qualcosina in più rispetto alla provenienza e alla natura delle stesse. Per il resto, cambia anche l'atmosfera, perché se il primo film giocava "di sottrazione", presentando personaggi che per la maggior parte del tempo si ponevano in difesa, qui si pensa anche parecchio all'attacco, si cercano soluzioni, ci si muove cercando di riportare una sorta di ordine nel caos, e la pellicola risulta di sicuro più dinamica. La cosa importante, comunque, è che la maggiore concessione all'azione non corrisponde  a una diminuzione della qualità tecnica (il sonoro continua a rimanere qualcosa di eccezionale e raffinatissimo, soprattutto quando arriva quello spettacolare, sconvolgente flashback a infilarsi a mo' di lama nelle orecchie disattente degli spettatori) o recitativa (Millicent Simmonds è sempre più brava, oltre che bellissima, mentre davanti all'incidente di Marcus ho cominciato direttamente a piangere e ad ogni urlo di Noah Jupe cercavo di non mettermi a singhiozzare, tanto ero nervosa e agitata), il che rende A Quiet Place II un sequel degno di tenere compagnia al suo splendido fratello maggiore. Vedere per credere!


Del regista e co-sceneggiatore John Krasinski, che interpreta anche Lee Abbott, ho già parlato QUI. Emily Blunt (Evelyn Abbott), Noah Jupe (Marcus Abbott), Cillian Murphy (Emmett) e Djimon Hounsou (uomo sull'isola) li trovate invece ai rispettivi link.  

Millicent Simmonds interpreta Regan Abbott. Americana, davvero sordomuta, ha partecipato a film come La stanza delle meraviglie e A Quiet Place - Un posto tranquillo. Ha 18 anni. 


Se A Quiet Place II vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente,  A Quiet Place - Un posto tranquillo. ENJOY!

martedì 6 luglio 2021

Fear Street Parte 1: 1994 (2021)

Finita la settimana dedicata all'Udine Far East Film Festival, passiamo a qualcosa di necessario per l'estate: l'horror! In tal senso, luglio sarà un mese ricchissimo grazie a Netflix, che a partire da venerdì 2 e per le due settimane seguenti proporrà la trilogia di Fear Street, tratta dai libri di R.L. Stine e diretta (oltre che co-sceneggiata) dalla regista Leigh Janiak. Cominciamo con Fear Street Parte 1: 1994 (Fear Street Part One: 1994)!


Trama: nella città di Shadyside gli omicidi sono all'ordine del giorno e ogni tanto qualche abitante impazzisce compiendo delle stragi. La giovane Deena viene coinvolta assieme al fratello, la ex fidanzata e due amici nelle trame di un serial killer e i ragazzi scopriranno che non tutto è come appare a Shadyside...


Gli originali Netflix, soprattutto se horror, danno ben poca soddisfazione, ormai lo sappiamo. Lo stato d'animo col quale mi sono accinta a guardare Fear Street 1994 non era dunque dei migliori, questo nonostante la regista avesse messo mano a quel gioiellino che era Honeymoon, e non mi aspettavo di sicuro che avrei messo in pausa il film appena cominciati i titoli di testa, dopo la folgorante sequenza introduttiva, per consigliare a Lucia di guardarlo di corsa e preparare i fazzoletti. Non pretendo di amare Scream come l'adorabile Gore Gore Girl di cui sopra ma è comunque un film che ho guardato fino alla nausea e che ho avuto la fortuna di vedere al cinema in un'età particolarmente permeabile (più o meno la stessa, per inciso, dei protagonisti di Fear Street) e ancora oggi davanti alla splendida sequenza in cui Ghostface insegue ed accoltella Drew Barrymore vengo assalita da un mix di emozioni violentissime, sulle quali ultimamente prevale il magone, e mi vengono i brividi nel momento esatto in cui sento la melodia che accompagna la carrellata iniziale sulla scuola di Woodsboro assediata dai giornalisti; immaginatemi dunque con la bocca spalancata e gli occhi lucidi alla fine di un omaggio perfetto all'omicidio della Barrymore, seguito da titoli di testa che scorrono su una colonna sonora assai simile a quella composta da Marco Beltrami per Scream (e chi figura tra i compositori di quella di Fear Street?) e provate a pensare all'ondata di amore puro che ho provato da quel momento in poi per Fear Street 1994. Che, per inciso, non è semplicemente la sagra dell'omaggio cinematografico ma un horror serio e molto coinvolgente, che già nella prima parte introduce un gruppo di personaggi ai quali è facile affezionarci e getta le basi per una storia molto articolata, che vede la contrapposizione tra due città apparentemente antitetiche (la cupa, sfortunata e povera Shadyside dove ogni tanto gli abitanti uccidono i compaesani senza un perché e la solare, ricca Sunnyvale dove chiunque sembra avere un'opportunità di ottenere il successo) e l'antica maledizione di una strega decisa a vendicarsi di chi l'ha torturata, cosa che dà il la ad un interessante e riuscitissimo mix tra teen horror, slasher, thriller sovrannaturale e chissà cos'altro ci riserveranno i due film seguenti.


Anche in questo caso fare spoiler sarebbe un delitto perché Fear Street è pieno zeppo di sorprese e colpi di scena, ha uno sviluppo dei personaggi non stupido né banale, riserva allo spettatore una quantità di colpi al cuore senza mai calare di ritmo e regala delle sequenze slasher e sanguinolente davvero soddisfacenti, inoltre a tratti riesce a mettere genuinamente paura senza ricorrere a mezzucci troppo scorretti. La paura, in primis, deriva dal terrore di vedere i nostri beniamini sbudellati, sgozzati o peggio, perché Fear Street, a differenza di moltissimo horror a base di carne da macello, ha dei protagonisti carinissimi e verosimili, interpretati da giovani attori sicuramente poco famosi (a parte Maya Hawke) ma espressivi e già molto bravi, alle prese con personaggi ricchi di sfaccettature e, anche quando magari compaiono poco, caratterizzati da piccoli dettagli, "pennellate" che catturano l'attenzione dello spettatore; così non è, ahimé, per gli adulti che (non) popolano la pellicola ma sono certa che anche loro nei sequel avranno modo di brillare perché già qualche atteggiamento ed omissione dei pochi presenti fanno drizzare le orecchie. Voto dieci anche alla messa in scena, sia per quanto riguarda le scenografie degli interni (l'intera sequenza iniziale salta all'occhio per le coloratissime luci al neon ma anche le stanze dei personaggi sono molto interessanti) sia per la scelta delle location esterne, entrambe molto suggestive, per non parlare poi di una colonna sonora talmente anni '90 che per un attimo mi sono commossa ricordando gli anni delle superiori e dell'università. Probabilmente i ragazzini che vedranno oggi Fear Street non si commuoveranno invece, ma sono ragionevolmente sicura che il film potrebbe diventare, per loro, uno di quei cult da ricordare quando saranno dei vecchiacci quarantenni, quindi incrocio le dita perché anche gli altri due capitoli siano all'altezza del primo e intanto vi consiglio spassionatamente la visione di Fear Street Parte 1: 1994!


Della regista e co-sceneggiatrice Leigh Janiak ho già parlato QUI

Maya Hawke interpreta Heather. Figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, ha partecipato a film come C'era una volta... a Hollywood e a serie come Piccole donne e Stranger Things. Ha 23 anni.  


Nell'attesa che escano i due seguiti della trilogia, il 9 luglio e il 16, sempre su Netflix, se Fear Street 1994 vi fosse piaciuto recuperate la quadrilogia di Scream, il primo Halloween e Terrore senza volto (quest'ultimo lo recupererò anche io perché non l'ho mai visto). ENJOY!

domenica 4 luglio 2021

Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2021 (parte 2)

Venerdì si è concluso il Far East Film Festival e anche il tempo per vedere i film disponibili online ma un paio di titoli erano rimasti ancora fuori dai miei post, quindi parliamone un po', sia mai che vi capitasse di recuperarli in altro modo! ENJOY!


Death Knot 
(Cornelio Sunny, 2021)

Opera prima del regista indonesiano Cornelio Sunny, qui anche in veste di attore protagonista e co-sceneggiatore, è un horror che, come spesso accade nella filmografia di genere di quel Paese, prende il via dallo scontro tra  presente e passato, coi protagonisti giovani e ormai abituati alla città che tornano nei paesaggi rurali della loro infanzia, fonti di ricordi ma anche di disgusto verso l'arretratezza mai superata. Questi luoghi spesso celano mali ancestrali e, in questo caso, i giovani cittadini sono costretti ad affrontare una maledizione che spinge le persone ad impiccarsi e che è strettamente legata alla famiglia del protagonista. Death Knot non è folgorante come gli horror visti sempre al FEFF l'anno scorso, anche perché ha un ritmo assai lento, almeno nella prima parte, poi però deflagra con una serie di sequenze sempre più inquietanti (le espressioni di chi ha deciso di uccidersi mettono i brividi) e concitate che lo rendono una visione parecchio interessante. Il finale poi, almeno per me, è stato da applauso, così come l'attore che interpreta il laido, odiosissimo zio dei protagonisti. 


Night of the Undead
(Jeong-won Shin, 2020)

Spassosissima commedia horror coreana che, nonostante il titolo internazionale, non parla di zombi bensì di alieni decisi a colonizzare il nostro pianeta partendo dalla Corea del Sud. Protagonista del film è una giovane sposina che, un giorno, scopre che il suo fantastico maritino, oltre a farle portare palchi di corna pressoché infiniti, ha delle abitudini di vita decisamente discutibili, assimilabili a quelle di un superuomo (o supercriminale). La situazione, ovviamente, precipita quando lo sposo comincia a manifestare velleità omicide nei confronti della mogliettina, cosa che consente di aggiungere alla già spassosa coppietta di perfettini un nutrito cast di comprimari, tra amici e parenti, uno più esilarante dell'altro. I dialoghi sono spesso al limite del nonsense e lo stesso vale per molte delle interazioni tra personaggi ma il film risulta un divertimento piacevolissimo anche grazie alle citazioni di X-Files (uno degli agenti ha lo stesso naso di Fox Mulder, per dire) e alla colonna sonora che mescola il Nessun dorma della Turandot alla calzantissima Bad Guy di Billie Eilish. L'ideale per una serata senza pensieri!



venerdì 2 luglio 2021

Time (2021)

Un altro splendido film dell'Udine Far East Film Festival che merita un post a sé è Time, diretto dal regista Ricky Ko.


Trama: un sicario ormai anziano e i suoi due assistenti decidono di mettere al servizio le loro arti per chi, stufo della vita e vinto dalla vecchiaia, vorrebbe suicidarsi. Tutto si complica quando una ragazzina incrocia la loro strada...


Anche Time era uno dei film che avevo in elenco e che mi avevano attirata per la trama e anche questo è schizzato in cima alle priorità grazie al consiglio di Nicola su Facebook. Che dire, Nicola non sbaglia un colpo, perché Time è una di quelle pellicole per nulla banali che riconciliano col mondo e fanno riflettere tra un'emozione e l'altra, un film difficile da incasellare solo come commedia o dramma, perché come spesso accade nella cinematografia asiatica le due cose vanno a braccetto intrecciandosi con mille altri generi. Time, nella fattispecie, comincia come un'omaggio divertentissimo alle trame, allo stile e agli attori del cinema action anni '60/'70 di Hong Kong e mostra l'indiscussa figaggine di un trio di assassini giovani, belli e letali; quegli stessi assassini ci vengono riproposti ai giorni nostri, ormai invecchiati ed impegnati ad attendere che la loro vita finisca tra una triste giornata e l'altra. Di più, i tre vengono trattati come dei pesi da una società cambiata troppo velocemente e non riescono a stare al passo coi tempi, neppure chi, come Fung, ha comunque un figlio che dovrebbe volerle bene e che invece vive come un parassita alle sue spalle, inutile e fancazzista marito di di un'altra sfaccendata con bimbetto a carico che viene utilizzato come leva per ottenere soldi dalla madre. La vita dei tre ex sicari è una continua battaglia contro la società menefreghista, l'inadeguatezza, la solitudine e i rimpianti per il passato ed è questo che li spinge a diventare gli "angeli" di chi soffre come loro, a praticare una clemente eutanasia per chi è nelle loro stesse condizioni, raggranellando nel farlo anche qualche soldo. Questa sorta di status quo dura finché Chau, il braccio del terzetto, non incappa in una ragazzina che gli si accozza per motivi che è bello scoprire guardando il film e che riuscirà, non senza difficoltà, a fare breccia nella gelida facciata di chi era già morto dentro da anni e che aveva rinunciato, pur essendo un killer, ad uccidere il suo nemico più importante.


La storia di Chau e dei suoi compagni viene raccontata con una grazia incredibile, una magica alternanza di momenti genuinamente esilaranti ed altri molto amari, che riportano sullo schermo tutta la tristezza di chi viene messo da parte o sottovalutato solo perché anziano; l'amarezza viene spesso bilanciata dal messaggio di speranza che muove tutto il film, ovvero un invito a riconoscere chi merita di diventare davvero parte della nostra Famiglia nonostante la mancanza di legami di sangue, a trovare persone che meritano davvero il nostro aiuto e il nostro tempo perché, a modo loro, riescono a salvarci in qualunque situazione e a rendere le difficoltà della vita molto più sopportabili. In tutto questo, si muovono tre attori bravissimi (vecchie glorie del cinema di Hong Kong che purtroppo, nonostante la filmografia sterminata, non conoscevo), capaci di dare vita a tre personaggi ognuno più indimenticabile dell'altro e di adattarsi ai diversi stili di racconto; Yin Tse, che interpreta Chau, è credibilissimo nei panni del killer glaciale ed è a tratti anche molto tenero e fragile nel suo essere un anziano che ha perso la via, mentre i suoi due compari Bo-Bo Fung e Suet Lam, chiamati spesso ad incarnare la parte "comica" della vicenda (soprattutto il secondo con la sua stazza enorme e le sue voglie insaziabili), hanno una dignità umana talmente grande che non è possibile provare altro che rispetto e affetto nei loro confronti. Time è graziato non solo dalla trama e dagli attori ma anche dalle scene action le quali, benché siano poche, sono coreografate benissimo e mettono una voglia folle di rivedere in azione il terzetto di sicari e si alternano a momenti "musicarelli" (affidati per intero alla bella voce di Bo-Bo Fung) che non stonano nemmeno un po' e vengono ripresi nel singalong dei titoli di coda, che vi consiglierei di guardare. Lo so che avete solo fino a mezzanotte per recuperare i film dell'Udine Far East Film Festival ma sarebbe un peccato perdervi sia Limbo che Time, quindi cercate di fare gli straordinari!!

Tsz Pun Ricky Ko è il regista della pellicola. Nato ad Hong Kong, è al suo primo film come regista ma ha alle spalle una carriera di aiuto regista ed è stato anche attore. 



  

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