venerdì 16 febbraio 2024

Il colore viola (2023)

Altro giro di Oscar, altro regalo! Oggi tocca a Il colore viola (The Color Purple), diretto nel 2023 dal regista Blitz Bazawule, tratto dall'omonimo musical (a sua volta ispirato a Il colore viola di Steven Spielberg e al romanzo di Alice Walker ) e candidato a un Oscar per la migliore attrice non protagonista.


Trama: A quattordici anni, Celia si è vista togliere dalle braccia i figli generati dalle violenze del padre. Finita in sposa al gretto Mister, Celia viene anche privata dell'affetto della sorella Nettie, di cui perde le tracce poco dopo il matrimonio. Un giorno, però, la donna incontra la cantante Shug, un flebile raggio di speranza in una vita all'insegna del dolore...


Il colore viola
, nella versione diretta da Steven Spielberg, è uno di quei film che devo avere (intra)visto da bambina durante uno dei tanti passaggi televisivi senza ovviamente capire una mazza, o non si spiega perché ci sia rimasta letteralmente di tolla quando, all'inizio, si è cominciato a parlare di incesti e, in seguito, di amore per persone dello stesso sesso. Poco danno, appena finirà la Award Season ho intenzione di rivederlo ma, nel frattempo, è uscito il film tratto dal musical di Broadway che, come la maggior parte dei candidati di quest'anno, mi ha lasciata abbastanza freddina. Il film racconta la triste vita di Celie, vittima di abusi sessuali da parte del padre fin da ragazzina, la sua disperazione nel vedersi togliere i due figli nati da queste violenze, il suo rapporto con l'amata sorella Nettie, il matrimonio infelice con l'orribile Mister, la scomparsa di Nettie e l'arrivo di Shug, ex amante di Mister e cantante dall'animo libero e disnibito; attorno a Celie, si sviluppano altre storie di donne di colore che affrontano, ognuna a modo loro, la subordinazione femminile, il razzismo e persino la vita in un Paese in guerra. Converrete con me che ce n'è abbastanza per far piangere come vitelli e per scatenare un'indignazione senza limiti, anche perché ogni singolo uomo del film meriterebbe di venire appeso per le palle come lo strange fruit di Billie Holiday; purtroppo, Il colore viola è, credo, l'unico musical che non è riuscito a veicolare in me alcuna emozione, anche perché i numeri musicali che mi sono piaciuti (o che ricordo ancora) sono giusto quelli più allegri, che poco hanno a che fare con la storia raccontata, come Push Da Button o, al limite, Hell No!. Mi è sembrato, piuttosto, che le canzoni spezzassero la naturale drammaticità di un film che, visti gli argomenti trattati, avrebbe dovuto abbracciare in toto il dramma dei personaggi e approfondire maggiormente le questioni razziali (la malvagia moglie del sindaco è un mero plot device, nemmeno si capisce cosa succeda a Sofia dopo il carcere), col risultato di peccare di superficialità e trasformare la maggior parte dei protagonisti in figurine monodimensionali.


Probabilmente, però, la cosa che mi è piaciuta meno de Il colore viola è la regia, accompagnata da una fotografia inguardabile che fa risultare tutto posticcio. La scena finale, in particolare, con quei terribili raggi di sole (Dio? Spero davvero non simboleggiassero la luce divina...) che imbibiscono i personaggi, fa sanguinare gli occhi, ma in generale è tutto il film a sembrare un tremendo abuso di ritocchi digitali, e non giova una regia statica sia nelle scene "realistiche" che nei numeri musicali. Ne soffrono, va da sé, le interpretazioni dei coinvolti, che in realtà non mi sono dispiaciute. Ecco, il fatto che Danielle Brooks sia stata candidata all'Oscar per quella che, indubbiamente, è la performance migliore del film ma rapportata ad altre non spicca neppure per sbaglio, è l'ennesima riprova della malafede di un'Academy costretta a spuntare determinate quote "black" per ogni categoria, però Sofia è l'unico personaggio che mi ha smosso qualche lacrimuccia. Gli altri, a partire dall'intensa Fantasia Barrino nel ruolo di Celie, si impegnano al massimo nel rendere vivi ed emozionanti i loro personaggi, e indubbiamente tutti sono bravissimi quando si tratta di cantare e ballare; purtroppo, come ho scritto sopra, né i numeri musicali né le canzoni sono granché, quindi mi è parso si siano trovati costretti a cavare sangue dalle rape. In definitiva, per quanto mi riguarda, questo Il colore viola musicarello è un grosso "Hell no!", ma se non altro mi è venuta voglia di leggere il libro.


Di Taraji P. Henson (Shug Avery), Colman Domingo (Mister), 
Corey Hawkins (Harpo) e Whoopi Goldberg (non accreditata, interpreta l'ostetrica) ho già parlato ai rispettivi link.

Blitz Bazawule (vero nome Samuel Bazawule) è il regista della pellicola. Ghanese, ha diretto film come The Burial of Kojo. Anche produttore, sceneggiatore, attore e compositore, ha 42 anni.


Danielle Brooks
interpreta Sofia. Americana, ha partecipato a serie come Orange is the New Black e Peacemaker. Anche produttrice e regista, ha 35 anni. 


La Sirenetta Halle Bailey interpreta Nettie da giovane. Sia Fantasia Barrino, che interpreta Celie, che Danielle Brooks hanno ripreso i ruoli che avevano nella versione teatrale del musical mentre Oprah Winfrey (Sofia nell'omonimo adattamento di Spielberg, che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Il colore viola) ha declinato l'invito a partecipare al film. ENJOY!

mercoledì 14 febbraio 2024

Scanners (1981)

Continua la challenge Letterboxd HorrorX52 e oggi tocca a un horror uscito nel mio anno di nascita. La scelta è caduta su Scanners, diretto e sceneggiato nel 1981, appunto, dal regista David Cronenberg.


Trama: un potentissimo esper viene prelevato da un'organizzazione segreta dedita allo studio degli Scanner, esseri dotati di enormi poteri psichici, per combattere contro una fazione opposta, pronta a conquistare il mondo...


Avevo visto Scanners non so nemmeno più quanti anni fa ed era uno dei rari film di Cronenberg di cui non mi era rimasto impresso nulla tranne una scena, la più famosa. Riguardandolo oggi, ho capito perché, e la colpa non è nemmeno di Cronenberg, anzi, è proprio grazie a lui se questo film non è diventato un disastro completo. Infatti, per ottenere le agevolazioni e i fondi del tax credit canadese, il film era stato messo in produzione senza una sceneggiatura definitiva né set o location, di conseguenza Cronenberg si è ritrovato a scrivere intere scene al mattino appena prima di cominciare a girare, con attori a cui si richiedeva di improvvisare e materiale "ricompattato" alla bell'e meglio in post-produzione. Non c'è da stupirsi, dunque, che Scanners si distingua per l'idea generale, figlia dei temi cinematografici del tempo ma sicuramente destinata ad influenzare tutto ciò che è venuto dopo, e per un paio di scene fondamentali, mentre tutto il "contorno" è un freddo thriller dal ritmo soporifero. Ho trovato molto difficile entusiasmarmi per le vicende di Cameron Vale, Scanner dotato del potere di uccidere le persone col pensiero e schiacciato da una telepatia senza controllo, e ai piani dell'agenzia segreta che lo vorrebbe utilizzare come arma contro lo Scanner malvagio Darryl Revok; tra uno spiegone e l'altro, il cupo ed inespressivo Cameron vaga per la nazione cercando di non farsi uccidere, conosce l'affascinante Scanner Kim, scopre un complotto mondiale atto a sradicare l'umanità e creare una società di mutanti e viene messo di fronte alla rivelazione più scioccante dai tempi di Star Wars, ma morire che Stephen Lack veicoli un minimo di carisma o che Cronenberg mostri alcuno sprazzo di empatia per il soggetto. A tratti, sembra quasi di avere davanti un trattato scientifico, con uno sceneggiatore interessato a sviscerare il collegamento tra corpo e mente, a piantare i semi della sua nuova carne arrivando persino a parlare di sistemi nervosi equiparabili a computer e viceversa, il che è sicuramente affascinante da un punto di vista biografico/cinematografico, ma non di mero intrattenimento.


A salvare lo spettatore stanco da una giornata di lavoro, come per esempio la sottoscritta, arrivano per fortuna i momenti che vedono Cronenberg in combutta col mago degli effetti speciali Dick Smith e con l'attore Michael Ironside, lanciato proprio da questo film. Val la pena guardare Scanners anche "solo" per la manifestazione estrema dei poteri dei protagonisti: la sanguinosissima esplosione iniziale durante la dimostrazione pubblica è un trionfo di tensione spasmodica con un finale deflagrante, il duello finale tra Cameron e Darryl fa venire una goduriosissima pelle d'oca dallo schifo, ma, col senno di poi, anche la scena iniziale mette ansia, per la consapevolezza di ciò che potrebbe accadere alla vecchiaccia dalla lingua velenosa che si permette di malignare sull'aspetto di uno sconvolto Cameron. Michael Ironside, dal canto suo, è un trionfo di carisma. Sia nella sua versione silenziosa e minacciosa, sia quando si profonde in folli monologhi, Darryl Revok è un antagonista in grado di mettere davvero paura (e neppure tanto in torto, ripensandoci...) e dispiace solo che, per la maggior parte del tempo, il personaggio sia stato utilizzato come "spauracchio" nominato di tanto in tanto, e abbia uno screentime troppo risicato, sacrificato all'occhio spento di Stephen Lack. Lungi da me, nonostante tutto, questionare sul valore di un'opera che ha lanciato Cronenberg nell'empireo del cinema mainstream, affermandolo come Autore visionario con una poetica ben precisa e dandogli la possibilità di realizzare i capolavori che mi hanno fatta innamorare: senza Scanners non avrebbe potuto esserci Videodrome e il solo pensiero rischia di farmi letteralmente scoppiare la testa!!


Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI mentre Michael Ironside, che interpreta Darryl Revok, lo trovate QUA.


Jennifer O'Neill, che interpreta Kim Obrist, era la protagonista di Sette note in nero di Fulci mentre Stephen Lack, che interpreta Cameron Vale, è tornato a lavorare con Cronenberg in Inseparabili. Anche Robert A. Silverman, ovvero Benjamin Pierce, è un assiduo collaboratore del regista, ed è comparso in Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica, Il pasto nudo ed eXistenZ. Nel 2007 era stato annunciato un remake del film, per la regia di Darren Lynn Bousman e la sceneggiatura di David S. Goyer, ma ad oggi il progetto sembrerebbe essere finito nel limbo. In compenso, sono usciti due seguiti del film, Scanners 2 - Il nuovo ordine e Scanners 3, tutti del 1991, e due spin-off, Scanner Cop e Scanner Cop II, che potete recuperare (io però non garantisco, perché non li ho mai visti!) se vi è piaciuto Scanners, assieme a Carrie - Lo sguardo di Satana, Fenomeni paranormali incontrollabili, Patrick e La zona morta. ENJOY!

martedì 13 febbraio 2024

Bollalmanacco On Demand: Anatomia di una caduta (2023)

Oggi unisco una rubrica a me molto cara ma, ahimé, un po' negletta, alla consueta Road to the Oscars annuale, coniugando la richiesta di Patrizia con la necessità di guardare Anatomia di una caduta (Anatomie d'une chute), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dalla regista Justine Triet e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film. Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura originale e Miglior montaggio.

Trama: quando un uomo viene ritrovato morto nei pressi del suo chalet di montagna, dopo una presunta caduta dal terzo piano, la moglie viene sospettata di omicidio...


Avevo perso Anatomia di una caduta per via delle date limitate e gli orari balenghi del cinema d'élite, e mi era dispiaciuto molto perché tutti lo incensavano. L'attesa è stata lunga, ma, finalmente, posso dare ragione a chi ha definito questo film un gioiello. Anatomia di una caduta è un thriller ibridato con un legal drama e, soprattutto, uno studio psicologico raffinatissimo non solo dei protagonisti e dei legami che intercorrono tra essi, ma anche del modo in cui la percezione del singolo viene influenzata da dubbi, preconcetti e pressione sociale. Tutto prende il via dalla morte di Samuel, insegnante e aspirante scrittore che viene trovato morto in mezzo alla neve dal figlioletto cieco, di ritorno da una passeggiata. Poiché il luogo della morte è lo chalet di montagna di Samuel, e poiché in quel momento solo lui e la moglie Sandra si trovavano all'interno, la donna viene indagata e processata per omicidio, mentre il piccolo Daniel diventa l'unico, inaffidabile testimone di una vicenda ricostruita ed analizzata tramite perizie esterne e prove circostanziali che scoperchiano un vaso di Pandora fatto di rancore, colpe rinfacciate, dolore ed egoismo. Davanti agli occhi della giuria (e degli spettatori) viene messo a nudo un legame affettivo duramente provato dall'incidente che è costato la vista a Daniel, e logorato in maniera irreparabile dall'incapacità che hanno Sandra e Samuel di venirsi incontro. Sandra è una scrittrice famosa, la sua vita è consacrata alla propria arte e tutto ruota attorno ai suoi ritmi, mentre Samuel è schiacciato dalla frustrazione di essere uno scrittore fallito che ha dovuto ripensare la sua esistenza in funzione dei bisogni della moglie e del figlio: ogni crepa della relazione viene definitivamente chiarita dalla spietata registrazione della litigata furibonda accorsa il giorno prima della morte di Samuel, ma i rapporti "di forza" tra i due sono chiari fin dalla prima, geniale sequenza, in cui la musica a tutto volume del marito (non ascolterete mai più P.I.M.P. con la stessa spensieratezza) arriva, inopportuna e fastidiosa, ad interrompere l'intervista di Sandra, costretta a congedare la sua interlocutrice con un sorriso indulgente, colmo di amara ironia.  


A sconvolgere, durante la visione di Anatomia di una caduta, non è tanto la scoperta di altarini nascosti o la capacità della Triet di presentarci una vicenda priva di risoluzione (nessun flashback arriverà, alla fine, ad avvallare o confutare il verdetto), ma la spietatezza riservata al piccolo "osservatore" esterno che, con volontà incrollabile e un terribile desiderio di sapere, si ritrova con la famiglia e l'infanzia a pezzi, condannato a rimanere solo con una madre che potrebbe o non potrebbe essere un'assassina. Il "la verità è solo quella in cui desideri fermamente credere", offerto a mo' di salvagente dopo un devastante attacco di panico, è qualcosa con cui la mente di un bambino, per di più privato di un senso importante come la vista, rischia di non venire mai a patti, e la conseguenza è la possibilità concreta di diventare un adulto egoista e disorientato come i suoi genitori. Per questo, ritengo che l'intero cast sia da Oscar, non solo la bravissima Sandra Hüller, che interpreta una straniera in terra straniera, costretta ad articolare concetti difficili e personali in una lingua a lei quasi sconosciuta (il film andrebbe visto in v.o.), in un'alternanza incredibile di momenti in cui la protagonista meriterebbe schiaffi e biasimo ad altri in cui suscita una pena infinita; il piccolo Milo Machado Graner mette una gran pena (e mannaggia al mio animo horror, che per un attimo terribile mi ha ingannata) ma il mio cuore è andato interamente a quel grandissimo merda di Antoine Reinartz, un avvocato d'accusa implacabile e spietato, pronto a non fare eccezioni nemmeno per un ragazzino palesemente impaurito ed insicuro, davanti al quale la mia speranza che Sandra fosse innocente ha vacillato più volte, "deviata" dal ritratto di un'assassina costruito con granitica convinzione. E questa è la conferma definitiva che Anatomia di una caduta è, innanzitutto, un efficacissimo film sulla manipolazione e sul potere di una narrazione costruita ad arte, per quanto distorta, un'opera necessaria in quest'epoca che ci vede pronti ad additare e condannare senza pensarci su due volte. Guardatelo, non ve ne pentirete!

Justine Triet è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Francese, ha diretto film come Tutti gli uomini di Victoria Sibyl - Labirinti di donna. Anche montatrice e produttrice, ha 45 anni. 


Sandra Hüller
interpreta Sandra Voyter. Tedesca, ha partecipato a film come Vi Presento Toni Erdmann, Sibyl - Labirinti di donna e La zona d'interesse. Ha 46 anni e un film in uscita. 


 

venerdì 9 febbraio 2024

Flux Gourmet (2022)

Avrei voluto riaprire la rubrica Bolle di Ignoranza, ché non ho capito molto questo Flux Gourmet, diretto e sceneggiato dal regista Peter Strickland, ma magari con l'aiuto di qualcuno che lo ha visto...



Trama: un collettivo di artisti le cui performance si basano sui suoni prodotti dalla cottura del cibo sperimentano tensioni e problemi all'interno di una sontuosa villa, mentre lo scrittore incaricato di intervistarli comincia a soffrire di disturbi gastrici sempre più invalidanti.


Flux Gourmet è un film che ho dovuto ricominciare un paio di volte dopo essermi addormentata passati giusto venti minuti, e non è che dopo essermi risvegliata lo abbia apprezzato granché. A mia discolpa, posso dire di avere forse approcciato Flux Gourmet nel modo sbagliato, pensando che fosse un horror come In Fabric, film di Strickland che invece avevo molto gradito, mentre la sua ultima opera è più una commedia grottesca che mescola elementi autobiografici e uno stile che rimanda a quello di Greenaway e Lanthimos. Protagonisti del film sono un gruppo di artisti senza nome le cui performance riguardano il "sonic catering", ovvero la realizzazione di spettacoli in cui l'elemento fondamentale è la riproduzione dei suoni derivati dalla cottura in diretta del cibo, che è poi la stessa cosa in cui si cimenta Strickland col suo gruppo musicale The Sonic Catering Band. Il terzetto di artisti, capitanati dalla prepotente Elle di Elle, viene ospitato nella magione di Jan Stevens, una sorta di mecenate che, periodicamente, apre le porte del suo elegante palazzo a collettivi diversi e li affida alle "cure" di Stones, il cui compito è di intervistarli e realizzare una sorta di libretto introduttivo per il pubblico. Purtroppo, Stones ha i suoi problemi, derivanti da un reflusso gastrico e un'aerofagia che non gli lasciano scampo e che lo costringono a lunghe sedute in bagno e ad evitare contatti umani troppo ravvicinati, il che non è affatto facile tra spettacoli, interviste e cene con discussioni annesse. La trama di Flux Gourmet parte da queste premesse e ruota attorno a screzi sempre più pesanti non solo tra i membri del collettivo, esasperati dalle manie di controllo del "capo" Elle di Elle, ma anche tra quest'ultima e Jan Stevens, che vorrebbe invece dire la sua su alcuni aspetti dello spettacolo e non accetta il carattere testardo di Elle, inoltre viene presa di mira da un altro collettivo di artisti scartati; parallelamente ai problemi "artistici", ci sono quelli più terra terra di Stones e gli esami sempre più invasivi a cui viene sottoposto dal Dr. Glock, che a poco a poco vengono inglobati nelle performance via via più estreme del collettivo.


Il mio scarso apprezzamento del film deriva, di base, dal non aver colto appieno il nocciolo della questione. Immagino, vista la natura grottesca e volutamente esasperata delle performance del collettivo e, soprattutto, del corollario alle stesse (orge, monologhi aventi come argomento manuali di cucina o feticismi, piuttosto che scenette mute dove gli attori seguono un copione letto da Jan Stevens in cui si descrivono personaggi che fanno la spesa), che il film voglia essere in primis una critica agli artisti pieni di sé, all'arte volutamente criptica e onanistica, al vuoto che si nasconde dietro una parvenza di cultura. Il fatto che Stones racconti le sue sventure con una voce fuoricampo che parla in greco, a mio avviso, sottolinea l'incomunicabilità che parrebbe essere un po' il fil rouge del film, all'interno del quale tutti sono più o meno egoisti e focalizzati solo sulla loro visione delle cose, oppure impegnati a mostrare chi ce l'ha più grosso artisticamente parlando; Stones, coi suoi problemi intestinali e la sua conseguente tendenza a tenersi in disparte, sembra proprio incarnare l'uomo comune che ha gatte ben più grosse da pelare, legate a questioni che non toccano minimamente l'artista, almeno finché quest'ultimo non può farle proprie ed "elevarle", decontestualizzandole per il divertimento, il piacere o lo shock del pubblico. D'altra parte, Strickland suggerisce che l'arte, se ben utilizzata, possa anche essere spunto per riflessioni interessanti e discussioni, e lo stesso vale anche per il cibo (si pensi alla visione patriarcale della cucina, luogo riservato esclusivamente alla donna che deve compiacere l'uomo dietro ai fornelli, oppure alla natura talvolta discriminatoria delle abitudini alimentari, da quelle volute a quelle imposte, e al disagio che esse possono creare durante le occasioni conviviali), a fronte ovviamente di interlocutori interessati ed aperti di mente, altrimenti si rischia di avere davanti un Dr. Glock che asfalta chi dimostra di non possedere cultura accademica, e allora non c'è confronto.


A dirla tutta, però, Flux Gourmet mi è parso molto simile a ciò che dovrebbe criticare, cioè un criptico esercizio di stile zeppo di immagini particolarmente intriganti. Quello che non manca a Strickland, infatti, sono lo stile e il gusto per gli attori particolari. A partire dalle mise assurde di Jan Stevens, interpretata da una Gwendoline Christie elegante e bellissima, col suo modo di parlare cortese ed affettato, passando alla realizzazione delle performance del collettivo (un tripudio di suoni distorti e inquadrature ad effetto, con una sequenza in particolare difficile da sopportare senza farsi venire conati di vomito), per arrivare alle inquadrature teatrali non solo delle estemporanee del terzetto (adoro vedere la mimica caricata dei personaggi, immersi nella luce blu del palcoscenico) ma anche delle sveglie mattutine, seguite dalle passeggiate accompagnate dal brano più evocativo e barocco della colonna sonora, tutto in Flux Gourmet è curato fino all'ultimo dettaglio, tanto che il film è un piacere per gli occhi. Inoltre, l'interpretazione misurata di Makis Papadimitriou, così umanamente imbarazzato e riservato, si fonde alla perfezione con quelle degli altri attori, spesso assai caricate e grottesche, in particolare quella di Richard Bremmer, che continua ad essere uno dei vecchi più inquietanti del cinema recente, e ovviamente di Fatma Mohamed, la quale unisce la fisicità elegante di una ballerina a una trivialità a malapena tenuta a bada. In conclusione, non posso dire che Flux Gourmet non sia un film interessante e ben realizzato, tuttavia rischia di non essere, stavolta è il caso di dirlo, cibo per tutti i palati, quindi vi suggerirei di approcciarvi con molta cautela. 


Del regista e sceneggiatore Peter Strickland ho già parlato QUI. Asa Butterfield (Billy Rubin) e Gwendoline Christie (Jan Stevens) li trovate invece ai rispettivi link.


Fatma Mohamed, che interpreta Elle di Elle, è collaboratrice assidua di Strickland, col quale ha lavorato in Berberian Sound Studio e In Fabric. Se Flux Gourmet vi fosse piaciuto o se volete prepararvi ad affrontarlo, recuperate In Fabric (l'unico altro film di Strickland che ho visto, volendo potete tentare anche Berberian Sound Studio e The Duke of Burgundy ma non posso darvi un parere in merito) e Climax. ENJOY!

mercoledì 7 febbraio 2024

The Warrior - The Iron Claw (2023)

Domenica sera ho convinto il Bolluomo ad andare al cinema a vedere The Warrior - The Iron Claw (The Iron Claw), diretto nel 2023 dal regista Sean Durkin.


Trama: ascesa e caduta della famiglia di wrestler Von Erich, vista attraverso gli occhi del fratello maggiore, Kevin.


Mi sono convinta ad andare a vedere The Iron Claw (ma perché The Warrior??) dopo un ottimo trailer e delle recensioni entusiaste, mettendo per una volta da parte il mio adorato Matthew Vaughn, uscito in contemporanea con Argylle. Mentirei se dicessi che non mi sono un po' pentita e, a questo punto, di non essere anche preoccupata, visto che non riesco più ad entusiasmarmi per i film adorati dalla critica. The Iron Claw racconta la storia vera (in parte. Poi ci torno) dei Von Erich, una famiglia di wrestler facente capo al patriarca Fritz che, a partire dagli anni '70, ha fatto salire i figli sui ring delle più importanti federazioni. Come viene detto nel trailer, Fritz Von Erich ha cercato di preservare i figli dai dolori del mondo facendo di loro degli atleti dal fisico inamovibile, mentre la madre Doris lo ha fatto attraverso la religione, ed entrambi hanno fatto un lavoro "egregio": il risultato, infatti, almeno da ciò che si evince dal film, è stato quello di allevare dei bietoloni soggiogati dal carisma del padre al punto da non riuscire a pensare ad altra strada se non quella decisa a tavolino da questo deprecabile soggetto. Mentre tutti i mali del mondo si riversano sui fratelli Von Erich a causa di una presunta maledizione che ne accompagnerebbe il cognome, non c'è allenamento o divinità che tenga, tanto Fritz se ne lava le mani lasciando che i figli se la vedano da soli, Doris fa altrettanto lasciando che ci pensi Dio (il quale ci pensa, in effetti, ma non nel modo che spererebbe la povera donna), e questi quattro marcantoni pompati di muscoli si ritrovano impreparati ad affrontare incidenti, menomazioni fisiche, fallimenti, senso d'insicurezza, depressione, droghe e chi più ne ha più ne metta. Se pensate che I Malavoglia fossero portatori sani di jella, ricordatevi sempre che l'adorabile famiglia verghiana era frutto di fantasia, mentre i Von Erich sono esistiti davvero. Purtroppo, la sceneggiatura di The Iron Claw non è stata scritta da Verga, e risulta difficile provare pena sincera per personaggi appena abbozzati dotati di emozioni abbastanza semplici e brevi archi narrativi che li caratterizzano con pochi tratti facilmente riassumibili.


Il punto di vista del narratore, tanto per cominciare, è quello di Kevin Von Erich. Kevin viene caratterizzato come "figlio maggiore", quello che il padre, sistematicamente e senza motivo alcuno, mortifica per l'intero film preferendogli, di volta in volta, i fratelli minori. Sarà la parrucchetta di Zac Efron o quella faccia da babbeo che non gli riesce di togliersi, ma non sono riuscita minimamente a farmi coinvolgere dal suo dramma umano né ho trovato credibile il suo continuo abbozzare e accettare a testa china ogni discutibile decisione paterna, così come, alla seconda tragedia, ho cominciato a trovare abbastanza ridicolo il modo di darle in pasto al pubblico: appena un fratello finisce sotto i riflettori, c'è una sequenza malinconica in cui quest'ultimo si confronta con Kevin e lo spettatore ha giusto il tempo di fare gli scongiuri, prima dell'inevitabile funerale o scena strappalacrime che decreta il destino ultimo del poveraccio. A tal proposito, fa un po' ridere la scelta del regista di omettere dal film la figura di Chris Von Erich perché morto in maniera simile a quella degli altri fratelli, per "non appesantire il ritmo del film e caricarlo di ulteriori tragedie" (tranquillo, ciccio, una più una meno... tanto al confronto di The Iron Claw Candy Candy è una passeggiata) ma ciò che ha definitivamente stroncato ogni possibile entusiasmo da parte mia è l'imbarazzante sequenza imperniata su un immaginario aldilà, totalmente avulsa dal registro dell'opera e messa lì appositamente per commuovere gli spettatori più sensibili, peraltro categoria nella quale credevo di rientrare in pieno. Peccato, perché la ricostruzione dell'ambiente cialtrone, caciarone e maschio del wrestling non mi è dispiaciuta affatto e Holt McCallany, Maura Tierney Jeremy Allen White ce la mettono tutta per dare un minimo di spessore ai loro personaggi, ma in definitiva The Iron Claw rappresenta uno di quei casi in cui il trailer è meglio dell'opera finita.


Di Holt McCallany (Fritz Von Erich), Maura Tierney (Doris Von Erich), Zac Efron (Kevin Von Erich), Harris Dickinson (David Von Erich) e Lily James (Pam) ho già parlato ai rispettivi link. 

Sean Durkin è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come La fuga di Martha e The Nest - L'inganno ed episodi della serie Inseparabili. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 43 anni. 


Jeremy Allen White
interpreta Kerry Von Erich. Star della serie The Bear, ha partecipato film come Comic Movie e The Rental. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e un film in uscita. 



martedì 6 febbraio 2024

Il gabinetto del dottor Caligari (1920)

In qualche modo sto riuscendo a continuare la challenge horror di Letterboxd e oggi tocca a "Most popular horror film you haven't seen that's not on your watchlist". Ho avuto quindi occasione di recuperare Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari), diretto nel 1920 dal regista Robert Wiene.


Trama: Franzis racconta la terrificante esperienza avuta con l'ipnotista Caligari e il sonnambulo sotto il suo diretto controllo, trasformato in un assassino..


Siccome non avevo mai visto prima Il gabinetto del dottor Caligari, e il film in questione rientra di diritto nel novero dei capolavori dibattuti nel corso dei decenni, mi asterrò, come sempre, da qualsiasi recensione "tecnica" ma cercherò semplicemente di riportare delle personalissime impressioni. Il gabinetto del dottor Caligari è un'esperienza allucinante. Dopo giorni, ancora mi chiedo come sia stato possibile, nel 1920, girare un'opera così moderna, in grado trasmettere inquietudine anche dopo 100 anni. Non è solo questione di scenografie, anche se quelle aiutano: opera simbolo dell'Espressionismo Tedesco, il film restituisce allo spettatore una realtà distorta, filtrata dal ricordo di chi ha vissuto un'esperienza terrificante, e ogni ambiente rappresentato è un tripudio di angoli aguzzi, linee storte, sentieri senza uscita, geometrie sghembe e chi più ne ha più ne metta. Più che luoghi reali, quelli de Il gabinetto del dottor Caligari sembrano sfondi teatrali e non c'è nessuna volontà, da parte degli scenografi, di far venire meno la sensazione che i personaggi siano intrappolati all'interno di un tunnel dell'orrore, privi di punti di riferimento e disorientati. Non fraintendetemi, trovo le scenografie del film tra le più belle e fantasiose mai realizzate, delle vere e proprie opere d'arte, ma la loro bellezza deriva soprattutto dall'angoscia straniante che provocano, e lo stesso vale per il trucco pesantissimo indossato dai personaggi. A proposito di questi ultimi, c'è un equilibrio incredibile tra aspetti grotteschi ed eleganza gotica, sia tra i personaggi maschili che per Jane, bellissima eppure esageratamente truccata, al punto da sembrare un'illustrazione a china semovente. I primissimi piani degli attori rivelano, come da "programma" del movimento, l'angoscia quasi ultraterrena che li assale, inserendoli di diritto in un mondo dove non solo è il confine tra vita e morte ad essere labile, ma anche quello tra bene e male, con questi occhi grandissimi e pittati che sembrano voler inghiottire lo spettatore e coinvolgerlo nelle stesse spirali di follia di cui sono preda i protagonisti.


A proposito di follia, anche la trama è modernissima. Il gabinetto del dottor Caligari è un gioco di scatole cinesi, un racconto nel racconto introdotto da una cornice malinconica ma "naturale", quella di una conversazione al parco. L'incubo, anche visivo, comincia solo dopo un paio di minuti e si amalgama alle sensazioni veicolate dalle scenografie di cui ho parlato prima in quanto si parla di assassini involontari, di esseri umani privi del controllo del loro corpo e alla mercé di una follia imprevedibile, che stana gli innocenti nelle loro case portando la morte quando meno se lo aspettano. Nonostante, da un certo punto in poi, la trama si inserisca nei binari del giallo horror alla Edgar Allan Poe, col tentativo del protagonista di smascherare il Dottor Caligari e fermare il terrificante Cesare, il plot twist onirico (che non vi racconterò, nel caso ci fossero altre bestie ignoranti come me alla lettura!) è in agguato e arriva a scombinare tutte le carte in tavola, lasciando persino lo spettatore moderno con un palmo di naso e pronto a ricominciare la visione da capo, per lo stupore di essersi lasciato gabbare da un centenario con la verve di un ragazzino. Un'altra cosa che ho apprezzato tantissimo, a tal proposito, è lo stile delle didascalie, allucinante e sghembo quanto quello delle scenografie, che trasmette tutto il caos presente nella testa del narratore e rende anche difficile (ma forse quello è stato un mio limite, tra tedesco che ricordo poco e un carattere al quale non sono abituata) una rapida lettura. Siccome potete trovare il film su Youtube, restaurato dalla Cineteca di Bologna e con sottotitoli in italiano, il mio consiglio è di approfittarne, in quanto non è mai troppo tardi per recuperare certi capolavori e goderne!

Robert Wiene è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Orlacs Hände. Anche sceneggiatore, attore, scenografo e costumista, è morto nel 1938 all'età di 65 anni.


Conrad Veidt i
nterpreta Cesare. Tedesco, ha partecipato a film come Orlacs Hände, L'uomo che ride, Contrabbando, Il ladro di Bagdad e Casablanca. Anche regista e produttore, è morto nel 1943 all'età di 50 anni. 



venerdì 2 febbraio 2024

Povere creature! (2023)

Ho aspettato un sacco ma alla fine anche io sono riuscita a vedere Povere creature! (Poor Things), diretto nel 2023 dal regista Yorgos Lanthimos e candidato a undici Oscar: Miglior film, Miglior regista, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior attrice, Miglior attore non protagonista, Miglior montaggio, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Migliori costumi, Migliore colonna sonora, Miglior trucco e acconciatura. Attenzione, segue lungo sproloquio!


Trama: il geniale chirurgo Godwin Baxter recupera il cadavere di una donna suicida e le dà nuova vita, impiantandole il cervello del bambino che portava in grembo. "Nasce" così Bella, creatura in cerca della libertà, della conoscenza e del suo posto nel mondo...


Questa volta più di altre mi pento di non avere letto il romanzo omonimo di Alasdair Gray prima di accingermi alla visione di Povere creature!, perché, nonostante il film sia stato incensato da chiunque, a me è sembrato di non avere colto qualcosa. Prendete dunque questo post come una riflessione personalissima e sentitevi liberi (anzi, fatelo!!) di venire incontro al mio ignorantissimo cervello nei commenti. L'ultimo film di Lanthimos è un'opera che mescola le suggestioni e lo stile dei romanzi di formazione e picareschi, condito da abbondanti tocchi di horror, humour nero e situazioni grottesche, avente per protagonista la giovane Bella Baxter. Quella che viene presentata allo spettatore è la seconda vita di Bella: come un novello mostro di Frankestein, Bella è un cadavere rianimato dallo scienziato Godwin "God" Baxter, che l'ha creata inserendo il cervello di un bambino mai nato nel corpo della madre morta suicida, e l'ha cresciuta come un esperimento controllato. Proprio la natura peculiare del cervello di Bella la rende una creatura di pura innocenza ed istinto, dotata (come appunto i bimbi piccoli) di una spiccata percezione dei propri bisogni che spesso sconfina in un testardo e capriccioso egoismo. Ciò, unito a una rapidissima capacità di sviluppo e apprendimento, la porta presto a diventare insofferente verso i limiti imposti da God e le cose precipitano quando la sessualità di Bella si risveglia con un'urgenza resa pressante da tutte le caratteristiche di cui sopra; l'arrivo dello spregiudicato e disnibito avvocato Duncan Wedderburn spingerà Bella a fuggire con lui e ad iniziare il suo viaggio alla scoperta del mondo e di se stessa. Pur non avendo letto con attenzione le varie recensioni scritte in rete onde evitare spoiler, persino io ho capito che il comun denominatore delle stesse fosse la parola "femminismo". In effetti, le vicende di Bella nascono da un atto di "potere" commesso da un uomo ai danni di una donna che ha cercato di togliersi la vita e proseguono seguendo il tentativo della protagonista di liberarsi dall'influenza di uomini pronti a decidere cosa sia meglio per lei e, in seguito, a plasmarla in base ai propri desideri. La sessualità femminile, la presenza di un organo destinato esclusivamente al piacere come il clitoride, è il fulcro della narrazione per la prima parte del film e ritorna, prepotente, verso la fine, incarnando (da un punto di vista maschile) tutto ciò che c'è di bello e terribile nelle donne. Quasi tutti i personaggi cercano infatti di approfittare dello sfrenato desiderio sessuale di Bella per poterla controllare: God cerca di imbrigliarlo affibbiandole un marito scelto da lui, così da poter continuare l'esperimento in sicurezza, Duncan desidera al fianco una donna-bambina dall'appetito insaziabile e facile da plasmare, la maitresse punta a trarne il massimo profitto, Alfie decide di inibirlo per sempre onde evitare di gestire una donna che già si era liberata dalla sua influenza suicidandosi e privandolo di un figlio.   


Bella, in tutto questo, se ne batte allegramente le balle, passatemi il termine, ed è conseguentemente meravigliosa. Determinata a fare solo ciò che può farla stare bene, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e asseconda chi ha a che fare con lei per il tempo che le serve a ottenere ciò che desidera. Sesso, cultura, cibo, denaro, informazioni, ognuna di queste cose è fondamentale per Bella, con un grado di importanza che varia in base al suo sviluppo fisico e mentale, alla sua crescita. Impermeabile, apparentemente, a qualunque cosa legata ad aspetti meramente "sentimentali", Bella ragiona col piglio di uno scienziato secondo rapporti di causa ed effetto, non tanto come "donna" ma come persona pienamente autoconsapevole, al di là di ogni definizione di sesso, età o classe sociale. E' qui, dunque, che mi viene da chiedermi se Povere creature! sia un film "femminista" o se non faccia, invece, un discorso aperto a tutt*, lanciando un invito ad essere la nostra versione migliore, con un occhio alle brutture della società che ci circonda, coltivando "egoisticamente" passioni e bisogni in modo da rendere il mondo un posto più gradevole per tutti quelli che lo meritano (le facce di merda irrecuperabili, invece, possono rimanere in ginocchio a belare nel pantano a cui sono destinati). Ed è sempre qui che, lo ammetto, il mio entusiasmo per Povere creature! si è incrinato, scontrandosi con quella che io ho percepito come una superficialità perplimente. Premesso che Bella ha delle origini tragiche e terribili e che sul suo corpo è stata commessa una violazione imperdonabile, nel corso del film non c'è un solo momento in cui la protagonista si trovi davvero nelle condizioni definite dalle parole della maitresse parigina, apparentemente tra le più importanti della pellicola: "We must experience everything. Not just the good, but degradation, horror, sadness. This makes us whole Bella, makes us people of substance. Not flighty, untouched children. Then we can know the world. And when we know the world, the world is ours". Certo, a un certo punto del film Bella impara che alcune persone soffrono e muoiono ingiustamente e, in seguito, diventa prostituta, ma la prima situazione è un'apostrofo bruciato dal sole tra una patata e una sisa, mentre la seconda è all'acqua di rose: Bella SCEGLIE di prostituirsi, tenta per cinque minuti di instaurare il socialismo (altro concetto apparentemente importantissimo inserito qui e là nei dialoghi e mai approfondito...) all'interno della struttura del bordello e se ne va senza problemi quando decide di essere stufa di quella vita. In realtà Bella, salvo i criticabili, odiosi limiti della sua condizione di donna (che, peraltro, nessuno riesce ad imporle in virtù della natura di ciolla molla di ogni uomo presente nel film), nasce come privilegiata alto borghese, viene "rapita" da un perdigiorno che comunque la mantiene, torna ad una vita che le consentirà di diventare ciò che desidera, quindi la sua vicenda risulta priva di quel tormento che le darebbe non solo un po' più di consistenza, ma anche maggiore profondità. 


Al di là di queste considerazioni personalissime, non è che Povere creature! non mi sia piaciuto. Ho un po' sofferto la pesante ingerenza della computer grafica nei colori e nei fondali, questo sì, ma ho apprezzato molto la sperimentazione estrema di Lanthimos e del direttore della fotografia Robbie Ryan, quella manifesta volontà di giocare con le lenti, le luci e le inquadrature, in perfetta sincronia con le esperienze sempre diverse vissute da Bella e con la sua voglia di esplorare. Gli ambienti ricostruiti in studio, con quelle suggestioni steampunk e i dettagli surreali, sono dei micromondi senza tempo che risultano contemporaneamente familiari ed estranei, e riescono a spiazzare lo spettatore di continuo, così come le mise intrigantissime di Bella, un perfetto mix di "decoro" da gentildonna e spirito libero punk. All'interno di questi abiti allucinanti, Emma Stone ci sguazza e si profonde nell'interpretazione migliore di sempre. Senza alcun senso di pudore o di vergogna, la Stone mette a nudo non solo il suo corpo, ma occhi di un'innocenza spiazzante, che accompagnano, con quello sguardo diretto e stralunato, parole scandite con candida perfidia, capaci di strappare più di una risata di sconcerto o ammirazione. Se la Stone è sicuramente ipnotica, non è meno azzeccata l'interpretazione di Mark Ruffalo, al quale è stato offerto il ruolo della vita, portato a casa in maniera egregia. Duncan Wedderburn è un buffone matricolato e una persona pessima sotto ogni punto di vista, ma in alcuni momenti l'interazione con Bella è talmente avvilente per questo povero creaturO che è difficile non provare un minimo di pena (e poi io un attore che improvvisa un BELLAAAA!! neanche fosse un novello Kovalski lo amo a prescindere), mentre il favoloso ballo che vede impegnati entrambi sulla nave è talmente esaltante a livello di chimica e coreografia da essere quasi ai livelli di quelli che vedeva impegnati il compianto Raul Julia e Anjelica Houston nei due film de La famiglia Addams. Ho detto QUASI! E quasi è la parola chiave di ciò che ho provato guardando Povere creature!: mi ha quasi convinta, ma non al 100%, diciamo, per rimanere in tema, che non ho raggiunto l'orgasmo. Se però si porterà a casa ogni Oscar per cui è candidato mi vedrete saltellare felice ugualmente!


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Emma Stone (Bella Baxter), Willem Dafoe (Dr. Godwin Baxter), Christopher Abbott (Alfie Blessington) e Mark Ruffalo (Duncan Wedderburn) li trovate invece ai rispettivi link.





Se vuoi condividere l'articolo