mercoledì 22 giugno 2011

L'ultimo dei templari (2011)

Inspira. Espira. Inspira. Espira. Superiamo lo scazzo di avere visto una recensione praticamente completa andare interamente in fumo per colpa di un PC ormai ai suoi ultimi giorni di vita e RICOMINCIAMO DA CAPO. (aggiungere bestemmia a piacere, grrrazie!).

DOPPIETTA, STASERA VE BECCATE LA DOPPIETTA! Prima X - Men: l'inizio, ora L'ultimo dei templari. Che non diventi un'abitudine, mi raccomando. Mh. Mhhh!!


Dicevo, dovrei fare voto di non andare più al cinema almeno fino all’uscita dell’ultimo Harry Potter, perché ultimamente riesco a vedere solo film che, sulla carta, sarebbero anche pregevoli, ma che in qualche modo vengono rovinati da messe in scena improponibili. E sì, Dominic Sena, sto parlando del tuo film L’ultimo dei templari (Season of the Witch), uscito in Italia in questi giorni, non far finta di non sentirti chiamato in causa.



Gesù, da che parte posso cominciare a parlare di questa vaccata? Beh, iniziamo dal titolo, l’ennesimo di una lunga serie di pessimi adattamenti italiani. Season of the Witch significa Stagione della Strega. Avrei accettato persino un “Al tempo delle streghe”, stiracchiato ma fattibile, e invece no, il risultato finale è “L’ultimo dei Templari”. Nicholas Cage nel film viene chiamato Cavaliere, Crociato, vile, infedele, a momenti persino Peppino ‘o pizzaiolo, mai una volta si parla di Templare. Capisco che i distributori volessero richiamare gente creando il collegamento tra Il mistero dei Templari, sempre con Nicholas Cage, e questo film, ma sono passati sette anni per la miseria, chi vuoi che se lo ricordi e a chi vuoi che interessi?? A parte che io come titolo avrei messo La stagione del Sandrone, dove per Sandrone intendo l’Oreopiteco, vista l’arguzia e la finezza con la quale è stato realizzato ed interpretato il film.



Entriamo in sala, sediamoci comodi e godiamoci una (bella, bisogna dirlo) introduzione correlata di data precisa, dove vengono impiccate tre presunte streghe e dove un prete si ritrova a dover riconsiderare l’effettiva bontà del suo Dio. Si comincia bene, per la miseria! La sequenza dopo ci catapulta invece ad un generico “al tempo delle Crociate”. Va bene sopravvalutare gli spettatori, ma potevi almeno scrivermici un “tredicesimo secolo”, o qualcosa di simile… o forse anche no, tanto chi se ne frega. Andiamo avanti, e godiamoci il quarto d’ora di battaglia dei Crociati, la stessa scena ripetuta in quattro ambienti diversi giusto per non annoiare lo spettatore, durante la quale facciamo la conoscenza dei nostri due amici protagonisti: il Cameron Poe di Con Air dopo una decina d’anni di pranzi abbondanti e Hellboy struccato, col sembiante del buon vecchio Salvatore de Il nome della Rosa. E giù grasse e virili risate, tra scommesse a chi stacca più teste, zuccate ben date, sciabolate, escort dell’epoca, cervogia… almeno finché non ci rimette la vita una ragazzina e l’espressione di Nicholas Cage cambia quel tanto da consentire allo spettatore (molto) attento di capire che la sua vita non sarà mai più la stessa e che questo dilemma morale gli farà dismettere le insegne di Cavaliere. Commossi, non possiamo fare altro che attendere l’ulteriore sviluppo della vicenda, che arriverà dopo un mese di cammino dei nostri, durante il quale Cage non avrà perso nemmeno un etto. D’altronde, stiamo parlando di una storia di magia.



E qui inizia la parte bella ed importante del film, quella fatta davvero bene. Sì perché viene introdotta la figura della ragazza accusata di stregoneria, che porta con sé incertezza e un non disprezzabile senso di inquietudine. Sarà davvero una strega oppure è l’ignoranza di paesani e bigotti ad averla giudicata senza motivo? Durante il viaggio ne succedono di cotte e di crude, si aggiungono anche personaggi decisamente meglio definiti e più apprezzabili dei due protagonisti, ma c’è sempre il dubbio se la strega sia reale, se le disgrazie che funestano il gruppetto non siano dovute a semplice sfiga e a strade impraticabili; c’è persino un momento in cui ho dovuto guardare altrove, sopraffatta dalle vertigini, e attimi di vera suspance, con i personaggi che vagano braccati e spauriti in villaggi bui, paesaggi nebbiosi, foreste oscure… Ovvio, bisogna sempre ignorare gli pseudo- dilemmi del cavalier Poe e la sua faccetta bolsa ma, ribadisco, questa parte del film è molto bella, girata bene, evocativa, inquietante. Ed è per questo che un finale orrendo mi ha fatto cadere ancor più i sentimenti.



Non sto a scendere nel dettaglio per non “rovinare” la “sorpresa” a chi fosse così sventurato da vedere L’ultimo dei templari ma sappiate che il mistero legato alla presunta strega viene svelato nella maniera più banale e trita che si potesse immaginare e da lì comincia un disastro, sottolineato da uno dei miei compagni di cinema che a questo punto ha esclamato “Che troYata di film!!”: effetti CG talmente fasulli da fare venire le convulsioni, dialoghi al limite del ridicolo, spacconate e mosse che nemmeno nella WWE, esseri che ricordano pericolosamente un mix tra le bestie più malfatte dei film di Harry Potter e quelle de Il bambino d’oro con Eddie Murphy, l’inutile (almeno per noi italiani, ovvio!) e ridondante spiegazione del titolo originale inglese con tanto di sequenza finale moralista e strappalacrime (leggi: fastidiosa). Insomma, da Cage non mi aspettavo di meno, ma ammetto che mi dispiace vedere Ron Perlman, che pure è l’unico in grado di dar spessore al suo risibile personaggio assieme a Stephen Graham, buttarsi via con una cosaccia simile. Peccato perché, in mani altrui, sono quasi sicura che L’ultimo dei templari sarebbe stato un film quantomeno degno di essere visto. E invece, così non è stato, quindi, come avrebbe detto Salvatore… PENITENZIAGITE!!!!  



Di Nicholas Cage, qui nei panni del cavaliere Behmen, ho parlato qua, mentre Ron Perlman, alias il cavaliere Felson, lo trovate qui. Stephen Graham, che interpreta l’imbroglione Hagamar, è già stato nominato qua. Non dimentichiamo infine l’apparizione di Christopher Lee come cardinale ammorbato dalla pestilenza; del grandissimo attore trovate un trafiletto qui.

Dominic Sena è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Kalifornia, Codice: Swordfish e Fuori in 60 secondi. Anche sceneggiatore, ha 62 anni.



Ulrich Thomsen interpreta il cavaliere Eckhart. Danese, ha partecipato a film come Festen – Festa in famiglia, Il mistero dell’acqua e ad alcuni episodi della serie Alias. Anche produttore, ha 48 anni e tre film in uscita, tra cui il remake de La cosa.



Se foste appassionati di medioevo, cavalieri, mistero, streghe, insomma tutto quello che il trailer de L’ultimo dei Templari promette senza mantenere, guardatevi capolavori come Il settimo sigillo, Ladyhawke o Il nome della Rosa, se non lo avete ancora fatto. Mi ringrazierete. Intanto vi lascio col trailer ingannevole... ENJOY!!

X-Men: l'inizio (2011)

Qualche sera fa sono andata a vedere X – Men – L’inizio (X – Men: First Class), diretto da Matthew Vaughn. Come sempre, sono partita molto più che prevenuta, visto che sono una fan accanita del gruppo di mutanti Marvel, ma per fortuna anche questa volta sono uscita dalla sala soddisfatta.



Trama: il film racconta la nascita del primo gruppo di X – Men, negli anni della guerra fredda tra USA e Russia. Vediamo così un giovane Charles Xavier che, assieme alla “sorella adottiva” Raven, si allea ad un altrettanto giovane Erik Lehnsherr per impedire all’ex nazista Sebastian Shaw di far scoppiare la terza guerra mondiale.



A parer mio questo X – Men: l’inizio è un film in grado di soddisfare sia i fan del fumetto sia gli spettatori che non hanno assolutamente idea di chi siano i mutanti della Marvel. A prescindere dal conoscere o meno il background dei personaggi (su cui tornerò, perché sono pignola…) infatti gli sceneggiatori hanno imbastito una storia molto bella nella sua semplicità, senza mettere troppa carne al fuoco e concentrandosi su quello che, alla fine, è il fulcro dell’intera saga degli X – Men: la costante battaglia tra “normalità” e diversità. Fondamentale, a questo proposito, ambientare il film in un’epoca durante la quale i mutanti erano ancora pochi, sparuti e quasi inconsapevoli di essere portatori del gene X. Altrettanto fondamentale mostrare, prima ancora della rivalità, la profonda amicizia che legava i due protagonisti (e futuri acerrimi nemici) Charles Xavier ed Erik Lehnsherr. Il primo è ricco, bello e intelligente, nato e cresciuto in un mondo praticamente “ideale”, fermamente convinto della possibilità di integrare i mutanti nella società; il secondo invece è irrimediabilmente segnato dall’olocausto, dalla consapevolezza della crudeltà portata dal terrore del “diverso”, fermamente convinto che una razza minacciata dalla mera presenza di un’altra si impegnerà con tutti i mezzi per eliminarla dalla faccia della terra. Il film non offre una soluzione facile a questa contrapposizione, anzi. Sembrerebbe quasi, sul finale, che sia Erik ad avere ragione, e che la battaglia di Charles per l’integrazione sia una causa persa, sebbene i suoi metodi siano moralmente più giusti di quelli di Erik: ma come si fa a non uccidere chi vuole ucciderci per primo, che ci vorrebbe morti solo perché diversi? E come facciamo a dire che ripagare gente come Shaw con la stessa, sanguinosa moneta, non ci rende uguali, se non peggiori, a loro? Un eterno dilemma al quale, in cinquant’anni e passa di storie, non è ancora stata data una risposta univoca.



In mezzo ai due contendenti, poi, ci sono gli altri mutanti. Ben lontani dall’essere granitici cattivoni tout court come Shaw e la sua cricca, o esperti conoscitori dei propri poteri come Charles Xavier, questi ragazzini, questa prima generazione di X – Men, sono pieni di dubbi, insicurezze e paure. I personaggi più riusciti in tal senso sono quelli di Raven e di Hank McCoy, entrambi portatori di mutazioni che li rendono palesemente diversi e mostruosi, quindi ideale fulcro della contrapposizione tra i loro due “mentori”. E laddove la prima ha la possibilità di sembrare normale proprio grazie ai suoi poteri di mutaforma, di plasmarsi quasi in base ai desideri degli altri, il secondo cerca di sfruttare il suo cervello per eliminare quell’aspetto della sua mutazione che lo rende mostruoso e per questo unico, peggiorando così la situazione. Paradossalmente, la decisione di accettarsi per come si è (almeno in X – Men: l’inizio) va di pari passo con l’altrui sopraffazione, mentre sono proprio quelli che odiano sé stessi a ricercare l’accettazione degli altri, con tutto quel che ne consegue.



Terminati qui gli sproloqui sul significato del film, passiamo all’aspetto prettamente cinematografico e a quello “nerd”. Visivamente parlando, X – Men: l’inizio è forse il più bello dei cinque film sui mutanti Marvel. Imponente la scena finale con la miriade di missili che cercano di colpire Magneto, mozzafiato le evoluzioni del Blackbird, soprattutto quando viene insidiato dai tornado di Riptide, molto bello anche l’effetto del volo di Banshee, con tanto di sonar. Credo però che rappresentare degnamente i poteri mutanti sia un ostacolo che, per quanto gli effetti speciali progrediscano nel tempo, nessuno riuscirà mai a superare del tutto: qui troviamo la solita particolare trasformazione di Mystica, perfetta nella CG ma inguardabile, come sempre, per quanto riguarda il make-up (quel colore blu con quella parrucchetta rossa la fa sembrare un orrendo pupazzo, anche peggio che nei primi tre X-Men), make – up che, per quanto riguarda la Bestia, farebbe venire voglia di cavarsi gli occhi per l’orrore (se Mystica è un pupazzo di gomma, Bestia è un peluche di quelli che ti vendono i cinesi al mercato: improponibile). Voto 10 invece alla trasformazione in diamante di Emma Frost, alle scariche al plasma di Havoc e al teletrasporto del rosso Azazel. Ma ovviamente non sono gli effetti speciali e il make – up a rendere X – Men: l’inizio superiore agli altri film della saga (Wolverine a parte, quello non si tocca!), quanto piuttosto la sottile vena ironico – trash che percorre l’intera pellicola. Vedere un inedito Charles Xavier “beccione”, che tenta di intortarsi le fanciulle parlando di cromosomi e mutazioni, o mentre chiede che non gli vengano toccati i capelli (sia mai che resti calvo!!), mentre ricerca giovani mutanti in equivoci locali di strip – tease assieme a Erik, mentre assieme allo stesso Erik si fa mandare letteralmente a fanculo da Wolverine nella scena più bella del film è esilarante tanto quanto le mise à la Austin Powers della gang di Sebastian Shaw e la faccia che fa quest’ultimo quando Xavier lo blocca telepaticamente (non si capisce se Kevin Bacon stia per vomitare o che…). Avendo nominato l’uomo Footloose, parliamo anche degli attori: Fassbender nei panni di Magneto è semplicemente perfetto, fiero, commovente ed emozionante, si mangia senza troppi problemi il moscetto James McAvoy che nei panni di Xavier qualche risata, appunto, la strappa, ma nulla più. Kevin Bacon nel ruolo di Sebastian Shaw mette i brividi, convincentissimo e bravo sia come nazista che come “villain” marvelliano. Per quanto riguarda i giovani attori non sono male… ma qui si sfocia nel terreno del nerd, indi per cui apriamo un altro paragrafo poi la finisco qui, giurin giuretta.



I giovani attori, dicevo. Per me che adoro gli X - Men e tutto il loro mondo più importanti ancora dei poteri sono le personalità. E, lo ammetto, mi sarebbe piaciuta un po’ più di fedeltà alla continuity dei fumetti o, perlomeno, dei film precedenti. Siccome però questo X – Men: l’inizio, come da titolo è, appunto, un prequel per futuri film che si discosteranno dai primi tre e da Wolverine, ecco che gli sceneggiatori hanno dato un bel colpo di spugna e hanno ricominciato da capo, senza preoccuparsi troppo di approfondire personaggi messi lì più che altro per la spettacolarità dei poteri, con il risultato che i poveri attori risultano alla fine dei pupazzetti lontani anni luce dai mutanti “veri”, inevitabilmente deludenti. E se il povero Armando “Darwin” Muñoz è quello che si becca il trattamento peggiore pur essendo virtualmente immortale (d’altronde il personaggio attualmente milita in X – Factor, e a parte gli aficionados chi è che conosce anche solo lontanamente questa interessantissima formazione?), gli altri non se la cavano meglio. A parte i tre protagonisti principali, infatti, sono solo Bestia, Mystica e Banshee (stupenda la scena in cui, da bravo cattolico irlandese, si fa il segno della croce prima di provare a volare) a venire dotati di una qualche personalità un po’ più approfondita e a non distaccarsi troppo dai personaggi Marvel “storici” (anche se un legame tra Raven e Hank o Charles non è mai esistito!). Di Havoc viene mantenuta la difficoltà iniziale nel controllo dei poteri e persino la tutina contenitiva con tanto di cerchi concentrici sul petto, ma mi sorge spontanea una domanda: perché diamine era in galera e non in un orfanotrofio con il fratellino Ciclope? Mah. Per quanto riguarda Angel Salvadore, le sarebbe piaciuto a ‘sta buzzicona fare la fighetta spogliarellista nei fumetti, e anche sputare fuoco invece di muco corrosivo; peccato che la mutante in questione sia stata abbellita per il pubblico maschile e trasformata in una graziosa e sexy follettina, quando in realtà era un’orrenda e cicciona ragazza - mosca creata nel periodo in cui era quel pazzo di Grant Morrison a scrivere le storie degli X – Men. E se ad Angel è andata bene, purtroppo deve ancora nascere l’attrice col carisma necessario ad interpretare la meravigliosa Emma Frost: bellissima, glaciale, stronza, imperturbabile e capace di imprevedibili picchi di rara umanità, se continueranno ad usarla come personaggio secondario non ne coglieranno mai l’essenza e ogni sua versione cinematografica sarà sempre una ciofeca. Mi perplime anche l’idea di affiancare a Shaw, con tutti i villain che c’erano, proprio due personaggi come Azazel e Riptide: il primo, nei comics è una sorta di demone infernale, padre di Nightcrawler (devo quindi dedurre che nei seguiti lo vedremo accoppiato a Mystica?!?) comparso giusto per qualche numero; il secondo in realtà non crea dei veri e propri uragani, come nel film, ma è semplicemente in grado di roteare molto velocemente e di produrre secrezioni ossee che usa come proiettili da lanciare contro i nemici. Siccome il personaggio è uno dei mille e pluriclonati Marauders di Sinistro, singolarmente non è mai servito molto all’economia delle storie. Last but not least, Moira McTaggert, qui una banalissima agente americana della CIA, in realtà una genetista assai superiore allo stesso Charles Xavier e, per qualche tempo, anche fidanzata di Banshee. Uno splendido, umanissimo e testardo personaggio, purtroppo fatto morire ormai parecchio tempo fa, il cui spirito indomito non viene affatto rappresentato nel film.



In definitiva, non so cosa avrete capito di questo lungo e nerdissimo sproloquio, quindi gira che ti rigira la cosa importante della recensione ve la metto in neretto: come ho detto all’inizio, nonostante ovvie imperfezioni e “mancanze”, X – Men: l’inizio è comunque un bel film, ben girato e in gran parte ottimamente interpretato, in grado di mescolare azione e riflessione, consigliato ai fan e anche a chi non conosce i mutanti Marvel. Insomma, guardatelo, damn it!



Del regista Matthew Vaughn ho già parlato in questo post; la pellicola avrebbe dovuto essere diretta da Brian Synger, già responsabile di X – Men e X2, che per colpa di impegni pregressi è rimasto solo come produttore. Passando agli attori, James McAvoy (Charles Xavier) lo trovate qua, il bellissimo Michael Fassbender (Erik “Magneto” Lehnsherr) lo trovate qui e infine del buon Kevin Bacon (Sebastian Shaw) ho parlato qua. Tra le guest star segnalo Ray Wise nei panni del segretario di stato e l’apparizione a sorpresa di Hugh Jackman nei panni di Wolverine, ovviamente!

Oliver Platt interpreta l’agente della CIA che per primo accoglie Xavier. Canadese, lo ricordo per film come Una donna in carriera, Linea mortale, Beethoven, Proposta indecente, il tamarrissimo I tre moschettieri della Disney, Il Dottor Dolittle e il commovente L’uomo bicentenario, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice e Nip/Tuck. Anche produttore, ha 51 anni e due film in uscita.



Rose Byrne interpreta Moira McTaggert. Australiana, ha partecipato a film come Star Wars: Episodio II - l’attacco dei cloni, Troy, Maria Antonietta e 28 settimane dopo. Ha 32 anni.



Jason Flemyng interpreta Azazel. Inglese, lo ricordo per film come Mowgli – Il libro della giungla, Rob Roy, Deep Rising – Presenze dal profondo, Lock & Stock, Snatch, La vera storia di Jack lo squartatore, La leggenda degli uomini straordinari, Stardust, Mirrors – Riflessi di paura, Il curioso caso di Benjamin Button e Kick – Ass. Ha 45 anni e un film in uscita.   



Tra gli altri attori presenti nel film segnalo Zoe Kravitz (figlia di Lisa Bonet e Lenny Kravitz) nei panni di Angel Salvadore e Rebecca Romijin, già presente nei primi tre film dedicati agli X – Men, nei panni della Mystica più “vecchia” che si vede per qualche istante nel letto di Erik. Sempre a proposito di Mystica, per il ruolo era in lizza anche Amber Heard, la protagonista di The Ward di John Carpenter, mentre per quanto riguarda Sebastian Shaw, l’indecisione era tra Colin Firth e Kevin Bacon, ma ha vinto il secondo in quanto, pare, più minaccioso. Se vi è piaciuto X – Men: First Class preparatevi al seguito, previsto nel 2014, e nel frattempo guardatevi gli altri quattro film dedicati al gruppo mutante. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!!


domenica 19 giugno 2011

ESP - Fenomeni paranormali (2010)

Lo spettatore accorto, quale io pensavo di essere, dovrebbe riuscire a riconoscere le “bufale” lontane un miglio. Un titolo italiano ignorante, per esempio, è simbolo di un adattamento fatto a tirar via, l’uso di uno pseudonimo che nasconda i registi è un altro indizio di fregatura quasi assicurata, locandine praticamente identiche a quelle di altri film simili sono l’ultimo, inequivocabile segnale di allarme rosso. E nonostante tutto, sono ovviamente andata a vedere ESP – Fenomeni paranormali (Grave Encounters), diretto nel 2010 dai Vicious Brothers.


Trama: allo spettatore vengono mostrate le ultime ore di girato dell’ultimo episodio di ESP – Fenomeni Paranormali, un programma dove un gruppetto di “investigatori” cerca di documentare la presenza di attività paranormali in luoghi che si presuppone siano infestati. Come scritto sulla locandina: “cercavano le prove… e alla fine (ahiloro) le hanno trovate…”.


Innanzitutto, lasciatemi il sommo piacere di massacrare il titolo italiano. ESP. Extra Sensorial Perceptions. Percezioni Extrasensoriali, ovvero tutte quelle facoltà come telepatia, precognizione, chiaroveggenza, che consentono di vedere qualcosa che vada oltre i cinque sensi che ogni essere umano dovrebbe possedere. I fenomeni paranormali c’entrano come i cavoli a merenda, ché non è il fantasma o l’apparizione o la sedia che si sposta e mi prende in piena faccia a farmi urlare al miracolo e farmi correre dagli amici a dire: “guardate, ci ho il potere e-esseppì, oh!!”. No. Ma si sa, la distribuzione italiana ha fatto anche di peggio e con film migliori, quindi si potrebbe sorvolare sulla cosa. Dunque è con ancor più sommo piacere che massacrerò la pellicola in sé.


The Vicious Brothers. I Fratellini depravati. Uuuh, ho già i brividi. Con un nome così, minimo minimo mi devi sfornare qualcosa che al confronto lo Human Centipede è un episodio dei Teletubbies. E invece mi propini una cosetta come ESP. Un’accozzaglia di luoghi comuni, un minestrone di tutti gli ultimi famosi mockumentary horror senza neppure la pretesa di essere verosimile. E la cosa fa rabbia perché a me, sotto sotto, questi pseudodocumentari piacciono proprio per il paradosso di mostrare una cosa assurda in maniera verosimile, mi fanno un sacco paura, soprattutto quando ci sono delle scene con la visione notturna virata in verde (tecnica che, ho scoperto, è l’ultimo spauracchio dopo i pagliacci, i burattini e le bambole, l’unica cosa in grado di farmi guardare il film con un occhio aperto e uno chiuso), quando aspetto il colpo di scena che viene dilatato all’infinito, quando mi si chiudono ermeticamente le vie respiratorie tanto mi immedesimo nella povera giornalista inseguita dagli zombie in un caseggiato buio, per dire. E perché dunque non dovrei apprezzare ESP, che inizia come una puntata di Mistero (ci sono persino Raz Degan e il mago Casanova, cialtroni uguali!!), continua citando il Maryland e intervistando “testimoni” come in The Blair Witch Project, e va avanti strizzando l’occhio a Rec infilando qua e là fantasmi di pazienti zombie? Perché i Vicious Brothers annullano ogni realismo residuo tirando fuori la storia della bolla spazio – temporale, il che significa che i protagonisti del film non riescono più ad uscire dall’ospedale psichiatrico, che si trasforma in un labirinto dove il tempo non passa più. Mavvaffancuore, e allora chi, come, dove e quando soprattutto ha potuto ritrovare il materiale girato da quei poveri sfigati?


Ma fosse solo quello! Passi gli attori, anche se un paio di loro sono semplicemente ridicoli, e sto parlando del sensitivo (un incrocio tra Michael Jackson prima maniera e Giucas Casella, impossibile non ridere ad ogni sua apparizione) e dell’unica ragazza, che in parecchie inquadrature assume l’espressione tipica della tossica in botta, ma non posso ignorare lo spudoratissimo e inutile plagio di una marea di horror più o meno conosciuti. Capisco che ovvi rimandi a The Blair Witch Project e Rec siano inevitabili, però qui si esagera: la ragazza che invoca la mamma (“E vorrei chiedere scusa a mia madre… a mio padre” diceva una volta la ragazza sperduta nel bosco in cerca della Strega di Blair…)?  La vasca colma di sangue che inghiotte uno dei malcapitati, ripresa peraltro con la visione notturna (STESSA inquadratura di Rec 2)? Il primo incontro con i malati/zombie (STESSA inquadratura col cadavere vestagliato e ciondolante che introduceva la “abuela” di Rec)? Le manine che, santo cielo!, spuntano dai soffitti per ghermire i protagonisti (questo mi ha ricordato Paganini Horror)? Queste sono solo le “citazioni” (e chiamiamole così…) più evidenti, ma tutto l’impianto pesca ampiamente dall’orrendo Dark Floors dei Lordi (e diciamo che per citare IL film dei Lordi devi essere messo malissimo!!), e inoltre vengono infilate cose assolutamente stupide e gratuite, come la magia nera alla fine, il trucco dei fantasmi identico a quello dei personaggi di film espressionisti come Il gabinetto del Dottor Caligari (si sa che negli anni ’20 la moda dei manicomi era avere la faccia bianchissima e strati di kajal spessi tre dita attorno agli occhi, ma la cosa esilarante è che se diventi pazzo nel 2011, automaticamente ti ritrovi con lo stesso look, almeno secondo i Vicious Brothers!!) e, dulcis in fundo, il fumo nero di Lost. Sì, quello che passava e portava via la gente. E’ lo stesso, fidatevi, fa lo stesso rumore ticchettante. Non a caso è l’effetto speciale migliore di un horror che, nel 2011, non riesce a nascondere il fatto che le manine che spuntano dai muri sono palesemente fasulle. E per l’amor di Dio la finisco qui, che non ne posso più di ricordare immagini di questo filmaccio. Con i miei poteri ESP, e la sola imposizione delle mani, vi suggerisco di NON vederlo.  

The Vicious Brothers, al secolo Colin Minihan e Stuart Ortiz sono i registi, sceneggiatori e responsabili del montaggio del film. Entrambi americani e venticinquenni, questa è la loro prima collaborazione, anche se Ortiz aveva già lavorato in campo televisivo come aiuto regista per un episodio della seconda stagione di Masters of Horror.


Ammazza che facce da pEErla....!

Sean Rogerson interpreta Lance Preston, il presentatore di ESP – Fenomeni paranormali. Attore canadese la cui carriera, almeno finora, è stata prevalentemente legata alla tv, lo ricordo per aver partecipato ad episodi di Tru Calling, La zona morta, Supernatural e Smallville. Ha 34 anni.


Juan Riedinger interpreta Matt, il tecnico. Canadese, ha partecipato a film come Black Christmas  - Un Natale rosso sangue, Alien vs Predator 2, Il corpo di Jennifer (interpretava uno dei musicisti strepponi) e ad episodi di serie televisive come Smallville e Supernatural. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 30 anni e due film in uscita.


Mackenzie Gray interpreta Houston, il “sensitivo”. Presenza (involontariamente?) comica del film, ha partecipato a Parnassus e a episodi delle serie Nikita, Oltre i limiti, Supernatural e Smallville. Canadese, anche produttore, ha 54 anni.


E ora vi lascio al trailer originale del film... ENJOY!


lunedì 13 giugno 2011

Alta Fedeltà (2000)

Ho un rapporto di amore e odio con lo scrittore Nick Hornby. L’unico suo libro che ho letto, Non buttiamoci giù, è qualcosa che vorrei dimenticare, da tanto l’ho trovato brutto ed insipido. Per contro ho adorato questo Alta fedeltà (High Fidelity), diretto nel 2000 da Stephen Frears e tratto dall’omonimo romanzo dell’autore inglese.



Trama: dopo essere stato mollato dalla fidanzata Laura, Bob stila la Top 5 delle storie sentimentali che gli hanno spezzato il cuore e cerca di capire cosa non va nella sua vita costellata di fallimenti…



Non intendendomi affatto di musica, mi rendo conto che non sono in grado di apprezzare appieno un film come Alta Fedeltà, che cita a piene mani e vive su album, autori più o meno storici, band conosciute che hanno segnato generazioni. Mi rendo anche conto che, non avendo mai letto il libro, probabilmente avrò capito meno della metà di quello che Hornby voleva comunicare. Però, è anche vero che, se tanto mi da tanto, al mondo ce ne saranno parecchie di persone come me e, considerato che Alta Fedeltà mi è piaciuto tantissimo, uno dei vantaggi del film è quello di essere comunque “universalmente” godibile. Il merito, sicuramente, è da ricercarsi nella trama (particolare ma “semplice”, molto umana), negli attori (semplicemente eccelsi, soprattutto John Cusak, perfetto nel ruolo, e Jack Black, qui in una delle sue prime apparizioni ma già in grado di rubare la scena a tutti gli altri protagonisti e dotato di un’abilità canora sorprendente) e nella colonna sonora, importantissima per la trama stessa di Alta Fedeltà, che conta canzoni come I Want Candy, Walking on Sunshine, Crocodile Rock, Baby I love Your Way, We Are the Champions, e artisti come Elton John, Bruce Springsteen, Lou Reed, Aretha Franklin, i Queen, Elvis Costello, Bob Dylan, Stevie Wonder e Burt Bacharach.



Alta Fedeltà è la storia di un uomo “qualunque”, forse più intelligente di altri, sicuramente più egocentrico e psicolabile. La cosa bella del film è che il punto di vista della vicenda, per come ci viene mostrata, è quello assolutamente parziale di Bob, che ammicca costantemente allo spettatore rivolgendosi direttamente all’audience, come se il filtro dello schermo non esistesse. Detto questo, è ovvio che fin dall’inizio parteggiamo per lui: Bob è simpatico ma sfigato, è stato mollato per ben cinque volte da delle donne che, chi più chi meno, lo hanno trattato come un deficiente, tradito, preso in giro… e poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, Laura, che lo ha abbandonato quasi per capriccio dopo una storia durata anni. Se consideriamo che, in aggiunta, il povero Bob lavora in un negozio di dischi assieme a un pazzo fanatico di musica e ad uno sfigatello che ha paura persino della propria ombra, non possiamo fare altro che esser solidali. Purtroppo per il protagonista, però, il punto di vista soggettivo a poco a poco viene insidiato dalle testimonianze di amici, parenti ed ex fidanzate che ci mostrano una realtà ben diversa, costringendo anche Bob, spesso e volentieri, a fare dietrofront e a scusarsi quasi con il pubblico che fino a quel momento era stato ingannato dalla sua autocommiserazione. Ma, del resto, non siamo un po’ tutti come Bob? Non ci fissiamo su quello che non possiamo avere, magari tralasciando stupidamente quel che abbiamo e mitizzando un passato che forse non è proprio come lo ricordiamo? Meditate, gente, meditate… e magari stilate anche voi una Top 5 di quello che vi piace o non vi piace, non sia mai che serva come valvola di sfogo!



Di John Cusack, che interpreta Rob, ho già parlato qui, mentre la sorella Joan, qui nei panni della sorella di Rob, Liz, la trovate qua. Immancabile anche la presenza di Jack Black, che interpreta il folle Barry e che è già stato nominato qua. Comparsata anche per l’eclettico Tim Robbins, ovvero Ian, che già trovate in questo post. Last but not Least, Lili Taylor, già nominata qui, che in Alta Fedeltà interpreta una delle ex di Rob, Sarah.

Stephen Frears è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, il sontuoso Le relazioni pericolose, oltre a Mary Reilly. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.



Catherine Zeta – Jones interpreta una delle ex di Rob, Charlie. Da anni moglie di Michael Douglas e vincitrice di un Oscar come miglior attrice non protagonista (per il musical Chicago), la ricordo per film come La maschera di Zorro, Entrapment, Haunting – Presenze, Traffic, Chicago (con cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Ocean’s Twelve. Gallese, ha 42 anni e due film in uscita.



Lisa Bonet (vero nome Lisa Michelle Boney) interpreta la cantante Marie De Salle. L’attrice americana deve sicuramente la sua popolarità al telefilm I Robinson, dove interpretava Denise, e la sua carriera si è espansa poi anche in campo cinematografico, dove ha recitato per film come Angel Heart – Ascensore per l’inferno e Nemico pubblico. Anche regista, ha 44 anni.



Todd Louiso interpreta il timido Dick. Americano, lo ricordo per film come Scent of a Woman – Profumo di donna, Apollo 13, The Rock, Jerry Maguire e Snakes on a Plane; inoltre, ha partecipato alle serie Weeds, Dr. House e Medium. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.



Impossibile non citare tra le guest star il cantautore Bruce Springsteen, guru dei sogni di Rob (anche se nelle intenzioni di John Cusak avrebbe dovuto esserci Bob Dylan al posto suo). Se il film vi è piaciuto, comunque, io vi consiglio spassionatamente di guardare anche I Love Radio Rock e ovviamente di cercare la colonna sonora da ascoltare quando volete. Intanto vi lascio al trailer originale di Alta fedeltà... ENJOY!!!

giovedì 9 giugno 2011

Frozen (2010)

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaahmioddioaaaahhhh!!!! La recensione sul film Frozen, diretto nel 2010 dal regista Adam Green, potrebbe concludersi qui, perché è ciò che ho urlato per tutta la sua durata, quindi dovrà pur dir qualcosa, no?


Trama: un trio di amici rimane bloccato su una seggiovia di domenica. Peccato che l’impianto riaprirà il venerdì seguente. Che Giuliacci abbia previsto brutto tempo. Che i lupi non siano in letargo. Che i tre siano al 50% idioti e al 50% sfigati, poverini.


Questo, ridotto all’essenziale, è ciò che vedrete in Frozen. Tre tizi bloccati su una seggiovia. Come mi ha fatto notare un ottimo amico “Ma che menata. E’ come Buried. Sempre gli stessi personaggi, sempre nello stesso posto, e cosa potranno mai fare?” Beh beh beh. Innanzitutto io Buried non l’ho visto quindi non posso replicare in modo ottimale, però non è che in questo Frozen non succeda proprio nulla. Guardarlo è come vedere un Alive, o qualsiasi altro thriller che sfocia nel survival horror (che, detto tra noi, sono quelli che mi mettono più ansia): non è questione di avere un rompipalle armato d’ascia che cerca di sfondarti la capoccia o, peggio, affrontare una maledizione o degli zombie. Inconsciamente, sappiamo benissimo che ciò non ci potrà mai accadere (spero). Ma schiantarsi contro una montagna, sopravvivere, essere costretti a cibarsi di carne umana per non morire di fame o, nella fattispecie, rimanere bloccati in mezzo a una bufera su un impianto fermo… beh, qui sta a regista, sceneggiatori e attori farci immedesimare per bene e convincerci che potrebbe succedere anche a noi, tanto da farci domandare come reagiremmo. E, ovviamente, inventare imprevisti plausibili che possano evitare allo spettatore lo sbadiglio compulsivo.


In Frozen, ahimé, ci riescono, e anche bene. E’ vero, l’idea dei lupi è una troiata fine a sé stessa, lo ammetto. Utile quanto si vuole, spaventosa quanto basta, ma un po’ tirata per i capelli. Ciononostante raggiunge lo scopo, ovvero quello di creare una situazione dalla quale è virtualmente impossibile uscire: sotto i lupi e l’altezza vertiginosa, sopra cavi taglienti, in loco l’assideramento e l’inedia. Non aggiungo altro perché già questo rivela un po’ troppo del film, che trova il suo punto di forza proprio in questi elementi e anche sulla verosimiglianza dei personaggi. Certo, forse i dialoghi sono un po’ innaturali a tratti, ma d’altronde è anche vero che confezionare una pellicola che mostrasse solo gente scioccata e ammutolita per il freddo e il terrore avrebbe fatto addormentare gli spettatori. E poi tutto concorre a renderceli più simpatici, e a dispiacersi per quello che accade loro. Un unico appunto: se avete visto una delle puntate natalizie degli Happy Tree Friends, probabilmente ad un certo punto sarete colti da un attacco di risa isteriche, com’è successo a me. Per il resto, guardatelo, gente.

Adam Green è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un horror parecchio famoso, che purtroppo non sono ancora riuscita a vedere, lo slasher Hatchet (e il suo seguito). Anche attore e produttore, ha 36 anni e un film in uscita.


Emma Bell interpreta Parker. Americana, la ricordo per serie come Law & Order, Ghost Whisperer, Dollhouse, Supernatural e, soprattutto, The Walking Dead, dove interpretava Amy. Ha 25 anni e due film in uscita, tra cui il quinto episodio di Final Destination.


Shawn Ashmore interpreta Joe Lynch. Cercando di ricordare dove avevo già visto la sua faccetta, mi ha colpita l’ironia del fatto che nei tre film dedicati agli X – Men questo attore ha interpretato nientemeno che un giovanissimo Bobby Drake… alias l’Uomo ghiaccio. Voto 10 alla citazione da brava nerd. Comunque, l’attore ha partecipato anche a serie come Smallville e film come Hatchet II. Americano, anche produttore, ha 28 anni e tre film in uscita.


Kevin Zegers interpreta Dan. Canadese, ha partecipato a film come lo splendido Il seme della follia e L’alba dei morti viventi, a serie come X – Files, Piccoli brividi, Smallville, Dr. House e Gossip Girl e inoltre ha prestato la voce per lo storico Brividi e polvere con Pelleossa. Ha 27 anni e quattro film in uscita.


E ora qualche curiosità. Il personaggio di Parker compare anche in Hatchet II, sempre interpretato da Emma Bell. Se però, cronologicamente parlando, gli eventi narrati in Hatchet avvengono prima o dopo Frozen, non posso ovviamente dirlo, per non rovinare eventuali sorprese. Comunque, se il film vi fosse piaciuto, simili per genere se non per trama sono il già citato Alive – Sopravvissuti, L’urlo dell’odio, Ore 10: Calma piatta e il recente 127 ore. Un po’ più distaccati dalla realtà ma sempre “ansiogeni” sono invece Cube – Il cubo, Cujo e The Hole, oltre a Buried, che però non ho mai visto. Vi lascio ora con il trailer originale del film... ENJOY!!

domenica 5 giugno 2011

Dying Breed (2008)

Da noi sarà anche un genere ancora semisconosciuto e poco apprezzato (Wolf Creek e Saw a parte) ma anche gli australiani picchiano duro in quanto a horror o Ozploitation, come riportano i siti specializzati. Per esempio Dying Breed, film diretto nel 2008 dal regista Jody Dwyer, nonostante la banalità della storia non è affatto male.


Trama: quattro ragazzi decidono di fare una spedizione nei boschi della Tasmania per cercare un animale estinto da qualche decennio, la Tigre della Tasmania appunto (da non confondersi con il beneamato Taz). Gira che ti rigira, troveranno qualcos’altro di carnivoro, ovvero i discendenti del galeotto cannibale Alexander Pierce, detto Pieman…


Non ho ancora ben capito perché un film come Dying Breed mi sia piaciuto più di altri e cosa abbia trovato di diverso rispetto ad altre 300 produzioni praticamente identiche. Sarà il paesaggio particolare che fa da sfondo a tutta la vicenda, perché effettivamente la natura australiana ha qualcosa che la rende diversa da tutto il resto del mondo. Sarà che l’inizio è fuorviante e lì per lì pensavo a qualche strano incrocio tra uomini e tigri tasmaniane, cosa che mi avrebbe fatto storcere parecchio il naso e che, per fortuna,non viene contemplata. Sarà la sottile crudeltà di fondo e il fatto che le scene sono parecchio cruente ma anche quasi contenute, suggerite piuttosto (il che è anche peggio!!). Saranno gli attori che, per una volta, sono bravi e capaci di far immedesimare lo spettatore nelle loro terribili vicende, anche se uno dei protagonisti fa venire voglia di trucidarlo appena apre bocca. Sarà l’esaltante mix di accento “aussie” e “oirish” che arricchisce i dialoghi originali. Sarà quel che sarà, Dying Breed mi è piaciuto parecchio.


Non è un horror originale, questo no. Le famiglie di “inbred” (se riuscite a trovare un termine italiano fatemelo sapere, a me piace un sacco questo!) che sviluppano gusto per la carne umana hanno infestato la cinematografia USA praticamente da quando è nato il genere horror, e anche le povere e bistrattate meatpie hanno subito l’indegno trattamento di contenere praticamente qualsiasi porcata (non pretendo abbiate visto La rabbia dei morti viventi, ma sicuramente quasi tutti avrete fatto la conoscenza delle “worst pies in London” di Mrs. Lovett nel film Sweeney Todd), senza contare che anche i boschi abitati da bestiole o esseri pericolosi ormai hanno fatto il loro tempo. Eppure, nonostante questo, Dying Breed riesce a mettere parecchia ansia, a fare accapponare la pelle per il disgusto (provate a vedere quale segreto nasconde il retro del pub o a sopportare un primo piano del cannibale in piena fase “degustativa” e ditemi poi se non vi viene da chiudere gli occhi, anche solo per un secondo…) e anche a sorprendere con un finale maligno fino all’inverosimile: d’altronde, come dice Stephen King, quando ci sono di mezzo bambini malvagi il successo è assicurato. Insomma, lunga vita all’horror australiota!


Di Nathan Phillips, che interpreta Jack, ho già parlato qui.

Jody Dwyer è il regista della pellicola. Inglese, o forse australiano, ha ancora poca esperienza come regista, avendo diretto un paio di film e un episodio di Two Twisted. Età non pervenuta.


Leigh Whannell interpreta lo sfortunato Matt. Creatore e sceneggiatore di una delle serie più famose e (almeno all’inizio) innovative dell’ultimo decennio, ovvero Saw, ha partecipato come attore a film come Matrix Reloaded, Saw – L’enigmista e Saw III – L’enigma senza fine, oltre che alla soap opera Neighbours. Australiano, anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.


E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!

mercoledì 1 giugno 2011

Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (2011)

Dopo l’interruzione di cinque anni ieri sera mi sono reimmersa nel mondo di Jack Sparrow, e sono andata al cinema a vedere (rigorosamente in 2D!) la sua ultima avventura, Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides), diretto da Rob Marshall.



Trama: Jack Sparrow questa volta deve cercare nientemeno che La fonte della giovinezza. Ovviamente Barbossa, questa volta corsaro al servizio della Corona inglese, cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, ma il nemico più terribile è il pirata Barbanera, la cui figlia, Angelica, è un’ex fiamma di Sparrow.


Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow, questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con Oltre i confini del mare. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata, a parte l’assenza di Orlando Bloom e Keira Knightley (e francamente dei loro personaggi non me n’è mai potuto fregare di meno…) e a parte il fatto che questo episodio è a sé stante e non fa parte di alcuna trilogia (forse…). Se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite.


Personalmente, l’ho trovato divertente, avventuroso, simpatico e molto dinamico. La storia è interessante e infarcita di leggende ben conosciute ma in qualche modo rivisitate, così da catturare un po’ tutti gli spettatori, scritta e diretta a beneficio anche di quanti non avessero visto i primi tre film ma con qualche strizzata d’occhio ai vecchi fan (la comparsa del papà di Jack, la Perla Nera in bottiglia, la scimmietta dispettosa, i famigerati “salti nel vuoto” di Jack Sparrow e la sua esilarante camminata da checca). Ci sono dei graditissimi momenti “horror”, con la ciurma zombie e le sirene – vampiro e ancor più graditi momenti esilaranti, quasi tutti legati al personaggio di Jack Sparrow che in Oltre i confini del mare riesce ad essere anche più rincoglionito e cialtrone del solito (dichiarare di essere entrato in un convento scambiandolo per un bordello o riuscire a liberarsi dalle corde che lo imprigionano sfilandosi, letteralmente, da una palma, non è da tutti), e poi c’è il ritorno di personaggi riuscitissimi come il grandioso Barbossa e il geniale Gibbs. Per le bimbeminkia c’è anche la mielosa sottotrama dell’amore tra un prete che farebbe venire voglia a chiunque di andare in chiesa solo per gridare “che spreco!” e una sirena, ma diciamo che quel che conta, come direbbe Rufy di One Piece, è l’avventura. Certo, il film non è esente da difetti, che si concentrano tutti, paradossalmente, sull’introduzione dei due personaggi nuovi, Barbanera e Angelica. Il primo, nonostante tutto il potere che palesa, non ha nemmeno la metà del carisma di Barbossa (d’altronde, Geoffrey Rush è Geoffrey Rush…), mentre la seconda, a parte strusciarsi su Jack Sparrow e biascicare qualche impropero con accento spagnolo, fa ben poco ahimé. Credo comunque di poter tranquillamente consigliare Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare sia ai fan sia a chi non conosce la saga, a patto che rimaniate fino alla fine dei titoli di coda… lì c’è una (piccola) sorpresa.


Di Johnny Depp ho già parlato qui, mentre Geoffrey Rush lo trovate qua.

Rob Marshall è il regista della pellicola. Americano, ha diretto i film Chigago, Memorie di una Geisha e Nine. Anche produttore, ha 51 anni.



Penélope Cruz interpreta la piratessa Angelica. Forse la più famosa attrice spagnola, attualmente sposata con Javier Bardem (fortunata!!!), la ricordo per film come Prosciutto Prosciutto, Apri gli occhi, il bellissimo Tutto su mia madre, l’orrido Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky, Gothica, Vicky Cristina Barcellona e Nine, che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Ha 37 anni e due film in uscita, tra cui Bop Decameron di Woody Allen.



Ian McShane interpreta il pirata Barbanera. Inglese, ha doppiato film come Shrek Terzo, Kung Fu Panda, Coraline e la porta magica e un episodio di Spongebob, inoltre ha partecipato alle serie televisive Radici, Magnum P.I., Dallas, Miami Vice e Colombo. Anche regista e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.



Kevin McNally interpreta Gibbs. Inglese, ha partecipato all’intera trilogia dei Pirati dei Caraibi e a film come Agente 007 La spia che mi amava, Sliding Doors, La leggenda del pianista sull’Oceano, Entrapment, Johnny English e Il fantasma dell’Opera, oltre che ad alcuni episodi della serie Doctor Who. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e tre film in uscita.


Stephen Graham interpreta Scrum. Dell’attore inglese ricordo perfettamente la faccetta quando interpretava lo sfigatissimo Tommy di Snatch – Lo strappo, ma ha anche partecipato ad altri film, come Gangs of New York e Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro. Ha 38 anni e quattro film in uscita.



Tra le guest star della pellicola, oltre a Keith Richards che torna in una breve sequenza come padre di Jack Sparrow, segnalo anche Richard Griffiths (lo Zio Vernon di Harry Potter) nei panni dello sfattissimo Re Giorgio. Pare ci siano già un quinto e sesto episodio della saga in cantiere, anche se, da ultime indiscrezioni, Johnny Depp non sembrava troppo convinto. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se sentite la mancanza di epiche avventure, riguardatevi La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma e Ai confini del mondo… e se non vi basta, riguardate anche la trilogia del Signore degli Anelli e quella de La Mummia! Vi lascio ora al trailer originale con l'introduzione di Jack Sparrow in persona... ENJOY!!

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