domenica 26 luglio 2020

Bollalmanacco On Demand: L'altro inferno (1981)

Siccome Obsidian mi vuole proprio bene, la sua richiesta per l'On Demand odierno è stata L'altro inferno, diretto e co-sceneggiato, assieme a Claudio Fragasso, nel 1981. Se riesco a recuperarlo, il prossimo film On Demand sarà Ciao, Nì! ENJOY!


Trama: in un convento, le suore cominciano a morire misteriosamente. Un giovane e aitante prete indaga.


Prima di cominciare la visione de L'altro inferno ho avvertito Mirco: "stiamo per guardare una Fragassata". Lui non ha capito allora, ma adesso sì, poverino. Eppure, quello che è riuscito a non addormentarsi durante la visione del film è stato lui, che di tanto in tanto mi tirava delle gomitate per farmi riprendere dal diludendo di un "horror" che speravo trash e pieno di dialoghi esilaranti da riportare pezzo per pezzo, ma che invece si è rivelato una noia mortale. Sono quasi più interessanti i retroscena del film, girato contemporaneamente a La vera storia della monaca di Monza, con lo stesso cast e la stessa location per risparmiare e dotato di una colonna sonora presa in prestito da vecchi dischi dei Goblin, che per delle nuove melodie volevano troppi soldi (ed effettivamente c'era qualcosa di familiare, visto che molto è tratto da Buio Omega...). Insomma, un film condiviso e di seconda mano, come poteva venire fuori un'opera decente? A dirla tutta, ci ho sperato, lo ammetto. L'inizio de L'altro inferno è puro delirio trash, ambientato in un laboratorio sotterraneo da mad doctor (in un convento? Perché mai??) all'interno del quale una suora matta seziona una consorella morta per far vedere a una povera novizia gli organi dove risiede il peccato, come l'utero, le ovaie, altre brutte cose simili; in quella, compare il demonio, ovvero, a naso, i catarifrangenti posteriori di un'Ape Cross, debitamente illuminati, e succede il patatrac. Bon. Da lì in poi potete anche evitare di proseguire, ché nemmeno la follia di Franca Stoppi, sempre assai "misurata" nel suo interpretare personaggi incazzosi, riesce a salvare L'altro inferno da una noia mortale fatta di manichini appesi, gente che vaga in corridoi/scale/soffitte e suore che vomitano robe strane.


Il genere nunsploitation mi è fortunatamente poco familiare ma, se non altro, le suore qui non copulano, cosa che mi avrebbe onestamente fatta inorridire visti gli uomini presenti (Carlo de Mejo, tanto quanto, ma il giardiniere, proprio, orrore!) e, di fatto, la sconclusionata trama le vuole soltanto vittime di un demonio che non si capisce bene cosa faccia lì nel convento. Forse Fragasso e Mattei hanno preso alla lettera il titolo italiano del Carrie di De Palma, perché verso il finale tutto converge su una povera, presunta figlia del Demonio (di cui a un certo punto provano a sbarazzarsi in un modo che farebbe inorridire il Moige, non bastasse, e lo dico per gli amici animalisti, un povero gallo a cui viene tagliato via il collo) dotata di strani poteri e un simpatico make-up che ce la mostra più barbuta che ustionata. D'altronde, come diceva Groucho forse, le suore hanno i baffi, giusto? In tutto questo, L'altro inferno si salva giusto per l'utilizzo di un convento vero che concorre a mantenere quel minimo di atmosfera "sacrilega" e dà l'idea dell'artigianalità selvaggia degli horror italiani dell'epoca, ma è un po' poco per consigliare un film peraltro fruibilissimo in quanto presente nel vasto cestone di monnezza horror che fa parte del catalogo Amazon Prime. Al prossimo On Demand inquietante!!


Di Carlo De Mejo, che interpreta Padre Valerio, ho già parlato QUI.

Bruno Mattei, qui col nome di Stefan Oblowski, è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come Virus, Rats - Notte di terrore, Robowar - Robot da guerra, Terminator 2, Double Target e Strike Commando. Anche attore e produttore, è morto nel 2007 all'età di 75 anni.


Franca Stoppi, che interpreta Madre Vincenza, era la Iris di Buio Omega, di cui L'altro inferno, per inciso, riutilizza parte della colonna sonora. ENJOY!

venerdì 24 luglio 2020

Extra Ordinary (2019)

Altra gioia, stavolta è il caso di aggiungere anche divertente, tirata fuori dal blog di Lucia è Extra Ordinary, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dai registi Mike Ahern ed Enda Loughman.


Trama: un'istruttrice di guida deve tornare ad utilizzare i suoi poteri medianici quando un uomo le chiede aiuto per la figlia, presa di mira da un cantante satanista...


Io amo l'Irlanda e amo le commedie horror che arrivano da quelle parti, ché non è solo la perfida Albione ad avere il monopolio del genere. Probabilmente, se Extra Ordinary venisse distribuito da queste parti perderebbe un buon 80% di pregi, visto che il bello è guardarlo godendosi l'accento meraviglioso dei coinvolti e l'intonazione tra il cortese e il pazzerello di Maeve Higgins, ma magari con un po' di fortuna se lo accaparrerà qualche piattaforma streaming e il problema non si porrà. Ma di cosa parla, in definitiva, Extra Ordinary? Per l'appunto di un'istruttrice di scuola guida, Rose, dalle abilità medianiche "stra ordinarie": Rose riesce a vedere i fantasmi (che, per inciso, adorano infestare i formaggi, tra le altre cose) ma ha scelto di ignorare i suoi poteri dal giorno in cui è successo qualcosa a suo padre, cacciatore televisivo di fantasmi e demoni. In più, Rose è anche una timida patologica, passa le serate da brava zitella a imbottirsi di porcherie e la sorella, Sailor, ha il suo bel daffare a spingere la sorella a vivere un po'. Tutto cambia, come nelle migliori commedie, quando Rose riceve la telefonata del bel vedovo Martin Martin, la cui figlia è stata presa di mira da Christian, cantante che, nonostante il nome, ha scelto di sacrificare una vergine al Diavolo per poter tornare sulla cresta dell'onda dopo essere stato una meteora della musica. Altro non è il caso di aggiungere sul modo in cui la trama si svilupperà, perché il bello di Extra Ordinary è il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro senza seguire i cliché che vedrebbero un percorso di formazione/redenzione oppure di crescita dell'aMMore, perché i testardissimi irlandesi sono assai restii a cambiare le loro abitudini e il gioco dei due registi e sceneggiatori è proprio quello di ridere in faccia allo spettatore smontando le sue aspettative con gag ottimamente riuscite, che non fanno calare il ritmo della pellicola neppure per un secondo.


Realizzato ottimamente dal punto di vista della regia, che intervalla la narrazione della vicenda con colorati spezzoni vintage della trasmissione del padre di Rose, nemmeno Extra Ordinary ne fosse un episodio, il film è pregevole per la furbizia con cui sopperisce ai limiti di budget, fornendo una rappresentazione di fantasmi e demoni fanciullesca ma non ridicola, sfruttando per esempio l'iconografia del lenzuolo, che in questo caso è perfetto per il clima scanzonato e vagamente cartoonesco della pellicola, che inanella anche ottime citazioni da Ghostbusters e L'esorcista. Ovviamente, al di là della realizzazione fa molto la simpatia degli interpreti, quasi tutti abbastanza sconosciuti nel nostro Paese, anche se l'americano Will Forte, che interpreta Christian, ha partecipato a tantissime commedie demenziali assai famose per chi bazzica il genere; onestamente, io non lo conoscevo ma il suo Christian è esilarante, a livello dei migliori personaggi interpretati da Will Ferrell, e le sequenze in cui duetta con la moglie Claudia sono tra le migliori del film. Altra bella sorpresa l'attore Barry Ward, che in effetti ci mette un po' ad ingranare, surclassato dalla verve della simpaticissima Maeve Higgins, ma verso il finale si profonde in un doppio ruolo talmente divertente che spesso mi sono ritrovata a ridere come una matta, con le lacrime agli occhi. Dopo tanti horror cupi e deprimenti una supercazzola horror come questa ci voleva proprio, quindi se vi sentite giù provate a recuperare Extra Ordinary, non ve ne pentirete!

Mike Ahern ed Enda Loughman sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola, entrambi irlandesi e anche produttori, sono al loro primo lungometraggio.


mercoledì 22 luglio 2020

Relic (2020)

Il blog di Lucia offre, come sempre, moltissime gioie. La più recente è stata Relic, diretto e co-sceneggiato dalla regista Natalie Erika James.


Trama: dopo la sparizione prolungata della madre, Kay e la figlia Sam decidono di trasferirsi a casa sua per starle vicino ma cominciano ad accadere inquietanti fenomeni...


Uno dei film che più mi aveva angosciata, qualche tempo fa, era stato Still Alice, la storia di una donna ancora abbastanza giovane che vedeva la sua vita divorata dall'Alzheimer. Che sia Alzheimer o demenza senile, l'idea di non ricordare più nulla, di vedere gli affetti e la coscienza di se stessi e del mondo scorrere via dalle dita è qualcosa di orribile e se a questo si aggiungono gli acciacchi della vecchiaia, la consapevolezza di un corpo che non risponde più ai nostri desideri, costringendoci ad umiliarci, anche, davanti alle persone a cui vogliamo bene, mi rendo conto che forse non vorrei arrivare ad essere troppo vecchia e che mi piacerebbe molto lasciare questo mondo prima di diventare un peso per gli altri. La condizione fisica di mia nonna, che pure fortunatamente (o sfortunatamente per lei, temo) ha la testa ancora lucidissima, ce l'ho sotto gli occhi ogni giorno e guardando questo Relic ho inevitabilmente trasferito la sua condizione su quella di Edna, anziana ed indipendente signora che comincia a cambiare. La casa in cui ha vissuto per anni le sembra un luogo minaccioso, i volti si confondono, cominciano a spuntare dei post-it per ricordarsi le cose basilari, sul corpo compaiono inquietanti lividi neri e, cosa forse peggiore, la figlia e la nipote, ognuna pronta ad aiutare nonostante la prima sia stata distante per anni, decidono di assistere Edna trasferendosi nella sua casa, facendola involontariamente sentire ancora più invalida, incapace e colma di vergogna. Cosa si celi nella casa di Edna non è dato sapere di preciso, ma non è importante: Natalie Erika James e Christian White hanno dato una "forma" a qualcosa che può annidarsi nel corpo e nell'anima di tutti e trasformare la realtà in un incubo, e lo hanno fatto con una raffinatezza inusuale per un'opera prima, senza ricorrere a jump scare faciloni.


Relic è innanzitutto un horror di atmosfera, e fa un po' effetto che venga dall'Australia, quando parrebbe girato in qualche tristissimo marsh o brughiera inglese, dove non smette di piovere nemmeno per un secondo e la nebbia divora le caviglie nemmeno ci si trovasse a Vinden. Quasi interamente girato all'interno di una casa vecchia, disordinata e piena di luoghi nascosti (il che si rivelerà fondamentale a un certo punto del film), e nell'uggioso bosco che la circonda il film è una cupa riflessione su qualcosa che potrebbe colpire chiunque, sia direttamente che indirettamente, e ha la furbizia di mantenersi abbastanza vago da far sì che sia il singolo spettatore a caricarlo di significati e aspettative derivanti dalla sua esperienza personale. Oggettivamente, ci sono delle sequenze parecchio inquietanti in Relic, assai legate a un certo tipo di iconografia legata al body horror o a quelle opere che parlano di possessioni demoniache, ma la cosa bella del film è che tutti questi elementi vengono riutilizzati, mescolati e rinfrescati per offrire qualcosa di nuovo, claustrofobico e anche in grado di emozionare lo spettatore, di coinvolgerlo grazie anche alla bella prova offerta dalle tre attrici principali, Robyn Nevin in primis. Oserei dire che, guardando Relic, ognuno potrebbe vedere e vivere un film diverso; probabilmente qualcuno di voi si annoierà preferendo qualcosa di più dinamico, altri, come Lucia, lo eleveranno a film del cuore. Io non sono arrivata a definirlo l'horror dell'anno ma mi ha coinvolta parecchio e sul finale mi sono anche commossa, quindi non posso fare altro che consigliarlo spassionatamente.


Di Emily Mortimer, che interpreta Kay, e Bella Heathcote, che interpreta Sam, ho già parlato ai rispettivi link.

Natalie Erika James è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata in America, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.


martedì 21 luglio 2020

Bollalmanacco On Demand: Irma Vep (1996)

Con l'On Demand di oggi scoprirete che ci sono amici blogger che mi sopravvalutano, come Bobby Han Solo, che mi ha chiesto di guardare e recensire Irma Vep, diretto nel 1996 dal regista Olivier Assayas. Il prossimo film On Demand, che gli dei mi assistano, dovrebbe essere L'altro inferno, peraltro disponibile su Prime Video. ENJOY!


Trama: un regista francese decide di realizzare un remake del serial I vampiri e, per l'occasione, sceglie di affidare il ruolo della protagonista a un'attrice di Hong Kong. La produzione dell'opera risulterà però molto travagliata...


Irma Vep è uno di quei film sul cinema in cui lo spettatore viene portato per mano dietro le quinte, per dare una sbirciata a tutto ciò che di pragmatico e reale si nasconde dietro la magia del grande schermo. In questo caso, la "lezione" di metacinema serve a riflettere sulla condizione del cinema francese degli anni '90, forse per estensione anche di quello odierno, fiaccato da un glorioso passato intellettuale che, nel sentire comune, ha cristallizzato le pellicole d'oltralpe in un insieme di codici percepiti, dal pubblico bue, come noiosi, autoreferenziali, vagamente blasé. Ed effettivamente, le velleità autoriali al vecchio regista René non mancano, tanto da impelagarsi nella realizzazione del remake dello sceneggiato realmente esistito Les Vampires, arricchendolo tuttavia della presenza di un'attrice di Hong Kong, Maggie Cheung. Un incontro tra tradizione, avanguardia e modernità davanti al quale molti addetti ai lavori storcono il naso e che porta persino il regista, a un certo punto, a chiedersi quale sia il suo scopo, mentre la sua musa orientale è l'unica di tutto l'entourage ad andargli incontro e a cercare di capire non solo lui ma anche il personaggio della misteriosa Irma Vep, ladra e vampira. Attorno a queste problematiche c'è tutto un microcosmo di addetti ai lavori con pregi e difetti, legati l'uno all'altro da poche simpatie e molti pettegolezzi maligni, che rendono il set una polveriera sempre pronta ad esplodere anche quando, apparentemente, la produzione del film fila liscia. Premesso ciò, l'unico problema che ho avuto, durante la visione di Irma Vep, è che io faccio parte del pubblico bue e, per quanto abbia trovato assolutamente confutabili le parole messe in bocca a un certo punto a un giornalista americanofilo, all'opera di Assayas ho preferito di gran lunga Boris che, mi perdonino i puristi, non è molto distante per concetto, oltre ad avere due registi col nome identico.


Irma Vep, di base, non mi è dispiaciuto, però l'ho trovato poco interessante, pregno di argomenti che ho visto trattare meglio in altri film. Sarà perché, onestamente, della situazione del cinema francese poco mi tange, soprattutto dopo che sono passati più di dieci anni dall'uscita del film, o sarà perché ho trovato poco coinvolgenti i problemi personali dei vari personaggi, non sono riuscita ad entusiasmarmi come molti di coloro per cui Irma Vep è un capolavoro senza eguali. Di sicuro ho molto apprezzato la regia di Assayas e sono rimasta affascinata dai continui rimandi a Les Vampires, così come la scelta di fondere la finzione con la verosimiglianza annullandone, a un certo punto, tutti i confini, per non parlare del montaggio finale del film nel film, una follia sperimentale che ho gradito parecchio (e poi come faccio a voler male a una pellicola in cui viene utilizzata una canzone dei Sonic Youth?). Inoltre, nonostante anche il resto del cast sia molto valido, soprattutto Nathalie Richards, ho trovato perfetta Maggie Cheung, spaesata chinesewoman in Paris che non spiccica una parola di francese ma conserva comunque la sua personalità e dignità in una realtà che la vede straniera, letteralmente oggetto di desideri e pulsioni di cui è completamente ignara, una catwoman sexy e fragile dall'enorme professionalità e sensibilità. Irma Vep è sicuramente un film che non riguarderei ma capisco il fascino che ha esercitato su molti spettatori, quindi vi direi di provarlo (anzi, ringrazio Bobby Han Solo per avermelo consigliato, ché sperimentare cose nuove mi fa sempre piacere), magari scoprirete il cult della vostra vita!


Del regista e sceneggiatore Olivier Assayas ho già parlato QUI. Maggie Cheung (Maggie Cheung) e Jean-Pierre Léaud (René Vidal) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è lo "spin-off" di un film del 1915, I vampiri di Louis Feuillade. Se Irma Vep vi fosse piaciuto magari recuperatelo e aggiungete Effetto notte e soprattutto Attenzione alla puttana santa, che Assayas cita come sua fonte di ispirazione primaria. ENJOY!

domenica 19 luglio 2020

Dead Silence (2007)

Sono una cinefila delle balle e un horroromane della domenica, lo sapete, spesso arrivano a mancarmi le basi. Non avevo mai visto, per esempio, Dead Silence, diretto nel 2007 dal regista James Wan, e l'ho recuperato qualche tempo fa in TV.


Trama: dopo aver ricevuto un pacco anonimo contenente un burattino, la moglie di Jamie muore in circostanze misteriose. Rimasto vedovo, il ragazzo torna al suo paese natale, dove tenta di trovare delle risposte.



Un film come Dead Silence rischierebbe di farmi morire d'infarto sin dalla locandina, forse è questo il motivo per cui non mi ero mai accinta alla visione. Passato lo shock da locandina, rimane lo shock di vedere, per buona parte del metraggio del film, l'inquietante pupazzo Billy roteare gli occhi e girare la testa nei momenti meno opportuni, aggiungendo al fatto di essere già brutto come la morte (un perfetto compagno, in effetti, della bambolaccia Annabelle) quello di rischiare di essere semovente e persino parlante, ma tant'è: c'è chi trova gli horror stupidi perché "i  fantasmi non esistono", per le scene splatter irrealistiche, perché la gente va in cantina quando sa che la casa è stregata, io l'unica cosa che non concepisco è l'idea che qualcuno possa rimanere solo in casa con un pupazzo palesemente demoniaco. Ovviamente, la moglie di Jamie lo fa, la sconsiderata, e muore ma questa è solo la punta dell'iceberg dell'enigma scritto da Leigh Whannell e James Wan, all'interno del quale si intersecano misteriosi eventi di un violento passato che hanno per teatro una cittadina abbandonata o quasi, zeppa di luoghi storici tra il decadente e il gotico. Lì, tra teatri abbandonati, cimiteri inquietanti e obitori dove i proprietari si dilettano nella fotografia mortuaria, serpeggia la leggenda di Mary Shaw, burattinaia ventriloqua protagonista di una terrificante nursery rhyme che consiglia, a ragion veduta, di non urlare in sua presenza. Perché mai lo spettro di Mary Shaw abbia esteso le sue mire anche su un ragazzo che è scappato dalla squallida cittadina dov'è nato il mito bisognerà scoprirlo nel corso di Dead Silence, un film non esente dai cliché del genere ma divertente ed inquietante dall'inizio alla fine, complice il riuscitissimo personaggio del cinico poliziotto e, ovviamente, i terrificanti "figli" di Mary Shaw, maledetti burattini che cicciano fuori nei momenti più inaspettati.


Ma ciò che più colpisce di Dead Silence, al di là di una trama comunque "normale" per i canoni horror, è la bellezza della messa in scena e l'incredibile cura della regia. I titoli di testa e quelli di coda sono dei piccoli capolavori vintage, fatti di immagini e disegni inquietantissimi, ovviamente tutti a tema burattino, e sono la cornice ideale di un film che presenta almeno tre sequenze genuinamente terrificanti e perfettamente orchestrate; una, ovviamente, è quella della morte della moglie di Jamie, un'altra è il flashback ambientato nel teatro, all'interno della quale al divertimento del pubblico si aggiungono giochi di sguardi nei quali serpeggia un'inquietudine tangibile, e l'ultima è il finale, peraltro spettacolare e passabile di esecuzione capitale per chiunque venga in mente di spoilerarlo. Se i burattini di Mary Shaw e il trucco della vecchia sono necessariamente perfetti, questo vale anche per le scenografie, dal già citato teatro (ma quant'è bella l'idea di un teatro costruito su un isolotto appena fuori dalla città?) alla casa della famiglia Ashen, senza dimenticare i sotterranei dell'obitorio, dov'è ambientata un'altra bella sequenza ad alto tasso di tachicardia. Onestamente, l'unica cosa che non ho particolarmente apprezzato di Dead Silence sono gli attori ma è anche vero che ho guardato il film in italiano, passato in TV, e il doppiaggio del film utilizza buona parte del cast italiano de I Simpson, cosa che inficia parecchio la visione, con tutto il rispetto per chi è così efficace all'interno dell'adorata serie animata. Quindi, se possibile, vi consiglio di recuperarlo perché è l'ennesimo esempio della bravura della premiata ditta Wan/Whannell, ma cercatelo in lingua originale se potete!


Del regista James Wan ho già parlato QUI. Donnie Wahlberg (Det. Lipton) e Bob Gunton (Edward Ashen) li trovate invece ai rispettivi link.

venerdì 17 luglio 2020

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga (2020)

Ebbene sì, alla fine anche io sono riuscita a guardare Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga (Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga), diretto dal regista David Dobkin.


Trama: Lars Erickssong, cinquantenne islandese che vive ancora col papà, ha un solo sogno: partecipare all'Eurovision Song Contest assieme all'amica d'infanzia Sigrit, con la quale forma i Fire Saga. Per una serie di circostanze assurde, i due si qualificano come candidati per l'Islanda ma la strada per la vittoria è ancora molto lunga...


Alzi la mano chi non conosce l'Eurovision Song Contest, trashissimo carrozzone canoro che, ogni anno, delizia il pubblico con un inquietante festival a base di esibizioni tra lo sgargiante e l'imbarazzante e un'altissima percentuale di canzonacce provenienti da tutta Europa (più eventuali nazioni ospiti e la sempreverde Australia). Negli ultimi anni è tornato ad essere famoso anche in Italia grazie alla partecipazione degli ultimi vincitori di Sanremo, Mahmood in primis, ma io ne sono venuta a conoscenza nell'ormai lontano 2006, anno in cui vinsero i meravigliosi Lordi, proprio perché in Australia è un evento famosissimo e assai amato. A quanto pare, nonostante in America non se lo fili praticamente nessuno, Will Ferrell è diventato un fan sfegatato del festival grazie alla moglie svedese e ha quindi deciso di co-sceneggiare questa storia "celebrativa" avente per protagonista il gruppo fittizio dei Fire Saga, l'Albano e Romina d'Islanda; inutile dire che gli USA hanno accolto quest'ultima produzione Netflix a pernacchie e sputi ma per chi ha anche poca familiarità con l'Eurovision non è una visione malvagia, non del tutto almeno. Cominciamo dai difetti e togliamoci il dente. Eurovision Song Contest è il tipico film di e con Will Ferrell, dove il comico interpreta un bambinone sui generis, dall'intelletto limitato e dai grandi sogni, proiettato verso un obiettivo da raggiungere. Partiamo dal presupposto che se non amate il comico americano potete anche evitare di fare un tentativo, il problema stavolta è che Ferrell ha premuto anche troppo l'acceleratore sugli aspetti infantili delle gag e del personaggio (i momenti "I see you!" "I see you too!!" o la telefonata del "Sindaco di Vittoria" mi hanno letteralmente imbarazzata), inoltre il film è anche troppo lungo ed è zeppo di tempi morti che rischiano di annoiare lo spettatore occasionale, il quale potrebbe non riuscire a "risollevarsi" nel corso delle sequenze più riuscite.


Le sequenze in questione, per inciso, non mancano, e sono tutte quelle che perculano l'Eurovision e le sue canzoni orecchiabili e sciocchine. I picchi di genialità vengono toccati subito all'inizio, con il tamarrissimo video immaginario dei Fire Saga sulle note di Volcano Man, continuano con un'altra canzone epica, Ja Ja Ding Dong, e culminano nel momento in cui vengono scomodati persino gli Elfi islandesi e, in mezzo, lo spettatore ha modo di apprezzare le parodia delle migliori trashate scenografiche mai approdate sul palco dell'Eurovision, compresa una ruota per criceti, e delle canzoni più folli; a tal proposito, il personaggio che vince a man bassa è il cantante russo interpretato da quel gran pezzo di figliolo di Dan Stevens, palesemente divertito nei panni di un animale da spettacolo senza vergogna e con qualche segretuccio nel boudoir. La sua canzone, Lion of Love, è il perfetto esempio di cosa rischiate di trovarvi davanti nel momento esatto in cui doveste avere il coraggio di guardare l'Eurovision almeno una volta nella vita ma, per chi è davvero fan e il festival lo ama, il film è anche pieno di omaggi amichevoli e rispettosi, con una sequenza di singalong in particolare che sicuramente farà felice gli appassionati. Di base, il reale problema di Eurovision Song Contest è il suo essere un po' troppo simile al festival in sé: per arrivare alle esibizioni davvero interessanti o memorabilmente trash bisogna passare per la mediocrità più bieca (che, mi dispiace dirlo, risiede proprio nel cuore del film, nel rapporto sentimentale e artistico tra Lars e Sigrit) e potrebbe anche non valerne la pena. Personalmente, mi sono divertita e ho ritenuto di non aver sprecato due ore della mia esistenza, ma sicuramente esistono film migliori, non posso negarlo. The Anchorman, per esempio, dove la genialità Ferrelliana non cala nemmeno per un istante e le risate non vengono mai interrotte da pensieri infausti come "cosa diavolo sto guardando e perché?" o da modi di dire quali beggars can't be choosers (specialmente in tempi di Covid).


Del regista David Dobkin ho già parlato QUI. Will Ferrell (Lars Erickssong), Rachel McAdams (Sigrit Ericksdottir), Dan Stevens (Alexander Lemtov) e Pierce Brosnan (Erick Erickssong) li trovate invece ai rispettivi link.

Ólafur Darri Ólafsson interpreta Neils Brongus. Americano, ha partecipato a film come Zoolander 2, Il GGG - Il grande gigante gentile, Shark - Il primo squalo, Animali fantastici: I crimini di Grindelwald, e a serie quali True Detective e N0S4A2; come doppiatore ha lavorato in Dragon Trainer - Il mondo nascosto. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Il film è zeppo di guest star pescate tra i partecipanti delle vecchie edizioni dell'Eurovision Song Contest ma anche di "omaggi". Per esempio, non sono i Lordi quelli che a un certo punto compaiono mascherati sul palco, con lo pseudonimo di Moon Fang, bensì i Bogus Gasman, una band inglese ska-punk, mentre tra i veri cantanti, quasi tutti riuniti nel sing-along a casa di Alexander, ci sono John Lundvik (Svezia 2019), Anna Odobescu (Moldavia 2019), Bilal Hassani (Francia 2019), Loreen (vincitrice per la Svezia nel 2012), Jessy Matador (Francia 2010), Alexander Rybak (vincitore per la Norvegia nel 2009), Jamala (vincitrice per l'Ucraina nel 2016), Elina Nechayeva (Estonia 2018), Conchita Wurst (vincitrice per l'Austria nel 2014), Netta Barzilai (vincitrice per Israele nel 2018) e Salvador Sobral (vincitore per il Portogallo nel 2017, è il musicista di strada che suona il piano). Non dimentichiamo poi la presenza di Demi Lovato nei panni di Katiana e di Graham Norton, presentatore ufficiale dell'Eurovision per la BBC. Le canzoni di Rachael McAdams, Dan Stevens e Melissanthi Mahut sono invece cantate, rispettivamente, da Molly Sandén, Erik Mjönes e Petra Nielsen. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2020

You Should Have Left (2020)

Incuriosita da alcune recensioni positive, ho deciso di guardare anche You Should Have Left, diretto e co-sceneggiato dal regista David Koepp a partire dal romanzo omonimo di Daniel Kehlmann.


Trama: Theo è un uomo dal passato oscuro. Assieme alla giovane moglie, Susanna, e alla figlioletta, decide di passare un periodo di vacanza in una casa in Inghilterra, ma il luogo si rivelerà parecchio inquietante...


Alla fine di You Should Have Left mi sono resa conto che non riguardo Echi mortali e Secret Window da anni, nonostante mi fossero piaciuti molto, colpa alla quale dovrei porre rimedio al più presto, e ho avuto conferma ancora una volta che Kevin Bacon è come il vino pregiato, più invecchia più è buono. Ormoni a parte, You Should Have Left è un ottimo thriller psicologico a sfondo sovrannaturale, all'interno del quale vengono curati i personaggi in primis, ben caratterizzati fin dall'inizio. Theo è un uomo che soffre per un trauma passato che ci verrà rivelato solo a metà pellicola, il quale è riuscito ad ottenere una nuova vita grazie a Susanna, attrice molto più giovane di lui, e soprattutto grazie alla loro figlioletta, la graziosa Ella; comunque sofferente per una relazione che lo fa sentire più vecchio e inadeguato ogni giorno che passa (Susanna è una bellissima attrice sulla cresta dell'onda, che da brava "millenial" vive di cellulare), Theo decide di prendersi del tempo solo per la famiglia e di fare una vacanza in Inghilterra, in una moderna casa isolata in mezzo alla campagna. Purtroppo, invece di essere la panacea dei mali causati da gap generazionali, il soggiorno britannico comincia a rodere a poco a poco la mente di Theo e ad esacerbare i conflitti latenti, soprattutto perché le stanze, all'interno della casa, hanno la tendenza a trasformarsi, le porte a comparire e scomparire, il tempo a dilatarsi e persino ripetersi, mentre il passato torna a perseguitare Theo nonostante tutti i tentativi di lasciarselo alle spalle e persino la moglie e la figlia iniziano a perdere la valenza di isola felice. Non pensiate però, dopo quello che ho scritto, che You Should Have Left sia un novello Shining o simili, dove il protagonista sbrocca malissimo a danno dei familiari, perché qui si punta più sull'elaborazione del senso di colpa, su demoni interiori che si fanno reale ed impediscono alle persone di uscire da un loop fatto di sentimenti negativi e disperazione, che rischia di coinvolgere anche i loro cari.


You Should Have Left segue dunque un ritmo lento, all'interno del quale tanti piccoli elementi dissonanti arrivano a creare una stonatura totale, trasformando la bella, spaziosa casa moderna in un luogo claustrofobico e malvagio, dal quale uscire è impossibile. C'è molto lavoro di scenografia dietro a You Should Have Left, di regia e di montaggio, indice di come David Koepp sia un bravissimo professionista sia dietro la macchina da presa che dietro a un foglio da riempire con una sceneggiatura, e il film risulta così assai curato da ogni punto di vista, senza diventare una banale sagra dello spavento facile, cosa che probabilmente avrà fatto storcere il naso a molti viste le critiche che il film si è beccato oltreoceano. A me, onestamente, è piaciuto parecchio e mi sono lasciata trasportare dal suo ritmo lento arrivando a provare sincera pena per tutti i personaggi; Kevin Bacon, con quel volto segnato dall'età, è perfetto per il ruolo di padre e marito "inadeguato" e fiaccato dai suoi stessi preconcetti, Amanda Seyfried deve "solo" essere bellissima e ci riesce bene (ecco, forse il suo personaggio è quello che ha meno da dire ma è comunque molto funzionale al racconto) e la piccola Ella è un raro esempio di bambino horror che non si vorrebbe prendere a schiaffi dall'inizio alla fine del film, anzi, a tratti mi ha messo un magone indescrivibile. Completano il cast un paio di personaggi che mi hanno instillato la dolorosa voglia di tornare là dove l'inglese è incomprensibile e gli abitanti stundai, posti che spero di poter visitare di nuovo appena la maledetta frenesia da Covid sarà finita. Nell'attesa, ci sono sempre i film, e se saranno tutti pregevoli come You Should Have Left vedrò di accontentarmi!


Di Kevin Bacon (Theo/Stetler) e Amanda Seyfried (Susanna) ho già parlato ai rispettivi link.

David Koepp è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Echi mortali e Secret Window. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Kevin Bacon ha, grazie a Dio, preso il posto di Nicolas Cage. Detto ciò, se il film vi fosse piaciuto recuperate Echi mortali. ENJOY!

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