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martedì 3 giugno 2025

La trama fenicia (2025)

Siccome io e l'amico Toto siamo bimbi di Wes Anderson, siamo corsi a vedere il suo ultimo film, La trama fenicia (The Phoenician Scheme), il giorno stesso dell'uscita.


Trama: il ricco industriale e avventuriero Zsa-zsa Korda, sopravvissuto all'ennesimo attentato, decide di nominare come erede universale la figlia Liesl, una novizia in procinto di prendere i voti. Tutto ciò per riuscire a realizzare la sua opera più ambiziosa, una complessa infrastruttura in Fenicia...


Su Facebook e Instagram, dove butto giù brevissimi pensieri a caldo sulle visioni concluse, ho messo in guardia i miei sparuti followers relativamente all'odio (o la noia) che molti, dopo anni di onorata carriera, sono arrivati a provare verso Wes Anderson. Per queste persone, lo ribadisco, La trama fenicia sarà una sofferenza, perché la trama, benché complicatina a livello di "schema", apparentemente è molto semplice e lineare, e sembra proprio un mero esercizio del solito stile andersoniano. Come sempre, però, "oltre alle simmetrie e ai colori pastello c'è di più". Gli ultimi film di Wes Anderson, diciamo a partire da The French Dispatch, hanno il potere di lasciarmi perplessa alla fine dei titoli di coda. Il che non significa che non mi piacciano ma, poiché ho ormai una certa età, faccio un po' fatica ad introiettare tutti gli stimoli uditivi e visivi che si affastellano con la stessa rapidità con cui i personaggi del regista snocciolano dialoghi lunghissimi, quindi, solitamente, mi serve un giorno per riflettere con calma su cosa avesse voluto raccontare Wes Anderson. In questo caso, La trama fenicia narra il viaggio fisico e spirituale di un freddo, cinico e ambiguo uomo d'affari, abituato a diffidare dei legami familiari e a contare solo su se stesso, fin dalla più tenera età. Le famiglie disfunzionali non sono una novità per Wes Anderson, anzi, si può tranquillamente dire che tutti i suoi personaggi o quasi partano (e spesso rimangano bloccati) all'interno di una condizione anaffettiva o siano comunque incapaci a relazionarsi in modo "normale" con gli altri. Forse, però, è la prima volta che Anderson tocca il tema della redenzione anche in senso religioso, dando al protagonista de La trama fenicia la possibilità di "morire" e "risorgere" più e più volte, fino ad una rinascita finale definitiva (d'altronde, non credo sia un caso tirare in ballo, almeno nei toponimi, il mitologico uccello che rinasce dalle sue ceneri). La scelta di affiancare a Korda una figlia suora, oltre ad offrire la possibilità di una critica ad una Chiesa che predica bene ma razzola male, soprattutto quando in ballo ci sono molti soldi, apre uno squarcio sul pensiero di Anderson e del co-sceneggiatore Roman Coppola; in uno splendido dialogo rivelatore si dice che va bene fingere che Dio risponda alle nostre preghiere, basta mettere in pratica quello che pensiamo farebbe Lui... e, spesso, si tratta di cose molto semplici, banali, di puro buon senso. Anderson e Coppola, insomma, non vogliono dichiarare la non esistenza di Dio o prendersi gioco di chi crede in qualcosa, anzi, sottolineano l'importanza di avere qualcosa che funga come bussola morale e ci apra gli occhi su ciò che è fondamentale nella vita, benché magari poco glamour, avventuroso, remunerativo o originale. Korda diventa così il Cristo andersoniano, costretto ad una via crucis a tappe (o a scatole, come volete) partita con un obiettivo decisamente materiale, lentamente tramutatosi in un'evoluzione umana e spirituale.


A livello più superficiale, La trama fenicia tira parecchie stoccate ad oligarchi e riccastri zeppi di figli che "potrebbero" essere geni, oltre ad un mercato globale facilmente manipolabile e a guerriglieri sui generis. Purtroppo, la critica sociale e contemporanea si perde un po', perché il film non esce quasi mai dai binari della commedia surreale e, rinunciando ad atmosfere di più cupe e satiriche, non morde mai davvero. Poco danno, perché comunque mi sono ritrovata spesso a ridere di cuore per alcune gag particolarmente azzeccate (una su tutte, quella reiterata delle bombe/ananas offerte agli interlocutori), e poi perché, insomma, a me piace Wes Anderson in primis per quello stile che ora va tanto di moda odiare. Sarei stata ore a guardare i titoli di testa, con la stanza d'ospedale di Korda ripresa dall'alto e le figure umane che si muovono in quella che sembra un'enorme, elegante piastrella quadrata, ma ogni elemento d'arredo disposto con gusto e simmetria (ci sono persino quadri famosissimi presi in prestito da gallerie, santo cielo!!), ogni diorama semovente, ogni abito, anche quelli più dimessi, mi trasportano gioiosamente all'interno della Wunderkammer del regista, zeppa di oggetti e colori nei quali mi perdo senza possibilità di recupero. Gli attori, poi, sono un altro motivo di felicità. In un cast di facce ormai familiari ai fan del regista, tutte impegnate in piccoli, esilaranti ruoli che arricchiscono il bestiario de La trama fenicia, Bill Murray ha finalmente ottenuto il ruolo più adatto al suo status e Benicio del Toro, per quanto sbattuto ed invecchiato, è sempre più patato ed è un protagonista esemplare. Il più a suo agio all'interno del mondo bizzarro di Anderson, stavolta, è però la new entry Michael Cera, uno dei motivi per cui mi è dispiaciuto non poter godere del film in v.o.. L'entomologo Bjorn è sfaccettatissimo, forse il personaggio più ricco di sorprese, e Cera offre una performance incredibile (soprattutto in un momento puramente "fisico", in cui cambia letteralmente davanti agli occhi dello spettatore aggiustando impercettibilmente abiti, accessori e postura. La mia mascella, probabilmente, è ancora in sala), al punto che mi sono chiesta perché mai Anderson abbia aspettato così tanto per chiamarlo in uno dei suoi film, visto che l'attore sembra uscito direttamente da una sua pellicola. Spero sia l'inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione! Con questa nota speranzosa, invito i fan di Anderson ad andare a vedere La trama fenicia. Non è il miglior film del regista, questo no, ma è bello e divertente, una piccola chicca colorata in una triste e grigia realtà, e a volte, non so a voi, ma a me basta solo questo per essere soddisfatta. I detrattori si astengano, senza criticare i bimbi di Anderson come me!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Benicio Del Toro (Zsa-zsa Korda), Steve Park (Il pilota), Willem Dafoe (Knave), F. Murray Abraham (Profeta), Rupert Friend (Excalibur), Michael Cera (Bjorn), Riz Ahmed (Principe Farouk), Tom Hanks (Leland), Bryan Cranston (Reagan), Charlotte Gainsbourg (prima moglie), Mathieu Amalric (Marseille Bob), Jeffrey Wright (Marty), Scarlett Johansson (Cugina Hilda), Bill Murray (Dio), Hope Davis (Madre superiora) e Benedict Cumberbatch (Zio Nubar) li trovate invece ai rispettivi link.


Mia Threapleton
, che interpreta Liesl, è figlia dell'attrice Kate Winslet. ENJOY!



martedì 3 ottobre 2023

Asteroid City (2023)

Il Multisala di Savona ha pensato bene di NON fare uscire Talk to Me. Ciò nonostante, mi sono comunque abbassata a dare dei soldi alla baracca per amore di Asteroid City, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Wes Anderson. (Comunque la mia intenzione era di fare un ottobre solo horror, ma come si fa a dire di no a Wes?)
EDIT: Con una settimana di ritardo, Talk to me è uscito. Ritiro gli improperi che costellavano l'inizio del post, per ringraziamento.


Trama: una compagnia teatrale mette in scena Asteroid City, la storia di un ritrovo di giovanissimi e geniali scienziati con un twist fantascientifico...


Non è mai facile parlare di un film di Wes Anderson dopo solo una visione, peraltro in versione doppiata, perché il regista mette sempre tanta di quella carne al fuoco, spingendo il cervello dello spettatore a spingere da parte la storia in favore delle splendide immagini, che spesso viene da tacciarlo di superficialità e manierismo. Questo Asteroid City avrebbe tutte le carte in regola per essere un'opera "a rischio" in tal senso, ed è un peccato perché, dopo una nottata di riposo e un po' di tempo per riflettere su una frase in particolare che mi ha dato da pensare, sono riuscita a dare un senso a tutto il cucuzzaro. A un certo punto, lo spettacolare Jason Schwartzman dice "Non puoi svegliarti se non ti addormenti", una frase che viene ripetuta come un mantra all'interno di una classe di recitazione e che contiene in sé la chiave della doppia vicenda raccontata in Asteroid City, un film che continua la poetica andersoniana di persone sole, tristi, incapaci di affrontare la vita o di gestire le proprie emozioni. Ogni personaggio di Asteroid City, infatti, non ha il coraggio di "addormentarsi", ovvero non riesce a lasciarsi andare ed accettare che la vita non abbia soluzioni immediate e comprensibili (la macchina può essere aggiustata cambiando un piccolo pezzo oppure bisogna sostituirla), e combatte con tutte le sue forze la sola idea di qualcosa di imprevisto e sconosciuto (la macchina ha un terzo problema che il meccanico non riesce minimamente a capire). Ognuno di loro, soprattutto gli adulti, ma talvolta anche i ragazzi e bambini, personaggi di finzione o attori che li interpretano, ha bisogno di un filtro, una barriera che li porti a distaccarsi da questa complessità e ridurre l'esistenza a qualcosa di comprensibile, arrivando ovviamente all'incapacità di affrontare qualsiasi evento fuori dalla loro portata. Il primo è, senza dubbio, il geniale scrittore Conrad Earp, con tutte le difficoltà incontrate nel partorire l'opera, seguito subito dopo da Augie Steenbeck e dall'attore che lo interpreta in teatro nascondendosi dietro le lenti di una macchina fotografica e tic marcati che bloccano l'affiorare di qualsiasi emozione, positiva o negativa che sia, tanto che a un certo punto subentra persino il blocco dell'interprete, in un'altra sequenza particolarmente significativa.


L'umorismo caustico di Anderson, derivante dai surreali comportamenti e dai dialoghi assurdi tra personaggi fuori dal tempo, è una patina di leggerezza che nasconde, come sempre, un profondo disagio interiore che lascia cicatrici insondabili ai personaggi mentre li rende affascinanti e "strani" a un occhio esterno, come quello dello spettatore. L'intera cornice teatrale, girata in un elegante bianco e nero e in un formato che ricorda gli speciali televisivi anni '50, è accattivante quanto il geniale set della città titolare, realizzato rispettando non solo l'iconografia di una cittadina semi-deserta dello stesso decennio, ma anche la vivacità dei fondali che si utilizzerebbero a teatro, così da continuare questa compenetrazione di realtà e finzione. Fidatevi se vi dico che, nel 2023, non vedrete mai un'alieno bello quanto quello realizzato in stop motion per il film di Wes Anderson, né un uccellino bizzarro quanto il mini-road runner che concorre a rendere ancora più weird l'atmosfera della cittadina (eppure, anche lì, nessuno si scompone, perché è più facile ignorare o fotografare - distaccandoci dal soggetto - ciò che ci lascia perplessi e persino quello che ci affascina, perché non sia mai ci stravolga la vita), ed è inutile anche che tenti di farvi capire quanto siano perfette e bellissime le singole inquadrature del film, i costumi, il trucco e la colonna sonora: per me, andare a vedere una pellicola di Anderson è come guardare la mostra di un illustratore elegantissimo, e non posso fare altro che riempirmi gli occhi di bellezza, a prescindere che dietro essa ci sia un significato o il vuoto pneumatico. Quanto al cast, basta scorrere i nomi presenti per andare in visibilio, e l'unica cosa che mi preme è sottolineare quanto siano bravi non solo Jason Schwartzman (visivamente, un affascinante mix tra Paolo Ruffini e Furio, cosa che, nonostante tutto, mi ha strappato moltissime risate) e Scarlett Johansson, ovvero i due attori con più screentime, ma anche i giovani e talvolta sconosciuti ragazzini e bimbi che popolano il film, con menzione speciale alla tenerezza delle tre gemelline Faris, capaci di tenere testa a un nome importante come quello di Tom Hanks. Io lo so che Asteroid City è stato massacrato, ma m'importa davvero poco. Sono felicissima di averlo visto e non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa di rivederlo e godermi tutto quello che di sicuro mi è sfuggito!   


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Presentatore), Edward Norton (Conrad Earp), Jason Schwartzman (Augie Steenbeck), Scarlett Johansson (Midge Campbell), Maya Hawke (June), Rupert Friend (Montana), Jeffrey Wright (Generale Gibson), Hope Davis (Sandy Borden), Steve Park (Roger Cho), Liev Schreiber (J. J. Kellogg), Sophia Lillis (Shelly), Tom Hanks (Stanley Zak), Matt Dillon (Meccanico), Steve Carell (Motel Manager), Tony Revolori (Aiutante di campo), Bob Balaban (Manager della Larkings), Tilda Swinton (Dr. Hickenlooper), Jeff Goldblum (L'alieno), Adrien Brody (Schubert Green), Hong Chau (Polly), Willem Dafoe (Saltzburg Keitel) e Margot Robbie (Attrice/moglie) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jake Ryan interpreta Woodrow. Americano, ha partecipato a film come The Innkeepers, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, A proposito di Davis, L'isola dei cani e Diamanti grezzi. Ha 20 anni. 


Bill Murray doveva partecipare come direttore del motel, ma ha contratto il COVID all'inizio delle riprese ed è stato sostituito da Steve Carell. Se Asteroid City vi fosse piaciuto recuperate Moonrise Kingdom - Una storia d'amore, Nope e Mars Attacks!. ENJOY! 

mercoledì 9 maggio 2018

L'isola dei cani (2018)

Ho aspettato fino a lunedì ma finalmente anche io ho potuto vedere L'isola dei cani (Isle of Dogs), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da WES ANDERSON!! (Ok, prometto che è l'ultima volta che userò il caps lock)


Trama: in una metropoli giapponese del futuro, il bieco sindaco Kobayashi ha deciso di confinare tutti i cani su un'isola adibita a discarica, col beneplacito degli abitanti terrorizzati dall'influenza canina. Il suo pupillo, il dodicenne Akira Kobayashi, decide però di andare in cerca del cane Spots e si imbatte in un gruppetto di quadrupedi dell'isola che lo aiuteranno nell'impresa...


Come si fa a non volere bene a quello spocchioso snob di Wes Anderson, un regista che può permettersi di girare un cartone animato pensando solo a margine ai bambini, giusto per il gusto di creare un'elegante opera in stop-motion intrisa di perfezionismo, capace di fare esclamare "oooh! e "aaah!" a chiunque sia un minimo nipponofilo e apprezzi la qualità artigianale di sfondi fatti a mano, pupazzetti creati con pelo vero di alpaca e disegni animati dal tratto pulito ed "antico"? Come si fa a non amare chi inserisce nel suo film dialoghi in giapponese non tradotti per un buon 60%, lasciando che sia la musicalità della lingua nipponica a fluire dalle orecchie al cuore dello spettatore annullando le barriere linguistico-culturali? Certo, all'inizio del film ci sono le istruzioni per affrontare al meglio questa strana scelta e le stesse fanno parte dell'ironia che traspare da ogni sequenza de L'isola dei cani, ma obiettivamente persino il mio compagno di visioni è rimasto abbastanza spiazzato mentre io, che amo il Giappone con tutto il mio indegno corazon, non ho potuto fare altro che abbandonarmi all'atmosfera e piangere forte per non avere avuto il tempo di studiare quanto avrei voluto questa magnifica lingua e godermi così i dialoghi non sottotitolati. Ma calmiamoci un attimo, di cosa parla L'isola dei cani? Come da titolo, la trama racconta di un luogo in cui tutti i cani della città di Megasaki, in Giappone, vengono confinati in un'isola a causa di una presunta epidemia di influenza canina; ciò da il via alla ricerca del piccolo Akira, disperato per la scomparsa del fedele cane Spots ([supottusu]), ma è soprattutto il modo di introdurre quella che a me è sembrata una feroce critica ai partiti di estrema destra sempre più affermati in tutto il mondo, quelli che cavalcano il terrore delle persone e che non si fanno scrupolo ad alimentare voci allarmiste che allontanano i pensieri del popolo da problemi realmente pressanti onde concentrarli su specchietti per le allodole, ricorrendo a segregazione e allontanamento piuttosto che trovare soluzioni più costruttive. Certo, così a farci la figura dei malvagi sono gli amanti dei gatti, cosa che mi ha un po' spezzato il cuore, ma cosa ci vogliamo fare? Per i piccoli, ma anche per i grandi, c'è poi la deliziosa storia dell'amicizia tra il piccolo Akira e il selvatico randagio Chief, con risvolti da soap opera divertenti e commoventi, oltre a tutto il coro di esilaranti comprimari portatori ognuno di una piccola idiosincrasia Andersoniana.


Per quel che riguarda la realizzazione, come ho detto sopra la visione de L'isola dei cani è pura gioia. Gli omaggi alla cultura giapponese si sprecano e mi dolgo solo di non conoscere a menadito il cinema nipponico perché secondo me ci sarebbe da stilare un elenco di influenze tratte da capolavori della settima arte orientale anche meno conosciuti, non solo le opere di Kurosawa o i cani meccanici ispirati a mechaGodzilla; personalmente, mi è sembLato di vedere una citazione del capolavoro del mangaka Junji Ito, Uzumaki, con le inquietanti spirali che increspano le acque che bagnano l'Isola dei Cani a mo' di presagio di sventura, ma Anderson ha sicuramente attinto a piene mani anche dal teatro kabuki, dall'ukiyo-e, dalle stampe tradizionali, mentre passando a occidente non mancano le nuvolette di polvere tipiche di Snoopy, i cartelloni elettorali alla Quarto potere o le capigliature ricce in stile Un angelo alla mia tavola. Poi, c'è da dire che le citazioni saltano sì subito agli occhi ma risultano più interessanti la simmetria sempre tanto gradita al regista, le scelte cromatiche legate a ciò che si dice vedano i cani (niente verde né rosso quando viene mostrato il punto di vista dei cagnolini, ci avete fatto caso?), l'alternanza di vivaci campi lunghi che trasformano le scene in quadri dinamici e di intensi primi piani che non solo sviscerano le emozioni dei pupazzini ma li rendono al meglio, con tutte le loro imperfezioni di animali provati dalla fame, dalla sporcizia, dalla disperazione (e anche gli esseri umani sono ben caratterizzati, con quei visetti duri come porcellana e allo stesso tempo morbidi morbidi, espressivi da morire). A dire il vero, guardando L'isola dei cani occhi e cervello (e orecchie, ché la colonna sonora di Alexandre Desplat è pregevolissima!) vengono caricati da così tanti elementi, così tante cose belle ed interessanti, che bisognerebbe rivederlo almeno un paio di volte per essere in grado di scrivere un articolo sensato che possa rendere omaggio alla bravura inconfutabile di Wes Anderson, quindi vi consiglio di non stare tanto a pensarci su e correre al cinema prima che la distribuzione impietosa lo tolga!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (voce originale di Chief), Edward Norton (Rex), Bob Balaban (King), Bill Murray (Boss), Jeff Goldblum (Duke), Greta Gerwig (Tracy Walker), Frances McDormand (interprete Nelson), Scarlett Johansson (Nutmeg), Harvey Keitel (Gondo), F. Murray Abraham (Jupiter), Tilda Swinton (Oracolo), Ken Watanabe (Primario di chirurgia), Fisher Stevens (Scrap), Liev Schreiber (Spots) e Anjelica Huston (Barboncino muto) li trovate invece ai rispettivi link.

Courtney B. Vance è la voce originale del narratore. Americano, ha partecipato a film come Caccia a Ottobre Rosso, Pensieri pericolosi, Una cena quasi perfetta, La fortuna di Cookie, The Divide, Final Destination 5, La mummia e a serie come E.R. Medici in prima linea e American Crime Story - Il caso O.J. Simpson. Anche produttore, ha 58 anni e due film in uscita.


Roman Coppola è la voce originale di Igor nonché co-sceneggiatore del film. Figlio di Francis Ford Coppola e principalmente produttore, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Apocalypse Now Redux e Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, inoltre ha lavorato come doppiatore in Fantastic Mr. Fox. Anche regista, ha 53 anni.


Kunichi Nomura, che presta la voce al sindaco Kobayashi, è co-sceneggiatore del film ed è già apparso in film come Lost in Translation e Grand Budapest Hotel. A fargli compagnia tra i doppiatori c'è nientemeno che Yoko Ono, nei panni dell'assistente Yoko-ono, per l'appunto, e sempre rimanendo in ambito scienziati ci sono attori giapponesi assai famosi come Takayuki Yamada (Crows Zero) e Ryuhei Matsuda (Nana, Tabù - Gohatto). Detto questo, se vi fosse piaciuto L'isola dei cani recuperate Fantastic Mr. Fox. ENJOY!


martedì 29 marzo 2016

Kung Fu Panda 3 (2016)

Nonostante tutto il mondo fosse sconvolto dall'hype per Batman vs Superman, io ho bellamente ignoranto Mr. Wayne e Mr. Kent preferendo la visione di Kung Fu Panda 3, diretto dai registi Alessandro Carloni e Jennifer Yuh Nelson.


Trama: mentre il crudele Kai riesce a fuggire dal regno degli spiriti dove era confinato, il panda Po deve trovare la sua reale identità come Guerriero Dragone e affrontare il ritorno del vero padre...


Alla fine di questo terzo episodio posso tranquillamente dire che quella di Kung Fu Panda è una delle migliori trilogie mai girate, ovviamente con tutti i limiti del caso, non fraintendete. Il bello di questa serie di film infatti è che il protagonista Po, panda teneroso, cicciottello e pasticcione, cresce diventando un vero maestro del Kung Fu gradualmente, affrontando in ogni film una sfida che lo eleva di uno scalino rispetto alla sua condizione precedente, senza mai snaturarne l'essenza di bambinone combina guai; per intenderci, non vedremo mai Po diventare un eroe tragico alla Goku perché ogni suo passo verso la consapevolezza è costellato di piccoli momenti umoristici e, soprattutto, un'enorme umiltà. Ciò vale anche per questo ultimo episodio, che inizia con un Guerriero Dragone "adagiato" in una routine fatta di battaglie e allenamenti. Ma cosa significa davvero essere IL Guerriero Dragone? Cosa lo differenzia da combattenti ben più abili come, solo per fare due nomi, Tigre e il maestro Shifu? Eh, qualcosa di importantissimo c'è e il film lo rende chiaro e palese agli occhi dei piccoli spettatori, introducendo la tanto chiacchierata (almeno in Italia) figura del vero padre di Po, un pandone pasticcione ed esageratamente chiassoso, tanto quanto il figlio, e l'intera comunità dei suoi tenerissimi simili, uno più pacioccone e bello dell'altro. La ricerca delle proprie radici, la necessità di collaborare e migliorare sé stessi, la consapevolezza che il concetto di famiglia non può e non deve essere limitato ai legami di sangue, sono tutti temi importantissimi che vengono snocciolati con naturalezza tra un combattimento e l'altro, tra una risata e una lacrima, mentre gli sceneggiatori cercano di dare spazio non solo a Po ma anche a tutti i comprimari tanto amati da chi ha seguito la saga fin dall'inizio.


Kung Fu Panda 3 è come sempre molto bello anche visivamente. Sarà stata la grandezza della sala o dello schermo ma mi è parso che stavolta i personaggi fossero molto più realistici per quel che riguarda la resa del pelo (meravigliosamente morbido!!) e delle fattezze in generale, mentre le mosse di kung fu mi sono sembrate molto più fluide. L'animazione, come accadeva anche negli altri due film, alterna la CGI a disegni chiaramente ispirati alle stampe cinesi, soprattutto quando occorre introdurre dei flashback o delle leggende ricavate dalle storiche pergamene custodite da Shifu, e i due registi ricorrono spesso alla tecnica dello split screen, soprattutto durante le scene d'azione più concitate. Il character design dei personaggi nuovi, in gran parte ovviamente panda, è incredibilmente delicato e tenero, ogni animalotto è caratterizzato in modo che non sia possibile confonderlo con un altro e non avete idea di che esplosione di pucciosità siano i pandini, uno più bello dell'altro; il cattivo nuovo, Kai, è connotato come già succedeva ai tempi del primo Kung Fu Panda con un abbondante utilizzo del verde "ooze", concentrato di spettrale malvagità che si scatena nei terribili guerrieri di Giada che accompagnano il villain, ma purtroppo non raggiunge le vette di teatrale crudeltà del pavone del capitolo precedente, rischiando di cadere presto nel dimenticatoio come predetto dall'inside joke presente all'interno della pellicola. E se le sequenze ambientate nel Regno dello Spirito meritano il voto dieci per i colori e la fantasia con cui sono state realizzate, l'unico rammarico che mi resta è che Scimmia, Gru e Mantide siano un po' diventati i guerrieri scemi del villaggio, perdendo buona parte di quella tridimensionalità che, fortunatamente, non è venuta meno a Tigre e Shifu. E ora, prima di concludere, parliamo un po' della...


TERRIBILE QUESTIONE GENDER (Contiene Spoiler)

Cari genitori,
prima di impedire ai vostri bambini di andare a vedere un film delizioso come Kung Fu Panda perché temete che esso possa pregiudicare non solo la loro identità sessuale futura ma anche il loro concetto di Famiglia Giusta, leggete queste due righe. Il panda Po viene cresciuto da un papero maschio e single perché quest'ultimo un giorno se lo vede piombare nel ristorante poco più che neonato. Non è che il vero padre, un panda per inciso, abbia deciso di abbandonarlo ma, capitelo, credeva fosse morto assieme alla moglie quando il loro villaggio è stato assaltato. E aggiungo anche che la mamma di Po viene più volte nominata nel corso del film, compianta nonché lodata per l'eroico sacrificio che l'ha portata a salvare la vita del pargolo. Quando il vero padre di Po torna a riabbracciarlo, NESSUNO mette in discussione la sua paternità, nessuno chiede a gran voce che panda e papero si uniscano in matrimonio per crescere il protagonista; piuttosto, i due padri riconoscono reciprocamente i rispettivi meriti e il loro rapporto, dopo la diffidenza e la gelosia iniziali, diventa una rispettosa e profonda amicizia. Tutto per il bene di Po che, in buona sostanza, capisce di essere stato cresciuto non solo da panda e papero, ma anche dal maestro Shifu, da maestro Oogway, da tutti gli amici, uomini e donne che siano, che hanno sempre avuto fiducia in lui. Quindi cari, perfetti genitori, andate a vedere Kung Fu Panda 3 tranquilli, ché il Gender non verrà a mordervi le chiappe e magari per una volta riuscirete anche a farvi una risata invece di prendere tutto così maledettamente sul serio!


 Della regista Jennifer Yuh Nelson ho già parlato QUI. Jack Black (Po), Bryan Cranston (Li), Dustin Hoffman (Shifu), Angelina Jolie (Tigre), J.K. Simmons (Kai),  Jackie Chan (Scimmia), Seth Rogen (Mantide), Lucy Liu (Vipera), David Cross (Gru), James Hong (Ping) e Jean-Claude Van Damme (Maestro Coccodrillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Alessandro Carloni è il co-regista della pellicola. Nato a Bologna, è al suo primo lungometraggio. Anche animatore e tecnico degli effetti speciali, ha 38 anni.


Kate Hudson (vero nome Kare Garry Hudson) è la voce originale di Mei Mei. Americana, figlia di Goldie Hawn, la ricordo per film come Quasi famosi, The Skeleton Key e Tu, io e Dupree, inoltre ha partecipato a serie come Party of Five e Glee. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 37 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri doppiatori originali segnalo la presenza fissa Randall Duk Kim, che come negli altri episodi doppia il maestro Oogway, Wayne Knight, che invece presta la voce a Big Fun e Hom-Lee, e quattro dei figli della coppia Angelina Jolie/Brad Pitt, ovvero Pax, Knox, Zahara e Shiloh, tutti a doppiare i piccoli pandini mentre Rebel Wilson e Jamie Campbell Bower hanno rispettivamente dovuto rinunciare ai ruoli di Mei Mei e Li. I boss della Dreamworks hanno confermato che questo non sarà l'ultimo film della franchise ma che ce ne saranno ancora almeno tre; nell'attesa, se Kung Fu Panda 3 vi fosse piaciuto recuperate i primi due film e aggiungete I segreti dei cinque cicloni, il corto Kung Fu Panda Holiday, la serie Kung Fu Panda - Mitiche avventure e i corti Kung Fu Panda: I segreti dei maestri e Kung Fu Panda: Secrets of the Scroll. ENJOY!

martedì 16 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (2015)

Dopo qualche giorno di pausa si torna a parlare di Oscar, nella fattispecie di L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo), diretto nel 2015 dal regista Jay Roach e tratto dall'omonima biografia scritta da Bruce Cook, per il quale Bryan Cranston è candidato come miglior attore protagonista.


Trama: il film racconta la storia dello scrittore e sceneggiatore Dalton Trumbo, costretto a lavorare sotto falso nome in quanto inserito in una lista nera di professionisti guardati con sospetto a causa del loro credo politico.


Quando si parla di America si pensa subito ad una Nazione dove i diritti vengono tutelati e chiunque può godere di libertà praticamente assoluta, soprattutto per quel che riguarda il suo credo religioso e politico. Certo, di tanto in tanto arrivano anche in Italia allarmanti notizie riguardanti imbarazzanti "incidenti" a sfondo razziale, che hanno per protagonisti soprattutto polizia e afroamericani, ma nel complesso è raro che si senta parlare di grandi personalità perseguitate per le loro idee: d'altronde, Travolta e Cruise sono sostenitori di Scientology, Trump è in corsa per la presidenza e nessuno li ha ancora presi a schiaffoni oppure interdetti per sempre dal mostrarsi in pubblico. Sul finire degli anni '40, invece, l'America era finita preda di un'imbarazzante ed assurda "caccia al comunista", che ha portato non solo l'uomo della strada a guardare con sospetto il proprio vicino ma addirittura alla costituzione della cosiddetta Commisione per le attività anti-americane da parte della Camera dei rappresentanti; vero, questa Commissione esisteva già all'epoca della seconda guerra mondiale ma è solo a ridosso degli anni '50 che ha cominciato ad estendere i suoi "tentacoli" anche ai quei rappresentanti della scena culturale accusati di essere comunisti e quindi, automaticamente, sovversivi, spie, Russi mancati, ecc. ecc., quindi diffidati dal continuare a fare il loro lavoro e, in generale, trattati come dei paria nell'ambito di qualsiasi realtà sociale. All'interno di questa imbarazzante pagina di Storia Americana si muove il caustico ed ironico Dalton Trumbo, costretto ad intraprendere un'estenuante battaglia fatta di sotterfugi e sofferenza "solo" per poter non soltanto consentire a lui e alla sua famiglia di sopravvivere ma anche per tornare ad esibire con orgoglio il proprio nome in calce alle sceneggiature da lui scritte. La pellicola di Jay Roach viene costruita come una biografia "surreale", nel senso che la situazione descritta ha dell'incredibile non solo per lo spettatore odierno, ma anche per chi si è trovato a viverla, inizialmente convinto che un Paese come l'America non sarebbe mai arrivato a boicottare dei rispettabili e famosi cittadini, men che meno a metterli in carcere. Alle quasi scanzonate scaramucce iniziali tra quelli che sarebbero diventati "I 10 di Hollywood" e feroci anti-comunisti come Hedda Hopper e John Wayne si sostituiscono a poco a poco la disperazione di chi finalmente comprende gli estenti del terrore da guerra fredda, di chi è costretto a tradire gli amici per continuare a lavorare, di famiglie costrette a mentire sulle attività dei propri cari e a vergognarsi di portare un determinato cognome, di vene creative prosciugate dall'inattività o dalla necessità di procacciarsi da vivere.


L'intera vicenda viene mostrata attraverso gli occhi di Dalton Trumbo, sceneggiatore colpito forse più di altri dall'amara ironia di questa situazione insostenibile, vincitore di due Oscar finiti in mano ad altri (il primo, per la sceneggiatura di Vacanze Romane, al prestanome Ian McLellan Hunter, il secondo, per quella de La più grande corrida, direttamente all'associazione degli sceneggiatori, visto che Robert Rich era solo uno pseudonimo), ritirati soltanto una volta che l'America intera era rinsavita da quell'assurda caccia alle streghe comuniste. Immerso all'interno della sua vasca, Trumbo affronta con incredibile arguzia e presenza di spirito l'opprimente atmosfera di una Guerra Fredda apparentemente infinita, senza smettere un attimo di battere le dita sui tasti della macchina da scrivere, vuoi per orgoglio, egoismo o semplice spirito di sopravvivenza; attorno a lui ruotano familiari giustamente sull'orlo di una crisi di nervi, parassiti della peggior specie, vendicativi paladini della "purezza occidentale" ma anche comunisti duri e puri che vorrebbero vederlo se non morto perlomeno schiacciato dalla sua (molto) altalenante dedizione alla causa e ciò che accomuna tutti i personaggi realmente esistiti è proprio la sfortuna di essere capitati in un periodo storico agghiacciante, doloroso ed umiliante sia per le vittime che per i carnefici. Non a caso, Trumbo è un film prevalentemente attoriale, interamente basato sulle performance di chi è riuscito a riportare sullo schermo, con una sensibilità incredibile, tutti i protagonisti di questa storia "senza vincenti". Bryan Cranston in primis meriterebbe l'Oscar perché il suo Dalton Trumbo è perfetto: in primo luogo, per l'aderenza a quello vero, come si può evincere da uno stralcio d'intervista riportato durante i titoli di coda, secondariamente per l'intensità messa nell'interpretazione, tanto che spesso ci si commuove davanti a quest'uomo che rifiuta, cocciutamente, di venire messo in ginocchio da un sistema sbagliato. Persino le figure più "banali" (mi si passi il termine) o più caricate risultano realistiche, questo vale sia per la figlia Nikola, interpretata da una Elle Fanning che ormai ha surclassato la sorella Dakota (a proposito, che fine ha fatto??), sia per l'enorme Frank King, incarnato da un John Goodman in stato di grazia; a queste persone magari poco conosciute si aggiungono le magistrali rappresentazioni di miti viventi quali John Wayne, Kirk Douglas, un esilarante Otto Preminger e la stronzissima "regina del gossip" Hedda Hopper, ennesimo ruolo capace di confermare la grandezza di una Helen Mirren che non sbaglia un colpo, che Dio la benedica.  L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo è un film che ha cuore, una pellicola interessantissima e capace di causare nello spettatore l'insana voglia di saperne di più non solo sullo sfortunato Dalton Trumbo ma anche e soprattutto su un periodo nerissimo della storia di Hollywood in particolare e dell'America in generale. Ecco perché in Italia lo hanno distribuito solo in una cinquantina di sale, bravi!!


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Dalton Trumbo), Michael Stuhlbarg (Edward G. Robinson), Helen Mirren (Hedda Hopper), Alan Tudyk (Ian McLellan Hunter), Roger Bart (Buddy Ross), Elle Fanning (Niki Trumbo) e John Goodman (Frank King) li trovate invece ai rispettivi link.

Diane Lane interpreta Cleo Trumbo. Americana, ha partecipato a film come I ragazzi della 56ma strada, Rusty il selvaggio, Charlot - Chaplin, Dredd - La legge sono io, Jack, L'uomo d'acciaio e ha lavorato come doppiatrice per il film Inside Out e il corto Il primo appuntamento di Riley. Ha 51 anni e tre film in uscita, tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice.


Louis C.K. (vero nome Louis Szekely) interpreta Arlen Hird. Americano, ha partecipato a film come Blue Jasmine e American Hustle - L'apparenza inganna. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 48 anni e un film in uscita, Pets - Vita da animali.


Christian Berkel interpreta Otto Preminger. Tedesco, ha partecipato a film come L'uovo del serpente, The Experiment, Bastardi senza gloria, Operazione U.N.C.L.E. e a serie come L'ispettore Derrick e Il commissario Rex. Ha 59 anni e un film in uscita.


Dean O'Gorman, che interpreta Kirk Douglas, era il nano Fili in tutti i film della trilogia de Lo Hobbit. Steve Martin non ha nulla a che vedere col film ma per qualche tempo, nei primi anni della sua carriera, è stato il fidanzato della figlia minore di Trumbo, Mitzi, senza avere idea di chi fosse Dalton Trumbo prima di conoscerlo di persona. Detto questo, se L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo vi fosse piaciuto, recuperate magari alcuni film scritti dallo sceneggiatore (tra i più famosi, anche relativamente recenti, ci sono i già citati Vacanze romane e La più grande corrida ma anche Spartacus e Always - Per sempre) e magari Good Night and Good Luck. ENJOY!


venerdì 14 marzo 2014

Little Miss Sunshine (2006)

Dopo qualche anno ho deciso di rivedere il bellissimo Little Miss Sunshine, diretto nel 2006 dai registi Jonathan Dayton e Valerie Faris e vincitore di due premi Oscar, uno per la miglior sceneggiatura originale e uno per Alan Arkin come miglior attore non protagonista.


Trama: la famiglia Hoover si imbarca in un viaggio "della speranza" per accompagnare la piccola Olive al concorso Little Miss Sunshine. Le disavventure, neanche a dirlo, non mancheranno...


Se c'è un film che adoro, in grado di divertirmi e commuovermi allo stesso tempo, questo è Little Miss Sunshine. A pensarci bene, il mio amore è assurdo perché i protagonisti della pellicola, un branco di nevrotici disadattati, avrebbero tutte le carte in regola per farmi imbestialire, per non parlare poi del fatto che lo zio è interpretato da un attore che notoriamente non sopporto come Steve Carell. E invece quest'apologia del loser è semplicemente splendida proprio per il modo in cui i personaggi si compensano naturalmente nei pregi e nei difetti, per come ognuno di loro riesce ad apportare un sostegno fondamentale alla fragilissima famiglia Hoover e per i valori che la pellicola trasmette senza pedanteria né didascalismo. Effettivamente, non servono troppi giri di parole quando si hanno davanti i semplici gesti, la spontaneità e la tenerezza della piccola Olive, vero motore dell'intera vicenda e mossa da un sogno grandioso ed impossibile: diventare Little Miss Sunshine. Occhialuta, paffutella e decisamente poco aggraziata, la piccoletta non avrebbe una sola chance di vincere (e, povera pulcina, sotto sotto ne è consapevole), ma chissenefrega. Come al solito, non è l'obiettivo che conta, ma il viaggio (letterale e figurato), perché il vero perdente è colui che rinuncia subito all'impresa, non quello che fallisce dopo averci provato e questo semplice concetto si inculcherà nelle menti di ogni membro della famiglia, ognuno dotato di un desiderio impossibile da realizzare e per questo costantemente triste, frustrato e, peggio, incapace di cercare sostegno all'interno del nucleo familiare.


Il difficile viaggio "interiore" degli Hoover si rispecchia in un'odissea a bordo di un furgoncino Volkswagen ormai pronto per la rottamazione, scassato e logorato come i suoi padroni, che sono costretti così non solo a condividere a lungo uno spazio ristretto ma anche a collaborare fisicamente per riuscire a far sì che almeno Olive non diventi disillusa come tutti i suoi familiari. Purtroppo per la piccina, la compagnia non è delle migliori. Nonno Edwin rappresenta il lato "umano" della famiglia ed è sicuramente l'unico ad essersi vissuto la vita senza troppe pippe mentali ma ha deciso di passare la vecchiaia sniffando cocaina, papà Richard tiene corsi sul successo e vive seguendo i propri freddi dettami ma è un fallito di prim'ordine, mamma Sheryl è una pessima casalinga già al secondo matrimonio, il fratellastro Dwayne ha deciso di non parlare finché non riuscirà ad essere ammesso all'accademia di volo e, infine, zio Frank è uno studioso gay dalle tendenze suicide. Tra tutti, Olive è la persona più normale (forse perché è ancora piccina) ma purtroppo il suo sogno è interamente proettato verso un orrore tutto americano fatto di bimbe appena in grado di camminare e già truccate e vestite come le peggio baldracche, gettate a calci sui palcoscenici da genitori affamati di soldi e successo e, poverelle, sicuramente destinate a diventare delle oche decerebrate ed inchiattite che imporranno alle figlie lo stesso amaro destino. Quando l'innocenza e l'allegria dell'infanzia incontreranno questo orrido mondo fatto di regole, lustrini e zoccolette in miniatura gli Hoover si accorgeranno che la normalità è relativa... e che, per loro, c'è ancora speranza, in barba all'incertezza del futuro.


I registi Jonathan Dayton e Valerie Faris raccontano questa incredibile piccola storia immergendo i personaggi in un universo fatto di colori vivaci e tipici paesaggi americani; come se fossero la versione ancor più indie di Wes Anderson i due prestano un'attenzione incredibile agli abiti indossati dai personaggi (si vedano le buffe mise di Olive) e, ovviamente, al loro meraviglioso furgone, membro della famiglia tanto quanto gli esseri umani. Gli attori sono tutti perfetti e tratteggiano i protagonisti con incredibile sensibilità: Alan Arkin si è portato a casa un meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista perché nonno Edwin è un mattatore di prim'ordine e una presenza fondamentale (Granpa, am I pretty? You're the most beautiful girl in the world), ma i miei preferiti sono, neanche a dirlo, la tenerissima Abigail Breslin, il malinconico Steve Carell e il povero Paul Dano che, durante la terribile sfuriata dentro il furgone, spezza davvero il cuore per il realismo con cui reagisce davanti all'ennesimo sogno infranto. Fondamentale anche la colonna sonora, indispensabile per conferire al film un'atmosfera leggera e allo stesso tempo profonda, per non parlare poi dell'esilarante numero musicale finale sulle note di Super Freak, in grado di diventare in tempo zero una delle scene cult del cinema americano. Insomma, se non avete mai visto Little Miss Sunshine siete ancora in tempo, non perdetevi assolutamente un gioiellino come questo!!


Di Abigail Breslin (Olive Hoover), Greg Kinnear (Richard Hoover), Paul Dano (Dwayne), Alan Arkin (Edwin Hoover), Toni Collette (Sheryl Hoover), Steve Carell (Frank Ginsberg) e Bryan Cranston (Stan Grossman) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonathan Dayton e Valerie Faris sono i registi della pellicola. Americani, marito e moglie, hanno diretto parecchi video e il film Ruby Sparks. Anche produttori e sceneggiatori, lui ha 57 anni, lei 56 ed entrambi hanno due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la comparsata di Dean Norris (Barbie did it!!) nei panni dello sbirro che ferma i protagonisti in autostrada. Nonostante tutto il bene che voglio a Carell per questo film mi chiedo come sarebbe stato Frank se l'avessero interpretato Bill Murray, che era la prima scelta dei produttori, oppure la "seconda scelta" Robin Williams! Oltre a questo, sappiate che Little Miss Sunshine ha ben quattro finali alternativi, tutti contenuti anche nel DVD italiano che ho io: uno in cui la famiglia riunita brinda alla memoria del nonno e tre in cui, in un modo o nell'altro, i protagonisti fuggono dopo aver rubato l'ambito trofeo. Per concludere, se Little Miss Sunshine vi fosse piaciuto, infine, consiglierei la visione di A proposito di Schmidt, Il treno per il Darjeeling e Le avventure acquatiche di Steve Zissou. ENJOY!

mercoledì 14 novembre 2012

Argo (2012)

Domenica sera sono andata a vedere l'ultimo film diretto da Ben Affleck, quell'Argo che mi aveva attirata fin dai primi trailer. Per una volta, la speranza di vedere qualcosa di bello non è stata frustrata, anzi. (La frustrazione viene semmai dal non sapere se la connessione, NUOVAMENTE SALTATA, MALEDETTI IDIOTI DELLA TELECOM, verrà ripristinata prima che il film diventi ormai roba della passata stagione..)


Trama: nel 1979 l'ambasciata Americana in Iran viene assaltata dai seguaci dell'Ayatollah. Tutti coloro che si trovano sul posto vengono presi in ostaggio tranne sei dipendenti, che riescono a scappare e a trovare rifugio presso l'ambasciatore Canadese. Per liberarli, interviene l'agente CIA Tony Mendes, che con un piano a dir poco azzardato cerca di farli uscire dal paese facendoli passare per membri di una troupe intenzionata a girare Argo, un film di fantascienza.


E bravo Ben Affleck che, dopo il validissimo ma un po' ingenuo The Town, ha azzeccato un altro film e stavolta, almeno per quel che ho potuto percepire io, non ha sbagliato praticamente nulla! Se infatti il suo primo film da regista risentiva di una sceneggiatura a tratti un po' troppo da fotoromanzo, Argo è tratto invece da una storia vera che ha dell'incredibile, un segreto di stato portato allo scoperto solo in tempi recenti, una validissima commistione tra spy story, commedia, film drammatico e documentario in grado di tenere con il fiato sospeso anche lo spettatore che sa qual è stato il destino dei sei ostaggi. Affleck si ritaglia un ruolo importante ma non preponderante, riservandosi la parte del protagonista ma senza eclissare gli altri importantissimi personaggi e, soprattutto, le sconvolgenti e realistiche immagini della rivoluzione Iraniana, ispirate a foto d'epoca che vengono saggiamente riproposte durante i titoli di coda a mostrare quanto il film sia fedele agli eventi e alle situazioni realmente accorse. Neanche fosse un regista consumato, il buon Ben mantiene uno stile classico e fluido per tutta la pellicola, senza ricorrere a chissà quali virtuosismi o inquadrature azzardate, e nonostante questo riesce tuttavia a cambiare di continuo il ritmo del film, passando da momenti di tensione "sussurrata", ad atmosfere da commedia "slapstick" rese ancora più divertenti dalla presenza di due mostri sacri come John Goodman e Alan Arkin, per finire con sequenze talmente concitate e al cardiopalma da fare invidia alla maggior parte degli action americani.


Argo ha il pregio di intrattenere ed interessare, presentando gli eventi narrati allo spettatore che magari non li ricorda o non li conosce senza ricorrere a spiegoni o pompose parentesi dedicate ad intrighi socio-politici, ma introducendoli attraverso la voce narrante di una donna iraniana accompagnata da immagini molto esplicite ed immediate. Più che focalizzarsi sull'aspetto dell'intelligence, il regista si concentra ovviamente su quello che conosce maggiormente, ed ecco che il film diventa anche un'ironica critica al sistema hollywoodiano, fatto di wannabes, di produttori senza fiuto, di attricette di belle speranze, di giornalisti che per vendere una storia accetterebbero anche di parlare di un film di fantascienza trashissimo ed inverosimile, ispirato ai grandi successi dell'epoca, come Star Wars e Il pianeta delle scimmie. E per una volta la critica è comunque funzionale a presentare e far meglio comprendere una crisi tra le più terribili mai affrontate da degli esseri umani, incarcerati, terrorizzati e tenuti lontani da casa per un anno e mezzo, senza sapere se il giorno dopo sarebbero stati vivi o morti, una crisi globale nata dalla sete di potere e dagli interessi economici delle nazioni, una crisi in grado di generare tensioni, odio e cieco razzismo. Argo non è quindi il solito film americano patriottico o ignorante ma, ad una prima visione, parrebbe frutto di scelte ponderate e una documentazione approfondita.


Per finire, due parole sugli attori. Di John Goodman e Alan Arkin ho già parlato, inutile sottolineare come i due riconfermino ancora una volta la loro bravura; Ben Affleck offre una performance misurata e credibile, così come Bryan Cranston nei panni del suo superiore e il sempre valido Victor Garber in quelli, ahimé un po' poco sfruttati, dell'ambasciatore canadese. Personalmente, però, sono rimasta molto impressionata dalla bravura del gruppetto di sei attori che interpretano gli ostaggi, tra i quali spicca Clea DuVall, sia per l'incredibile sensibilità che hanno dimostrato nel rendere credibili e umani questi personaggi, sia per l'effettiva somiglianza di più di metà di loro con le persone realmente esistite, guardare i titoli di coda per credere! Insomma, per concludere, sebbene un tizio alle mie spalle abbia esclamato "Embé, è un film come un altro..." a fine visione, vi consiglio comunque di andare a vedere Argo perché è una delle poche pellicole recenti che non fanno rimpiangere di avere speso i soldi del biglietto, anzi. E aggiungo "forza Ben!, continua così!"


Di Ben Affleck (Tony Mendez, ma la prima scelta del regista era stata di farlo interpretare a Brad Pitt), Bryan Cranston (Jack O' Donnel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Rory Cochrane (Lee Schatz), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov) e Bob Gunton (Cyrus Vance), potete trovarli ai rispettivi link.


Alan Arkin interpreta Lester Siegel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice, Americani, Gattaca - La porta dell'universo, I perfetti innamorati, Little Miss Sunshine (per cui ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista) e I Muppet, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Will & Grace. Anche regista, sceneggiatore e produtore, ha 78 anni e cinque film in uscita.


Clea DuVall (vero nome Clea Helen D'etienne DuVall) interpreta Cora Lijek. Americana, la ricordo per film come Giovani pazzi e svitati, The Faculty, The Astronaut's Wife, Identità, The Grudge e Zodiac, inoltre ha partecipato alle serie E.R. Medici in prima linea, Buffy the Vampire Slayer, CSI, Heroes, Grey's Anatomy, Numb3rs, Bones, Lie to Me, CSI: Miami e American Horror Story. Anche produttrice, ha 35 anni e un film in uscita.


In mezzo allo sterminato cast compaiono anche il mio aMMoro Tom Lenk nei panni di un reporter e un non accreditato Philip Baker Hall. E adesso un paio di curiosità che vanno a gettare nuova luce su un paio di domande che mi sono fatta durante il film: lo script di Argo, ovviamente mai realizzato, esiste davvero ed è stato tratto da un romanzo dal titolo Lord of Light di un certo Roger Zelazny che purtroppo non conosco, mentre gli storyboard che si vedono nel film, nella realtà erano stati disegnati nientemeno che da Jack Kirby, il co-creatore di gran parte dei personaggi storici dell'universo Marvel. Infine, il motivo per cui si vede una scritta "Hollywood" così disastrata, è perché all'epoca era davvero caduta in rovina a causa dell'incuria e sarebbe stata restaurata qualche tempo dopo grazie a "donatori" del calibro di Hugh Hefner ed Alice Cooper. Sinceramente, non saprei che film consigliarvi di guardare dopo aver visto Argo, quindi... ENJOY!





lunedì 7 novembre 2011

Bollalmanacco on Demand - Drive (2011)

Per il Bollalmanacco: On Demand di oggi accoglierò la richiesta del buon Wooder e cercatore di pepite horror/trash Vincent. Parlerò quindi del recente Drive, diretto dal regista Nicolas Winding Refn e tratto dall’omonimo libro di James Sallis.



Trama: un uomo fa lo stuntman di giorno mentre di notte funge da autista per vari rapinatori. Quando un colpo va storto il nostro diventa il bersaglio di un gruppo di mafiosi e la situazione si aggrava perché nel frattempo lui si è innamorato della moglie di uno dei suoi complici…



Drive mi ha spiazzata. Quando è uscito l’ho snobbato senza troppe remore, pensando ad una schifezza alla Fast & Furious, poco convinta dalla bolsa faccetta di Ryan Gosling. L’ho recuperato quasi per scommessa, dopo aver letto recensioni contrastanti scritte da chi lo ha amato follemente e chi lo ha odiato. Ammetto che, per la prima mezz’ora, credevo sarei finita nel secondo gruppo. Per carità, la regia di Refn è tecnicamente ineccepibile, le immagini del guidatore lo fanno diventare tutt’uno con la macchina ed è quasi simpatico vedere come questo genio del volante una volta messi i piedi per terra diventi un gatto di marmo incapace persino di parlare. Ma dopo il primo entusiasmo suscitato dai bei titoli di testa e da una colonna sonora splendida, che richiama le melodie Twinpeaksiane di Badalamenti, stavo cominciando a chiedermi quanto mutismo insensato e quanti momenti imbarazzanti o fintamente buonisti avrei ancora dovuto sopportare. Ed è stato lì che Drive mi ha presa per la collottola e mi ha portata a “cambiare corsia”.



Dopo la prima mezz’ora, infatti, il film diventa scorsesiano nel senso più positivo e meraviglioso del termine. Non sarò la prima e non sarò, credo, l’ultima a paragonare il protagonista di Drive al Travis Bickle di Taxi Driver: entrambi disadattati, entrambi costretti dalle circostanze a diventare giustizieri per proteggere le donne di cui si innamorano. Però il “guidatore” (sì perché Ryan Gosling nel film un nome non ce l’ha o se lo chiamano giuro che non ho colto…) a differenza di Travis non è un povero derelitto facile da ingannare ma un uomo con le palle, quasi superumano, distante dalla gente comune. Nessuno lo fa fesso: lui ha le sue regole (io vi aspetto in macchina per cinque minuti, dopo sono affari vostri, vi ci lascio…), il suo modo di risolvere le cose, i suoi metodi. Di conseguenza, dopo l’ultima, sanguinosa rapina, il registro del film cambia ed assistiamo alla trasformazione del protagonista, da silenzioso protettore della famiglia di Irene a feroce giustiziere di criminali che non esita (giustamente) neppure a prendere a ceffoni le donne che tentano di ingannarlo. Il ritmo della pellicola accelera di botto e noi spettatori non possiamo fare altro che aspettare, rapiti e finalmente interessati al freddo protagonista e al suo destino, di capire come e quando calerà la mannaia su di lui, su Irene o sui loro nemici, trattenendo il fiato e sgranando gli occhi davanti all’efferatezza del meraviglioso mafioso interpretato da Albert Brooks (è il genere di personaggio che adoro, non c’è niente da fare) e dello stesso Ryan Gosling.



In definitiva, voto più che positivo a questo Drive. Non mi è sembrato il capolavoro dell’anno, nonostante molti lo abbiano fatto passare per tale. Ma è un film sicuramente ben diretto, ben recitato (grandissimo Ron Perlman, che in originale carica talmente tanto l’accento da risultare inverosimile, ma d'altronde interpreta un ebreo che vorrebbe essere un mafioso di Little Italy..) e con delle sequenze splendide: le mie preferite sono quella della morte “dolce” tramite rasoiata sul braccio, quella scioccante dell’agguato nel motel e quella del bacio al ralenty in ascensore, attimo di pausa prima dello scatenarsi della violenza, seguito dalla bellissima immagine di Irene che scompare dietro le porte che si chiudono. E, come ho già detto, perfetta la colonna sonora (che io credevo, appunto, composta da Badalamenti visto che così riportano i titoli di testa della versione che ho visto io; mentre mi si dice che l’autore è invece Cliff Martinez), soprattutto la splendida canzone che invita il protagonista a diventare “a real human being and a real hero”. Nonostante l’incertezza del finale, direi proprio che il protagonista c’è riuscito.



Di Ron Perlman, qui nei panni di Nino, ho già parlato qua. Già ospite del Bollalmanacco anche la bravissima Carey Mulligan, che interpreta la dolce Irene.

Nicolas Winding Refn è il regista della pellicola, per la quale ha vinto il premio come miglior regista all’ultimo festival di Cannes. Danese, tra i suoi film conosco solo Pusher e solo per sentito dire, mi toccherà recuperare qualcosa. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 41 anni e un film in uscita.



Ryan Gosling interpreta il protagonista. Canadese, è uno degli attori emergenti attualmente più quotati e ha già ottenuto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Lo ricordo per film come Lars e una ragazza tutta sua (che devo ancora vedere…) e Crazy Stupid Love, oltre a serie come Piccoli brividi, Psi Factor e Hercules. Anche produttore, ha 31 anni e quattro film in uscita.



Bryan Cranston interpreta Shannon. Americano, attualmente è molto conosciuto per il suo ruolo di protagonista nella serie Breaking Bad, che mi interesserebbe ma non ho ancora avuto modo di vedere. Ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Little Miss Sunshine e Contagion, oltre a serie come Chips, Quando si ama, Baywatch, Power Rangers, Walker Texas Ranger, La signora in giallo, Sabrina - Vita da strega, X - files, Una famiglia del terzo tipo, Jarod il camaleonte, Malcom, How I Met Your Mother; ha inoltre doppiato alcuni episodi delle serie I Griffin e American Dad!. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 55 anni e sette film in uscita, tra cui il remake di Atto di forza, dove interpreterà Cohaagen.



Albert Brooks (vero nome Albert Lawrence Einstein) interpreta Bernie. Americano, ha partecipato a film come Taxi Driver (dove interpretava l'odioso collega di Cybill Shepherd, Tom) e Out of Sight, prestato la voce a personaggi de Il Dottor Dolittle, Alla ricerca di Nemo, I Simpson - Il film e della serie I Simpson, inoltre ha partecipato anche alla serie Weeds. Anche sceneggiatore e regista, ha 64 anni e un film in uscita. E' stato nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista per il film Dentro la notizia.



Oscar Isaac, che qui interpreta il marito di Irene, ha partecipato anche al deludente Sucker Punch nei panni del laido proprietario del bordello dove la protagonista sognava di esibirsi. Date un’occhiata anche al medico che ad un certo punto ricuce il protagonista: trattasi nientemeno che di Russ Tamblyn, alias l’ambiguo Dr. Jacoby de I segreti di Twin Peaks. Personalmente, ammetto comunque che avrei trovato MOLTO più interessante la pellicola se il protagonista fosse stato quel figo di Hugh Jackman, come doveva essere all’inizio. Detto questo, vi comunico che il prossimo film on demand sarà A Dangerous Method di David Cronenberg. ENJOY!

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