domenica 10 febbraio 2019

Still/Born (2017)



Nella classifica dei migliori film horror usciti su Shudder nel 2018 era presente anche Still/Born, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Brandon Christensen.


Trama: Mary è una neo-mamma che ha dovuto soffrire la morte di uno dei due gemellini che portava in grembo. Distrutta dalla tragedia, la donna cerca consolazione nel piccolo Adam, almeno finché comincia ad avvertire una presenza demoniaca che vuole portarglielo via...



Prima di cominciare il post un piccolo avvertimento: se siete neo-mamme, neo-papà o non potete escludere di essere in stato di gravidanza, NON cominciate a guardare Still/Born nemmeno per sbaglio. Come horror non è eccessivamente spaventevole, il problema è che va a toccare argomenti come la morte dei bambini durante il parto, la depressione post-gravidanza e altre patologie ancora più gravi, inoltre fa un uso inquietante di aggeggi come il baby monitor, che dopo un film simile non vorrei mai avere in casa. Insomma, non è la pellicola ideale per chi si ritrova ad avere a che fare con un tenero pupetto in fasce, per gli altri invece è un horror non eccelso ma comunque abbastanza interessante, che gioca con lo spettatore tenendolo sul chi va là per buona parte della sua durata. Protagonista del film è Mary, giovane mamma che nel giorno più felice della sua vita ha visto morire uno dei gemellini che stava partorendo; ad aggiungersi al dolore del lutto e alle incertezze della prima maternità, c'è un marito devoto ma in carriera, costretto a lasciare sola la moglie per periodi più o meno lunghi in una casa lussuosa ma nuova e quindi sconosciuta, la lontananza di parenti e amici... e, ovviamente, l'inizio inaspettato di eventi inquietanti interamente legati al pargoletto defunto. Mary comincia così a venire perseguitata da qualcosa che solo lei vede e sente, un'entità che vuole il bambino scampato alla morte, il che, ovviamente, la rende pazza agli occhi degli altri... o, forse, Mary è VERAMENTE pazza, affetta da una depressione sfociata nella psicopatia? L'aspetto interessante di Still/Born è proprio questo clima di incertezza e paranoia che si trasmette dalla protagonista allo spettatore. A un certo punto, tra teschi e parole sussurrate, sembrerebbe quasi di essere incappati in un emulo di Rosemary's Baby, dove tutti complottano affinché Mary si convinca di essere pazza e lasci il piccolo Adam incustodito, alla mercé della demonessa che tanto lo brama; in altri momenti, la natura della minaccia demoniaca è impossibile da mettere in discussione, in altri si arriva a dubitare della sanità mentale della protagonista, il tutto senza soluzione di continuità e senza che il finale offra allo spettatore delle certezze.


E' un bene che Still/Born goda di una sceneggiatura in grado di avvincere lo spettatore nonostante l'utilizzo di parecchi cliché del genere, perché la pellicola non possiede molto altro per farsi ricordare. Diretto dal tecnico degli effetti speciali di Deserto rosso sangue nonché produttore di quello e di un altro horror che devo recuperare (What Keeps You Alive. Se volete sapere il perché di questa impellenza, leggete QUI), per quel che riguarda la regia Still/Born non ha guizzi particolari, nemmeno quando la trama potrebbe prevederli, come per esempio durante le apparizioni della demonessa o persino nel corso della festa di Halloween, diretta con raro piattume; sul finale, il connubio tra montaggio e regia crea invece momenti di suspance, soprattutto grazie al fulcro della sequenza,  ma per il resto, come si suol dire, "calma piatta". Nulla di trascendentale neppure il make up della demonessa, mostrata poco probabilmente per esigenze di budget, mentre devo ancora trovare un'opinione definitiva su Christie Burke, l'attrice che interpreta Mary. In mezzo a un cast composto da faccette familiari ma non particolarmente memorabili (salvo Michael Ironside che però è sprecato), indubbiamente quest'attrice dagli occhi spiritati e dagli atteggiamenti esagerati o esageratamente depressi spicca ma non ho capito se per la bravura (le urla che emette e l'ansia che trasmette nella già citata sequenza finale sono notevoli) o per la sua natura di cagna maledetta, che raggiunge l'apice soprattutto quando vuole fare la pazza a tutti i costi, come nel confronto con la procace vicina di casa. Comunque, a parte quest'incertezza, è innegabile che Still/Born sappia toccare le corde più profonde dello spettatore, mettendo anche un po' di inquietudine, quindi è un film che merita una visione, anche disimpegnata.


Di Jesse Moss, che interpreta Jack, ho già parlato QUI mentre Michael Ironside, che interpreta il Dr. Neilson, lo trovate QUA.

Brandon Christensen è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Probabilmente canadese, è anche produttore, tecnico degli effetti speciali e attore.


venerdì 8 febbraio 2019

L'esorcismo di Hannah Grace (2018)

Ogni tanto una pausa dal recupero pre-Oscar è doverosa, anche solo per rinfrescare il cervello. Visto che è uscito al cinema, mercoledì sono quindi andata a vedere L'esorcismo di Hannah Grace (The Possession of Hannah Grace), diretto nel 2018 dal regista Diederik Van Rooijen.


Trama: un'ex poliziotta con problemi di droga e alcool si ritrova a fare il turno di notte nell'obitorio dell'Ospedale di Boston. Tutto sembra andare per il meglio, finché il cadavere della giovane Hannah Grace non viene portato nella struttura...


L'esorcismo di Hannah Grace (che esorcismo, in effetti, non è, come da titolo originale, bensì possessione) è un horror che parte dalla fine, ovvero dalla morte della persona posseduta, relegando giusto ai primi minuti di film la solita tiritera a base di crocefissi, ringhi e preti sbattuti contro il muro che quest'anno, visti i trailer pre-pellicola, parrebbe andare per la maggiore. Questo è sicuramente il pregio maggiore di un film altrimenti dimenticabile, né bello né brutto, imperniato sullo jump scare e soprattutto sull'incredibile fastidio (almeno per me) di vedere una creatura dinoccolata, invertebrata, storta e scrocchiante deambulare sullo schermo a velocità intollerabili, cosa che ovviamente mi ha portata a strillare in più di un'occasione. Se non siete come me, L'esorcismo di Hannah Grace rischia di non farvi paura nemmeno durante la visione, perché spesso il film sbaglia i tempi e, invece di battere il ferro finché è caldo rimanendo sui binari dello spavento continuo, spesso si sofferma su evitabilissimi approfondimenti dei problemi mentali e di dipendenza della protagonista, i quali diversamente dal solito non inficiano particolarmente la sua credibilità. Ne L'esorcismo di Hannah Grace la protagonista viene sì rimbrottata per le sue abitudini, per così dire, ma la sua sanità mentale non viene mai messa in dubbio e più o meno tutti arrivano ad accettare che ci sia "qualcosa" all'interno dell'obitorio, non necessariamente una cadaverA posseduta ma comunque qualcosa che non dovrebbe esserci e che potrebbe rappresentare un pericolo. Detto questo, la razionalità va lo stesso a farsi friggere spesso e volentieri: per esempio, dopo un'aggressione il lavoro di Megan prosegue come se niente fosse e a nessuno dei suoi superiori viene in mente di costringere una tizia ex drogata e traumatizzata a tornarsene a casa per riposare fino al giorno dopo. Tranquilli, tutto sotto controllo.


Avevo detto che il pregio maggiore di L'esorcismo di Hannah Grace è l'incipit un po' diverso ma in realtà un altro dei suoi punti forti è l'ambientazione. Se non ricordate Last Shift fareste bene a recuperarlo o prima o dopo aver visto L'esorcismo di Hannah Grace perché il senso di claustrofobia dato dalla situazione di solitudine combinata all'ambiente chiuso e asettico dell'obitorio è qualcosa che Diederik Van Rooijen riesce a gestire alla perfezione grazie all'ausilio di luci al neon ballerine, pareti bianchissime e luci d'emergenza rossastre combinati a vetri e porte automatiche dietro alle quali potrebbe nascondersi qualunque cosa. A proposito di qualunque cosa, un plauso andrebbe fatto anche alla giovane Kirby Johnson, perfettamente a suo agio nei panni della posseduta prima e della cadavera dopo; non è tanto quando la fanciulla strilla e urla ma quando, viceversa, rimane immobile e cadaverica con quel guizzo inquietante negli occhi a mettere ansia, complice anche un ottimo make up che contrasta con effetti speciali non sempre all'altezza e con una certa ripetitività nel modus operandi seguito da Hannah Grace nell'uccidere le sue vittime. C'è poi anche quel finale a perplimermi un po', apparentemente buttato lì in fretta e furia come se il tempo a disposizione di regista e sceneggiatori a un certo punto fosse venuto a mancare e avessero dovuto risparmiare su un paio di passaggi ( in effetti il film sarebbe stato pronto già nel 2016 ma un cambio ai vertici della casa di produzione ha allungato la post-produzione e modificato il finale), ma in definitiva ho visto di molto peggio e L'esorcismo di Hannah Grace è uno di quei film che merita comunque la sufficienza. Anche se, in questi tempi di rinascita horror, la sufficienza somiglia tanto a un voto negativo.

Diederik Van Rooijen è il regista della pellicola. Olandese, ha diretto film come Taped. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 44 anni.


Nick Thune interpreta Randy. Americano, ha partecipato a film come Molto incinta, Johnson il cattivo, Dave Made a Maze, Venom e a serie quali Non fidarti della str**** dell'interno 23; come doppiatore ha lavorato in American Dad!. Anche sceneggiatore, produttore e compositore, ha 40 anni e film in uscita.


Shay Mitchell, che interpreta Megan Reed, era una delle protagoniste di Pretty Little Liars. Se L'esorcismo di Hannah Grace vi fosse piaciuto recuperate Last Shift e Autopsy. ENJOY!




giovedì 7 febbraio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 7/2/2019

Buon giovedì a tutti! Serve il vecchio Clint a rendere meno loffia una settimana cinematografica non proprio esaltante. ENJOY!

Il corriere - The Mule
Reazione a caldo: Ah che indecisione!
Bolla, rifletti!: Gli ultimi film di Eastwood, a dirla tutta, non mi hanno proprio convinta al 100%. Siccome c'è ancora qualcosa che vorrei recuperare dalla settimana scorsa, aspetterò lumi da cinefili più fiduciosi.

10 giorni senza mamma
Reazione a caldo: Anche no, grazie.
Bolla, rifletti!: Voglio bene a De Luigi ma questo film mi è sembrato la solita cretinata comico-educativa fin dalle prime interviste e dai primi trailer, quindi bocciato.

Remì
Reazione a caldo: Preventivamente, tocco ferro.
Bolla, rifletti!: Non guardavo Remì da bambina, perché lo trovavo deprimente a livelli intollerabili, non lo guarderò di sicuro adesso, con l'inquietante Vitali dalla voce di pederasta. Eeew.

Al cinema d'élite arriva un film celebrato all'ultimo Festival del Cinema di Torino.

Le nostre battaglie
Reazione a caldo: Oddio...
Bolla, rifletti!: Questo film parla di familiari assenti, del lavoro che inghiotte ogni cosa e di domande profondamente esistenziali. Sicuramente è bello ed interessante ma troppo "peso" per me, ché solo l'idea mi fa venire l'ansia.

mercoledì 6 febbraio 2019

Se la strada potesse parlare (2018)




A Savona è arrivato anche Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk), diretto e co-sceneggiato da Barry Jenkins a partire dal romanzo omonimo di James Baldwin e candidato a tre premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Attrice Non Protagonista (Regina King) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Trish e Fonny sono due innamoratissimi giovani di colore, il cui idillio viene spezzato da un'accusa di stupro ai danni del ragazzo. Trish, incinta, cerca di aiutarlo come può...


Dopo aver letto la recensione della Poison giuro che ero pronta ad aspettarmi il peggio da Se la strada potesse parlare e ammetto che di tanto in tanto, nel corso della visione, ripensavo alle sue parole e ridevo tra me e me. Perché è vero, il film di Barry Jenkins, pur durando un minuto meno delle canoniche due ore che ormai raggiungono persino i cartoni animati, ha dei tempi dilatatissimi, forse più di Roma, e in questi attimi che paiono infiniti si riversa tutto il sentimento d'aMMore che unisce gli sfortunati Trish e Fonny, giovanissimi ragazzi di colore nell'America degli anni '70. I due, per citare la Poison, "si guardano negli occhi" per un totale di almeno un'ora, si sorridono, si contemplano, si toccano, fanno all'amore, mentre tutto attorno a loro sembra non contare più nulla e il mondo diventa improvvisamente rosa, delicatamente illuminato da luci soffuse. Ma stiamo pur sempre parlando di giovani di colore in America, negli anni '70, e se Beale Street potesse parlare direbbe che persino i ragazzi innamorati dovrebbero stare attenti a non pestare i piedi al poliziotto bianco e stronzo sbagliato; così, senza sapere né come né perché e con un figlio in arrivo, Fonny si ritrova sul groppone un'accusa di stupro fasulla e tuttavia impossibile da confutare, perché la vittima, dopo aver testimoniato contro di lui, fugge in Portorico. Dal canto suo, Trish rimane invece incinta e se la famiglia di lei, nonostante la giovanissima età, accetta di fare innumerevoli sacrifici per aiutare lei, il nascituro e il genero, la famiglia di lui (tranne il padre) se ne lava le mani a causa di una madre orribilmente bigotta che avrebbe potuto e dovuto essere sfruttata di più. Stop, il film è "tutto qui". C'è la gioia di essere innamorati, il dolore di doverlo essere in un luogo dove si viene presi a pesci in faccia per il colore della pelle e dove anche chi è buono e retto è costretto a piegarsi al crimine a causa della povertà e dei pregiudizi, c'è la ferma volontà di lottare per preservare se stessi e le persone amate dalle brutture del mondo, il che, almeno per me, è abbastanza da non riuscire a tirare fuori il giusto cinismo della Poison.


E poi, non so, Barry Jenkins ha qualcosa che già mi aveva conquistata col tanto vituperato Moonlight e che mi impedisce di essere cattiva. Forse sono la sua capacità di infondere grazia e bellezza anche in situazioni dove due qualità simili sarebbero impossibili da trovare e il coraggio di metterle da parte quando la situazione lo richiede, come durante il confronto durissimo tra le famiglie di Fonny e Trish o quello, devastante, tra Sharon e la vittima dello stupro, personaggio contemporaneamente odioso e degno di pietà. Forse, banalmente, sarà che ho guardato Se la strada potesse parlare con opportune pause, senza sciropparmelo tutto dall'inizio alla fine rischiando l'effetto tedio. Tuttavia, è vero, Fonny e Trish sono anche TROPPO innamorati, eppure c'è una tale devozione nel loro sguardo, una tale fiducia (o speranza?) nella forza del loro amore, che alla fine si arriva a tifare un po' per loro, a sperare che i destini di coloro che vivono nella squallida Beale Street possano cambiare, per una volta, alla faccia di chi si impegna per farli rimanere sempre tristemente uguali. Sarà il potere della colonna sonora, bellissima e raffinata, di Nicholas Britell, che esplode nell'evocativa Eros, simbolo della passione tra i due protagonisti, sincera ed idilliaca come pochissime altre melodie utilizzate per creare il mood dell'unione fisica tra due personaggi. Anzi, probabilmente la colonna sonora è l'unica cosa davvero memorabile di Se la strada potesse parlare, e compensa due giovani protagonisti dotati indubbiamente di enorme alchimia ma non particolarmente eccelsi nella recitazione (lui biascica per mezzo film, lei è a tratti inutilmente leziosa, troppo per essere una voce narrante), fortunatamente supportati da un cast di "vecchi" all'altezza. Sarei curiosa di vedere se il romanzo da cui il film è tratto lascia così in secondo piano tutte le interessanti vicende familiari e i piccoli problemi criminali accennati qui e là nella pellicola di Jenkins ma, nell'attesa, direi che Se la strada potesse parlare non è uno dei peggiori recuperi pre-Oscar e vi consiglio di darci comunque un'occhiata. Magari, anche voi vi riscoprirete teneroni!


Del regista e co-sceneggiatore Barry Jenkins ho già parlato QUI. Diego Luna (Pedrocito), Finn Wittrock (Hayward), Ed Skrein (Agente Bell), Pedro Pascal (Pietro Alvarez), Colman Domingo (Joseph Rivers) e Dave Franco (Levy) li trovate invece ai rispettivi link.

Regina King interpreta Sharon Rivers. Americana, ha partecipato a film come Jerry Maguire, Nemico pubblico e a serie quali 24, The Strain e The Big Bang Theory. Anche regista e produttrice, ha 48 anni.






martedì 5 febbraio 2019

Green Book (2018)

La notte degli Oscar si avvicina a grandi passi e fortunatamente anche il multisala di Savona si adegua. Così, domenica sono riuscita a vedere Green Book , diretto nel 2018 dal regista Peter Farrelly e candidato a cinque statuette: Miglior Film, Miglior Attore Protagonista (Viggo Mortensen), Miglior Attore Non Protagonista (Mahershala Ali), Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio. 


Trama: Tony Lip, buttafuori italo-americano del Copacabana, si ritrova per carenza di lavoro a far da autista a Don Shirley, raffinato pianista di colore, durante un tour nel profondo sud americano.


Green Book è un affare di famiglia, letteralmente. Co-sceneggiato da Nick Vallelonga, figlio del vero Tony Lip, popolato dai veri membri del clan Vallelonga in diversi ruoli di genitori, fratelli e figli, profuma di Soprano e Quei bravi ragazzi (Tony Lip ha partecipato sia all'uno che all'altro) e forse è per questo che l'ho adorato dal primissimo fotogramma. Sinceramente, non sono una che si infastidisce con lo stereotipo dell'italo-americano, anzi, soprattutto quando viene reiterato da coloro che italo-americani lo sono e che, immagino, non si ritrarrebbero così se non si riconoscessero nei tratti esagerati di mangioni dall'accento pesante e dal turpiloquio generoso, sempre un po' ai margini della legalità. L'unica cosa che mi ha lasciata dubbiosa, in effetti, alla fine di Green Book, è l'eccessiva tolleranza dimostrata da Tony Lip nei confronti del Dottor Don Shirley, la capacità quasi ingenua di accettarlo nonostante il colore della pelle arrivando a vederne dopo pochissimo le qualità intrinseche nella persona, forse una concessione di un figlio devoto al padre. Ma, in sostanza, chissenefrega a un certo punto, perché Green Book è un film divertentissimo e coinvolgente, privo della volontà di far commuovere a tutti i costi (altrimenti avrei passato il tempo col fazzoletto in mano), pronto a far riflettere lo spettatore sul valore dell'amicizia e, soprattutto, della dignità umana, tanto spesso sottovalutata ma a mio avviso fondamentale in tempi bui e razzisti come questi. Green Book è l'esilarante e spesso dolente storia di un reietto, un pianista classico di colore che, nonostante il prestigio e le buone maniere, per i bianchi è poco più di una scimmietta beneducata, un raffinato fenomeno da baraccone, mentre per i suoi conrazziali è letteralmente una mosca bianca, qualcuno da cui prendere le distanze in quanto "venduto"; ad accompagnare quest'uomo malinconico in un viaggio verso le terre più razziste d'America, un "working class hero" incapace di vedere più in là del suo naso, concentrato sul presente, sulla famiglia, sui soldi, soprattutto sul cibo. Tony Lip è naif ma non stupido, ha un codice d'onore, se così si può chiamare, tutto suo, il codice della strada in cui è cresciuto, e del resto del mondo gliene frega poco o nulla, aspetto del suo carattere che, dopo l'iniziale titubanza, gli consente di fare da autista per un cliente molto scomodo, pieno di fisime e soprattutto d'orgoglio, giustamente poco propenso a chinare il capo davanti alle assurde leggi razziali ancora in vigore in buona parte degli Stati Uniti.


Insomma, una strana coppia se mai ce n'è stata una (ancora più strana, in effetti, di quella presentata in A spasso con Daisy, spesso nominato da chi ha criticato aspramente Green Book) che funziona e conquista un pubblico sempre più interessato alle vicissitudini del duo e allo sviluppo del loro rapporto, non solo grazie ad una bella scrittura ma anche e soprattutto grazie ad una coppia di attori straordinaria. A Viggo Mortensen non gli si può dire nulla, davvero. Se ci fosse bisogno di un'ulteriore conferma del suo talento di attore, la sua performance in Green Book fugherebbe ogni dubbio. Come sempre, il mio unico vero rimpianto è quello di non aver visto il film in lingua originale solo per sentirlo parlare in italiano e con l'accento che aveva Tony Lip ne I Soprano, ma mi è bastato leggere il labiale e, soprattutto, concentrarmi sulla sua fisicità, sulle smorfie del volto, sui gesti, per capire che Mortensen ha nuovamente azzeccato tutto del personaggio, riuscendo con un'eleganza invidiabile a camminare sul filo sottilissimo tra genuinamente divertente e terribilmente farsesco. Il suo Tony Lip è una creatura "alla chef Rubio", trash all'inverosimile e succido, ma con un fascino nascosto impossibile da ignorare. Per contro, Mahershala Ali è un signore, e pensare che come attore non mi ha mai fatta impazzire. Se l'interpretazione di Mortensen è debordante, quella di Ali è misuratissima, elegante, si prende tutto il tempo di trasformare il manichino impagliato che è Don Shirley nelle prime scene in un uomo vero, sciogliendo a poco a poco il ghiaccio che gli stringe il cuore impedendo la naturalezza di sguardi e movimenti. Il calore, la disperazione, la solitudine profonda nascosti in Shirley, emergono concretizzandosi in espressioni dolentissime e rendono la danza armoniosa di quelle mani delicate (non tanto al piano, quanto piuttosto nei gesti quotidiani) ancora più elegante e raffinata. Green Book sarà anche paraculo e falsato, come da critiche italiane ed internazionali, ma ho preferito questa storia di amicizia vissuta all'apologia della self-made singer di A Star Is Born o all'edificante romanzo su Freddy Mercury. Un guilty pleasure dal sapore familiare e "peccaminoso", un po' come mangiare pollo fritto con le mani, direttamente dal secchiello.


Del regista Peter Farrelly ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Tony Lip), Mahershala Ali (Dottor Don Shirley), Linda Cardellini (Dolores) e P.J. Byrne (Direttore della casa discografica) li trovate invece ai rispettivi link.


Nick Vallelonga, figlio di Tony Lip, ha scritto il film ma interpreta anche Augie. Detto questo, se non avete mai visto A spasso con Daisy e vi fosse piaciuto Green Book, potrebbe essere arrivato il momento di recuperarlo! ENJOY!

domenica 3 febbraio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Un altro film che mi ero persa e che ho recuperato in vista degli Oscar è The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife), diretto nel 2017 dal regista Björn Runge, tratto dall'omonimo romanzo di Meg Wolitzer e candidato all'Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, Glenn Close.


Trama: quando lo scrittore Joe Castleman vince il Premio Nobel per la letteratura, lui e la moglie volano a Stoccolma ma l'evento felice si trasforma fin da subito in un crogiolo di risentimento...



Di The Wife mi avevano detto peste e corna ed effettivamente non sarà mai un film particolarmente memorabile, soprattutto per la carriera di una Glenn Close candidata per un ruolo meno interessante rispetto ad altri da lei interpretati (ricordiamoci che la Close ha mancato l'Oscar per Le relazioni pericolose e ho capito che l'ha battuta Jodie Foster ma, insomma, un po' di vergogna), tuttavia l'ho trovato una pellicola gradevole e angosciante, graziata da due attori bravissimi. Quella di The Wife è una storia che gioca di sottrazione. Ciò che è importante, infatti, non sono i dialoghi ma quello che non viene detto, gli sguardi degli attori, le loro espressioni che stridono con quello che dovrebbe, di regola, essere il momento più felice per i due protagonisti. Joe Castleman ha appena vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è innamoratissimo della moglie Joan. Quest'ultima è la sposa che tutti vorrebbero avere: premurosa, pratica, gestisce marito e famiglia come fosse la cosa più facile del mondo, sostiene la carriera dello sposo rimanendo defilata, in rispettoso silenzio. Eppure, c'è qualcosa nello sguardo e nell'atteggiamento di Joan che spinge lo spettatore a non credere all'illusione di un matrimonio e una vita perfetti. Si potrebbe banalmente pensare alla stanchezza di dover sopportare un ego grande come quello di Joe, di fare da balia a un uomo incapace di gestirsi e già vittima di diversi infarti, di essere sempre considerata solo "la moglie dello scrittore famoso", un oggetto o un cucciolo carino che quest'ultimo si porta appresso come un trofeo, e non le si potrebbe dare torto per questo, anche se l'invidia è sempre un sentimento biasimevole. Ovviamente, la questione è un po' più complicata e The Wife scopre le sue carte a poco a poco così che, anche se il segreto di Joan viene intuito fin dal primo flashback e rivelato definitivamente a metà film, è comunque interessante vedere come le parole taciute esplodono nelle mani consapevoli dei personaggi e di tutti quelli che, senza saperlo, sono stati toccati e afflitti da questo oscuro mistero.


Glenn Close e Jonathan Pryce sono entrambi molto bravi e sicuramente lei si accolla il personaggio più difficile, offrendo un'interpretazione misurata e silente, defilata, quasi lo spettatore si trovasse davanti una pentola che ribolle di una furia lasciata trapelare da occhiate gelide, da un contegno eccessivamente composto, da un'ironia in qualche modo triste; non nego che, per quanto abbia trovato superiore Olivia Colman, l'interpretazione di Glenn Close non mi è affatto dispiaciuta, anzi, l'ho trovata molto emozionante, soprattutto nei momenti di interazione col sottovalutato Jonathan Pryce, attore che a me è sempre piaciuto moltissimo e che si ritrova per le mani un personaggio codardo e fanfarone ma fondamentalmente, in qualche modo, odiosamente "buono", vittima di inettitudine e noncuranza più che di reale cattiveria. A mio avviso i due attori si equivalgono per quel che riguarda la bravura, l'unico vero difetto di The Wife è, piuttosto, la scelta di inserire dei flashback (per quanto indispensabili) caricati sulle spalle di due interpreti non particolarmente meritevoli, tra i quali figura peraltro la figlia di Glenn Close. Onestamente, per il resto la realizzazione generale del film non è granché degna di nota e The Wife si conferma semplicemente un prodotto ordinario, gradevole dall'inizio alla fine, capace di far emozionare sul finale (ammetto di avere pianto, cosa che non è successa con A Star Is Born, guarda un po') e anche di fare un po' riflettere sul trattamento riservato alle donne in campo artistico, con gli esponenti del cosiddetto sesso debole troppo spesso costretti a scegliere tra ciò che la società ritiene più opportuno per loro (famiglia, figli, matrimonio) e le proprie aspirazioni, ritenute frivole ed inutili. Un film non da Oscar e sicuramente non memorabile ma che lo stesso sono stata contenta di vedere.


Di Glenn Close (Joan Castleman), Jonathan Pryce (Joe Castleman), Christian Slater (Nathanial Bone), Harry Lloyd (Joe da giovane) ed Elizabeth McGovern (Elaine Mozell) ho già parlato ai rispettivi link.

Björn Runge è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto film come Daybreak. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e un film in uscita.


Max Irons, che interpreta David Castleman, è figlio dell'attore Jeremy Irons mentre Annie Starke, che interpreta Joan da giovane, è figlia della stessa Glenn Close. Quest'ultima, per inciso, avrebbe voluto Gary Oldman nel ruolo di Joe ma l'attore purtroppo non era disponibile. ENJOY!



venerdì 1 febbraio 2019

BlacKkKlansman (2018)

Il recupero dei film in vista della Notte degli Oscar procede con BlacKkKlansman, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Spike Lee partendo dal libro autobiografico Black Klansman di Ron Stalworth e candidato a sei premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista (Adam Driver) e Miglior Montaggio.


Trama: Ron Stalworth, poliziotto di colore da poco entrato nel corpo di polizia, ottiene l'incarico di infiltrarsi all'interno di una branca del Ku Klux Klan con l'aiuto del collega ebreo Flip Zimmerman.


Come sanno molti di quelli che mi conoscono e che leggono il Bollalmanacco, Spike Lee è un regista che non mi è mai andato molto a genio, salvo quella volta in cui ha diretto La 25sima ora, film obiettivamente splendido. BlacKkKlansman non si avvicina nemmeno per sbaglio alle vette di quella pellicola meravigliosa, ma è comunque una visione gradevole e, soprattutto, per nulla banale, che sfrutta i toni della commedia per raccontare una storia vera, di fatto e purtroppo mai conclusasi definitivamente. Siamo negli anni '70, in piena epoca di Ku Klux Klan e di rivendicazioni sociali (anche violente) da parte delle persone di colore, un periodo in cui il razzismo serpeggia ovunque e i bianchi non si sono ancora abituati all'idea di "diritti civili per tutti". Ron Stalworth, ragazzo di colore, decide di cambiare il sistema da dentro e di entrare nel corpo di polizia di Colorado Springs, aiutato da un po' di faccia tosta e dalla capacità di parlare americano corrente e non solo in jive, come lo definiscono sprezzanti i suoi colleghi; dopo qualche tempo passato in archivio, la recluta giustamente si scazza e decide di chiedere un lavoro più dignitoso, quello di detective, che lo porta a fare il doppio gioco all'interno di un gruppo di attivisti di colore... e a sdoppiarsi per infiltrarsi nella cellula locale del Ku Klux Klan. Ron Stalworth diventa quindi la ragionevole, suadente voce che convince i klansmen locali di volerlo a tutti i costi con loro e, fisicamente, si palesa agli incontri con la pelle bianca, il nasone e l'aplomb di Flip Zimmerman, guarda caso un poliziotto di origini ebraiche che riesce a conquistare persino i membri più diffidenti della cellula. Se Tarantino in Django Unchained dipingeva gli antenati del Ku Klux Klan come un branco di dementi Spike Lee non è da meno, ma invece di fungere da comic relief la rappresentazione di questo gruppo di invasati, ubriaconi e stupidi assortiti perculati da un nero e un ebreo mette solo una gran tristezza mista a un senso di angoscia che mantiene lo spettatore costantemente sul chi va là, perché obiettivamente le vicende di Stalworth hanno dell'incredibile e filano anche troppo lisce, quasi come un film di Bud Spencer e Terence Hill.


Infatti la gabola c'è, e BlacKkKlansman non è la commedia superficiale e demenziale che si intuiva dai trailer, fuorvianti quanto la presenza di dialoghi da buddy cop movie e dello stupidissimo Gran Sacerdote David Duke (peraltro, uomo realmente esistito che ha scoperto di aver avuto a che fare con un "negro" solo qualche anno fa). Il disagio di due realtà sociali pronte a scontrarsi da un momento all'altro, di slogan imbarazzanti perché riproposti anche nell'anno del Signore 2019, di un'ignoranza che serpeggia incontrollata e rende insensibili e ciechi di fronte alla Storia, il desiderio di rivendicazione violenta presente sia tra i bianchi che tra i neri, sono tutte costanti di BlacKkKlansman, la cappa oscura capace di rendere amara qualsiasi risata, qualsiasi tentativo di rendere cool una vicenda che farebbe invidia agli eroi della blacksploitation opportunamente citati nel corso del film e ciò che fa più male è vedere ribaltato il lieto fine con immagini prese di peso dalla realtà in cui viviamo. Il film è infatti dedicato alla memoria di Heather Heyer, investita da un'auto guidata da un neonazista e lanciata contro la folla di protestanti che stavano manifestando contro il raduno Unite the Right a Charlottesville, una delle purtroppo tante vittime di una stupida lotta razziale che non si è mai fermata, né in America né altrove. Per questo le valide interpretazioni di John David Washington, degno figlio di tanto padre, e Adam Driver sono divertenti ma anche tanto dolorose: Ron è un poliziotto di colore e per questo viene guardato con sospetto sia dai suoi colleghi sia dai suoi conrazziali in quanto "maiale", Skip è bianco ma è ebreo, che in un mondo "normale" non vorrebbe dire nulla ma agli occhi dei razzisti lo etichetta come ladro, assassino ed inferiore a prescindere dal colore della pelle. E' la consapevolezza di essere diversi senza un perché o il lento insorgere di questa consapevolezza a renderli profondi, a consentire loro di bucare lo schermo fino a raggiungere le coscienze degli spettatori. Quello descritto da Spike Lee è un cancro stupido, violento e schifoso che coi suoi tentacoli infetta ancora oggi il mondo in cui viviamo e ben vengano film come BlacKkKlansman a farci riflettere e vergognare, visto che la nostra memoria è labile quanto il nostro senso della realtà.


Del regista e co-sceneggiatore Spike Lee ho già parlato QUI. Alec Baldwin (Dr. Kennebrew Beauregard), Adam Driver (Flip Zimmerman) e Topher Grace (David Duke) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicholas Turturro interpreta Walker. Fratello di John Turturro, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Mo' Better Blues, Jungle Fever, Malcom X, Alla ricerca di Jimmy, World Trade Center  e a serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Hercules, The Twilight Zone, Tremors e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 56 anni e cinque film in uscita.


John David Washington, che interpreta Ron Stalworth, è figlio di Denzel Washington, Paul Walter Hauser, che interpreta Ivanhoe, era l'infamissimo Shawn di Tonya mentre Michael Buscemi, che interpreta Jimmy Creek, è il fratello di Steve Buscemi. Guest star d'eccezione, il cantante Harry Belafonte, che interpreta l'anziano Jerome Turner. ENJOY!


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