Visualizzazione post con etichetta abigail breslin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta abigail breslin. Mostra tutti i post

venerdì 14 aprile 2023

Living with Chucky (2022)

E' da quando mi è capitata sotto gli occhi l'adorabile locandina che bramavo di vedere Living With Chucky, diretto e sceneggiato nel 2022 dalla regista Kyra Elise Gardner e finalmente, qualche giorno fa, è uscito su Shudder!


Come sapete, non guardo molti documentari, è un genere che mi appassionerebbe anche, ma che richiede tempo che non ho. Eppure, quando ho letto la trama di Living with Chucky, mi ha incuriosita il fatto che si parlasse delle famiglie di chi è cresciuto con la saga fin da bambino, perché lì per lì pensavo si parlasse di traumi infantili. In realtà, Living with Chucky è la disamina di una caratteristica decisamente inusuale per una saga horror (e mi correggeranno i veri appassionati del genere, in caso sbagliassi), ovvero quella di vantare la presenza ormai trentennale di un terzetto di persone che sono riuscite a detenere un controllo pressoché totale dell'opera e a far sì che essa si delineasse all'interno di un percorso assolutamente coerente, pur tra alti e bassi. A partire dal primo La bambola assassina, i vari film della saga dedicata a Chucky sono stati gestiti e seguiti passo per passo da Don Mancini (sceneggiatore di ogni pellicola della saga e regista di ogni lungometraggio a partire da Il figlio di Chucky), dal produttore David Kirschener e, ovviamente, dalla voce storica di Chucky, Brad Dourif; ad essi si è aggiunto, nel 2004, il tecnico degli effetti speciali Tony Gardner che, come si può evincere dal cognome, è il padre della regista Kyra Elise, la quale è letteralmente cresciuta sui set della saga e ha deciso di espandere il suo primo corto The Dollhouse, girato quando era ancora una studentessa di cinema, trasformandolo in un lungometraggio. La prima parte del documentario, che tratta ogni singolo film della saga parlandone attraverso interviste e stralci di backstage, serve allo spettatore per capire l'enorme fortuna avuta da Mancini nel trovare un produttore illuminato come Kirschener, che non solo gli ha dato fiducia fin dalla prima sceneggiatura, ma gli ha concesso di portare avanti un discorso personalissimo e ben poco convenzionale su Chucky e il suo universo, a prescindere dal successo sempre più in calo di una saga che ha avuto una rinascita clamorosa soltanto negli ultimi anni, dopo essere stata declassata a cretinata comica per ragazzini. Il punto di vista sentimentale ed entusiasta delle quattro figure chiave della saga riverbera nelle interviste di chi, o prima o dopo, ha fatto parte della realizzazione della serie (Jennifer Tilly, Alex Vincent, Fiona Dourif e Christine Elise, ovviamente, ma anche John Waters e Billy Boyd), mentre la parte più "razionale" del documentario è affidata a produttori ed esperti del settore, che analizzano il fenomeno Chucky anche dal punto di vista del successo commerciale, del fandom e dell'eredità lasciata al genere.


La seconda parte di Living with Chucky, invece, è concentrata sulla natura "familiare" dell'opera e su cosa significhi passare buona parte della propria esistenza assieme a persone con le quali non si hanno legami di sangue, spesso vivendo più con loro che con figli, mariti e mogli. Ovviamente, qui il punto di vista principale è quello di Kyra Elise, come si evince dalla particolare attenzione posta sul lavoro del tecnico degli effetti speciali e delle squadre di marionettisti che si avvicendano per dare vita a Chucky (attraverso un lavoro così complesso che ci sarebbe da vergognarsi a definire anche il "peggior" film della saga una cretinata). Quello della regista è, inevitabilmente, un punto di vista commovente, che non manca di confronti emozionanti, soprattutto quelli tra lei e il padre o fra i due Dourif, ma non è mai patetico, ingenuo o facilone, anzi; la difficoltà di conciliare le esigenze familiari "vere" con quelle della famiglia temporanea che si viene a creare durante la realizzazione di un film (per non parlare, come in questo caso, di una serie di pellicole) non viene sottovalutata né demonizzata, bensì trattata come qualsiasi lavoro lungo e difficile, che pretende forza d'animo e pazienza sia da chi lo esegue sia da coloro ai quali viene richiesto di stare accanto al "dipendente", con tutto quello che ne consegue in termini di gioie (tante) e dolori (purtroppo, tanti anche quelli). A tal proposito, sono preziose anche le testimonianze di professionisti quali Lin Shaye, Marlon Wayans Dan Povenmire (il co-creatore di Phineas e Ferb) i quali, pur non avendo mai avuto a che fare con l'universo di Chucky, sono stati comunque "inghiottiti" dal processo creativo di saghe infinite che portano a creare nuovi legami a rischio di sacrificare quelli esistenti, con l'aggravante di rischiare di ritrovarsi nuovamente da soli (quel "finito di girare poi non ci si vede più per anni" detto da Fiona Dourif è deprimente, e la tristezza un po' traspare dalle parole e dai volti di Alex Vincent e Christine Elise, nonostante la gioia di essere tornati in famiglia dopo decenni). Il documentario, purtroppo, non copre l'esperienza vissuta da Mancini, Kirschener e Gardner sul set della serie Chucky, con le nuove piccole aggiunte alla "Chucky Family", ma risulta uno strumento interessantissimo per capire l'importanza di un paio di dinamiche e temi ricorrenti nella serie, oltre che a far venire voglia di recuperare ogni film della saga, quindi consiglio la visione di Living with Chucky a tutti gli appassionati di cinema, non solo ai fan del bambolotto omicida più simpatico del globo. Per quanto mi riguarda, il mio sogno è di avere un giorno un capo come Don Mancini o come David Kirschner, ma so che non si avvererà mai, ahimé.



Kyra Elise Gardner è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Americana, è al suo primo lungometraggio e lavora anche come produttrice e attrice. 


Assieme alle persone citate nel post, tra le varie testimonianze raccolte dalla regista ci sono anche quelle di Christine Elise (che ha interpretato Andy ne La bambola assassina 2, Il culto di Chucky e nelle due stagioni di Chucky) e Adam Hurtig (poliziotto in La maledizione di Chucky e paziente del manicomio ne Il culto di Chucky). Ovviamente, se Living with Chucky vi ha incuriosito e non conoscete l'argomento trattato recuperate La bambola assassina, La bambola assassina 2, La bambola assassina 3, La sposa di Chucky (li trovate tutti su Prime Video ma solo l'ultimo è compreso nell'abbonamento), Il figlio di Chucky (gratis su Infinity), La maledizione di Chucky (su Prime Video ma a pagamento), Il culto di Chucky (gratis su Infinity) e le due stagioni della serie Chucky (la prima stagione è disponibile abbonandosi a Infinity). ENJOY!




domenica 4 dicembre 2016

Fear, Inc. (2016)

Leggendo la recensione de Il giorno degli zombi mi è venuta voglia di recuperare il "giocattolino" Fear Inc., diretto dal regista Vincent Masciale, proprio perché la serata richiedeva zero impegno e necessità di non addormentarsi con cose troppo complicate.


Trama: in cerca dello spavento definitivo, Joe telefona alla Fear Inc., compagnia di attori che ricreano situazioni horror particolarmente realistiche. La compagnia coinvolge lui, la fidanzata e due amici in un gioco terrificante ma la cosa a un certo punto sfugge di mano...



A che punti siamo disposti ad arrivare per farci spaventare? O, meglio, dopo aver passato quasi metà della nostra esistenza a guardare horror, cos'è che riesce a farci ancora paura? Considerato che a me basta arrivare a casa di notte e dover accendere le luci esterne per mettermi le ali ai piedi temendo che ci sia la qualunque nascosto nel buio e considerato che qualche tempo fa mi è bastato vedere un povero signore con la testa sanguinante in mezzo alla strada dopo un incidente per piangere manco l'incidente l'avessi avuto io, direi che a paura e sensibilità sto messa abbastanza bene, pure troppo. Così non è per Joe, protagonista di Fear Inc., il tipico e fastidiosissimo horror nerd che ti sfodera citazioni a manetta e per il quale ormai le "case stregate" (in cui peraltro costringe ad andare la povera fidanzata nell'unica "date night" che i due si concedono durante la settimana, S.P.Q.Americani) sono attrazioni per bambini: dopo anni di film horror, lui cerca l'emozione vera, "quella che te la fa fare addosso e tremare le gambe", e le sue parole arrivano all'orecchio della Fear Inc., compagnia addetta a provocare spaventi fin troppo reali, che getta l'esca aspettando che il tonno abbocchi. E il tonno horroromane, ovviamente, abbocca subito, non vede l'ora. A nulla servono gli avvertimenti di amici e fidanzata, che cercano di fargli capire come la Fear Inc. sia qualcosa con cui sarebbe meglio non avere a che fare: quando il gioco inizia ormai non è più possibile cancellarlo e Joe è l'unico che si diverte, almeno finché le cose non cominciano a sfuggire di mano e le citazioni della compagnia si traducono in orrore vero e mortale anche per lui. Assieme alla Fear Inc., per tutto il film anche il regista Vincent Masciale porta avanti il suo "gioco" fatto di strizzatine d'occhio e tensione, facendo attenzione a che anche lo spettatore scafato possa divertirsi senza rovinarsi troppo la sorpresa a causa dell'esperienza accumulata, pur non raccontando nulla di nuovo né sul concetto di orrore "cinematografico" né di quello reale.


L'aspetto apprezzabile di Fear Inc. è la scelta dei realizzatori, nonostante tutto, di non trasformare la pellicola in una semplice accozzaglia di comparsate a tema. Il gioco delle citazioni rimane limitato al campo dei dialoghi (limitato virgola, che a parte un paio di punti interrogativi i personaggi specificano con chiarezza titolo, regista e quasi quasi anche anno del film citato), della riproposizione di alcune scene cult, di costumi e di maschere e perlomeno il film di Masciale non inganna i fan piazzando sulla locandina grandi nomi di richiamo i quali, solitamente, compaiono per appena cinque minuti in ruoli altamente trascurabili. Certo, all'inizio c'è Abigail Breslin messa a mo' di scream queen (haha!) introduttiva e gli amanti di American Horror Story avranno di che essere contenti, ma per il resto gli attori presenti in Fear Inc. non sono particolarmente famosi in ambito horror. Né particolarmente abili a bucare lo schermo, se è per questo. Lucas Neff nei panni di Joe ha quella faccia da sballone che a tratti fa simpatia, a tratti provoca un impulso irrefrenabile di annegarlo in quella piscina immeritevolmente occupata solo per essere riuscito a fidanzarsi con una riccona (ci sono MOLTI atteggiamenti di Joe che danno fastidio. Diciamo che spesso mi sono ritrovata a volerlo morto tra atroci sofferenze e a chiedere un posto di lavoro presso la Fear, Inc.) mentre gli altri interpreti si limitano a recitare senza metterci troppo impegno e l'unica che potrebbe rimanere nella mente dello spettatore è la bella Caitlin Stasey, alla quale è stato affidato un personaggio più sfaccettato di quello che sembri di primo acchito. Riassumendo, Fear Inc. è un film leggero, che fortunatamente non si prende troppo sul serio, sicuramente lontano dal non plus ultra della paura ricercato da Joe e magari anche da noi appassionati dell'horror; personalmente, per una serata mi sono divertita ma non avrei voglia di rivederlo come invece è successo con altre supercazzole simili.


Di Abigail Breslin, che interpreta Jennifer Adams, ho già parlato QUI.

Vincent Masciale è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente addetto al montaggio, è anche produttore.


Chris Marquette interpreta Ben. Americano, ha partecipato a film come Freddy vs. Jason, Il rito e a serie come Beverly Hills 90210, La tata, Nash Bridges, Settimo cielo, E. R. Medici in prima linea, Weeds, Criminal Minds e Dr. House. Ha 32 anni e quattro film in uscita.


Mark Moses interpreta Abe. Americano, lo ricordo per film come Platoon, Nato il quattro luglio, The Doors, Deep Impact e Red Dragon, inoltre ha partecipato a serie come Casa Keaton, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea, Settimo cielo, Malcom, Ghost Whisperer, CSI: Miami, Desperate Housewives, CSI: NY, CSI - Scena del crimine e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.


Caitlin Stasey, che interpreta Lindsey, aveva già partecipato al film All Cheerleaders Die mentre tra gli habitué di American Horror Story figurano Naomi Grossman (la Pepper di Asylum e Freak Show, qui nei panni di Cat) e Leslie Jordan (Quentin in Coven e Cricket Marlowe in Roanoke, qui nei panni di Judson). Fear, Inc. è basato sul corto omonimo, sempre diretto da Vincent Masciale; se il lungometraggio vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete il pluricitato The Game - Nessuna regola. ENJOY!

venerdì 23 ottobre 2015

Final Girl (2015)

Nonostante fosse stato caCCato da più parti, o forse proprio per questo, ho deciso di impelagarmi nella visione di Final Girl, diretto dal regista Tyler Shields. Segue breve post con un po' di SPOILER.


Trama: la giovane e bionda Veronica si ritrova sola in un bosco con quattro ragazzi che vogliono cacciarla e ucciderla. Ma le cose non sono quelle che sembrano...



Cosa diamine ho visto? Questa è la domanda che mi turbinava nella mente durante i pretenziosi e fuorvianti titoli di coda di Final Girl, titolo che non vi sto a spiegare perché l'hanno già fatto tutti i blog che si sono sbattuti a recensire questo filmucolo. In soldoni, trattasi di thriller-horror con un bassissimo bodycount, zero splatter e pochissimo coinvolgimento emotivo, una sorta di wannabe Nikita dove la protagonista viene cresciuta come una killer da un Wes Bentley stranamente mollo e svogliato che si limita a farle da papà ed istruttore mentre lei, poverella, ne è innamorata persa. La pellicola, che come idea base, per quanto già stravista, non sarebbe neppure male, parte svantaggiata proprio in virtù dei presupposti di questa trama: pretendere che lo spettatore si beva l'esistenza di una killer paffutella e tenerosa come Abigail Breslin (non sexy né tantomeno minacciosa, ahilei) è già ai limiti del surreale ma se la cosa finisse qui ci si potrebbe ancora passare sopra. Il problema è che davanti alle immagini patinate e forzatamente "oniriche" del fotografo riciclatosi regista Tyler Shields non si prova assolutamente nulla, se non un vago senso di tedio. Non c'è modo di parteggiare per la protagonista, vuota e morbidosa macchinetta per uccidere che si pone qualche domanda ma in generale segue i voleri di Bentley senza troppe remore e, ancor peggio, gli sceneggiatori non danno modo allo spettatore di empatizzare con quest'ultimo a causa di caratteristiche psicologiche appena abbozzate e zeppe di cliché. Certo, è vero che la trama prevede l'uccisione di un branco di ragazzotti viziati che amano passare il tempo trucidando ragazze indifese ma, siamo seri: se è vero che le ragazze in questione accettano di andare nel bosco con quattro sconosciuti vestiti come Il Volo meritano di fare la peggiore delle fini. E poi, parliamo un attimo di come vengono uccisi i quattro dementi.


Abigail Breslin, come si vede nei flashback, viene addestrata da Bentley ad essere una killer fredda e spietata, mi sarei quindi aspettata come minimo un bagno di sangue. Invece la furba Abigail preferisce drogare le sue vittime e farle scontrare con delle "visioni" prima di subentrare e ucciderli nei modi più noiosi e perplimenti che vi possano venire in mente. Il primo, tanto quanto, si becca un'accetta nel petto, un altro potrebbe venire ammazzato a colpi di mazza da baseball (l'arma d'ordinanza del ragazzo, ottimo contrappasso) ma Abigail si dimentica di averla in mano e ricorre ad una pietra, il terzo viene semplicemente strangolato nonostante la protagonista abbia palesemente la forza di un bradipo morto. Non vi dico la fine dell'ultimo, ridicolo lui e ridicolo il metodo scelto per farlo fuori. E tuttavia, se Final Girl fosse stato immerso in un'atmosfera malata e disagevole forse avrebbe anche potuto essere divertente. Purtroppo Tyler Shields ha voluto fare il fighètto e allo spettatore è stata propinata l'ennesima, patinata storia di noia alto-borghese, con i ragazzotti che si comportano come dei lord inglesi a caccia di volpi e dove tutti sono conciati manco dovessero andare al ballo di fine anno o alla notte degli Oscar. Quando dico che i quattro killer sembrano Il Volo, non lo dico tanto per: questi per uscire di casa la sera, in una cittadina talmente morta che al confronto Desperation è Las Vegas, indossano tuxedo e farfallino, mentre le ragazze hanno tutte degli abiti da prom anche solo per andare a bersi il frappé nel tipico, squallido diner americano. Come scelta stilistica non poteva davvero essere peggiore ma d'altronde l'intero film è una bufala ammorbante quindi il regista avrà pensato "perché no?". Voi non fate come me e come lui, state alla larga da questa monnezza profumata di Chanel.


Di Abigail Breslin (Veronica) e Wes Bentley (William) ho già parlato ai rispettivi link.

Tyler Shields è il regista della pellicola. Americano, conosciuto soprattutto come fotografo, è al suo primo lungometraggio. Anche attore e sceneggiatore, ha 33 anni e un film in uscita.


Cameron Bright (vero nome Cameron Douglas Crigger) interpreta Shane. Canadese, ha partecipato a film come The Butterfly Effect, Godsend, Birth - Io sono Sean, X-Men - Conflitto finale, Juno, Twilight (dal secondo film in poi) e a serie come Dark Angel e The 4400. Ha 22 anni.


Alexander Ludwig interpreta Jameson.  Canadese, ha partecipato a film come Hunger Games, Un weekend da bamboccioni 2 e a serie come Vikings. Ha 23 anni.


Se Final Girl vi fosse piaciuto recuperate la serie Scream, You're Next e Kristy. ENJOY!

mercoledì 1 luglio 2015

Contagious: Epidemia mortale (2015)

Non l'avrei mai detto ma Maggie, atipico film sugli zombie con Arnold Schwarzenegger diretto dal regista Henry Hobson, è arrivato anche in Italia. Certo, è arrivato col solito, orrendo e fuorviante titolo nostrano, nella fattispecie Contagious: Epidemia mortale, ma perlomeno è uscito e oggi ve ne parlerò.


Trama: dopo essere stata morsa ed infettata, l'adolescente Maggie comincia a mutare in una zombie cannibale. Il padre decide di starle accanto negli ultimi giorni di lucidità, prima che la ragazza si trasformi definitivamente...


Cosa potrei dire di Maggie che non sia già stato detto altrove e meglio? Potrei partire, come sempre, da quella schifezza che è il titolo italiano il quale, come fin troppo spesso succede, induce lo spettatore ad aspettarsi tutt'altro tipo di pellicola, soprattutto quello spettatore che giustamente associa Schwarzenegger a un certo genere di film. Il fulcro di questo horror molto atipico non è l'"epidemia mortale" e nemmeno l'aspetto "contagious" dell'intera faccenda: sì, i protagonisti vivono in un mondo fiaccato dall'epidemia in questione (ma non sono solo gli esseri umani a stare morendo, anche le colture stanno rapidamente lasciando il posto a terra arida, come già accadeva in Interstellar), hanno il terrore di venire morsi e venire contagiati dai "vaganti" ed esistono appositi centri di quarantena per chi è stato infettato ma l'aspetto che interessa ai realizzatori della pellicola non è quello horror, bensì quello umano. Il titolo originale non a caso è Maggie. Semplicemente Maggie. Maggie è una ragazza come tante che un giorno contrae un virus mortale e da quel momento la sua vita va a rotoli assieme a quella dei suoi cari. Maggie viene contagiata tramite morso di zombie e la cosa aggiunge alla malattia l'elemento horror, ovvero il pericolo per chi le sta accanto di venire divorato ma se la protagonista del film avesse scoperto di avere il cancro o di essersi presa l'AIDS il percorso della pellicola sarebbe stato lo stesso perché il fulcro del film non sono i morti viventi quanto piuttosto i rapporti familiari e il modo in cui una persona sceglie di affrontare una malattia terminale. Il rapporto tra padre e figlia, centrale fin dalla locandina, viene affrontato con semplicità e rispetto, così come il dolore di una matrigna che non può competere con gli affetti (scomparsi e scomparenti) del marito ma ancor più belli ed importanti, almeno a parer mio, sono la serata che la protagonista passa con gli amici di sempre e la scelta di affrontare la morte con coraggio e dignità, una scelta rappresentata da un finale inaspettato.


Maggie è anche un film che parla per metafore e non condanna a priori l'eutanasia, bensì mette in discussione l'ipocrisia di chi vuole preservare la vita a tutti i costi: di fronte alla morte certa dei contagiati, quanto senso ha prolungarne la sofferenza mettendoli in quarantena senza fare distinzione tra chi è ancora senziente e chi ormai è già uno zombi (privandoli quindi di individualità e dignità) oppure offrire loro una morte "pulita" ma dolorosissima perché non è etico ricorrere a soluzioni più drastiche? La presa di posizione dei realizzatori può tranquillamente tradursi nella vita reale e anche per questo motivo gli aspetti legati a questo dilemma sono quelli che rendono Maggie commovente in maniera infingarda, perché il magone arriva lì, alla traditora, come l'ormai famigerata lacrima di Schwarzenegger, per il quale mi permetto di spezzare una lancia. Non sarò così falsa ed ipocrita da definirlo bravo attore solo perché il film mi è piaciuto: come ho detto altrove, Schwarzy quando non è impegnato nei soliti action da il meglio di sé nelle commedie e non è portato per i ruoli drammatici... però perché bisogna essere per forza espressivi per comunicare il dolore? Tutti i vostri padri o quelli dei vostri amici sono espressivi? Quante persone, ruvide e schive, non spremerebbero lacrime nemmeno se le ammazzassero? Non per questo, però provano meno dolore ed è il motivo che mi spinge ad affermare di aver apprezzato la scelta di Schwarzy per il ruolo di Wade, quest'uomo grebano ma buono ed invecchiato da tragedie premature. Per il resto, anche se Maggie non è propriamente un horror, è comunque sorretto da effetti speciali e un trucco che molte produzioni ben più "importanti" possono solo sognarsi e la fotografia grigio-verde, che accompagna immagini silenziose, riflessive e a loro modo artistiche, non mi è per nulla dispiaciuta. Maggie non è un film perfetto ma, come ha detto Giuseppe de Il buio in sala, ha cuore. Un cuore semplice e delicato, come una margherita. Basta solo saperlo cogliere ed apprezzare.


Di Arnold Schwarzenegger (Wade Vogel), Abigail Breslin (Maggie Vogel) e Joely Richardson (Caroline) ho già parlato ai rispettivi link.

Henry Hobson è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha lavorato anche come designer e responsabile degli effetti speciali.


Douglas M. Griffin interpreta Ray. Americano, ha partecipato a film come Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Dylan Dog - Il film, Facciamola finita, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club, Oldboy, La stirpe del male e a serie come True Detective. Ha 49 anni e otto film in uscita, tra cui l'imminente Terminator Genisys.


J.D. Evermore interpreta Holt. Americano, ha partecipato a film come The Paperboy, Django Unchained, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club e a serie come CSI - Scena del crimine, Walker Texas Ranger, True Detective, The Walking Dead e American Horror Story. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e sei film in uscita.


Per la cronaca, originariamente la coppia figlia/padre avrebbe dovuto essere formata da Chloe Moretz e Paddy Considine. Detto questo, se Maggie vi fosse piaciuto consiglio il recupero di 28 giorni dopo e Shaun of the Dead. ENJOY!



venerdì 14 marzo 2014

Little Miss Sunshine (2006)

Dopo qualche anno ho deciso di rivedere il bellissimo Little Miss Sunshine, diretto nel 2006 dai registi Jonathan Dayton e Valerie Faris e vincitore di due premi Oscar, uno per la miglior sceneggiatura originale e uno per Alan Arkin come miglior attore non protagonista.


Trama: la famiglia Hoover si imbarca in un viaggio "della speranza" per accompagnare la piccola Olive al concorso Little Miss Sunshine. Le disavventure, neanche a dirlo, non mancheranno...


Se c'è un film che adoro, in grado di divertirmi e commuovermi allo stesso tempo, questo è Little Miss Sunshine. A pensarci bene, il mio amore è assurdo perché i protagonisti della pellicola, un branco di nevrotici disadattati, avrebbero tutte le carte in regola per farmi imbestialire, per non parlare poi del fatto che lo zio è interpretato da un attore che notoriamente non sopporto come Steve Carell. E invece quest'apologia del loser è semplicemente splendida proprio per il modo in cui i personaggi si compensano naturalmente nei pregi e nei difetti, per come ognuno di loro riesce ad apportare un sostegno fondamentale alla fragilissima famiglia Hoover e per i valori che la pellicola trasmette senza pedanteria né didascalismo. Effettivamente, non servono troppi giri di parole quando si hanno davanti i semplici gesti, la spontaneità e la tenerezza della piccola Olive, vero motore dell'intera vicenda e mossa da un sogno grandioso ed impossibile: diventare Little Miss Sunshine. Occhialuta, paffutella e decisamente poco aggraziata, la piccoletta non avrebbe una sola chance di vincere (e, povera pulcina, sotto sotto ne è consapevole), ma chissenefrega. Come al solito, non è l'obiettivo che conta, ma il viaggio (letterale e figurato), perché il vero perdente è colui che rinuncia subito all'impresa, non quello che fallisce dopo averci provato e questo semplice concetto si inculcherà nelle menti di ogni membro della famiglia, ognuno dotato di un desiderio impossibile da realizzare e per questo costantemente triste, frustrato e, peggio, incapace di cercare sostegno all'interno del nucleo familiare.


Il difficile viaggio "interiore" degli Hoover si rispecchia in un'odissea a bordo di un furgoncino Volkswagen ormai pronto per la rottamazione, scassato e logorato come i suoi padroni, che sono costretti così non solo a condividere a lungo uno spazio ristretto ma anche a collaborare fisicamente per riuscire a far sì che almeno Olive non diventi disillusa come tutti i suoi familiari. Purtroppo per la piccina, la compagnia non è delle migliori. Nonno Edwin rappresenta il lato "umano" della famiglia ed è sicuramente l'unico ad essersi vissuto la vita senza troppe pippe mentali ma ha deciso di passare la vecchiaia sniffando cocaina, papà Richard tiene corsi sul successo e vive seguendo i propri freddi dettami ma è un fallito di prim'ordine, mamma Sheryl è una pessima casalinga già al secondo matrimonio, il fratellastro Dwayne ha deciso di non parlare finché non riuscirà ad essere ammesso all'accademia di volo e, infine, zio Frank è uno studioso gay dalle tendenze suicide. Tra tutti, Olive è la persona più normale (forse perché è ancora piccina) ma purtroppo il suo sogno è interamente proettato verso un orrore tutto americano fatto di bimbe appena in grado di camminare e già truccate e vestite come le peggio baldracche, gettate a calci sui palcoscenici da genitori affamati di soldi e successo e, poverelle, sicuramente destinate a diventare delle oche decerebrate ed inchiattite che imporranno alle figlie lo stesso amaro destino. Quando l'innocenza e l'allegria dell'infanzia incontreranno questo orrido mondo fatto di regole, lustrini e zoccolette in miniatura gli Hoover si accorgeranno che la normalità è relativa... e che, per loro, c'è ancora speranza, in barba all'incertezza del futuro.


I registi Jonathan Dayton e Valerie Faris raccontano questa incredibile piccola storia immergendo i personaggi in un universo fatto di colori vivaci e tipici paesaggi americani; come se fossero la versione ancor più indie di Wes Anderson i due prestano un'attenzione incredibile agli abiti indossati dai personaggi (si vedano le buffe mise di Olive) e, ovviamente, al loro meraviglioso furgone, membro della famiglia tanto quanto gli esseri umani. Gli attori sono tutti perfetti e tratteggiano i protagonisti con incredibile sensibilità: Alan Arkin si è portato a casa un meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista perché nonno Edwin è un mattatore di prim'ordine e una presenza fondamentale (Granpa, am I pretty? You're the most beautiful girl in the world), ma i miei preferiti sono, neanche a dirlo, la tenerissima Abigail Breslin, il malinconico Steve Carell e il povero Paul Dano che, durante la terribile sfuriata dentro il furgone, spezza davvero il cuore per il realismo con cui reagisce davanti all'ennesimo sogno infranto. Fondamentale anche la colonna sonora, indispensabile per conferire al film un'atmosfera leggera e allo stesso tempo profonda, per non parlare poi dell'esilarante numero musicale finale sulle note di Super Freak, in grado di diventare in tempo zero una delle scene cult del cinema americano. Insomma, se non avete mai visto Little Miss Sunshine siete ancora in tempo, non perdetevi assolutamente un gioiellino come questo!!


Di Abigail Breslin (Olive Hoover), Greg Kinnear (Richard Hoover), Paul Dano (Dwayne), Alan Arkin (Edwin Hoover), Toni Collette (Sheryl Hoover), Steve Carell (Frank Ginsberg) e Bryan Cranston (Stan Grossman) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonathan Dayton e Valerie Faris sono i registi della pellicola. Americani, marito e moglie, hanno diretto parecchi video e il film Ruby Sparks. Anche produttori e sceneggiatori, lui ha 57 anni, lei 56 ed entrambi hanno due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la comparsata di Dean Norris (Barbie did it!!) nei panni dello sbirro che ferma i protagonisti in autostrada. Nonostante tutto il bene che voglio a Carell per questo film mi chiedo come sarebbe stato Frank se l'avessero interpretato Bill Murray, che era la prima scelta dei produttori, oppure la "seconda scelta" Robin Williams! Oltre a questo, sappiate che Little Miss Sunshine ha ben quattro finali alternativi, tutti contenuti anche nel DVD italiano che ho io: uno in cui la famiglia riunita brinda alla memoria del nonno e tre in cui, in un modo o nell'altro, i protagonisti fuggono dopo aver rubato l'ambito trofeo. Per concludere, se Little Miss Sunshine vi fosse piaciuto, infine, consiglierei la visione di A proposito di Schmidt, Il treno per il Darjeeling e Le avventure acquatiche di Steve Zissou. ENJOY!

venerdì 7 febbraio 2014

I segreti di Osage County (2013)

Continua imperterrita la visione dei film che, in qualche modo, potrebbero diventare i protagonisti dell’ormai imminente Notte degli Oscar. Stavolta è toccato a I segreti di Osage County (August: Osage County), diretto nel 2013 dal regista John Wells e tratto dalla pièce teatrale di Tracy Letts.


Trama: i membri della famiglia Weston si riuniscono dopo la scomparsa del patriarca Beverly. La vicinanza forzata e la tossicodipendenza della madre rinfocoleranno rancori e rimpianti...


Tutto mi sarei aspettata meno che I segreti di Osage County mi piacesse così tanto. Voglio dire, il cast era fenomenale già sulla carta (sebbene la Pretty Woman Roberts non mi abbia mai fatta impazzire) ma temevo una discreta mattonella familiare fatta di lacrime e spiegoni. E invece, I segreti di Osage County è una tragicommedia grottesca, un Carnage elevato a livello familiare zeppo di cattiveria, punzecchiature al vetriolo e momenti letteralmente scioccanti. Ambientato in una Terra di nessuno ai limiti della frontiera USA, il film da vita ad una sorta di cabin fever alimentata dalle torride temperature d'Agosto, che contribuiscono ad infervorare gli animi e rendere ancor più fastidiosa la convivenza con una donna che, se la pellicola fosse stata girata 50 anni fa, avrebbe potuto venire tranquillamente interpretata da Bette Davis: la Violet di Meryl Streep, infatti, non è solo una drogata, ma è una madre terribile, una moglie anche peggiore, un'avara di prim'ordine, una pettegola come poche, impicciona, insinuante, criticona e pure razzista. Sarà stata anche tormentata da un'infanzia poco serena ma come personaggio è uno dei più abietti e insopportabili mai visti su grande schermo e lo stesso vale per tutti coloro che la circondano, che formano un bel campionario di casi umani tra i quali si salvano giusto il cognato di Violet e la povera badante che viene costretta a rimanere nella casa come ultimo "atto riparatore" o ripensamento del marito, un uomo, a sua volta, non privo di difetti... che fin dall'inizio cita T.S. Eliot e il suo The Hollow Men affermando "Life is very long". Non stento a crederlo, poveraccio.


Come avrete capito I segreti di Osage County è un film peculiare ma anche molto teatrale e dialogato, quindi se già in partenza non amate questo genere di pellicole stategli alla larga e non continuate nemmeno la lettura. Per chi invece non disdegna il genere, il film si distingue per un uso smodato del turpiloquio e per un continuo scambio di battute al fulmicotone, in un vortice di dialoghi che strappano alternativamente la risata (il momento "Eat the fucking fish!" è mortale) o la depressione incredula e che riescono a mantenere desta l'attenzione dello spettatore fino a quel finale bruttarello voluto dalla produzione, che palesemente stona con quella che credevo fosse invece l'ultima, commovente scena. Stupidi produttori americani e stupidi spettatori che si sono lamentati! A parte questo, le interpretazioni degli attori sono di altissimo livello e valgono da sole il prezzo del biglietto (certo, I segreti di Osage County andrebbe visto in lingua originale!): accanto alla "solita" Meryl Streep, perfetta come sempre, tanto che dirlo risulta ormai quasi superfluo, spicca una Julia Roberts che mi ha fatta ricredere su ogni remora che avrei potuto avere nei suoi confronti e che spero possa strappare l'Oscar come miglior attrice non protagonista dalle manine d'oro di Jennifer Lawrence. Il personaggio di Barbara, coi lineamenti scavati ed induriti, i modi rozzi e i nervi a fior di pelle è infatti scritto ed interpretato talmente bene che spesso e volentieri ruba la scena a tutti quelli che la circondano... e devo ammettere che c'è un certo perverso piacere nel vedere la Roberts prendere a schiaffi e male parole un mostro sacro come Meryl Streep. Non sarà magari il film dell'anno (visivamente purtroppo non offre nulla di nuovo o particolarmente esaltante) ma I segreti di Osage County, col suo stile retrò e i suoi assurdi protagonisti, merita almeno una visione!


Di Meryl Streep (Violet Weston), Julia Roberts (Barbara Weston), Chris Cooper (Charlie Aiken), Ewan McGregor (Bill Fordham), Dermot Mulroney (Steve Huberbrecht), Abigail Breslin (Jean Fordham) e Benedict Cumberbatch (Little Charles Aiken) ho già parlato ai rispettivi link.

John Wells (vero nome John Marcum Wells) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto The Company Man e alcuni episodi della serie E.R. Medici in prima linea. Anche produttore e sceneggiatore, ha 61 anni. 


Margo Martindale interpreta Mattie Fae Aiken. Americana, ha partecipato a film come Giorni di tuono, L’olio di Lorenzo, Il socio, Dead Man Walking – Condannato a morte, La stanza di Marvin, Amori & incantesimi, In Dreams, The Hours, Milion Dollar Baby, Orphan e a serie come Medium e Dexter. Ha 63 anni e un film in uscita. 


Sam Shepard (vero nome Samuel Shepard Rogers) interpreta Beverly Weston. Americano, ha partecipato a film come I giorni del cielo, Fiori d'acciaio, Il rapporto Pelican, La promessa, Codice: Swordfish, Cogan - Killing Them Softly Mud. Anche sceneggiatore e regista, ha 70 anni e due film in uscita.


Julianne Nicholson interpreta Ivy Weston. Americana, ha partecipato a film come Snatch - Lo strappo e a serie come La tempesta del secolo, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea e Broadwalk Empire. Ha 43 anni e un film in uscita. 


Juliette Lewis interpreta Karen Weston. Americana, la ricordo per film come Ho sposato un'aliena, Cape Fear - Il promontorio della paura, Buon compleanno Mr. Grape, Natural Born Killers, Dal tramonto all'alba, Blueberry e Starsky & Hutch; inoltre, ha partecipato a serie come Dharma & GregMy Name Is Earl. Anche regista e produttrice, ha 40 anni e un film in uscita.


I segreti di Osage County ha ottenuto due nomination all'Oscar, una per Meryl Streep come miglior Attrice Protagonista e una per Julia Roberts  come Miglior Attrice Non Protagonista, che speriamo vinca. Non ce l'hanno fatta a partecipare invece Chloe Moretz, alla quale è stata preferita Abigail Breslin per il ruolo di Jean; Jim Carrey, che era stato preso in considerazione per quello di Steve mentre Juliette Lewis ha rimpiazzato Andrea Riseborough, che ha dovuto rinunciare per impegni pregressi. Dopo queste piccole curiosità, se I segreti di Osage County vi fosse piaciuto guardate anche Little Miss Sunshine, Carnage o Voglia di tenerezza. ENJOY!

lunedì 1 agosto 2011

Benvenuti a Zombieland (2009)

Gira che ti rigira i film con gli zombie, come del resto anche gli slasher, sono sempre uguali. Ultimamente però sono uscite parecchie “variazioni sul tema”, tra cui anche il divertente Benvenuti a Zombieland (Zombieland), diretto nel 2009 dal regista Ruben Fleischer.



Trama: un ragazzino nerd dalle mille fobie si ritrova a dover sopravvivere ad un’apocalisse zombie che ha decimato la popolazione degli USA. Vagando per il paese preda dei morti viventi, incontrerà un folle individuo amante delle armi (e dei Twinkies) e due diffidenti sorelle.



Nel 2005 Shaun of the Dead (o L’alba dei morti dementi, ma è un titolo che mi disgusta…) rinnovava l’horror in particolare e il cinema in generale con un film definito “romzomcom”, commedia romantica con gli zombie, e ci mostrava come fosse possibile mescolare l’ilarità ed il senso dell’assurdo tipico delle commedie agli effetti speciali e al gore tipici dei migliori horror. Nasceva così una pietra miliare del genere e nascevano anche un sacco di emuli più o meno riusciti, e questo Benvenuti a Zombieland ne è un esempio, non all’altezza del “capostipite”, ma comunque dignitoso. La morale dei due film è simile, ovvero l’invito a godersi la vita cercando amore, legami, amicizie e migliorando sé stessi, perché se pensiamo che adesso vada male, beh… potrebbe arrivare qualcosa a far precipitare decisamente le cose, tipo un’apocalisse zombie.



Nel nostro caso il protagonista è un povero nerd sfigato che è riuscito a sopravvivere ai morti viventi grazie ad una miracolosa combinazione di fortuna e importantissime “regole”, oltre al fatto di non avere avuto legami di alcun genere con qualsivoglia persona viva (neppure con i genitori, per esempio); nel corso del film però, tra un colpo di fucile e l’altro, arriverà a capire che avere una famiglia e dei legami permette di infrangere le regole e cambiare in meglio. A proposito di queste regole, sono una delle cose che rendono particolare Benvenuti a Zombieland e anche una delle gag più esilaranti. D’altronde, la storia di Zombieland (come viene chiamata l’America dal protagonista) per come ci viene narrata da Columbus ha origine dal fatto che gli americani non sono stati in grado di rispettare innanzitutto il mantenimento della forma fisica (i primi a morire sono stati i ciccioni incapaci di correre velocemente…), la sana abitudine di allacciare le cinture di sicurezza in macchina (quante fughe fallite finite con parabrezza sfondati da incauti autisti…), l’ancor più sana abitudine di sparare due colpi alla testa del nemico invece che uno, giusto per essere sicuri e, infine, si sono sentiti troppo protetti in bagno, luogo da evitare accuratamente. Nel corso del film spuntano ovviamente anche altre regole, tutte mostrate in sovrimpressione, come se Benvenuti a Zombieland fosse essenzialmente un manuale di sopravvivenza correlato da esempi “visivi” e prove pratiche. Le altre gag particolari del film sono la costante ricerca dell’”ultimo Twinkie” da parte del folle Tallahassee, la “zombie kill of the week”(ovvero la settimanale migliore uccisione di uno zombie, idea derivata dal fatto che Benvenuti a Zombieland sarebbe dovuto essere non un film, ma il pilot di una serie televisiva che avrebbe decretato, di settimana in settimana, il vincitore dell’assurdo premio) e l’apparizione speciale di un attore del calibro di Bill Murray nei panni di sé stesso, che da vita ad una serie di omaggi ad alcuni suoi film conosciuti ed apprezzati anche dal pubblico italiano, tra cui Ghostbusters.



A proposito degli attori e dell’aspetto tecnico di Benvenuti a Zombieland, credo che la debolezza del film risieda un po’ nella mancanza di verve degli interpreti. Per carità, Woody Harrelson e Ruben Fleischer sono bravi e divertenti, anche se il primo è un po’ troppo caricaturale per essere sopportato a lungo, ma le due ragazze che li accompagnano sono essenzialmente due gatti di marmo (e pensare che la sorella minore era la piccola Little Miss Sunshine, sigh…) e in generale il film manca della naturalezza e di quel pizzico di “serietà” che riusciva a rendere Shaun of the Dead il capolavoro che è. Gli effetti speciali ed il trucco, per contro, sono ottimi, all’altezza di un qualsiasi horror “normale”, ed alcune scene sono epiche, soprattutto quelle ambientate nel luna park, dove si svolge la parte finale del film e dove compare la summa di tutte le (mie) fobie: un clown zombie!! Beware! E guardate Benvenuti a Zombieland anche se non amate il genere horror, visto che non c’è nulla di cui avere paura, ma solo da divertirsi.



Di Woody Harrelson, che interpreta Tallahassee, ho già parlato qui, mentre di Bill Murray, che interpreta sé stesso, ho parlato qua.

Ruben Fleischer è il regista della pellicola, l’unico film da lui realizzato che conosco. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e due film in uscita.



Jesse Eisenberg interpreta Columbus. Americano, lo ricordo per film come The Village, Cursed – Il maleficio e The Social Network, che gli ha valso una nomination all’Oscar come miglior attore protagonista. Ha 28 anni e quattro film in imminente uscita, tra cui Bop Decameron, l’ultimo di Woody Allen.



Abigail Breslin interpreta Little Rock. Ricordate la dolcissima pupotta di Little Miss Sunshine (ruolo che le ha valso la nomination all’Oscar per migliore attrice non protagonista)? Eccola qui, un pochino più cresciuta e un po’ meno dolce e carina, reduce da altri film come Signs e da serie come Law & Order, NCIS, Ghost Whisperer e Grey’s Anatomy. Americana, ha 15 anni e due film in uscita.  



Amber Heard interpreta la ragazza dell’appartamento 406. Americana, ha partecipato ad un paio di recentissimi film che devo ancora vedere, ovvero The Ward e Drive Angry 3D, oltre alle serie The O.C. e Criminal Minds. Anche produttrice, ha 25 anni e quattro film in uscita, tra cui The Rum Diary, ennesimo incontro tra la penna di Hunter S. Thompson e la faccetta di Johnny Depp.



Emma Stone interpreta Wichita. Americana, ha partecipato a serie come Medium, Zack e Cody al Grand Hotel, Malcom e ha doppiato alcuni episodi di Robot Chicken. Ha 23 anni e sei film in uscita, tra cui The Amazing Spider – Man, dove interpreterà Gwen Stacy.



Tra gli attori conosciuti e ben celati dal makeup zombesco troviamo un inaspettato John C. Reilly nei panni dello “zombie nascosto in bagno” mentre Patrick Swayze ha visto sfumare la sua occasione di apparire nel film a causa del cancro che lo ha portato alla morte proprio nel 2009. Altra occasione sfumata, questa volta volutamente, quella di John Carpenter che non ha (a mio avviso giustamente…) voluto dirigere il film, mentre Megan Fox ha rifiutato il ruolo di Wichita. In quello di Columbus, invece, avrebbe dovuto esserci l’interprete di Billy Elliot, Jamie Bell, che alla fine ha rinunciato. Pare ci sia in cantiere un secondo episodio, ma siccome regista ed interpreti sono ancora tutti da definire, non vedrà la luce prima di un paio di anni. E ora vi lascio con il trailer originale di Benvenuti a Zombieland... ENJOY!!!

Se vuoi condividere l'articolo