lunedì 11 ottobre 2021

Il Bollodromo #73: Lupin III - Parte 6 - Episodio 0

Che tutto il Pantheon di divinità benedica Amazon Prime Video! Quest'anno ero già abbastanza disperata all'idea che siti come Nyaa e Horriblesubs avessero chiuso, ed ero pronta a vendermi l'anima per riuscire a vedere Lupin III - Parte 6, la nuova serie dedicata alla creatura di Monkey Punch, ambientata stavolta in Inghilterra, ma per fortuna la collaborazione tra Yamato Video e Amazon ha dato i suoi frutti e le puntate arriveranno in Italia in simulcast col Giappone ogni sabato. Tanto, chi vuole una vita sociale quando c'è Lupin? Ero particolarmente desiderosa, anzi, smaniante di vedere l'episodio 0, intitolato Jidai, perché era quello che avrebbe segnato il passaggio di testimone tra Kiyoshi Kobayashi, storico doppiatore di Jigen dal 1969, e Akio Ootsuka, la nuova voce che sentiremo a partire dal primo episodio della sesta serie, quindi già pregustavo una puntata meravigliosa, interamente dedicata al mio adorato pistolero e... no, lasciamo perdere. Siete pronti a tornare alle SPLENDIDE atmosfere dell'inguardabile L'avventura italiana?


Jidai
comincia malissimo fin dalle prime scene. Anche l'occhio meno attento ed allenato, infatti, potrà capire quanto siano orrendi sia il character design che le animazioni, laddove un minimo di cura viene infusa giusto nei primi piani dei personaggi, mentre il resto è fatto talmente a tirar via da indurre copiose lacrime di dolore. Il tutto, per l'appunto, ricorda i peggiori filler della quarta serie, un lavoraccio realizzato in fretta e furia per darlo in pasto al pubblico italiano, migliorato poi per le seguenti edizioni giapponesi in DVD e bluray, quindi forse anche Jidai potrà venire migliorato in futuro, almeno a livello di realizzazione tecnica, ma nel frattempo ci becchiamo questa mezza schifezzuola. Tolti di mezzo i disegni sciatti, salvati giusto dalle scene d'azione finali, realizzate un po' meglio, la speranza era che rimanesse perlomeno la gioia di una trama interessante e valida, un bellissimo passaggio di testimone che rendesse onore non solo al personaggio di Jigen ma anche a Kiyoshi Kobayashi, ma anche in questo caso chi vive sperando muore cag... malissimo.


Ciò che vi è di apprezzabile in Jidai sono in pratica solo il dialogo al bar con Zenigata, in cui l'Ispettore e Jigen si confrontano, per quanto rapidamente, sul motivo per cui il pistolero abbia deciso di passare la vita a far da spalla a Lupin invece di cercare pascoli più verdi e adatti alla sua ineguagliabile abilità, il dialogo con Fujiko, durante il quale la bella fanciulla si pone più o meno la stessa domanda e si becca, in risposta, il primo complimento sincero da parte di Jigen, il momento di badassitudine di quest'ultimo, con un pre-finale a base di pistolettate da ubriaco ed esplosioni come se piovessero, e il commovente finale durante il quale Lupin indossa la giacca verde e, davanti a un tramonto, brinda idealmente a Kiyoshi Kobayashi, salutandolo e lasciandolo "libero" di andare per la sua strada. Il resto è abbastanza fuffoso e me ne dolgo assai. 


Capisco, infatti, il gioco metacinematografico di legare a doppio filo la scelta di Kobayashi di andare in pensione e i dubbi di Jigen, pronto a fare la stessa cosa in quanto "annoiato dalla vita, dalla polizia, dai giocattoli utilizzati dai poliziotti per catturarli", tuttavia lo sviluppo di questi dubbi e di questo legame lascia il tempo che trova e si traduce in un Jigen depresso che non offre motivazioni particolarmente chiare e condivisibili salvo quelle (giuste e doverose, ma qui dobbiamo dare la colpa ai soliti sceneggiatori minchioni) di essersi fatto infinocchiare come un belinone assieme a Goemon, facendosi imprigionare e fregare la pistola, costringendo Lupin a recuperare la sua arma e quella di Goemon (ma non potevate farlo voi? Cosa siete, interdetti???). Buona parte del minutaggio della puntata, inoltre, ricorre nuovamente all'escamotage preferito dei realizzatori de L'avventura italiana, ovvero far mangiare e bere i personaggi principali come se non ci fosse un domani; in questo caso, abbiamo un Jigen ubriaco come un irlandese, almeno a parole, che dell'ubriachezza non vi è traccia nelle azioni, e un terrificante siparietto comico in cui Lupin frega al pistolero un cosciotto di bue Api dalle dimensioni spropositate per poi costringerlo a mangiare ciò che è avanzato. Ho provato imbarazzo, giuro. Posso solo pregare ogni divinità che la serie principale non sia ai livelli di questo Episodio 0 o Arthur Conan Doyle, Monkey Punch e forse persino i miei antenati si rivolteranno nella tomba. Alla settimana prossima!



venerdì 8 ottobre 2021

Bollalmanacco On Demand: Mulholland Drive (2001)

Mi devo scusare. E' più di un anno che ho abbandonato gli On Demand, lasciando richieste a macerare da tempo ormai immemorabile. Soprattutto, mi devo scusare con Bobby Han Solo perché ho deciso brutalmente di saltare la visione di Ciao Ni!. Ormai se riesco a vedere due film a settimana posso accendere un cero alla Madonna e con tutto quello che di bello c'è da recuperare, vivrei la visione di un film scritto e interpretato da Renato Zero come una privazione: puniscimi pure con la richiesta di qualche horror di serie Z, italiano, orribile, inguardabile, giuro che stavolta non mi sottrarrò! Scusami ancora! Ciò detto, oggi tocca ad Arwen Lynch e alla sua richiesta di un post su Mulholland Drive, scritto e diretto nel 2001 dal regista David Lynch. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere A caccia di un sì, chiesto dalla mitica Alessandra. ENJOY!


Trama: Betty, giovane attrice di belle speranze ospite nell'enorme casa della zia, trova come inaspettata inquilina una ragazza che, dopo un incidente, ha perso la memoria e si fa chiamare Rita. Le due decidono di indagare sul passato di Rita ma non sarà così facile...


Ho guardato per la prima volta Mulholland Drive ai tempi dell'università, quando riuscivo (ah, bei tempi!) a spararmi anche due film al giorno. La grossa quantità di pellicole viste in una settimana è però uno dei motivi per cui ricordavo ben poco di un film che avevo capito ancora meno, e l'unica cosa che si era impressa nella mia corteccia cerebrale era stata la comparsa improvvisa del terrificante clochard che porta allo svenimento il povero Patrick Fischler, cosa che, fortunatamente, mi ha impedito di saltare nuovamente sulla poltrona per lo shock. Stavolta devo ammettere che, anche grazie ai post di Edoardo, la visione di Mulholland Drive è stata molto più "facile" della precedente e sono riuscita così a godermi anche la bellezza formale di questo sogno (o incubo) messo su pellicola, innamorandomi soprattutto dell'interpretazione di una Naomi Watts semplicemente perfetta, un vero e proprio Giano bifronte capace di lasciare spiazzati. La sua Betty, attrice ingenua, pura ed innocente eppure dotata di un talento per la recitazione fuori dal comune, è l'ideale protagonista di una storia che più "hollywoodiana" non si può, un noir a base di donne splendide e prive di memoria, seguite da pericolosi criminali, che coinvolgono (e sconvolgono) persone ignare che si ritrovano a doverle aiutare affrontando esperienze al limite del surreale. Accanto a quella di Betty, c'è un'altra storia che sembra uscita dritta da una sceneggiatura hollywoodiana, magari qualche gangster movie alla Tarantino o dal sapore mafioso, ovvero quella del regista Adam, costretto da criminali senza scrupoli a scritturare un'attricetta per il suo nuovo film, pena vedersi privare di fama, ricchezza e vita. Cos'hanno in comune queste due storie lo scoprirete, ahimé, solo nella seconda parte del film, quando si paleserà il fil rouge (o fil bleu, fate voi) che percorre Mulholland Drive dall'inizio alla fine... o magari arriverete ai titoli di coda senza averci capito un'acca, cosa molto probabile.


Seguendo quanto mi ha suggerito il cervellino, l'unico modo di affrontare Mulholland Drive è partire dalla consapevolezza che sogno e realtà sono ribaltati: ciò che sembra lineare e comprensibile, oserei dire "sicuro", nonostante la particolarità delle situazioni presentate, è proprio il sogno nato dalla frustrazione e dal senso di colpa di una persona impazzita per amore e gettata via senza troppa considerazione, mentre nel momento in cui l'unità temporale si frammenta e le visioni cominciano a farla da padrone mescolandosi ai flashback, allora siamo di fronte all'impietosa realtà in cui Betty (amata dalla zia, solare, coccolata dagli sconosciuti e attrice dal talento smisurato) non esiste ma c'è solo Diane, un'attricetta spiantata dal carattere cupo e bizzoso, decisa a vendicarsi della donna che l'ha sedotta e abbandonata per un regista (che, nel sogno, ovviamente viene vessato in ogni modo possibile e immaginabile). Nel mezzo delle due realtà, un confine che sembra la Loggia Nera di Twin Peaks, dove un mefistofelico presentatore continua a ripetere "Silencio, no hay banda" (consegnando allo spettatore la chiave dell'intero film) e dove una cantante distrugge con un solo, tristissimo brano, sia il sogno che la realtà, dando modo agli elementi stridenti del primo di invadere la seconda con tutta la terrificante gioia della follia che cancella ogni cosa. Questo paragrafo prendetelo col beneficio d'inventario, ché potrebbe essere tutto un tentativo di bullarmi fingendo di averci capito qualcosa, che ne sapete?


Quello che è sicuramente innegabile, al di là di tutte le interpretazioni, delle inquietanti scatole blu più potenti della Torre di King e delle ancor più inquietanti chiavi che le aprono, è la bellezza di Mulholland Drive e sì, anche la sua capacità di intrattenere lo spettatore. Il sogno di Betty è giustamente coinvolgente, così come il mistero di Rita, e non c'è vergogna alcuna nel godersi staccando un po' il cervello le disgrazie di Adam, prendendo tutta la ridda di assurdi personaggi incontrati, il Cowboy in primis, come figure bizzarre e grottesche messe giusto per incuriosire ancor più lo spettatore; epurato da tutti gli elementi palesemente onirici, il sogno di Betty è una semplice storia ricca di suspance in cui le due protagoniste, a poco a poco, arrivano ad amarsi nonostante Betty sappia che, probabilmente, Rita nasconde qualcosa di oscuro che potrebbe ostacolare questo amore. E' un sogno godibile, forse un po' ingenuo e sciocchino, che lascia a bocca aperta per la bravura di Naomi Watts (il provino di Betty è qualcosa di splendido) e la bellezza sensualissima di Laura Harring, e che rende ancora più preziosi i momenti di vera "locura", quando tutto si confonde; le luci rosse e blu nell'ipnotica sequenza del Club Silencio, il senso di tristezza e imminente tragedia così tangibile che, anche non capendo nulla, viene da piangere assieme a Rita e Betty, l'orrore che viene vomitato in quel finale da brividi, da tapparsi le orecchie, la "condanna" definitiva della donna dai capelli blu, sono quei tocchi lynchiani che rendono Mulholland Drive un gioiello raffinatissimo e fanno venire voglia di riguardare da capo tutte le opere del regista per reimmergersi nei suoi sogni, nei suoi incubi e nei suoi deliri. Basta solo buttarsi senza paura!


Del regista e sceneggiatore David Lynch ho già parlato QUI. Naomi Watts (Betty/ Diane Selwyn), Laura Harring (Rita/Camilla Rhodes), Robert Forster (Detective McKnight), Brent Briscoe (Detective Domgaard), Patrick Fischler (Dan), Dan Hedaya (Vincenzo Castigliane), Justin Theroux (Adam) e Melissa George (Camilla Rhodes) li trovate invece ai rispettivi link. 


Tra le guest star del film segnalo Michael Anderson, che interpreta Mr. Roque e che era il nano di Twin Peaks, il compositore Angelo Badalamenti, che interpreta Luigi Castigliane, Billy Ray Cyrus (Gene), la cantante Rebekah del Rio nei panni di se stessa e nientepopodimeno che Laura Palmer e Ronette Pulaski in mezzo al pubblico del Club Silencio. A proposito di Twin Peaks, a quanto pare Lynch aveva già pensato a Mulholland Drive nei primi anni '90 come spin-off della serie e le vicende di Betty sarebbero dovute capitare ad Audrey Horne, personaggio principale dello spin-off in questione; lo spin-off è poi diventato il pilot per un'altra serie (intitolato Mulholland Dr.), rigettata dalla ABC perché incomprensibile e noiosa, e infine il film che conosciamo tutti. Se Mulholland Drive vi fosse piaciuto recuperate le tre stagioni di Twin Peaks, Inland Empire e Strade perdute. ENJOY!

martedì 5 ottobre 2021

Bingo Hell (2021)

Su Amazon Prime Video sono approdati i primi due film della nuova "quadrilogia" Welcome to the Blumhouse, che già l'anno scorso ci aveva regalato qualche gioia e molta tristezza. Cominciamo con Bingo Hell, diretto e co-sceneggiato dalla regista Gigi Saul Guerrero.


Trama: in un quartiere degradato e quasi in stato di abbandono viene aperta una nuova sala bingo dove si fanno vincite enormi. La combattiva Lupita, con un gruppetto di anziani suoi coetanei, indaga, scoprendo un male terribile dietro il miraggio dei soldi facili...


Come ho scritto sopra, l'operazione Welcome to the Blumhouse, iniziata l'anno scorso sotto i migliori auspici, si era rivelata una sòla coi fiocchi, salvata solo dallo splendido Nocturne, film che tutti voi dovreste guardare se dotati di un abbonamento Prime Video. E' ovvio che, dopo la delusione cocente subita, abbia deciso di affrontare la seconda tornata di film originali Blumhouse con tutta la diffidenza del caso, e forse è questo il motivo per cui non mi sento di condannare in toto Bingo Hell all'ignominia perpetua, nonostante i suoi tremila difetti. Ma andiamo con ordine. Bingo Hell è il riaggiornamento cafone e moderno di un faustiano patto col Diavolo, in cui quest'ultimo offre soldi a profusione a una cittadinanza composta da disperati bloccati in un quartiere che sta lentamente morendo; guardando a modelli meno "nobili", Bingo Hell ricorda parecchio una delle mie opere kinghiane preferite, Cose Preziose, soprattutto per il modo in cui il Diavolo (o chi per lui) riesce ad entrare subdolamente nel cuore delle persone, carpirne i desideri e distruggere la loro anima dopo averli solo apparentemente esauditi. A Castle Rock il demonio arrivava nei panni del proprietario di un negozio di antiquariato, in Bingo Hell, come da titolo, apre una sala bingo che dispensa premi in denaro stratosferici, ma il risultato è il medesimo: una volta incassata la vincita, i "fortunati" si ritrovano a goderne per ben poco tempo e ad essere legati per sempre al bieco gestore della sala. Unica immune al fascino del denaro è Lupita, un'anziana di origine ispanoamericane che della difesa del quartiere ha fatto la sua ragione di vita, forte di un passato di "eroina" capace di prendere a calci delinquenti e spacciatori assortiti, pronti a rendere Oak Springs il centro del degrado urbano. 

Bingo Hell, a livello di trama, patisce di sicuro una caratterizzazione dei personaggi tra il superficiale e l'idiota, dove l'unica leggermente approfondita è la protagonista Lupita, che però risulta semplicemente una pazza dall'accento spagnolo che si sbatte per tenere in piedi un quartiere ormai decaduto quando potrebbe prendere i suoi cinque/sei amici più stretti, incassare i soldi derivati dalla vendita di case ormai da abbattere, e andare a trascorrere una serena vecchiaia al caldo e con un cocktail in mano, tanto ad Oak Springs non ci sono più i drogati, al massimo Starbucks ad accogliere gli hipster. I suoi già nominati amici sono appena abbozzati, si accenna giusto vagamente ai loro problemi così da giustificare la cecità davanti ai soldoni promessi da Mr. Big, e anche un paio di discorsoni "pesi" su droga, passato che ritorna e necessità di rifarsi una vita lasciano un po' il tempo che trovano, inghiottiti dalle uniche due cose che salvano Bingo Hell, ovvero il sembiante di Richard Brake e il gusto per il gore della Muñeca Del Terror Gigi Saul Guerrero, già apprezzato ai tempi del dimenticabile ABCs of Death 2.5. Richard Brake è ormai un mostro vero, mi basta vederlo comparire sullo schermo per farmela sotto davanti al suo sorriso malvagio e,  nonostante manchi dell'eleganza di un Max Von Sydow, non si può negare che come attore svetti sopra a tutti gli altri interpreti, incarnando una malvagità empia e anche un po' sudicia. Inoltre, rispetto agli altri Welcome to the Blumhouse, Bingo Hell ignora il PG-13 in favore di un paio di morti orribili e simpatiche piogge di sangue, il tutto condito da una regia vivace, colorata (spesso allucinata) e accompagnata da una colonna sonora assai gradevole. Il fatto che sia un film dalla breve durata non guasta, ovviamente, a quanto pare la Guerrero ha capito che un bel gioco dura poco e ha fatto sì che il suo bingo infernale non venisse a noia con ulteriori lungaggini. Non è il capolavoro horror dell'anno, lo avrete capito, e a Nocturne può solo baciare i piedi, ma per una serata disimpegnata ci sta e potreste anche divertirvi a patto che lo guardiate in lingua originale, ché il doppiaggio è davvero fastidioso.


Di Richard Brake, che interpreta Mr. Big, ho già parlato QUI.

Gigi Saul Guerrero è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, nonché una delle hipster che compaiono nel film. Messicana, ha diretto film come ABCs of Death 2.5 (il corto M is for Matador) ed episodi di serie quali Into the Dark e The Purge. Anche produttrice ha 31 anni. 


Adriana Barraza
interpreta Lupita. Messicana, ha partecipato a film come Babel, Drag me to Hell, Thor e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e The Strain. Anche regista, ha 65 anni e due film in uscita. 


L. Scott Caldwell
, che interpreta Dolores, era la Rose di Lost. Se Bingo Hell vi fosse piaciuto recuperate Cose preziose. ENJOY!

venerdì 1 ottobre 2021

Escape Room 2 - Gioco mortale (2021)

La settimana scorsa è uscito al cinema, un po' in sordina dopo essere già stato rimandato mesi fa, Escape Room 2 - Gioco mortale (Escape Room: Tournament of Champions), diretto dal regista Adam Robitel.


Trama: sopravvissuti a una delle escape room della Minos, Zoey e Ben decidono di denunciare la terribile organizzazione ma vengono nuovamente imprigionati e coinvolti in un "torneo dei campioni"...


Escape Room
, uscito un paio di anni fa e non recuperato per l'occasione causa mancanza di tempo (ma voi potete sempre fare quello che non riesce a me, lo trovate a noleggio su un mucchio di piattaforme legali), era un filmetto divertente di cui non rammento granché salvo la bellezza delle scenografie, concertate alla perfezione come eleganti e complessi rompicapo. Per mia fortuna, ricordavo qualcosa anche del finale ma siccome Adam Robitel non è uno sprovveduto né un maledetto, ecco che Escape Room 2 - Gioco Mortale comincia con un agevole e rapido riassunto della puntata precedente che viene in soccorso anche di chi ormai comincia a perdere i colpi come me; necessariamente, mi tocca fare un piccolo spoiler del primo Escape Room, conclusosi con la salvezza di due dei protagonisti, che ritroviamo in questo secondo capitolo in procinto di dare battaglia alla Minos, la bieca organizzazione pronta a dare in pasto a ignoti spettatori danarosi la morte di povere persone ignare. Escape Room 2 - Gioco mortale gioca a carte scoperte, quindi, ché il primo film era imperniato proprio sul non sapere perché mai la gente finiva intrappolata in escape room mortali, e snoda la sua trama sul desiderio della Minos di farla pagare agli inopportuni sopravvissuti e sulla ferma volontà di questi ultimi di fare di nuovo fessa la multinazionale del male assieme a un altro paio di ex concorrenti recuperati alla bisogna. Poiché impegnati in un vero e proprio tournament of champions, come da titolo originale, i personaggi stavolta sanno benissimo cosa rischiano e, di regola, dovrebbero non essere del tutto interdetti, cosa che differenzia un po' il secondo capitolo dal primo; se in Escape Room si giocava molto, come detto all'inizio, sulle scenografie e gli indizi con cui poteva "interagire" anche lo spettatore, qui è tutto molto più rapido ed incalzante e più degli occhi bisogna usare le orecchie, per poter seguire i ragionamenti arzigogolati dei protagonisti. 


Ciò detto, Escape Room 2 non manca di azione e tutte le quattro/cinque stanze in cui vengono a trovarsi i protagonisti sono un compendio di trappole mortali a tempo, cosa che, ovviamente, non solo intrattiene ma mette anche un po' d'ansia. Acclarata la natura "definitiva" delle punizioni in caso di mancata comprensione degli enigmi, gli sceneggiatori e il regista hanno spinto il pedale della spettacolarità sia degli ambienti (le stanze spesso danno l'illusione di non avere confini e simulano spazi aperti, cosa che a un certo punto già accadeva nel primo film, ma qui la cosa viene riproposta più volte) che dei trabocchetti, rinunciando a un po' di raffinatezza a livello di messa in scena per accogliere più violenza e azione, sempre rispettando la maledetta regola del PG-13 per cui ogni morte vagamente spettacolare o sanguinosa deve venire ripresa da molto distante, appena suggerita oppure fatta accadere fuori dall'inquadratura. In un paio di casi ciò è frustrante, soprattutto poco prima del finale, quando viene tirata in ballo persino della pioggia acida, ma purtroppo il target di Escape Room è quello dei ragazzini e vorremmo mica sconvolgerli con un remake di Street Trash? Ci mancherebbe. E ci mancherebbe anche che vengano impiegati attori sopra la media; i due protagonisti sono simpatici ma sempre poco incisivi, almeno per quanto mi riguarda, e l'unico personaggio appena degno di nota è quello interpretato da Holland Roden, l'unica attrice a spiccare nella versione "per le sale" del film... sì perché in home video la storia è ben diversa, ma per scoprire in che modo vi rimando alle note finali. Dico solo che stavolta la versione alternativa è decisamente migliore di quella "ufficiale", che sbatte in faccia allo spettatore un plot twist talmente cretino che, al confronto, Old di Shyamalan è un capolavoro. Peccato, perché a mio avviso un film come Escape Room 2 meriterebbe un bello schermo grande per poter essere goduto al meglio, ma così si penalizzano le sale. 


Del regista Adam Robitel ho già parlato QUI. Logan Miller (Ben Miller) e Deborah Ann Woll (Amanda Harper) li trovate invece ai rispettivi link. 

Taylor Russell interpreta Zoey Davis. Canadese, ha partecipato a film come Prima di domani e Escape Room. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 27 anni.


Holland Roden
, che interpreta Rachel Ellis, era la Zoe di Channel Zero: Butcher's Block. Di Escape Room 2 - Gioco mortale, esiste una versione alternativa per il mercato home video USA, con un'introduzione e, soprattutto, un finale completamente diversi: il personaggio di Amanda non compare ma viene rivelata l'identità del Game Master e raccontata parte del suo passato e di quello della figlia Claire, interpretata nientemeno che da Isabelle Fuhrman. Il mio consiglio è quello di procurarsela, visto il finale apertissimo che regala agli spettatori, nell'attesa che esca un probabile terzo capitolo della saga. ENJOY!

martedì 28 settembre 2021

Dune (2021)

Di ritorno dalla vacanza settembrina, sono corsa a vedere Dune, diretto e co-sceneggiato dal regista Denis Villeneuve a partire dal romanzo omonimo di Frank Herbert


Trama: in un lontano futuro, il pianeta Arrakis è teatro di guerre all'ultimo sangue per il controllo della Spezia, indispensabile elemento per navigare nello spazio. A farne le spese, i membri della casata Atreides, inviati dall'imperatore proprio su Arrakis...


Io sono estasiata. Felice, assolutamente e per una volta, della mia ignoranza crassissima. Credo infatti di essere parte delle pochissime centinaia di persone in tutto il mondo che sono andate a vedere Dune senza sapere nulla non solo di tutto l'universo creato da Frank Herbert, ma anche delle altre due fallimentari (a quanto pare) versioni cinematografiche e televisive che sono state tratte dal primo libro della saga; di conseguenza, penso di essere stata anche una dei pochi spettatori che si sono goduti un racconto completamente nuovo, magico e misterioso, fatto di personaggi complessi e colpi di scena a non finire, a prescindere dall'effettiva bellezza della regia di Villeneuve. Come ho detto al Bolluomo a fine visione, durata due ore e mezza volate in un soffio, "Dune agli ultimi Star Wars, ma anche a quelli vecchi, con tutto il rispetto, spiccia casa". Quella di Dune è una fantascienza adulta, che non vive per il product placement, ma porta sullo schermo personaggi a tutto tondo invischiati in una trama complessa sviscerata a poco a poco, senza spiegazioni al limite del didattico, ma lasciando molto spazio all'intelligenza dello spettatore; non ci sono solo il bianco e il nero, il bene e il male in Dune (tranne forse per la casata Harkonnen, i cui membri sono gli unici connotati come mostri veri), ma moltissime sfumature di grigio, che rendono i protagonisti tridimensionali ed imprevedibili, ricchi di segreti, anche poco piacevoli, da scoprire senza fretta. I fan rideranno a leggere queste parole ma ho particolarmente apprezzato, senza fare troppi spoiler per chi è ignorante come me, le azioni "disonorevoli" (ahimé, anche inutili) compiute da un personaggio che dell'onore aveva fatto la sua bandiera fino a un secondo prima, la vena di profonda e dura oscurità che permea l'animo di chi dovrebbe tradizionalmente essere donna e madre, e in generale tutto il percorso di presa di consapevolezza del protagonista, Paul, legato alla spezia e a qualcosa di assai più grande e pericoloso prima ancora di cominciare il suo cammino di uomo. Le visioni di Paul, oniriche e spesso terrificanti, spingono a volerne sapere di più non solo su ciò che sarà del suo futuro, ma anche su quei Fremen che qui vengono più nominati che visti, incarnati da occhi azzurri che rendono Zendaya ancora più bella di quanto non sia normalmente e da un deserto caldo ed accogliente che contrasta con l'inferno mortale sperimentato nella realtà dai vari personaggi, popolato da creature mostruose ma forse più clementi del sole.


Buona parte di questo incredibile trasporto che ho avuto verso quasi tutti i personaggi è sicuramente da ricercare nella bravura degli attori e del regista che li ha diretti. Fa un po' ridere che Villeneuve si sia unito al gruppo di registi anti-Marvel quando metà del cast di Dune viene dalle ormai sempre più folte scuderie Disney/DC, eppure come si vede la differenza quando anche un "cojone" come Jason Momoa si ritaglia momenti talmente epici da spezzare il cuore (ma non toglietegli mai più la barba, vi prego, che pare Cicciobello!) e Oscar Isaac, dimenticabilissimo nei panni di Dameron Poe, sembra uscito dritto da una tragedia di Shakespeare. Certo, a colpire più di tutti sono due che con la Marvel poco c'entrano, ci mancherebbe. Timothée Chalamet è il perfetto connubio di bellezza "maledetta" e fragilità di ragazzino, due caratteristiche che, a mio avviso, al personaggio di Paul Atreides calzano alla perfezione, ma perdonatemi se darei ogni premio da qui all'eternità ad un attrice che aveva già dimostrato di sapere il fatto suo in Doctor Sleep, quando ha incarnato quell'indimenticabile Rose Cilindro; Rebecca Ferguson è IL motivo per cui chiunque dovrebbe correre a vedere Dune, con quegli occhi profondissimi e nervosi, l'apparenza fragile di chi è abituata a stare sempre un passo indietro che lascia spazio, nel giro di un secondo, alla durezza quasi fanatica di chi rimane sì indietro, ma per tirare i fili nell'ombra e mettertelo nello stoppino. Ripeto, non ho mai letto i libri di Herbert quindi magari questa versione di Lady Atreides è farina del sacco di Villeneuve, ma trovare un personaggio femminile così particolare in un'opera degli anni '60 per me ha del miracoloso e non vedo l'ora di capire come si svilupperà il rapporto tra lei e il figlio, visto il finale sospeso e quello sguardo da suocera del Sud rivolto a Chani.


Ciò detto, diamo a Villeneuve quello che è di Villeneuve. Dune è una meraviglia da vedere e ogni fotogramma è pura emozione. La grandiosità delle astronavi davanti alle quali gli uomini sembrano degli infinitesimali granelli di sabbia, l'ingannevole e placida bellezza di un deserto il cui calore pare trasudare dallo schermo, smosso dai mostruosi (e bellissimi) vermi della sabbia pronti a trasformare le dune in onde di un oceano sconfinato, perfetto contraltare del mare reale che circonda le terre della Casata Atreides, la fotografia che cambia con il cambiare dei pianeti, dal grigio-bluastro di quello da dove proviene Paul, ai colori caldi di Arrakis, alla cupezza "nazista" del pianeta degli Harkonnen, le scene d'azione e di corpo a corpo che rimangono fluide, chiare e talvolta angoscianti anche col PG-13, la brillantezza della spezia, tutto concorre a fare di Dune un sogno ad occhi aperti, o un incubo, a seconda dei momenti. Se, infatti,  davanti al pupazzo gnappo dell'imperatore Palpatine al massimo mi veniva da fare un sorrisetto scazzato, tutte le sequenze imperniate sulla casata Harkonnen e i mostri che la popolano mi hanno messo la stessa ansia di un horror e quel maledetto Barone probabilmente popolerà i miei incubi per mesi. E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore. Non so se riuscirò ad aspettare anni per avere il seguito di Dune e non so neppure se, nel frattempo, resisterò alla tentazione di sapere (magari guardando il Dune di Lynch o meglio ancora leggendo i libri) quale sarà il destino di Paul, ma se l'attesa verrà ripagata con un film bello come questo, ne sarà valsa la pena. 


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Paul Atreides), Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides), Oscar Isaac (Duca Leto Atreides), Jason Momoa (Duncan Idaho), Stellan Skarsgård (Barone Vladimir Harkonnen), Stephen McKinley Henderson (Thufir Hawat), Josh Brolin (Gurney Halleck), Javier Bardem (Stilgar), Chen Chang (Dr. Wellington Yueh), Dave Bautista (Rabban Harkonnen), David Dastmalchian (Piter De Vries) e Charlotte Rampling (Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam) li trovate invece ai rispettivi link.

Zendaya (vero nome Zendaya Maree Stoermer Coleman) interpreta Chani. Americana, la ricordo per film come Spider-Man: Homecoming e Spider-Man: Far From Home. Anche produttrice, cantante e sceneggiatrice, ha 25 anni e un film in uscita, Spider-Man: No Way Home.


Nel caso Dune andasse bene al botteghino dovrebbe uscire nei prossimi anni un seguito, sempre diretto da Villeneuve; nell'attesa, se volete sapere (come me!) come va a finire la storia, potete sempre recuperare il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, anche se nel secondo caso non so onestamente quanto vi convenga! ENJOY!

 

venerdì 24 settembre 2021

L'uomo nel buio - Man in the Dark (2021)

Ci ho messo qualche mese a recuperare L'uomo nel buio - Man in the Dark (Don't Breathe 2), diretto dal regista Rodo Sayagues, e onestamente un film simile poteva aspettare ancora un po'...


Trama: la vita di un uomo cieco e della figlia prosegue senza intoppi finché un gruppo di malviventi non penetra nella loro casa...


Avevamo lasciato l'uomo cieco interpretato da Stephen Lang su una barella, pronto per essere portato in ospedale dopo un'epica lotta contro i tre ragazzi che avevano tentato di derubarlo senza sapere di stare infilandosi nella tana di un mostro. Lo ritroviamo, anni dopo, più arzillo di prima e alle prese con una figlia di undici anni che tiene praticamente segregata in casa, tra homeschooling e lezioni di sopravvivenza nei boschi, consentendole solo di tanto in tanto un giretto in una Detroit popolata da reduci di guerra, drogati, trafficanti di organi e delinquenti della peggior specie. Tutto scorre "sereno" finché, come già nel primo film, qualcuno non decide di penetrare all'interno della casa del reduce cieco per portargli via qualcosa di molto importante, scatenandone la furia. Nel primo Man in the Dark il meccanismo straniante e il conseguente shock che ne derivava nasceva dal fatto che gli invasori erano sì dei ladri, ma per due terzi erano anche dei ragazzini disperati costretti a dover affrontare un mostro rapitore, assassino e stupratore, cosa che ovviamente ribaltava il punto di vista della "vittima" cieca e anziana costringendo lo spettatore (giustamente) ad empatizzare con i suoi rapinatori. Man in the Dark 2, purtroppo, non potendo più contare sull'effetto "sorpresa" e dovendo capitalizzare sull'innegabile carisma di un villain come l'uomo cieco, getta in pasto allo spettatore una scorrettissima storia di redenzione dove il rapitore, assassino e stupratore di cui sopra viene messo contro a gente ancora peggio di lui, pronta a sputare sulla maggior parte dei valori umani e a prendersela con i cosiddetti "intoccabili", ed elevato per questo a difensore di pargoli e San Francesco della situazione.


Una cosa simile può funzionare per chi non ha mai visto Man in the Dark, perché la rivelazione sulla natura abietta del protagonista viene liquidata con poche, lacrimevoli parole sul finale e, in tempi di cinema mordi e fuggi con un occhio allo schermo e uno al telefonino, il rischio di non capire la portata delle dichiarazioni dell'uomo cieco c'è; d'altra parte, anche chi ha visto Man in the Dark si ritrova a non temere mai per la ragazzina tutelata dal protagonista, il che rende il film un percorso di redenzione che comincia già in maniera sbagliata e si conclude nel più banale dei modi, con una punizione (subito smentita dalla scena post-credit) accompagnata dal perdono di chi ha rischiato di vedersi rovinare la vita per le fisime non già di un antieroe, ma di un vero e proprio psicopatico. Poi, se vogliamo apprezzare come sempre il phisique du rol di Stephen Lang e i modi estrosi con cui il suo personaggio riesce a superare l'handicap fisico che lo caratterizza oppure le morti violente di gente che non meriterebbe altro nella vita, ci piace vincere facile e chi sono io per giudicare chi guarda i film col cervello spento visto che spesso lo faccio a mia volta. Per quanto mi riguarda, in questo periodo non sono particolarmente dell'umore per tollerare qualcosa di simile: o mi realizzi un film stupido al 100%, fatto di puro divertimento gore tra l'assurdo e il surreale ma comunque coerente, o dell'idea di stravolgere completamente la percezione di un pazzo omicida facendo leva su uno scorrettissimo senso di pietà che i due sceneggiatori si sforzano di inculcare allo spettatore ne faccio anche a meno, grazie. 


Di Stephen Lang, che interpreta l'uomo cieco, ho già parlato QUI.

Rodo Sayagues è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Uruguayano, è anche produttore e attore. 


Fiona O'Shaughnessy
, che interpreta la madre, era la Nina di Nina Forever. Se L'uomo nel buio - Man in the Dark vi fosse piaciuto recuperate Man in the Dark, disponibile su Netflix. ENJOY! 


martedì 21 settembre 2021

Teddy (2020)

La Summer of Chills di Shudder ormai è finita da un pezzo, io però sto ancora recuperando i film della rassegna, tra i quali c'è anche Teddy, diretto e sceneggiato nel 2020 dai registi Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma.


Trama: dopo essere stato morso nel bosco, il giovane Teddy comincia a subire un'inquietante trasformazione...


Nel giro di una settimana o poco più mi sono sparata tre horror francesi senza soluzione di continuità e, per quanto i nostri cuginastri continuino a starmi poco simpatici, c'è da dire che i loro film di genere sono sempre ben lontani dall'esser banali. E' il caso di questo Teddy, uno schiaffo fortissimo in faccia a pellicole come l'adorato e adorabile Voglia di vincere ma anche qualcosa che si distacca parecchio da grandi classici del genere "licantropia" come L'ululato o Un lupo mannaro americano a Londra e che segue una strada tutta sua a partire dalla scelta di utilizzare attori ben distanti dai canoni di bellezza che avremmo ritrovato invece in un coming of age americano. Il film racconta la storia di Teddy, un ragazzo normalissimo, forse più "scemo" di molti altri, se mi passate il termine, che non ha mai finito la scuola (ha abbandonato alle medie), non ha genitori (vive con una zia ridotta quasi in stato vegetativo e uno zio fuori di testa) e viene generalmente considerato lo "strano" del paese, persino mezzo satanista a causa dei suoi gusti musicali; in realtà, Teddy è una persona incredibilmente buona, dai saldi principi, follemente innamorato della coetanea Rebecca, al punto da sognare una vita con lei, una casa, una famiglia come quella che lui non ha mai avuto. La vita un po' trasandata ma comunque felice di Teddy cambia nel momento in cui viene morso da una bestia, probabilmente un lupo, evento che lo sottopone a cambiamenti fisici e psicologici acuiti da una situazione esterna che sta già cominciando a precipitare a causa dell'imminente fine della scuola e di un futuro che rischia di apre le porte solo a Rebecca, lasciandolo indietro e da solo. 


Come già Lo sciame, altro horror francese visto di recente, Teddy gioca con i cliché dell'horror ma cerca di evitare di renderli il fulcro di una pellicola che preferisce raccontare altro, senza lesinare momenti abbastanza schifosi (tutti legati all'abbondante crescita pilifera di Teddy, che poverino si ritrova peli in posti che non augurerei a nessuno, con conseguenti tentativi di rimozione che mi hanno portata distogliere lo sguardo reprimendo brividi di puro disgusto) e anche un finale risolutivo assai gore, realizzato in maniera perfetta nonostante le evidenti carenze di budget, che in questo caso hanno aguzzato l'ingegno dei gemelli Boukherma; per la maggior parte della sua durata, Teddy è una commedia, soprattutto nel primo atto, che tuttavia a poco a poco si tinge di malinconia, con la maledizione del protagonista che non fa altro che sottolineare la sua natura di "diverso", alimentando la diffidenza che gli altri abitanti del paese provavano nei suoi confronti già da prima. E' triste vedere Teddy affrontare il suo problema in totale solitudine, privo di amici con i quali confidarsi al di fuori dello zio che, tuttavia, ricerca solo soluzioni "mistiche", terrorizzato com'è da ciò che percepisce (giustamente o meno) come maligno, ed è triste vedere come, nonostante questo terrore, sia comunque lo zio l'unico in grado di guardare negli occhi la profonda sofferenza di Teddy e di liberarlo nel modo più altruistico, pietoso e terribile possibile. L'atmosfera tutta particolare di Teddy si appoggia anche a una fotografia dalle palette coloratissime e a degli attori che, come detto sopra, non sono bellissimi (anzi, spesso l'esatto contrario) eppure sono, oltre che bravi, perfetti per l'immagine bucolica e anche un po' "squallida" di un piccolo paesino delle campagne francesi, dove è fin troppo facile gridare "al lupo" e scagliarsi contro la bestia senza nemmeno provare a capirla, persi nella rassicurante certezza di una ridicola banalità spacciata per gran traguardo sociale. Provate a guardare Teddy e fatemi sapere se anche voi avete apprezzato la particolare atmosfera di questa strana pellicola! 

Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma sono i registi e sceneggiatori della pellicola, al loro secondo lungometraggio, sono fratelli gemelli e hanno 29 anni. Francesi, anche produttori, Zoran ha lavorato anche come attore. 





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