martedì 5 agosto 2025

Una pallottola spuntata (2025)

Domenica sera sono andata a vedere Una pallottola spuntata (The Naked Gun), diretto e co-sceneggiato dal regista Akiva Schaffer.


Trama: dopo l'apparente suicidio di un ingegnere informatico, l'agente di polizia Frank Drebin rimane coinvolto in una vicenda criminale che coinvolge la sorella del morto e il guru della tecnologia Richard Caine...


Se volete capire la differenza tra gli ZAZ (Jerry Zucker, Jim Abrahams, David Zucker, le menti dietro la trilogia originale de Una pallottola spuntata) e Seth MacFarlane, produttore del remake diretto da Akiva Schaffer, vi basta guardare in sequenza i due film omonimi, quello del 1988 e quello del 2025, come ho fatto io. Certo, il confronto è impari, andrebbe fatto tenendo in conto le opere realizzate all'apice della svogliatezza da entrambe le parti, ma anche così le differenze sostanziali non cambiano. Quello degli ZAZ è un umorismo universale e senza tempo, anche nei momenti di minor efficacia, radicato nei cliché storici della comicità demenziale e parodica, che hanno contribuito a sviluppare, ed è un giusto mix tra situazioni assurde veicolate dalle immagini in movimento e dialoghi surreali, con ovvie concessioni alla sfera sessuale e scatologica. Quello di MacFarlane è un umorismo di grana ancora più grossa, dove le concessioni diventano gag spesso infantili, e che fa ampio uso di un effetto nostalgia rabbioso, di un citazionismo a mitraglia che presupporrebbe una cultura nerd/pop smisurata; è un tipo di umorismo che adoro preso a piccole dosi, come per esempio nelle opere animate che hanno reso famoso MacFarlane, ma che mi lascia indifferente e anche un po' annoiata sulla lunga distanza, come è accaduto durante la visione dei suoi film da regista. Nel film di Schaffer, ciò si traduce, anche per colpa di un adattamento italiano fiacco, in un legacy sequel con tanti momenti di stanca, dove non si ride mai di cuore, neppure di fronte alle molteplici strizzate d'occhio a Una pallottola spuntata, di cui ricalca la trama aggiornandola (?, poi vi spiego perché ho messo un punto interrogativo) al gusto attuale. Frank Drebin Jr., come si intuisce, è il figlio del tenente Frank Drebin e, dal padre, ha ereditato l'invidiabile sicumera con la quale affronta ogni situazione nonostante un'incapacità e una stupidità congenite. Anche lui si ritrova ad avere a che fare con un caso che sembra uscito fuori da un film di James Bond, con tanto di machiavellico complotto ordito da un ricchissimo supercriminale apparentemente immacolato; anche lui si innamora di una femme fatale tenera e pasticciona, in qualche modo legata alle indagini in corso, facendo pace con una vita sentimentale fino a quel momento tragica. Questa è l'ossatura della trama, sulla quale Schaffer e gli altri sceneggiatori hanno innestato una serie di gag più o meno efficaci, davanti alle quali mi sono però spesso chiesta quale fosse il target del nuovo Una pallottola spuntata, da cui il punto interrogativo precedente.


I fan duri e puri di Una pallottola spuntata, ovviamente, hanno urlato allo scandalo, quindi li toglierei dall'equazione, perché dubito che il film fosse dedicato a loro. Le nuove generazioni sono un pubblico altrettanto implausibile, in quanto tantissime gag fanno riferimento a usi, costumi, gruppi e telefilm anni '90/inizio millennio, e rischiano di cadere nel vuoto anche con persone un po' più adulte, come la sottoscritta. Non fraintendetemi, il riferimento a Buffy the Vampire Slayer mi ha scaldato il cuore, ma non ho capito dove fosse l'ironia nella lunghissima sequenza dedicata al TiVo, e ho trovato molto cringe i dialoghi su Black Eyed Peas e Fergie, solo per fare un esempio, o la scelta di riproporre in maniera quasi filologica il "gioco delle ombre" porno di Austin Powers (lo so, Kevin Durand ha esordito proprio nel secondo film della saga, ma sono finezze da nerd). Spettatori di riferimento a parte, un altro problema del nuovo Una pallottola spuntata è Liam Neeson. Sulla carta, era la scelta perfetta, perché un candidato all'Oscar, da anni votato a una carriera di action "seri", poteva fungere da ottimo contrasto con le situazioni ridicole presenti nel film. Purtroppo, mentre Leslie Nielsen perdeva rarissime volte il suo aplomb e l'aura di uomo distinto venuto a trovarsi suo malgrado in un film comico, Neeson scivola spesso in un registro grottesco e caricaturale, e lo stesso vale per Danny Huston, con conseguenze nefaste su quel cortocircuito mentale che spingeva gli spettatori a ridere a crepapelle. All'interno di un cast all star, chi ne esce davvero a testa alta, confermando una rinascita che le auguro continui ancora a lungo, è Pamela Anderson, perfetta per il ruolo di Beth e unita a Neeson da un'alchimia reale, come si è poi visto sui vari red carpet, dove la coppia si è rivelata essere vera, nata proprio sul set. Forse per questo, forse per la presenza della topa impagliata, forse per dei titoli di coda che rispettano lo spirito dell'opera originale, forse per l'appuntamento con svolta horror (praticamente un film nel film), non sono riuscita a volere troppo male al nuovo Una pallottola spuntata. Non vi consiglio di spenderci dei soldi, né di guardarlo se la pellicola del 1988 è uno dei vostri capisaldi, ma quando uscirà in streaming magari vi servirà per passare una serata spensierata.   


Di Liam Neeson (Frank Drebin Jr.), Pamela Anderson (Beth Davenport), Paul Walter Hauser (Ed Hocken Jr.), Danny Huston (Richard Cane), CCH Pounder (Capo Davis), Kevin Durand (Sig Gustafson), Weird Al' Yankovic (se stesso) e Dave Bautista (se stesso) ho già parlato ai rispettivi link.

Akiva Schaffer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Hot Rod - Uno svitato in moto, Vicini del terzo tipo, Vite da popstar e Cip e Ciop: Agenti speciali. Anche produttore e attore, ha 48 anni. 


Nel film compaiono anche il rapper Busta Rhymes, nei panni del rapinatore interrogato da Frank, e Priscilla Presley, che riprende il ruolo di Jane Spencer in un blink and you'll miss it tra i telespettatori dello spettacolo di capodanno. Una pallottola spuntata è il seguito del film omonimo e di Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura e Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale quindi, se vi fosse piaciuto, recuperateli. ENJOY! 

venerdì 1 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Parents - Pranzo misterioso (1989)

Per la horror challenge di oggi dovevo scegliere un film uscito al compimento dei miei otto anni, ed è uscito fuori Parents - Pranzo misterioso (Parents), diretto nel 1989 dal regista Bob Balaban.


Trama: Michael, bambino cupo e taciturno, si trasferisce con i genitori dal Massachusetts a un sobborgo della California. Lì, si accorge che i genitori hanno dei comportamenti a dir poco bizzarri...


Come al solito, non ho idea del perché Parents sia finito nella mia watchlist di Letterboxd, ma tant'è, era lì, che mi aspettava. Non so bene neppure perché Parents sia stato categorizzato come film horror, quando in realtà è una commedia nerissima, molto weird che, sì, parla di cannibalismo, ma non in maniera particolarmente inquietante. Per quanto riguarda l'ultima considerazione, forse il problema però è mio, che ho trovato Parents abbastanza noioso. Il film è l'esordio alla regia di Bob Balaban, attore diventato famoso grazie a Incontri ravvicinati del terzo tipo, faccia conosciutissima per chi bazzica il cinema di Wes Anderson, sceneggiatore, produttore, scrittore e quant'altro. E' probabile che da una personalità così eclettica mi aspettassi qualcosa di più, una satira graffiante della società americana oppure un ruolo maggiormente assertivo del piccolo protagonista; invece, Parents mi è sembrato una pietanza un po' insipida, piena di belle idee che, forse per inesperienza, Balaban non è riuscito a concretizzare in qualcosa di originale ed eccitante. Il film racconta di come il piccolo Michael arrivi, pian piano, a non fidarsi più dei suoi genitori, in un crescendo di episodi che iniziano come potenziale effetto di un punto di vista distorto (il bambino, fin dall'inizio, sembra destabilizzato dal cambiamento di ambiente) per poi diventare sempre più reali e impossibili da equivocare; il film mantiene sempre la qualità un po' onirica di un incubo urbano e, complice anche la natura di narratore "inattendibile" del protagonista, Parents gioca parecchio sull'ambiguità delle percezioni del bambino. Il terreno su cui si crea l'ironia nera è il fatto che i Laemle sono presentati come la quintessenza della perfezione borghese, con una madre casalinga e cuoca provetta, e un marito lavoratore (con una stoccata, però, perché Nick lavora in una fabbrica che produce agenti chimici potenzialmente mortali per la popolazione), ma comunque affettuoso e presente con la moglie e il figlio. Tanti piccoli indizi, tuttavia, incrinano la perfezione fin da subito, perché i Laemle vengono dal Massachusetts, hanno paura del giudizio altrui in quanto sanno che i diversi rischiano di finire bruciati e, soprattutto, Michael ha conoscenze di rituali che avevo trovato all'interno di un libro di stregoneria ai tempi delle superiori e ne parla agli insegnanti come fosse la cosa più normale del mondo. Insomma, qualquadra non cosa, e forse il difetto più grande del film è che, più o meno a metà, le carte vengono scoperte senza possibilità di errore.


Probabilmente, se Parents si fosse mantenuto ambiguo per tutta la sua durata, sarebbe stato più interessante, anche perché, a tratti, ha uno stile quantomeno Lynchiano, e non è solo per la presenza di Angelo Badalamenti, che ha composto la colonna sonora originale alternandola a ballabilissimi successi degli anni '50, epoca in cui è ambientato il film, come The Purple People Eater o Cherry Pink and Apple Blossom White. Infatti, i personaggi sono tutti più o meno weird, c'è un accostamento di elementi pop e leziosi che si affiancano a tematiche cupe, inoltre il regista realizza spesso sequenze oniriche (quali il sogno iniziale di Michael, che salta sul materasso per poi affondare in un lago di sangue, oppure il momento in cui il bambino vede i suoi fare sesso, un trionfo di abbaglianti luci bianche e di labbra sporche di sangue). Manca però a Balaban la coerenza di Lynch, la capacità di fare una satira che non si limiti a banalità superficiali e di inserire elementi perturbanti nel corso di tutta la durata del film, per tenere desta la curiosità e il senso di inquietudine dello spettatore e, soprattutto, quella di scegliere attori iconici. Tra tutti, il migliore del cast è Randy Quaid, ma la sua è un'interpretazione che non lascia il minimo dubbio, fin dall'inizio, sulla natura folle di Nick, basta vedere il modo con cui si rapporta col figlio (mentre con la moglie è normalissimo, il che lascia un po' perplessi). Mary Beth Hurt è una madre ben poco incisiva o memorabile, il piccolo protagonista un blocco di tufo che non si scioglie nemmeno negli ironici titoli di coda e, benché qualche interpretazione interessante si possa trovare tra i personaggi secondari, come la piccola Sheila o l'assistente sociale, mentirei se dicessi che Parents è un film che mi ha colpita o che mi sento di consigliare, visto che l'ho trovato un'opera prima non particolarmente incisiva né memorabile. 
 

Del regista Bob Balaban ho già parlato QUI.

Randy Quaid interpreta Nick Laemle. Americano, fratello di Dennis Quaid, ha partecipato a film come L'ultima corvé, Balle spaziali 2 - La vendetta, Un Natale esplosivo, Giorni di tuono, Freaked - sgorbi, Independence Day e I segreti di Brokeback Mountain; come doppiatore, ha lavorato in The Ren & Stimpy Show. Anche produttore e sceneggiatore, ha 75 anni. 



mercoledì 30 luglio 2025

Bolla Loves Bruno: Codice Mercury (1998)

Per la rubrica Bolla Loves Bruno parliamo oggi di Codice Mercury (Mercury Rising), diretto nel 1998 dal regista Harold Becker e tratto dal romanzo Simple Simon di Ryne Douglas Pearson.


Trama: un bambino autistico decifra accidentalmente un codice sviluppato dalla NSA e il direttore, per non perdere la faccia, decide di farlo uccidere. Art Jeffries, agente dell'FBI caduto in disgrazia dopo una missione finita in tragedia, si ritrova accidentalmente a dover proteggere il bimbo...


Dopo The Jackal, il sito Imdb inserisce Bruce Willis come attore nella commedia romantico-sportiva Broadway Brawler. In realtà, di questo progetto non è rimasto nulla, perché è stato tolto dalla produzione dopo soli 20 giorni di riprese e ben due anni di pre-produzione, quando Bruce Willis ha fatto licenziare diversi membri della troupe (tra i quali il direttore della fotografia e la regista), insoddisfatto dei risultati; Broadway Brawler avrebbe dovuto essere distribuito dalla Walt Disney Company che, per evitargli una penale salata, ha imposto a Bruce di partecipare con un compenso ben più basso del solito a tre film, ovvero Armageddon, Il sesto senso e Faccia a faccia, i primi due destinati ad entrare a far parte dei maggiori successi commerciali dell'attore. Prima di Armageddon, però, esce questo Codice Mercury, che non riguardavo da anni e che ho riscoperto essere un'opera dignitosissima, soprattutto per come amalgama le caratteristiche ormai tipiche del "personaggio" Bruce Willis a quelle di un innocente con la I maiuscola, un bambino autistico completamente incapace di sopravvivere da solo, neppure in circostanze normali. In questo caso particolare, il piccolo Simon finisce nel mirino del glaciale direttore dell'NSA dopo aver trovato per puro caso (letteralmente per gioco) la chiave di un codice virtualmente indecifrabile. Invece di prendere Simon e portarsi lui e i genitori in qualche base dove mettere a frutto le incredibili capacità del bambino, il direttore Kudrow preferisce assoldare una serie di spietati sicari per eliminare l'improbabile testimone e tutti quelli che gli sono stati vicini, a cominciare da papà e mamma. Fortunatamente, si mette di mezzo Bruce Willis nei panni di Art Jeffries, un agente dell'FBI traumatizzato da un'operazione sotto copertura finita malissimo, con la morte di due giovanissimi criminali, poco più che ragazzini. Proteggendo Simon contro tutto e tutti (sfruttando pochissimi conoscenti e un'imprevista alleata), Art cerca di fare ammenda per delle morti che gli pesano sulla coscienza, e lo fa cercando il giusto equilibrio tra epici momenti d'azione e la necessità di superare il muro impenetrabile eretto da un bambino che lo considera giustamente un estraneo e che, non percependo il pericolo, cerca di scappare e tornare a una vita che non esiste più.


Come dice da sempre mio padre: "Sun propriu cini". Per apprezzare Codice Mercury bisogna innanzitutto sorvolare sul suo stupidissimo assunto iniziale, che vede due nerd dell'NSA testare l'impenetrabilità del codice pubblicando un rompicapo su una rivista di enigmistica, e la natura psicopatica del direttore dell'NSA (non il fatto che una donna decida di aiutare Bruce Willis, dandogli persino un posto dove dormire, senza avere idea di chi sia, questo lo farei anche io), che opta per sterminare una normalissima famiglia in virtù di un patriottismo distorto. Per fortuna, lo spettatore viene distratto dalla stupidità della trama, che risulta comunque avvincente, grazie alla bellissima alchimia che si viene a creare tra Bruce Willis e Miko Hughes, complice anche un'intensa colonna sonora di John Barry, non proprio l'ultimo dei pivelli. Miko Hughes, in particolare, è uno degli enormi misteri del mondo del cinema, perché non si capisce come abbia potuto un bambino così dotato scomparire dagli schermi proprio poco dopo l'uscita di Codice Mercury. Immagino abbia voluto prendersi una pausa per godere di un'esistenza normale e non fare la fine di tanti suoi coetanei, ma vista la straordinaria, realistica interpretazione di un bambino autistico, mi permetto di dire che è stato proprio uno spreco; nel personaggio di Simon non c'è traccia di pigrizia, di scappatoie che si adagiano nei cliché, solo un palese impegno derivante dallo studio della malattia e dal contatto prolungato con bambini autistici, e chissà cosa avrebbe potuto fare Hughes se avesse deciso di proseguire la carriera con questo stesso impegno. Bruce Willis non si lascia eclissare da un simile talento, ma ammorbidisce i tratti spigolosi e piacioni tipici dei suoi personaggi "action" per mettere sul piatto un cuore vero, un reale desiderio di proteggere e capire il bambino, in un percorso di crescita difficile e non banale, che si conclude in un finale tanto verosimile quanto toccante. Il resto del cast si assesta su livelli abbastanza medi, così come la regia, la fotografia e il montaggio, ma Codice Mercury è uno di quei film "di cassetta" che fa comunque piacere rivedere, di tanto in tanto, anche solo per vedere spuntare quelle belle faccette all'epoca non proprio famosissime (come Peter Stormare e John Carroll Lynch) che tante gioie ci avrebbero dato negli anni a venire. 


Di Bruce Willis (Art Jeffries), Alec Baldwin (Nick Kudrow), Miko Hughes (Simon Lynch), Kim Dickens (Stacey), Peter Stormare (Shayes), John Carroll Lynch (Martin Lynch) e Jack Conley (Detective Nichols) ho già parlato ai rispettivi link.

Harold Becker è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy for You, Seduzione pericolosa e Malice - Il sospetto. Anche produttore, ha 97 anni. 


Chi McBride
interpreta Tommy B. Jordan. Americano, ha partecipato a film come La rivincita dei nerds III, Sospesi nel tempo, Fuori in 60 secondi, Faccia a faccia, The Terminal e a serie quali Willy il principe di Bel Air, Dr. House, Monk, How I Met Your Mother; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb e Beavis and Butthead . Anche sceneggiatore e produttore, ha 64 anni. 


Fun fact: Nicolas Cage e George Clooney erano due dei nomi papabili per interpretare Art Jeffries. ENJOY!

martedì 29 luglio 2025

So cosa hai fatto (2025)

E' passata più di una settimana dalla visione di So cosa hai fatto (I Know What You Did Last Summer), legacy sequel dell'omonimo film del 1998, diretto dalla regista Jennifer Kaytin Robinson, e finalmente riesco a scrivere due righe in merito.


Trama: Di ritorno dalla festa di fidanzamento di due di loro, cinque vecchi amici causano un incidente stradale e scappano senza prestare soccorso alla vittima. Un anno più tardi, i cinque cominciano a venire perseguitati e uccisi da un misterioso killer...


Non solo è passata più di una settimana da quando ho visto So cosa hai fatto, ma saranno quasi dieci giorni che non scrivo un post, quindi perdonatemi se sarò più raffazzonata e moscia del solito. La cosa mi dispiace parecchio, anche perché ero partita seriamente convinta del fatto che avrei odiato questo nuovo So cosa hai fatto, o almeno che mi sarei addormentata durante la visione. Invece, sul finale, ho cominciato a incrociare le dita perché uscisse un altro capitolo, quindi vorrei parlarne al meglio. Ma bando agli indugi. So cosa hai fatto è un legacy sequel che, come tale, ripropone, riaggiornandoli al gusto attuale ma con un occhio per i nostalgici fan, lo stesso concept iniziale del suo predecessore, la stessa struttura e gli stessi personaggi con l'aggiunta di nuovi protagonisti. Se già quello degli anni '90 partiva da un'idea stupida mutuata, ricordiamolo, da un romanzo young adult, il film della Robinson alza il livello di stupidità di almeno due tacche, adeguandosi alla shallowness della generazione Z, tanto che, all'inizio, stavo per abbandonare la sala, lo ammetto. Non è proprio spoiler se vi dico che i protagonisti anni '90 investivano un pedone, mentre quelli attuali causano involontariamente l'uscita di strada di un automobile con conseguente morte dell'autista e, nonostante la loro colpa sia ancora meno perseguibile penalmente, non chiamano comunque i soccorsi e giurano di mantenere il segreto in saecula saeculorum per motivi ancora più idioti dei loro predecessori. Fortunatamente, è stata proprio l'idiozia a rimettere sul binario giusto (molto vicino peraltro a quello di Incubo finale) un film che non pretende di prendersi sul serio neppure per un istante e, tra manzi il cui unico pregio è il fisico scolpito nonostante l'alcoolismo, youtuber regine di pessimo gusto, poliziotti da operetta e preti ambigui, consegna allo spettatore il personaggio migliore dell'intera saga, quella Danica che parte come principessina sui piselli e diventa il motore comico, nonché il cuore, dell'intera vicenda, eclissando una protagonista dimenticabile. Quanto ai vecchi ritorni, le sceneggiatrici sanno benissimo quali erano i personaggi migliori dei due film precedenti, e riservano alle due pittime Julie e Ray il minutaggio e il trattamento che meritano, innescando una riflessione non banale su tante piaghe sociali, come la dannosa nostalgia conservatrice dei fan, il maschilismo tossico e la tendenza a psicanalizzare ogni cosa, al punto da farsi di pietra contro dolore e senso di colpa. Che, sottolinea il film, non se ne va mai via, anche se si può spazzare temporaneamente sotto il tappeto, come il passato atroce di una cittadina che mira a diventare un gioiello turistico. 


Forse per questo, il nuovo So cosa hai fatto è più splatter dei suoi predecessori, e inscena parecchie morti anche esilaranti, atroci nella loro stupidità. C'è chi va incontro alla morte senza accorgersi di averla a un centimetro dal naso, chi se la sogna in una delle sequenze migliori del film, chi viene ironicamente esposto come memento del passato cittadino e chi paga ad altissimo prezzo la mancanza di rispetto, ma anche chi tenta di corrompere il killer col proprio portafoglio digitale e chi non dimentica la skincare nemmeno nei momenti più tragici. In tutto questo, lo sguardo della Robinson, anche co-sceneggiatrice, è così affettuoso e lieve che dispiace quasi vedere morire persino chi è stato designato come carne da macello fin dall'inizio, a differenza di quanto accadeva per gli odiosi, vuoti manichini dei primi due film (ripeto, salvo un paio di importanti eccezioni). Inoltre, per un film che cerca di fare meno presa possibile sull'amore dei fan accaniti della saga, lasciando che storia e personaggi camminino con le proprie gambe spinti da un flebile vento del passato, il nuovo So cosa hai fatto gioca un paio di jolly capaci di esaltare anche chi, come me, non ha mai provato interesse per gli "episodi" precedenti, e assesta un bel colpo di coda che lo rende più menefreghista e "libero" rispetto ai legacy sequel di Scream. A proposito dei quali, direi che So cosa hai fatto non supera il primo Scream di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, ma si fa volere quasi bene quanto Scream VI e ha sicuramente il pregio di avere rinfocolato il mio interesse per una saga che ho sempre trovato derivativa e noiosina. Se non altro, stavolta, mi sono divertita molto!


Della regista Jennifer Kaytin Robinson ho già parlato QUI. Freddie Prinze Jr. (Ray Bronson) e Jennifer Love Hewitt (Julie James) li trovate invece ai rispettivi link.

Madelyn Cline interpreta Danica Richards. Americana, ha partecipato a film come Boy Erased - Vite cancellate, Glass Onion - Knives Out e a serie quali Stranger Things. Ha 27 anni e un film in uscita. 


Ci sono altre due guest star che non vi spoilero, perché per me sono state una sorpresa inaspettata e deliziosa, vi consiglio solo di non alzarvi durante i titoli di coda. Chase Sui Wonders, che interpreta Ava, aveva partecipato al film Bodies Bodies Bodies mentre Jonah Hauer-King era il principe Eric de La sirenetta versione live action; Billy Campbell, che interpreta Grant Spencer, era invece il baffuto Quincey di Dracula di Bram Stoker. Per apprezzare al meglio So cosa hai fatto è indispensabile non solo recuperare il primo film, ma anche Incubo finale. ENJOY!

venerdì 25 luglio 2025

2025 Horror Challenge: The Burning (1981)

La challenge chiedeva di guardare un horror uscito nel mio stesso anno di nascita, e io ho scelto The Burning, diretto e co-sceneggiato nel 1981 dal regista Tony Maylam (so che non interessa a nessuno ma il prompt era della settimana scorsa. Pubblico il post oggi, approfittando di un "buco" lasciato dai corti horror, perché nei giorni scorsi volevo parlare di un paio di film usciti di recente in Italia!).  


Trama: a causa di una burla finita male, il custode di un campeggio rimane orribilmente sfigurato in un incendio. Cinque anni dopo, l'uomo esce dall'ospedale e cerca vendetta...


A volte è brutto guardare per la prima volta i film dopo 40 e fischia anni dalla loro uscita, perché nel frattempo sono successe un sacco di cose non proprio bellissime nel mondo dell'entertainment, e uno ha difficoltà a tenere fuori pensieri intrusivi durante la visione. Per esempio, The Burning nasce da un'idea di Harvey Weinstein, ed è stato sceneggiato dal fratello Bob assieme a Peter Lawrence; guardando il film, non riuscivo a smettere di chiedermi se le varie scene in cui le ragazze vengono pesantemente approcciate da teenager in fregola che non riescono ad accettare un "no" come risposta fossero un "omaggio" di Bob al fratellino, in particolare quella in cui Eddy riduce in lacrime la ragazzotta (un po' scema, fatemelo dire) rea di avere accettato una nuotata nudi ma di avere comunque rifiutato di fare sesso con lui. Probabilmente sono io che penso troppo, ma quelle scenette di ordinario arrapamento adolescenziale mi hanno messo i brividi più del killer armato di forbici da potatura che fa scempio di campeggiatori, ed è un peccato perché Bob Weinstein e Peter Lawrence, a differenza di tanti altri loro colleghi, hanno dato vita a dinamiche e personaggi abbastanza verosimili e tridimensionali. Sì, come in Venerdì 13 c'è un killer vendicativo che torna dopo anni sul luogo dell'incidente che gli ha rovinato l'esistenza e comincia ad uccidere adolescenti, ma non tutte le vittime sono carne da macello, anzi, alcuni hanno una personalità interessante, e non è facilissimo capire chi di loro sarà il final boy o la final girl. Dopo un inizio cupissimo, che offrirebbe potenziale per altri due film d'orrore (uno dei quali ambientato in un ospedale) The Burning ci introduce infatti alle atmosfere di un tipico campeggio estivo, dove accanto ai soliti manzetti e manzette tanto amati dagli slasher, ci sono anche ragazze incerte sui loro sentimenti, adolescenti allegri che fanno gruppo e tentano di coinvolgere anche gli outsider, capigruppo protettivi e sinceramente preoccupati per i ragazzi che sono stati loro affidati, momenti di cameratismo e la goffaggine imbarazzante tipica di quell'età, quando comportamenti bizzarri vengono esasperati fino a diventare disgustosi, sprofondando nella disperazione più nera chi ancora non riesce a trovare il suo posto nel mondo. Insomma, c'è un po' di investimento emotivo in The Burning (anche perché lo scherzo iniziale ai danni del custode del campeggio è qualcosa di tremendo, nonostante la vittima fosse una persona orribile), e molti dei personaggi si muovono all'interno di zone morali più o meno grigie, senza essere totalmente buoni o cattivi.  


The Burning
è particolare anche perché molte delle scene più gore sono baciate dalla luce del sole, in primis quella che lo ha reso giustamente famoso, che si svolge in un ambiente acquatico, il fiume, dove la luminosità viene ulteriormente enfatizzata da riflessi e riverberi. Il make-up di Tom Savini è eccelso e non risparmia nulla alle povere vittime della furia del killer. Proprio nella sequenza della zattera, dopo un'iconica ripresa dal basso del maniaco e una carrellata di terrificanti ferite mortali, il colore vivido del sangue riempie tutto lo schermo, prima che il montaggio passi alla scena successiva; il volto sfigurato del killer (realizzato in soli tre giorni), poi, è talmente disgustoso che viene da ringraziare il fatto di poterlo vedere solo per pochi secondi, e le lame fanno il loro dovere, che siano quelle delle cesoie che tagliano dita e gole, o che siano quelle di un'ascia che sfonda teste come angurie mature. Anche lo showdown finale ambientato in un'evocativa miniera abbandonata è interessante, grazie a carrellate ravvicinate dei protagonisti, che trasformano l'ambiente in un vero e proprio labirinto senza via d'uscita e rendono palpabile il terrore derivante da un mortale nascondino. Nota di merito, infine, per la colonna sonora di Rick Wakeman, che mi ha ricordato parecchio lo stile di alcuni lavori di Fabio Frizzi e gli conferisce un sapore adorabilmente fulciano. Sapete bene che non vado matta per gli slasher, quindi trovare così tanti meriti in un prodotto anni '80 mi ha piacevolmente stupita; perciò, non posso fare altro che consigliarvi il recupero di quello che, a ragione, tanti appassionati considerano superiore a Venerdì 13, pur essendo meno famoso. Io stessa non lo avevo mai visto prima d'oggi, e ne avevo sentito parlare solo sporadicamente! 


Di Fisher Stevens, che interpreta Woodstock, ho già parlato QUI, mentre Holly Hunter, che interpreta Sophie, la trovate QUA.

Tony Maylam è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Detective Stone. Anche produttore, ha 82 anni.


Se vi sembra di conoscere Brian Baker, che interpreta Alfred, dai tempi della vostra infanzia, è perché l'attore era in Scuola di polizia 4 nei panni del teppistello Arnie; Jason Alexander, che interpreta Dave, era invece George Costanza, il co-protagonista della sit-com Seinfeld. The Burning è stato uno dei film inseriti nell'elenco dei Video Nasty britannici, a causa della scena della zattera. Se The Burning vi fosse piaciuto recuperate Venerdì 13. ENJOY!


mercoledì 23 luglio 2025

Incubo finale (1998)

Siccome ho fatto trenta, prima della visione del reboot di So cosa hai fatto ho deciso di riguardare Incubo finale (I Still Know What You Did Last Summer), diretto nel 1998 dal regista Danny Cannon. Il reboot dovrei averlo visto ieri ma da domani sarò a Roma, quindi probabilmente ne parlerò martedì prossimo, tanto so che non tratterrete il fiato nell'attesa di conoscere la mia opinione! 


Trama: un anno dopo gli eventi del primo film, Julie è ancora traumatizzata dal ricordo di Ben Willis e il suo rapporto con Ray è diventato burrascoso. Per tirarle su il morale, l'amica Karla decide di portarla con sé dopo avere vinto un viaggio alle Bahamas, assieme al suo ragazzo Tyrell e all'amico Will, innamorato di Julie. Nel resort, però, cominciano ad accumularsi i cadaveri per mano di chi sembrerebbe proprio Ben Willis redivivo...


Di cos'è successo quando sono andata al cinema a vedere Incubo finale ho già parlato QUI, non starei a ri-raccontarvi l'aneddoto. Diciamo che se avessi guardato So cosa hai fatto prima del suo sequel magari mi sarei divertita di più all'epoca, cosa che ho fatto ora, ma forse non per i motivi che pensate. Anzi, probabilmente non sarebbe andata così, perché non avrei avuto il senso dell'umorismo adatto e "il senno di poi" che mi hanno portata a prendere Incubo finale per la cazzata mortale che è, un film pieno di momenti cringissimi e nato solo per amor di sequel. Se ci riflettete, So cosa hai fatto finiva con Julie nella doccia che veniva attaccata da un Ben Willis che, giustamente, le aveva detto come ultima cosa di "controllare sempre che i morti siano tali", o una cosa del genere. Per dare plausibilità a un seguito, quell'ultima sequenza viene considerata un incubo, e il nuovo film si apre dunque con un altro incubo, cosa che ha reso la vita molto facile ai titolisti italiani, benché malvagi come il loro solito. Quindi, Julie è ancora traumatizzata dagli eventi accorsi negli ultimi due anni (in realtà tutto è cominciato due estati prima, ma il killer se l'è legata al dito, perché lui sa ANCORA cos'ha fatto l'estate scorsa. Mollaci, per Dio.) e continua a non dormire per colpa dei brutti sogni. Per lo stesso motivo, rifiuta di tornare nella cittadina di pescatori dove, invece, è rimasto Ray; il rapporto va male perché lei non torna a casa e lui non ha il belino di andare a trovarla, e la nuova migliore amica di Julie non perde occasione per consigliarle, giustamente, di mandarlo al diavolo, ché lei è fidanzata con un coglione malato di figa, quindi massima esperta in fatto di fidanzati. In tutto questo, ciccia fuori il terzo incomodo, Will, tanto caruccio e con una crush enorme per Julie, e l'occasione per una svolta sentimentale arriva quando Julie e Karla vincono un viaggio alle Bahamas rispondendo telefonicamente a una domanda stupidissima. In realtà, il vero nemico di Julie e Karla è il sistema scolastico americano, quindi gli spettatori mangiano la foglia e loro no, col risultato di correre felici alle Bahamas a fine stagione, e di trovarsi in un resort deserto, flagellato dalle tempeste tropicali, con personale scazzato; in pratica, la riserva di caccia personale del "killer dell'uncino", che riserverà a Julie non solo tanto dolore e paura, ma anche un sacco di Carràmbate, ché Incubo finale è peggio di Beautiful.


Quello che a me non piace della saga (ma magari il nuovo film mi smentirà) è che, a differenza di quanto succedeva a Sidney in Scream, Julie non evolve e Ben lasciamo pure perdere, era inutile nel primo e qui è proprio l'apice della futilità. Però, c'è da dire che Julie sa scegliersi bene le migliori amiche perché, nonostante i gusti discutibili in fatto di uomini, Karla è tosta, simpatica, nonché l'unico personaggio principale che non avrei voluto vedere morto fin dall'inizio. Brandy avrebbe meritato sicuramente più credito come attrice,  perché qui, pur interpretando la tipica ragazza di colore sassy e sensuale, mostra carisma da vendere ed eclissa spesso e volentieri la protagonista. Ciò non accade, invece, per la marea di guest star sfruttate malissimo. Jeffrey Combs compare dieci minuti nei panni di addetto alla reception talmente scoglionato che potrebbe venire nominato ligure ad honorem, Bill Cobbs funge da momentaneo "sospetto" in un omaggio al voodoo che non viene sfruttato se non come nota di colore, e Jack Black... beh, cosa vuoi dire a Jack Black, oltre a "Cristo se sei imbarazzante"? Parrucchetta rasta di ordinanza, una canna o un bong perennemente in mano, umorismo dozzinale, l'attore sembra pronto per una comparsata in Scary Movie, più che in uno slasher "serio", e non sorprende che il suo nome non venga citato nei titoli; anche cercando sul web, troverete solo delle speculazioni sul motivo di questa scelta, ma le ipotesi puntano maggiormente su assennati consigli di manager vinti da vergogna, e non riesco a dare loro torto. L'unico motivo per cui mi sentirei di consigliare Incubo finale, al netto di un paio di momenti splatter ben riusciti, è per concludere in bellezza una serata ad alto tasso alcolico dove ridere fino a stare male della dabbenaggine dei protagonisti (la sequenza del lettino abbronzante è un capolavoro di nonsense) e delle arrampicate sugli specchi dello sceneggiatore Trey Callaway, ma la vita è oggettivamente troppo breve, meglio utilizzare tempo prezioso per qualcosa di più interessante!


Di Jennifer Love Hewitt (Julie James), Freddie Prinze Jr. (Ray Bronson), Bill Cobbs (Estes), Jeffrey Combs (Mr. Brooks), John Hawkes (Dave) e Jack Black (non accreditato, interpreta Titus Telesco) ho parlato ai rispettivi link.

Danny Cannon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dredd - La legge sono io ed episodi di serie quali CSI: Miami, CSI - Scena del crimine e Gotham. Anche sceneggiatore e produttore, ha 56 anni. 


Brandy
(vero nome Brandy Rayana Norwood) interpreta Karla Wilson. Americana, famosissima come cantante, ha partecipato a film come The Front Room e a serie quali Sabrina vita da strega e 90210. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 46 anni.


Mekhi Phifer
interpreta Tyrell. Americano, lo ricordo per essere stato il Dr. Pratt di E.R. Medici in prima linea. Ha partecipato a film come Clockers, Girl 6, Shaft, O come Otello, 8 Mile, Honey e L'alba dei morti viventi. Anche produttore e regista, ha 51 anni. 


Jennifer Esposito
, che interpreta Nancy, è l'ex moglie di Bradley Cooper. A Peter Jackson era stato chiesto di dirigere il film ma ha rifiutato, immagino perché dopo The Frighteners aveva qualcosa di più epico per la testa. Incubo finale è il seguito diretto di So cosa hai fatto, la saga è continuata poi con Leggenda mortale, col reboot uscito da qualche giorno in sala e con una serie che potete trovare su Prime Video, So cosa hai fatto. ENJOY!

martedì 22 luglio 2025

Il Bollalmanacco On Demand: L'innocenza (2023)

Per la rubrica Il Bollalmanacco On Demand avrei dovuto parlare oggi di The gangster, the cop, the Devil, ma Lory ha deciso di cambiare il titolo scelto con L'innocenza (怪物 - Kaibutsu), diretto nel 2023 dal regista Hirokazu Koreeda. Il film di  Lee Won-tae sarà comunque il prossimo della rassegna!


Trama: Minato è un ragazzino delle medie che vive solo con la madre, dopo che il padre è morto. Un giorno, Minato comincia a comportarsi in modo strano, a tornare a casa ferito e senza scarpe; indagando, sua madre scopre che la colpa sembrerebbe essere del professor Hori...


In un mondo in cui la gentilezza è diventata merce rara, è successo che una delle mie lettrici, Lory, ha deciso di chiedermi un film On Demand al posto di un altro che aveva proposto da tempo, perché un'altra lettrice, Patrizia, ha chiesto un parere proprio su L'innocenza, dichiarandosi "stupita , confusa, non sono sicura mi sia piaciuto al 100%". Sono stata comunque un po' lenta nel recupero, e mi dispiace, ma devo ringraziare sia Lory che Patrizia per avermi permesso di guardare un film veramente particolare e bellissimo, un "thriller" di sentimenti, raccontato attraverso quattro punti di vista diversi. Cercherò di non fare troppi spoiler, e di invogliare chi non dovesse conoscere L'innocenza a vederlo lasciandosi sorprendere dagli argomenti trattati. La storia è quella di Minato, un ragazzino che frequenta la sesta elementare giapponese (in pratica, l'equivalente di un nostro studente di prima media). Minato vive solo con la giovane madre vedova, Saori; il rapporto tra i due è sereno ma, ovviamente, Saori deve lavorare per mantenere entrambi, e spesso non riesce a stare accanto al figlio come vorrebbe. La donna rimane quindi sconvolta quando Minato comincia a farle domande strane su bambini ai quali verrebbero trapiantati cervelli di maiale, a tornare a casa tardi, a presentarsi con delle ferite oppure senza scarpe, finché un giorno il ragazzo arriva addirittura a buttarsi dall'automobile in corsa guidata dalla madre e finisce in ospedale, pur senza riportare danni gravi. Messo alle strette, Minato confessa di essere vittima delle angherie del giovane professor Hori, e Saori corre a scuola pretendendo soddisfazione, trovandosi davanti però un muro di insegnanti (direttrice compresa) distaccati e freddi, poco interessati ai problemi di Minato o alla rabbia di sua madre. Questo è l'incipit de L'innocenza anche se, per essere esatti, il film inizia in medias res, quando una serie di eventi ha già travolto Minato, ma prima che queste vicende cambino irrimediabilmente le vite di tutti i coinvolti. La sceneggiatura riparte altre tre volte dall'inizio, presentando la storia da altri punti di vista, e lascia allo spettatore il compito di unire tutti i puntini, ottenendo il quadro complesso di un delicato, malinconico coming of age che vede due mondi completamente diversi scontrarsi.


Il titolo italiano, L'innocenza, e quello giapponese, traducibile come "mostro", sono intercambiabili, perché dipendono dai punti di vista dei personaggi presenti nel film e rappresentano due mondi che si incontrano ogni giorno senza capirsi quasi mai, ovvero quello degli adulti e quello dei bambini. Minato e il suo compagno di classe Yori vivono e si rapportano tra loro con l'innocenza della loro età, scevri da pregiudizi o secondi fini, con una semplicità quasi commovente. E' la percezione altrui che è falsata, e da vita a tanti piccoli e grandi equivoci; ciò che è innocenza per alcuni, diviene dapprima stranezza, poi mostruosità per altri, e questo vale per tutti i protagonisti del film, che introiettano questa percezione estranea, arrivando a sentirsi davvero dei mostri e a comportarsi come tali, anche solo spinti da un istinto di autoconservazione. Anche i ruoli di "vittime" e "carnefici" si scambiano costantemente all'interno de L'innocenza, tanto che, se inizialmente si prova odio verso un personaggio, facilmente si verrà mossi a pietà in seguito, quando tutte le tessere del puzzle saranno andate al loro posto. Persino chi, sul finale, si scoprirà essere davvero colpevole di un atto gravissimo, benché involontario, racchiude in sé un dolore e un senso di colpa talmente grandi che è difficile non commuoversi durante la sequenza in sala musica; anche lì, un "semplice" momento di condivisione diventa qualcosa di più, perché rappresenta anche la salvezza fisica di un'altra persona, ed è l'ennesimo esempio di come L'innocenza sia un film complesso e mai univoco, la perfetta rappresentazione della natura spesso soggettiva della "verità". L'alternanza di una dura, prosaica realtà e la fuga verso un perfetto mondo di fantasia e libertà è un altro aspetto fondamentale de L'innocenza, all'interno del quale i personaggi combattono duramente per preservare un minuscolo spazio felice da cui vengono costantemente strappati, persino per mano di chi vuole loro bene. Il finale, in tal senso, è emblematico, e lascia aperta la porta a più interpretazioni, persino negative, anche se lo stesso regista ha parlato di rinascita metaforica, di un'accettazione di se stessi e di un futuro da accogliere con animo più leggero, senza timore di venire nuovamente ingabbiati o frenati.


Le vicende di Minato, Yori, Saori e Hori, vengono narrate attraverso una regia partecipe ma non invasiva, con inquadrature che lasciano ampio spazio allo spettatore per indagare volti, gesti, dettagli apparentemente insignificanti; la regia di Koreeda mima lo sguardo altrui, talvolta utilizzando splendide soggettive, altre volte replicando lo stupore provato da panorami stupefacenti o terribili, spesso lasciando particolari importanti appena fuori dall'inquadratura, a dimostrare che le persone vedono quasi sempre ciò che si aspettano di (o vogliono) vedere. Anche la direzione degli attori è incredibile, in primis quella dei giovanissimi interpreti di Minato e Yori, considerato l'argomento difficile trattato dal film. Gli atteggiamenti dei due ragazzini, così come il modo in cui interagiscono, è molto verosimile, sia nei loro giochi infantili che nei loro drammi, così complicati che schiaccerebbero degli adulti molto più navigati; per quanto riguarda il cast più "maturo", invece, gli attori apportano tantissime sfumature impercettibili ai personaggi, assecondando il costante cambio di punti di vista, dando vita ogni volta a una persona diversa e sempre più complessa. Se la regia di Koreeda è solida ma perfettamente "mimetizzata", la bellissima colonna sonora di Ryūichi Sakamoto, l'ultima realizzata dal talentuoso compositore (il quale ha composto solo due brani nuovi per pianoforte, il resto della colonna sonora comprende vecchi pezzi di Sakamoto scelti per l'occasione, da lui o da Koreeda), sembra sgorgare direttamente dalle immagini, naturale e necessaria quanto i silenzi che spesso accompagnano le vicende dei personaggi. Il brano che si sente sul finale, allungandosi nei titoli di coda, rende difficile allo spettatore staccarsi dalle atmosfere malinconiche e misteriose del film, ed alimenta il desiderio di riguardare L'innocenza da capo, più volte, per cogliere tutto ciò che magari è sfuggito alla prima visione e riuscire a catturare l'essenza di questi personaggi così sfuggenti e complicati.


Del regista Hirokazu Koreeda ho già parlato QUI.

Sakura Andou interpreta Saori Mugino. Giapponese, ha partecipato a film come Love Exposure, Un affare di famiglia e Godzilla -1.0. Ha 39 anni.






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