Nonostante la maggior parte delle persone si chieda come sarà QUESTO The Boy, io sono andata controcorrente e ho scelto di guardare il The Boy diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Craig William MacNeill a partire dal romanzo Miss Corpus di Clay McLeod Chapman (al momento impossibile da trovare non solo in italiano ma persino in versione digitale inglese).
Trama: Ted e suo padre John vivono da soli gestendo un motel sull'orlo del fallimento, mentre la madre è scappata già da tempo in Florida. Per raccogliere i soldi necessari a raggiungerla, Ted ripulisce la pericolosa strada davanti al motel dalle carogne degli animali investiti ma un giorno il suo desiderio di aumentare gli introiti causerà un incidente a un misterioso uomo...
Non so se qualcuno di voi si ricorda L'innocenza del diavolo, film in cui un Macaulay Culkin giovanissimo e ancora sulla cresta dell'onda dava del filo da torcere all'altrettanto giovane Elijah Wood palesandosi come serial killer in erba, un piccolo stronzetto a cui nessuno avrebbe addossato le colpe per le quali l'amichetto lo accusava a gran voce. Il film di Joseph Ruben era un thriller senza infamia né lode che puntava molto sulla spettacolarizzazione della cattiveria del personaggio di Culkin e sulla tensione causata da ogni sua apparizione e ovviamente si soffermava poco sui risvolti psicologici della questione, mentre The Boy mi ha stupita per il modo in cui "priva" la storia proprio dell'elemento che più attirerebbe il pubblico, ovvero quello thriller. William MacNeill, regista e sceneggiatore, ci racconta la lenta e graduale nascita di un serial killer non già partendo dalle sue azioni, che pure vengono mostrate con dovizia di particolari macabri, ma dall'ambiente in cui è cresciuto, insistendo molto sullo squallore del motel gestito da un padre palesemente inadatto ad essere genitore, sul paesaggio brullo e privo di attrattiva alcuna, sull'assenza di coetanei con i quali Ted potrebbe rapportarsi e anche sull'apparente vuoto educativo che circonda il piccolo protagonista (Ted sa fare di conto e leggere ma perché non lo si vede mai andare a scuola o fare dei compiti?). La follia di Ted, se di follia poi si tratta, si sviluppa affondando le radici nella terribile solitudine a cui è costretto e nella mancanza di una figura materna che ha scelto di portare via le suole rifugiandosi nell'assolata e più attraente Florida, e i suoi primi, timidi esperimenti con la morte sono strettamente legati alla necessità di ottenere il denaro per raggiungere questa madre lontana; il piccolo, infatti, passa il tempo a raccogliere carcasse di animali dalla strada, per ognuna delle quali il padre lo paga ben 10 centesimi, ed è proprio il bisogno di aumentare gli introiti che lo spinge a non aspettare più il fato crudele ma a farsi ingannatore di bestiole affamate, con metodi di "cattura" sempre più elaborati e, ça va sans dire, pericolosi anche per eventuali automobilisti.
La storia, ovviamente, non si limita a raccontare le gesta di uno "spazzino di carcasse", anche perché sarebbe impossibile parlare di serial killer in questo modo. Altro non aggiungo, se non che la fascinazione di Ted nei confronti della morte e la consapevolezza di avere potere sulle vite degli altri aumenta mano a mano che la squallida realtà da lui conosciuta si disgrega o viene "invasa" da pochi ospiti più molesti e pericolosi di altri, eventi che fanno letteralmente scoccare la scintilla della sua psicosi. MacNeill si prende tutto il tempo necessario prima di arrivare al deflagrante finale, giocando con lo spettatore proprio approfittando delle sue convinzioni, anche grazie all'utilizzo particolarmente infingardo dell'inquietante colonna sonora, dilatando le tempistiche tipiche del genere per catturare il pubblico in un mix di ansia e frustrazione ugualmente soddisfacenti. Lo sguardo che il regista rivolge al piccolo Ted non è impietoso, anzi; la maggior parte delle inquadrature sono fatte per portarci sì ad aver paura di quello che il protagonista potrebbe fare ma anche, in qualche modo, ad empatizzare con lui e ad odiare quell'ameba che si ritrova per padre (interpretato egregiamente dal mio adorato David Morse, che è poi il motivo che mi ha spinta a recuperare il film), catapultandoci di fatto nei panni degli stessi cretini che o sottovalutano Ted, ritrovandosi poi a pentirsene amaramente, oppure scelgono di non vedere oltre l'apparenza di bambino lasciandolo libero di portare la sua finta innocenza come una maschera. Proprio perché privo di quell'espressione da furbetto viziato che aveva Macaulay Culkin all'epoca, il volto triste e il fisico mingherlino di Jared Breez gli consentono di bucare lo schermo e di toccare le corde più tese dell'animo dello spettatore, facendosi ricordare a lungo sia nei panni del demone cornuto mostrato nella spoilerosissima locandina sia nei lunghi silenzi che accompagnano il suo solitario percorso verso gli abissi della pazzia. Quindi, se amate questo genere di thriller "riflessivi", non potete proprio lasciare The Boy a prendere polvere in qualche solitario e fatiscente motel nei recessi della distribuzione italiana.
Di David Morse (John Henley), Rainn Wilson (William Colby) e Mike Vogel (il padre di Ben) ho già parlato ai rispettivi link.
Craig William MacNeill è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, è al suo secondo lungometraggio, dopo aver girato una serie di corti che comprende anche Henley, da cui è stato tratto The Boy.
Bill Sage interpreta lo sceriffo Deacon Whit. Americano, ha partecipato a film come American Psycho, We Are What We Are e serie come Sex and the City, Melrose Place, CSI, CSI: Miami, Numb3rs e Hap and Leonard. Ha 54 anni e sette film in uscita.
Il piccolo Jared Breeze, che interpreta Ted, aveva già partecipato al film Cooties e lo stesso vale per Aiden Lovekamp, ovvero Ben (quest'ultimo ha anche preso parte agli ultimi due episodi della serie Paranormal Activity). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Henley, corto da cui è stato tratto The Boy, il già citato L'innocenza del diavolo, ... E ora parliamo di Kevin e aggiungete quel Goodnight Mommy che ancora devo vedere. ENJOY!
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mercoledì 27 aprile 2016
martedì 21 febbraio 2012
Cloverfield (2008)
Oggi parlerò dell’ennesimo mockumentary, genere che va parecchio per la maggiore ultimamente. Nella fattispecie, il Bollalmanacco sta per affrontare quel famoso Cloverfield, diretto nel 2008 dal regista Matt Reeves, che avevo snobbato all’uscita nei cinema (non ricordo se volutamente o meno, in effetti…).

Trama: attraverso un filmino amatoriale assistiamo alla totale distruzione dell’isola di Manhattan, dopo che New York viene invasa da un non meglio specificato mostro marino…

Il mockumentary, si diceva. Una volta, questo sconosciuto, adesso invece genere quotatissimo nell’industria cinematografica. Cloverfield è uno degli ultimi esempi del genere e, per quanto ne ho potuto capire, anche uno dei più interessanti. Essendo abituata, fin dai tempi di The Blair Witch Project, al vedere mostrato poco o nulla oppure ad ambienti chiusi come quelli che si possono vedere in Rec o Paranormal Activity, l’idea di girare con questa tecnica un film di mostri all’interno di una metropoli già di per sé è originale e anche vedere la sconvolgente immagine della creatura e i danni che infligge irrimediabilmente ad una città come New York mozzano il fiato. A prescindere, infatti, dalla furbissima campagna promozionale che io, però, non ho vissuto (video finti, falsi account myspace dei personaggi, miriadi di siti internet dedicati ai temi trattati… d’altronde, il produttore è J.J. Abrams, che di pubblicità ne sa quasi più di Spielberg!), Cloverfield è un bel film, inquietante, ansiogeno e ben diretto.

Quello che mi è piaciuto di più è la totale assenza di spiegazioni, com’è giusto che sia. Ad un certo punto, in tutte le pellicole come queste i personaggi, in modo più o meno gratuito, si beccano lo “spiegone” di cui beneficia di rimando anche lo spettatore. Qui spiegazioni non ce ne sono e tutte le cose che accadono, dalla comparsa del mostro alla causa della morte violenta di uno dei protagonisti per esempio, sono avvolte nel mistero, restano nei limiti di quello che Hud, il “regista” per così dire, riesce a sapere e mostrare con la telecamera. Tutto avviene in tempo reale e rispetta la durata di una semplice cassettina per telecamera portatile, consentendoci così di vivere in diretta le emozioni, la paura, l’incertezza dei protagonisti che, nel bel mezzo di una festa, testimoniano la fine della loro esistenza e della città in cui abitano. L’apocalisse tascabile, insomma, intervallata da spezzoni di un vecchio e più felice filmato che, come la vita dei personaggi coinvolti, viene a poco a poco cancellata dagli eventi di Cloverfield e conclude il film con un beffardo “è stata una bella giornata”.

Ovviamente, la pellicola non è priva di quell’aura di “bufala” che maledice quasi tutti i mockumentary. Personalmente, non capirò mai come sia possibile far passare per verosimile l’idea di uno che, nel bel mezzo di un’invasione di zombie, mostri o affini, si incolla la telecamera alla mano e continua a girare finché non gli staccano di netto l’arto, o peggio. Posso capire in Rec, dove si parla di giornalisti professionisti, ma quello di Cloverfield è l’americano medio dal cervellino sottosviluppato. Certo, a volte spegne la telecamera, altre volte la fa cadere, ma fondamentalmente poi è sempre lì a recuperarla e riaccenderla, anche quando gli tocca scalare un grattacielo in bilico dove i suoi compari fanno fatica a camminare con le mani libere. E non sia mai che il suo amico fesso la lasci a terra nemmeno dopo l’incidente finale o dopo essere stato a tu per tu col mostro!! Miseria, che manie di protagonismo, altro che Grande Fratello! Ma scherzi a parte, un’occhiata a Cloverfield la darei, perché è molto ben fatto. A mio avviso, purtroppo, perde molto su piccolo schermo, non oso immaginare l’effetto che avrà fatto al cinema ai fortunati che lo hanno visto… io, sicuramente, andrò a vedere il seguito.

Del regista Matt Reeves ho già parlato qui mentre Mike Vogel, che interpreta Jason, lo trovate qui. Della partita anche Odette Yustman ( o Annable, che è il suo vero cognome), già approdata sui lidi bollalmanacchici qua.
Lizzy Caplan (vero nome Elisabeth Anne Caplan) interpreta Marlena. Americana, ha partecipato a film come Mean Girls e 127 ore, oltre a serie come Smallville, Tru Calling, True Blood e ad aver doppiato alcuni episodi di American Dad!. Anche produttrice, ha 29 anni e quattro film in uscita.

Nel 2014 dovrebbe uscire un prequel (o un seguito? D’altronde durante i titoli di coda si sente dire “Help us”… ma se lo si riproduce al contrario, suona molto come “It’s still alive” ARGH!!) del film, sempre diretto da Matt Reeves. Nell’attesa, avete tutto il tempo di vedervi con calma Cloverfield, quindi… ENJOY!

Trama: attraverso un filmino amatoriale assistiamo alla totale distruzione dell’isola di Manhattan, dopo che New York viene invasa da un non meglio specificato mostro marino…

Il mockumentary, si diceva. Una volta, questo sconosciuto, adesso invece genere quotatissimo nell’industria cinematografica. Cloverfield è uno degli ultimi esempi del genere e, per quanto ne ho potuto capire, anche uno dei più interessanti. Essendo abituata, fin dai tempi di The Blair Witch Project, al vedere mostrato poco o nulla oppure ad ambienti chiusi come quelli che si possono vedere in Rec o Paranormal Activity, l’idea di girare con questa tecnica un film di mostri all’interno di una metropoli già di per sé è originale e anche vedere la sconvolgente immagine della creatura e i danni che infligge irrimediabilmente ad una città come New York mozzano il fiato. A prescindere, infatti, dalla furbissima campagna promozionale che io, però, non ho vissuto (video finti, falsi account myspace dei personaggi, miriadi di siti internet dedicati ai temi trattati… d’altronde, il produttore è J.J. Abrams, che di pubblicità ne sa quasi più di Spielberg!), Cloverfield è un bel film, inquietante, ansiogeno e ben diretto.

Quello che mi è piaciuto di più è la totale assenza di spiegazioni, com’è giusto che sia. Ad un certo punto, in tutte le pellicole come queste i personaggi, in modo più o meno gratuito, si beccano lo “spiegone” di cui beneficia di rimando anche lo spettatore. Qui spiegazioni non ce ne sono e tutte le cose che accadono, dalla comparsa del mostro alla causa della morte violenta di uno dei protagonisti per esempio, sono avvolte nel mistero, restano nei limiti di quello che Hud, il “regista” per così dire, riesce a sapere e mostrare con la telecamera. Tutto avviene in tempo reale e rispetta la durata di una semplice cassettina per telecamera portatile, consentendoci così di vivere in diretta le emozioni, la paura, l’incertezza dei protagonisti che, nel bel mezzo di una festa, testimoniano la fine della loro esistenza e della città in cui abitano. L’apocalisse tascabile, insomma, intervallata da spezzoni di un vecchio e più felice filmato che, come la vita dei personaggi coinvolti, viene a poco a poco cancellata dagli eventi di Cloverfield e conclude il film con un beffardo “è stata una bella giornata”.

Ovviamente, la pellicola non è priva di quell’aura di “bufala” che maledice quasi tutti i mockumentary. Personalmente, non capirò mai come sia possibile far passare per verosimile l’idea di uno che, nel bel mezzo di un’invasione di zombie, mostri o affini, si incolla la telecamera alla mano e continua a girare finché non gli staccano di netto l’arto, o peggio. Posso capire in Rec, dove si parla di giornalisti professionisti, ma quello di Cloverfield è l’americano medio dal cervellino sottosviluppato. Certo, a volte spegne la telecamera, altre volte la fa cadere, ma fondamentalmente poi è sempre lì a recuperarla e riaccenderla, anche quando gli tocca scalare un grattacielo in bilico dove i suoi compari fanno fatica a camminare con le mani libere. E non sia mai che il suo amico fesso la lasci a terra nemmeno dopo l’incidente finale o dopo essere stato a tu per tu col mostro!! Miseria, che manie di protagonismo, altro che Grande Fratello! Ma scherzi a parte, un’occhiata a Cloverfield la darei, perché è molto ben fatto. A mio avviso, purtroppo, perde molto su piccolo schermo, non oso immaginare l’effetto che avrà fatto al cinema ai fortunati che lo hanno visto… io, sicuramente, andrò a vedere il seguito.

Del regista Matt Reeves ho già parlato qui mentre Mike Vogel, che interpreta Jason, lo trovate qui. Della partita anche Odette Yustman ( o Annable, che è il suo vero cognome), già approdata sui lidi bollalmanacchici qua.
Lizzy Caplan (vero nome Elisabeth Anne Caplan) interpreta Marlena. Americana, ha partecipato a film come Mean Girls e 127 ore, oltre a serie come Smallville, Tru Calling, True Blood e ad aver doppiato alcuni episodi di American Dad!. Anche produttrice, ha 29 anni e quattro film in uscita.

Nel 2014 dovrebbe uscire un prequel (o un seguito? D’altronde durante i titoli di coda si sente dire “Help us”… ma se lo si riproduce al contrario, suona molto come “It’s still alive” ARGH!!) del film, sempre diretto da Matt Reeves. Nell’attesa, avete tutto il tempo di vedervi con calma Cloverfield, quindi… ENJOY!
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giovedì 26 gennaio 2012
The Help (2011)
Dopo la mezza delusione de La talpa, ieri sera sono andata a vedere The Help, diretto dal regista Tate Taylor e tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett, altro film da cui mi aspettavo tantissimo. E questa volta è stato all’altezza delle aspettative!

Trama: Mississippi, primi anni ’60. L’altoborghese Skeeter, spinta dal desiderio di diventare una scrittrice famosa, decide di raccogliere le testimonianze delle cameriere “negre” sfruttate e ghettizzate dalla popolazione bianca del piccolo paesino in cui è nata. Sarà uno scandalo, ancor prima che un successo.

"Tu sei brava. Tu sei carina. Tu sei importante". Quanta meravigliosa dolcezza racchiusa in questo mantra che la cameriera di colore Aibileen ripete alla piccola, biondissima Mae Moblin, per farle e farsi coraggio. Mi viene un groppo in gola ancora adesso. Lo sapevo, infatti, che The Help sarebbe stato uno di quei film che avrei adorato. Innanzitutto, l’ho amato per come affronta con leggerezza un tema difficile e sconcertante come la segregazione razziale, inserendolo ovviamente in un contesto reale e storicamente ben definito, senza scadere nella farsa o nel patetismo. Lo fa grazie ad una sceneggiatura solidissima, che alterna momenti di pura ilarità ad altri di enorme commozione, senza ricorrere al binomio “bianchi cattivi e neri buoni”ma, anzi, confondendo un po’ le carte man mano che il film prosegue. E l’ho amato, ovviamente, per l’assoluta bellezza dei costumi e delle scenografie, degno complemento di interpreti praticamente perfetti, mai sopra le righe o caricaturali.

Non avendo mai letto il romanzo (che però è lì che aspetta sul comodino, speriamo di riuscire a cominciarlo entro la fine della settimana prossima) non posso ovviamente fare confronti con l’opera scritta, ma a prescindere questo The Help è splendido anche preso come film a sé stante. E’ impossibile infatti non affezionarsi a questi testardi, coraggiosi e umanissimi personaggi o non farsi prendere dalla vicenda raccontata. Innanzitutto, la giovane che da inizio a tutta la vicenda, Skeeter, non è affatto una superdonna o chissà quale colta attivista per i diritti dei neri, ma semplicemente una “diversa”, prigioniera di uno stato, di un paesino e di una famiglia dalle vedute assai ristrette, se non addirittura pericolosamente ingiuste. Certo, la sua situazione è ovviamente migliore rispetto a quella delle cameriere (o forse sarebbe meglio dire schiave) Abileen e Minny, ma anche lei è comunque “ghettizzata” in quanto ha preferito andare all’università piuttosto che sposarsi e avere figli come tutte le sue coetanee, capitanate e plagiate dall’”algida stronza”* Hilly (una Bryce Dallas Howards semplicemente fantastica!). La ribellione agli usi e costumi del paesino parte da lei e, come un incendio lento ma costante, si propaga attraverso tutta la comunità nera fino a toccare anche la seconda outsider bianca del luogo, l’apparentemente vanesia Celia, tenuta fuori dal gruppo di signore bene perché rea di avere rubato il fidanzato ad Hilly e di non averci fatto nemmeno un figlio insieme.

Man mano che il film prosegue e davanti ai nostri occhi si alternano momenti esilaranti (la scena dei cessi abbandonati nel cortile di Hilly o l’ormai famigerato “eat my shit” della geniale Minny), drammatici (la fuga di Aibileen dopo l’omicidio del ragazzo di colore da parte del Ku Klux Klan) o profondamente commoventi (quando Aibileen racconta del figlio, quando Celia, in una splendida sequenza ambientata in giardino, rivela allo spettatore il suo triste segreto, per non parlare dello straziante addio tra Aibileen e la meravigliosa, paffutissima, dolcissima Mae Mobley) il libro che da il titolo al film, The Help, prende forma e le storie passate si mescolano a quelle presenti, facendoci a poco a poco scoprire la vera natura dei personaggi, anche di quelli che apparentemente hanno un solo volto o appaiono poco importanti per l'economia della vicenda. Il regista mescola con naturalezza il presente a pochi, mirati flashback che aiutano a capire da cosa derivino la scelta di Skeeter, il suo rapporto con la madre e la particolare tolleranza ed apertura mentale della ragazza, arricchendo la pellicola con altri momenti a dir poco emozionanti e diretti con una sensibilità e un'attenzione invidiabili.

E dopo tutto quello che ho scritto, la cosa più importante, quella che mi ha fatto amare ancora di più The Help, è stata la coraggiosa scelta di optare per un happy ending dal sapore molto amaro, dove la maggior parte delle situazioni si chiudono felicemente, ma non per tutti e non completamente. Come a dire che non basta solo un libro per cambiare le cose, perché l'ignoranza e la stupidità sono dure a morire. Ma l'importante è che riesca a fare soffiare il vento della libertà e a tener viva la speranza. Al momento, la mia sarebbe quella di vedere Viola Davis, Jessica Chastain oppure Octavia Spencer con l'ambito Oscar tra le mani, visto che con tutti i pesi massimi candidati come miglior film sarebbe improbabile (e anche un po' ingiusto in effetti) che The Help vincesse il premio. Aspettiamo e vediamo, dunque. Ma voi non aspettate e fiondatevi al cinema a guardare questa piccola, preziosissima perla.

Di Emma Stone (Skeeter), Bryce Dallas Howard (Hilly), Jessica Chastain (Celia), Sissy Spacek (Missus Walters), Mike Vogel (Johnny) ho già parlato nei rispettivi link.
Tate Taylor è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato nello stato del Mississippi, amico della scrittrice Kathryn Stockett, è al suo terzo film. Anche attore e produttore, dovrebbe avere sui 40 anni.

Viola Davis interpreta Aibileen. Americana, ha partecipato a film come Out of Sight, Traffic, Lontano dal paradiso, Syriana, World Trade Center, Il dubbio (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Innocenti bugie, oltre a serie come NYPD, CSI e Senza traccia. Anche produttrice, ha 47 anni e due film in uscita, tra cui Molto forte, incredibilmente vicino.

Octavia Spencer interpreta Minny. Americana, ha partecipato a film come Mai stata baciata, Essere John Malkovich, Spider - Man, Babbo bastardo, Drag Me to Hell, Halloween II e a serie come E.R. medici in prima linea, Roswell, X - Files, Malcom, Dharma & Greg, NYPD, CSI: NY, Medium, Ugly Betty, CSI e Dollhouse. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 40 anni e tre film in uscita.

Allison Janney interpreta la madre di Skeeter, Charlotte. Americana, ha partecipato a film come Wolf - La belva è fuori, Tempesta di ghiaccio, Sei giorni sette notti, 10 cose che odio di te, American Beauty, The Hours, doppiato un personaggio di Alla ricerca di Nemo oltre ad alcuni episodi de I Griffin e Phineas and Ferb, infine ha partecipato alle serie Weeds, Due uomini e mezzo e Lost. Ha 53 anni e quattro film in uscita.

Tra gli altri attori coinvolti segnalo Cicely Tyson (Constantine), già apparsa nel bellissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e Dana Ivey (Gracie Higginbotham), che interpretava Margaret negli esilaranti film dedicati a La famiglia Addams. ENJOY!!
*copyright: Antro Atomico del Dottor Manhattan

Trama: Mississippi, primi anni ’60. L’altoborghese Skeeter, spinta dal desiderio di diventare una scrittrice famosa, decide di raccogliere le testimonianze delle cameriere “negre” sfruttate e ghettizzate dalla popolazione bianca del piccolo paesino in cui è nata. Sarà uno scandalo, ancor prima che un successo.

"Tu sei brava. Tu sei carina. Tu sei importante". Quanta meravigliosa dolcezza racchiusa in questo mantra che la cameriera di colore Aibileen ripete alla piccola, biondissima Mae Moblin, per farle e farsi coraggio. Mi viene un groppo in gola ancora adesso. Lo sapevo, infatti, che The Help sarebbe stato uno di quei film che avrei adorato. Innanzitutto, l’ho amato per come affronta con leggerezza un tema difficile e sconcertante come la segregazione razziale, inserendolo ovviamente in un contesto reale e storicamente ben definito, senza scadere nella farsa o nel patetismo. Lo fa grazie ad una sceneggiatura solidissima, che alterna momenti di pura ilarità ad altri di enorme commozione, senza ricorrere al binomio “bianchi cattivi e neri buoni”ma, anzi, confondendo un po’ le carte man mano che il film prosegue. E l’ho amato, ovviamente, per l’assoluta bellezza dei costumi e delle scenografie, degno complemento di interpreti praticamente perfetti, mai sopra le righe o caricaturali.

Non avendo mai letto il romanzo (che però è lì che aspetta sul comodino, speriamo di riuscire a cominciarlo entro la fine della settimana prossima) non posso ovviamente fare confronti con l’opera scritta, ma a prescindere questo The Help è splendido anche preso come film a sé stante. E’ impossibile infatti non affezionarsi a questi testardi, coraggiosi e umanissimi personaggi o non farsi prendere dalla vicenda raccontata. Innanzitutto, la giovane che da inizio a tutta la vicenda, Skeeter, non è affatto una superdonna o chissà quale colta attivista per i diritti dei neri, ma semplicemente una “diversa”, prigioniera di uno stato, di un paesino e di una famiglia dalle vedute assai ristrette, se non addirittura pericolosamente ingiuste. Certo, la sua situazione è ovviamente migliore rispetto a quella delle cameriere (o forse sarebbe meglio dire schiave) Abileen e Minny, ma anche lei è comunque “ghettizzata” in quanto ha preferito andare all’università piuttosto che sposarsi e avere figli come tutte le sue coetanee, capitanate e plagiate dall’”algida stronza”* Hilly (una Bryce Dallas Howards semplicemente fantastica!). La ribellione agli usi e costumi del paesino parte da lei e, come un incendio lento ma costante, si propaga attraverso tutta la comunità nera fino a toccare anche la seconda outsider bianca del luogo, l’apparentemente vanesia Celia, tenuta fuori dal gruppo di signore bene perché rea di avere rubato il fidanzato ad Hilly e di non averci fatto nemmeno un figlio insieme.

Man mano che il film prosegue e davanti ai nostri occhi si alternano momenti esilaranti (la scena dei cessi abbandonati nel cortile di Hilly o l’ormai famigerato “eat my shit” della geniale Minny), drammatici (la fuga di Aibileen dopo l’omicidio del ragazzo di colore da parte del Ku Klux Klan) o profondamente commoventi (quando Aibileen racconta del figlio, quando Celia, in una splendida sequenza ambientata in giardino, rivela allo spettatore il suo triste segreto, per non parlare dello straziante addio tra Aibileen e la meravigliosa, paffutissima, dolcissima Mae Mobley) il libro che da il titolo al film, The Help, prende forma e le storie passate si mescolano a quelle presenti, facendoci a poco a poco scoprire la vera natura dei personaggi, anche di quelli che apparentemente hanno un solo volto o appaiono poco importanti per l'economia della vicenda. Il regista mescola con naturalezza il presente a pochi, mirati flashback che aiutano a capire da cosa derivino la scelta di Skeeter, il suo rapporto con la madre e la particolare tolleranza ed apertura mentale della ragazza, arricchendo la pellicola con altri momenti a dir poco emozionanti e diretti con una sensibilità e un'attenzione invidiabili.

E dopo tutto quello che ho scritto, la cosa più importante, quella che mi ha fatto amare ancora di più The Help, è stata la coraggiosa scelta di optare per un happy ending dal sapore molto amaro, dove la maggior parte delle situazioni si chiudono felicemente, ma non per tutti e non completamente. Come a dire che non basta solo un libro per cambiare le cose, perché l'ignoranza e la stupidità sono dure a morire. Ma l'importante è che riesca a fare soffiare il vento della libertà e a tener viva la speranza. Al momento, la mia sarebbe quella di vedere Viola Davis, Jessica Chastain oppure Octavia Spencer con l'ambito Oscar tra le mani, visto che con tutti i pesi massimi candidati come miglior film sarebbe improbabile (e anche un po' ingiusto in effetti) che The Help vincesse il premio. Aspettiamo e vediamo, dunque. Ma voi non aspettate e fiondatevi al cinema a guardare questa piccola, preziosissima perla.

Di Emma Stone (Skeeter), Bryce Dallas Howard (Hilly), Jessica Chastain (Celia), Sissy Spacek (Missus Walters), Mike Vogel (Johnny) ho già parlato nei rispettivi link.
Tate Taylor è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato nello stato del Mississippi, amico della scrittrice Kathryn Stockett, è al suo terzo film. Anche attore e produttore, dovrebbe avere sui 40 anni.

Viola Davis interpreta Aibileen. Americana, ha partecipato a film come Out of Sight, Traffic, Lontano dal paradiso, Syriana, World Trade Center, Il dubbio (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Innocenti bugie, oltre a serie come NYPD, CSI e Senza traccia. Anche produttrice, ha 47 anni e due film in uscita, tra cui Molto forte, incredibilmente vicino.

Octavia Spencer interpreta Minny. Americana, ha partecipato a film come Mai stata baciata, Essere John Malkovich, Spider - Man, Babbo bastardo, Drag Me to Hell, Halloween II e a serie come E.R. medici in prima linea, Roswell, X - Files, Malcom, Dharma & Greg, NYPD, CSI: NY, Medium, Ugly Betty, CSI e Dollhouse. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 40 anni e tre film in uscita.

Allison Janney interpreta la madre di Skeeter, Charlotte. Americana, ha partecipato a film come Wolf - La belva è fuori, Tempesta di ghiaccio, Sei giorni sette notti, 10 cose che odio di te, American Beauty, The Hours, doppiato un personaggio di Alla ricerca di Nemo oltre ad alcuni episodi de I Griffin e Phineas and Ferb, infine ha partecipato alle serie Weeds, Due uomini e mezzo e Lost. Ha 53 anni e quattro film in uscita.

Tra gli altri attori coinvolti segnalo Cicely Tyson (Constantine), già apparsa nel bellissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e Dana Ivey (Gracie Higginbotham), che interpretava Margaret negli esilaranti film dedicati a La famiglia Addams. ENJOY!!
*copyright: Antro Atomico del Dottor Manhattan
sabato 17 dicembre 2011
Le morti di Ian Stone (2007)
Nonostante non fosse sicuramente uscito dalle mie parti, avevo sentito parlare di Le morti di Ian Stone (The Deaths of Ian Stone) su qualche forum o sulla rete. Chissà perché, mi ricordavo recensioni positive di questo film, diretto nel 2007 dal regista Dario Piana, e invece… mah.

Trama: Ian Stone è un ragazzo appassionato di hockey che, dopo una disastrosa partita, accompagna a casa la fidanzata solo per trovarsi davanti quello che parrebbe un barbone in fin di vita. Il barbone (che tale non è..!) ingrato, per tutta risposta lo aggredisce e lo spinge sotto un treno. Il povero Ian muore… e si risveglia vivo e vegeto in un’altra vita. Che sta succedendo al povero fanciullo, e perché il suo destino è sempre quello di venire ucciso in modo violento?

Il concetto alla base di questo Le morti di Ian Stone è molto interessante, e il film cattura lo spettatore per la prima mezz’ora. D’altronde, non si vede l’ora di capire perché mai sto povero cristo debba morire tutte le volte, perché d’un tratto il tempo si fermi e perché mai Ian debba “risorgere” sempre con lo stesso nome ma in una realtà differente. Insomma, l’incipit non è molto diverso dal momento più disperato di Ricomincio da capo, quello in cui Bill Murray si suicidava più volte per sfuggire all’incessante ripetersi della stessa giornata solo per poi risvegliarsi nel suo letto come se nulla fosse successo… ma, come ho detto, l’origine di una situazione come questa prima o poi va spiegata allo spettatore, ed è qui che Le morti di Ian Stone perde tutta la sua verve.

Infatti, appena si comincia ad avere sentore di ciò che sta dietro al destino di Ian scatta inevitabilmente il “senso di ragno” che pizzica presentendo odor di belinata. Come sempre, non vado molto nello specifico per non rischiare inutili spoiler, ma posso dire che il film diventa più o meno identico a quei comics che andavano di moda negli anni ’90, dove il tragico eroe dal passato oscuro (demone, assassino, angelo caduto, fate vobis!) cerca di lasciarselo alle spalle e viene inevitabilmente perseguitato dagli ex colleghi che non gradiscono un simile voltafaccia, spesso e volentieri innescato dall’aMMore. E su questo potrei sorvolare, ma se tu chiami un film Le morti di Ian Stone, impegnati almeno a rendere queste morti memorabili! Invece, quel che rovina definitivamente la pellicola è la mancanza di gore e, peggio, di inventiva (Final Destination è parecchie spanne superiore, solo per citare un titolo!), sostituiti da un’eccessiva abbondanza di effetti CG abbastanza maffi e dalla scelta di far temporaneamente indossare ai villain una mise à la Matrix assolutamente imbarazzante. A parer mio, quindi, potete tranquillamente evitare questo fanta-horror pretenziosetto e dedicarvi ad altro.
Dario Piana è il regista della pellicola. Italiano, ha diretto altri due film oltre a questo, Sotto il vestito niente 2 e Lost Boys: The Thirst, il secondo sequel di Ragazzi perduti. Anche sceneggiatore e produttore, ha 56 anni.

Mike Vogel (vero nome Michael James Vogel) interpreta Ian Stone. Americano, ha partecipato a film come il nuovo Non aprite quella porta e Cloverfield. Ha 32 anni.

Jaime Murray interpreta Medea. Inglese, ha partecipato a film come Botched – Paura e delirio a Mosca e ad alcuni episodi delle serie Dexter e Ringer. Ha 34 anni e un film in uscita.

Christina Cole interpreta Jenny. Inglese, ha partecipato a film come Casino Royale e a serie come Doctor Who e Midsomer Murders. Ha 29 anni e un film in uscita.

Come dite, post poco natalizio? Cercherò di farmi perdonare in settimana.... ENJOY!!

Trama: Ian Stone è un ragazzo appassionato di hockey che, dopo una disastrosa partita, accompagna a casa la fidanzata solo per trovarsi davanti quello che parrebbe un barbone in fin di vita. Il barbone (che tale non è..!) ingrato, per tutta risposta lo aggredisce e lo spinge sotto un treno. Il povero Ian muore… e si risveglia vivo e vegeto in un’altra vita. Che sta succedendo al povero fanciullo, e perché il suo destino è sempre quello di venire ucciso in modo violento?

Il concetto alla base di questo Le morti di Ian Stone è molto interessante, e il film cattura lo spettatore per la prima mezz’ora. D’altronde, non si vede l’ora di capire perché mai sto povero cristo debba morire tutte le volte, perché d’un tratto il tempo si fermi e perché mai Ian debba “risorgere” sempre con lo stesso nome ma in una realtà differente. Insomma, l’incipit non è molto diverso dal momento più disperato di Ricomincio da capo, quello in cui Bill Murray si suicidava più volte per sfuggire all’incessante ripetersi della stessa giornata solo per poi risvegliarsi nel suo letto come se nulla fosse successo… ma, come ho detto, l’origine di una situazione come questa prima o poi va spiegata allo spettatore, ed è qui che Le morti di Ian Stone perde tutta la sua verve.

Infatti, appena si comincia ad avere sentore di ciò che sta dietro al destino di Ian scatta inevitabilmente il “senso di ragno” che pizzica presentendo odor di belinata. Come sempre, non vado molto nello specifico per non rischiare inutili spoiler, ma posso dire che il film diventa più o meno identico a quei comics che andavano di moda negli anni ’90, dove il tragico eroe dal passato oscuro (demone, assassino, angelo caduto, fate vobis!) cerca di lasciarselo alle spalle e viene inevitabilmente perseguitato dagli ex colleghi che non gradiscono un simile voltafaccia, spesso e volentieri innescato dall’aMMore. E su questo potrei sorvolare, ma se tu chiami un film Le morti di Ian Stone, impegnati almeno a rendere queste morti memorabili! Invece, quel che rovina definitivamente la pellicola è la mancanza di gore e, peggio, di inventiva (Final Destination è parecchie spanne superiore, solo per citare un titolo!), sostituiti da un’eccessiva abbondanza di effetti CG abbastanza maffi e dalla scelta di far temporaneamente indossare ai villain una mise à la Matrix assolutamente imbarazzante. A parer mio, quindi, potete tranquillamente evitare questo fanta-horror pretenziosetto e dedicarvi ad altro.
Dario Piana è il regista della pellicola. Italiano, ha diretto altri due film oltre a questo, Sotto il vestito niente 2 e Lost Boys: The Thirst, il secondo sequel di Ragazzi perduti. Anche sceneggiatore e produttore, ha 56 anni.

Mike Vogel (vero nome Michael James Vogel) interpreta Ian Stone. Americano, ha partecipato a film come il nuovo Non aprite quella porta e Cloverfield. Ha 32 anni.

Jaime Murray interpreta Medea. Inglese, ha partecipato a film come Botched – Paura e delirio a Mosca e ad alcuni episodi delle serie Dexter e Ringer. Ha 34 anni e un film in uscita.

Christina Cole interpreta Jenny. Inglese, ha partecipato a film come Casino Royale e a serie come Doctor Who e Midsomer Murders. Ha 29 anni e un film in uscita.

Come dite, post poco natalizio? Cercherò di farmi perdonare in settimana.... ENJOY!!
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