venerdì 5 luglio 2024

A Quiet Place - Giorno 1 (2024)

Martedì sono andata a vedere A Quiet Place - Giorno 1 (A Quiet Place: Day One), diretto e co-sceneggiato dal regista Michael Sarnoski e ne sono uscita distrutta.


Trama: Samira, afflitta da un tumore in stadio avanzato, cerca di raggiungere un luogo a lei caro quando un'invasione aliena condanna l'umanità al silenzio e ad una potenziale estinzione...


Michael Sarnoski
, io ti denuncio, maledetto. Già i primi due A Quiet Place non erano stati una passeggiata, per me. Probabilmente, qualcosa a livello inconscio mi porta a stare particolarmente al gioco orchestrato da Krasinski e compagnia fin dal 2018, perché quel silenzio necessario alla sopravvivenza dei personaggi mi spinge a non respirare, per paura di emettere un suono che possa allertare le terribili creature aliene che li cacciano, e quando queste ultime compaiono perdo ogni volta dieci anni di vita. A peggiorare la situazione ci pensavano personaggi ben caratterizzati, assai uniti a livello familiare, verso i quali era impossibile non investire una gran quantità di empatia, anche perché Millicent Simmonds ha un volto di una dolcezza incredibile. A queste mie debolezze si è aggiunto stavolta un trigger molto personale che, probabilmente, è l'anticamera di un disagio psicologico più profondo, ne sono consapevole, un complicato mix di tristezza sedimentata da quando è mancata per colpa di un tumore una carissima zia, di ipocondria e di terrore all'idea che, presto o tardi, dovrò affrontare un lutto ancora più grave e vicino. Il magone non mi viene solo davanti alla rappresentazione dei malati, ma anche davanti a quella del dolore di chi sta loro vicino, ed è per questo che ho cominciato a piangere dopo un minuto di film e sono arrivata alla fine ridotta come uno straccio. A Quiet Place - Giorno 1 racconta, infatti, la progressiva accettazione di un destino infausto ed ineluttabile, davanti al quale rimane solo un piccolissimo desiderio da esaudire. A molti potrà sembrare una sceneggiatura inverosimile, a me risulta solo difficile da accettare, pur non trovandola criticabile, e compie un ulteriore step verso la rappresentazione di un'umanità normale, dove non esistono più (super)eroi. Mi spiego meglio. I protagonisti di A Quiet Place erano più "cinematografici", perché le loro azioni erano atte alla sopravvivenza del nucleo familiare, quindi da un punto di vista "culturale" esse mi risultavano più accettabili, pur consapevole che io, al posto loro, sarei morta dopo mezzo minuto. Samira, invece, rinuncia alla sopravvivenza, si accontenta di tirare avanti fino ad arrivare in un luogo ben preciso, poi sia quel che sia. Questa forma mentis non ce l'ho (ancora?) per ovvi motivi, ma il desiderio di spegnersi con dignità, di scegliere liberamente e coraggiosamente come affrontare la morte o godersi gli ultimi giorni di vita è una cosa splendida e merita di essere raccontata, anzi, merita di diventare il fulcro di un thriller horror al punto da far passare le creature aliene in secondo piano.


L'efficacia di una simile scelta di sceneggiatura, ardita anche per la saga in questione, poggia tantissimo sulle spalle di Lupita Nyong'o. Un giorno forse capirò perché l'horror, se non è stra-elevated e mascherato da altri generi, non venga riconosciuto come merita, ma non scherzo quando dico che Lupita Nyong'o dovrebbe essere candidata come protagonista per gli Oscar 2025 e portarsi a casa la seconda statuetta (già avrebbero dovuto nominarla per Noi. Vabbé.). Sguardi, espressività, mimica corporea, la capacità di veicolare infinite emozioni senza aprire bocca: l'interpretazione della Nyong'o è semplicemente favolosa, entra sottopelle e spezza il cuore. Certo, non è sola. Un irriconoscibile Joseph Quinn le fa da tenera spalla, e pazienza se le sue motivazioni non sono forti come quelle della protagonista e se alcune sequenze che lo vedono protagonista sembrano costruite apposta per aumentare l'effetto "lacrima" (come se ce ne fosse bisogno) oppure accontentare chi voleva un po' di azione in più, perché gli ho voluto bene dall'inizio alla fine. E poi c'è il gattone Frodo, una bestiola morbidosa, espressiva e piena di personalità, terzo protagonista assoluto nonché fonte dei peggiori momenti di ansia, ché pazienza se muoiono male i bambini, ma i gatti no, questo mai nella vita. Per chi si chiede, invece, come sia il film a livello di regia ed effetti speciali, per quanto mi riguarda Sarnoski ha fatto un ottimo lavoro, trasformando le strade di Londra in una New York desolata che, a tratti, mi ha ricordato un altro mirabile esempio di angoscia cinematografica, il The Mist di Frank Darabont, e riempendole di orrori alieni di cui sembra quasi di sentire il peso mentre ti saltano addosso urlando. Quindi sì, tensione a pacchi. Ma, come ho scritto prima, magari ciò vale solo per me, visto che il sonoro dei vari A Quiet Place mi agghiaccia. E potrebbe anche essere che il mio amore verso Giorno 1 dipenda da tutta una serie di fattori che nulla hanno a che vedere col film, quindi capirò se a voi è sembrato una gran sòla invece di una delle pellicole migliori dell'anno. Per inciso, ho adorato il film ma non lo riguarderò nemmeno se mi pagassero, perché fa troppo, troppo male. 


Di Lupita Nyong'o (Samira), Alex Wolff (Reuben) e Djimon Hounsou (Henri) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Sarnoski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Pig. E' anche montatore, produttore e attore.


Joseph Quinn
interpreta Eric. Famoso per il ruolo di Eddie nell'ultima stagione di Stranger Things, ha partecipato ad altre serie come Il trono di spade e film come Overlord. Ha due film in uscita, Il Gladiatore II e l'ennesimo reboot dei Fantastici Quattro, dove interpreterà la Torcia umana. Inglese, ha 30 anni. 


Il film è fruibile senza avere visto A Quiet Place - Un posto tranquillo e A Quiet Place II (anche se il personaggio di Henri compare per la prima volta nel secondo capitolo) ma se A Quiet Place - Giorno 1 vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY! 

mercoledì 3 luglio 2024

Hit Man - Killer per caso (2023)

Siccome ne parlavano tutti piuttosto bene, domenica sono andata a vedere Hit Man - Killer per caso (Hit Man), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Richard Linklater a partire dall'articolo omonimo di Skip Hollandsworth.


Trama: Gary Johnson è un professore universitario che, per arrotondare, aiuta la polizia come consulente informatico. Un giorno è costretto a sostituire il "falso killer" utilizzato dalla polizia per arrestare chi pensa di far uccidere qualcuno e la sua vita diventerà molto più complicata...


Gary Johnson, persona realmente esistita, è passato alla storia come uomo in grado di assumere qualunque identità durante il suo lavoro come "falso killer" per la polizia. Un trasformista dalla vita interessante, che ha attirato l'attenzione di Linklater al punto da spingerlo a realizzare un film basato su di essa, con alcune ovvie licenze poetiche e, ricamata tutt'intorno, una riflessione sulle diverse pulsioni che governano l'animo umano. Banalmente, volendo trovare un messaggio a Hit Man, il film è un invito a non porsi dei limiti e cercare, per quanto possibile, di essere chi vogliamo, di costruirci un personaggio che possa farci stare bene e migliorare la vita, magari osando un po' di più, qualche volta, ché svolte impreviste possono portarci a futuri interessanti. Se posso dire, non saranno mai interessanti come quelli del Gary Johnson cinematografico, che si abbandona per amore a una delle sue tante identità di "falso killer", ovvero quella del duro dal cuore tenero Ron. Venendo meno alla tacita regola per cui i finti killer sotto copertura dovrebbero solamente assecondare i "clienti" e inchiodarli una volta ottenuta una somma fisica di denaro, Gary decide di aiutare la bella Madison e di dissuaderla dal far uccidere il marito; quando lei lo ricontatta, Gary si ritrova a dover indossare sempre più spesso i panni di Ron, tanto che la personalità di quest'ultimo arriva ad influenzare quella mite e solitaria dello sciapo professore universitario anche nella vita di tutti i giorni. Le vicende del protagonista sono molto coinvolgenti e la sceneggiatura di Linklater e Glen Powell è un giusto mix di commedia romantica, thriller e dramma, con esilaranti picchi di grottesco, soprattutto quando Gary è costretto a rapportarsi con un allucinante bestiario di squinternati americani, convinti dell'esistenza degli assassini su commissione. Al di là di alcuni interessanti discorsi freudiani sull'animo umano, ciò che mi ha fomentata di più guardando Hit Man è stato riflettere sulle implicazioni morali di simili, reali operazioni di polizia, che invece di "recuperare" o aiutare persone pronte a far uccidere qualcuno (quindi vittime di turbe psichiche oppure esasperate da violenze e situazioni disperate, non credo tutti siano pericolosi mostri pronti ad arrecare danno alla società), cercano di farle cadere in trappola. Per quanto il personaggio di Jasper sia deprecabile, è indubbio che Gary abbia aiutato Madison solo per il suo bel faccino, quindi tutte le accuse di ipocrisia lanciate dal poliziotto all'indirizzo del professore sono giuste e doverose, soprattutto perché tutti gli altri "clienti" del protagonista sono fortemente connotati in senso negativo, e questo è l'unico neo che mi ha impedito di parteggiare al 100% per Gary.


Detto questo, Gary è molto difficile da odiare. Dovete sapere che io ho una passione per Glen Powell, fin dai tempi del suo esilarante Chad di Scream Queens, uno di quei personaggi la cui assenza ha condannato la serie ad una drastica perdita di mordente nell'ultima stagione. Dovete anche sapere, però, che non l'ho mai considerato un grande attore, quanto piuttosto un simpatico babbeo dallo sguardo fisso, buono appunto per i ruoli da piacione ma niente più. Sono quindi rimasta estasiata nel poter testimoniare che quest'uomo sa recitare, e non solo ho apprezzato tantissimo i suoi mille travestimenti, ma anche e soprattutto i suoi tempi comici, gli aspetti drammatici del personaggio e le interazioni con la bellissima Adria Arjona. Tra i due attori c'è un'alchimia che li rende una delle coppie più credibili (ed invidiabili) viste di recente nello schermo, un giusto mix di sensualità e complicità, che esplode sia nella caldissima sequenza di seduzione al bar, sia nella mia scena preferita, quella della "doppia recita" via SMS, in cui entrambi danno il meglio, coadiuvati anche da una regia e un montaggio validissimi. Dopo tutto ciò che ho scritto, la cosa davvero importante da dire su Hit Man è che, almeno per quanto mi riguarda, ho ottenuto qualcosa che da parecchio non trovavo in un film visto al cinema, ovvero del sano divertimento. Hit Man è uno di quei film "semplici", ma non perché sia fatto a tirar via o tratti lo spettatore da scemo, quanto piuttosto perché è davvero di facile fruizione, è costruito e limato per fare venire voglia di riguardarlo, di trasformarlo in un piccolo instant cult, per regalare un po' di leggerezza e la soddisfazione di una sceneggiatura in cui torna tutto, anche il minimo dettaglio. Qui lo dico e qui lo nego, non lo ritengo il film dell'anno (e probabilmente non lo inserirei nemmeno tra i primi dieci), però posso dire di avere trovato una pellicola che consiglierei senza remore a chiunque, per una rilassante serata di divertimento intelligente che possa riconciliare col cinema anche i più refrattari!


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI mentre Glen Powell, che interpreta Gary Johnson ed è co-sceneggiatore, lo trovate QUA.


Austin Amelio
, che interpreta Jasper, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hit Man - Killer per caso vi fosse piaciuto recuperate The Killer, In Bruges e Un piccolo favore. ENJOY!

martedì 2 luglio 2024

I Saw the TV Glow (2024)

Era un film che mi attirava tantissimo fin dal titolo, così, appena è stato reso disponibile, ho recuperato I Saw the TV Glow, diretto e sceneggiato dalla regista Jane Schoenbrun.


Trama: il dodicenne Owen, dal carattere schivo, rimane affascinato da Maddy, ragazza più grande e appassionata del telefilm The Pink Opaque. Proprio questo show li fa diventare amici, finché Maddy non scompare in concomitanza con la sua cancellazione...


Non sono particolarmente esperta di indie horror e non ho mai guardato il primo lungometraggio di Jane Schoenbrun, We're All Going to the World Fair, tuttavia questo I Saw the TV Glow mi ha attirata a causa del titolo particolare e di un paio di locandine tutte giocate sui toni del rosa fluo, che mi ricordavano un po' quelle di The Stuff. Ammetto, dunque, di essere giunta impreparata allo stile di Schoenbrun e a una pellicola che viene classificata come horror quando, per buona parte della sua durata, si affida tantissimo a suggestioni, immagini di spazi liminali, personaggi scollegati dalla realtà che trasmettono disagio anche solo vivendo, distanti come sono dai tipici adolescenti e solitari nella loro battaglia contro il peso dell'esistenza. Sì, sparuti lettori,  I Saw the TV Glow richiede impegno e tantissima pazienza da parte dello spettatore, perché il rischio che decidiate di non finirlo dopo mezz'ora buona di ragazzini che interagiscono attraverso dialoghi scarni e impercettibili shift temporali è concreto; per quanto mi riguarda, probabilmente mi sono intestardita nel voler capire dove andasse a parare il film quindi ho resistito persino al sonno (giuro, non mi è calata la palpebra nemmeno per un secondo) e sono stata ripagata con un'angoscia che mi ha presa da metà pellicola per non lasciarmi più. D'altronde, dev'essere molto angosciante scoprire che la propria identità sessuale non corrisponde al genere che ci è stato assegnato alla nascita e probabilmente il risultato degli stadi iniziali della disforia sarà quello di percepirsi "distaccati" dal proprio corpo e dalla realtà, e I Saw the TV Glow è, come dichiarato da Schoenbrun, una sorta di metafora della transizione e di tutto ciò che comporta in termini di traumi psicologici. I Saw the TV Glow non tratta direttamente di questi temi (alcuni dialoghi sono comunque rivelatori) e ci arriva per vie traverse raccontando la strana amicizia, o non-amicizia, tra Owen e Maddy. Sconnessi dagli altri coetanei e dalle loro famiglie, i due si avvicinano grazie a un telefilm intitolato The Pink Opaque, che Owen, essendo più piccolo e per giunta maschio (lo show viene percepito dal padre assente come destinato a un pubblico femminile), non ha il permesso di vedere. The Pink Opaque, che racconta di due amiche unite da un legame psichico e in lotta contro terribili mostri, diventa il collegamento tra i protagonisti ma anche la loro ossessione, un telefilm "proibito" ed accattivante che parla a entrambi molto più di quanto facciano scuola, genitori e società, contribuendo allo stesso tempo ad alienarli maggiormente. La scomparsa di Maddy, che coincide con l'improvvisa cancellazione dello show, non sprona Owen a crescere e cambiare, anzi, il tempo sembra perdere ogni significato mentre le giornate si ripetono sempre uguali, squallide e tristi come solo la quotidianità di un'anonima cittadina di provincia sa essere.   


Questa generale immobilità dei personaggi e la malinconia che sembra volerli inghiottire dal primo minuto di pellicola, viene enfatizzata dalla natura estremamente inquietante del mondo di finzione in cui vanno a rifugiarsi. The Pink Opaque, i cui titoli di testa richiamano prepotentemente quelli di Buffy the Vampire Slayer (ripetutamente citata, assieme a mille altre serie anni' 90) ha la qualità onirica e, di nuovo, liminale della serie protagonista della prima stagione di Channel Zero. Allo spettatore vengono dati in pasto suggestioni, un'idea generale degli episodi o della trama, ma le immagini rovinate tipiche delle vecchie VHS aprono squarci su uno show da incubo, fatto di personaggi grotteschi usciti dalla mente di un pazzo e trame crudeli; The Pink Opaque è privo degli aspetti "cool" che alleggerivano uno show come Buffy e l'atmosfera generale che circonda le due protagoniste e di angoscia costante e tragedia ineluttabile. Lo stesso colore rosa che tanto mi aveva attirata dalla locandina è la rappresentazione fasulla di un ingannevole potere salvifico e serve solo ad enfatizzare le ombre di camere da letto, case e ambienti bui, l'aspetto spoglio di strade deserte, la presenza di un'entità malevola che osserva Owen e Maddy. Più in generale, questo "TV Glow" è il barlume di qualcosa di indefinito, un disagio al quale i due protagonisti non riescono a dare un nome ma che diventa sempre più reale e concreto. I Saw the TV Glow, infatti, è uno di quei film che acquistano significato a fine visione e che ne richiedono una seconda. E' come avere un prurito che non si riesce a grattare, o vedere qualcosa di familiare (oh, hi, Amber!) reso sbagliato da un dettaglio stridente che, lì per lì, non riusciamo a mettere a fuoco, per poi rimanere agghiacciati col proverbiale senno di poi. Oppure no, ché Jane Schoenbrun non dà risposte univoche e non solleva mai quel velo che separa la realtà dalla fantasia, la sanità mentale dalla follia, la triste consapevolezza da una terribile speranza. Se avete voglia di stare al gioco e lasciarvi trasportare da I Saw the TV Glow, rischiate di incappare in una delle opere più soddisfacenti dell'anno. Viceversa, c'è anche la possibilità che vi faccia talmente schifo da chiedervi se non sono diventata finalmente pazza a consigliarlo, giusto per rimanere in tema di incertezza. Provate e fatemi sapere!


Di  Fred Durst (Frank) e Amber Benson (la mamma di Johnny Link) ho già parlato ai rispettivi link.

Jane Schoenbrun ha diretto e sceneggiato la pellicola. Di origine americana, ha diretto film come We're All Going to the World Fair. Oltre a dirigere e sceneggiare, produce e recita. Ha 37 anni. 


Justice Smith
interpreta Owen. Americano, ha partecipato a film come Jurassic World - Il regno distrutto, Pokémon Detective Pikachu e Jurassic World Il dominio. Ha 29 anni e tre film in uscita. 


Ian Foreman
, che interpreta Owen da bambino, era parte del cast della serie tratta da Let the Right One In; la coreografa Emma Portner, ex moglie di Eliott Page, interpreta invece i villain della serie The Pink Opaque e anche l'amica di Maddy, Amanda. ENJOY!


venerdì 28 giugno 2024

Trilogia del terrore (1975)

La challenge HorrorX524 prevedeva la visione di un film TV. La mia scelta è ricaduta su un titolo assai famoso che ancora mi mancava all'appello, Trilogia del terrore (Trilogy of Terror), diretto nel 1975 da Dan Curtis e tratto da tre storie brevi di Richard Matheson.


Trilogia del terrore
contiene al suo interno un episodio talmente famoso che persino chi non l'ha mai guardato conosce il feticcio Zuni per nome, ma com'è il resto del film? Partiamo da Julie, prima delle quattro donne presenti in questa trilogia, che, come le altre, dà il titolo alla storia che la vede protagonista. Julie è un odioso racconto di prevaricazione maschile e ricatti (d'altronde, cos'altro si può pretendere da un Chad?), che prende il via nel momento in cui uno studente si incapriccia della sua insegnante. Il finale è molto soddisfacente e contiene un twist interessante, e la fascinosa Karen Black nei panni dimessi di miss Julie è irresistibile. La Black, aggiungo, è il vero punto di forza del film e uno dei tre elementi fondamentali che ne ha decretato il successo: se Dan Curtis ci ha messo l'esperienza anche per quanto riguarda la conoscenza dei ritmi televisivi e Richard Matheson ci ha messo l'arte di saper raccontare, l'attrice infonde alle protagoniste dei vari episodi un carisma indispensabile perché lo spettatore si interessi a loro, anche quando le storie sono un po' fiacche.


Ciò vale, soprattutto, per il secondo episodio, Millicent and Therese, il cui twist è ampiamente prevedibile, dopo 50 anni di variazioni sul tema. Diciamo che questa è l'unica storia che non mi ha convinta, vuoi, appunto, perché con me l'elemento sorpresa non ha funzionato, vuoi perché come thriller psicologico punta troppo su dialoghi fiume e ben poco sull'atmosfera, che si fa incerta ed inquietante solo verso il finale. Per fortuna, come scrivevo, c'è l'abilità camaleontica di Karen Black a tirare su la qualità dell'episodio. In versione bionda putracchia l'attrice è forse anche troppo sopra le righe e continuo a preferirla nei panni dimessi di donne nevrotiche e represse, anche perché, essendo naturalmente dotata di una bellezza "selvatica", difficile da celare con un paio di occhiali e una crocchia castigata, riesce sempre a caratterizzarle con una vena di follia e ambiguità di rara efficacia. 


Ma non nascondiamoci dietro un dito: il motivo per cui Trilogia del terrore, nonostante sia un film per la TV, è passato alla storia del genere, risiede fondamentalmente nel terzo episodio, Amelia. Per darvi un'idea di quanto sia ancora oggi potente a livello di regia, scrittura, interpretazioni ed effetti speciali, vi dico solo che sapevo benissimo cosa sarebbe successo alla povera Amelia, eppure ho guardato il 90% dell'episodio con le mani sulla bocca e gli occhi spalancati (e, durante una sequenza in particolare, con il cuore che quasi mi scoppiava in petto, perché se un certo gremlin ha fatto una certa fine, il merito è di Dan Curtis e Richard Matheson, sicuro). Amelia, coi suoi 15 minuti di durata, offre allo spettatore una storia perfetta dall'inizio alla fine. Comincia con una telefonata di rara angoscia filiale, che inquadra alla perfezione Amelia e la sua vita di merda, col risultato di rendere ancora più doloroso tutto ciò che le succede dopo, emotivamente oltre che fisicamente, e continua con una caccia senza esclusione di colpi e senza tregua, dotata di ritmo frenetico e rara spietatezza, vissuta all'interno di quattro mura claustrofobiche dove non esistono ripari che durino più di qualche secondo. Il terribile design di Zuni, la sua vocetta maligna e un finale a effetto completano l'opera e rendono Amelia giustamente indimenticabile, nonché valido motivo per recuperare tutto il film. Provare per credere! 


Del regista Dan Curtis ho già parlato QUI mentre Karen Black, nei ruoli di Julie, Millicent, Therese e Amelia, la trovate QUA.


George Gaynes
, che interpreta il dottor Chester Ramsey, era il commissario Lassard della saga di Scuola di polizia. Karen Black e Robert Burton, che interpreta Chad, erano sposati all'epoca delle riprese, invece la bambina con la bambola rotta è la figlia del regista. Nel 1996 è stato girato un seguito del film, Trilogia del terrore II, che però non ho mai visto; se Trilogia del terrore vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete i primi due Creepshow, I delitti del gatto nero, La morte dietro il cancello, Racconti dalla tomba e The Mortuary Collection. ENJOY!  

martedì 25 giugno 2024

Inside Out 2 (2024)

Il giorno stesso dell'uscita mi sono fiondata al cinema per vedere Inside Out 2, diretto e co-sceneggiato dalla regista Kelsey Mann.


Trama: Riley è arrivata a 13 anni aiutata dalle sue emozioni, ma con l'arrivo della pubertà la sua testa si riempirà di nuovi, inquietanti elementi...


Inside Out
mi aveva rapito il cuore e la mente, e ancora oggi ritengo sia uno dei più bei film Pixar mai realizzati. Avevo un mix di aspettative e timori all'idea di un seguito, ma ho deciso comunque di dargli fiducia, perché mi interessava sapere come sarebbe cresciuta Riley. Introdotto da una bella botta di nostalgia, nella forma dello storico score di Michael Giacchino (che ovviamente mi ha spinta alle lacrime quando il film non era neppure ancora cominciato), Inside Out 2 inizia due anni dopo la fine del primo e ci mostra delle emozioni solide ed equilibrate, che lavorano in perfetta sintonia per fare di Riley un gioiellino di ragazza. "Io sono una brava persona" è il nucleo della personalità della protagonista, un nucleo che Gioia e gli altri cercano di preservare con tutte le forze, eliminando e nascondendo tutto ciò che potrebbe intaccarlo; le emozioni "base" non hanno, però, fatto i conti con la pubertà, che introduce altri destabilizzanti colleghi all'interno della mente di Riley. Invidia, Imbarazzo, Ennui e, soprattutto, la terribile Ansia, scuotono dalle fondamenta la semplice e dolce ragazzina, proprio nel momento di transizione tra scuole medie e liceo, quando un breve campo estivo di hockey diventa il fondamentale crocevia per determinare il futuro successo. In maniera non dissimile dal primo Inside Out (di cui ricalca anche la struttura narrativa e una serie di situazioni) anche il secondo capitolo contiene un importante monito a non ignorare né le emozioni né le esperienze negative, perché contribuiscono ad alimentare la complessità e la conseguente ricchezza del nostro carattere, facendoci crescere come persone, per quanto imperfette. L'esperienza evita che le emozioni ci governino e ci permette di controllarle e richiamarle secondo la nostra volontà, salvo inevitabili ricadute in momenti particolarmente stressanti o emotivamente soverchianti, com'è comprensibile per un individuo equilibrato. Nel suo percorso di crescita, l'adolescente Riley si riconferma così un personaggio col quale è facile empatizzare e in cui ci si può riconoscere, e lo stesso vale per Gioia, Tristezza e tutti i loro compagni, che crescono ed evolvono assieme alla loro "umana".


Forse perché l'Ansia è una mia costante esistenziale, mi sono riconosciuta parecchio in quel tarlo insinuante che parla senza sosta, non richiesto, scodellando una serie infinita di scenari mentali da incubo, e ho trovato la rappresentazione del passaggio tra infanzia e adolescenza molto realistica. A parer mio i realizzatori sono riusciti a renderlo molto angosciante, in virtù delle scelte sbagliate intraprese da Riley e per la visione da incubo di un nucleo positivo sempre meno luminoso; i richiami alla morte "figurata" e alla depressione sono palesi, inoltre ho apprezzato tantissimo la rappresentazione di un attacco di panico in piena regola, di quel momento in cui il cervello si blocca in una frenesia terrorizzata e senza via d'uscita. In generale, Inside Out 2 mi è sembrato ancora più dolceamaro del primo e alcune prese di coscienza, sia della protagonista che delle sue emozioni, mi hanno commossa parecchio. Per quanto riguarda la realizzazione, Inside Out 2 è bello quanto il suo predecessore. L'interazione tra mondo reale e mentale non presenta sbavature ed è molto emozionante, soprattutto è bello vedere l'evoluzione dei coloratissimi luoghi introdotti nel 2015, con interessanti aggiunte alla mente di Riley, funzionali alla sua crescita; l'idea di inserire una sorta di lago da cui si dipanano tutte le "ramificazioni" delle esperienze della protagonista è vincente, e si traduce in una miriade di splendide immagini. Passando ad argomenti più faceti, da appassionata (giuro) di La casa di Topolino, ho adorato, tra le tante parodie presenti all'interno del film, la presenza di un simil-Toodles che mi ha fatta piegare dalle risate in più di un'occasione, un colpo di genio forse un po' autoreferenziale, ma comunque sempre un colpo di genio. Anche il character design delle nuove emozioni è assai intelligente, con l'apice di preferenza personale raggiunto con Ennui, talmente molla e scazzata dalla vita da avere un modo tutto suo di muoversi senza spendere troppe, inutili, energie (viceversa, Invidia non mi ha detto nulla, e più che un vergognoso peccato capitale mi è sembrato il comprensibile, per quanto disperato e spesso sbagliato, desiderio di conformarsi a persone che si ammirano). Dopo il deludente Lightyear, nonostante non fosse sequel ma spin-off, la Pixar si è rimessa sul giusto cammino e ammetto di non vedere l'ora che esca un terzo capitolo di Inside Out che faccia luce sul terrificante mondo degli adulti!  


Di Maya Hawke (Ansia), Tony Hale (Rabbia), Diane Lane (Mamma), Kyle MacLachlan (Papà), Paul Walter Hauser (Imbarazzo), Frank Oz (Dave il poliziotto), Pete Docter (Rabbia di papà) e Flea (Jake) ho già parlato ai rispettivi link.

Kelsey Mann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio e prima ha lavorato principalmente come storyboarder. E' anche animatore e doppiatore.


La doppiatrice originale di Ennui è Adèle Exarchopoulos, la protagonista di Vita di Adèle, mentre in Italia il personaggio è stato affidato a Deva Cassel, la splendida figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel. Se Inside Out 2 vi fosse piaciuto, recuperate Inside Out e Soul. ENJOY! 


venerdì 21 giugno 2024

Kinds of Kindness (2024)

In ritardo rispetto al mondo, per colpa della durata elefantiaca, sono riuscita a recuperare al cinema Kind of Kindness, diretto e co-sceneggiato dal regista Yorgos Lanthimos.


Trama: nel primo episodio un uomo d'affari decide di liberarsi dalla pesante influenza del suo capo; nel secondo, un poliziotto viene assalito dal dubbio che la donna salvatasi dopo un incidente in mare non sia la sua vera moglie; nel terzo, i membri di una setta cercano il loro messia dai poteri miracolosi.


Benché Kinds of Kindness sia un film a episodi, ho deciso di non dedicare a ciascuno di essi un paragrafo come faccio di solito, soprattutto per evitare inutili spoiler a chi dovesse ancora vedere il film. In seconda istanza, preferisco prendere Kinds of Kindness come un'opera unica, profondamente legata ai primi lavori di Lanthimos, all'interno della quale si possono ritrovare tutti i temi che erano preponderanti nel grottesco Dogtooth. Proprio "grottesco" è l'aggettivo giusto per definire le vicende narrate nel film, all'interno del quale tre questioni profondamente serie e drammatiche offrono risvolti inaspettatamente ridicoli, se non addirittura comici, privando i protagonisti della loro importanza di fronte alla vastità dell'universo e dell'inconoscibile. I personaggi principali di ogni episodio sono, infatti, dei poveri inetti con grosse difficoltà a rapportarsi con l'esistenza; forse per questo motivo, attirano su di loro l'altrui volontà di prevaricare o cercano spontaneamente qualcosa che dia loro uno scopo anche a costo di spersonalizzarsi e incappare in grosse cantonate. I kinds of kindness del titolo originale sono atti di devozione che sfociano nell'insano e nel perverso e rappresentano il fil rouge che porta avanti la poetica del regista, fatta di sentimenti distorti che spingono al controllo dei sentimenti (o all'anaffettività) e dei comportamenti altrui, spesso alla ricerca di una perfezione impossibile che sfocia in frustrazione e in inevitabile violenza. L'esempio perfetto di tutto ciò, nonché il mio episodio preferito, è il primo, che scava proprio in un rapporto di inquietante dipendenza da cui il protagonista cerca di fuggire; mirabile sintesi di tutto ciò che adoro in Lanthimos, è espressione del masochismo più puro ma, a modo suo, è anche tristemente tenero. C'è della tenerezza anche nel secondo episodio, ma ammetto di non averlo capito. Probabilmente, sono stata distratta dalle potenziali implicazioni fantascientifiche o horror richiamate dalla trama e dalla generale impressione che il poliziotto protagonista abbia trovato la "soluzione" al suo problema senza rendere partecipe il pubblico, tuttavia non ho capito dove volesse andare a parare il tutto e la "rivelazione" buttata lì en passant con un sogno raccontato non ha granché giovato. Il terzo episodio torna ad essere più comprensibile e ammetto di avere riso parecchio durante la visione, forse perché è costruito come una parodia di tutte le sette religiose che infestano sia il mondo che le opere di finzione. Nonostante l'abbondanza di aspetti e rituali ridicoli, per non parlare della protagonista goffa e di una serie di inenarrabili sfighe, anche questo episodio nasconde un cuore tragico, fatto di persone che hanno perso loro stesse e sono bloccate in un limbo di prospettive sgradevoli, alla mercé di chiunque voglia approfittarsi di loro o, peggio ancora, offrire aiuti non richiesti che minacciano di distruggerle. 


A prescindere da ogni considerazione personale, come ha detto la mia amica a fine visione "il film è zeppo di chicche", quindi anche nell'episodio meno riuscito ci sono momenti di puro genio che valgono la visione di Kinds of Kindness. Un altro aspetto che ho gradito tantissimo è il ritorno a una regia e una fotografia meno barocche rispetto a Povere creature! e, per quanto mi riguarda, molto più efficaci. Lo spaesamento dei personaggi, il loro essere protagonisti di una tragicommedia sulla quale non hanno alcun controllo, vengono enfatizzati da inquadrature dove sono gli sfondi (naturali o artificiali) ad essere preponderanti sulla figura umana; interni eleganti ma asettici diventano gli spettatori della desolazione dei protagonisti, oppure questi ultimi percorrono strade apparentemente senza fine, per non parlare del modo in cui persino la casetta di due sposi innamorati si priva di calore e si trasforma in ulteriore mezzo di incomunicabilità. Aggiungo inoltre che l'assurda colonna sonora di Jerskin Fendrix, inframmezzata da pezzi più pop e accattivanti, mi ha lasciata spiazzata in più di un'occasione, in particolare quando cupi cori arrivano a sottolineare i momenti più inquietanti o rivelatori. Gli attori, infine, meriterebbero un post a parte. Jesse Plemons è patrimonio mondiale, nonché avviato a percorrere la strada di un altro grande a lui molto simile per "colori" e corporatura, Philip Seymour Hoffman, e meriterebbe davvero che i registi gli cucissero addosso ruoli in bilico tra il weird e il drammatico, perché gli calzano alla perfezione. E lo so che tutti siete andati al cinema per Emma Stone, altrettanto a suo agio e palesemente divertita, però stavolta le ho preferito il biondo co-protagonista, che riesce a tenere testa persino a Willem Dafoe (divino, che ve lo dico a fare?) e a LUI. Con lui, intendo Yorgos Stefanakos, fantastico signor nessuno dalla faccia di pancotto, che arriverà a riempire ogni vostro pensiero e a perseguitarvi nel sonno: è forse lui un Dio? E' forse un silenzioso agente del caos? E' forse un tizio che voleva semplicemente mangiarsi un panino senza fare troppo casino, invano? Chissà. Vi toccherà guardare Kinds of Kindness per scoprirlo!


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Margaret Qualley (Vivian / Martha / Rebecca / Ruth), Jesse Plemons (Robert / Daniel / Andrew), Hong Chau (Sarah / Sharon / Aka), Willem Dafoe (Raymond / George / Omi), Mamoudou Athie (Will / Neil / Infermiere all'obitorio) e Emma Stone (Rita / Liz / Emily) li trovate invece ai rispettivi link.



giovedì 20 giugno 2024

Ciao, Arwen.

Scopro solo oggi che il mese scorso è scomparsa Laura Bisanti, la nostra Arwen Lynch, che da tempo era malata di cancro.

Potrà sembrare ipocrita un post in suo onore, considerato che per avere sue notizie mi affidavo all'algoritmo di Facebook e che non sempre mi ritrovavo con le sue opinioni, ma Arwen era uno dei pilastri di una comunità di blogger cinefili che sta scomparendo e la passione che ci accomunava era più che sincera. Il cinema era la sua vita, il suo sostegno, la sua isola felice: Arwen divorava con lo stesso entusiasmo sia le pellicole d'autore che quelle "pane e salame", e questo suo entusiasmo mi mancherà tantissimo.

Da appassionata Lynchiana qual eri, spero che il tuo spirito abbia raggiunto la Loggia Bianca. O che almeno si sia ricongiunto a tuo fratello e tua mamma. Che la terra ti sia lieve.



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