mercoledì 10 maggio 2023

Inseparabili (1988)

Con l'uscita di Dead Ringers - Inseparabili, che vista la mia velocità finirò nel 2030, ho deciso di riguardare dopo anni il film Inseparabili (Dead Ringers), diretto e co-sceneggiato nel 1988 dal regista David Cronenberg a partire dal romanzo omonimo di Bari Wood e Jack Geasland.


Trama: i gemelli Elliot e Beverly Mantle, ginecologi di fama nazionale, condividono fin da bambini ogni esperienza, questo finché la bella attrice Claire non si insinua nel loro rapporto, logorandolo lentamente...


Inseparabili
è uno di quei film destinati, almeno con me, ad essere vittime di infausti eventi. Devo averlo visto per la prima e unica volta quando ero appena maggiorenne, rinunciando a finirlo per sopraggiunta noia non tanto causata da Cronenberg (cioè, anche, mi spiace David) quanto piuttosto perché la registrazione televisiva aveva un audio pessimo in virtù di quel vecchio trucco dell'LP/SP, che se mi legge gente di 20 anni non sa neppure di cosa sto parlando. Dopodiché, mi sono ben guardata dal recuperarlo finché, non ricordo neppure quando e dove fossi (ma, probabilmente, durante il viaggio a Parigi del 2014, perché in seguito non ho mai più messo piede in paesi francofoni), ho acquistato la doppia edizione speciale in DVD di Faux Semblants, ovvero Inseparabili nella lingua barbara dei senzabidet; detto DVD è rimasto fasciato e intonso fino a poche settimane fa, quando, con l'uscita della serie Amazon, ho deciso che era venuto il momento di vedere il film, in lingua originale MA con sottotitoli in francese. Conosco entrambe le lingue ma è stata una sfacchinata stancante, ecco perché parlavo di infausti eventi, e probabilmente ciò non mi ha fatto apprezzare Inseparabili come avrei dovuto perché, in pochi minuti, sono ripiombata nella sensazione di straniamento provata durante la prima visione, in quella fastidiosa difficoltà nel tenere a mente chi sia Elliot e chi sia Beverly, due personaggi che mi suscitano da sempre un'estrema irritazione. Certo, le sensazioni che ho provato sono senza dubbio state studiate a tavolino da Cronenberg ed Irons, e in questo Inseparabili è un film perfetto. Così come i gemelli Mantle studiano freddamente il corpo femminile, finendo per rimanere affascinati dalle sue mutazioni, così Cronenberg analizza la mente di due persone nate per essere una, due aberrazioni geniali nel loro campo, eppure incapaci non solo di rapportarsi decentemente con gli altri, ma anche di sopportare un graduale cammino verso uno sviluppo individuale; le personalità di Elliot e Beverly (il primo più sfacciato e affabulatore, il secondo timido ed insicuro) si completano e sono indispensabili l'una all'altra, tanto che la distanza, per quanto anche solo temporanea e non necessariamente legata ad eventi dolorosi, li distrugge senza possibilità di recupero.


Quando nella simbiosi tra Elliot e Beverly si insinua Claire (attrice sgamata che non solo è in grado di distinguere l'uno dall'altro, ma riesce a non lasciarsi impressionare dall'aura di grandeur e mistero che circonda i due gemelli, rimanendo sempre coi piedi ben piantati in terra in quanto donna indipendente), come un agente nocivo all'interno di un organismo perfettamente funzionante, la psiche dei due ginecologi comincia a sgretolarsi progressivamente, a mano a mano che il loro "cordone ombelicale" viene reciso. Beverly, nonostante ami, ricambiato, l'attrice, si fa trascinare da lei nel tunnel della tossicodipendenza e trasferisce sulla donna il suo terrore di rimanere solo ed incompleto, un mix micidiale che sfocia in allucinazioni legate a donne "mutanti", da curare con strumenti chirurgici da incubo; Elliot cerca di "salvare" il fratello nell'unico modo (distorto) che conosce, decidendo di percorrere il suo stesso cammino di autodistruzione così da tornare ad essere identico al gemello e ricucire la ferita causata da Claire. Ovviamente, il destino di due persone come i gemelli Mantle non può essere che infausto, perché nessuno dei due riesce a vedere oltre il claustrofobico mondo che li vede come unici abitanti, egoisti ed egocentrici possessori di una scienza che ritengono possa plasmare la natura secondo i loro desideri. Cronenberg da vita a questa chiusura mentale con immagini emblematiche che, oltre ad includere gli strumenti di tortura chirurgica creati da Beverly, tipicamente "cronenberghiani" ed adatti solo alle idee distorte ed allucinate del dottore, ci mostrano i gemelli all'interno di sale parto simili a showroom, dove i due operano vestiti di un indimenticabile rosso cardinalizio (nemmeno fossero i profeti indiscutibili della "loro" nuova carne, senza alcun rispetto per qualcosa di squisitamente femminile come il parto), oppure rinchiusi dentro ambienti claustrofobici come camere d'albergo poco illuminate, stanze piene di rifiuti, salotti tanto raffinati quanto impersonali, dove la sola presenza dei Mantle basta a risucchiare tutta l'aria presente nel luogo. 


Quest'ultima sensazione è strettamente legata all'innegabile carisma di un Jeremy Irons che, vai a sapere perché, quell'anno non è stato neppure candidato agli Oscar, men che meno ai Golden Globe. L'attore ha dato vita ad una performance che immagino abbia richiesto uno sforzo mentale non indifferente, anche solo per capire chi stesse interpretando in ogni scena, e che ha portato sullo schermo due personaggi interessanti ed affascinanti nonostante la loro natura respingente. Elliot, pur col suo savoir faire da vecchio continente e i modi di fare arroganti da tombeur des femmes consumato, ha quella vena di freddezza e schifo verso il mondo intero che lo rende inquietante come un robot che si finge umano, e non ispira pietà neppure quando rivela una fragilità inaspettata; con Beverly, il "baby brother" dal nome femminile, è altrettanto impossibile empatizzare perché totalmente privo di spina dorsale e anche troppo pronto a farsi trascinare dalle personalità forti di Elliot e Claire, e sul finale la sua follia accompagnata da quel tristissimo "Ellie" ripetuto a mo' di cantilena mette i brividi. L'indagine di Cronenberg nei recessi più nascosti dell'animo umano, pur senza mettere totalmente da parte gli stravolgimenti della carne, era dunque già iniziata nel 1988, forse per questo Inseparabili non mi era piaciuto tanto quanto i suoi film più viscerali e sicuramente più immediati, almeno a livello superficiale, per una ragazza di 17 anni. Adesso, invece, riesco a capire qualcosa in più e ad apprezzare Inseparabili per la sua lucidità e spietatezza, tanto da arrivare al punto di consigliarvelo caldamente se non lo avete mai visto (magari prima o dopo la visione della serie Amazon), eppure lo stesso non riesco ad inserirlo in un'ideale top 5 dei film di Cronenberg. My bad.


Del regista e co-sceneggiatore David Cronenberg che, non accreditato, compare anche nei panni di ostetrico, ho già parlato QUI. Jeremy Irons, che interpreta sia Beverly che Elliot, lo trovate invece QUA.


Jill Hennessy
, famosa per essere la protagonista di serie come Crossing Jordan e Law and Order, ha esordito proprio in questo film assieme alla sorella gemella Jacqueline. Heidi von Palleske, che interpreta Cary, ha partecipato al Rabid delle sorelle Soska nei panni del Dr. Elliot mentre Stephen Lack, che interpreta Anders Wolleck, era il protagonista di Scanners. William Hurt sarebbe stata la prima scelta di Cronenberg, ma ha dovuto rinunciare perché impegnato su un altro set, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo dei gemelli Mantle perché non si sentiva di interpretare un ginecologo; per quanto riguarda Claire, tra le attrici prese in considerazione c'era anche Margot Kidder. Il film avrebbe dovuto intitolarsi Twins ma è diventato Dead Ringers dopo che Ivan Reitman ha chiesto a Cronenberg di poterlo utilizzare per I gemelli, con Schwarzenegger e De Vito. Su Amazon Prime Video è uscita da pochissimo la serie Dead Ringers - Inseparabili, che riprende le vicende del film e del romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland ma con due sorelle come protagoniste; se Inseparabili vi fosse piaciuto, guardatela e aggiungete Chi è l'altro? e Seconds Apart. ENJOY!


martedì 9 maggio 2023

Bolla Loves Bruno: Billy Bathgate - A scuola di gangster (1991)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con Billy Bathgate - A scuola di gangster (Billy Bathgate) diretto nel 1991 dal regista Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di  E. L. Doctorow.


Trama: affascinato dalla figura del gangster Dutch Schultz, il giovane Billy riesce ad entrare nelle sue grazie ma scopre che la malavita non è un gioco...


Sono passati quattro mesi dall'ultimo post dedicato a Bruce Willis e questo soltanto a causa della mia pignoleria. Invece di guardare e recensire il più disponibile L'ultimo boy scout mi sono incaponita col film che l'ha preceduto, Billy Bathgate, talmente introvabile tra i vari servizi streaming legali e non che, alla fine, ho dovuto acquistare il DVD usato su EBay per non rimanere bloccata per sempre. Scema io, tra l'altro, visto che lo screentime di Bruce Willis sarà di un quarto d'ora scarso, giusto il tempo di profondersi in uno dei ruoli che più gli si confanno, quello del viveur consumafemmine dal sorriso assassino (Tom Hanks, mi spiace, non sarai d'accordo ma è così), e di pastrugnare un po' con una Nicole Kidman disponibilissima a mostrarsi completamente ignuda. Tolto Bruno dall'equazione, rimane di Billy Bathgate una storia di gangster, come da titolo italiano, e un racconto di formazione che ha come protagonista il giovane Billy, ragazzotto irlandese che, per diventare qualcuno, si fa notare dal gangster ebreo Dutch Schultz, inconsapevolmente arrivato alla fine del suo lungo momento di gloria. Come nei migliori film a tema, la pellicola si concentra sull'ascesa e caduta di un ragazzo affascinato dal mondo della malavita, dipinto all'inizio come fonte di soldi e divertimento ma presto sporcato da sangue, violenza e soprusi, e aggiunge anche la femme fatale Drew Preston per dare un po' di pepe. Quest'ultima nasce come "pupa del gangster" e si evolve in un personaggio leggermente più ambiguo, diventando non solo il fulcro della maturazione sentimentale e sessuale di Billy ma anche l'elemento critico che gli consentirà di aprire gli occhi e cominciare a contestare i metodi del suo boss, pur senza mai sconfinare in un tradimento aperto.


Rispetto ad altri film simili, molti dei quali hanno fatto la storia del Cinema, Billy Bathgate è moscio, non saprei come altro definirlo. Il protagonista, nonostante tutto, resta abbastanza monodimensionale perché non si sporca mai davvero le mani e, fin da subito, viene "elevato" da semplice galoppino a pupilla (non ho sbagliato vocale, capirete perché se guarderete il film) di Schultz, cosa che rende molto meno coinvolgente, per lo spettatore, la sua graduale presa di coscienza. Lo stesso Schultz, costretto a un certo punto a dover fuggire in un paesino dell'Upstate e a promuovere una campagna per comprarsi la stima e l'affetto degli abitanti, non ha il carisma dei modelli a cui guarda e, spesso, fa la figura del povero minchione a cui giova solo la presenza del fidato consigliere Otto Berman, il personaggio migliore del mucchio. La cosa ha dello sconvolgente visto il cast che è stato messo in piedi e considerato che Dustin Hoffman, Nicole Kidman e Steven Hill offrono delle performance molto convincenti; inoltre, Billy Bathgate è stato scritto da Tom Stoppard, lo sceneggiatore del mio adorato Rosencrantz e Guilderstern sono morti, non proprio dall'ultimo degli scappati di casa, quindi è difficile capire cosa non abbia funzionato, a parte la direzione poco incisiva di Robert Benton, forse provato dalle molte difficoltà avute sul set con Dustin Hoffman. Per chi, come me, adora però scovare volti amati in film precedenti alla loro consacrazione, Billy Bathgate è un piccolo tesoro in quanto, oltre a Bruce Willis, regala comparsate di Steve Buscemi (che, come mi faceva notare il Bolluomo, all'epoca somigliava tantissimo a Bill Skarsgard), Frances Conroy e Stanley Tucci, quindi non è stato proprio tempo perso guardarlo!


Di Dustin Hoffman (Dutch Schultz), Nicole Kidman (Drew Preston), Bruce Willis (Bo Weinberg), Steve Buscemi (Irving), Stanley Tucci (Lucky Luciano), Mike Starr (Julie Martin), Frances Conroy (Mary Behan), Kevin Corrigan (Arnold) e Xander Berkeley (Harvey Preston) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Benton è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Kramer contro Kramer e Le stagioni del cuore. Anche sceneggiatore, produttore, attore e scenografo, ha 91 anni.


Loren Dean
interpreta Billy Bathgate. Americano, ha partecipato a film come Apollo 13, Gattaca - La porta dell'universo, Nemico pubblico, Mumford, Space Cowboys, Il corriere - The Mule e serie quali Numb3rs, Bones, CSI - Scena del crimine e Grey's Anatomy. Ha 54 anni.


Curiosità: Moira Kelly, che nel film Fuoco cammina con me ha sostituito Lara Flynn Boyle nei panni di Donna Hayward, interpreta la ragazza di Billy. Se il film vi fosse piaciuto potete recuperare Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e Bronx, male non fa mai! ENJOY!




venerdì 5 maggio 2023

Beau ha paura (2023)

Un altro dei titoli che più aspettavo quest'anno al cinema era Beau ha paura (Beau is Afraid), diretto e sceneggiato dal regista Ari Aster. Niente spoiler, più o meno.


Trama: Beau, uomo di mezza età buono ma tremendamente ansioso, cerca di raggiungere casa di sua madre. Il viaggio si rivelerà una terribile odissea...


Siccome, ovviamente, Beau ha paura non è stato programmato al comodo "multisala" a quindici minuti di macchina da casa mia, martedì sera sono dovuta andare a Genova (in soli, miracolosi 30 minuti) per assistere allo spettacolo delle 21.30 presso il Fiumara. Come ben sanno gli aficionados, 21.30 vuol dire come minimo 22, quindi la visione è finita più o meno all'una, dopodiché, tra una chiusura autostradale e un ininterrotto susseguirsi di semafori che va da Sampierdarena a Prà, sono riuscita ad arrivare a casa alle DUE. Poiché mi sveglio alle 6.45 ogni mattina e sono una vecchia di 42 anni, oggi non so più nemmeno come mi chiamo, questo per dire che non so cosa riuscirò a scrivere del film, soprattutto perché questa via crucis genovese ha aizzato un po' il mio odio verso l'ultima creatura di Ari Aster. La quale, come ho scritto nella trama, è invece un'odissea, quella di un uomo buonino come Lupo de' Lupis e talmente ansioso da sfociare nel patologico. Il titolo del film riassume perfettamente la situazione: Beau ha paura di tutto. E' terrorizzato, a ragione, dal quartiere in cui vive, dalle malattie e dalla morte ma, in particolare, ha una fifa blu di mammina e di ogni scelta a cui viene costretto, da lei o da altri, ché non sia mai la gente resti delusa dal goffo, inetto Beau. La sua paura, c'è da dire, è comprensibile se si pensa che il protagonista ha sempre vissuto all'ombra della madre. Figura soffocante che è stata addosso al figlio come un falco sin dalla nascita, la signora Mona Wasserman è l'incarnazione dell'apprensione e dell'autocommiserazione, tanto da aver fatto un lavoro della prima, mettendo in piedi una sorta di casa farmaceutica di cui, da bambino, Beau era l'addolorato volto. Questo è il quadro generale offerto da Aster allo spettatore per orientarsi, per quanto possibile, all'interno della sua ultima opera, e non andrei a ricamarci sopra ulteriormente, in quanto si tratta solo dell'aspetto superficiale di Beau ha paura. 


Come direbbe il Vate, Beau ha paura "nun va visto, va vissuto". Il che non vuol dire che Ari Aster abbia fatto le cose a membro di segugio o che non esista un significato univoco, legato strettamente alla visione dell'Autore, per ciò che viene mostrato sullo schermo, quanto piuttosto che Beau ha paura può parlare in modi diversi allo spettatore e io di sicuro non li conosco tutti. Si può vivere l'ordalia di Beau come una lunga seduta psichiatrica trasposta in immagini, durante la quale il protagonista parte da ciò che lo terrorizza per cercare di guardare dentro se stesso e capirsi (il che, ahimé, non necessariamente deve portare ad una rinascita, ma può anche accadere che i problemi non si risolvano); si può guardare al film come a una distopia fantascientifica, magari facendosi solleticare da un paio di rimandi a The Truman Show, e vivere le avventure di Beau come se si avesse davanti un burattino mosso da un'eminenza grigia spietata e folle, che lo illude, da sempre, di avere il controllo della propria misera esistenza (questa è l'interpretazione che mi piace di più, anche perché molti indizi lo lascerebbero supporre); ci si può sedere in poltrona e lasciarsi trasportare dal delirio, sposando entrambe le idee di volta in volta o creandone altre, per esempio pensare a un angosciante circle of life, alla rappresentazione della stupida banalità della nostra vita moderna, dentro la quale siamo tutti dei Beau spaventati in attesa di una fantozziana ed illusoria rivalsa su coloro che ci vessano, perennemente ostacolati da eventi più o meno assurdi, a prescindere che siano negativi o positivi. Potete letteralmente pensare ciò che volete di Beau ha paura, tanto la verità la sa solo Ari Aster. 


Il regista, questo è sicuro, guarda a grandi modelli, come Aronofsky, Charlie Kaufman o Lynch, senza limitarsi a copiare pedissequamente, bensì infondendo nell'opera la sua personalità, magari senza riuscire a raggiungere un risultato perfetto o coeso, ma almeno provandoci. Volendo dividere il film in segmenti (neanche fosse un'antologia ad episodi), per quanto mi riguarda Beau ha paura è come quella puntata dei Simpson in cui Boe ha aperto la sua Mangiatoia per famiglie e all'inizio canta tutto entusiasta "Qui per te, sai chi c'è, lo Zio Boe, guarda un po'": le prime due, lunghissime disavventure del protagonista sono un agghiacciante mix di immagini angoscianti e grottesche, realizzate con inquadrature e movimenti di macchina inconsueti che aumentano ancora di più il disagio dello spettatore, in sincronia con quello crescente di Beau. E' lì che Aster si riconferma maestro dell'horror inusuale, vissuto persino alla luce del giorno, dove tutto ciò che è "normale" rischia in un attimo di diventare mostruoso e terrificante, e lo stesso stile si ripropone verso il finale, che tuttavia si fa ancora più onirico e assurdo, con una sequenza in particolare che mi ha causato delle risate isteriche con lacrime annesse di cui Florence Pugh andrebbe fierissima. Se Beau ha paura fosse stato tutto così avrei probabilmente urlato al capolavoro. Purtroppo, c'è quella menosissima parte ambientata nel bosco, che per me è stata l'equivalente del Boe scoglionato che lancia i piatti ai bambini bofonchiando "Sai che c'è? Lo zio Boe, prendi un po'". Per carità, la sequenza animata è bellissima e poetica, e l'intero "episodio" serve ad inquadrare ancor meglio il carattere pavido di Beau e il nocciolo di tutti i suoi problemi ma, giusto per assecondare la qualità onirica del segmento in questione, mi sono ritrovata un paio di volte con gli occhi semichiusi e non mi vergogno a dirlo.


Ad Aster servirebbe qualcuno di vessante e intimidatorio come la madre di Beau, che lo portasse a fermarsi e dubitare, invece di dare sfogo a tutto ciò che gli passa per la testa convinto che sia sempre cosa buona e giusta. Anche perché (diciamoci la verità senza timore di scatenare l'ira degli dèi) tre ore del pur bravissimo Joaquin Phoenix con la faccia triste del cane bastonato, che sciorina una lamentela dopo l'altra quando non è impegnato ad uggiolare o a balbettare scuse incomprensibili, sono un po' pesanti da sopportare. Molto meglio Patti LuPone, cazzutissima madre che avrei voluto vedere di più sullo schermo, col suo fastidio a malapena trattenuto verso quella larva di figlio che lei stessa ha contribuito a rendere anche più mollo del lecito, oppure i terribili sposini interpretati da Amy Ryan e
Nathan Lane, il lato vezzoso e "carino" di una realtà da incubo. Lungi da me lamentarmi troppo, comunque. Beau ha paura è un film ostico, elefantiaco (e il prossimo che osa lamentarsi di Babylon verrà legato alla poltrona e costretto a guardare sei ore di Phoenix piangente in loop) eppure terribilmente interessante e sfaccettato, qualcosa di raro in quest'epoca cinematografica di rapido consumo sia a livello di visioni che di recensioni, che merita sicuramente più di una visione o di un giudizio tranchant. Il mio consiglio è quello di andare al cinema a vederlo, magari non a un tardo orario serale come ho fatto io, e godersi lo spettacolo senza troppe pippe mentali né aspettative, nel bene e nel male. Poi fatemi sapere cosa ne pensate, che se c'è un film in grado di alimentare discussioni a non finire questo è proprio Beau ha paura.


Del regista e sceneggiatore Ari Aster ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Beau Wasserman), Nathan Lane (Roger), Amy Ryan (Grace), Stephen McKinley Henderson (Terapista), Zoe Lister-Jones (Mona da giovane), Julian Richings (l'uomo strano) e Bill Hader (fattorino UPS) li trovate invece ai rispettivi link. 

Patti LuPone interpreta Mona Wasserman. Americana, la ricordo per film come 1941: Allarme a Hollywood, Witness - Il testimone, A spasso con Daisy e serie quali Will & Grace, Penny Dreadful, Hollywood e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato in BoJack Horseman e I Simpson. Anche cantante, ha 74 anni e parteciperà all'imminente serie Marvel Agatha: Congrega del Caos.  


Richard Kind interpreta il Dr. Cohen. Americano, ha partecipato a film come Stargate, Confessioni di una mente pericolosa, Hereafter, Argo, Sharknado 2, Bombshell - La voce dello scandalo, ... tick, tick, Boom! e serie quali La tata, That '70s Show, Scrubs e Due uomini e mezzo. Come doppiatore ha lavorato in A Bug's Life - Megaminimondo, Toy Story 3 - La grande fuga, Inside Out, Kim Possible, Phineas e Ferb, I Simpson, I Griffin e American Dad!. Anche sceneggiatore, ha 67 anni e quattro film in uscita. 


Uno dei figli di Beau è Michael Gandolfini (immaginate quindi quanto fossi bollita in quel momento per non averlo nemmeno riconosciuto) mentre il regista David Mamet interpreta il rabbino. Il film è l'"espansione" del corto Beau, diretto e sceneggiato da Ari Aster nel 2011. Se Beau ha paura vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Madre!, Strade perdute e Mulholland Drive. ENJOY! 

mercoledì 3 maggio 2023

Living (2022)

L'ultimo film che ho recuperato in occasione degli Oscar è stato Living, diretto nel 2022 dal regista Oliver Hermanus e remake del film Vivere, di Akira Kurosawa.


Trama: il distinto ed anziano impiegato Mr. Williams scopre di avere più pochi mesi di vita. Scioccato dalla notizia, cerca di capire quale sia il modo migliore di vivere quello che gli resta...


Iniziamo il post con una promessa, anche se per me mantenere quelle cinematografiche è peggio che difficile: siccome non ho mai guardato Vivere, lo recupererò presto, ovviamente in base ai miei tempi biblici. E' un recupero necessario, in quanto Living, che pur mi è piaciuto moltissimo, è un remake del film di Kurosawa (a sua volta ispirato al romanzo La morte di Ivan Il'ič di Lev Tolstoj), quindi parlarne senza conoscere la fonte mi da un senso di incompletezza ed ignoranza che non avete idea, a maggior ragione visto che l'opera da cui è tratto è giapponese. Ciò detto, questo Living è la commovente storia di un gentiluomo con la G maiuscola, un impiegato del Consiglio Metropolitano di Londra post seconda guerra mondiale, che un giorno scopre di avere più pochissimi mesi di vita. Il peso di un'esistenza fatta di monotonia e di una grigia burocrazia senza sbocchi e senz'anima, unito alla consapevolezza di essere diventato non un gentiluomo, ma uno zombie che si atteggia a tale, rischia di schiacciare Mr. Williams e di fargli sprecare gli ultimi momenti preziosi, e Living, come da titolo, racconta il suo tentativo di cercare il senso della vita o, ancora meglio, un modo di vivere appieno. Dopo una serata di dissolutezze dal sapore allucinato, Mr. Williams decide che è la giovane Miss Harris, ex impiegata del suo ufficio, a detenere la chiave di una vita vissuta assaporando ogni istante, e ne ricerca per questo la compagnia, dando vita ad alcune situazioni tra il divertente e il malinconico, prima che un'illuminazione decisiva colga il protagonista e determini tutte le sue azioni del terzo atto. L'importante messaggio del film, in definitiva, è l'invito a trarre soddisfazione da piccoli gesti di umanità che ogni persona può e deve compiere per aiutare gli altri, senza farsi risucchiare da una grigia apatia dettata da menefreghismo e rassegnazione; come sottolineato da Mr. Williams, non saremo mai eroi, né potremo sperare di venire ricordati da tutti e per l'eternità, e neppure possiamo illuderci che la nostra vita sarà sempre speciale e bellissima, ma basta costruirsi qualche ricordo importante ed essere orgogliosi, almeno una volta, di aver fatto la cosa giusta, per riuscire a trovare un minimo di conforto nei momenti di triste scoramento. 


Non so come sia Vivere, ma Living è un film dolce e delicato, interamente poggiato sulle "fragili" spalle di un Bill Nighy misurato e dignitosissimo anche nel dolore che lo accompagna costantemente, la cui interpretazione viene ulteriormente arricchita dall'interazione con la giovane, carinissima Aimee Lou Wood, qui nei panni di un personaggio all'apparenza ingenuo e svampito, che tuttavia è l'unico che riesce a trattare Mr. Williams come una persona normale e non come una cariatide distante. La sceneggiatura del premio nobel Kazuo Ishiguro, unita alla regia elegante di Oliver Hermanus, dà vita ad una vicenda mai patetica ma sempre "alleggerita", in qualche modo, da momenti addirittura grotteschi, quasi kafkiani; le prime sequenze, ambientate all'interno del folle mondo del Consiglio Metropolitano di Londra e dei riti quotidiani di chi viaggia in treno per raggiungere il posto di lavoro, sono esilaranti nel loro assurdo rigore e nascondono una triste amarezza che sa di sconfitta non solo delle istituzioni, ma anche del genere umano. Nonostante ciò, Hermanus riesce a tirare fuori, anche da una quotidianità prosaica, delle immagini assai poetiche, come se lo stesso regista si sforzasse, come Mr. Williams, di cogliere il bello all'interno del grigiume, un'idea di calore anche sotto la pioggia battente o tra le quattro mura di una casa fotografata con luci calde, in aperto contrasto con la freddezza di sentimenti trattenuti perché, diamine, siamo inglesi! Scherzi a parte, ormai la frenesia da Oscar è passata, prendetevi il tempo di godervi un film dai ritmi dilatati come questo Living, non ve ne pentirete!


Di Bill Nighy, che interpreta Mr. Williams, ho già parlato QUI.

Oliver Hermanus è il regista della pellicola. Sudafricano, ha diretto film come Beauty e Moffie. Anche sceneggiatore, ha 40 anni. 


Tom Burke interpreta Sutherland. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, Mank, Il prodigio e a serie quali Strike. Ha 42 anni e un film in uscita, Furiosa. 


Se Living vi fosse piaciuto, ovviamente recuperate Vivere. ENJOY!


martedì 2 maggio 2023

Cocainorso (2023)

Siccome era un altro di quei film che aspettavo con parecchio entusiasmo, ho recuperato anche Cocainorso (Cocaine Bear), diretto dalla regista Elizabeth Banks.


Trama: dopo essersi mangiato della cocaina persa da un corriere, un orso comincia a fare strage di viandanti più o meno ignari...


Se vi capitasse di andare a Lexington, nel Kentucky... no, un momento. Perché mai dovreste andare in Kentucky, quando le attrazioni maggiori che hanno sono il pollo fritto del Generale Saunders e il museo del DERBY, santo cielo?? Ehm, dicevo. Vi capitasse, PER SBAGLIO, di finire nel Fun Mall Kentucky for Kentucky di Lexington, vi trovereste all'interno la salma imbalsamata di una creatura dotata di nomi pittoreschi come Pablo Eskobear (o Escobear) o Cokey the Bear, il quale altri non è che il Cocaine Bear dalla cui storia "vera" è nato il film Cocainorso. C'è chi dice che quello di Lexington non sia il vero Cocaine Bear morto per ingestione di cocaina in Georgia, nonostante il suo cadavere imbalsamato sia effettivamente stato rubato (roba che, forse, meriterebbe un film a sé) dal rifugio del parco dove viveva la bestiola, ma che vi importa? Considerato che, in virtù delle particolari leggi del Kentucky, Pablo Escobear può persino legarvi nel vincolo del matrimonio a patto che voi CREDIATE che possa averne l'autorità, si può anche credere non solo che l'orso in questione sia quello vero, ma anche che la storia sia andata proprio come l'ha girata Elizabeth Banks. Anzi, con quest'idea del matrimonio fresca in mente, direi che la Banks e lo sceneggiatore Jimmy Warden si sono persino trattenuti per quanto riguarda le sonore meenchiate da riportare sul grande schermo, e mentirei se non dicessi che mi sarei aspettata molta più follia durante la visione di Cocainorso. Soprattutto, la mia delusione deriva dal fatto che l'amena bestiola fa tutto ciò che faceva già negli anni '70 Grizzly, l'orso che uccide, e ben poche delle cose assurde che mi aspetterei da un plantigrado strafatto di bamba; in più, Cocainorso sembrerebbe quasi più una scusa in grado di far interagire personaggi già di loro divertenti, e al posto suo avrebbero potuto esserci gli alieni, il bigfoot, il fantasma di Elvis, quello che volete, a legare l'una all'altra le loro personali, tragicomiche storie.


Dicendo così, sembrerebbe quasi che Cocainorso non mi sia piaciuto. Sicuramente, avevo l'asticella dell'entusiasmo troppo alta e ciò ha influito sul giudizio finale, più tiepido di quanto avrei sperato, ma durante la visione mi sono divertita moltissimo. Elizabeth Banks ha l'occhio giusto per confezionare un film scoppiettante e pieno di citazioni, che fila come un treno sia nei momenti più splatter e concitati dove l'orso la fa da padrone, sia in quelli più umoristici, in cui i personaggi si palleggiano battute e situazioni debitrici di atmosfere vagamente Coeniane o Tarantiniane, senza mai raggiungere l'omaggio smaccato e fastidioso; la sceneggiatura riesce a gestire bene i tempi comici e in alcuni momenti si ride di vero cuore, al limite l'unico neo è che non si prova mai un attimo di ansia rispetto a ciò che potrebbe fare l'orso e che, verso il finale, il ritmo forsennato rallenta un po'. Benché il protagonista dovrebbe essere l'orso, la creatura in CGI è dimenticabile e a tratti bruttina, così come molti degli effetti speciali, anche troppo posticci, ma per fortuna questi difetti vengono compensati da un cast validissimo, che alla fine fa quasi venire voglia di continuare a seguire le vicende dei personaggi anche fuori dal bosco. La mia adorata Moonee è cresciuta per diventare una bellissima ragazza, e ciò mi ha riempito il cuore di gioia, mentre la sola visione di Ray Liotta mi ha causato un magone grosso come una casa, però gli attori che mi hanno realmente strappato l'applauso sono Alden Ehrenreich, Aaron Holliday (le cui interazioni con O'Shea Jackson Jr. sono spettacolari), la strepitosa Margo Martindale e il piccolo, ma già cazzutissimo, Christian Convery. Non va proprio benissimo che un film di nome Cocainorso rischi di farsi ricordare più per gli attori che per l'animaletto protagonista, ma tant'è; si tratta comunque di un film simpatico, che merita una visione per passare una serata divertente, quindi tranquilli, non sprecherete il vostro tempo se doveste decidere di guardarlo!


Della regista Elizabeth Banks ho già parlato QUI. Keri Russell (Sari), Alden Ehrenreich (Eddie), Ray Liotta (Syd White), Margo Martindale (Ranger Liz) e Matthew Rhys (Andrew C. Thornton II) li trovate invece ai rispettivi link.

Isiah Whitlock Jr. interpreta il detective Bob Springs. Americano, ha partecipato a film come Gremlins 2 - La nuova stirpe, Quei bravi ragazzi, La 25ma ora, 1408, Europa Report, BlacKkKlansman e I Care a Lot; come doppiatore, ha lavorato in BoJack Horseman e Lightyear - La vera storia di Buzz. Anche sceneggiatore, ha 69 anni. 


Brooklynn Pierce interpreta Dee Dee. Americana, la ricordo per film come Un sogno chiamato Florida e The Turning - La casa del male. Anche regista, ha 13 anni e un film in uscita. 


Tantissime le guest star riconoscibili per gli aficionados delle varie serie TV e "da piattaforma": il piccolo Christian Convery (Henry) è il protagonista di Sweet Tooth, Jesse Tyler Ferguson (Peter) fa parte del cast di Modern Family mentre Kristofer Hivju (Olaf) è stato il Tormund de Il trono di spade. Se Cocainorso vi fosse piaciuto recuperate Arac Attack, Crawl - Intrappolati, Anaconda, Snakes on a Plane (tutti disponibili a noleggio su varie piattaforme) il già citato Grizzly l'orso che uccide e Lo squalo (disponibile con abbonamento Netflix e Prime). ENJOY!

venerdì 28 aprile 2023

La casa - Il risveglio del male (2023)

Era uno degli horror che aspettavo di più quest'anno e, finalmente, lunedì sono andata a vedere La casa - Il risveglio del male (Evil Dead Rise), diretto e sceneggiato dal regista Lee Cronin.


Trama: venutasi a trovare in una situazione complicata, Beth si riunisce alla sorella Ellie dopo anni di lontananza, proprio nel momento in cui l'edificio dove abita quest'ultima con la famiglia viene attaccato da un'entità demoniaca...


Cosa posso dire che altri appassionati di horror migliori di me non abbiano già detto di questo film, che è stato tutto ciò che mi sarei aspettata da un Evil Dead e anche di più? Intanto, era parecchio che non solo non mi divertivo così al cinema, in una sala affollata ma su cui è calato il più religioso dei silenzi, ma soprattutto che non mi spaventavo al punto da riservare una telefonata di mezzanotte a un "felicissimo" Bolluomo già sprofondato nel regno di Morfeo, giusto per non farmi la strada da sola, col timore che un deadite spuntasse a mangiarsi il mio cuore pavido. La casa - Il risveglio del male è una corsa sulle montagne russe fatta di terrore e sangue, e gioca fin dalle prime sequenze coi nervi di chi il franchise lo conosce bene. Il preludio alla trama principale del film è un omaggio sentitissimo ai primi due film di Raimi, con quell'orologio a pendolo che si muove in maniera impercettibilmente innaturale e la soggettiva di quello che da ragazzina (La casa 2 è stato il primo film che ho affittato con la tessera del videonoleggio e facevo le medie) avevo battezzato "il demone della motosega" a catapultarci in pochissimi secondi in un universo fatto di persone possedute in maniera schifosa, inelegante e gratuita, vittime di un caos che non fa sconti a nessuno. Pochi, sanguinosi minuti dopo e si entra nel vivo della storia. Facciamo la conoscenza di Beth, tecnica del suono perennemente in giro per il mondo, e di sua sorella Ellie, tatuatrice con tre figli giovanissimi, sulla cui testa pendono sia lo sfratto da un edificio condannato alla distruzione imminente, sia la separazione da un uomo che se n'è sbattuto della famiglia. Due donne per molti versi simili, eppure così diverse per scelte di vita che non c'è da stupirsi se il legame tra loro si è logorato nel corso degli anni; Cronin si impegna a dipingere un ritratto vivido di entrambe, a rendercele simpatiche con tutti i loro pregi e difetti, a farci affezionare persino ai tre pargoli di Ellie, il tutto per farci ancora più male quando, inevitabilmente, il demone verrà risvegliato e comincerà la mattanza indiscriminata.


Detta mattanza, della durata di poco più di un'ora e mezza, rispetta non solo la durata media perfetta per un horror, ma anche lo spirito dell'opera raimiana. La casa è sempre stato un franchise che giocava sporco. Amanti venivano costretti a trucidarsi a vicenda, figli si ritrovavano a decapitare i genitori dopo essere stati quasi uccisi da questi ultimi, il tutto tra un ricatto morale e una presa in giro di demoni che a definirli bastardi si fa loro un complimento. In questo, il reboot di Cronin non fa eccezione, anzi, gioca semmai al rialzo, perché la parte portante della trama coinvolge il nucleo familiare di Beth ed Ellie, con danni collaterali di cui ci importa poco; un singolo appartamento che per qualche minuto è stato rappresentato come un porto sicuro, per quanto precario, di solido amore, diventa nel giro di pochissimo un girone infernale dove ogni sentimento positivo viene stravolto nel suo esatto contrario e ogni colpo inferto ai protagonisti ci tocca direttamente al cuore. Un'altra caratteristica de La casa, però, è quella di essere, fin dagli anni '80, un franchise divertente e, nonostante le mille cose orribili che accadono nel corso della trama, ci si ritrova a sorridere o, alternativamente, a urlare di gioioso schifo, anche in La casa - Il risveglio del male. I deadites sono sempre stati degli umoristi poco raffinati, pronti a rigirare dita nelle piaghe in senso metaforico e non, e la violenza mostrata è conseguentemente di grana grossissima; tra bagni di sangue, mutilazioni fisiche da brividi e make-up particolarmente disgustosi, a Cronin non serve il jump scare a tutti i costi per mettere ansia, bastano un paio di inquadrature ad effetto di corpi anatomicamente scorretti (persino quando sono nascosti), la stimolazione della fantasia dello spettatore costretto ad immaginare ciò che accade dietro lo spioncino nel corridoio più raccapricciante del globo, e l'ottima gestione, tra inquadrature e luci, di un luogo claustrofobico come un appartamento e, per estensione, un palazzo in abbandono.


Buona parte del terrore generato da La casa - Il risveglio del male è da ricercarsi, comunque, nella splendida interpretazione di Alyssa Sutherland, che spicca nonostante anche il resto del cast sia molto buono. Siccome non bazzico le serie TV, come già sapete, non avevo mai visto prima quest'attrice, ma direi che anche senza make-up il suo viso spigoloso e la sua bocca larga e sottile mi rimarranno impressi a lungo, nell'attesa di gustarmi anche la sua interpretazione in lingua originale come conclusione di un recupero generale della saga. Quest'ultimo si rende abbastanza necessario, a ben vedere. E' vero che ricordo molto bene gli originali di Raimi, ma il remake di Alvarez, per esempio, ormai è quasi scomparso dalla mia memoria, e mi piacerebbe capire perché non lo avessi apprezzato granché e quali differenze di stile ci siano con il film di Cronin, criticato da più di un appassionato in quanto "pastiche" di citazioni più o meno smaccate. Per quanto mi riguarda, con una base come questa, di solido e rispettoso divertimento, ben vengano gli omaggi ai capisaldi del genere, perché fanno anch'essi parte del gioco. Vado al cinema anche per stare con amici e, nonostante adori La casa per motivi squisitamente personali di nostalgia canaglia, il "ma non ti ricorda..?" è qualcosa che adoro, anche perché poi, una volta usciti dalla sala, ci si possono raccontare tutti i vecchi film da cui Cronin ha tratto ispirazione e, con un po' di fortuna, se ne scoprono degli altri. Tra bodas de sangre, cabins dalla forma evocativa, démoni nostrani e ascensori trasformati in piscine bordeaux ce n'è davvero per tutti i gusti, non solo per chi si è studiato a memoria le opere di Raimi e si è visto schiaffare Henrietta persino sui cartoni della pizza (belin, chissà che buona. Forse è meglio averla fatta cadere per terra!), quindi il mio consiglio è di andare al cinema con animo leggero e senza velleità da criticoni a tutti i costi, magari potreste anche uscire dalla sala felici, per una volta, di avere visto un bel film! 


Del regista e sceneggiatore Lee Cronin ho già parlato QUI. 


La voce di Bruce Campbell si sente, nella versione originale del film, nel primo disco riprodotto da Danny. Neanche a dirlo, se La casa - Il risveglio del male vi fosse piaciuto, recuperate La casa, La casa 2, L'armata delle Tenebre, La casa di Alvarez e la serie Ash vs Evil Dead. ENJOY!


mercoledì 26 aprile 2023

L'esorcista del papa (2023)

E' sempre meraviglioso andare al cinema con le aspettative sotto i piedi. E' il modo migliore di godersi film come L'esorcista del papa (The Pope's Exorcist), diretto dal regista Julius Avery.


Trama: l'esorcista Gabriele Amorth viene inviato dal Papa in persona presso una famiglia che ha da poco ereditato un'abbazia in Spagna e il cui figlio minore è stato posseduto da un potente demone...


Io volo, gente. Un "horror" divertente come questo, soprattutto perché non vuole (forse) essere divertente ma parte invece da presupposti serissimi e, almeno per me, potenzialmente terrificanti, non lo vedevo da parecchio. Mettete da parte quasi tutto quello che sapete su Padre Amorth, figura realmente esistita davanti alla quale, ad ogni apparizione televisiva, mi trovo costretta a scegliere tra cambiare canale e non dormire la notte (infatti di lui non so praticamente nulla), ed accogliete con gioia la versione ammeregana, che lo dipinge come un compagnone dannatamente bravo a fare il suo lavoro, un crogiolo di battute e tic esilaranti che prende ordini nientemeno che da un Papa col volto di Franco Nero. Questo Gabriele Amorth è il migliore esorcista ever, non ha paura di sporcarsi le mani, è dotato di talmente tanti oggetti magici che al confronto Sailor Moon è una pivella e, in più, ha il carisma di Russell Crowe, quindi cos'altro vogliamo dalla vita? Forse la sua stessa Lambretta miracolosa, che ha il dono di trasportarlo da Roma alla Spagna senza perdere un colpo, o forse la nonchalance con cui si sciaguatta le ascelle con l'acqua santa dopo il lungo viaggio? O forse una sceneggiatura meno banale, che tanto a un certo punto scompare, concentrati come sono gli spettatori su Gabriele detto Gaby. Prendete, infatti, tutti i film a tema "esorcismi" girati a partire dal capolavoro di Friedkin in poi e, più o meno, dovreste riuscire a prevedere ogni twist, situazione particolare o mattana del demone senza neppure spaventarvi, anche perché L'esorcista del diavolo è stranamente privo di jump scare e procede dritto come un treno verso l'ambizioso obiettivo che tutti speriamo venga realizzato: la nascita di un ACU, un Amorth Cinematic Universe che sdogani gli Avengers del Vaticano e duri la bellezza di 199 sequel, uno più corposo e lungo dell'altro e con uno scontro finale che veda Gabry sfidare Lucifero in persona, magari in space. D'altronde, abbiamo già il vescovo Nick Fury e un Papa che fa un po' Charles Xavier, ci sono la base segreta e un sacco di potenziali preti e suore in grado di assurgere al ruolo di comprimari, anzi, datemi un crossover con Gli occhi del diavolo e sarò felicissima!


Mentre sogno in grande, intanto, mi auguro che un eventuale casting per questa futura meraviglia non si privi di Russell Crowe per quanto, mi duole ammetterlo, già solo la sua presenza metta a rischio il franchise, visto quanta sfiga porta st'uomo agli universi cinematografici. Il buon Russell, che somiglia sempre più a Bud Spencer (e un crossover con Don Matteo e Terence Hill? Dai, dai, dai!!), ci crede tantissimo a questo ruolo e gigioneggia come non mai, non sottraendosi al ridicolo e riuscendo, chissà come, a non renderlo tale nemmeno quando il livello di WTF raggiunge quello di "Madonna dell'Incoronéta with surprise"; Crowe fa sparire con un solo sguardo, e al limite un cucù, tutto il resto del cast, e l'unico momento in cui il suo carisma vacilla è quello in cui entra chi ne trasuda a carrettate dal 1962, un uomo che a 82 anni è figo come quando ne aveva 20, ovvero Franco "Vai in Ispagna" Nero. Gli altri, chi più chi meno, fanno il loro lavoro, così come il regista, che pur non raggiungendo i livelli di Overlord è riuscito almeno a farsi perdonare Samaritan e, probabilmente, ad imparare la lezione di non sovraccaricare il film di CGI pessima. Purtroppo, qualcosa ancora rimane, e il finale somiglia tanto ad un videogioco privo di fascino e tanto caciarone, ma ho visto decisamente di peggio nel corso degli anni, quindi non mi va di fare troppo le pulci a L'esorcista del papa. Ovvio, lungi da me dirvi che abbiamo l'horror migliore dell'anno o anche solo un horror, ché qui siamo più dalle parti del film fantastico con demoni annessi e se non siete più che bendisposti ad accettare del trash più o meno involontario rischiate di odiarlo tantissimo (ah, mi tocca anche avvertire le persone particolarmente sensibili alla violenza sugli animali, ci sono un paio di scene bruttine), ma io mi ci sono molto divertita e posso dirmi pienamente soddisfatta. Più Padre Amorth per tutti quindi, almeno quello finto, e preghiamo il signuruzzu perché arrivi presto un L'esorcista del papa 2, con Pilou Asbæk nei panni di un demone e old man Stallone in quelli del mentore di Amorth!  


Del regista Julius Avery ho già parlato QUI. Russell Crowe (Gabriele Amorth) e Franco Nero (il Papa) li trovate invece ai rispettivi link.

Daniel Zovatto interpreta Padre Esquibel. Costaricano, ha partecipato a film come It Follows, Man in the Dark, Lady Bird e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Fear the Walking Dead e Dal tramonto all'alba - La serie. Ha 32 anni e un film in uscita. 


Alex Essoe interpreta Julia. Nata in Arabia Saudita, la ricordo per film come Starry Eyes, Tales of Halloween, Doctor Sleep; inoltre, ha partecipato a serie quali The Haunting of Bly Manor, Midnight Mass e The Midnight Club. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 31 anni e un film in uscita. 


Se L'esorcista del Papa vi fosse piaciuto, avete solo l'imbarazzo della scelta e potete recuperare L'esorcista (a noleggio su Prime Video), la saga di The Conjuring (tutti e tre su Netflix, i primi due anche su Prime), Il rito (a noleggio su Prime), Liberaci dal male (su Netflix) e The Vatican Tapes (gratis su Rakuten TV o Pluto). ENJOY! 


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