venerdì 20 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Dear Quentin,

sono sempre io, dopo ben quattro anni. Nel frattempo ti sei sposato, aspetti un figliolo, e io dico: c'era bisogno di arrivare a tanto con questa donna dello schermo quando io, la tua Beatrice, non avrei problemi a dichiarare al mondo il nostro aMMore? Guarda, ti giuro che non è per ripicca che vado dicendo in giro di come C'era una volta a... Hollywood non sia il tuo film migliore e te lo dimostrerò scrivendo solo cose belle, anzi, bellissime, sul tuo ultimo film, senza SPOILER. Posso però dire che sei stato un maledetto a tagliare le scene con Tim Roth? E posso altresì permettermi di dirti che la prossima volta mi piacerebbe un "pochettino" di coesione in più all'interno della trama, ché va bene la struttura sfilacciata, le trame incrociate e le digressioni citazioniste ma a tratti mi è sembrato di ripiombare nella lunghissima introduzione di A prova di morte (per me il film meno bello - MAI brutto! - che hai realizzato)? Bon, basta, quello che dovevo dire di negativo l'ho detto, ora passiamo alla gioia.


In tempi di orrido cinismo e snobismo cinèfilo, dove tutti hanno già visto tutto e chiunque ha un'opinione perlopiù negativa su qualsiasi pellicola, dove non ci sono più curiosità né mistero, perché tanto ogni singolo segreto di un film si può trovare on line, mi chiedo come diamine fai tu, caro Quentin, a sognare ancora. A custodire dentro il cuore ricordi lucidissimi eppure ancora intrisi di magia, a fomentare continuamente l'Amore per quel Cinema che ti ha dato tutto, fin da quando non eri nemmeno famoso, al punto da annullare ogni confine tra la realtà, il gossip da tabloid patinato e il cliché. Come Noodles che usciva da quella stazione, vecchio e zeppo di memorie filtrate dal tempo e dall'oppio, così tu ci consegni la TUA storia, la TUA Hollywood, una città fatta di luci al neon e cinema, di star che possono venirti a vivere accanto a casa, dove ogni giorno può diventare una (dis)avventura e dove fiumi di alcool e fumo mettono a tacere le coscienze di coloro per i quali il sogno o è morto o sta per trasformarsi in un incubo. I tre personaggi che sfrecciano sulle strade di Los Angeles con in capelli al vento e la musica nelle orecchie sono i tre estremi di un'ideale triangolo che racchiude in sé tutta la leggenda Hollywoodiana. Certo, il Rick Dalton di Di Caprio è il veicolo attraverso il quale ci consenti di vivere la Hollywood degli addetti ai lavori, quella non così esaltante; la Hollywood di chi, come probabilmente Luke Perry (bonanima), è rimasto confinato all'interno di un archetipo televisivo e, invecchiando, non è più riuscito ad emergere nel mare di starlette in continuo movimento, trasformandosi in una sorta di leggenda o figura indistinta nella memoria. E' con Rick Dalton che si scoprono gli "altarini" del cinema che più hai amato, quello degli italiani banfoni che con due lire si accaparravano vecchie star in declino per creare pellicole (s)cult da pochi spiccioli insinuandosi nei cuori dei cinefili onnivori, con i loro set esotici, le trame bizzarre e le locandine disegnate in maniera splendida. Ma anche qui, non si costruiva forse la leggenda? Non c'era la voglia di divertire e far sognare il pubblico, a prescindere dalla coerenza delle trame e alla faccia di qualsiasi, gigantesco what the fuck?


Quell'enorme what the fuck che è Brad Pitt, per esempio. Non fraintendermi, io l'ho amato e, come ho detto ai miei compagni di visione, vorrei un Brad Pitt personale in casa per morire dal ridere ogni volta che sono depressa, ma riflettendo su Cliff Booth ho trovato l'elemento di pura finzione all'interno del film, l'estremo "surreale" del triangolo. Cliff Booth è l'eroe tipico degli spaghetti western, il cowboy bruciato dal sole dalla battuta facile e dall'indolenza gigantesca, un po' cavaliere dal cuore d'oro e un po' galeotto, colui che ha il compito di difendere il Sogno contro la realtà che minaccia di privarlo di tutta la sua innocenza, in una Los Angeles di fine anni '60 trasformata in isola felice contro tutti i cambiamenti sociali e le brutture dell'America e del mondo. La realtà gli scivola addosso, come già succedeva ad Aldo Rayne in Bastardi senza gloria, e non è un caso se l'artefice del più clamoroso what if? della pellicola è proprio lui. E poi c'è lei, Margot Robbie. Ora, c'è stato un momento, verso la fine del film, in cui la gente rideva e applaudiva. Io non ce l'ho fatta. Non lo so perché la storia di Sharon Tate e dell'orribile destino toccato in sorte a lei e ai suoi amici mi ha sempre toccata nel profondo, sta di fatto che mentre tutti ridevano io lottavo contro il magone. Sì perché tu sei riuscito a trasformare Sharon Tate nella fata buona, nell'incarnazione stessa di quel sogno chiamato Cinema. Bellissima e leggiadra, Margot Robbie col suo sorriso incantevole trasuda amore e giovinezza da ogni poro, ed è l'immagine stessa dell'innocenza di una Hollywood che non tornerà mai più e forse non è mai esistita; vederla piena di entusiasmo varcare la soglia di un cinema che proietta uno dei suoi film scalda il cuore e trasmette un briciolo della sensazione di trionfo che sicuramente anche tu hai provato nel corso non solo di blasonate anteprime, ma soprattutto quando nessuno ti considerava, confuso nella folla, nascosto nell'ombra a spirare la reazione degli spettatori davanti a ciò che avevi scritto, magari diretto. Ma fosse solo quello. La figura di Sharon Tate trasporta in un mondo altro, in una Favola che si vorrebbe non finisse mai, e quello che è rimasto durante i titoli di coda, almeno a me, è un enorme nodo alla gola al pensiero che quell'innocenza meravigliosa e anche un po' ignorante l'abbiamo persa tutti da troppo tempo.


E allora, abbandoniamoci all'amore e all'innocenza, che cazzo. Alla gioia di rivedere facce amatissime (ciao Michael, ciao Zoe, ciao Lorenza, ciao Kurt), di prendere le tue auto-citazioni, le ricostruzioni di film e telefilm, i tuoi marchi di fabbrica e usarli come una calda coperta di Linus per affrontare il freddo della steppa di cinèfili dell'internet senza cuore, perché alla fine se è vero che il Cinema è un mondo e che siamo fatti al 90% dei film che abbiamo visto, il tuo microcosmo è uno di quelli in cui mi perdo più volentieri. E allora, abbandoniamoci alle grasse risate davanti al solito, favoloso Di Caprio che solo tu riesci a fare brillare come una stella, accoppiato ad un Brad Pitt che, porco cane, ma manda al diavolo il futuro film di Star Trek (dai, amore mio, mi fa schifo, lo sai. Rinunciaci) e realizza una COMMEDIA con loro due come protagonisti, ti prego! Abbandoniamoci e soprattutto chiniamo il capo davanti alla bellezza incredibile della colonna sonora, che mi ha fatto muovere a tempo la testa per tutta la durata del film, quando non ero impegnata a rimanere a bocca aperta davanti alle immagini che scorrevano sullo schermo (apro parentesi. Si vede che qui hai potuto fare un po' come hai voluto, libero da Weinstein ecc. C'era una volta a Hollywood è meno "stiloso" in maniera artefatta e più "tuo"). Abbandoniamoci (anche se lì, lo ammetto, ho fatto resistenza ma hai capito perché. Anche per questo devo rivedere il film) alla fottuta catarsi da cinema di serie Z, a quella valvola di sfogo che incanala tutto il disprezzo nei confronti di chi ha privato Hollywood di buona parte della sua innocenza per colpa di un matto invidioso che ha mandato "il Diavolo a fare i cazzi del Diavolo", giusto per ribadire come davanti a gente inutile si debba rispondere con menefreghistico disprezzo. Abbandoniamoci alla speranza, all'ottimismo, al "e vissero tutti felici e contenti", per una volta, facendoci accogliere dai volti amici di persone che vediamo sullo schermo quasi ogni giorno e che ogni volta ci fanno fuggire dalla realtà, così come loro, chissà, fuggono dalla propria solo grazie a noi umili spettatori.


Che ti devo dire, ancora, Quentin mio? Più ci rifletto sopra, più C'era una volta a... Hollywood diventa bellissimo e interessante. Vorrei rivederlo subito, ovviamente in lingua originale, che l'adattamento italiano lasciamolo perdere, per cogliere tutti i dettagli che ho perso durante la prima visione e scoprire ancora ulteriori strati di questo splendido delirio cinefilo, quindi grazie, come sempre. E anche un po' vaffanculo, dai, ché son buoni tutti a sposarsi la sgnoccolona trentatreenne israeliana. Potevi anche accontentarti della sgnoccolona trentottenne ligure, vecchio porcello.


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino, la cui voce si può sentire durante lo spot delle Red Apple, ho già parlato QUI. Leonardo di Caprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Timothy Olyphant (James Stacy), Dakota Fanning (Squeaky Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Luke Perry (Wayne Maunder), Al Pacino (Marvin Schwarz), Lorenza Izzo (Francesca Capucci), Harley Quinn Smith (Froggie), Danielle Harris (Angel), Clifton Collins Jr. (Ernesto il vaquero messicano), Rumer Willis (Joanna Pettet), Rebecca Gayheart (Billie Booth), Kurt Russell (Randy e, in originale, anche il narratore), Zoe Bell (Janet) e Michael Madsen (Sceriffo Hackett di Bounty Law) li trovate invece ai rispettivi link.

Margaret Qualley interpreta Pussycat. Americana, ha partecipato a film come The Nice Guys, Death Note e a serie quali Fosse/Verdon. Ha 25 anni e un film in uscita.


Tra le millemila guest star presenti nella pellicola segnalo la ahimé moglie di Quentin, Daniella Pick,  il Friederich di Tutti insieme appassionatamente, Nicholas Hammond (che interpreta Sam Wanamaker) e, tra i figli d'arte, quella di Ethan Hawke e Uma Thurman, Maya Hawke, nei panni di Flowerchild, mentre il povero Tim Roth, inserito nei titoli di coda, è protagonista delle scene eliminate, quindi non compare nel film. Non ce l'ha fatta nemmeno Burt Reynolds (che, di fatto, era il "cattivo" dell'episodio di F.B.I. presente nel film), purtroppo venuto a mancare prima di poter girare le scene in cui avrebbe dovuto interpretare George Spahn. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente vi consiglierei di recuperare la filmografia di Tarantino ma siccome lo stesso Quentin ha stilato un elenco di pellicole da vedere in preparazione di C'era una volta a Hollywood, perché non seguirlo e recuperare Bob & Carol & Ted & Alice, Fiore di cactus, Easy Rider, L'amante perduta, La battaglia del Mar dei Coralli, L'impossibilità di essere normale, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, Trafficanti del piacere, Il sentiero della violenza e I pistoleri maledetti? ENJOY!

giovedì 19 settembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 19/9/2019

Buon giovedì a tutti! Questa settimana, assieme a un docufilm di cui non faremo il nome, è OVVIAMENTE uscito l'ultimo film di Tarantino, quindi avete anche da chiedervi cosa andare a vedere? ENJOY!

C'era una volta a... Hollywood
Reazione a caldo: Vabbé, ciao.
Bolla, rifletti!: L'ho visto ieri sera. Lo ammetto: non è il miglior Tarantino. Ma è comunque splendido, correte a vederlo, nel frattempo cercherò di fare uscire un post senza spoiler domani.

E poi c'è Katherine
Reazione a caldo: Meglio tardi che mai.
Bolla, rifletti!: Del film ho già parlato QUI..

Al cinema d'élite si va in Corea!

Burning - L'amore brucia
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Secondo me avrebbero fatto il colpaccio se avessero programmato Mademoiselle, mai arrivato a Savona. Ma sembra interessante anche questo film, tratto da un racconto di Murakami, definito un "thriller dell'anima". Da recuperare, prima o poi.

mercoledì 18 settembre 2019

Vox Lux (2018)

Stasera correrò a vedere l'ultimo film di Quentin e spero di riuscirne a parlare già venerdì. Nel frattempo, spinta dai molti pareri positivi, nonostante la pessima distribuzione italiana ho recuperato anche Vox Lux, scritto e sceneggiato nel 2018 dal regista Brady Corbet.


Trama: sopravvissuta a una strage, la giovanissima Celeste intraprende una carriera di pop star che, nonostante inevitabili alti e bassi, prosegue per oltre vent'anni...


"Ciao, io sono Gianfranzo, sono il vuoto che c'è dentro di te. Se mi accosti l'orecchio alla bocca senti solo il mare e basta!", così cantavano I ragazzi delle ragazze, durante la sigla del mitico Pippo Chennedy Show. Non riuscivo a trovare un perfetto riassunto per ciò che ho provato assistendo alle gesta di Celeste e alla fine toh, l'illuminazione, la Lux anche senza Vox: il nulla cosmico, accompagnato da una sensazione costante di prurito alle mani che non sono riuscita a sfogare con una bella catarsi esplosiva nel corso dei titoli di coda, privi di colonna sonora, arrivati dopo 10 minuti di concerto durante i quali, lo giuro, speravo qualcuno facesse brillare una bomba o perlomeno levasse dal mondo Celeste. SPOILER: magari, e invece. Sono una bestia ignorante, lo so, tuttavia ho provato un reale senso di disfatta guardando Vox Lux, un senso di aspettativa costantemente frustrata che, probabilmente, è proprio ciò che ricercava il regista. Perché, altrimenti, far raccontare la sciocca, inutile vita della pop star Celeste dal Diavolo in guisa di voce narrante, mister Willem Dafoe in persona, accostandola costantemente alle peggiori piaghe sociali (stragi studentesche e terrorismo) nella speranza che la Vox Lux di Celeste, sopravvissuta proprio ad una strage da ragazzina e infusa del potere di guarire col canto, potesse in qualche modo cambiare questo mondo così marcio? In questo modo lo spettatore si trova per le mani la solita storia all'interno della quale la protagonista, con tutte le sue doti e la sua bontà iniziale, il sentimento religioso che la smuove unito al profondo amore per la sorella maggiore, diventa una vuota vaiassa che è riuscita a distruggere tutto ciò che di buono c'era nella sua vita, indulgendo in parossismi di autodistruzione a base di alcool e droga e accumulando soldi, soldi, soldi. One for the Money and two for the Show. Ma 'sti soldi, benedetta fanciulla, a che ti servono? Si potrebbe riflettere sul fatto che il pop di Celeste, nato da una tragedia, serva proprio a non far pensare il suo pubblico, ad aiutare tutti i fan della cantante a superare i propri problemi prendendola come esempio di persona che ha superato un'enorme tragedia risorgendo più forte, come la fenice mitologica, raggiungendo un successo planetario che tutti vorrebbero, tuttavia anche vedendola così non sono riuscita assolutamente a trarre davvero un senso da ciò che viene raccontato nel film.


Diverso, invece, l'entusiasmo per il MODO in cui viene raccontata la storia di Celeste. Conoscevo Brady Corbet solo come uno dei protagonisti dell'angosciante ma bellissimo Mysterious Skin (film che peraltro vi consiglio di recuperare se non lo avete mai fatto, preparando stomaco e fazzoletti) e non avrei pensato che sarebbe diventato un regista raffinato e capace, in grado di padroneggiare diversi registri e, soprattutto, giocare con le aspettative dello spettatore. Avendo cominciato a guardare Vox Lux senza mai avere visto trailer o letto recensioni, onestamente mi sarei aspettata, dalle poche foto scorse sulla rete, di avere davanti un novello The Neon Demon oppure un Il cigno Nero, ovvero qualcosa in bilico tra il dramma e l'horror; in effetti, la già citata voce narrante di Defoe e l'inizio scioccante concorrono a dare proprio questa impressione, e il contrasto che si crea tra la pacatezza del narratore e la freddezza delle immagini mostrate da Corbet, seguite dai titoli di testa più angoscianti e "arty" visti quest'anno, provoca uno shock sensoriale non da poco. In realtà, andando avanti, più dell'abilità registica, che comunque si mantiene su livelli altissimi, contano le performance di Natalie Portman e della meravigliosa Raffey Cassidy, che incarnano il triste contrasto tra una ragazzina cupa che cerca di superare il peggior trauma della sua vita e la donna che sarebbe diventata, una pazza umorale prosciugata dal successo che prospera sulla sciocca vacuità del suo pubblico di riferimento e si crede una divinità. Il glitter & gold citato da Rebecca Ferguson abbonda, ammaliando lo spettatore assieme al make up, agli abiti glamour di una sfattissima Natalie Portman dal trucco pesante, spezzata nel corpo e nello spirito, e alle melodie pop di Sia (combinate alle melodie totalmente diverse di Scott Walker), ma è tutta vuota apparenza, una maschera talvolta splendente e talvolta dark priva di significato, tanto che può essere indossata da chiunque, terroristi o killer in primis. Il risultato è un film bellissimo, affascinante e anche capace di tenere avvinto lo spettatore alla poltrona anche solo per mera curiosità, ma che a mio avviso si perde un po' e rischia di avere difficoltà a far passare il suo messaggio, se davvero ne ha uno; a pensarci, però, potrebbe essere proprio questa la sua carta vincente, ovvero quella di far scervellare il pubblico per cercare di colmare quei "vuoti" di cui Vox Lux è pieno, interessanti quanto lo stesso film e ugualmente affascinanti. Insomma, un bell'esercizio cerebrale, altro che una semplice canzonetta pop.


Del regista e sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Natalie Portman (Celeste), Jude Law (il manager), Jennifer Ehle (Josie), Raffey Cassidy (Celeste da giovane/Albertine) e Willem Dafoe (il narratore) li trovate invece ai rispettivi link.

Stacy Martin interpreta Eleanor. Francese, ha partecipato a film come Nymphomaniac - Volume 1, Nymphomaniac - Volume 2, Il racconto dei racconti, High Rise e Tutti i soldi del mondo. Ha 28 anni e quattro film in uscita.


Rooney Mara avrebbe dovuto interpretare Celeste ma quando la produzione è andata per le lunghe l'attrice ha abbandonato il progetto. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il cigno nero. ENJOY!

martedì 17 settembre 2019

American Animals (2018)

Mi è capitato di recente sotto mano il film American Animals, scritto e diretto nel 2018 dal regista Bart Layton. Scelto essenzialmente per la presenza di un paio di attori, si è rivelato una visione gradevolissima.


Trama: quattro studenti universitari pianificano un furto di antichi e preziosissimi volumi nella biblioteca della Transylvania University di Lexington.



Convincersi che per diventare veri artisti bisogna avere una vita tragica potrebbe non essere una delle idee migliori. L'ha imparato a sue spese Spencer Reinhard, studente universitario che, nel 2003, ha portato via dalla biblioteca universitaria di Lexington alcuni volumi dal valore inestimabile. Spencer non era solo, ovviamente. A spalleggiarlo c'erano altri tre ragazzi più o meno coetanei, in primis Warren Lipka, studente ribelle capitato "per caso" all'università grazie a una borsa ottenuta per meriti sportivi, galvanizzato dall'idea di poter commettere un furto come quelli dei film. Ma poiché American Animals è una storia vera (non è "tratto da", attenzione), ben poco di quel furto è andato come nei film, e lo dimostrano i volti provati da quasi dieci anni di carcere di coloro che questa storia l'hanno vissuta davvero, e che all'interno dell'opera di Bart Layton si alternano agli attori per raccontarla, rendendo American Animals una sorta di "docufilm" capace di toccare le corde più profonde degli spettatori. Non c'è nulla di romanzato, infatti, all'interno di American Animals, tranne per quello che riguarda le idee e i pensieri dei coinvolti, la cui giovinezza e felice ignoranza dell'epoca hanno filtrato una vicenda destinata a finire male già in partenza nonostante i quattro non volessero fare male a nessuno; la prima parte del film è simile infatti a quella di molti altri heist movies, coi ragazzotti pieni di speranze che, nonostante i dubbi, continuano a perseverare nell'impresa anche solo per il gusto di avere qualcosa di particolare, di speciale da fare, qualcosa che possa allontanarli dallo squallido grigiore della provincia del Kentucky. La seconda parte, introdotta dagli sguardi e dai silenzi dei veri Warren, Spencer e compagnia, è invece più cupa e si concentra sul disagio e sul senso di colpa, sulla consapevolezza di aver scazzato come solo ragazzini inesperti possono fare e sull'attesa, inevitabile, di venire condotti davanti alla giustizia, ritrovando così forse un po' di sollievo da quella situazione non così esaltante né "speciale".


Ciò che colpisce maggiormente di American Animals è il gusto e l'abilità con cui Bart Layton unisce in maniera indissolubile realtà e finzione, facendo del film una sorta di compendio visivo di quanto raccontato dai veri protagonisti; capita quindi che Spencer ricordi un uomo con una sciarpa blu, o forse viola, e nel giro di un secondo l'immagine cambi, oppure capita che nessuno sappia davvero se Warren sia andato o meno ad Amsterdam ad incontrare un bieco uomo d'affari, ed ecco quindi sparire dalla storia Udo Kier. Insomma, il film si trasforma a seconda di ciò che raccontano, omettono e ricordano i protagonisti che hanno davvero vissuto la vicenda e, a corollario, ci sono non solo le loro testimonianze ma anche quelle di genitori, insegnanti e vittime, la povera Betty Jean Gooch in primis. C'è da dire che i veri Warren Lipka e Spencer Reinhard sono a tratti più "personaggi" degli attori che li interpretano, soprattutto il primo, al quale il carcere pare non avere minimamente corretto quella vena di follia e strafottenza che sembra caratterizzare ogni suo gesto e sguardo. Bravissimo Evan Peters, che è riuscito a catturarne lo spirito alla perfezione offrendo ai fan un'altra delle sue interpretazioni sopra le righe, ma bravissimi anche gli altri attori coinvolti, Barry Keoghan in primis, con lo sguardo perso di chi sogna imprese grandiose e l'inquietudine di chi, alla fine, capisce di essere solo un ragazzino come tanti, che ha fatto il passo più lungo della gamba rovinandosi la vita. Un vero peccato che American Animals sia passato sotto silenzio (a Savona, per esempio, è durato un solo weekend al cinema d'élite ed è uscito in ritardo, inoltre ho letto pochissime recensioni in giro) perché è uno dei film più interessanti e godibili del 2018.


Di Evan Peters (Warren), Barry Keoghan (Spencer), Ann Dowd (Betty Jean "BJ" Gooch) e Udo Kier (Mr. Van Der Hoek) ho già parlato ai rispettivi link.

Bart Layton è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come L'impostore - The Imposter. Anche produttore, ha 44 anni.




domenica 15 settembre 2019

E poi c'è Katherine (2019)

Giovedì sono usciti in tutta Italia un paio di film interessanti che, ovviamente, a Savona non hanno trovato distribuzione. Uno di questi è E poi c'è Katherine (Late Night), diretto dalla regista Nisha Ganatra.


Trama: un'operaia di origini indiane si ritrova a lavorare per Katherine Newbury, conduttrice di uno show comico che ormai ha ben poco successo.


Solitamente non indulgo in questo genere di commedie ma il trailer di E poi c'è Katherine era intrigante e a un certo punto è spuntato John Lithgow, motivo sufficiente per dare una chance al film che Mindy Kaling (comica americana già creatrice della sit-com The Mindy Project) si è ritagliata su misura per sé avendo in mente Emma Thompson come co-protagonista. Non mi sono pentita della scelta, devo dire. E poi c'è Katherine (solito, stupidissimo titolo italiano: "e poi" cosa, che Molly nella vita ha solo il lavoro?) è la tipica, innocua commedia made in USA sui self made men/women attualizzata grazie a continui riferimenti al movimento #metoo e allo slut-shaming tanto in voga in questo periodo, palesemente ispirata a Il diavolo veste Prada. Anche in questo caso abbiamo la stagista totalmente inesperta della realtà lavorativa in cui verrà a trovarsi, nella fattispecie il mondo dello showbusiness televisivo, che si riscoprirà ovviamente bravissima nel suo lavoro, tanto da riuscire a conquistare a poco a poco non solo i colleghi diffidenti ma anche la terribile "boss" che ha in odio tutto e tutti; il film segue il pattern tipico di questo genere di pellicola, col protagonista che affronta piccole difficoltà iniziali fino ad affermarsi, trovarsi davanti un ostacolo praticamente insormontabile, superarlo e infine ottenere definitivamente il successo, pattern in questo caso raddoppiato perché una forma di catarsi devono ottenerla sia Katherine che Molly, e in generale è permeato da un'atmosfera assai ottimista che viene ripresa anche dalle canzoni che compongono la colonna sonora. In contrapposizione a Katherine Newbury, comica affermata ma ormai "fossilizzata", formale e incapace di interpretare i gusti del pubblico, Molly è schietta e genuina, affronta la vita di petto e dice sempre quello che pensa, un esempio virtualmente molto positivo, peccato che nella realtà verrebbe davvero licenziata dopo cinque minuti. Ecco perché, molto democraticamente e in maniera piuttosto paracula, ai personaggi secondari vengono messi in bocca discorsi ragionevoli, frasi come "hai un carattere meraviglioso e hai ragione tu ma cerca di non essere sempre così schietta perché rischi di finire male", un sottile avviso per lo spettatore o spettatrice che dovesse sentirsi ispirato a imitare le gesta di Molly, perché la vita non è un film. Della serie: don't try this at work.


Nonostante un minimo di prevedibilità e questa mentalità cerchiobottista, E poi c'è Katherine è lo stesso un film divertente, spensierato e persino commovente. La Thompson non è disumana come Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, il suo personaggio è tratteggiato con un minimo di sensibilità e vengono sottolineati tutti i lati deprecabili ma comprensibili della sua Katherine, tanto che sono anche riuscita a commuovermi non solo durante il confronto finale col marito malato (interpretato dal sempre amabile John Lithgow) ma anche davanti alla presa di coscienza della vecchiaia, dell'inadeguatezza, di un disprezzo per il prossimo che travalica il gender e non è maggiormente giustificabile (o INgiustificabile) solo perché si è donne e quindi normalmente vessate. Se Emma Thompson è una formidabile mattatrice che meriterebbe davvero un futuro nella stand up comedy (nonostante, sinceramente, la comicità USA non mi strappi mani nemmeno una minima risata) a supportarla non c'è solo la simpatica Mindy Kaling, incredibilmente verosimile nel suo ruolo di stagista sognatrice ed ottimista, e un signor attore come il già citato Lithgow, ma un intero cast di caratteristi di tutto rispetto, tra i quali spiccano il sempre adorabile Denis O'Hare e tutti i membri dell'esilarante, insopportabile staff maschile di Katherine. Parliamoci chiaro, come farebbe Molly: E poi c'è Katherine non è il film dell'anno e secondo me non merita nemmeno lo sbattimento di andare in una sala per vederlo proiettato su grande schermo, tanto più che i furiosi scambi di battute tra personaggi e i monologhi della Thompson rendono di sicuro più in inglese che in italiano, ma è stato acquistato dagli Amazon Studios quindi immagino entrerà presto nel catalogo Prime Video e siccome è divertente e piacevole vi consiglierei di non perderlo appena sarà disponibile!


Di Emma Thompson (Katherine Newbury), Mindy Kaling (anche sceneggiatrice della pellicola, interpreta Molly Patel), John Lithgow (Walter Lovell), Denis O'Hare (Brad) e Halston Sage (Zoe Martlin) ho già parlato ai rispettivi link.

Nisha Ganatra è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto film che non conosco come Chutney Popcorn, Cake - Ti amo, ti mollo... ti sposo e The Hunters - Cacciatori di leggende. Anche produttrice, attrice e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.


Max Casella interpreta Burditt. Americano, ha partecipato a film come Ed Wood, A proposito di Davis, Blue Jasmine, Jackie e a serie quali I Soprano e Medium; come doppiatore ha lavorato in Leone cane fifone. Anche produttore, ha 52 anni e tre film in uscita.


Paul Walter Hauser interpreta Mancuso. Americano, ha partecipato a film come Tonya e BlackKklansman. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 33 anni e cinque film in uscita tra cui Cruella.


Ike Barinholtz interpreta interpreta Daniel Tennant. Americano, ha partecipato a film come Mordimi, Suicide Squad, The Disaster Artist, Bright e a serie quali Weeds e The Twilight Zone; come doppiatore ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 42 anni e un film in uscita.


A dirigere il film avrebbe dovuto esserci Paul Feig ma impegni pregressi lo hanno costretto a rinunciare. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Il diavolo veste Prada. ENJOY!

venerdì 13 settembre 2019

Mademoiselle (2016)

Nonostante la frenesia da It - Capitolo 2, questa settimana sono riuscita anche a recuperare Mademoiselle (Ah-ga-ssi), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Chan-wook Park e tratto dal romanzo Ladra di Sarah Waters.


Trama: la giovane Sook-Hee viene mandata a lavorare come dama di compagnia di Lady Hideko presso la magione del facoltoso signor Kouzuki, collezionista di libri e zio della Lady in questione. Tra le due donne si svilupperà un profondo e pericoloso legame...


Non mi ritengo un'esperta di Chan-wook Park (la trilogia della vendetta, per esempio, devo ancora recuperarla in toto, vergogna su di me) ma ha uno stile che adoro e quando sento che esce un suo film, anche se in stra-ritardo come in questo caso, faccio di tutto per fiondarmici a pesce. Mademoiselle (titolo italiano orrendo, ovviamente, anche se più aderente all'originale di quello internazionale. Infatti non c'è traccia di inflessioni francesi in un film ambientato in una Corea che vive nel mito del Giappone e spero vivamente che l'adattamento italiano non abbia introdotto la lingua "dei Galli" all'interno dei dialoghi) a mio avviso è un altro splendido esempio della sua bravura come sceneggiatore e regista, capace di offrire al pubblico film mai banali, dalla struttura intricata anche a fronte di trame più "semplici" o mutuate da altri; in questo caso, la storia è tratta da un romanzo ambientato nella Londra di fine ottocento, trasposto nella Corea degli anni '30 ed epurato da twist familiari "Dickensiani". La storia, senza spoiler, è quella di Sook-Hee, giovanissima coreana che trova lavoro come dama di compagnia di Lady Hideko, nipote di un vecchiaccio collezionista di libri erotici. Tanto è scafata Sook-Hee, vivace e servizievole, tanto è cupa e fragile Hideko, "bambola" da vestire e ingioiellare con tendenze suicide, trattata alla stregua di un libro raro dallo zio e vittima delle brame del Conte, aitante uomo che desidera sposarla e strapparla (assieme all'eredità, ovviamente) al vecchio collezionista. Tra le due donne, così diverse per origini e temperamento, si sviluppa un'attrazione dapprima solo fisica, poi sempre più profonda, un inno alla libertà e alla felicità che passa attraverso il sesso vissuto al di là delle convenzioni sociali e dei doveri ma anche al di là dell'attitudine guardona di chi considera il sesso mero passatempo licenzioso, forma d'arte da dare in pasto a un pubblico sbavante di persone che non si avvicinerebbero alla "carne" nemmeno per sbaglio e che preferiscono fantasticare tristemente su ciò che potrebbe essere, senza esporsi in prima persona. Anche in questo Hideko è una bella bambola, da guardare e non toccare, corpo e viso perfetti che si fanno veicolo delle fantasie più perverse attraverso la voce e i gesti, creatura eterea che solo Sook-Hee avrebbe il coraggio di fare sua in quanto unica persona capace di conferire alla sua "Lady" lo status di essere vivente.


Ricamare ulteriormente sulla trama, ripresa più volte, rigirata su se stessa, raccontata da diversi punti di vista, significherebbe addentrarsi nel pericoloso terreno dello spoiler e sarebbe un peccato, perché Mademoiselle è un film da scoprire a poco a poco, pendendo dalle labbra del narratore Chan-wook Park come fa il pubblico di Hideko nel corso dei suoi licenziosi racconti, godendo allo stesso modo della bellezza delle immagini mostrate. Elegantissimo nella messa in scena, nel modo in cui indugia sui dettagli, in cui gioca con le luci e coi colori, in cui trasforma le sequenze più crude e disgustose in arte in movimento, nella delicatezza con cui realizza le scene chiave della passione tra Hideko e Sook-Hee (ben distanti dalle fredde rappresentazioni che fanno sudare la fronte dei giovani ospiti del lord della casa) anticipandole con piccoli siparietti sottilmente erotici, e nella commovente vivacità che permea ogni istante di ribellione della Handmaiden del titolo internazionale, si potrebbe accusare Chan-wook Park di freddezza e manierismo ma la verità è che non c'è un solo istante del film in cui non ci si senta vicini alle protagoniste e coinvolti dalla storia raccontata. Il merito, certamente, va anche e soprattutto alle attrici che interpretano i due personaggi principali. Min-Hee Kim, truccata di tutto punto, elegantissima ed algida, si muove sullo schermo come un gatto indolente e altrettanto affascinante, mentre la giovane Tae-ri Kim ha tutta la vivacità combattiva di chi ha il fuoco nello sguardo e non ama farsi mettere i piedi in testa da nessuno; assieme, le due attrici arricchiscono la pellicola con la loro mera presenza fisica (offrendo il corpo a scene lesbo talmente dettagliate che probabilmente avrebbero messo a disagio attrici ben più esperte e blasonate), mettendo in ombra i loro pur bravi colleghi uomini (non a caso, non c'è un solo istante di film in cui la società fallocentrica non venga ridicolizzata e resa inutile quanto, appunto, i membri degli uomini presenti) e dando ancora più valore all'incredibile bellezza dei costumi, delle scenografie e della colonna sonora. Nell'epoca del girl power, un film che racconta di liberazione dalla sottomissione e dell'errore di accettare destini imposti, spinti da un assurdo senso di inferiorità, probabilmente non è più una novità ma Chan-wook Park è così bravo a rendere cinematograficamente il messaggio che perdersi Mademoiselle sarebbe proprio un peccato.


Del regista e co-sceneggiatore Chan-wook Park ho già parlato QUI.


Il romanzo Ladra era già statO trasposto in un film per la TV in tre parti dal titolo Fingersmith, con Sally Hawkins nei panni della dama di compagnia e Imelda Staunton in quelli della donna che l'ha cresciuta. Non l'ho mai visto ma, se Mademoiselle vi fosse piaciuto, potreste recuperarlo. ENJOY!


giovedì 12 settembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 12/9/2019

Buon giovedì a tutti! Nella settimana che segue It - Capitolo 2 e precede C'era una volta a Hollywood, è normale che non esca nulla degno di nota ma il multisala si sforza di prendere davvero il peggio delle uscite, mannaggia. ENJOY!

Tutta un'altra vita
Reazione a caldo: Ugh...
Bolla, rifletti!: Ho visto il trailer tante di quelle volte da saperlo a memoria e mai una volta che mi sia venuto da ridere. Anzi, sinceramente, Brignano mi fa pure un po' schifo come uomo.

Angry Birds 2: Nemici per sempre
Reazione a caldo: Ossegnur...
Bolla, rifletti!: Idem come sopra. Ho saltato il primo capitolo, non ho voglia né di recuperarlo né di vedere il secondo film dedicato agli uccelletti incazzosi.

Mio fratello rincorre i dinosauri
Reazione a caldo: Meh...
Bolla, rifletti!: Potrebbe essere uno di quei piccoli film di cui far tesoro nei secoli a venire, potrebbe essere una cazzatona melensa buona solo per suscitare sensi di colpa negli spettatori. Cosa sia questo film non lo so ma sono certa, ora come ora, di non volergli dare chance alcuna, non quando lo pubblicizzano come il Wonder italiano. Convincetemi del contrario, se potete.

Al cinema d'élite si indulge sempre in atmosfere francesi...


Grandi bugie tra amici
Reazione a caldo: Hmm......
Bolla, rifletti!: Non ho mai visto Piccole bugie tra amici ma questo è il sequel, girato a distanza di una decina d'anni, quindi non andrò a vederlo in sala visto che non conosco i precedenti. Che dite, il primo film merita un recupero? 

mercoledì 11 settembre 2019

Offspring (2009)

Sono andata a ritroso come i gamberi e, dopo The Woman e Darlin' ho recuperato Offspring, diretto dal regista Andrew van den Houten nel 2009 e tratto dal romanzo omonimo di Jack Ketchum.


Trama: sulle coste del Maine, due famiglie vengono attaccate da un gruppo nomade di cannibali, in cerca di cibo e neonati da rapire.



Forse non è stata una grande idea recuperare Offspring dopo The Woman e Darlin' ma evidentemente c'era un motivo per cui a venire continuamente citato è ricordato è il film di Lucky McKee e non quello di Andrew van der Houten. Quest'ultimo è infatti un "banale" film a tema uomo contro natura, un survival movie dove persone tranquille e più o meno simpatiche (tranne il marito di una delle due donne, che avrebbe dovuto morire male al secondo minuto) vengono attaccate senza apparente motivo da un branco di cannibali che infieriscono su di loro in modi più o meno violenti, sanguinosi e fastidiosi. Nessun intento di critica sociale, messaggi femministi inesistenti, personaggi tagliati con l'accetta e tante scelte sbagliate (da parte dei protagonisti) tipiche dell'horror di serie B sono le caratteristiche di Offspring, che si fa ricordare giusto per la sfacciataggine con cui sfrutta la presenza di bambini cannibali istigando lo spettatore a volerli vedere morti nonostante la loro natura "innocente" e per il modo in cui si serve di poveri neonati per alimentare l'ansia e il sentimento di odio verso chi, nei film successivi, sarebbe diventato il beniamino del pubblico, ovvero la Donna (in effetti il personaggio caratterizzato meglio, mentre gli altri cannibali sono abbastanza dimenticabili). Interessante, inoltre, la presenza del già citato ex di una delle protagoniste femminili, una sorta di precursore del Chris di The Woman ma molto più caricaturale, un uomo abietto che non cessa di prevaricare la ex moglie e torturarla anche nelle situazioni più disperate, sacrificando il desiderio di sopravvivenza a quello di infierire ulteriormente.


Il resto, mi duole dirlo, ma è poca cosa. Benché sia stato girato nel 2009, Offspring ha lo stile squallido degli anni '90 e non parlo solo della regia o della fotografia, piatte che più non si può, tanto da sembrare quelle di un film TV dell'epoca, ma anche delle mise degli interpreti, un po' tutti, indistintamente, cani maledetti salvo la sempre magnetica Pollyanna McIntosh. Nulla da eccepire, invece, per quanto riguarda il reparto gore, segno che ai realizzatori interessava sicuramente più "scioccare" il pubblico con efferatezze assortite che non raccontare una storia come nei due film successivi. Anzi, tra seni nudi, morsi in parti decisamente dolorose per una donna, flagellazioni e quant'altro, direi che Offspring sconfina spesso e volentieri sul terreno della exploitation, non a caso agli uomini viene riservato un trattamento brutale ma rapido mentre la violenza sulle due poveracce protagoniste viene reiterata; non c'è nulla di divertente o divertito in quello che viene mostrato e, complice anche la messa in scena rozza e violentissima, spesso sembra di avere davanti uno di quei cattivissimi horror anni '70 zeppi di pessimismo e brutte persone. Personalmente, salvo pochi esempi, non è un genere che mi appassioni granché, forse anche perché sto invecchiando e tendo ad evitare di deprimermi, ma se vi piacciono queste atmosfere allora apprezzerete Offspring tanto quanto The Woman e Darlin'. Io, probabilmente, lo dimenticherò già domani.


Di Art Hindle (George Chandler) e Pollyanna McIntosh (la Donna)  ho già parlato ai rispettivi link.

Andrew van den Houten è il regista della pellicola e interpreta l'assistente del medico. Americano, ha diretto film come Headspace. Anche produttore e sceneggiatore, ha 40 anni.


Amy Hargreaves interpreta Amy Halbard. Americana, ha partecipato a film come Brainscan - Il gioco della morte e La stanza delle meraviglie. Ha 49 anni e un film in uscita.


Nel film compare lo stesso scrittore e sceneggiatore Jack Ketchum nei panni di Max Joseph mentre Tommy Nelson, che interpreta il piccolo Luke, compare anche, non accreditato, in The Woman. Se il film vi fosse piaciuto o volete anche solo sapere come prosegue la storia, recuperate The Woman e Darlin', decisamente migliori di Offspring. ENJOY!

martedì 10 settembre 2019

Darlin' (2019)

Dopo aver rivisto The Woman mi sono dedicata a Darlin', diretto e sceneggiato da Pollyanna McIntosh.



Trama: la piccola Darlin', ormai ragazza, viene abbandonata dalla Donna davanti a un ospedale e finisce in un collegio religioso che ospita giovani orfane...



Darlin' inizia, più o meno, dove The Woman finiva. A quanto pare, delle tre sorelle Cleek solo la piccola e rossa Darlin' è rimasta assieme alla Donna ma la stessa, a un certo punto, decide di abbandonarla in un ospedale senza apparente motivo. Darlin', un tempo bimba ciarliera, è diventata la versione più giovane della Donna, una creatura incapace di parlare e dagli istinti brutali, selvaggi, e proprio per queste sue caratteristiche diventa il "progetto" di un vescovo impegnato a non far chiudere un istituto da lui gestito, che la affida ad una suora dal passato oscuro e a ragazzine problematiche. Due uomini diversi, Chris Cleek e il vescovo, il primo violento e psicopatico, il secondo affabile ma veniale, entrambi tuttavia accomunati da un desiderio di prendere le donne e plasmarle secondo i loro desideri, reputandosi superiori e pronti ad indirizzare sulla giusta via creature palesemente inferiori, sciocche, incapaci di decidere da sé (almeno dal loro punto di vista). Purtroppo, vedere Darlin' venire "addomesticata" a son di prediche e letture bibliche atte a mostrarle il peccato in ogni aspetto della vita, fa forse ancora più male che vedere la Donna incatenata nella cantina dei Cleek, perché Darlin', a differenza della Donna, è una creatura dall'innocenza assoluta, facilmente malleabile nel bene e nel male, soprattutto se la sua ignoranza di ogni aspetto della vita umana viene alimentata da persone che tendono a giudicare ed indottrinare invece di spiegare. La libertà di Darlin', in grado già da sola di capire la differenza tra bene e male (il momento in cui parla di mangiare chi si ama mette il magone) ma anche di affrontarla senza remore per questioni legate alla sopravvivenza, si trasforma nel corso del film in un crogiolo di incubi e sensi di colpa, all'interno di un terribile coming of age nel quale la protagonista femminile ottiene una consapevolezza imposta dagli uomini, dalla religione e dalla società, filtrata dal loro punto di vista, che riesce ad annientarla più di quanto non abbia fatto la vita selvaggia.


Diversamente da Lucky McKee, Pollyanna McIntosh realizza un film elegante e quasi privo di sequenze gore, preferendo concentrarsi sul volto bellissimo di Lauryn Canny, sensuale ed innocente al tempo stesso, e sul contrasto tra gli squallidi interni del collegio dov'è rinchiusa Darlin' e la natura appena fuori da esso, deliziando lo spettatore con raffinate riprese crepuscolari e campi lunghi in cui viene racchiuso tutto il desiderio di libertà della protagonista e della Donna, per non parlare della bellezza dei flashback (pochi dettagli significativi che rivelano molto più di mille spiegoni), dell'uso delle luci, degli incubi che popolano i sonni di Darlin'. Ha del coraggio Pollyanna McIntosh a ritagliarsi un ruolo piccolissimo, rendendo la Donna (beniamina del pubblico) un personaggio "marginale" alla disperata ricerca della figlia, ha del coraggio a cambiare i toni del racconto cercando atmosfere più drammatiche che horror, eppure il messaggio che passa non è diverso da quello di The Woman, accusato a torto di essere misogino, ed è il rifiuto a conformarsi a idee ipocrite e vetuste, che non tengono conto del cambiamento dei tempi, del potere insito nella natura femminile, che impongono anziché tentare di inglobare punti di vista differenti, cercando magari un punto di contatto. Sono le posizioni estreme di chi rifiuta di guardare oltre il proprio patetico egoismo a richiamare una furia selvaggia come quella della Donna, pronta ovviamente a difendere se stessa e i suoi cari assieme a tutti quelli che si trovano nella stessa condizione di prigionia (fisica e mentale) e cercano in tutti i modi di liberarsene, lottando con le unghie e con i denti; si può dire che la Donna aiuti chi cerca già di aiutarsi da sé o, perlomeno, non gli strappa la gola a morsi, e chissà se la rivedremo mai a curare una nuova generazione di donne libere, prendendo a calci nel sedere padri di famiglia psicopatici e prelati disgustosi. Certamente, dovesse succedere, io sarò lì in prima fila.


Della regista e sceneggiatrice Pollyanna McIntosh, che interpreta anche la Donna, ho già parlato QUI.


Cooper Andrews, che interpreta l'infermiere Tony, è il Jerry di The Walking Dead mentre il vescovo Bryan Batt era il sindaco delle prime due serie di Scream. Se Darlin' vi fosse piaciuto recuperate i prequel Offspring e The Woman. ENJOY!

domenica 8 settembre 2019

The Woman (2011)

Siccome in questi giorni è uscito Darlin', ho deciso di rivedere The Woman, diretto nel 2011 da Lucky McKee e co-sceneggiato a partire dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, e parlarne un po'.


Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.



Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.


Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.


Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.

Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.


Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!

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