venerdì 4 ottobre 2024

Il mistero della donna scomparsa (1988)

Il tema della challenge di oggi era "horror uscito quando avevi 7 anni" (sospiro), così ho scelto Il mistero della donna scomparsa (Spoorloos), diretto e sceneggiato nel 1988 dal regista George Sluizer.


Trama: durante una vacanza in Francia, Saskia scompare misteriosamente. Il compagno, Rex, non si arrende e continua a cercarla anche dopo tre anni, fomentato dalle cartoline inviate periodicamente dal rapitore...


Ricordo che, quando ero ragazzina, passava spesso in televisione The Vanishing - Scomparsa. In tutta onestà, quando Letterboxd mi ha proposto The Vanishing, credevo intendesse proprio quel film, perché non avevo affatto idea che esistesse un originale olandese, e non ero molto per la quale all'idea di riguardarlo. Infatti, non credo di averlo mai finito, all'epoca (o forse sì, ma chissà) e l'unica cosa che mi è rimasta, ripensandoci, è un'indefinita sensazione di noia. Questa sensazione, invece, non si è presentata per nulla durante la visione di Spoorloos (il titolo italiano è troppo lungo da scrivere), film che più angosciante non si può, in grado di catturare lo spettatore con una sceneggiatura e un montaggio che molte opere moderne si sognano. Il che è buffo, se ci si pensa, perché la trama è semplicissima. Durante un viaggio in Francia, Saskia sparisce senza lasciare traccia, lasciando il compagno Rex preda dell'angoscia e condannandolo a vivere nel suo ricordo, impegnato in una forsennata ricerca della verità e "pungolato" dalle cartoline del rapitore, il quale, di tanto in tanto, gli propone incontri perennemente disattesi. Ciò che viene rappresentato in Spoorloos, tuttavia, non sono le indagini di Rex, né tantomeno la sua eventuale caccia al rapitore, ma un continuo alternarsi di punti di vista tra vittima e criminale, tra un presente in cui Saskia non c'è più e un passato in cui un omino insignificante ma dalle tendenze sociopatiche ha deciso di sfidare il concetto di destino dimostrando di poter rapire una persona. Probabilmente non riuscirò a spiegarvi la tensione, l'angoscia e il nervoso che suscita la visione di Spoorloos, perché non credo di avere sufficienti mezzi espressivi a disposizione, ma il risultato di questi continui shift temporali e del montaggio alternato è quello di ritrovarsi in costante tensione, sperando stupidamente in un miracolo che sappiamo non essere mai avvenuto. Il rapitore, infatti, incarna la banalità del male, è meticoloso ma alle prime armi, e ha dalla sua un'enorme fortuna che bilancia i neri, ironici momenti in cui dimostra tutta la sua inesperienza. E' lì che tu preghi in un intoppo stupido che possa salvare Saskia dal suo destino, in un lampo che illumini Rex e lo spinga a ridurre Raymond a un grumo sanguinolento, dimenticando, scioccamente, che tutto ciò che Sluizer mostra sullo schermo è già avvenuto anni prima, ed è questa la forza del film.



E' stato proprio George Sluizer, anni dopo, a dirigere il remake americano, e mi fa strano pensare di essermi annoiata guardandolo, quindi immagino che la struttura del film sia diversa e, in qualche modo, ulteriormente semplificata, con qualche aggiunta di dettagli inutili ma fondamentali per il pubblico americano. Spoorloos, invece, è scevro di orpelli, asciutto nel suo delineare con pochi dettagli sia il legame tra Saskia e Rex (molto realistico, soprattutto durante il litigio in galleria, funzionale ad aumentare l'angoscia dello spettatore) sia la personalità distorta di Raymond, un manipolatore la cui vera natura viene probabilmente percepita solo dalla figlia maggiore, palesemente a disagio in sua presenza, a differenza della sorellina più solare. La cosa più interessante di Spoorloos è indubbiamente il montaggio, che disorienta lo spettatore e lo rigira come vuole, mettendolo ora nei panni di Raymond, ora in quelli di Rex (illudendoci, tra l'altro, di godere di una conoscenza a lui preclusa e di conseguente, maggior sicurezza, quando alla fine basta un attimo a fregare anche noi e farci ripiombare nell'incubo), e c'è almeno una sequenza che, con eleganza infinita, ci dice esattamente come andrà a finire il film, ma anche le interpretazioni degli attori sono spettacolari. In particolare, Bernard-Pierre Donnadieu dà vita a uno dei criminali più abietti della storia del cinema, con quell'aria di perenne soddisfazione e superiorità che farebbe perdere la pazienza a un santo, per non parlare della serenità con la quale compie alcune delle azioni più aberranti che si possano pensare solo per il gusto di sfidare il fato (se ripenso al "vous l'avez-violée?" seguito dall'espressione alla "ma che orrore, figuriamoci, non sono mica un mostro!!!" mi viene da vomitare), ma anche Johanna ter Steege e Gene Bervoets rimangono impressi con la loro naturalezza, e viene istintivo affezionarsi ai loro personaggi. Se non avete mai visto Spoorloos, o Il mistero della donna scomparsa, il mio consiglio è dunque di dimenticarvi di The Vanishing - Scomparsa e di dare una chance al suo predecessore, perché film così non se ne girano più!

George Sluizer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto anche il remake USA del film, The Vanishing - Scomparsa. Anche produttore e attore, è morto nel 2014, all'età di 82 anni.


Bernard-Pierre Donnadieu
, che interpreta Raymond, ha partecipato al film L'inquilino del terzo piano. Se il film vi fosse piaciuto recuperate The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!

mercoledì 2 ottobre 2024

Cuckoo (2024)

Altro film che puntavo da un po' e che non ha ancora una data di uscita in Italia, è questo Cuckoo, scritto e diretto dal regista Tilman Singer.


Trama: dopo la morte della madre, Gretchen viene trascinata dal padre e la matrigna, assieme alla sorellastra muta, nelle montagne bavaresi, dove l'uomo dovrebbe progettare un resort. Lì scoprirà un inquietante segreto...


Tilman Singer
è un autore che mi è nuovo, anche se ricordo di aver letto belle cose sul suo precedente lavoro, Luz. In realtà, il motivo per cui ho recuperato Cuckoo è il mio desiderio di non perdere neppure un horror con Dan Stevens, e non sono tuttora sicura che il film abbia incontrato al 100% i miei gusti. Sì perché Cuckoo è un film che va a braccetto col weird e, probabilmente, per fare breccia nel mio cuore avrebbe dovuto essere dichiaratamente un b-movie; mi è parso, invece, che Cuckoo avesse delle velleità autoriali che poco si confanno alla sceneggiatura leggermente zoppicante. Il film mi ha riportata a 4 anni fa, quando, durante il lockdown, proliferavano i film allucinanti dove i protagonisti (per la maggior parte problematici o ben poco simpatici) erano costretti ad avere a che fare con bizzarri esperimenti che li vedevano coinvolti loro malgrado. In questo, Cuckoo è molto simile. Abbiamo, infatti, una famiglia disfunzionale dove la comunicazione tra i membri è assente, in un caso letteralmente, e questa famiglia si ritrova in un luogo isolato dove cominciano ad accadere strane cose e da dove, neanche a dirlo, è impossibile uscire. Questo pesa soprattutto a Gretchen, vittima di un lutto pesantissimo e costretta a trasferirsi nelle Alpi Bavaresi con un padre distante, una matrigna oca e una sorellastra piccolina ed innocente che vorrebbe invece esserle amica. Ora, a Gretchen non si può non voler bene, non solo perché la bravissima Hunter Schafer si carica sulle spalle tutto il film, quanto piuttosto per l'immenso dolore che la schiaccia e che, nonostante ciò, non le impedisce di essere umana e creare legami con una sorellina che avrebbe ogni motivo di disprezzare. Proprio il tentativo di rendere Gretchen un personaggio tridimensionale, però, porta Cuckoo ad essere uno slow burn dal ritmo discontinuo, che si perde in dettagli che ho trovato personalmente inutili (ma quell'abbozzo di love story, santo cielo, a cosa belin serve che è recitato con la stessa verve che aveva Natolia negli sketch dei Bulgari?) e lascia cadere nel limbo domande ed eventi ai quali forse serviva dare un minimo di risoluzione. Ammetto, dunque, di avere avuto qualche difficoltà a rimanere sveglia, questo almeno finché il film non entra nel vivo, mettendo da parte sfasamenti temporali che mi perplimono tutt'ora e arrivando alla ciccia in pieno stile mad doctor.


Cuckoo
mi sarebbe piaciuto molto di più se la locura dell'ultimo atto avesse permeato anche quelli precedenti, con le sue allucinanti spiegazioni pseudo evolutive/fantascientifiche messe in bocca a personaggi serissimi, mostri scatenati che fanno cose brutte (lo slime!! Ewwww!!) e una protagonista che regge l'anima coi denti ma continua imperterrita a lottare, con lo scazzo dipinto in volto di chi ha a che fare con degli abelinati e non li sopporta più. Uno di detti abelinati, per inciso, ha la meravigliosa faccetta di Dan Stevens, che per l'occasione sfoggia un favoloso accento tedesco in grado di condannare ad ignominia perpetua ogni eventuale tentativo di doppiare Cuckoo in italiano, come troppo spesso accade negli ultimi tempi (ho ancora le orecchie che sanguinano per Immaculate, uno dei film migliori dell'anno trasformato in vaccata proprio dall'adattamento e doppiaggio nostrani). A proposito di Italia, ad arricchire tutta una serie di scelte stilistiche che accentuano l'effetto weird di Cuckoo (in primis una cura certosina del sonoro, ma anche tesissime scene in notturna e l'inserimento di dettagli stranianti nelle immagini, che sconcertano sia la protagonista che lo spettatore) c'è nientemeno che LORETTA GOGGI con la canzone Il mio prossimo amore, utilizzata con gusto eccezionale all'interno di una sequenza in cui la tensione si taglia col coltello e che non sfigurerebbe all'interno dell'eventuale top 5 delle scene horror migliori del 2024. In virtù di tutti questi motivi, direi che i pro superano i contro e che Cuckoo, riflettendoci, mi è piaciuto. Forse mi aspettavo qualcosa di meglio e di diverso, ma è uno di quei film che bisogna guardare senza farsi condizionare dai giudizi altrui, perché le sue particolarità potrebbero non essere la cup of tea di tutti e diventare ugualmente la bevanda preferita di qualcun altro. Fatemi sapere nei commenti!


Di Marton Csokas (Luis), Dan Stevens (Herr König) e Jessica Henwick (Beth) ho parlato ai rispetti link.

Tilman Singer
è il regista e sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto il film Luz. Anche produttore, ha 36 anni.


Hunter Schafer
interpreta Gretchen. Americana, ha partecipato al film Kinds of Kindness e doppiato la versione inglese di Belle. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 26 anni e un film in uscita. 



martedì 1 ottobre 2024

Sissy (2022)

Oggi avrei dovuto parlare di Cuckoo, ma non è mica un giorno fesso come tutti gli altri. E' il primo ottobre, inizio ufficiale della Spooky Season, ma non solo. Quest'anno, infatti, Lucia e Marika hanno creato la Halloween Challenge di Nuovi incubi, che comincia proprio oggi. Purtroppo non riuscirò a seguire pedissequamente le regole e guardare ogni giorno un film (lo vorrei tanto, avessi il tempo non ci penserei due volte) né a seguire la challenge col blog, che anche scrivere prende ore che non ho, ma ogni giorno giocherò con le mie adorate amiche sulla pagina Facebook del Bollalmanacco e anche sul mio profilo Instagram. Quindi partiamo col prompt 1, Australia, patria di questo horror delizioso uscito nel 2022 e disponibile sul canale Midnight Factory, ovvero Sissy, diretto e sceneggiato dai registi Hannah Barlow e Kane Senes.


Trama: Cecilia è un'influencer i cui video sono mirati al self improvement degli utenti. Un giorno, la ragazza incontra una sua ex amica d'infanzia, che la invita al suo addio al nubilato, e l'esperienza riporterà in superficie traumi mai superati...


Come sempre, l'horror australiano ha una marcia in più, non c'è niente da fare. Lo dimostra anche questo colorato, cattivissimo Sissy, che da una parte si presenta come satira degli influencer e santoni della sanità mentale sul web, tutti vocetta pacata e namasté assortiti, dall'altra è un thriller psicologico efficacissimo che mette angoscia e, soprattutto, porta lo spettatore a mettersi in discussione e riflettere su quanto viene mostrato sullo schermo. La protagonista della vicenda, come da titolo, è Cecilia, detta Sissy; "Sissy the sissy", ovvero "Sissy la mocciosetta, la pisciasotto" (mi concedessero di adattare il film mi garberebbe molto utilizzare "Sissy la sussa", in effetti), è il fastidioso leitmotiv che vi accompagnerà per tutto il film e vi porterà a simpatizzare con la ragazza che ha scelto di abbandonare il suo soprannome infantile e farsi un nome come influencer con la missione di aiutare gli altri a guarire da paure, ansie e frustrazioni, ritrovando un contatto col proprio "io" e, contemporaneamente, aumentando la propria autostima. Il mondo di Cecilia crolla quando il passato torna a morderla nei panni di Emma, BFF d'infanzia che la protagonista non vede da decenni e che la invita prima ad una festa, poi al suo addio al nubilato, dimenticando di dirle che quest'ultimo si terrà a casa di Alex, la bulletta che terrorizzava Cecilia da bambina e che, nel frattempo, è diventata la migliore amica di Emma. Cosa mai potrebbe andare storto, vi chiederete? Nulla, ci mancherebbe. D'altronde, Hanna Barlow e Kane Senes ci consentono fin da subito di dare una sbirciata a ciò che si nasconde dietro la facciata di pacatezza telematica di Cecilia, mostrandoci squarci di quello che non viene inquadrato dal cellulare, ovvero piatti da lavare, stanze in disordine, una generale aria di deboscia e "abbandono", e questo solo per cominciare. Più Sissy va avanti, infatti, più il film diventa un gioco tra gatto e topo con lo spettatore, che inizialmente viene spinto a provare compassione per una ragazza che ha tentato di liberarsi di tutto lo schifo che le è capitato da bambina e ad aiutare gli altri a non finire come lei, e in seguito si ritrova ad avere paura di Cecilia, perché il divario tra giusta vendetta (o sfortuna) e follia diventa troppo grande per fare finta di nulla.


A differenza di altri film scorretti in cui un personaggio negativo diventa un eroe perché circondato da gente peggiore di lui, Sissy asseconda il trend fino a un certo punto, dopodiché cancella con un sanguinoso colpo di spugna qualsiasi fetta di prosciutto residua che lo spettatore possa avere sugli occhi, perché è vero che gli amici di Emma sono insopportabili (soprattutto Jamie ed Alex), ma non meritano il destino che capita loro in sorte, né l'odio dello spettatore. Nel corso della scena più fastidiosa del film, ovvero l'imbarazzante cena in cui Cecilia viene costretta a subire quello che è né più né meno un interrogatorio, le domande indiscrete e i commenti stronzi degli astanti non sono poi così campati in aria e, a un certo punto, nonostante il disagio crescente, gli amici di Emma e lei stessa cercano di aiutare Cecilia e di venirle incontro; anche i dettagli precedenti mostrati su Cecilia cominciano a un certo punto ad acquistare nuovi significati, e ho molto apprezzato l'utilizzo consapevole di costumi, accessori e make up (che meraviglia quell'ombretto glitterato!!) per sottolineare il completo distacco dalla realtà della protagonista. I colori sgargianti di costumi e make-up, l'atmosfera scoppiettante e girly, gli occhioni blu di Emma e il sembiante pacioso di Cecilia (peraltro, Aisha Dee è superba) non devono però trarre in inganno né fare pensare a Sissy come un thriller puramente psicologico, perché i due registi non si fanno alcun problema a darci giù pesante col gore e a mettere in scena un paio di morti ad alto tasso di schifo, crudeltà e, perché no, creatività, tanto lo sappiamo tutti che in Australia nessuno può sentirti urlare non solo nel bush, ma nemmeno nelle ville fighette di gente coi soldi. Per questo e mille altri motivi vi consiglio di recuperare Sissy, sono sicura che diventerà uno dei vostri horror del cuore!

Hannah Barlow è la co-regista e co-sceneggiatrice e interpreta Emma. Australiana, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.
Kane Senes è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, anche produttore, è al suo primo lungometraggio.


Aisha Dee, che interpreta Sissy, aveva partecipato alla seconda stagione di Channel Zero. Ciò detto, se il film vi fosse piaciuto recuperate Tragedy Girls e, se volete unirvi alla challenge di Nuovi Incubi, ecco qui tutti i prompt giorno per giorno! ENJOY!





venerdì 27 settembre 2024

Bolla Loves Bruno: Die Hard - Duri a morire (1995)

Con l'estate ho un po' abbandonato la rassegna dedicata a Bruce Willis ma torno alla carica oggi con Die Hard - Duri a morire (Die Hard With a Vengeance), diretto nel 1995 dal regista John McTiernan.


Trama: a un passo dall'alcolismo e buttato fuori dalla polizia, John McClane è costretto a superare l'hangover cimentandosi con gli indovinelli di Simon, terrorista che lo odia e che minaccia di fare saltare in aria New York...


Dopo parecchi flop commerciali e un paio di capolavori come Pulp Fiction e La morte ti fa bella, Bruce Willis è tornato a giocare sul sicuro e a vestire la canotta d'ordinanza del suo personaggio più iconico, il poliziotto John McClane. Nonostante riconosca la superiorità di Trappola di cristallo, pellicola che ha definito un genere e lanciato più di una carriera, devo ammettere che Die Hard (il primo film della saga distribuito in Italia col titolo originale) è quello che ho guardato più volte e che ricordo meglio, complici i mille passaggi televisivi e il mio amore adolescenziale e mai esauritosi per Bruce Willis. Mi piace molto ancora oggi, ovvio. E' probabilmente più cretino dei suoi due predecessori, a livello di trama, ma proprio per questo è divertente da morire, zeppo di momenti action da rimanere a bocca aperta e Bruce Willis divide la scena con un Samuel L.Jackson che gli tiene testa senza rubargli la scena. Soprattutto, man mano che il finale si avvicina, la storia si snoda in almeno tre punti diversi, seguendo il perverso gioco messo in piedi da Simon, terrorista con un odio particolare per il povero McClane; se, all'inizio, i suoi indovinelli sono semplici, andando avanti la complessità aumenta così come la posta in ballo e i riflettori vengono puntati non solo sugli sforzi di John e Zeus, ma anche alcuni poliziotti diventano protagonisti attivi senza venire relegati a macchiette e risultando più o meno indispensabili per sventare il pericolo. Questo è anche il primo film della serie ad avere un'intera città protagonista, il che consente a McTiernan di sfruttare spettacolari, conosciutissimi setting newyorkesi e, alla sceneggiatura, di approfittare di tutti i pregi e difetti della Grande Mela per arricchire ancora di più la storia. Basti pensare al fattore tempo, reso scarso dal terrificante traffico della città, o alla quantità spropositata di scuole potenzialmente minacciate, per non parlare di quartieri pericolosissimi per un poliziotto bianco che porta in giro cartelli razzisti. 


Per quanto riguarda la regia, McTiernan confeziona un manuale dell'action, perché in Die Hard non manca nulla, tenendo conto che dopo nemmeno un minuto abbiamo già un'esplosione. Ci sono inseguimenti con automobili e persino una lotta tra camion e inondazioni, treni che si schiantano e fanno venire giù l'asfalto di mezza Wall Street, sparatorie su ogni tipo di mezzo, elicotteri impazziti, pericolosissimi salti su navi in movimento; con tutto questo, McTiernan riesce a non mandare in sovraccarico lo spettatore e a gestire anche la scena più caotica con una maestria invidiabile, inserendo persino piccoli dettagli ironici oppure indizi che risulteranno fondamentali nel corso del film. Per quanto riguarda il cast, ritengo che l'unico neo di Die Hard sia Jeremy Irons. Non fraintendetemi, è elegante ed insidioso quanto basta, ma la voce originale non mi fa impazzire (questo è uno dei rari casi in cui preferisco il doppiatore italiano) e, quanto a carisma, Alan Rickman lo batte di parecchie misure. Per fortuna, Bruce Willis ne ha invece da vendere, e quanto riesce ad essere cool anche da sfatto, col mal di testa da hangover e sporco come il lume! Il personaggio di John McClane gli calza ancora a pennello e si vede che Willis, interpretandolo, si rifugia in una comfort zone che gli permette di recitare al meglio e, soprattutto, di dare sempre di più a un personaggio che, nel '95, aveva ancora parecchio da dire (e anche da dare. Il fisico di Bruccino è di tutto rispetto, le scene action che lo vedono coinvolto, al netto dell'ovvio utilizzo di stuntman, non devono essere state facilissime da girare). I duetti con Samuel L. Jackson sono ancora oggi, a distanza di 30 anni, molto spassosi, tuttavia la questione razziale non è invecchiata proprio benissimo, o forse sono io a trovare trito e un po' fastidioso il ribadire costantemente lo stereotipo di onesto lavoratore nero di Zeus contrapponendolo al cliché di sbirro bianco e scapestrato di McClane. Per carità, il contrasto funziona, ma anche meno. Nota stonata piccolissima per un film che riguarderei anche subito, e che mi ha conquistata fin dal suo primo passaggio televisivo!


Del regista 
John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Jeremy Irons (Simon), Samuel L. Jackson (Zeus), Graham Greene (Joe Lambert) e Colleen Camp (Connie Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il film inizialmente si doveva intitolare Simon Says e avrebbe potuto prendere due vie: o essere il terzo sequel di Arma letale oppure il seguito di Drago d'acciaio, con Brandon Lee come protagonista e Angela Bassett come personaggio femminile al posto di Zeus. Quanto a quest'ultimo, Laurence Fishburne ci ha pensato troppo e ha perso il posto in favore di Samuel L. Jackson, mentre Sean Connery ha declinato l'offerta di interpretare Simon Gruber perché troppo diabolico. Ciò detto, se Die Hard - Duri a morire vi fosse piaciuto, recuperate di sicuro Trappola di cristallo e 58 minuti per morire, e poi tentate Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, che finora non ho mai avuto il coraggio di guardare. ENJOY!


martedì 24 settembre 2024

Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (2024)

Martedì scorso sono andata a vedere Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (Speak no Evil), diretto e sceneggiato dal regista James Watkins partendo dalla sceneggiatura dell'omonimo film danese.


Trama: Louise e Ben, americani trapiantati a Londra con la figlioletta Agnes, incontrano durante una vacanza gli inglesi Paddy e Ciara, assieme al figlio Ant. Tornati a casa, vengono invitati a passare un weekend a casa dei nuovi amici, i quali però si rivelano meno simpatici del previsto...


So che James Watkins è un regista inglese, ma Speak no Evil è il remake più americano che vi capiterà di vedere in tutta la vostra vita, salvo forse Missing - Scomparsa, di cui tra l'altro parleremo prossimamente. Gli americani hanno bisogno di risposte e certezze, e Speak no Evil è LA risposta a tutte le domande che vi siete sicuramente posti guardando l'originale danese. Poiché il film di Watkins nasce per dare delle risposte, il primo tempo è sostanzialmente la copia carbone di ciò che è stato fatto in precedenza, con un paio di esasperazioni atte a fornire un contesto ancora più chiaro: Louise e Ben sono PALESEMENTE una coppia in crisi, Agnes è PALESEMENTE una bambina ansiosa e problematica, Paddy è PALESEMENTE uno spirito libero ma anche un po' pericoloso, tant'è che gira in Vespa senza casco davanti a dei vigili urbani, il lazzarone. Tutti questi dettagli Christian Tafdrup non li forniva ma, nonostante ciò, la pellicola risultava fruibilissima, era dopo che cominciavano le magagne. Lasciando un attimo da parte l'ironia, è interessante vedere la differenza di approccio anche per ciò che riguarda le dinamiche di "potere" tra i personaggi. La coppia danese del primo film era composta da persone che, tutto sommato, erano mosce e depresse in egual misura, ma il più sofferente era il marito, fiaccato da una routine priva di poesia che, progressivamente, gli inaridiva l'animo. Sull'onda dell'attuale "woman power", il personaggio di Louise è molto più cazzuto (anche se non più simpatico) del marito vittima e, anche dalle inquadrature, si evince che lo scontro di personalità, per non parlare di un po' di tensione sessuale sottesa, è tutto tra lei e Paddy; quest'ultimo è il boss finale da sconfiggere, senza se e senza ma, tanto che Ciara (resa più ambigua da una sottotrama che potrebbe o non potrebbe rispecchiare la realtà) è una presenza evanescente o quasi, con buona pace della sempre bravissima Aisling Franciosi, divorata dal carisma di James McAvoy. C'è anche un altro aspetto da considerare, esplicato fin dal soggetto della prima inquadratura. A Watkins interessa girare un film sulla perdita dell'innocenza, sull'homo homini lupus, non una metafora estremizzata della società odierna, fatta di cupissima sopportazione. Per fare ciò, ritorna alle atmosfere che gli sono congeniali fin dai tempi del lontano Eden Lake, mettendo in scena anche uno scontro sociale ben definito, tra persone fondamentalmente fighette e "civilizzate" che non si sentono di offendere i campagnolassi ignoranti che hanno dato loro la possibilità di passare un weekend diverso, cosa che apre a momenti di reale, esilarante e rozzo disagio, là dove Tafdrup se ti vedeva ridere ti prendeva a bacchettate forti sulle dita. 


Quindi sì, per citare Stannis, guardando l'originale Speak no Evil mi sono sentita MOLTO americana, e non avete idea di quanto, proprio per questo motivo, mi sia goduta la versione di Watkins, la quale, da metà in poi, offre allo spettatore tutto il giusto sfogo al prurito di mani cominciato nel momento esatto in cui i protagonisti entrano nella casa dei loro ospiti. Sono consapevole quanto chiunque altro che le soluzioni ricercate da Watkins sono facili, almeno a livello di sceneggiatura (non di esecuzione, per quanto mi riguarda, visto che comunque mi è mancato il respiro per l'ansia più di una volta), ma, se non altro, le reazioni dei personaggi hanno una motivazione plausibile. Che poi i risultati di queste reazioni portino ad esiti discutibili, è qualcosa che dipende dalla sensibilità individuale, ma qui si scende nello spoiler e non vorrei farne. Se avete piacere, ne riparleremo nei commenti; umanamente parlando, posso dire di essere soddisfatta di quello che ho visto, da spettatrice non mi sarebbe dispiaciuta un po' più di cattiveria, ma sono veramente bazzecole, perché quando si innesca il ricordo dello Speak no Evil originale affiora alle labbra un inevitabile sorriso. Del nuovo Speak no Evil, poi, ho apprezzato il cast, la confezione, persino la colonna sonora, decisamente più vicina ai miei gusti. L'unico che proprio non ho sopportato è Scoot McNairy, anche troppo mollo per il personaggio che interpreta, ma Mackenzie Davis e Aisling Franciosi sono due garanzie e James McAvoy dà libero sfogo all'esperienza vissuta sul set di Split e Glass, civilizzando "la bestia" quanto basta per trarre in inganno i malcapitati e portando a casa un'altra validissima interpretazione. Per una volta, dunque, il "trattamento Blumhouse" non mi è dispiaciuto. Capisco chi urlerà al vilipendio ma, come al solito, il film originale nessuno lo tocca e sta sempre lì, fruibile da chi volesse passare una serata in gioiosa depressione; il remake, per una volta, cerca una strada sua per raccontare un'altra storia e innescare altre riflessioni, non mi è sembrata una stupidata realizzata tanto per dare contentini e semplificare a beneficio del pubblico idiota, quindi non posso fare altro che consigliarlo! 


Del regista e sceneggiatore James Watkins ho già parlato QUI. James McAvoy (Paddy), Mackenzie Davis (Louise Dalton), Scoot McNairy (Ben Dalton) e Aisling Franciosi (Ciara) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se il film vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Speak no Evil. ENJOY!

venerdì 20 settembre 2024

In a Violent Nature (2024)

Ci ho messo un po' a guardarlo, ché d'estate il tempo libero è più raro che in inverno, ma finalmente ho recuperato un film che aspettavo da parecchio, In a Violent Nature, diretto e sceneggiato dal regista Chris Nash.


Trama: uno zombie omicida viene risvegliato da un gruppo di campeggiatori, segue sanguinosa vendetta per i torti passati e presenti...


Viewer advice
: In a Violent Nature è un film che richiede buona predisposizione d'animo e una capacità di "sopportazione" elevata, nel caso non amiate i film dal ritmo lento e cadenzato. A me è piaciuto molto e tra poco vi dirò il perché, ma capisco anche che, guardandolo, vi possiate fare due palle cubiche e il motivo è presto detto: non succede "nulla". Oddio, ci sono delle morti violente che farebbero la felicità di ogni cultore del gore, nonché fantasiosi rimaneggiamenti dell'anatomia umana, ma sono quasi note a margine di un documentario in cui il tipico killer sovrannaturale degli slasher macina chilometri per ridurre le sue vittime in coriandoli sanguinolenti. Per buona parte del metraggio, la macchina da presa si posiziona appena dietro il taciturno e mostruoso Johnny, seguendolo nel corso dell'implacabile ricerca dei rei che lo hanno risvegliato per un motivo idiota, mentre attorno a lui scorrono le immagini di una natura incontaminata e silenziosa. Il film adotta, dunque, il punto di vista del killer e già questo è originale. Non si tratta infatti di una rilettura del mito di questo genere di mostri, nessuna origin story che ci spinge a comprenderne le motivazioni, magari snaturandone l'essenza di male cieco ed inesorabile; semplicemente, lo spettatore viene messo nelle condizioni di sapere cosa succede quando il killer non si vede, quando negli slasher normali ci vengono mostrati i giovani protagonisti che discutono o cercano, terrorizzati, di capire perché stanno venendo fatti fuori uno per uno. Il distacco, come ho scritto, è lo stesso di un documentario, anzi, maggiore, in quanto non c'è voce narrante che ci racconti la vita del killer. Lui c'è, esiste, fa parte della natura violenta del titolo, e all'interno di questa stessa natura lussureggiante è alla stregua di una bestia feroce che ti attacca perché sì, non una presenza estranea. I corpi estranei sono quelli dei ragazzi che lo hanno risvegliato per un futile motivo ma, anche lì, non c'è nessun giudizio negativo nei loro confronti, solo testimonianze dei rispettivi caratteri, tocchi di colore che servono a poco, catturati come siamo dall'implacabile, lenta testardaggine di Johnny. Lui ci mette il tempo che serve, ma prima o poi arriva, sicuro come la morte (appunto) e le tasse.


Per questo, o ci si fa affascinare da questa idea, da questo stile, oppure In a Violent Nature diventa una gran sòla, a prescindere dalla bravura oggettiva di Chris Nash e del mostruoso lavoro compiuto non solo sulla scenografia naturale, ma soprattutto sul sonoro. La mattanza di Johnny viene accompagnata dal frusciare delle foglie, dai rami che si spezzano, dall'acqua che scorre, dagli uccellini che cinguettano... e dai rumori più terrificanti che possiate immaginare, capaci di rendere alcune efferatezze ancora più realistiche. Eppure, non sono nemmeno queste ultime a rendere In a Violent Nature uno degli horror migliori visti quest'anno, quanto i terrificanti dieci minuti finali. Un ribaltamento di prospettiva preceduto da una sequenza di totale, allucinante panico durante la quale sembra di venire ricatapultati a Burkistsville, Maryland , con una strega pronta a dare manforte a Johnny. Pochi secondi in cui abbandoniamo il punto di vista di Johnny e torniamo a guardare attraverso gli occhi delle prede, privati dell'impersonale sicurezza di un energumeno al quale non potrà succedere nulla di male, e anche fosse chissenefrega, tanto la certezza è quella di rialzarsi e tornare più cattivo di prima. Dieci minuti durante i quali ho guardato con la stessa, stolida fermezza di Johnny, un punto poco più in basso del focus dell'inquadratura, perché avevo il cuore a mille e la consapevolezza che mi sarebbe esploso nel petto al minimo suono diverso da quello di una voce umana, al minimo jump scare, anche il più cretino. Se ho fatto bene o meno a proteggermi durante il finale di In a Violent Nature, lascio a voi il piacere di scoprirlo, ovviamente. Quel che posso dirvi è che il film mi ha conquistata e spero che qualcuno decida di distribuirlo al cinema anche da noi, per guardarlo come merita, con un sonoro e uno schermo ben più adeguati di quelli casalinghi!

Chris Nash è il regista e sceneggiatore della pellicola. Principalmente tecnico degli effetti speciali, come regista ha diretto un episodio di The ABCs of Death 2. E' anche produttore e attore.


La donna che guida l'auto sul finale è l'attrice Lauren-Marie Taylor, una degli interpreti del secondo film della saga Venerdì 13, L'assassino ti siede accanto. ENJOY!


martedì 17 settembre 2024

Missing (2023)

Il tema della challenge horror di oggi era Cyber Horror. Ho così recuperato Missing, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dai registi Nicholas D. Johnson e Will Merrick.


Trama: June, orfana di padre, ha con la madre un rapporto tempestoso. Quando però la madre scompare e non torna da una vacanza in Colombia, la ragazza impiega tutti i mezzi tecnologici a sua disposizione per ritrovarla...


Reader warning
: Missing non è un horror, affatto! Ci sono rimasta molto male nel scoprirlo, ma non ho lasciato che la delusione inficiasse il mio giudizio su un film che, con me, partiva già un po' svantaggiato per meri motivi organizzativi. Siccome per certe cose sono insopportabilmente precisa, nonostante la challenge avesse proposto Missing, l'idea era quella di recuperare prima Searching, nonostante non sia un vero e proprio prequel e presenti una storia slegata; purtroppo, Prime Video mi dava Missing in scadenza entro 7 giorni e, calcoli alla mano, ho capito che non sarei mai riuscita a guardare le pellicole nell'ordine giusto, quindi ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Fortunatamente, Missing è davvero fruibile come pellicola a sé stante (anche se temo di essermi spoilerata il finale di Searching, quindi spero che la mia memoria si resetti al più presto), inoltre possiede anche uno stile che, su di me, riesce a fare presa. Il film è infatti uno screenlife thriller, ovvero una di quelle pellicole dove ogni cosa accade mostrata sullo schermo di un pc, laptop e cellulare, sfruttando tutti i social e le app che utilizziamo quotidianamente; questo metodo a me piace molto, perché mi incuriosisce sempre capire quanto i realizzatori siano in grado di barcamenarsi tra la totale aderenza al mezzo narrativo scelto e la necessità di far progredire la storia senza che i protagonisti mollino i loro device. Nonostante qualche faciloneria (o magari sono io ad essere particolarmente impedita nell'uso delle varie app) Missing riesce a mantenere questo equilibrio e non solo  sfrutta trucchetti informatici, app e siti di cui io ignoravo totalmente l'esistenza, ma coinvolge lo spettatore in un thriller zeppo di twist e colpi di scena, peraltro non facilmente intuibili. Il fatto che la protagonista sia un'adolescente rende verosimile il fatto che June viva 24 ore su 24 sui social e utilizzi il computer o il cellulare per tutto, sia per connettersi con gli amici, sia per fare banalmente la spesa, e anche il rapporto freddo con la madre giustifica un'interazione fatta di brevi messaggi di testo e vocali lasciati in segreteria, in grado di fungere da "archivio" per consentire a June di progredire nelle indagini.


In parallelo all'aspetto thriller della vicenda, Missing mette sul piatto una serie di "spunti di riflessione" che sta allo spettatore cogliere. Partendo dal banale ma necessario monito a non utilizzare la medesima password per mille siti diversi, si passa al rischio concreto di venire derubati non solo dei soldi ma anche dell'identità online, oltre a quello di non avere più un minimo di privacy, anche per le cose più sciocche come ricerche innocenti, e si arriva alla natura volubile dell'utente medio di Internet. Benché quest'ultimo aspetto serva giusto per dare una svolta più drammatica alla vicenda e ad enfatizzare il colpo di scena definitivo, è la spietata riproposizione del modo in cui una persona possa ottenere i famosi "5 minuti di notorietà" in positivo e, dopo poco, piombare in un inferno di critiche ed illazioni alimentate dai "tuttologi" del web, che non si fanno scrupolo a dire tutto quello che pensano, anche quando non è supportato da alcuna prova concreta, e riescono comunque ad influenzare l'opinione pubblica. Un altro aspetto positivo di Missing è una sceneggiatura che, con pochi accorgimenti, rende i personaggi (anche quelli secondari) tridimensionali e interessanti. E' facile empatizzare con June nonostante sia la tipica adolescente testa di cazzo, ed è ancor più facile voler bene al tuttofare Javi. Nato per essere il plot device che consente a June di indagare in loco pur non essendo fisicamente in Colombia, Javi si sviluppa fino a diventare un personaggio a tutto tondo, con un background e delle motivazioni, e come sostegno morale della protagonista è semplicemente perfetto. Missing poteva essere una delusione per più di un motivo, invece è un film che fa il suo dovere e regala una serata a base di tensione ed intrattenimento, quindi recuperatelo se potete! 


Di Ken Leung, che interpreta Kevin, ho già parlato QUI mentre Joaquim de Almeida, che interpreta Javi, lo trovate QUA.

Nicholas D. Johnson e Will Merrick sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola, entrambi al loro primo lungometraggio e principalmente impegnati come montatori.


Storm Reid
, che interpreta June, ha partecipato anche a The Nun II mentre Megan Suri, che interpreta Veena, era la protagonista di It Lives Inside. Missing segue gli eventi di Searching, anche se non è necessario vederlo per capirci qualcosa; comunque, se Missing vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Run, Host e Unfriended. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo