venerdì 7 giugno 2024

L'esorcismo - Ultimo atto (2024)

Mercoledì sono andata al cinema a vedere L'esorcismo - Ultimo atto (The Exorcism), diretto e co-sceneggiato dal regista Joshua John Miller.


Trama: reduce da due anni di alcolismo e tossicodipendenza, Anthony vede un barlume di speranza quando gli viene offerto il ruolo del prete in un film horror, almeno finché finzione e realtà non iniziano a mescolarsi...


Stavolta produttori e distributori si sono impegnati per fare il colpaccio, riuscendo a gabbare più di uno spettatore (io sono andata al cinema perché gli horror non si perdono a prescindere, non faccio testo, gné). L'esorcismo - Ultimo atto è un film girato nel 2019, rimasto a frollare nel limbo della distribuzione mondiale finché, l'anno scorso, non è arrivato L'esorcista del papa a sdoganare Russell Crowe in versione nemico lambrettato del demonio, conquistando il cuore di tutti noi. Con un titolo inglese quanto più vago possibile (e uno italiano ancora più infingardo), nonché un poster praticamente identico a quello de L'esorcista del papa per colori, posa del protagonista e persino font, L'esorcismo - Ultimo atto si è proposto, a tradimento, come sequel/prequel/spin-off o comunque parte dell'Amorth Cinematic Universe, invece non potrebbe essere un film più diverso, per atmosfere e ambizioni. Che poi queste ultime si siano tragicamente infrante contro un secondo tempo ridicolo e banale è qualcosa di cui parlerò più avanti, adesso vi accenno un po' cosa dovete aspettarvi da L'esorcismo - Ultimo atto. Il film è diretto e co-sceneggiato da Joshua John Miller, il quale altri non è che il figlio di Jason Miller, l'attore che interpretava padre Karras ne L'esorcista. Ora, il capolavoro di Friedkin, benché non venga mai nominato, è l'opera a cui si rifà The Georgetown Project, ovvero il "film nel film" per il quale il personaggio di Russell Crowe decide di fare il provino. La sceneggiatura de L'esorcismo - Ultimo atto parte dalle suggestioni biografiche del regista figlio d'arte, spingendosi fino a includere ed enfatizzare gli incidenti reali accorsi sul set de L'esorcista e altri film a tema demoniaco, per raccontare il dramma di un attore fallito che ha scelto di scappare dalla malattia della moglie diventando un alcolizzato e drogato, abbandonando così anche la figlia. Questo dramma, caricato nella prima parte del film sulle ampie spalle di Russell Crowe, viene ulteriormente ingigantito dal palese affetto esistente tra Tony e la figlia Lee e dalla speranza che il film possa segnare la rinascita della carriera dell'uomo, brutalmente stroncata quando il demonio decide di metterci lo zampino sfruttando le traumatiche esperienze infantili che Tony ha avuto con la Chiesa. 


L'idea che vuol dare di sé L'esorcismo - Ultimo atto, almeno nella prima parte, è quella di un elevated horror con riferimenti cinefili e c'è da dire che, per un po', funziona. La ricostruzione quasi filologica degli ambienti de L'esorcista, con tanto di interessantissimo set a tre piani raffigurante una villetta, la riproposizione di luci, fotografia (purtroppo scurissima quando finiscono gli omaggi al film di Friedkin, tanto che alla riaccensione delle luci ho rischiato di perdere la vista) e persino inquadrature è affascinante, e rende molto sottile la distanza che separa realtà, "leggenda" e finzione cinematografica. E' bello anche che Joshua John Miller si prenda il tempo di approfondire il personaggio di Tony, il legame con la figlia e il concetto di perdono, così difficile da concedere ma ancor più difficile da accettare, e che sfrutti le fredde regole dello showbusiness come veicolo per far precipitare definitivamente la situazione. Purtroppo, a un certo punto devono avergli ricordato che il film si chiama L'esorcismo - Ultimo atto, mettendogli una fretta boia, e il risultato è che tutto il precedente lavoro di "costruzione" della tensione viene mandato in vacca per diventare l'ennesimo, loffio horror a base di démoni importuni. Personaggi che fanno cose idiote (gli attori chiamati ad interpretare il prete, per contratto, devono fare le prove di notte, da soli, sul set deserto. Anche se quelli prima di loro sono morti male facendo la stessa cosa), Russel Crowe che si torce come un cavatappi e neanche una persona che chiami un medico, sempre le solite voci demoniache con insulti annessi, un prete simil-Fassino che si improvvisa esorcista dopo aver passato l'intero film a dire che lui a queste cose non crede, un esorcismo finale durante il quale l'esclamazione "grazie ar cazzo, così sono capaci tutti" ha raggiunto apici di non ritorno, una Chiesa FORSE infestata da pedofili ma forse sono adoratori di Satana, chissà, tanto sono meri plot device per dare colore. E' inevitabile che una seconda parte così frettolosa e ridicola afflosci, in retrospettiva, anche quanto è stato mostrato prima, che si fa di rimando pesante e presuntuoso quanto quel finale poetico che sembra aggiunto con lo sputo. E' un vero spreco, perché Crowe è un signor attore e sia lui che la brava Ryan Simpkins si impegnano anche troppo per un film simile, al quale avrebbe giovato molto di più rimanere in ambito psicologico con qualche venatura sovrannaturale, oppure giocare maggiormente con l'idea dei set maledetti senza diventare, paradossalmente, l'ennesima imitazione mal riuscita de L'esorcista. 


Di Russell Crowe (Anthony Miller), Ryan Simpkins (Lee Miller), Sam Worthington (Joe) e Adam Goldberg (Peter) ho già parlato ai rispettivi link. 

Joshua John Miller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta il tecnico degli effetti speciali. Americano, è al suo secondo film dietro la macchina da presa. Anche produttore, ha 50 anni. 


David Hyde Pierce
, che interpreta padre Conor, è famoso per aver partecipato alla sit-com Frasier. Se L'esorcismo - Ultimo atto vi fosse piaciuto, recuperate L'esorcista, che è meglio. ENJOY!


martedì 4 giugno 2024

Vincent deve morire (2023)

E' uscito in questi giorni al cinema un film che, sulla carta, mi ispirava molto, Vincent deve morire (Vincent doit mourir), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Stéphan Castang.


Trama: Vincent lavora come grafico e conduce una vita tranquilla, almeno finché le persone non cominciano ad aggredirlo senza motivo...


Vincent deve morire
parte da un assunto assai intrigante che funge da metafora per la situazione sociale attuale. Se fino a qualche tempo fa c'era la road rage, adesso c'è la rage e basta e le persone, come posso testimoniare tranquillamente ogni giorno sui social ma anche fuori, nell'azienda dove lavoro o per strada, sono sempre più pronte a scattare per ogni minima cazzata. Vero è che la gente, a me, pare sempre più scema e la voglia di prendere a schiaffi certe persone, anche solo per svegliarle inculcando loro un po' di senno là dove le parole sembrano non fare breccia, è un desiderio legittimo, ma il problema è che nessuno sembra avere più voglia di fare un po' di sano esercizio di pazienza, soprattutto davanti a delle cretinate. Vincent deve morire rappresenta questa triste situazione sociale sfruttando l'idea di "qualcosa" (un morbo? un'arma chimica? una cometa che ci scompensa il campo magnetico? non lo sapremo mai, non è importante.) che spinge la gente a volere corcare di mazzate il povero Vincent del titolo. Quest'ultimo non è connotato come particolarmente simpatico (altra scelta vincente della sceneggiatura) e di sicuro meriterebbe più di un vaffanculo, ma quello che succede è che le persone che lo guardano vengono prese da un insano desiderio di ucciderlo, che siano amici, parenti o sconosciuti. Il film, soprattutto nella prima parte, conquista l'attenzione dello spettatore creando un'atmosfera di paranoia e claustrofobia totale, centellinando abilmente le aggressioni ai danni di Vincent, aumentando ogni volta la gravità di queste ultime e prolungando, allo stesso tempo, le situazioni di potenziale pericolo in cui si aspetta, col cuore in gola, che succeda qualcos'altro. Ho apprezzato anche il modo intelligente in cui, a poco a poco, viene introdotta l'idea di una minaccia globale, di una casualità che si fa caos ingestibile ed incomprensibile, con sfumature apocalittiche che esplodono prepotenti poco prima del finale, altro vero punto di forza della pellicola. Quello che però non mi sarei aspettata da un film così intrigante è che sarebbe subentrata la noia e che, per superarla, mi sarei dovuta mettere a fare le pulci alla sceneggiatura.


A mio parere, l'enorme difetto di Vincent deve morire è l'introduzione dell'elemento sentimentale, che porta con sé non solo una perdita generale di ritmo, ma anche tutta una serie di difetti tipici degli horror di serie Z fatti coi piedi. A un certo punto Vincent decide che, nonostante la consapevolezza di dover rimanere solo per il resto dei suoi giorni, pena la morte, potrebbe essere un'ottima idea incapricciarsi di una cameriera appena conosciuta, solo perché quest'ultima non lo ha rovinato di mazzate. Non sto a dirvi come evolverà la cosa, perché sconfinerei nel territorio dello spoiler, ma a partire da quel momento viene meno l'intero assunto iniziale su come funzioni la "maledizione" di Vincent (per carità, assunto mai confermato al 100%) e quest'ultima viene sospesa oppure ripresa a seconda di come conviene alla sceneggiatura: per dire, un minuto prima Vincent entra in un supermercato ed esce di corsa con tutti gli avventori alle calcagna, pronti a ucciderlo, un minuto dopo dei poliziotti lo lasciano andare senza colpo ferire, e ciò succede sempre più spesso, senza alcun tipo di logica. So che ciò potrebbe, per l'appunto, indicare la casualità di questa rabbia sociale di cui il film è metafora, priva di spiegazioni razionali o schemi da decifrare, tuttavia, a livello di sceneggiatura, mi è sembrato anche un ottimo esempio di paraculaggine che mi ha fatto scendere l'entusiasmo per Vincent deve morire. Peccato, perché, come ho scritto su, l'idea di partenza era molto buona, e ho trovato apprezzabile la scelta di non basare l'intero film sull'effetto shock di partenza, nonostante la tragica perdita di ritmo da metà in poi; inoltre, Karim Leklou ha la perfetta faccia da "vittima", di sfigatello che, ottenuto qualche privilegio, lo esercita senza troppa coscienza risultando antipatico e, una volta rimesso al suo posto, indossa una perenne espressione da cane bastonato, assai simile a quella dello storico Droopy. Nonostante io sia rimasta poco entusiasta di Vincent deve morire, comunque, il film è piaciuto alla maggior parte del pubblico, quindi guardatelo e fatemi sapere la vostra!

Stéphan Castang è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, anche attore, ha 51 anni.



venerdì 31 maggio 2024

Attachment (2022)

Oggi il tema della challenge Horror 52x24 era "Film danese", così ho scelto Attachment (Natten har øjne), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Gabriel Bier Gislason.


Trama: Maja, attrice danese, si innamora di Leah, ragazza inglese di origine ebraiche. Quando quest'ultima ha un incidente, Maja decide di trasferirsi in Inghilterra, nella casa a due piani che Leah divide con la madre. La convivenza si rivelerà un incubo...


Attachment
è un film piccolino, sussurrato anche in quel poco di orrore che mostra, un'opera che sceglie di sfruttare un canovaccio tipico del genere per raccontare una storia di legami profondi, incomprensione e amore. Tutto parte dall'incontro tra Maja, attrice danese diventata famosa grazie ad una fortunata serie di video per bambini in cui interpreta un elfo natalizio, e Leah, studentessa londinese di origini ebraiche. Tra le due scatta un colpo di fulmine da manuale che sfocia in una rapida convivenza, finché un giorno Leah non si rompe una gamba proprio quando deve tornare a Londra per questioni di studio. Maja sceglie di accompagnarla ed è così che fa la conoscenza di Chana, la madre di Leah. Imbevuta di credenze religiose e morbosa nell'affetto che riserva alla figlia, Chana mette a dura prova la pazienza di Maja la quale, pur cercando di lottare con le unghie e con i denti per non perdere né la calma, né l'amore della sua vita, non può fare a meno di soccombere, lentamente, alle inquietanti stranezze che circondano la donna e che trasformano la casetta londinese in un claustrofobico antro di terribili segreti. I misteri legati a Chana vengono svelati a poco a poco, senza fretta, filtrati dal punto di vista diffidente di Maja, ragazza danese che di religione ebraica non sa nulla. A donarle un briciolo di conoscenza arriva lo strano zio di Leah, ma siccome l'intera trama del film è giocata sull'incomprensione e la distanza, sia culturale che linguistica, ogni indizio rischia di venire distorto dall'altro grande protagonista di Attachment, che viene citato proprio dal titolo. Attachment come legame affettivo ma anche attaccamento, in senso fisico e psicologico. Maja, rimasta sola dopo la morte della madre e priva di prospettive nella vita salvo un lavoro fastidioso, si lega a Leah con un affetto profondo e cieco, che non tiene conto di piccoli particolari dissonanti legati ai comportamenti della ragazza, designata come assoluta ancora di salvezza; Chana, immigrata danese convertitasi alla religione del marito e ancora considerata straniera dopo decenni, vive esclusivamente per il legame con la figlia la quale, soffocata da tante attenzioni, è diventata però incapace (o perlomeno restia) a ricambiarlo. In questo substrato di affetto troppo intenso, generato spesso dal terrore della perdita e dalla solitudine, prolifera così un male dalle radici antichissime, che si nutre di emozioni negative e che ha imparato da tempo a sfruttare le imperfezioni degli esseri umani per ingannarli e causare loro ancora più dolore.


Essendo un horror "umano", Attachment vive innanzitutto della bravura delle tre attrici protagoniste. L'alchimia tra Josephine Park ed Ellie Kendrick rende la coppia sullo schermo assai tenera e convincente, oltre che molto naturale per quanto riguarda le varie interazioni; nonostante la differenza d'età reale di 5 anni, le dinamiche sono quelle tra una donna "matura", comunque già verso la trentina se non di più, convinta che Leah sia l'ultima chance di combinare qualcosa nella vita, e una ragazza più giovane che del mondo conosce poco, vissuta a lungo sotto l'ala protettrice della madre. Quest'ultima, interpretata da Sofie Gråbøl, è una figura assai inquietante, che riesce a risultare contemporaneamente schiva e dura, e anche l'interazione tra la Park e la Gråbøl, in particolare nei momenti in cui le due donne si scontrano, è interessante e credibile. A completare il quadro ci pensa l'elemento comico di David Dencik e del suo zio Lev, una folata di leggerezza che non sfocia mai nella stupidità e consente allo spettatore occidentale e cattolico, poco avvezzo a tematiche legate alla religione ebraica, di capire qualcosa relativamente ai miti e alle leggende che la caratterizzano. Nonostante la struttura di Attachment, soprattutto sul finale, richiami i cliché di migliaia di altri horror, l'idea di parlare di ebraismo e non di cattolicesimo ha reso il film, almeno per me, più nuovo e coinvolgente, e ho apprezzato molto anche la scelta di non sfruttare jump scares o CGI, quanto piuttosto di lavorare d'atmosfera (molto belle anche le scenografie, elemento indispensabile visto che il film è girato in gran parte in interni), affidandosi a pochi effetti pratici e alla fisicità di Ellie Kendrick. Con tutte le schifezze che arrivano mensilmente sui vari servizi streaming italiani è un peccato che Attachment sia rimasto nel limbo nella non distribuzione, ma se vi capitasse di trovarlo guardatelo, perché è piccino ma delizioso.

Gabriel Bier Gislason è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Danese, ha 35 anni.


 

martedì 28 maggio 2024

Furiosa: A Mad Max Saga (2024)

Di ritorno dalla vacanza in Borgogna sono corsa a vedere il film sulla bocca di tutti, Furiosa: A Mad Max Saga, scritto e diretto dal regista George Miller.


Trama: in un mondo post-apocalittico, la piccola Furiosa viene rapita dal luogo paradisiaco dove vive con la sua famiglia ed è costretta ad imparare a sopravvivere...


Poveri voi, che magari vi aspettavate un post in cui si confrontassero Mad Max: Fury Road e Furiosa. Dovreste ormai sapere che non ho tempo nemmeno per farmi da mangiare, figuriamoci per dei comodi recuperi. Sono quindi andata a vedere Furiosa senza nulla più che il vago ricordo (sono passati quasi 10 anni!) di un film epico e scatenato, zeppo di personaggi comunque talmente ben caratterizzati da essere indimenticabili, tanto che alla prima apparizione della titolare, di Immortan Joe e dei suoi seguaci, il mio cervello si è elettrizzato. Ma cos'è, in definitiva, questo Furiosa? E' la origin story di una delle eroine cinematografiche più cazzute dell'attuale millennio. In essa, si racconta come mai Furiosa sia finita nel regno di Immortan Joe come fidato, benché riluttante, membro del suo entourage, e cosa si celasse in quel luogo paradisiaco che la donna cercava di raggiungere in Fury Road. E' una saga di formazione che spazia nel tempo e che, di conseguenza, non si siede sugli allori. Aggiunge infatti ulteriori tasselli al puzzle post-apocalittico creato da George Miller nel lontano 1979, puntando i riflettori sui territori governati da Immortan Joe attraverso complessi meccanismi di potere, con microcittà/fortezze specializzate nella produzione di un solo, indispensabile approvvigionamento (benzina, armi o cibo), popolate da pochissimi esseri umani ritenuti indispensabili e tanta, troppa feccia. Proprio qui sta il nocciolo dello scontro culturale tra Furiosa, nata in un luogo "sano" ed incontaminato anche a livello di emozioni umane, e un mondo esterno dove i sentimenti positivi sembrano essere stati cancellati con un colpo di spugna, una realtà malata in cui conviene rimanere in silenzio e nascosti nell'ombra, celando desideri e pensieri. E' interessantissima, in tal senso, la scelta di dedicare a Furiosa ben poche righe di dialogo e di affiancarle, come nemesi definitiva, il ciarliero ed insopportabile Dementus, artefice del destino nefasto della protagonista. In una società (prevalentemente maschile) in cui persino un raro eloquio forbito diventa l'ennesimo modo per distinguersi attraverso un tocco di folle originalità e anche la conoscenza è un mezzo per giocare a chi ce l'ha più grosso, come se il timbro di voce e il rombo dei motori fossero interscambiabili, Furiosa si trincera in un testardo e doveroso mutismo per osservare, imparare e migliorare, mettendo a tacere anche il dolore pur di raggiungere i suoi obiettivi. E se non è una lezione di vita questa, signori miei, non so proprio cos'altro lo sia.


Chi ha definito Furiosa un'interminabile sequenza di inseguimenti con mezzi allucinanti, non ha dunque capito un belino, con rispetto parlando. Aggiungo anche che, se non vi toccano il cuore la tamarreide allucinata di George Miller, nonché l'impianto epico delle vicende di Furiosa, siete un po' delle brutte persone. Quest'uomo l'anno prossimo compie ottant'anni, ma nel cuore è rimasto un giovanotto pieno di passione, incanalata in anni di esperienza che rendono il film perfetto per la sala e il grande schermo. Non c'è una sola inquadratura inutile, le sequenze funzionano ed emozionano sia quando sono coinvolti mezzi corazzati usciti dalla mente di un pazzo (sui quali brulicano esseri umani destinati spesso a morti spettacolari e soprattutto esplosive) sia quando si incentrano sulla figura di Furiosa e le sue interazioni con gli altri protagonisti del film (in una, in particolare, mi è salito il magone); in più, ogni gruppo sociale o fazione in guerra è perfettamente caratterizzato, sia a livello di mezzi, costumi e make-up, che a livello di scenografie, e tutti questi elementi presentano almeno un particolare bizzarro o comunque capace di imprimersi a fuoco nella memoria. Poi, ci sono gli attori. Anya Taylor-Joy, assieme alla giovanissima Alyla Browne, ha raccolto lo scomodo testimone di Charlize Theron e non la fa rimpiangere nemmeno per un secondo. Saranno i suoi occhi particolarissimi, messi ancora più in risalto dal make up color fuliggine che le copre mezzo viso, ma l'espressività di Anya Taylor-Joy mi è sembrata ancora più intensa che in altri film ed è davvero impossibile non farsi coinvolgere dalla disperazione e dalla rabbia del personaggio. Anche perché, se Immortan Joe e i suoi figli sono rimasti degli stronzi patentati da appendere a testa in giù, il Dementus di Chris Hemsworth li batte di almeno dieci misure. Dotato di un naso posticcio che, a un certo punto, mi ha fatto venire in mente il Fagin di Oliver Twist (non riesco altrimenti a capire il perché di questa scelta perplimente), Hemsworth è l'irritazione fatta a persona, un soffiablabla in carne e ossa, l'incarnazione stessa di un inutile fiume di parole, con l'aggiunta di una cattiveria spocchiosa che farebbe venire voglia di picchiarlo senza sosta. Siccome spesso i personaggi interpretati da Hemsworth mi fanno questo effetto, anche quando non sono cattivi, mi chiedo se l'attore sia effettivamente bravo oppure se sia così il suo carattere e i registi lo sfruttino nel modo migliore. Al di là di queste mie futili considerazioni, Furiosa è un film che merita di essere visto, ovviamente in sala, per goderselo come merita, augurandosi che Miller non smetta mai di realizzare opere di tale caratura e che porti a termine questa nuova trilogia!


Del regista e sceneggiatore George Miller ho già parlato QUI. Anya Taylor-Joy (Furiosa), Chris Hemsworth (Dr. Dementus), Tom Burke (Pretoriano Jack) e Angus Sampson (Organic Mechanic) li trovate invece ai rispettivi link.


Elsa Pataky
, che interpreta la generalessa Vuvalini, è la moglie di Chris Hemsworth. Se Furiosa: A Mad Max Saga vi fosse piaciuto recuperate l'intera saga di Mad Max e Mad Max: Fury Road. ENJOY!


venerdì 24 maggio 2024

Fase IV: distruzione Terra (1974)

Per la challenge Horrorx52 su Letterboxd dovevo vedere un film uscito nel 1974. La scelta è ricaduta su Fase IV: distruzione Terra (Phase IV), diretto proprio quell'anno dal regista Saul Bass.


Trama: a seguito di un non ben precisato evento cosmico, le formiche del deserto dell'Arizona cominciano a sviluppare comportamenti inusuali. Due scienziati vengono inviati ad indagare e la situazione degenera...


Come sa chi segue un po' il blog, non vado matta per la fantascienza. Probabilmente questo film era finito nella mia lista perché ne aveva parlato Lucia, altrimenti non penso mi sarebbe mai venuto in mente di guardarlo. Il genere continua a non esser uno dei miei preferiti, ma sono contenta di avere recuperato un'opera particolare come Fase IV: distruzione Terra. Ci sono molti motivi per cui questo film è particolare, in primis perché è il primo ed unico lungometraggio diretto da Saul Bass, che molti di voi conosceranno come realizzatore di spettacolari titoli di testa come quelli, giusto per citarne un paio, di Psyco, Casinò, Cape Fear, Quei bravi ragazzi e West Side Story. In quanto frutto della mente di un illustratore e artista, Fase IV: distruzione Terra è incredibilmente ricercato a livello di immagini ed è un'esempio di fantascienza lenta, adulta, alla 2001: Odissea nello spazio. Si prende, infatti, tutto il tempo per mostrare lunghissime sequenze ambientate nel sottosuolo, che mostrano la silenziosa ma ineluttabile riorganizzazione di formiche mutate da un non ben precisato evento cosmico, sfruttando spesso proprio il punto di vista degli insetti, tra primi piani e immagini documentaristiche ma mai sciatte. Attraverso un mix di riprese dal vero, timelapse e pregevoli effetti speciali, la misteriosa attività delle formiche si dipana agli occhi dello spettatore senza bisogno di dialoghi esplicativi, giustapposta al tentativo di due scienziati di comprendere cosa stia accadendo. Se, all'inizio, gli scienziati vengono descritti come la fredda voce della ragione (soprattutto uno) e ultimo baluardo contro un caos che rischia di diffondersi sulla Terra, mano a mano che il film prosegue si percepisce un apprezzamento sempre maggiore verso le strutture geometriche e regolari delle operazioni imenottere, con la natura che getta nel caos tecnologie all'avanguardia, sfruttandone i punti deboli e smascherando la fondamentale natura bruta dell'essere umano. 


Questo lento mutamento di prospettiva si accompagna ad un cambiamento anche dello stile. Dopo un prologo iniziale inusuale, interamente dedicato alle formiche, l'atmosfera diventa, per buona parte del primo atto, quella tipica di un film di fantascienza anni '50, con umani terrorizzati da creature minacciose e il governo americano che cerca di metterci una pezza. Gli intenti non necessariamente distruttivi delle formiche vengono evidenziati, tuttavia, da strutture quasi artistiche, che non solo creano immagini spettacolari dal punto di vista formale, ma che sottolineano una volontà di comunicare, cambiare e costruire, cosa che diventa il fulcro di un finale diventato cult e di cui esistono due versioni. La versione recuperata negli ultimi anni è l'ennesimo esempio della creatività di Saul Bass, una conclusione visionaria fatta di immagini oniriche, di cui ogni fermo immagine meriterebbe di essere appeso in casa per arredare con gusto, e accompagna degnamente le ultime parole del film, ma personalmente ho apprezzato anche il finale classico, che ho trovato comunque comprensibile anche senza particolari ausili visivi; in esso, il film si apre, se non all'ottimismo, almeno alla speranza o alla volontà di abbracciare un cambiamento non scontato, e come sempre dimostra che los titolistas malvagi erano già belli attivi negli anni '70, perché nessuno ha mai detto che la Fase 4 preveda la distruzione della Terra. A discolpa di eventuali fraintendimenti, è vero che il film prende talvolta il sentiero dell'horror a sfondo ecologico, e l'assedio delle formiche tocca anche picchi di disgusto, enfatizzati dalla natura minuscola di un insetto famelico che potrebbe infilarsi a branchi in qualsiasi orifizio, prima di decidere di divorarti dall'interno, ma si è visto decisamente di peggio, al cinema. Ciò detto, ribadisco la contentezza di avere guardato Fase IV: distruzione Terra, pellicola interessante che vi consiglierei di recuperare, se vi piace il genere.

Saul Bass è il regista della pellicola. Famoso come illustratore e realizzatore di alcuni dei titoli di testa più famosi della storia del cinema, ha vinto un Oscar per la regia del corto Why Man Creates. Americano, anche scenografo, animatore, sceneggiatore e produttore, è morto nel 1996, a 76 anni. 


Per il ruolo di Kendra era stata provinata anche Linda Blair, scartata alla fine a causa della giovane età e del compenso troppo elevato che avrebbe richiesto la sua presenza. Di Fase IV: distruzione Terra esiste uno psichedelico finale alternativo che tratterebbe del futuro dell'umanità, recuperato e restaurato qualche anno fa. ENJOY!

mercoledì 22 maggio 2024

Stopmotion (2023)

Sembra che, con la primavera, il nostro amato genere horror si stia risvegliando. Uno degli ultimi film usciti su Shudder è Stopmotion, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Robert Morgan.


Trama: Ella è figlia di una famosissima animatrice dalla personalità soverchiante, con le mani ormai divorate dall'artrite. Quando la madre entra in coma, Ella comincia a venire assalita dai demoni della propria inadeguatezza...


Non so a voi, ma a me la stop motion ha sempre messo un po' ansia. Per quanto ritenga le opere realizzate in stop motion/claymation una delle più alte espressioni dell'ingegno umano, quei movimenti un po' innaturali di creature anche troppo assimilabili a bamboline hanno sempre tinto la mia ammirazione sconfinata con un senso di inquietudine. Non a caso, la stop motion è sempre stata perfetta per opere dal sapore horror, si vedano casi eclatanti e famosissimi come The Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere, Coraline, Paranorman, Wallace & Gromitt ma anche opere meno famose come The House e, soprattutto, tanti piccoli corti sconosciuti o quasi, ché comunque a realizzare un lungometraggio con questa tecnica ci vogliono anni. A proposito di corti, per l'appunto, quelli di Robert Morgan mettono talmente ansia che uno di essi, il terrificante D is for Deloused, è giustamente finito nel film a episodi The ABCs of Death 2 e molte delle suggestioni dell'opera sono finite, dopo ben dieci anni, all'interno di questo Stopmotion. Il primo lungometraggio di Robert Morgan è una discesa nella follia che mescola riprese tradizionali ad animazione in stop-motion, in un continuo mescolarsi di realtà, immaginazione e arte, e che ha per protagonista proprio un'animatrice. Ella lavora come assistente della madre, una leggenda della stop-motion che, a causa di una malattia degenerativa, non è più in grado di manipolare i pupazzetti con precisione millimetrica ed è costretta ad affidarsi alla figlia per portare a termine il suo ultimo film. Vessata da una madre soffocante che, pur imponendole di lavorare senza sosta, la ritiene un'inetta priva di talento e idee, Ella è a disagio all'interno di una cerchia di amici (fidanzato compreso) che vivono una giovinezza artistica di successi sfolgoranti, e la situazione peggiora quando la vecchiaccia entra in coma dopo un ictus. Invece di ritenersi libera dallo spettro della madre, Ella dapprima tenta di finire il film da sola, dopodiché decide di realizzare qualcosa di suo, ma tanta è la convinzione di essere un'incapace priva di valore che l'esperienza si trasforma in un incubo a occhi aperti dove la ragazza cerca, inutilmente, di dibattersi per conquistare una libertà personale e artistica che, come spesso accade negli horror, passerà necessariamente attraverso follia, sangue e morte. 


Fin dall'inizio, la regia cupa e morbosa di Robert Morgan connota Ella come una ragazza dalla personalità spezzata ed incerta (bellissima la scena iniziale con l'alternarsi di luci sul volto della protagonista), permeabile alla cattiveria della madre e inadatta alla vita sociale; attorno a lei, lo squallore di ambienti bui, asettici, mai chiaramente definibili, va ad unirsi alla percezione inaffidabile di una mente debole che spesso tende a rinchiudersi in se stessa, e si esprime in una regia dove i confini tra realtà e allucinazione non sono mai chiari, anche prima che un presunto elemento "sovrannaturale" entri a gamba tesa. Come già in D is for Deloused, la particolarità dei pupazzetti creati da Robert Morgan è quella di sembrare fatti di carne sanguinolenta e malaticcia, il che diventa una componente fondamentale della trama del film, all'interno del quale il disagio mentale si sviluppa in una progressiva decadenza ambientale e fisica. Se già l'opera della madre non era tra le più rassicuranti, il corto animato realizzato da Ella è l'emblema dell'angoscia e, tra simbolismi neanche troppo velati e la presenza ricorrente di un uovo azzurro pronto a rompersi o schiudersi, regala momenti di puro terrore e un senso di "sporcizia" difficile da scrollarsi di dosso. Aisling Franciosi, già bravissima in The Nightingale, offre la splendida interpretazione di un personaggio scomodo, un'altra di quelle protagoniste con cui si riesce ad empatizzare quasi solo in virtù del loro essere circondate da gente peggiore di loro (la madre è incommentabile, la sorella del fidanzato una bitch fatta e finita, mentre lo sfogo di lui, per quanto poco elegante, è comunque dettato da una perdita di pazienza comprensibile), ma è difficile non rimanere ipnotizzati e coinvolti dalla sua inarrestabile discesa verso la follia. La presenza più forte del film è però quella di Caoilinn Springall, perfida ragazzina dal pesante accento inglese che farebbe una coppia perfetta con la Pale Girl di Terrifier 2; il twist legato al suo personaggio non è proprio originalissimo o inaspettato, ma come veicolo di caos la fanciulla è perfetta ed è un ulteriore motivo per consigliare la visione di Stopmotion, che, al momento, è uno degli horror più soddisfacenti visti quest'anno.    

Robert Morgan è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto uno dei corti di The ABCs of Death 2. Anche animatore e produttore, ha 50 anni.


Aisling Franciosi
interpreta Ella Blake. Irlandese, la ricordo per film come The Nightingale e The Last Voyage of the Demeter, inoltre ha partecipato a serie come Il trono di spade. Ha 39 anni e un film in uscita. 


Stella Gonet
, che interpreta la madre di Ella, è stata la "Margaret" di El Conde e la regina Elisabetta in Spencer. Se Stopmotion vi fosse piaciuto recuperate Censor. ENJOY!

martedì 21 maggio 2024

Abigail (2024)

Prima di partire per la Borgogna sono corsa al cinema a vedere Abigail, diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.


Trama: una squadra di malviventi assortiti viene incaricata di rapire una ragazzina per una cifra spropositata. Purtroppo per loro, la piccola Abigail non è indifesa come sembra...


Abigail
è una deliziosa, piccola chicca che mi aveva attirata già dal trailer, per una volta affatto ingannevole, anzi, sincero relativamente a ciò che è la natura del film: tanto divertimento, tanto splatter, qualche brivido. In più, e questo è un valore aggiunto per me, coniuga due delle cose che più amo vedere al cinema, ovvero gli heist movies con un cast molto affiatato e, ovviamente, i vampiri. Abigail comincia, infatti, come il più classico esponente della prima categoria di film che ho citato: una banda di persone che non si conoscono tra loro, ed usano nomi falsi nel caso venissero colti in flagrante, devono fare un colpo. Ci vengono risparmiate le fasi organizzative, la vicenda comincia già all'ingresso della magione dove la banda dovrà rapire una ragazzina, e una rapida carrellata (alla quale si aggiungerà, più avanti, un simpatico "gioco" che consente allo spettatore di approfondire maggiormente le personalità dei singoli membri) ci mostra le abilità di ognuno dei rapitori. E' un'introduzione rapida e divertente, perché la ciccia vera consiste nell'arrivo dei protagonisti all'interno di una splendida villa ove dovranno passare la notte con la ragazzina rapita, nell'attesa che arrivino i soldi del riscatto. Lì dentro l'atmosfera da heist movie dura il tempo di un battito di ciglia, prima che entri a gamba tesa l'elemento gotico, veicolato da scenografie a dir poco splendide, zeppe di dettagli rivelatori (e di un omaggio artistico a Finché morte non ci separi, che ha più di un elemento in comune con Abigail), e quello horror tout court, quando la ragazzina si rivela un vampiro famelico che ama giocare con le sue prede prima di divorarle in un sol boccone. Abigail è "tutto qui". Non c'è la satira sociale di Finché morte non ci separi e i personaggi sono incasellabili, come ironicamente sottolineato a un certo punto, all'interno di cliché abbastanza banali, quindi tutto il film si gioca su un canovaccio vecchio come il mondo, quello del mostro che uccide, una dopo l'altra, le sue vittime. Tutto sta a rendere carismatico il mostro ed interessanti le vittime, e l'intera prima parte del film è focalizzata sul secondo obiettivo; tolti un paio di elementi sacrificabili, è dura sopportare l'idea che Abigail uccida i superstiti del Rat Pack (segnatevi questo nome perché tornerò sulla questione alla fine del post) e molta della tensione deriva non tanto dal terrore verso la pur cattivissima vampiretta, ma dal dispiacere che uno dei nostri personaggi preferiti faccia una brutta fine.



Il merito di tanto affetto va, in primis, al cast. Melissa Barrera sembra molto più a suo agio qui che sul set di Scream, forse perché lontana dall'eredità scomoda lasciata da Neve Campbell, in più attorno a lei ci sono caratteristi di lusso. Kevin Durand aggiunge un twist inedito al suo solito ruolo da duro, Kathryn Newton ormai è abbonata ai ritratti di ragazze weird dall'espressione stralunata ed è sempre più adorabile, Dan Stevens è figo anche con canottiera e occhialazzi da wog, ma a un certo punto diventa ancora più figo: dico solo che non mi veniva voglia di sventagliarmi così, a mo' di Maria Antonietta davanti a Fersen, dal 22 maggio 2001, e più non dimandate. E poi, ovviamente, c'è Abigail. Una leziosa ballerina dalla vocina delicata, capace di staccarti la testa con un morso. I due registi si divertono un sacco a mescolare senza soluzione di continuità elementi infantili e graziosi a topoi horror, e rendono ancor più "personaggio" la vampira costruendole attorno delle performance di danza di tutto rispetto, cosa che tocca il suo apice nell'esibizione simultanea col burattino umano di turno; in più, viene fatto un uso ottimo della splendida location, che può tranquillamente essere definita personaggio a se stante, con tutti quei piccoli elementi rivelatori, le singole stanze piene di personalità, e un aspetto esteriore ingannevole, che nasconde all'interno abissi (o piscine) di depravazione schifosa e tanto squallore. Infine, c'è il sangue. Tanto, tantissimo sangue, un bagno di liquido rosso godereccio e divertito, alla faccia dell'educata cenere in cui dovrebbero trasformarsi i vampiri di fronte alla morte ultima. Sogno, neanche a dirlo, un Radio Silence cinematic universe, magari un prequel condiviso tra Abigail e Finché morte non ci separi in cui la piccola vampira interagisca col demoniaco Le Bail, e chiedo a gran voce un film come questo a settimana, perché mi ha scaldato il cuore e ce n'è gran bisogno. Concludo, infine, con una chiosa da non traduttrice rosicona, sottolineando la pochezza dell'adattamento italiano. A un certo punto, Lambert definisce i rapitori "branco di ratti", questo dopo averli battezzati con i nomi dei componenti del Rat Pack: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Joey Bishop,  Peter Lawford e Don Rickles, che in realtà non faceva proprio parte ufficialmente del gruppo. Buona parte di loro era nel cast dell'heist movie Colpo grosso, quindi l'umorismo di Lambert è duplice, un po' dispregiativo, un po' giocoso, e in italiano non solo si perde il riferimento e il gioco di parole ma non si capisce nemmeno perché, a un certo punto, il personaggio di Kevin Durand si "svegli" e capisca un riferimento che, di fatto, in italiano non viene reso. Mi chiedo se non ci fosse un modo per tradurlo meglio nella nostra lingua, invece di costringermi a bestemmiare sonoramente in sala. 


Dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Dan Stevens (Frank), Kathryn Newton (Sammy), Kevin Durand (Peter), Giancarlo Esposito (Lambert) e Matthew Goode (il padre) li trovate invece ai rispettivi link.

Melissa Barrera interpreta Joey. Messicana, la ricordo per film come Scream e Scream VI. Anche produttrice, ha 34 anni e un film in uscita. 


Se Abigail vi fosse piaciuto recuperate Finché morte non ci separi e Renfield. ENJOY!

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