martedì 22 novembre 2022

Hocus Pocus (1993)

In occasione dell'uscita del secondo capitolo ho deciso di riguardare Hocus Pocus, diretto nel 1993 dal regista Kenny Ortega.


Trama: le tre sorelle Sanderson, streghe in cerca dell'eterna giovinezza, vengono impiccate nella Salem di fine '600 ed incautamente fatte risorgere in epoca moderna da Max e i suoi amici...


Non riguardavo Hocus Pocus da anni, nonostante ne conservassi un ricordo molto gradevole, e la visione a 41 anni non è stata funesta come avrei temuto. Certo, nel tempo sono arrivata ad associare il nome di Kenny Ortega a roba invereconda, ma fortunatamente all'epoca il regista non era stato ancora fagocitato dai musicarelli trash Disney e, grazie anche alla mano felice di sceneggiatori come Mick Garris, il quale qualcosina di horror ne ha sempre capito, Hocus Pocus era una bella visione già all'epoca ed è riuscito a resistere alle insidie del tempo. La trama, per chi non la conoscesse, incorpora elementi horror, come streghe che mangiano i bambini e fanno patti con Satana, zombi e maledizioni, a caratteristiche che rendono il film adatto a tutta la famiglia e molto meno spaventoso di uno Scuola di mostri, per intenderci, ma anche di Chi ha paura delle streghe, in quanto Hocus Pocus è dotato di un umorismo molto più marcato non solo a livello di dialoghi e situazioni ma anche per quanto riguarda la personalità delle tre sorelle Sanderson. Queste ultime sono la vera ragione per cui il film è diventato, col tempo, un cult, in quanto ognuna di loro è dotata di una personalità scoppiettante e ben definita che le rende divertenti e simpatiche anche quando il "gioco" dello sfasamento temporale, con tutto quello che ne consegue, si è esaurito (anche perché, ammettiamolo, il protagonista non è granché carismatico - lo surclassa spesso e volentieri la simpatica sorellina - e lo stesso vale per il suo love interest).


Bette Midler, Sarah Jessica Parker e Kathy Najimy sono le vere mattatrici del film, soprattutto le prime due. La "divina" Midler, neanche a dirlo, ha una presenza scenica preponderante che rende impossibile prendere sottogamba la sua Winifred anche nei momenti più divertenti (per non parlare di quel numero musicale che strappa ancora oggi applausi a scena aperta) e, tra tutte, è la sorella strega che può mettere addosso qualche brivido, soprattutto sul finale, e Sarah Jessica Parker, ancora libera dal fardello di Sex and the City, è una strega bellissima e sensuale, ma anche completamente svampita, uno spirito libero che non avrebbe sfigurato nel Coven dell'omonimo American Horror Story, perfetta nella sua commistione di elementi trash e sexy. La Najimy ha un personaggio tutto faccette che non ho mai sopportato granché ma, per fortuna, ci sono altri protagonisti "sovrannaturali" adorabili, come il Billy Butcherson di Doug Jones, zombi burtoniano di infinita dolcezza, e il micio Binx, il mio preferito dal 1993. A proposito di quest'ultimo, c'è da dire che neppure gli effetti speciali di Hocus Pocus sono invecchiati male, e il mix di gatti veri e animatronic risulta ancora oggi abbastanza naturale, così come sono ancora molto belli i costumi delle streghe e le varie scenografie utilizzate per il loro covo, mentre il film perde un po' a livello di regia, a tratti televisiva, e purtroppo manca anche di quella cattiveria che avrebbe potuto renderlo più graffiante e memorabile, se solo i realizzatori avessero puntato maggiormente sull'elemento horror invece di ammorbidirlo con racconti di formazione di fratelli che imparano ad amare le sorelline. Ma per carità, non starò io a sputare nel piatto in cui ho mangiato per anni, né ad impedirvi di riguardare Hocus Pocus, magari in compagnia di figli o nipoti che di sicuro si divertiranno tantissimo!
 

Del regista Kenny Ortega ho già parlato QUI. Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Thora Birch (Dani), Vinessa Shaw (Allison) e Doug Jones (Billy Butcherson) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il ruolo di Max era stato offerto a Leonardo DiCaprio, che ha rinunciato per girare Buon compleanno Mr. Grape, mentre Rosie O' Donnel ha rifiutato quello di Mary. Se Hocus Pocus vi fosse piaciuto recuperate il seguito, di cui parlerò a breve, e aggiungete Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Casper, Beetlejuice e The Nightmare Before Christmas. ENJOY!

venerdì 18 novembre 2022

Wendell & Wild (2022)

Siccome ho sempre adorato il genere, ho recuperato volentieri Wendell & Wild, diretto dal regista Henry Selick e disponibile su Netflix.


Trama: la tredicenne Kat, dopo la morte dei genitori e un'adolescenza passata in riformatorio, viene mandata in una scuola per ragazze e scopre di essere legata a due demoni pasticcioni, Wendell & Wild...


Henry Selick è per me amore dai tempi di Nightmare Before Christmas e quando ho letto il suo nome alla regia di Wendell e Wild mi sono sfregata le manine dalla gioia, visto che non realizzava più un lungometraggio dal 2009. Dopo la visione, posso dire che Selick è un po' sfortunato, poverello. A Nightmare Before Christmas la gente associa in primis il nome di Tim Burton, a Coraline quello di Neil Gaiman, mentre Wendell & Wild parrebbe principalmente frutto dello stile di Jordan Peele, tanto che probabilmente in futuro sarà il suo nome a venire associato a quest'opera animata. Nonostante l'aspetto gotico del film, presente ed innegabile, il fulcro della storia di Kat affonda infatti nel degrado di una città (s)popolata da minoranze, dove a farla da padroni sono i soldi di due dubbi riccastri che vorrebbero distruggere definitivamente il tessuto urbano per costruire un mega carcere in cui i detenuti non verrebbero riabilitati, bensì sfruttati per fare ulteriori quattrini; la morte dei genitori di Kat, devastata dal senso di colpa per essere sopravvissuta all'incidente che li ha uccisi, è il prodromo della morte di una città privata dei suoi abitanti più combattivi, portatori di valori quali famiglia e comunità, e la triste disumanità di chi è rimasto fa impallidire un inferno che, al limite, può essere giusto definito ripetitivo e "vecchio". I livelli di lettura di Wendell & Wild sono dunque molteplici, ma proprio questo è il suo difetto più grande, in quanto l'abbondanza di trame e sottotrame rallenta parecchio il ritmo della pellicola e, talvolta, rende più difficile l'armonizzazione tra temi, stili e personaggi, col risultato che questi ultimi sono poco approfonditi, spesso anzi sono solo abbozzati e dimenticati (la tutrice di Kat all'inizio, caratterizzata come donna forte e interessante, scompare dopo 2 minuti di film, le deliziose amichette di Siobhan sono meno di un comic relief, il collezionista di demoni è poco sviluppato, e potrei continuare).


Dal punto di vista della realizzazione, invece, Selick è Selick e non si discute. Premesso che, per puro gusto personale, non ho apprezzato granché il character design dei personaggi (la protagonista in particolare è bruttarella assai), ma un'opera animata in stop motion è qualcosa che riesce sempre a riempirmi il cuore di gioia e ammirazione, scatenate dalla consapevolezza di quanta bravura e pazienza ci voglia a realizzare ogni singola sequenza, tra costruzioni e movimenti di pupazzini, mezzi, scenografie, edifici e quant'altro. La fantasia visionaria del regista, assieme al suo gusto per la composizione delle scene, qui si manifestano soprattutto in presenza di Wendell e Wild, non a caso i personaggi titolari, che infondono gioiosa e macabra incoscienza a vari numeri di resurrezione con annesso trucco e parrucco (ho apprezzato molto lo spirito iconoclasta con cui ci viene proposto un prete truccato come Divine o quasi) e ci portano per mano in una dimensione infernale governata da un gigantesco demone vanesio, una sorta di Oogie Boogie un po' più indolente e magnanimo, che funge da "abitazione" bisognosa di strane cure. Ci sarebbero molti altri punti di forza all'interno del film, per esempio la bella colonna sonora interamente formata da pezzi black o il design tribale dei demoni personali di Kat, piuttosto che delle illustrazioni disegnate da Raul, ed è un peccato che si perdano all'interno di un film che, purtroppo, non ha la forza né la poesia dei cult realizzati in passato da Selick, al quale auguro di poter tornare in gran spolvero o con una storia interamente scritta da lui, oppure da qualcuno col quale sia più affine, perché qui ci sono talmente tante anime che il lungometraggio "infernale" è diventato un po' un purgatorio!   


Del regista e co-sceneggiatore Henry Selick ho già parlato QUIKeegan-Michael Key (voce originale di Wendell), Jordan Peele (co-sceneggiatore e voce originale di Wild), Angela Bassett (Sorella Helley), James Hong (Padre Bests) e Ving Rhames (Buffalo Belzer) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Wendell & Wild vi fosse piaciuto recuperate The Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere, Coraline e ParaNorman. ENJOY!

martedì 15 novembre 2022

Bolla Loves Bruno: L'ombra del testimone (1991)


Non mi sono dimenticata della rubrica Bolla Loves Bruno, ho solo dato la priorità all'ampissima selezione horror degli ultimi mesi. Oggi è venuto il momento di ricominciare, con L'ombra del testimone (Mortal Thoughts), diretto nel 1991 dal regista Alan Rudolph.


Trama: Cynthia, sposata e madre di due bimbi, viene interrogata in merito all'omicidio di James, il marito violento della sua migliore amica, Joyce. Cynthia è accusata di avere aiutato Joyce nel delitto e cerca di scagionarsi...


L'ombra del testimone è uno di quei film che avranno passato in TV migliaia di volte e che io, nonostante Bruce Willis, ho sempre ignorato, sicuramente perché pensavo che il ruolo dell'adorato Bruno fosse inconsistente o quasi. In effetti, le protagoniste della pellicola sono Demi Moore, all'epoca ancora moglie di Willis, e Glenne Headly, impegnate in due ruoli che hanno alcuni, superficiali punti in comune con i personaggi di Thelma e Louise (il film di Ridley Scott sarebbe uscito nei cinema solo un mese dopo L'ombra del testimone, per inciso); anche Joyce, come Thelma, è vittima di un marito violento, anche Cynthia viene coinvolta in un delitto non premeditato e deve fare tutto ciò che è in suo potere perché lei e l'amica non finiscano in carcere. La differenza, a parte lo stile con cui viene raccontata la vicenda e la trama, è che il legame tra le due, invece di venire cementato dalla tragedia, comincia a sfaldarsi anche in virtù di quella differenza sociale che già in partenza costituisce una spaccatura tra Cynthia e Joyce, la prima sposata ad un marito in carriera che ovviamente detesta gli amici della moglie, e la seconda invischiata per nascita e per scelta con criminali, drogati ed alcoolisti di ogni genere, incapaci di tenersi uno straccio di lavoro a meno che non sia illegale. La "povera" vittima, James, è tutt'altro che meritevole di umana pietà, e di fatto, come per l'appunto succedeva anche in Thelma e Louise, la sua morte strappa l'applauso allo spettatore più che spingerlo a piangere, tanto che è difficile empatizzare con l'investigatore (sempre interpretato da Harvey Keitel, altro punto in comune tra le due opere) che tenta di far sentire in colpa Cynthia per il ruolo giocato nell'incresciosa vicenda. La trama si dipana dunque su due piani temporali, un presente in cui il Detective Woods interroga Cynthia e dei flashback derivati dalle risposte di quest'ultima, dai quali viene ricostruita una triste vicenda di squallore umano e frustrazione femminile, con un'interessante sovrapposizione tra il pensiero maschilista del Detective ("non pensavate che così avreste reso orfano suo figlio??", come se fosse un bene per il bambino avere un papà per forza, soprattutto se drogato e violento nei confronti della madre) e la volontà generale di fare di Cynthia e Joyce delle vittime silenziose, le brave donne di casa che devono sopportare qualunque cosa dagli uomini che hanno sposato, fosse anche un biasimo disgustato che si conclude con la decisione di buttarle fuori di casa (sì, non è che Cynthia sia fortunatissima, anche se non viene picchiata).


Avrete capito che non mi aspettavo nulla da L'ombra del testimone, invece l'ho trovato uno slow burn parecchio convolgente, neppure troppo datato a livello di regia. Non conoscevo Alan Rudolph , allievo di un peso massimo come Robert Altman, ma ho apprezzato il suo stile delicato e ambiguo, che sceglie di non indulgere nella pornografia della violenza fisica e verbale ma, anzi, se ne ritrae inorridito, preferendo concentrarsi sugli occhi e sui gesti, nervosi e terrorizzati, di Demi Moore e Glenne Headly, rinchiudendo il loro mondo in inquadrature claustrofobiche, intervallate da riprese dalla qualità onirica, che alimentano la percezione di inaffidabilità verso il narratore, o meglio la narratrice. Prima di parlare infatti del protagonista della rubrica, bisogna sottolineare come Demi Moore offra la performance più bella della sua carriera, in un ruolo che finalmente non parte dalla sua bellezza, un aspetto che non viene mai sottolineato nel film, ma si basa piuttosto sulla fragilità e determinazione infuse nel personaggio di Cynthia. Per quanto riguarda Bruce Willis, il nostro compare poco ma lascia il segno, dando vita a un personaggio abietto e disgustoso che è l'emblema di tutti i mariti stupidi, violenti e perdigiorno visti al cinema, tanto che per tutta la durata del film ha dato fastidio persino a me quel sorrisetto "mangiamerda" (cit. Tom Hanks) che solitamente trovo sexy da morire e che, per inciso, James si porta persino nella tomba, vedere per credere. Considerato che ho apprezzato molto anche gli altri attori, Glenne Headly in primis, direi che questa tappa della retrospettiva dedicata a Bruce Willis mi ha lasciata molto soddisfatta e non posso fare altro che consigliarvi, se ancora non lo avete visto, questo ottimo neo noir/thriller d'annata. 


Di Glenne Headly (Joyce Urbanski), Bruce Willis (James Urbanski), John Pankow (Arthur Kellogg), Harvey Keitel (Det. John Woods) e Frank Vincent (Dominic Marino) ho già parlato ai rispettivi link.

Alan Rudolph è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Stati di alterazione progressiva, Choose me - Prendimi, Accadde in Paradiso, Moderns e Mrs. Parker e il circolo vizioso. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 80 anni.


Demi Moore (vero nome Demi Gene Guynes) interpreta Cynthia Kellogg. Storica moglie di Bruce Willis, da cui ha divorziato nel 2000, la ricordo per film come L'ospedale più pazzo del mondo, La settima profezia, Non siamo angeli, Ghost - Fantasma, Codice d'onore, Proposta indecente, La lettera scarlatta, Il giurato, Striptease, Soldato Jane, Harry a pezzi, Charlie's Angels - Più che mai e Il talento di Mr. C; inoltre ha partecipato a serie come General Hospital, Moonlighting, Racconti della cripta, Ellen, Will & Grace e, come doppiatrice, ha lavorato ne Il gobbo di Notre Dame e Beavis & Butt-Head alla conquista dell'America . Anche produttrice e regista, ha 61 anni. 


Per il ruolo di Cynthia era stato fatto il nome di Robin Wright ma alla fine è stata presa Demi Moore. Se L'ombra del testimone vi fosse piaciuto recuperate Presunto innocente, Per legittima accusa, A letto con il nemico e L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY! 

venerdì 11 novembre 2022

Mandrake (2022)

Era uno dei titoli che più ho apprezzato all'ultimo ToHorror ma mi sono tenuta da parte il post perché, da ieri, Mandrake, della regista Lynne Davison, dovrebbe essere approdato su Shudder.


Trama: a un'agente di custodia cautelare viene affidata la cosiddetta Bloody Mary, una donna colpevole di vari omicidi e sospettata di essere una strega. Quando sparizioni e omicidi ricominciano, Bloody Mary diventa la prima indiziata...


Mandrake è un film che mi ha dato fiducia già a partire dalla sua nazionalità, ché sapete quanto ami gli horror irlandesi (anche se questo ufficialmente sarebbe inglese, visto che ha origini nord irlandesi), e anche dalla sua definizione di folk horror ambientato nel moss, la boscaglia paludosa dove ci si può perdere e venire inghiottiti da qualsiasi cosa si aggiri nell'oscurità della foresta. Benché non sia legato ad alcuna particolare leggenda irlandese, Mandrake prende spunto da creature fantastiche, a tratti fiabesche, come le streghe e la mandragola che dà il titolo al film, per indagare in maniera non banale su vari modi di percepire e vivere la maternità, un evento tanto naturale quanto traumatico, capace di rendere le persone più complesse di quanto non appaia a una prima occhiata; dico questo perché in Mandrake, nonostante la componente stregonesca e demoniaca, non c'è una netta distinzione di buoni e cattivi, ma anche chi viene percepito come mostro è comunque una creatura che a tratti ispira pietà, mentre gli eroi non sono così perfetti come vorrebbero essere. La protagonista Cathy, per esempio, è una donna che ha consacrato tutta la sua esistenza agli ex detenuti che le vengono affidati, e questo l'ha resa una madre "snaturata", poco amata persino dal figlio affetto da una grave malattia respiratoria e probabilmente considerata "merce avariata" dall'ex marito, che si è risposato con una ragazza più giovane, ancora in grado di dargli figli possibilmente sani. Dall'altra parte, invece, abbiamo Mary, denominata Bloody Mary, alla quale è stato strappato non solo il figlio che un'entità misteriosa ha voluto donarle, ma anche vent'anni di vita solo per essersi vendicata di un marito talmente violento da averle lasciato indelebili cicatrici da ustione su tutto il corpo. Mary è una strega, ha fatto cose indicibili ed è scesa a patti con entità innominabili (Non è uno spoiler, in quanto Mandrake non si preoccupa minimamente di nascondere la vera natura di Mary, perché non è il punto fondamentale del film), eppure lo stesso è impossibile provare totale repulsione per lei e non percepire il dolore e la solitudine che traspaiono dalla sua inquietante figura. 


La potenza dei personaggi si esprime appieno grazie alla qualità migliore del film, ovvero la performance delle due attrici principali, Deirdre Mullins e Derbhle Crotty. Quest'ultima, in particolare, attrice di teatro alla sua prima esperienza su un set cinematografico, è in grado di rendere Mary sia inquietante che affascinante, crudele ma anche fragile e triste, efficacissima sia nelle sequenze più horror sia in quelle più legate al thriller psicologico, durante le quali i confronti tra Mary e Cathy strappano più di un brivido. Un altro elemento che eleva Mandrake rispetto alla media del genere è poi indubbiamente l'occhio della regista Lynne Davison, anche lei alla sua prima esperienza di lungometraggi (ha già girato diversi corti), la quale ha evidentemente ben studiato i modelli di riferimento nominati nel corso del Q&A al Tohorror, ovvero The Wicker Man, Midsommar e The Witch, ed è riuscita a confezionare una pellicola che sfrutta al meglio l'ambientazione boschiva e la piccola realtà di un paese poco distante dal moss, e si concede sequenze in cui l'orrore di riti pagani misteriosi viene reso comunque con realismo e un pizzico di "magia" conferita da un sapiente uso delle luci e della fotografia. Detto questo, Mandrake non è un film privo di difetti, ma è scusabile in virtù della sua natura di opera prima. La prima parte, più thriller e giocata su sospetti e dicerie, l'ho trovata più interessante ed efficace rispetto al terzo atto, dove aumentano non solo le suggestioni horror, ma anche i momenti in cui la trama si fa più sfilacciata e perde un po' di vista il fulcro del discorso, tuttavia sono convinta che quello di Lynne Davison sia un nome da tenere d'occhio per il futuro, sempre che continui a coltivare il suo amore per l'horror (l'ho vista molto interessata durante la proiezione di A Wounded Fawn, quindi forse c'è speranza). Date un'occhiata a Mandrake e fatemi sapere cosa ne pensate, se volete!

Lynne Davison è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Irlandese, ha lavorato anche come sceneggiatrice e produttrice. 


Se Mandrake vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man, Midsommar e The Witch, Hellbender e Il sabba. ENJOY!

martedì 8 novembre 2022

Barbarian (2022)

Incensato ovunque, salutato come uno degli horror dell'anno, Barbarian, scritto e diretto dal regista Zach Cregger, è arrivato direttamente su Disney + e io non potevo lasciarmelo sfuggire. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: Tess scopre che l'appartamento affittato su AirBnB è già occupato da un uomo. In qualche modo, i due si accordano per superare l'increscioso inconveniente ma l'incubo per Tess è appena iniziato...


La trama di cui sopra è quanto vi basta sapere per godere appieno di Barbarian, l'horror "commerciale" più particolare visto quest'anno, anche se per me non si tratta del migliore. Di sicuro, per i temi trattati e il modo intelligente e leggero, se vogliamo, con cui li affronta, Barbarian supera a destra il pesantissimo e ridondante Men, mettendo in scena, anche in questo caso, uomini che odiano le donne e donne costrette a subire l'influenza di questi ultimi, ma non solo. Barbarian è anche un horror sociale a spettro più ampio, e consacra definitivamente Detroit come uno dei luoghi cult del genere, con tutto il suo degrado, la mancanza di speranza, lo squallore derivante dalla morte del sogno americano, che lascia alle sue spalle solo povertà e schifo MA a un comodissimo passo dalla prospera grande città. Il luogo ideale, insomma, perché ci si ritrovi una ragazza come Tess, sola in un giorno  una notte di pioggia durante la quale, cercando l'appartamento affittato su AirBnB, si scontra e si incontra non già con Andrea e Giuliano ma con Bill "Pennywise" Skarsgård, primo campanello d'allarme per lo spettatore. Trovarsi l'appartamento già occupato da Billyno, nonostante il suo aspetto di bel ragazzo cortese, non convince neppure Tess, va detto, ma poiché questo è un film di uomini che quando non odiano le donne le prevaricano comunque, di lì a poco la protagonista si lascia intortare e rimane comunque a dormire in casa con uno sconosciuto, facendosi scivolare addosso ogni dettaglio stridente, vuoi per paura di essere maleducata, vuoi per convenienza. Ovvio, lo sguardo di Tess non è il nostro, quindi la si può anche capire. Zach Cregger invece si impegna in ogni modo a costruire la prima parte di Barbarian come un tipico thriller a base di donne indifese e misteri e rende ogni inquadratura, ogni sequenza, una potenziale minaccia per Tess, una demoniaca madeleine che ci costringe a ricordare tonnellate di altri thriller horror in cui la protagonista ha fatto una brutta fine per mano di un prince charming che tanto charming non era. 


E voi direte, ma che palle, dove sta la novità? La novità è che, dopo lo jump scare più efficace del 2022, la situazione peggiora. Ma poi migliora, almeno in apparenza. Barbarian è dotato, infatti, di una struttura a scatole cinesi ricavata da un paio di bruschi cambi di registro e stile, non solo di sceneggiatura ma anche di regia, fotografia e persino colonna sonora; la cosa può disturbare lo spettatore, io l'ho trovata sicuramente spiazzante ma non sgradevole, soprattutto perché Cregger dimostra di avere le idee chiare al punto da conferire una totale coerenza di temi e idee a tutti questi cambiamenti. Cambiano i personaggi, cambiano i punti di vista, ma Barbarian rimane sempre un film di uomini che odiano le donne, con diverse sfumature; chi si limita a trattarle come adorabili sciocchine da difendere, chi è uno stronzo patentato con la faccetta di merda del solito Justin Long, il cui arco narrativo trattato in guisa di commedia fa venire voglia di tornare sul set di Tusk per torturarlo ancora di più, chi è proprio un mostro senza possibilità di appello, l'incarnazione fisica e squallida del marciume che condanna i quartieri alla decadenza mentre la gente fa finta di non vedere, anzi, nasconde sotto il tappeto. E le donne, direte voi? Guardando Men mi ero lamentata perché il film di Garland connotava la protagonista solo come vittima di traumi, qui la situazione è per fortuna ben diversa. Tess, infatti, è ben consapevole di chi è e di cosa rischia, ed agisce e si adatta di conseguenza, senza subire, anzi, cercando di tutelarsi con tutta l'intelligenza e personalità di cui dispone. Eppure, ancora Barbarian non si limita solo a questo. Il regista riesce nel miracolo di farci empatizzare con tutti i personaggi tranne uno, giocando anche con i nostri sentimenti (ho speso una lacrima di commozione sul finale ma mi sono anche maledetta per la mancanza di fiducia e ci sono rimasta male per una confessione ubriaca, ché invece qualcuno il mio beneficio del dubbio se l'era accaparrato), e il risultato è che ci sentiamo ancora più coinvolti nella storia, terrorizzati... e sì, divertiti. Anzi, nel mio caso il divertimento, almeno per più di metà film, ha superato la paura, forse per questo ho apprezzato Barbarian meno di quanto avrei sperato, visto che me lo avevano venduto come un incubo ad occhi aperti. Poco male, parliamo comunque di grande cinema, ed è un peccato che in Italia abbiamo dovuto accontentarci dello streaming, perché un esordio simile avrebbe meritato lo schermo di una sala. Magari col prossimo film di Cregger, chissà...


Di Bill Skarsgård (Keith), Justin Long (AJ) e Richard Brake (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Zach Cregger è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, sposato con Sara Paxton, ha diretto film come Miss Marzo. Anche attore e produttore, ha 41 anni. 


Il regista aveva offerto il ruolo di AJ a Zac Efron, che lo ha rifiutato, e ha quindi dovuto "risistemarlo" per Justin Long. Vista la particolarità di Barbarian non saprei davvero quale film consigliarvi nel caso vi fosse piaciuto, quindi non vi rimane che guardarlo! ENJOY!

venerdì 4 novembre 2022

Amsterdam (2022)

Domenica scorsa il buon Mirco mi ha portata a vedere Amsterdam, film diretto e sceneggiato dal regista David O. Russell che mi aveva attirata fin dal trailer...


Trama: negli anni '30, due reduci della prima guerra mondiale, un medico e un avvocato, rimangono coinvolti in una serie di delitti e complotti che li spingono a riallacciare i rapporti con un'ex infermiera conosciuta al fronte...


Non guardavo un film di David O. Russell dai tempi di Joy e mi duole abbastanza ammettere che la sensazione lasciatami da Amsterdam è stata più o meno la stessa, ovvero quella di un'enorme, grandiosa confezione per una cosetta esile e dimenticabile. Più che altro, sono arrivata chiedermi se non sia meglio che O. Russell, bravissimo come regista e dotato di un fiuto enorme per il casting e la direzione degli attori, posi per qualche tempo la penna di sceneggiatore e si faccia scrivere una storia da qualcuno un po' più centrato, capace di conferire equilibrio e sostanza a quelle che, spesso, sembrano una serie di idee tanto interessanti quanto evanescenti. Nel caso di Amsterdam, per esempio, abbiamo un'ottimo incipit mistery d'ispirazione noir, con tanto di voce fuori campo e flashback, dove i protagonisti vengono incastrati da criminali senza volto e decisamente insidiosi, al quale si aggiunge la parte migliore del film, ovvero una storia d'amore e di amicizia che mette in scena il più adorabile trio di amici/amanti dell'anno (magnificamente interpretati, poi ci torno), eppure questi due elementi della trama, invece di intrecciarsi dando vita a qualcosa di memorabile, scorrono dalle mani e dalla mente dello spettatore come rivoli d'acqua, messi al servizio di una vicenda fantapolitica (per quanto basata su una storia vera) che sembra quasi fare a pugni con tutto il resto. Più che altro, sembra quasi che allo sceneggiatore, pur palesemente innamorato dei suoi protagonisti, non bastasse puntare i riflettori su loro tre, già potenziali fonti di moltissimi punti di riflessione (c'è la lotta di classe di Burt, invischiato in un matrimonio nato per amore e proseguito per interesse, la questione razziale incarnata da Harold, l'indipendenza femminile di Valerie, un potenziale spaccato delle famiglie influenti americane e di tutto quello che si nasconde dietro di esse, tutto il discorso sull'importanza dei reduci di guerra e sulle difficoltà oggettive del loro reintegro in società), ma godesse un mondo all'idea di inserirli in un delirio "giallo" di altri personaggi connotati come macchiette, pronto a correre come un treno verso la risoluzione finale di un mistero trattato alla stregua di un giocattolone grottesco.


Il risultato, purtroppo, è deludente. Non tanto, come ho detto, per i tre protagonisti principali, i quali fanno tutti un'ottima figura, Christian Bale in primis (l'ho già scritto nel post dedicato a Thor: Love and Thunder, quest'uomo nobiliterebbe anche una recita di Natale parrocchiale, è sempre e comunque perfetto e fa scomparire tutti quelli che lo circondano, giusto Margot Robbie riesce a tenergli testa), quanto per il resto di un cast all star che si è ritrovato sul set di un film che avrebbe potuto essere "coeniano" o, come minimo, divertente e scoppiettante quanto Knives Out o Omicidio nel West End, mentre invece risulta facilone e perplimente. La conseguenza, per esempio, è che una Anya Taylor-Joy, che pure riesce, nonostante l'inconsistenza del suo personaggio, ad imbroccare un paio di momenti memorabili, appare inutile quanto Chris Rock, messo lì giusto per fare un paio di battute a tema nigger e poi scomparire come se non fosse mai esistito. Lungi da me, per carità, lamentarmi quando vedo spuntare facce adorate come quelle di Mike Myers, Timothy Olyphant o Michael Shannon, ma quando mi sembra di avere davanti una lista della spesa con tanto di spunte, allora ci rimango male. Per il resto, nulla da eccepire. La confezione di Amsterdam è extra-lusso, letteralmente, visto che la fotografia splendida è di Emmanuel Lubezki, e scenografie e costumi sono molto curati, soprattutto per quanto riguarda le mise di Margot Robbie e tutto l'apparato artistico legato a quella parentesi favolistica ambientata nella città che dà il titolo alla pellicola, affascinante ed intrigante più degli sconvolgenti rimandi ad un pezzo di storia americana che non conoscevo affatto e che, a mio avviso, avrebbe meritato un approccio un po' più serio. Amsterdam, per inciso, non finirà nella Worst 5 dell'anno ma in un'ideale classifica delle delusioni più cocenti, nonostante le molte cose positive, sarebbe di sicuro ai primi posti. Peccato. 


Del regista e sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Christian Bale (Burt Berendsen), Margot Robbie (Valerie Voze), John David Washington (Harold Woodman), Alessandro Nivola (Detective Hiltz), Andrea Riseborough (Beatrice Vandenheuvel), Anya Taylor-Joy (Libby Voze), Chris Rock (Milton King), Matthias Schoenaerts (Detective Lem Getweiler), Michael Shannon (Henry Norcross), Mike Myers (Paul Canterbury), Timothy Olyphant (Taron Milfax), Zoe Saldana (Irma St. Clair), Rami Malek (Tom Voze), Robert De Niro (Generale Gil Dillenbeck) e Colleen Camp (Eva Ott) li trovate invece ai rispettivi link. 


La cantante Taylor Swift interpreta Liz Meekins. Michael B. Jordan avrebbe dovuto interpretare Harold, ma i ritardi produttivi dovuti al Covid lo hanno costretto a rinunciare. Se Amsterdam vi fosse piaciuto recuperate American Hustle. ENJOY!

martedì 1 novembre 2022

Do Revenge (2022)

Spinta dalla presenza di Maya Hawke e da un'insana passione per il genere "teenage bitches" ho recuperato Do Revenge, diretto e co-sceneggiato dalla regista Jennifer Kaytin Robinson, che potete trovare su Netflix.


Trama: Drea è la reginetta della scuola ma un sextape leakato dal suo cellulare mette fine al suo regno. Alleatasi con la timida e dimessa Eleanor, Drea cerca vendetta...


Mala 
tempora currunt se anche una commedia adolescenziale sul solco di Mean Girls e Ragazze a Beverly Hills deve arrivare a toccare le due ore, costringendo la sottoscritta a guardare il film spezzato in tre tranche a causa dei soliti orari del menga. E questo è solo il primo, macroscopico difetto di Do Revenge, omaggio targato Netflix ai classici del genere. Il secondo, ahimé, è la cattiveria all'acqua di rose che lo pervade e, soprattutto, la faciloneria con la quale le due protagoniste, Drea ed Eleanor, arrivano a risolvere i loro problemi. Con quest'ultima affermazione non mi riferisco allo svolgimento della vendetta delle due fanciulle, ché quello è un percorso lungo e tortuoso, con più di un ostacolo sul cammino; piuttosto, parlo di quel terrificante pre-finale in cui tutto si conclude a tarallucci e vino, consentendo a due persone deprecabili (ancora più dei modelli ai quali fanno riferimento) di farla franca in quanto "meno peggio" dei veri carnefici della vicenda. Per carità, Amiche cattive, in tal senso, era anche più imbarazzante, però quello era un film dichiaratamente trash ed esagerato, in Do Revenge l'esagerazione la si ritrova solo nelle terrificanti mise di ogni singolo coinvolto e, ovviamente, nell'opulenza fuori scala del liceo e delle ville di questi scappatelli di casa convinti di avere il mondo in tasca, per il resto le problematiche affrontate dalle protagoniste sono tristemente realistiche e legate alla società odierna, tra slut shaming, diffusione di video erotici personali tramite social, ghettizzazione del diverso e quant'altro. 


Do Revenge è dunque l'ennesimo film "medio" prodotto da Netflix, che mira ad alti modelli (anzi, in questo caso neppure troppo alti, se chiedete ai cinefili veri. E no, non sto parlando della trama che si ispira vagamente a L'altro uomo di Hitchcock) ma non riesce a rielaborarli come dovrebbe e si arena dunque in quel limbo che trasforma anche la produzione più sfarzosa in un'opera dimenticabile in una settimana o anche meno. Peccato, perché sicuramente Do Revenge denota un enorme impegno a livello di costumi, make up e scenografie, è molto curato anche a livello di colonna sonora, zeppa di hit "giovani" come si confà a questo genere di pellicola, e omaggia spesso e volentieri le colonne portanti del genere, arrivando persino a scomodare una guest appearence della sempre adorabile Sarah Michelle Gellar, a mò di passaggio di testimone, ma nonostante tutto stenta a decollare. Anche le due protagoniste, nonostante i personaggi un po' insipidi, sono abbastanza brave, soprattutto la reginetta non convenzionale (è "colorata") Camila Mendes, mentre per quanto riguarda Maya Hawke ho un dubbio che mi ha fatto gradire un po' meno la sua interpretazione: ma perché diamine Netflix l'ha relegata, dopo la carinissima performance in Stranger Things, ad interpretare solo goffe ragazzette lesbiche dall'umorismo weird? Sono convinta che la fanciulla potrebbe dare delle gioie, basterebbe solo offrirle una possibilità di crescere! Nell'attesa che ciò accada, Do Revenge è comunque una pellicola simpatica per una serata senza pretese, anche se probabilmente alla fine vorrete rifarvi gli occhi e il cervello con l'elenco di film che ho riportato in fondo al post.


Maya Hawke (Eleanor), Sophie Turner (Erica) e Sarah Michelle Gellar (la direttrice) le trovate ai rispettivi link.

Jennifer Kaytin Robinson è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto il film Someone Great. Anche produttrice e attrice, ha 34 anni.


Camila Mendes interpreta Drea. Americana, ha partecipato a film come Palm Springs e a serie quali Riverdale, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice, ha 28 anni e un film in uscita. 


Se Do Revenge vi fosse piaciuto recuperate Amiche cattive, Cruel Intentions, Schegge di follia, Mean Girls, 10 cose che odio di te e, ovviamente, l'immortale e cultissimo Ragazze a Beverly Hills! ENJOY! 

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