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mercoledì 21 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Allucinazione perversa (1990)

Questa settimana la challenge horror di Letterboxd voleva un film uscito quando ho compiuto 9 anni. Ho scelto quindi Allucinazione perversa (Jacob's Ladder), diretto nel 1990 dal regista Adrian Lyne.


Trama: Jacob è un reduce del Vietnam che lavora come postino e vive con Jezzie dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie. La sua vita scorre più o meno serena, almeno finché non comincia ad avere terribili allucinazioni...


Praticamente quasi tutti i miei post scritti per la challenge horror cominciano confessando di non avere mai guardato un cult universalmente riconosciuto, e Allucinazione perversa non fa eccezione. In realtà, stavolta non sapevo nemmeno di cosa parlasse il film, non fosse che, "grazie" ai titolisti furboni che hanno voluto cavalcare il successo delle opere più famose di Adrian Lyne, è stato deciso di trasformare "La scala di Jacob" (nome di un allucinogeno utilizzato nel film ma anche riferimento biblico alla Scala di Giacobbe, quella che porterebbe direttamente in Paradiso) in Allucinazione perversa. Di perverso, il film non ha proprio nulla, almeno non nell'accezione che, all'epoca, si poteva associare agli aspetti sessuali delle altre opere del regista, e probabilmente chi era andato al cinema per altri motivi, sarà anche rimasto deluso, trovandosi di fronte un horror dalle atmosfere plumbee. Allucinazione perversa racconta la storia di Jacob, un reduce del Vietnam tornato a casa dopo averci quasi lasciato la pelle. La vita di Jacob non è tutta rose e fiori; è vittima di forti mal di schiena, che lo costringono a costanti sedute col chiropratico Louis, e soffre ancora per la morte del figlioletto Gabe, avvenuta prima di partire per la guerra, probabilmente uno dei motivi per cui la moglie ha deciso di separarsi da lui. Nel corso del film ci viene anche detto che Jacob è in cura da uno psichiatra, ma tutto lascerebbe pensare che i suoi problemi mentali siano sotto controllo, almeno finché l'uomo non comincia ad avere terrificanti allucinazioni a base di esseri demoniaci, con solo una vaga parvenza umana. Da quel momento, Allucinazione perversa diventa una discesa (o forse una permanenza) all'inferno, dove ogni senso della realtà e dello scorrere lineare del tempo diventa nebuloso, e la dolorosa confusione di Jacob si trasmette allo spettatore senza filtri; tutto ciò che vede il protagonista è frutto di una tremenda PTSD o c'è davvero un complotto ai danni suoi e degli altri commilitoni tornati dal Vietnam? Jacob è vivo e malato oppure è morto senza saperlo, bloccato in un limbo da incubo che sta piano piano rivelando la sua vera natura? La risposta arriverà senza possibilità di errore alla fine del film, ciò non toglie che il viaggio per giungere alla verità passa per ricordi estremamente traumatici e dolorosi, che spingono all'alienazione, all'autoisolamento, ad una paranoia che trasforma il presente in una dimensione oscura che, come un cancro, attecchisce anche ai ricordi sereni e alla poche cose buone rimaste, rovinandole. 


La dimensione oscura di cui sopra viene portata sullo schermo da Lyne con un piglio abbastanza visionario, ispirato dall'arte di Francis Bacon, e spalanca una dimensione infernale tangibile, la cui eredità influenza ancora oggi un certo tipo di horror; l'esempio più eclatante, che spicca anche agli occhi di chi, come me, non bazzica i videogame, è l'effetto speciale che fa muovere le teste dei demoni a velocità supersonica mentre il corpo rimane immobile, diventato una caratteristica di Silent Hill. Le sequenze più dichiaratamente horror di Allucinazione perversa (già angoscianti di loro, come quella dell'ospedale) acquistano ulteriore potenza grazie al montaggio che alterna senza soluzione di continuità presente, passato, ricordi veri e memorie inventate, mentre l'orrore paranoico in cui erano immersi i militari in Vietnam viene sottolineato da una fotografia nebulosa, tinta di un giallo malato. A proposito di colori, è impossibile non venire colpiti dall'azzurro degli occhi di Tim Robbins, citato anche nei dialoghi. L'attore interpreta Jacob come un uomo che, nonostante abbia già tre figli e sia stato sposato, sembra appena uscito dall'infanzia, un adulto/bambino dotato suo malgrado di una fragilità affascinante, che entra nel cuore dello spettatore per la sua impossibilità di uscire da una situazione kafkiana. Il sorriso dolente di Tim Robbins, le lacrime che scivolano senza vergogna sul suo volto, la rabbia impotente che lo porta a scoppi di violenta follia, rendono il personaggio di Jacob molto sfaccettato e umano, oltre ad essere una delle migliori interpretazioni dell'attore. Notevoli anche la sensuale Elizabeth Peña, il cui aspetto induce a provare diffidenza nei confronti di un personaggio volutamente ambiguo, e Danny Aiello in un ruolo stranamente "salvifico", un po' distante da quelli che ne hanno decretato il successo. Allucinazione perversa si è rivelato dunque uno strano ibrido tra horror a sfondo satanico e critica sociale nei confronti di una guerra i cui effetti sulla popolazione americana erano ancora ben evidenti negli anni '90, un'opera fortemente ansiogena che regala, però, qualche piccolo sprazzo di speranza e apre la mente a filosofie e idee che, purtroppo, l'horror attuale ha un po' abbandonato. Senza dubbio, un film da recuperare o da riscoprire. 


Di Tim Robbins (Jacob), Danny Aiello (Louis), Pruitt Taylor Vince (Paul), Eriq La Salle (Frank), Ving Rhames (George) e Macaulay Culkin (Gabe, non accreditato) ho parlato ai rispettivi link.

Adrian Lyne è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Flashdance, 9 settimane e 1/2, Attrazione fatale, Proposta indecente e Lolita. Anche sceneggiatore e produttore, ha 85 anni.


Elizabeth Peña
interpreta Jezzie. Americana, ha partecipato a film come La bamba, Miracolo sull'8ª strada, Free Willy 2, Gridlock'd - Istinti criminali, Rush Hour - Due mine vaganti, e a serie quali Oltre i limiti e CSI: Miami; come doppiatrice, ha lavorato ne Gli incredibili e American Dad!. Anche regista, è morta nel 2014. 


Matt Craven
interpreta Michael. Canadese, ha partecipato a film come Codice d'onore, Allarme rosso, Déjà vu - Corsa contro il tempo, Devil, X-Men - L'inizio e a serie quali Oltre i limiti e E.R. Medici in prima linea. Anche produttore, ha 70 anni. 


Jason Alexander
interpreta Geary. Americano, famoso per il ruolo di George Costanza nella sit-com Seinfeld, ha partecipato a film come The Burning, Pretty Woman, Genitori cercasi, Una cena quasi perfetta, Amore a prima svista e a serie quali La tata, Friends, Malcom, Detective Monk, Criminal Minds, Due uomini e mezzo, Innamorati pazzi, Young Sheldon; come doppiatore, ha lavorato ne Il ritorno di Jafar, Il gobbo di Notre Dame, Aladdin, Dora l'esploratrice, The Cleveland Show, I Simpson, Robot Chicken e American Dad!. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 67 anni e un film in uscita. 


Nel film compare anche il chitarrista dei Tenacious D, Kyle Gass, nel ruolo di Tony. Una cosa curiosa è che, per poter dirigere Allucinazione perversa, Adrian Lyne ha rinunciato a Il falò delle vanità mentre Tom Hanks, che era la prima scelta per il ruolo di Jacob, ha preferito partecipare al film di De Palma. Quanto a Macaulay Culkin, invece, l'attore non compare nei credits perché il padre aveva deciso che Allucinazione perversa non fosse adatto all'immagine pubblica del figlio. Il film ha avuto un remake dal titolo Jacob's Ladder, del 2019, ma non mi sembra meriti lo sforzo di una visione. Invece, se Allucinazione perversa vi fosse piaciuto, potreste recuperare Angel Heart - Ascensore per l'inferno, Il seme della follia e Videodrome. ENJOY!

mercoledì 7 agosto 2024

Bolla Loves Bruno: La vita a modo mio (1994)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con La vita modo mio (Nobody's Fool), diretto e sceneggiato nel 1994 dal regista Robert Benton a partire dal romanzo omonimo di Richard Russo e candidato a due premi Oscar (Paul Newman miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura non originale).


Trama: l'anziano Sully è un perdigiorno che vive di lavoretti saltuari ed è molto amato, salvo rare eccezioni, dalla sua comunità. L'incontro con un nipotino lo spingerà a ripensare alle sue priorità...


Dopo Genitori cercasi, anche La vita a modo mio è un altro di quei film in cui Bruce Willis compare per un tempo molto breve (qui sarà una mezz'oretta scarsa di minutaggio) ma, per fortuna, è comunque un'opera che val la pena vedere e che mi rende felice di avere pensato a questa lunga e discontinua rassegna. La vita a modo mio sarebbe stato perfetto all'interno della filmografia di Lasse Hallström, in quanto slice of life avente per protagonista un personaggio peculiare, abitante di una cittadina di provincia composta da persone interessanti quanto lui, anche nella loro banale quotidianità. Sully è un signore già avanti con gli anni che vive di lavoretti saltuari come tuttofare e muratore, caratterizzato da un'indipendenza "randagia" nei confronti degli affetti stabili, soprattutto familiari. A dispetto di ciò, e di una vita comunque un po' ai margini dell'illegalità, Sully è benvoluto e rispettato da tutti i cittadini, anche da chi gli è dichiaratamente nemico come Carl Roebuck (interpretato da Bruce Willis), padrone della ditta di costruzioni che, di tanto in tanto, da lavoro a Sully, nonché marito fedifrago della donna più bella del paese, alla quale il vecchiaccio non è così indifferente. Il film, almeno all'inizio, è costruito appunto su tanti piccoli episodi di quotidiana sopravvivenza che vedono protagonista Sully e che tessono la trama dei legami interpersonali tra i vari abitanti della cittadina, e il divertimento sta proprio in queste interazioni; la svolta della trama è l'arrivo di Peter, il figlio di Sully abbandonato all'età di un anno per motivi che non verranno mai chiariti e, in particolare, del nipotino Will, che si rivelerà fondamentale affinché il nonno cominci a mettere un po' di sale in zucca. Il film è essenzialmente tutto qui. Si ride, e parecchio, del carattere pratico ma rozzo di Sully, di recurring joke come quello dello spazzaneve, di tutta una serie di personaggi che sembrano usciti da un episodio de I Simpson, ma si arriva anche a volere sinceramente bene al protagonista, vero cuore di una cittadina che, senza di lui, sarebbe sicuramente più triste, con tutti quegli animi solitari e fragili che non saprebbero a chi aggrapparsi (o di chi ridere, con chi scontrarsi, con chi vantarsi di una vita apparentemente migliore!) per trovare conforto.


Per questo, pur non essendo un film triste, sono arrivata al finale con le lacrime agli occhi. La vita a modo mio è il ritratto di un'America che di sicuro non è mai esistita, ma al suo interno ho ritrovato tanti elementi (pur con tutte le esagerazioni legate ad esigenze cinematografiche) in grado di ricordarmi le peculiarità dei paesi come quello in cui vivo tutt'ora, soprattutto quel "conoscersi tutti" che ormai si è perso, la pazienza di sopportare i difetti caratterizzanti una persona di base buona, la volontà di stare accanto a chi ha bisogno, che sia una vecchia insegnante o un ragazzone tardo di comprendonio. E' un modo di vivere che sta scomparendo per colpa di quelli della mia generazione, io per prima, e a questa considerazione se ne sono aggiunte altre legate alla somiglianza tra il carattere burbero, "tirabelino" ma gentile di Sully, e quello di mio papà, che ha spalancato le porte al terrore sempre più pressante e vicino di perdere lui, mia mamma o tutti e due. A fronte di queste personali riflessioni, può quindi essere che La vita a modo mio sia un film banale e bruttino, e che io lo abbia amato per questioni puramente soggettive, ma mi sento di mettere la mano sul fuoco relativamente al cast superlativo. Nel 1995 Paul Newman non avrebbe mai potuto vincere l'Oscar (Cristo, era l'anno di Morgan Freeman in Le ali della libertà e John Travolta in Pulp Fiction, anche se non ci fosse stato Tom Hanks col suo Forrest Gump sarebbe stata dura!) ma la sua interpretazione è quella di un vecchio piacione consumato, dal cuore rozzo ma tenero, ed è arduo non lasciarsi travolgere dal puro carisma che trasuda. Fortunatamente, nonostante Newman spicchi, La vita a modo mio non è uno di quei casi in cui un attore si mangia tutti gli altri, anzi, le interpretazioni delle "spalle" vengono notevolmente arricchite, anche se è brutto definire tali gente del calibro di Jessica Tandy (alla quale il film è dedicato, in quanto ultima pellicola girata prima di morire), Melanie Griffith e Pruitt Taylor Vince (c'è persino un Philip Seymour Hoffman praticamente agli esordi e già adorabile). Quanto a Bruce Willis, nel ruolo di stronzo mangiadonne dalla faccetta di cazzo è perfetto, e i duetti fra lui e Newman sono tra i più spassosi dell'intero film, Non guasta anche vederlo in un apprezzato momento strip poker, anche se, per concludere il post rimanendo in tema "oggettificazione sessuale", l'unico vero difetto di La vita a modo mio è quello di presentare giovani personaggi femminili dotati dello spessore di un foglio di carta velina, caratterizzati o come zoccole, o come tristi innamorate dell'uomo sbagliato, o come rompicoglioni sfasciafamiglie. 


Del regista e sceneggiatore Robert Benton ho già parlato QUI. Paul Newman (Sully), Jessica Tandy (Miss Beryl), Bruce Willis (Carl Roebuck), Melanie Griffith (Toby Roebuck), Pruitt Taylor Vince (Rub Squeers), Philip Seymour Hoffman (Agente Raymer), Margo Martindale (Birdy) ed Elizabeth Wilson (Vera) li trovate invece ai rispettivi link.

Dylan Walsh interpreta Peter. Indimenticato Dr. McNamara della serie Nip/Tuck, ha partecipato anche a film come Il segreto di David ed altre serie quali Oltre i limiti, The Twilight Zone e CSI Scena del crimine. Americano, anche costumista e sceneggiatore, ha 61 anni. 




martedì 7 maggio 2024

Il Bollalmanacco on Demand: Angel Heart - Ascensore per l'inferno (1987)

Torna dopo qualche mese l'appuntamento col Bollalmanacco On Demand! La richiesta di oggi è stata fatta da Arwen del blog La fabbrica dei sogni, e trattasi di un horror che non rivedevo da decenni, ovvero Angel Heart - Ascensore per l'inferno (Angel Heart), diretto e sceneggiato dal regista Alan Parker a partire dal romanzo Falling Angel di William Hjortsberg. Il prossimo film On Demand sarà Phoenomena. ENJOY!


Trama: l'ambiguo Louis Cyphre chiede al detective Harry Angel di rintracciare un musicista scomparso. Il detective si ritroverà coinvolto in una strana storia a base di cadaveri e voodoo...


Angel Heart
è una curiosa contaminazione tra noir e horror, pervaso, fin dalle prime sequenze, di un'aria non solo malinconica, ma anche "sporca". Protagonista è Harry Angel, uno dei detective cinematografici meno antipatici mai comparsi sullo schermo; Harry da l'idea di farsi i fatti suoi, nonostante la natura del lavoro che svolge, non è strafottente né minaccioso, al limite un po' piacione con le signorine che incontra durante le indagini. Un giorno viene incaricato da Louis Cyphre, un ambiguo riccone, di ritrovare il cantante Johnny Favourite, scomparso prima di saldare un debito proprio con Cyphre. Quella che si preannuncia come un'indagine di routine, diventerà nel giro di poco una discesa all'inferno costellata da testimoni uccisi in modo brutale, ulteriormente complicata da indizi sempre più evidenti legati alla magia nera e al voodoo, mentre la figura di Johnny Favourite si rivela assai più oscura rispetto a quella di un normale cantante. Non andrò avanti a ricamare sulla trama nel caso (probabile, chissà!) che chi legge non abbia mai visto Angel Heart, quindi parlerò un po' delle atmosfere del film. Come ho scritto all'inizio, Angel Heart è un ibrido. Ambientato negli anni '50, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, presenta lo stile tipico di un noir e ne conserva alcuni cliché a livello di personaggi (il detective, il committente dalla dubbia moralità, la femme fatale) e di ambienti metropolitani, tra fumosi bar, appartamenti squallidi e ancor più squallidi alberghi, ma questi elementi vengono arricchiti e resi inquietanti da qualcosa di completamente diverso dal noir. Harry Angel si muove in un mondo che sembra appartenere a una dimensione parallela alla nostra, governato da rituali inquietanti e superstizioni, in bilico tra iconografia cattolica e ciò che di misterioso si nasconde nelle campagne della Lousiana; le figure dei santi, le chiese e i gospel si mescolano ad immagini di feticci, al sangue di polli e galline, al ballo forsennato delle mambo, a qualcosa di talmente radicato nel territorio che un detective nato e cresciuto a New York non potrà mai capire fino in fondo.


La confusione e l'inquietudine di Harry Angel si trasmette allo spettatore grazie alla regia raffinata di Alan Parker, il cui stile elegante non evita sequenze di disgustosa potenza che includono dettagli di cadaveri seviziati nei modi più terribili, o visioni mistiche grondanti sangue. Anche in assenza di immagini esplicite, il disagio del personaggio si manifesta nel fastidio di un caldo perenne che sembra appiccicare gli abiti alla pelle di Mickey Rourke, mentre le inquadrature insistite di ventilatori neri come la pece richiamano l'idea di un'aria talmente soffocante che nemmeno gli strumenti inventati dall'uomo sono in grado di dare sollievo a chi è rimasto invischiato. Il tutto, giustamente, dà l'idea di una situazione da cui è impossibile uscire, e anche il tocco sensuale ed elegante di una colonna sonora jazz di tutto rispetto non fa altro che aumentare la sensazione di estraneità e disagio che sembra essere dominante nel personaggio di Harry Angel. Mickey Rourke, all'epoca, era uno degli attori più belli e carismatici in circolazione, l'anno prima era uscito Nove settimane e mezzo, quindi parliamo di un uomo che richiamava sensualità ad ogni gesto, in grado di conferire un fascino particolare al suo detective; le sequenze che lo vedono "interagire" con Lisa Bonet, all'epoca appena diciottenne, hanno fatto scandalo a ragione (a prescindere dai risvolti della trama, decisamente angoscianti) perché, benché non siano esplicite, sono MOLTO più realistiche e coinvolgenti di quelle di un banale porno, e si sa che in America bisogna sempre fare finta che il sesso non esista. Nelle mani di un altro regista, questa commistione tra noir, horror ed erotismo sarebbe probabilmente diventata un pasticcio di cui ridere, ma Alan Parker è riuscito a trovare un equilibrio miracoloso, e a far sì che De Niro, benché abbia uno screentime di una decina di minuti in tutto il film, diventasse una delle migliori incarnazioni cinematografiche del Demonio. Onestamente, non so perché Angel Heart non abbia avuto successo alla sua uscita, ma io l'ho già visto un paio di volte e ogni volta è una soddisfazione, anche conoscendo la trama, quindi ringrazio Arwen per avermelo chiesto e a voi consiglio la visione, se non avete mai avuto il piacere!  


Del regista e sceneggiatore Alan Parker ho già parlato QUI. Mickey Rourke (Harry Angel), Robert De Niro (Louis Cyphre), Lisa Bonet (Epiphany Proudfoot), Charlotte Rampling (Margaret Krusemark) e Pruitt Taylor Vince (Detective Deimos) ho parlato ai rispettivi link. 


Il ruolo di Harry Angel era stato offerto a Jack Nicholson, Al Pacino e persino a De Niro. Se Angel Heart - Ascensore per l'inferno vi fosse piaciuto recuperate Constantine e Seven. ENJOY!

domenica 13 gennaio 2019

Bird Box (2018)

Inaspettatamente, prima della fine dell'anno Netflix ha messo a segno un altro colpaccio mettendo in catalogo Bird Box, diretto nel 2018 dalla regista Susanne Bier e tratto dal romanzo La morte avrà i tuoi occhi di Josh Malerman.


Trama: il mondo viene funestato da un'epidemia di suicidi causati da misteriose entità. Tra i pochi sopravvissuti c'è Malorie, madre di due bambini assieme ai quali tenta una disperata traversata alla cieca lungo il fiume...



Netflix fa una pubblicità spudorata a rumenta come Sabrina e poi lascia passare gioiellini come Bird Box in secondo piano, al punto che se non avessi letto della presenza di Sarah Paulson nel cast probabilmente non avrei nemmeno dato una chance al film di Susanne Bier. Poi l'ho guardato, ho scoperto che c'era anche John Malkovich e ovviamente ho ri-bestemmiato contro Netflix. Detto questo, Bird Box è un inquietante horror post-apocalittico che priva i personaggi principali di uno dei cinque sensi, rendendo ancora più ardua la sopravvivenza. Benché il romanzo da cui è tratto risalga al 2014, è inevitabile pensare subito a A Quiet Place, all'interno del quale i protagonisti venivano messi in pericolo dai suoni, ma la mente durante la visione è corsa anche al quasi sconosciuto ma pregevole From Within; all'interno di Bird Box, infatti, chi utilizza la vista rischia di scorgere qualcosa di terribile che lo spinge a suicidarsi e i personaggi sono dunque costretti a rimanere chiusi in casa con le finestre oscurate oppure tentare una fuga disperata con gli occhi bendati, a rischio di finire malissimo sia che si incroci lo sguardo con le creature invisibili sia che ci si rompa l'osso del collo perché impossibilitati a vedere (cosa che, per inciso, non succede a nessuno, un'ingenuità a livello di trama che effettivamente fa un po' sorridere visto che, io per prima, come minimo sarei volata in un dirupo). In tutto questo, la protagonista è una donna incinta dotata dello stesso senso materno che potrei avere io la quale, già provata dalla sua indesiderata condizione, si ritrova a un certo punto a dover garantire la sopravvivenza sua e di ben due bambini e ad affrontare scelte che la renderebbero ancora meno umana delle creature che danno loro la caccia. La storia di Malorie e dei sue due figli viene narrata con una serie di flashback che fungono da intermezzo per la loro  fuga disperata verso la salvezza, affidata alla corrente di un fiume, scelta narrativa che divide il film in due "generi" ideali: il survival apocalittico in senso stretto e qualcosa di più simile al The Mist di Stephen King, all'interno del quale fanno più paura le dinamiche che intercorrono tra i sopravvissuti piuttosto che la minaccia che li affligge.


La bellezza di Bird Box, dunque, risiede non solo nella storia ma anche nel modo in cui vengono tratteggiati i vari personaggi. Mi verrebbe da dire che il tocco femminile alla regia si percepisce, perché la protagonista viene costretta ad affrontare se stessa prima ancora che la minaccia sovrannaturale incombente ma anche perché persino i personaggi secondari hanno qualcosa da dire, come per esempio un John Malkovich sopra le righe ma capace di regalare almeno un interessante confronto a base di "saggezza popolare", per non parlare dei primi piani di due bimbi tanto espressivi quanto disperati e del modo in cui Sandra Bullock si rapporta con loro. L'attrice, poi, è bellissima e brava come non mai. Il personaggio di Malorie è infatti una protagonista nella quale ci si può ritrovare sotto molti aspetti, è eroica ma anche umanissima ed imperfetta, oltre ad essere pervasa da un dolore che la spinge a comportarsi da stronza persino con i due bambini che si è ritrovata tra le mani, un "boy" e una "girl" ai quali viene letteralmente impedito di affezionarsi alla madre, fino a rischiare inevitabili, nefaste conseguenze. In generale, comunque, mi è parso che ogni dialogo, ogni gesto, ogni interazione non fosse lasciata al caso e il risultato è che, oltre ad avere il cuore in gola durante le sequenze più concitate e prettamente horror (e ce ne sono moltissime), di tanto in tanto guardando Bird Box si riesce anche a riflettere e a commuoversi, soprattutto sul delicato finale che, mi si dice, è molto diverso da quello del libro. Quindi il mio consiglio è quello di recuperare Bird Box per incominciare l'anno cinematografico su Netflix nel migliore dei modi!


Di Sandra Bullock (Malorie), John Malkovich (Douglas), Sarah Paulson (Jessica), Jacki Weaver (Cheryl), Tom Hollander (Gary), Pruitt Taylor Vince (Rick) e David Dastmalchian (Predone che fischia) ho parlato ai rispettivi link.

Susanne Bier è la regista del film. Danese, ha diretto film come Non desiderare la donna d'altri, Dopo il matrimonio, In un mondo migliore e Love Is All You Need. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 58 anni.


Machine Gun Kelly (vero nome Colson Baker) interpreta Felix.  Rapper americano, ha partecipato a film come Nerve e Viral. Anche compositore e produttore, ha 28 anni e quattro film in uscita.


Parminder Nagra interpreta la dottoressa Lapham. Inglese, la ricordo per film come Sognando Beckham, inoltre ha partecipato a serie quali E.R. Medici in prima linea e Agents of S.H.I.E.L.D.. Ha 43 anni e un film in uscita.


Se Bird Box vi fosse piaciuto recuperate The Mist e A Quiet Place. ENJOY!



martedì 18 settembre 2018

Gotti - Il primo padrino (2018)

Nonostante fosse sconsigliato da chiunque, venerdì scorso sono andata a vedere Gotti - Il primo padrino (Gotti), diretto dal regista Kevin Connolly.


Trama: vita, morte e miracoli di John Gotti, alle prese con la scalata della malavita americana e con problemi di famiglia.


Chi legge il Bollalmanacco lo saprà, anche perché credo di averlo scritto 100 volte: adoro i film che raccontano storie di mafia, criminali e gangster assortiti. E' per questo che non potevo assolutamente perdere Gotti - Il primo padrino, a prescindere dalla sua fama di "film più massacrato da Rotten Tomatoes" ed è per questo che gli ho dato fiducia nonostante la presenza di un John Travolta più "inShapirato" che mai. Mal me n'è incolto, lo ammetto, e anche un po' di sonno, soprattutto sul finale, ché Gotti è uno dei mobster movie più moscio di sempre, derivativo ed inconcludente al punto che dopo la visione ho sentito il bisogno fisico di sciacquarmi il cervello con  Quei bravi ragazzi e Il Padrino in loop. Davvero non so cosa passasse per la testa a chi ha deciso di realizzare e distribuire Gotti, perché è un film che non va da nessuna parte ed è deludente a più livelli. Innanzitutto, non offre un quadro completo della vita di John Gotti, che viene semplicemente data in pasto allo spettatore a spizzichi e bocconi, malamente appiccicati in un intreccio che mescola passato e presente come fosse un'accozzaglia di singoli episodi poco significativi, giusto per fornire un abbozzo dell'uomo Gotti; ancor peggio, a quest'ultimo vengono messe in bocca terrificanti massime "mafiose" a beneficio del figlio deciso a seguire i suoi passi ma anche a fare il suo dovere di marito e padre, cosa di cui allo spettatore in effetti frega pochissimo visto che la sua famiglia viene a malapena mostrata. Benché i protagonisti a un certo punto diventino di fatto due, non viene a crearsi un dualismo di punti di vista e non viene presentato un giusto percorso "catartico" di successo seguito da inevitabile rovina perchè, effettivamente, un percorso non c'è e questo causa la disaffezione pressoché istantanea dello spettatore, tediato dalla storia e da un giro di volti anonimi (sbagliare i caratteristi è quanto di più deleterio per un mobster movie, riuscire a sottoutilizzare persino Pruitt Taylor Vince è passabile di pena capitale) cannibalizzati dall'imponente presenza di John Travolta.


Che Gotti fosse un progetto nato dalla passione dell'attore si vede lontano un chilometro, a partire dalla trasformazione quasi perfetta di Travolta, coadiuvata da oggetti ed abiti appartenuti proprio al gangster in questione, ma purtroppo è palese anche la difficoltà di trarre qualcosa di pregevole da questa passione; pare che Travolta ambisse a realizzare il film già nel 2010 e se nel frattempo sono passati otto anni e una disastrosa premiere a Cannes ci sarà un perché. Ribadisco, di per sé l'interpretazione di Travolta non sarebbe nemmeno il difetto più grande della pellicola (anche se vederlo mordersi le dita davanti alla morte del figlio ha avuto su di me un effetto opposto a quello desiderato...), tuttavia gli highlight scelti dagli sceneggiatori per enfatizzare l'importanza di Gotti nella storia della mala americana ce lo mostrano essenzialmente come un tizio isterico e collerico, oppure come un Osho della mafia, ed è normale che la conseguente reazione Travoltiana sia un variegato campionario di faccette e smorfie intervallato da pochi momenti seri. Sbagliatissima anche la scelta di far interpretare John Gotti Jr. da tale Spencer Rocco Lofranco, un attorucolo ventenne con la faccia da bimbominchia in piena fregola trap costretto a vestire i panni del personaggio dall'adolescenza alla maturità, diciamo intorno ai 40 anni, col risultato di sembrare, alternativamente, la versione triste di Eminem oppure un bambino costretto a mettersi i vestiti da lavoro del papà. Insomma, in entrambi i casi una bella tristezza. Sorvolo sulla povera Kelly Preston, costretta a vestire i panni della Lorraine Bracco de noantri, impegnata in un paio di siparietti familiari che avrebbero dovuto conferire maggior profondità all'aspetto umano di Gotti ma che invece sembrano quasi di troppo... e, soprattutto, sorvolo sulla triste scelta di iniziare e finire il film con John Gotti che si rivolge direttamente al pubblico, in una sorta di celebrazione del boss priva di critica o distacco che rende Gotti ancora più imbarazzante e ambiguo. Insomma, una schifezza ingiustificabile, fossi in voi eviterei.


Di John Travolta (John Gotti), Pruitt Taylor Vince (Angelo Ruggiero) e Chris Mulkey (Frank DeCicco) ho già parlato ai rispettivi link.

Kevin Connolly è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge ed episodi di serie quali ... E vissero infelici per sempre. Anche attore e produttore, ha 44 anni e film in uscita.


Kelly Preston interpreta Victoria. Hawaiiana, moglie di John Travolta anche nella vita reale, ha partecipato a film come Christine - La macchina infernale, I gemelli, Dal tramonto all'alba, Jerry Maguire, Il gatto... e il cappello matto e a serie come CHIPS, I racconti della cripta, Joey e Medium. Ha 56 anni.


Joe Pesci era stato scritturato per il ruolo di Angelo Ruggiero ma, dopo essere visibilmente ingrassato per la parte, gliene è stata assegnata un'altra e l'attore ha giustamente fatto causa alla produzione. Shia LaBeouf, Channing Tatum, Dominic Cooper e James Franco erano invece tra i papabili candidati per il ruolo di John Gotti Jr., ahimé andato a un mocciosetto imberbe senza arte né parte. Detto questo, nel malaugurato caso in cui Gotti - L'ultimo padrino vi fosse piaciuto cercate di recuperare i già citati Quei bravi ragazzi e Il Padrino. ENJOY!

martedì 27 giugno 2017

The Devil's Candy (2015)

Cercando un horror corto che potesse guardare anche Mirco mi sono imbattuta in The Devil's Candy, diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Sean Byrne.


Trama: Jesse, pittore dall'animo metal, si trasferisce in una nuova casa assieme alla moglie e alla figlia adolescente. Lì l'uomo comincia ad entrare in contatto con un'entità malevola che, tempo addietro, aveva già soggiogato il precedente proprietario della casa...


Ne avevo letto benissimo QUI e QUI e ora anche io posso darvi conferma di come The Devil's Candy sia un film delizioso che, prima ancora di terrorizzare lo spettatore, lo riconcilia con un mondo dimenticato, quello delle famiglie Funzionali. Pensateci, ormai non si vedono quasi più nemmeno nei cartoni animati o nelle commedie, ci dev'essere sempre il modello Simpson/Griffin quando va bene oppure una sottotrama di corna, odio reciproco, traumi irrisolti quando va male e non parliamo poi dei figli: meglio avere dei conigli piuttosto che questi ragazzini indisponenti ai quali non va mai bene UNA cosa che sia una e ti guardano sempre come fossi l'uomo o la donna più sfigato del globo terracqueo. In The Devil's Candy abbiamo invece una famiglia che FUNZIONA, Satana non voglia, con un marito artista e metallaro ma non immaturo (finalmente!) che farebbe carte false per la felicità di moglie e figlia le quali, giustamente, lo amano senza riserve e sono talmente carine che verrebbe voglia di abbracciarle. Ecco perché, a differenza di quel che accade per il 90% delle famiglie dell'horror moderno e vintage (se penso ai camurriosi abitanti di Amityville mi viene voglia di ucciderli di persona e questo è solo un esempio su tanti, vogliamo parlare dei Torrance?), non vorremmo mai che agli Hellman venisse fatto del male, eppure sappiamo già cosa accadrà. Casa nuova a prezzo stracciato in America vuol dire come minimo abitazione appartenuta a un serial killer e infatti in questo caso abbiamo un assassino dalla mente di infante che, ahimé, "sente le voci" che lo spingono a procurare "caramelle al Diavolo" e l'unico modo per zittirle sarebbe strimpellare su una chitarra elettrica proprio la musica del Diavolo, il metal. Dite che tra metallozzi ci si intende, oppure che Satanasso troverà terreno fertile nel povero, perfetto papà pittore che manderà conseguentemente a ramengo la Famiglia Funzionale? Scrivere di più sarebbe un delitto, secondo me, in quanto Sean Byrne è stato molto abile a fare propri i cliché di un certo tipo di horror e sovvertirli così da regalarci la più alta partecipazione emotiva possibile (persino Mirco a un certo punto era seduto ad occhi sgranati a dire "No, poverini! No, dai!!"), sia nei momenti faceti che in quelli pesantissimi... che, per inciso, in The Devil's Candy abbondano.


I momenti pesantissimi, mi si passi il gioco di parole, sono tutti imperniati sul fisicone ciccio di Pruitt Taylor Vince, attore capace di mettere più paura di qualsiasi vocetta o visione di morte imminente. Non si sa molto bene come prenderlo, questo omone che non vorrebbe ammazzare nessuno ma è costretto perché i vicini maleducati chiamano lo sceriffo ogni volta che costui cerca di tagliar fuori le voci sparando la musica metal a tutto volume. Non all'inizio perlomeno, ché andando avanti l'unico modo di prenderlo è a badilate o peggio, tra il disgusto capace di ispirare con quella canotta sucida e le azioni sempre più sanguinose che compie in nome di un Satana particolarmente goloso di dolci; qui, tra l'altro, subentra anche la bravura di Sean Byrne, il quale con incredibili giochi di regia e montaggio non mostra splatterate innominabili ma suggerisce comunque cose orribili (mamma mia, quella pietra con quell'altalena!), che è anche peggio. Chiedete a Mirco. Favoloso, ma per altri motivi, è anche Nathan Embry. Oltre ad essere incredibilmente bravo nell'alternarsi tra amorevole padre di famiglia e pittore invasato dal maligno tutto occhi spiritati, colore e sudore, possiamo dire che è anche un grandissimo gnocco? Certo che possiamo, con tutto che io non amo il genere capello lungo/metallaro incallito ma qui c'è tanta roba bella e buona, signore. L'unica cosa che non ho molto apprezzato di The Devil's Candy è la parentesi "vecchio Satana", col sulfureo proprietario di una galleria d'arte dal nome evocativo (Belial) che a un certo punto parrebbe diventare fondamentale ai fini della trama ma in definitiva rimane lì, come un aratro nel maggese, neanche fosse un riempitivo per allungare il breve metraggio della pellicola. Un difetto trascurabile, per carità, che non impedisce a The Devil's Candy di essere un horror intelligente, ben scritto e soprattutto capace di toccare il cuore dello spettatore.


Di Ethan Embry (Jesse Hellman) e Pruitt Taylor Vince (Ray Smilie) ho già parlato ai rispettivi link.

Sean Byrne è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto un solo altro lungometraggio, The Loved Ones.


Tony Amendola interpreta Leonard. Americano, lo ricordo per film come La maschera di Zorro, Blow e Annabelle, inoltre ha partecipato a serie quali Colombo, Hunter, Raven, Ally McBeal, X-Files, Angel, Streghe, Alias, CSI - Scena del crimine, Dexter, Numb3rs, Dollhouse, CSI: NY e C'era una volta. Ha 66 anni e due film in uscita.


Shiri Appleby, che interpreta Astrid, era una delle sgallettate della serie Roswell (non la sopportavo, mi spiace). Detto questo, se The Devil's Candy vi fosse piaciuto recuperate l'opera prima del regista, The Loved Ones, cosa che farò io immantinente. ENJOY!


giovedì 11 giugno 2009

Identità (2003)

Io sono una di quelle persone folli, che rivedono un film almeno 300 volte se gli è piaciuto, anche se il film in questione è assurdo rivederlo, proprio perché viene meno l’elemento sorpresa che è alla base della trama. Però se gli attori sono bravi ed il film è fatto bene, come nel caso di Identità (Identity), diretto nel 2003 da James Mangold, ogni visione è sempre un piacere.

 


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La trama: durante una sorta di diluvio, i destini di dieci persone si intrecciano nel più scabeccio dei motel. A poco a poco queste persone cominciano a morire, trucidate da mano ignota o da casualità più o meno inquietanti, e i sopravvissuti devono cercare di capire chi li vuole tutti morti e, soprattutto, come rimanere in vita. Nel frattempo, in un’altra città, giudici e psichiatri riuniti devono decidere se condannare o meno a morte Malcom Rivers, maniaco assassino affetto da disturbi di personalità multipla…


 


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Premetto una cosa: Identità non è un film da vedere mentre si fa dell’altro, o si perdono tanti piccoli particolari. Certo, è un film americano quindi il regista e gli sceneggiatori quei particolari ve li faranno saltare all’occhio ad un certo punto, ma il divertimento è proprio quello di stupirsi, mettere in moto il cervello e dire: “Eeh? Ma, aspetta un po’…”, e farlo prima che la cosa divenga troppo evidente. Lì per lì la pellicola sembra davvero un giallo di Agata Christie, con omicidi commessi sotto gli occhi di tutti da qualcuno che molto probabilmente fa parte del gruppo di personaggi, anche perché, grazie ad un abile gioco di interessanti flashback, si capisce che la maggior parte di loro non è chi dice di essere o comunque ha qualcosa da nascondere. Tutti i protagonisti sono ambigui, fanno qualcosa che “stona” con il loro essere e sono ugualmente sospettabili tranne, forse, la sfortunata famigliola la cui tragedia dà il via al film.


 


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Ma anche gli eventi che scandiscono il film sono strani, e lo spettatore deve seguirli con attenzione, se non vuole perdersi, perché alcune cose non vengono spiegate, ma solo intuite con la rivelazione shock a tre quarti del film, e lasciano parecchie domande allo spettatore: perché il galeotto non approfitta della liberazione per scappare? Perché nessuno, in effetti, pensa a lasciar lì le macchine e fuggire dal maniaco invisibile? Perché ad un certo punto i corpi spariscono senza lasciare traccia? Ma soprattutto… cos’ha a che fare con tutto questo Malcom Rivers? Non preoccupatevi, a quest’ultima domanda si troverà risposta, ma non in un modo troppo ortodosso… ed è questo il bello del film. Regista e sceneggiatori si divertono a mescolare diversi piani della realtà e tempi, incrociando flashback, ricordi, eventi che stanno avvenendo in contemporanea in due posti diversi e senza soluzione di continuità, lasciando che la tensione e la curiosità dello spettatore siano costanti.




Identity


Ovviamente buona parte del merito per la bellezza della pellicola sta negli attori: John Cusack, che io adoro, è perfetto per la parte dell’ex poliziotto divorato dai dubbi e dai sensi di colpa, Ray Liotta è ambiguo come non mai, John C. McGinley (il dottor Cox di Scrubs, per intenderci) per una volta è lo sfigato di turno, che verrebbe semplicemente massacrato dal buon dottore che interpreta nella serie, Pruitt Taylor Vince è un inquietante serial killer dalle mille sfaccettature. Il mio consiglio è quello di guardarlo, e poi dopo qualche tempo riguardarlo alla luce delle rivelazioni finali: vi accorgerete che non perde assolutamente di bellezza, ma anzi, riuscirete ad apprezzare il meccanismo giallo pressoché perfetto che governa la pellicola. Vorrei far notare che il film è anche stato “omaggiato” da Sclavi nel numero 243 di Dylan Dog, L’assassino è tra noi… E il buon Sclavi non omaggia mai a caso!!! Insomma, in una parola: guardatelo.




James Mangold è il regista della pellicola. Tra i suoi film ricordo Ragazze interrotte, Kate & Leopold e Walk The Line. Americano, ha 53 anni e un film in uscita.


 


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John Cusack interpreta Ed. L’attore americano è uno dei miei preferiti, anche se alterna film orrendi a film che rasentano il cult, come Alta fedeltà, Stand By Me ed Essere John Malkovich. Tra le altre pellicole ricordo Con Air, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, La sottile linea rossa, I perfetti innamorati e 1408. Ha dato la voce a Dimitri nell’edizione USA di Anastasia e ha partecipato alla serie Frasier. Ha una sorella, Joan Cusack, che è stata un’esilarante Debbie ne La Famiglia Addams 2, che ha recitato con lui in Alta fedeltà e che ha fatto un sacco di altri splendidi film. Ha 43 anni e quattro film in uscita.


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Ray Liotta interpreta l’ambiguo Rhodes. Lui per me è e rimarrà sempre l’indimenticabile protagonista di Quei bravi ragazzi, uno dei miei film preferiti in assoluto, imprescindibile. Tra gli altri film di questo particolare attore ricordo Una moglie per papà, Hannibal, Heartbreakers – Vizio di famiglia. Ha recitato in Frasier, ER e inoltre ha doppiato episodi de I Griffin e Spongebob. Ha 55 anni e cinque film in uscita.


 


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Amanda Peet interpreta Paris. Fortunata fidanzata di Bruce Willis in FBI protezione testimoni e nel suo seguito, l’attrice americana ha recitato anche in Un giorno per caso, Scherzi del cuore, Tutto può succedere, l’orrendo Syriana e X – Files – Voglio crederci. Ha partecipato inoltre alle serie TV Law & Order, Spin City e Seinfeld. Ha 37 anni e quattro film in uscita.


 


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John C. McGinley interpreta lo sfortunato ed ansioso George. Dopo anni di onorata carriera come attore feticcio di Oliver Stone, questo caratterista americano ha trovato la fortuna e la fama internazionale, paradossalmente, interpretando il nevrotico e meraviglioso Dr. Perry Cox della divertentissima serie Scrubs. Se volete vederlo in panni diversi, vi consiglio Platoon, Wall Street, Talk Radio, Nato il 4 luglio, Se7en, The Rock e, per la TV, Frasier. Ha inoltre doppiato alcuni episodi delle serie Spider – Man, Kim Possibile e Robot Chicken. Ha 50 anni.


 


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Pruitt Taylor Vince interpreta lo psicopatico Malcom Rivers. Potete ritrovare il ciccionissimo e bravo caratterista in miriadi di film “storici” come Angel Heart – Ascensore per l’inferno, Danko, Mississippi Burning – Le radici dell’odio, Poliziotto a quattro zampe, Cuore selvaggio, JFK – Un caso ancora aperto, Scappo dalla città 2, Natural Born Killers, Il dottor Dolittle, gli splendidi La leggenda del pianista sull’oceano e Mumford, l’inguardabile Cell – La cellula, Sim0ne, L.A. Confidential, Constantine e il devastante Captivity. In TV lo troverete invece in alcuni episodi de L’ispettore Tibbs, X – Files, Alias, CSI, Dr. House. Ha 49 anni e due film in uscita.


 


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Meritano una menzione anche Clea DuVall (già citata in questo blog come protagonista del film The Grudge), Alfred Molina (il Dr. Octopus dello Spiderman 2 diretto da Sam Raimi), e una delle attrici “cult” degli anni ’80/’90, Rebecca De Mornay, protagonista di La mano sulla culla. E siccome io AMO il Dr. Cox, non vi lascio con il trailer di Identità, bensì con i monologhi in italiano del divin dottore. ENJOY!!!




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