mercoledì 21 novembre 2018

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Ho rischiato di non vederlo, ché il multisala savonese in questi giorni ha qualche palese problemino tecnico e di programmazione, ma alla fine lunedì sono riuscita a guardare Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald), diretto da David Yates e sceneggiato dalla stessa J.K.Rowling.


Trama: benché gli sia stato revocato il permesso di espatriare, Newt Scamander viene mandato a Parigi da Albus Silente per salvare l'Obscurus Credence dalle mire del Ministero della Magia britannico e da quelle dell'evaso Grindelwald...


Animali fantastici e dove trovarli era stato una deliziosa botta di aria fresca non solo per chi, come me, bramava ancora vicende tratte dal fantomatico Potterverse, ma anche un bel film da vedere per chi di Harry Potter non conosceva ancora nulla; punto di forza della pellicola era l'ingenuo personaggio di Newt Scamander, dolce mago fuori dal mondo impegnato nella salvaguardia delle bestie magiche, degnamente spalleggiato da un "babbano" (o no mag) che si faceva portatore del punto di vista dello spettatore "ignorante" e scopriva assieme a lui tutte le meraviglie dell'universo magico. Era anche un film godibilissimo di per sé, altro enorme punto a favore, ma la Rowling ha deciso di farne un punto di partenza per una saga di cinque film ed ecco arrivare quindi I crimini di Grindelwald. Attesissimo, da parte mia, ovvio. Come ho scritto in più posti, non che me ne fregasse una mazza dei crimini del biondocrinito Johnny Depp, ma la love story tra Jacob e Queenie mi era rimasta nel cuore e, insomma, c'era anche la voglia di vedere altri animali fantastici, quindi sono corsa al cinema a vedere I crimini di Grindelwald con una marea di aspettative, in parte esaudite ma in parte, purtroppo, disattese. I pregi del secondo capitolo della saga, infatti, sopperiscono a fatica ai molti difetti di cui soffre, soprattutto a livello di sceneggiatura. Tra le cose positive c'è un ulteriore approfondimento della figura di Newt Scamander, con un Eddie Redmayne sempre più a suo agio nei panni dell'eccentrico, disadattato mago, approfondimento concretizzato in scorci della sua famiglia, del suo rifugio londinese, di ulteriori animali fantastici deliziosi (lo Snaso e gli Snasini in primis ma anche il mostro-gatto cinese, mentre le pantere multiple sul finale sono imbarazzanti a livello di CGI); c'è lo scontro a distanza tra Silente e Grindelwald, due figure incredibilmente carismatiche, ognuna a modo suo, con quel tocco di bromance (più romance che bro) che noi lettori maliziosi abbiamo sempre un po' subodorato; ci sono tanti piccoli rimandi agli adorati libri di Harry Potter e un ritorno ad Hogwarts in pompa magna oltre all'introduzione di un vecchio personaggio in guisa inaspettata; c'è, per concludere, un pre-finale emozionante e commovente che porta lo spettatore a non poter aspettare il 2020 e che bilancia, anche a livello di regia, un inizio che sulla carta sarebbe anche stato molto valido ma che sullo schermo risulta cupo, confuso, mal girato e mal tagliato.


Il resto, spiace dirlo, ma risulta fuffosino. Innanzitutto, I crimini di Grindelwald è troppo imperniato sulla ricerca delle origini di Credence (interpretato da un Ezra Miller ormai fisicato e fatto uomo ma meno interessante rispetto al film precedente), fatta di molti tempi morti e giri a non finire che mettono in mezzo un personaggio sfruttato malissimo (la fantomatica Leta Lestrange, la quale avrebbe avuto molto da dire ancora) e un altro talmente mal caratterizzato che arriva a non fregarne nulla a nessuno (il mago di colore Yusuf); ciò porta la povera Tina ad avere ben poco spazio e a ridurre la sua presenza a livello di sottotrama amorosa fatta di piccole schermaglie con Newt e, stranamente, porta a togliere importanza anche a Grindelwald e Silente, il che è un peccato perché sia Johnny Depp che Jude Law sono ammalianti e particolarmente in ruolo, il che da Jude Law me lo aspettavo ma, onestamente, non da Depp. Ma la cosa più orribile, una roba che mi stupisce vista la cura con cui la Rowling tratta i suoi personaggi, è l'involuzione della meravigliosa Queenie da ragazza un po' svampita ma con le palle a bimbo decerebrata nel giro di quattro/cinque sequenze: SPOILER Già è assurdo cominciare il film con Queenie che scaglia su Jacob un incantesimo d'amore ma posso sorvolare visto che lui semplicemente non vuole sposare la ragazza per non farla finire in prigione, scelta magari poco coraggiosa ma bellissima, coerente col personaggio di Jacob, e lei reagisce di conseguenza. I due litigano, ci sta anche questo  e forse ci sta anche che Queenie, sola in un paese dove non capisce la lingua, rimanga stordita dal suo potere di Legilimens al punto da finire alla mercé dell'inutile tirapiedi di Grindelwald... ma il resto è davvero aria fritta che culmina nella resa di Queenie al mago oscuro "perché è l'unico che mi darebbe la libertà di sposare Jacob", soprattutto dopo aver visto gli altri maghi sterminati dal potere del biondo. Va bene, nel prossimo film si combatterà una guerra per l'anima di Queenie, è palese, ma tirarla così per i capelli è assurdo quanto inserire un secondo fratello di Silente che nessuno ha mai sentito nominare. E dai, J.K.! FINE SPOILER Per il resto, nulla da dire. I crimini di Grindelwald è il "tipico" film di Harry Potter fatto di ottimi effetti speciali, musiche evocative, costumi della madonna e scenografie interessanti che si uniscono ai bei paesaggi naturali. Risulta tuttavia come film "di passaggio", in preparazione dei prossimi, infatti mi è sembrato quasi che la Rowling abbia aggiustato un po' il tiro per rendere la storia più cupa e complicata rispetto al primo capitolo tirando fuori un prodotto né carne né pesce. Niente di male in questo, di merchandising e saghe si vive, solo mi aspetto una maggiore onestà nel terzo episodio che, lo so già, correrò a vedere a prescindere.


Del regista David Yates ho già parlato QUI. Johnny Depp (Grindelwald), Carmen Ejogo (Seraphina Picquery), Eddie Redmayne (Newt Scamander), Zoë Kravitz (Leta Lestrange), Ezra Miller (Credence Barebone), Jude Law (Albus Silente), Dan Fogler (Jacob Kowalski), Katherine Waterston (Tina Goldstein) e Jamie Campbell Bower (Giovane Grindelwald) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra gli attori presi in considerazione per interpretare Albus Silente c'erano Christian Bale, Benedict Cumberbatch e Jared Harris. Detto questo, nell'attesa che escano i prossimi capitoli della saga (previsti, rispettivamente, per il 2020, 2022 e 2024), se Animali fantastici: I crimini di Grindelwald vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Animali fantastici e dove trovarli aggiungendo l'intera saga di Harry Potter, così da capire meglio i vari riferimenti. ENJOY!


martedì 20 novembre 2018

Dead Sushi (2012)

Ho lasciato passare gli anni, terrorizzata da orridi ricordi Igucheschi, ma finalmente ho recuperato l'assurdo Dead Sushi (デッド寿司 - Deddo Sushi), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Noboru Iguchi.


Trama: la giovane Keiko abbandona il ristorante del padre, probabilmente il migliore chef di sushi in Giappone, per trovare la sua strada. Finisce a lavorare in un ryokan specializzato in sushi e si ritrova invischiata in un'invasione di pesce zombi...



Dopo Zombie Ass avevo praticamente giurato a me stessa che non avrei mai più guardato un film diretto da Noboro Iguchi, stufa di vedere robe raccapriccianti unite ad emissione di gas intestinali (non che qui non vengano emessi. Ma ci si contiene), tuttavia un giorno l'amico Toto mi dice "Ma guarda che io ho ancora Dead Sushi da darti!" e io non ho potuto fare altro che accettare con gioia il dono. Per fortuna mia, e del Bolluomo al quale ho imposto una visione in lingua originale con sottotitoli inglesi come minimo lacunosi, Dead Sushi non è disgustoso come Zombie Ass ma soltanto simpaticamente idiota, il film ideale per rimanere annichiliti davanti alla stupidità congenita nella quale spesso ama indulgere il popolo nipponico, che non conosce vergogna alcuna quando si tratta di mettere in piedi trame surreali e produrre film imbarazzanti con velleità "horror". Dead Sushi, come da titolo, racconta della terribile epidemia zombi che a un certo punto colpisce i nigiri e i rolls serviti all'interno di un ryokan gestito da un ex mafioso e da una ex tsoccola, all'interno del quale si sta tenendo una delle tipiche, imbarazzanti festicciole da megaditta giapponotta, quella in cui tutti i convenuti alla fine si impetroliano come rospi dimenticando la dignità, con sommo scorno delle pochissime (una) dipendenti donne presenti, oggetto della giappalaiditudine dei colleghi. La povera Keiko, figlia di un mastro susharo la quale, a detta dell'uomo, "trasmette al pesce il proprio odore di donna" e quindi non potrà mai succedergli, si ritrova così a dover affrontare proprio in quel ryokan l'incubo di ogni chef, con l'aggravante di essere preda di una crisi esistenziale nonostante le sue indubbie capacità culinarie e, soprattutto, marziali. Questo esilissimo canovaccetto viene arricchito da storie di vendetta con qualche twist inaspettato, momenti strappalacrime, mosse alla Power Rangers, fanservice a base di mossette "erotiche", bagni pubblici, body sushi e sise (quali?) al vento ma, soprattutto, diventa un'improbabile quanto efficace racconto di formazione che permette a ben DUE personaggi di superare le proprie fisime mentre gli altri sono costretti a spurgare riso per sushi dalla bocca.


Rispetto a Zombie Ass questo Dead Sushi è molto meno disgustoso e anche più cartoonesco, zeppo di bruttissimi effetti speciali digitali che non sfigurerebbero in un qualsiasi Sharknado (Sushinado?) e che accompagnano effetti artigianali a base di fili per far tremolare il sushi e protesi di lattice tra il grottesco e l'inguardabile, che vanno proprio dalla parte opposta rispetto al realismo; nonostante questo, posso dire, senza timore di risultare pazza a mia volta, di aver apprezzato questa volontà di ricorrere all'artigianato anche a costo di ottenere un effetto raffazzonato, come nel caso del terrificante uomo-tonno del finale, talmente brutto che al confronto i nemici dei Power Rangers sono a livello "WETA", ma in qualche modo adorabile. Neanche a dirlo, la parte "migliore" di Dead Sushi è però la recitazione caricatissima di molti dei coinvolti. La protagonista, tanto quanto, è sobria, se di sobrio si può parlare relativamente a una tizia che prepara sushi con piglio marziale oppure duetta in improbabili dialoghi con un tamago sushi (vero cuore tenerino della pellicola), ma la palma degli attori "so bad they're so good" va ad Asami nei panni della maitresse Yuki, una donna che nonostante l'indubbia bellezza non ha assolutamente timore di rendersi ridicola facendo le peggio smorfie e prestandosi a una disgustosa pratica erotica in cui due giappi limonano con un tuorlo d'uovo (don't ask), e ovviamente a Shigeru Matsuzaki. Costui, per età e capacità e da quel che dice Wikipedia, potrebbe essere una sorta di Gianni Morandi o Nino D'Angelo del Sol Levante, giusto un po' più abbronzato, ed è meraviglioso per il modo in cui funge da mentore per la giovane Keiko, abbandonandosi spesso e volentieri ad incomprensibii discorsi motivazionali accompagnati da una sdolcinata musica a tema. A tratti mi ha un po' ricordato il Richard Sagawa di The Happiness of the Katakuris e solo per questo non posso voler male a un'idiozia come Dead Sushi che, per inciso, insegna anche il corretto modo per degustare la prelibata pietanza nipponica... quindi perché non guardarlo, magari in compagnia di amici/fidanzati con i quali farsi delle risate?


Del regista e co-sceneggiatore Noboru Iguchi ho già parlato QUI.


Se Dead Sushi vi fosse piaciuto recuperate Zombie Ass - The Toilet of the Dead e Vampire Girl vs Frankenstein Girl. ENJOY!

domenica 18 novembre 2018

I Don't Feel at Home in This World Anymore. (2017)



In una di queste calde sere d'estate ho recuperato I Don't Feel at Home in This World Anymore, film presente nel catalogo Netflix, di cui quasi tutti avevano parlato benissimo tempo addietro, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Macon Blair.


Trama: dopo aver subito un furto, l'infermiera Ruth si imbarca nella ricerca della refurtiva e dei colpevoli, accompagnata dallo strano vicino di casa, Tony.



Non so se è la vecchiaia che sta cominciando a rendermi ipersensibile ma ultimamente a me sembra che la gente sia impazzita tutta. Sarà che abito in una città costiera dove d'estate il flusso di turisti sempre più "fai-da-te" rende quasi impossibile uscire di casa ma nei weekend mi tocca testimoniare ad esempi di inciviltà e menefreghismo terribili, tra gente che parcheggia a cazzo de cane, getta la spazzatura dove vuole, fa defecare i suoi dolci cagnolini su qualsiasi strada percorribile, addirittura (e non sto scherzando) fa pisciare i suoi ancor più SANTI bambini per strada, DAVANTI ai tavoli dei ristoranti all'aperto, perché portarli in bagno è difficile, per non parlare dei vecchiacci/e che, ansiosi come sono di correre a casa e aspettare la Signora Con La Falce, morire che ti facciano passare alla cassa quando tu hai UN sacchetto del pane e loro la spesa per sei mesi. Insomma, ogni giorno mi/ci tocca testimoniare ad esempi di ordinaria maleducazione sempre più fastidiosa e ciò mi ha fatta immedesimare tantissimo nella protagonista di I Don't Feel at Home in This World Anymore, infermiera timida e tranquilla, amante dell'alcool e della musica country, che all'ennesimo sopruso ingiustificato (nella fattispecie, un furto con scasso preso decisamente sottogamba dalla polizia) decide di dire BASTA. Non "basta" tipo "giorno di ordinaria follia", beninteso, quanto piuttosto un "basta" che diventa desiderio di tutelarsi e di non farsi mettere i piedi in testa, partendo dal condivisibile desiderio di recuperare la refurtiva quando la polizia mostra di non avere interesse a farlo, preferendo trattare Ruth con la miserevole condiscendenza che si offre a chi ha scioccamente lasciato la casa incustodita. Da questa semplice ricerca della refurtiva, durante la quale Ruth si allea con lo strampalato vicino di casa amante delle arti marziali, nasce un film che, nonostante il tono leggero e grottesco, racconta l'angoscia di chi non si sente più parte di questo mondo e vive ogni giorno con triste rassegnazione, sentendosi sempre più lontano da un'umanità che corre allegramente verso il baratro dell'autodistruzione, della mediocrità, dello schifo.


Tra una gag e un momento decisamente splatter, soprattutto sul finale, le riflessioni di Ruth inducono lo spettatore a gettare uno sguardo non troppo indulgente sulla propria vita, a pensare a quanto sia giusto "lasciarsi vivere" e farsi scivolare addosso tutto sopportando con una pazienza che sconfina pericolosamente nell'atarassia e nel menefreghismo; la consapevolezza che un buon 99% di noi non lascerà alcun segno nella storia non deve diventare una scusa per far sì che la deboscia abbia il sopravvento perché si può lasciare comunque un buon ricordo ad amici, parenti e semplici conoscenti... oltre che, se possibile, cercare quel minimo di soddisfazione e felicità anche per noi, ovviamente. E' per questo che la storia di Ruth, con tutte le sue inevitabili esagerazioni e licenze "poetiche" e al netto dell'indiscutibile assurdità dei personaggi di cui è popolata, rischia di radicarsi nel cuoricino dello spettatore, che può tranquillamente rispecchiarsi nella protagonista in almeno un paio di sequenze chiave; per lo stesso motivo,  I Don't Feel at Home in This World Anymore è più profondo di quanto parrebbe ad una prima, distratta occhiata e non è proprio uno di quei film da guardare col cervello spento, benché l'occhio venga coccolato da una messa in scena accattivante e un montaggio dinamico. Melanie Lynskey, attrice bravissima e fortunatamente distante dai canoni di bellezza hollywoodiani, cicciottina e dal viso non particolarmente attraente, è perfetta per il ruolo di Ruth ed è un altro, fondamentale veicolo di immedesimazione, mentre Elijah Wood, ormai abbonato ai ruoli weird, incarna l'aspetto più assurdo del film ma, attenzione, anche il suo personaggio non è da prendere sottogamba. Tony, infatti, pur con tutte le sue idiosincrasie, è il perfetto contraltare di Ruth, una persona che, a differenza della protagonista, non si limita a lasciarsi vivere ma cerca di crearsi un'oasi di realizzazione e felicità (per quanto piccola) così da non impazzire ed abbruttirsi. Che poi anche lui cerchi riscatto e lo faccia "uscendo" dal suo guscio tendendo una mano a Ruth, non solo materiale ma anche "spirituale", è l'ulteriore messaggio positivo di un film che magari non cambierà la vostra esistenza ma probabilmente vi spingerà a riflettere sul modo migliore di affrontare questo mondo dove tutti, io per prima, rischiamo di non sentirci per nulla "a casa".


Di Melanie Lynskey (Ruth), Elijah Wood (Tony), Derek Mears (Monkey Dick) e Jane Levy (Dez) ho parlato ai rispettivi link.

Macon Blair è regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, inoltre interpreta l'uomo che al bar spoilera il libro a Ruth. Americano, anche produttore e stuntman, ha 44 anni.




venerdì 16 novembre 2018

Overlord (2018)

Spinta da un trailer accattivante e da QUESTA recensione di Lucia, martedì ho deciso di dare una chance a Overlord, diretto dal regista Julius Avery.


Trama: un manipolo di soldati americani, alla vigilia dello sbarco in Normandia, deve distruggere una torretta per le comunicazioni del reich, ubicata all'interno di una chiesa in Francia. I soldati, tuttavia, troveranno nell'edificio anche un orrore innominabile...


Ma quant'è rilassante, di tanto in tanto, la becera ignoranza al cinema? Non mi riferisco ad ignoranza a livello di linguaggio cinematografico, perché Overlord ne è privo e di questo parlerò più avanti, ma proprio a livello di scrittura "consapevole". Per esempio, questo horror di guerra prodotto da J.J. Abrams non ha alcuna velleità di elevarsi rispetto alla sua natura di B Movie con protagonisti ed antagonisti tagliati con l'accetta, zeppo di momenti WTF, soluzioni becere, dialoghi prevedibili, inesattezze storico-culturali e ruoli ben definiti. Eppure, tanta è la sua onestà nell'evitare di muovere qualsivoglia critica sociale o stimolare anche la pur minima riflessione nello spettatore, che quest'ultimo non può far altro che godersi lo spettacolo e immergersi per un'ora e mezza nell'avventura disperata di un manipolo di soldati aMMeregani fino al midollo, decisi a compiere la loro missione e catapultati, senza volerlo, all'interno di un incubo lovecraftiano alla Re-Animator. Per una buona metà, Overlord è un film di guerra fatto e finito, dove i personaggi vengono falciati dalla contraerea, dalle mine e dai fucili dei nemici piuttosto che dalle zanne di qualche mostro e devo dire che, benché molto stereotipato, è un ottimo film di guerra, che si prende il tempo anche di delineare le personalità dei protagonisti concedendosi persino qualche momento "umano" dove le emozioni la fanno da padrone. L'orrore è quindi reale, è la disperazione di perdere dei commilitoni che sono anche amici, di vedere il proprio villaggio occupato da mostri veri che portano a morire familiari e vicini, eppure accanto ad esso c'è anche un orrore di finzione che ricorda molto l'inizio della saga REC e che, ovviamente, titilla l'attenzione dello spettatore se già non avesse capito dal trailer dove andrà a parare Overlord. A un certo punto, quindi, l'atmosfera cambia e si entra nel campo dell'horror di serie B tout court, che mette in campo scienziati pazzi, mostri e corpi rianimati in salsa nazi, conditi da deliri di onnipotenza e crudeltà gratuite che cancellano ogni parvenza di cinefilia dallo spettatore, costringendolo, banalmente, a sperare che i nazisti vengano trucidati nei peggiori dei modi possibili, roba che al confronto Tarantino scansati.


A proposito di Tarantino, guardando Overlord sembra quasi, a tratti, di avere davanti un mix tra Wolfenstein 3D (senza, fortunatamente, l'effetto vomitillo tipico di quel maledetto videogioco) e l'operazione Grindhouse di Quentin e Rodriguez ma senza i filtri che richiamano gli anni '70 dell'horror gretto, con una punta di Bastardi senza gloria tanto per gradire, sicuramente omaggiato nella scena del briefing sotto il ponte, e Salvate il soldato Ryan, al quale Overlord deve tutta la splendida sequenza iniziale. La scena in questione vale da sola tutto il film, per inciso, ed è sicuramente il momento più concitato di Overlord, capace di mozzare il fiato dello spettatore che si ritrova impotente all'interno di un aereo militare lanciato in picchiata nel centro esatto dell'inferno; sicuramente, ci si emoziona più all'inizio che durante le sequenze ambientate nella chiesa adibita a laboratorio, nonostante anche lì non manchino orrore ed azione, tuttavia l'aspetto horror del film non difetta di aspetti positivi. Uno su tutti, lo scarso utilizzo della CGI a favore di cari, vecchi effettacci artigianali e protesi facciali (il trucco di quel bel ragazzo di Pilou Asbæk è fenomenale) che rendono molto più di quei mostrilli plasticosi tanto di moda negli horror odierni e che, sicuramente, influiscono anche sulle reazioni degli attori finalmente costretti a confrontarsi con cose realmente disgustose invece di dover lavorare di fantasia. Sinceramente, il primo cadavere rianimato "consapevolmente" mi ha fatto abbastanza impressione ma anche il maledetto mostro che a un certo punto insegue la tostissima francesina protagonista, col suo modo orrido di muoversi a scatti, è rimasto parecchio impresso nella mia mente al punto che la notte mi sono ritrovata a sognare cose schifide. Con buona pace di chi dice che Overlord è una schifezza noiosa, mentre invece è una supercazzola che brilla di rara onestà e può regalare un'ora e mezza di quel divertimento ignorante che noi "cinefili dell'internet" ormai sembriamo aver dimenticato.


Di Pilou Asbæk, che interpreta Wafner, ho già parlato QUI mentre John Magaro, che interpreta Tibbet, lo trovate QUA.

Julius Avery è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto il film Son of a Gun. Anche sceneggiatore e produttore, probabilmente dirigerà il prossimo Flash Gordon

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In mezzo ai soldati spuntano un paio di volti televisivi abbastanza noti: nei panni di Chase c'è il Fitz di Agents of S.H.I.E.L.D.S., l'attore Iain De Caestecker, mentre in quelli di Dawson c'è Verme Grigio de Il trono di spade, alias Jacob Anderson. Detto questo, se Overlord vi fosse piaciuto recuperate Dead Snow, Dead Snow 2 e anche Puppet Master: The Littlest Reich. ENJOY!


giovedì 15 novembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 15/11/2018

Buon giovedì a tutti! Questa settimana c'è solo UN film da vedere (anzi, due)... e sarà sicuramente magico! ENJOY!


Animali fantastici - I crimini di Grindelwald
Reazione a caldo: oddioddioddio *__*
Bolla, rifletti!: Non fraintendetemi. Adoro la Rowling, il primo Animali Fantastici mi era piaciuto parecchio, sono curiosissima di vedere il secondo capitolo della saga... ma fondamentalmente io saltello SOLO  per l'idea di rivedere Jacob e Queenie, la coppia che shippo di più dai tempi di Ron e Hermione, ovviamente.

Cosa fai a Capodanno?
Reazione a caldo: Non cominciamo già con sta domanda.
Bolla, rifletti!: Il...cinecenone? Come vogliamo chiamarla 'sta roba incommentabile? Dai, si ride e si scherza ma adesso anche basta.

Red Zone - 22 miglia di fuoco
Reazione a caldo: Wah, la tamarreide!
Bolla, rifletti!: Quando vedi Mark Wahlberg in combo con "miss Xylitolo duemilasempre", alias Maggie di The Walking Dead, John Malkovich e un'infinità di esplosioni, da una parte pensi "che schifo", dall'altra però un po' ti intriga. Magari non al cinema, vah.

Widows - Eredità criminale
Reazione a caldo: Ispirevolissimo!
Bolla, rifletti!: Dal trailer, a differenza di Red Zone, questo parrebbe davvero una bomba, a partire dal cast. Se poi dietro la macchina da presa c'è Steve McQueen e alla sceneggiatura Gillian Flynn beh, dai, non me lo posso proprio perdere!

Al cinema d'élite continua la programmazione di Tutti lo sanno, quindi ci aggiorniamo alla prossima settimana!

mercoledì 14 novembre 2018

Nel buio da soli (1982)

Avrei dovuto vederlo più o meno un anno fa, in occasione della morte di Martin Landau, invece ho recuperato solo di recente Nel buio da soli (Alone in the Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1982 dal regista Jack Sholder.


Trama: Durante un black out, quattro maniaci evadono da una casa di cura, decisi ad uccidere il dottore che ha preso il posto del loro precedente psichiatra...



Nel buio da soli è uno di quei film difficili da giudicare, poiché in esso gli elementi positivi si equivalgono a quelli negativi. Solitamente, una simile condizione decreterebbe un giudizio medio o neutrale, in questo caso però ci sono degli attori e delle guest star che, da soli, basterebbero ad alzare il livello qualitativo della pellicola, se non altro da un punto di vista "sentimentale". La cosa che balza all'occhio di Nel buio da soli è la sua natura sfaccettata, probabilmente derivante dal mix di mani che si sono avvicendate alla sceneggiatura (assieme a Jack Sholder ci sono Robert Shaye, anche produttore, e tale Michael Harrpster, al suo primo e ultimo lavoro), che lo porta ad essere uno strano ibrido di thriller, horror e talvolta persino commedia. Guardandolo, si ha quasi l'idea che la parte horror avrebbe potuto essere più preponderante, come se i realizzatori avessero voluto proseguire per quel cammino ma poi qualcosa li avesse portati a desistere; gli esempi più eclatanti di questo mio pensiero sono sequenze come quella iniziale, un incubo allucinato a sfondo religioso avente per protagonista Martin Landau bloccato all'interno di una tavola calda infernale, oppure la visione di Toni, "arricchita" da una creatura zombesca realizzata nientemeno che da Tom Savini, ma in generale le azioni dei quattro maniaci hanno il sapore dello slasher becero a base di coltellacci, biondine svestite e persino maschere da hockey, benché di sangue se ne veda davvero poco in Nel buio da soli. Questa atmosfera "de paura" viene però stemperata, spesso e volentieri, dal carattere tra il cretino e il menefreghista del 90% dei personaggi positivi coinvolti, protagonisti o di siparietti di allegra vita familiar-sociale atti a sottolineare la peculiarità di una strana famiglia composta da papà psichiatra, mamma priva di personalità alcuna (per dire, basta che arrivi la cognata "ambientalista" e 'sta povera casalinga frustrata si fa arrestare per manifestazione non autorizzata...) e figliola inquietante, una vecchia nel corpo di bambina bionda ed occhialuta, oppure di sequenze per descrivere le quali l'unico aggettivo che mi viene in mente è lame. Durante l'assedio del pre-finale, infatti, i personaggi non sembrano tanto terrorizzati, quanto per lo più perplessi ed incerti sul da farsi, impegnati a litigare tra di loro oppure a offrirsi l'un con l'altro saggi consigli in maniera talmente finta da risultare imbarazzante.


Diciamo che, con tutto il rispetto per il Murdock dell'A-Team, gli attori migliori sono finiti a fare i maniaci e persino Donald Pleasence ci fa una ben magra figura. Il suo personaggio, infatti, è probabilmente il peggiore del mucchio, ché se il Dottor Potter non sa bene da che parte girarsi il Dottor Bain è invece proprio scemo come un tacco, perennemente strafatto di sinsemilla al punto da approcciarsi coi pazienti del manicomio come faceva il Signor Burns de I Simpson nella storica puntata crossover con X-Files, secondo il motto "ma non sono malati, sono solo VIAGGIATORI della psiche". Idea carina, per carità, ma ripeterla con testardaggine anche davanti a un coltello puntato alla gola è indice di poco cervello. Martin Landau è invece perfetto nel ruolo di predicatore folle, con quella bocca larghissima e gli occhi spiritati è l'elemento del film che probabilmente rischia di rimanere più impresso nella mente dello spettatore, tuttavia anche gli altri tre maniaci, ognuno a modo loro, hanno una personalità spiccata resa al meglio dagli attori che li interpretano, Jack Palance in primis, e almeno uno di essi riserva un'interessante sorpresa. Per gli estimatori di Jack Sholder, ricordo inoltre che Nel buio da soli rappresenta l'esordio alla regia di un autore che al genere horror ha regalato almeno un film diventato cult (L'alieno) pur perdendosi col tempo e pur incappando in almeno una solenne ciofeca (Nightmare 2: La rivincita, un pasticciaccio brutto di dimensioni epiche); trattasi di esordio e si vede perché, appunto, salvo la prima sequenza e le ultime, accompagnate da un paio di riprese notturne particolarmente inquietanti, la bellezza della regia non salta all'occhio e, complice anche un montaggio fatto con l'accetta, la qualità della pellicola risulta abbastanza televisiva. Nel complesso sono comunque contenta di aver guardato una bestia strana come Nel buio da soli, un'opera che non conoscevo e che potrebbe piacere ai cultori degli anni '80 e di quel trash leggero, non sbruffone, che all'epoca non classificavamo nemmeno come tale.


Di Donald Pleasence (Dr. Leo Bain), Martin Landau (Byron "Preacher" Sutcliff) e Lin Shaye (la receptionist della clinica) ho già parlato ai rispettivi link.

Jack Sholder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Nightmare 2 - La rivincita, L'alieno, Wishmaster 2 - Il male non muore mai ed episodi di serie quali I racconti della cripta e Tremors. Anche produttore e attore, ha 73 anni.


Jack Palance interpreta Frank Hawkes. Americano, ha partecipato a film come Vamos a matar, compañeros, Si può fare... amigo, Batman, Tango & Cash, Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista) e Scappo dalla città 2. Anche regista, è morto nel 2006 all'età di 87 anni.


Dwight Schultz interpreta il Dottor Dan Potter. Americano, famoso per il ruolo di Murdock in A-Team, ha partecipato a film come A-Team e a serie quali Chips, Alfred Hitchcock presenta, Oltre i limiti, Lois & Clark - Le nuove avventure di Superman e Walker Texas Ranger; come doppiatore, ha lavorato in Principessa Mononoke, Asterix e i vichinghi ed episodi de I Griffin, Johnny Bravo, Animatrix, I Rugrats, Ben 10, Kung Fu Panda - Mitiche avventure e Teen Titans Go!. Ha 71 anni.


Matthew Broderick aveva sostenuto l'audizione per il ruolo del fidanzato di Bunky ma Sholder lo ha "graziato" ritenendolo troppo talentuoso per una parte così insignificante. Detto questo, se Nel buio da soli vi fosse piaciuto recuperate la saga di Halloween. ENJOY!

martedì 13 novembre 2018

Stan Lee (1922 - 2018)


"There was
a time when it was all about comics for me. I had a girl, probably the
same as yours. She always complained that I spent too much time with my
own comics, and eventually we broke up. What did she know? Here I am
now, a legend in the field. I've had a slew of women since her, lots of
women. Me and Jagger had a running contest to see who had the
most, and the last time I looked, I was way ahead. But I never forgot
that girl. One day, I found out she got married. I had blown it. I
had missed my window. I went on with my life but I created some special
new superheroes. They were characters that reflected my own heartbreak
and my own regrets. Doctor doom wears body armor to conceal his own
mangled form. That was me beneath the armor. The Hulk is a normal guy
one minute, a rage of emotions the next, just like me when I thought
about what I'd given up. The girl that got away. Look, do yourself a
favor. Don't wait, because all the money, all the women, even all the
comic books in the world, They can't substitute for that one person.
I'd give it all up, all of it, for just one more day with her."

(Il dialogo vero e proprio, come si sente nel film, tra Stan e Brodie, lo trovate in Generation X di Kevin Smith. Che è un cialtrone, d'accordo, ma al vecchio voleva bene davvero, come tutti noi true believers. Excelsior!, Stan.)

Unfriended: Dark Web (2018)

Nei giorni pre-Halloween ho recuperato anche Unfriended: Dark Web, diretto e sceneggiato dal regista Stephen Susco.


Trama: per fare una sorpresa alla fidanzata sordomuta, un ragazzo acquista on line un computer così da sviluppare un’app che possa tradurre il linguaggio corrente in quello dei segni. Purtroppo il computer in questione nasconde terribili segreti che finiranno per distruggere la vita del ragazzo e dei suoi amici.



Unfriended era un filmettino simpatico e scorrevole, ottimo per passare un’oretta e mezza in deliziosa tensione. Partendo da una piaga pericolosa e diffusa come quella del cyberbullismo, Unfriended ci catapultava letteralmente all’interno del desktop dei protagonisti, sfruttando un punto di vista comune della nostra quotidianità e trasformando lo schermo televisivo o cinematografico in quello di un PC per raccontare una storia di fantasmi giustamente vendicativi. Come da titolo, invece, Dark Web abbandona l’elemento sovrannaturale e preferisce sfruttare i meandri oscuri della rete, famigerati quanto leggendari, fatti di filmati snuff e perversioni, sette segrete ed hacker infernali il cui solo scopo è quello di danneggiare, spesso anche fisicamente, ignari utenti. I protagonisti stavolta non sono degli odiosi e frivoli teenager ma ragazzi tra i venti e i trent’anni con un lavoro, una vita e anche delle ambizioni che vanno oltre la speranza di rimediare un fidanzatino al prom, cosa che concorre a renderceli un po’ più simpatici (anche perché alcuni di loro non sono proprio delle figurine monodimensionali tagliate con l’accetta, per fortuna) benché tutto nasca, anche stavolta, dall’errore stupido di un singolo che finisce per mettere in pericolo tutto il gruppo. Avidità, incoscienza ed ignoranza sono i motori che dipanano la vicenda, paradossale di sicuro, con qualche momento un po’ surreale, ma comunque capace di tenere avvinto lo spettatore alla sedia, soprattutto quando le cose cominciano a farsi molto serie e il dark web del titolo si scatena contro i protagonisti.


A differenza di Unfriended, se vogliamo, Dark Web non porta lo spettatore a riflettere sulle conseguenze della propria eventuale cattiveria verso il prossimo anche perché, come ho scritto sopra, la situazione a un certo punto diventa paradossale. Forse, al limite, si può parlare dell’incoscienza con la quale si utilizza uno strumento tanto utile quanto infido, che offre a chi sta “nascosto” nell’ombra tutta la nostra decantata privacy, ma non credo fosse questo l’obiettivo dei realizzatori del film. Detto questo, come thriller-horror d’intrattenimento la pellicola funziona e, nonostante la ripetizione del modello di Unfriended, che lo rende indubbiamente poco innovativo a livello di “regia” (ma si può parlare di regia o montaggio quando l’intera vicenda viene proposta in presa reale attraverso chat Skype, Facebook Messenger e altre finestre e pop up assortiti?), presenta un paio di soluzioni che oserei definire geniali per quanto riguarda l’inventiva dei villain e costringe lo spettatore a rivalutare un paio di dettagli iniziali che rischiano di sfuggire a un occhio disinteressato. Per contro, altre scelte di sceneggiatura fanno un po’ sorridere, così come l'idea di dotare i malvagi membri dell’organizzazione segreta di una sorta di “distorsore” che li rende assimilabili a disturbi statici, più paranormali che umani, cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso perché tende ad allontanare il film dalla pretesa di realismo che lo accompagna fin dall’inizio a differenza del primo Unfriended. Pare che negli USA Dark Web sia stato distribuito con due finali, in maniera del tutto casuale, e sinceramente spero che quello scartato sia un po' meglio di quello che ho visto io ma, a parte questo, come intrattenimento Dark Web per me è promosso. Attenzione, però: se già non vi era piaciuto Unfriended lo eviterei perché la “solfa” è più o meno la stessa e rischiate di odiarlo.

Stephen Susco è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Come sceneggiatore, ha firmato film come The Grudge, The Grudge 2 e Non aprite quella porta 3D. Anche produttore, ha 44 anni.


Colin Woodel, che interpreta Matias, è nel cast della pregevole serie The Purge, distribuita su Amazon Prime Video; al franchise de La notte del giudizio è legata anche Betty Gabriel, qui nei panni di Nari, già apparsa ne la Notte del giudizio - Election Year anche se i più la ricorderanno come l'inquietante Georgina di Scappa: Get Out. Come già detto nel post, Unfriended: Dark Web è il sequel (benché le storie siano completamente diverse) di Unfriended, che vi consiglio di recuperare aggiungendo magari anche The Den o Ratter: Ossessione in rete. ENJOY!

domenica 11 novembre 2018

Il Bollodromo #68: Hill House (2018)

Ci ho messo praticamente un mese a finirla e non perché non mi piacesse, anzi. Ma perché purtroppo i telefilm non ho tempo di vederli, nemmeno quelli brevi, e tocca centellinarli a "pezzetti" di 15, 20 minuti per volta, cosa che purtroppo sempre più spesso accade per i film, ché avere una sera libera, ad un orario decente, senza rischiare di crollare addormentata dopo le prime sequenze, è ormai un'utopia. E quindi arrivo, molto in ritardo, a parlare di Hill House (The Haunting of Hill House), miniserie distribuita da Netflix e realizzata dall'adorato Mike Flanagan. ENJOY!


Di cosa parla?

Hill House è, come da titolo, la rivisitazione del famoso romanzo di Shirley Jackson, già portato sullo schermo dallo splendido Gli invasati e dall'orrido Haunting - Presenze. Tolti di mezzo gli "investigatori del paranormale", la storia si concentra sui membri della famiglia Crane e sugli strascichi del loro breve soggiorno all'interno di Hill House negli anni '90, che ha portato alla morte di mamma Olivia e al progressivo disagio mentale di figli e marito, perseguitati da fantasmi e sensi di colpa.

Cose che mi sono piaciute
Tutto. Tutto, tutto, tutto. Hill House è IL capolavoro di Mike Flanagan, l'occasione per dimostrare a chiunque la sua bravura senza il limite temporale di un film magari non scritto da lui. Definirlo libero "adattamento" de L'incubo di Hill House oppure semplice serie sovrannaturale è davvero limitante perché, in questo caso, più dell'aspetto horror, più della ghost story, più della malvagità insita nell'edificio, contano i personaggi e i rapporti che li legano. Se è vero, infatti, che alcune sequenze di Hill House sono spaventose ed inaspettate, la sensazione che la serie lascia allo spettatore è principalmente di profonda commozione e più volte mi sono ritrovata a piangere come un vitello per il connubio perfetto tra sceneggiatura, recitazione e colonna sonora. Ad oggi, non mi era mai capitato di trovare all'interno di una miniserie dei personaggi così ben scritti, capaci di conquistare in poco tempo l'affetto dello spettatore con tutti i loro pregi e difetti, talmente umani da bucare lo schermo. Theo, Nell, Shirley, Luke e Steven, da grandi o da bambini, sono cinque fratelli che viene voglia di abbracciare dopo averli presi a schiaffi per le scelte scellerate di alcuni di loro, un po' come succede nelle vere famiglie; si gioisce con loro, quando le poche gioie arrivano, si prova una pena infinita quando la maledizione di Hill House giunge a sconvolgere le loro esistenze e lo stesso vale per i loro genitori. In particolare, Hill House è un atto d'amore di Flanagan verso la moglie, la splendida Kate Siegel, che in questa serie si è vista regalare il ruolo della vita e il monologo più bello dell'anno, interpretato in maniera magistrale. La sua Theo è probabilmente la cosa più bella di Hill House ma non sottovaluterei nemmeno i tenerissimi gemellini interpretati dai pucciosi Julian Hilliard e Violet MacGraw mentre Carla Cugino merita un solo aggettivo: divina. Non che il resto del cast sia da meno e lo stesso vale per la cura infusa nelle scenografie dei vari ambienti della casa, evocativi e terribili, falsamente accoglienti ed ingannevoli, come mostra uno dei migliori twist della serie. Insomma, non ho le parole per raccontare ed invogliarvi a vedere Hill House ma credetemi quando vi dico che, ad oggi, è la cosa più bella mai prodotta da Netflix e varrebbe la pena di farsi un abbonamento solo per vederla.

Cose che non mi sono piaciute
Non ce ne sono, davvero. Al limite, avrei voluto durasse per sempre, quello sì.

E quindi?
E quindi io non ho altro da dire. Leggete QUI e QUI e non perdetevi la serie Netflix più bella di sempre. The rest... is confetti.


venerdì 9 novembre 2018

Il mistero della casa del tempo (2018)

Mercoledì sono andata a vedere Il mistero della casa del tempo (The House with a Clock in its Walls), diretto dal regista Eli Roth e tratto dal libro omonimo di John Bellairs.


Trama: rimasto orfano, il piccolo Lewis va a vivere con lo zio Jonathan, il quale si rivela essere uno stregone. La vita di Lewis si arricchisce così di incredibile magia ma la casa di Jonathan nasconde anche un pericoloso segreto...


E così, dopo l'horror, il thriller sexy e l'action, Eli Roth è approdato al fantasy per ragazzini. Benché la notizia mi avesse fatto storcere abbastanza il naso, una volta visti i primi trailer la curiosità di vedere Il mistero della casa del tempo era indubbiamente salita e così, quando è uscito, sono corsa quasi subito al cinema. Prodotto dalla Amblin, il film è  un'avventura fantastica con tutti i crismi, che strizza l'occhio al vecchio L'apprendista stregone della Disney, alla saga di Harry Potter, al primo Piccoli Brividi e a cose un po' più di "nicchia" e lontane da un pubblico di ragazzini come Hugo Cabret, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet e persino i capolavori di Wes Anderson. Da questi ultimi è stata sicuramente mutuata la natura weird e fondamentalmente stilosetta del piccolo protagonista, un topino di biblioteca munito di occhialoni e immancabile farfallino d'ordinanza, capitato a casa di un uomo che fa dello "strano", della diversità, i punti di forza dai quali ricavare le magie più folli. Al di là dell'aspetto magico, sul quale tornerò nel prossimo paragrafo, la trama de Il mistero della casa del tempo mette in scena una famiglia che più atipica non si può, composta da due "genitori" che tali non sono, amici di vecchissima data che si aiutano a vicenda a superare i rispettivi traumi del passato e si imbarcano nel difficile compito di tenere sott'occhio un ragazzino con tanti problemi e tantissime qualità positive; attraverso quest'ultimo, persino due maghi scafati impareranno che l'importante nella vita è non arrendersi mai, nemmeno di fronte alle tragedie più grandi (tra le righe, ci sono riferimenti ai campi di concentramento), mentre il piccoletto imparerà a fare tesoro delle proprie particolarità, per quanto possano risultare strane agli occhi degli altri, e a trovare la vera forza in se stesso. Un film per tutta la famiglia, quindi, reso più "pepato" da quel pizzico di horror inserito nella ricetta, tra necromanzia, morti che ritornano, omicidi, qualche goccia di sangue e momenti di genuino terrore a base di pupazzi meccanici e burattini semoventi che probabilmente ai bambini non diranno nulla ma porco schifo io volevo uscire di corsa dalla sala.


Piccoli tocchi alla Eli Roth, dunque? Mah. A parte il cameo del regista e la comparsa della ex (mwahaahahahaha!!! scusate) moglie Lorenza Izzo, la mano di cialtronetto Roth non si percepisce quasi, tanto il "ragazzo" ha ripulito il suo stile. La regia è classica che più non si può e, rispetto all'abilità dietro la cinepresa, quello che si apprezza maggiormente ne Il mistero della casa del tempo è l'immenso lavoro dietro le bellissime scenografie, con la favolosa casa di Jonathan che prende vita più grazie ai dettagli dell'infinità di orologi, arredi, affreschi, vetrate, scale e porte che ai pur validi effetti speciali, per non parlare dei gradevoli costumi, che danno un tocco di personalità in più ad ogni personaggio. Gli effetti speciali invece sono una delle note dolenti del film. Per la maggior parte della durata, il tocco della magia digitale non si avverte quasi o, meglio, è perfettamente amalgamata alle sequenze, le arricchisce con una delicatezza rara per questo genere di pellicola; purtroppo, verso il finale ci sono un paio di aberrazioni capaci di far venire i brividi e non parlo delle già citate bambole (splendide nella loro inquietante bruttezza) quanto piuttosto del povero Jack Black ridotto a infante col testone, picco trash che fa il paio con la scelta di far defecare di continuo la siepe-leone mentre Neil Marshall ringrazia per la citazione al suo The Bad Seed. Niente da dire invece per Jack Black e Cate Blanchett, entrambi bravissimi, palesemente divertiti e dotati di un'alchimia non comune, mentre il povero Kyle MacLachlan purtroppo compare davvero poco e, nonostante tutto ruoti attorno a lui, mi è parso un villain non troppo incisivo. Insomma, l'approccio di Eli Roth al fantasy per ragazzi ha portato a un film gradevole e simpatico, valido per passare un paio d'ore di svago, nulla più e nulla meno. Il rischio, se di rischio si può parlare, è che con questo andazzo Roth diventi uno dei mille registi senza infamia e senza lode che popolano Hollywood, privo di tratti distintivi e perfetto per assecondare i bisogni dei vari studios. Per carità, la gente così ci campa e Roth non è mai stato chissà quale Autore, però mi permetto di provare lo stesso un po' di tristezza.


Del regista Eli Roth, che compare anche nei panni di Compagno Ivan, ho già parlato QUI. Jack Black (Jonathan Barnavelt), Cate Blanchett (Florence Zimmerman), Kyle MacLachlan (Isaac Izard), Colleen Camp (Mrs. Hanchett) e Lorenza Izzo (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Sunny Suljic, che interpreta Tarby Corrigan, era l'inquietante figlio di Colin Farrel ne Il sacrificio del cervo sacro. Se Il mistero della casa del tempo vi fosse piaciuto recuperate Piccoli brividi. ENJOY!


giovedì 8 novembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 8/11/2018

Buon giovedì a tutti! In attesa dei piatti forti che arriveranno la prossima settimana, la distribuzione offre qualche piccolo appetizer... ENJOY!

Overlord
Reazione a caldo: Chissà...
Bolla, rifletti!: Zombi nazi "patinati" prodotti da J.J.Abrams. Potrebbe essere una cazzatona divertente o una cazzatona e basta, nel dubbio quasi quasi un'occhiata gliela darei anche se dubito potrà raggiungere i livelli di Dead Snow e del suo geniale seguito.

Notti magiche
Reazione a caldo: Nostalgia nostalgia canagliaaaH!
Bolla, rifletti!: Il trailer dell'ultimo film di Virzì è costruito apposta per ammazzare chi negli anni '90 era ancora piccolo, come me. Detto questo, non ho ancora capito di cosa parli ma lì per lì sembrerebbe anche interessante... o forse è solo l'operazione nostalgia ad attirarmi, chissà.

Hunter Killer - Caccia negli abissi
Reazione a caldo: How about NO?
Bolla, rifletti!: Ma com'è venuto in mente a Gary Oldman di partecipare a questa palese cretinata action senza ritegno? Suvvia, ripigliatevi!

Al cinema d'élite si palesa la coppia d'oro del cinema spagnolo ed internazionale.

Tutti lo sanno
Reazione a caldo: Not Bad.
Bolla, rifletti!: Benché non apprezzi particolarmente la Cruz e, da brava ignorante, non abbia mai visto un film di Farhadi, la trama di Tutti lo sanno sembra molto interessante, un mix di spaccato sociale, dramma familiare e thriller. Al solito, visti gli orari proibitivi del cinema d'élite, dubito però di poter andare...





mercoledì 7 novembre 2018

First Man - Il primo uomo (2018)

Siccome questo rischiava di essere IL titolo della settimana, domenica sono andata a vedere First Man - Il primo uomo (First Man), diretto dal regista Damien Chazelle.


Trama: dopo una lunga serie di fallimenti, l'ingegnere spaziale Neil Armstrong è pronto ad affrontare la sua prima missione nello spazio...



Cominciamo con le note dolenti? E cominciamoLE. First Man ha un solo, grandissimo difetto: non è stato scritto da Damien Chazelle e purtroppo si vede, si percepisce. Per quanto La La Land non mi avesse fatta impazzire, guardandolo si avvertivano sia l'originalità della scrittura sia l'amore del regista e sceneggiatore per l'argomento trattato, una completezza unica che non sono riuscita a trovare in First Man, "banalissimo" biopic graziato da una regia meravigliosa che probabilmente farà sfracelli durante la prossima notte degli Oscar proprio in virtù di ciò, condannato a diventare l'ennesimo film realizzato a tavolino per far fremere il pubblico patriottico americano (non a caso avrebbe dovuto girarlo Clint Eastwood). Il distacco tra sceneggiatura poco ispirata e regia si riscontra, molto banalmente, nell'alternanza tra momenti di stasi corrispondenti alla vita familiare di Armstrong e le sequenze ambientate nello spazio o comunque legate alle sperimentazioni che hanno portato alla nascita dell'Apollo 11, con i primi che si salvano giusto grazie alla misuratissima interpretazione di Ryan Gosling e al connubio tra la regia e la particolarissima colonna sonora scelta dall'attore e da Chazelle. First Man è infatti quasi interamente imperniato sul dramma familiare di Armstrong, che ha perso la figlioletta in tenera età a causa di un tumore e che da quel momento si è gettato anima e corpo nella missione spaziale, allontanandosi volutamente dal resto della famiglia per creare il necessario distacco onde rendere meno dolorosa la sua eventuale, probabile dipartita nel corso di una delle missioni; l'unico punto forte della sceneggiatura, di fatto, è la scelta di mostrare gli astronauti come cavie, topi da laboratorio perfettamente consapevoli di rischiare la morte a causa di una tecnologia ambiziosa ma probabilmente ancora inadatta agli obiettivi proposti dalla NASA e dal Governo, viziati dalla fretta di superare e surclassare gli odiati Russi nella corsa allo spazio. L'ottimismo di fondo, presente in buona parte dei film a tema, qui viene sostituito dalla paura e dall'incertezza messe a nudo da retroscena sgraditi e intoppi di squisita, pericolosissima banalità (ho molto apprezzato la difficoltà con cui Buzz apre il portellone appena prima di scendere sulla Luna, per dire) che rendono il tutto più realistico, emozionante e sì, anche sconvolgente perché ormai siamo talmente abituati alla riuscita delle missioni spaziali da darle quasi per scontate.


In tutto questo, la regia di Chazelle concorre ad alimentare questo senso di pericolo e di iperrealtà con quelle riprese opprimenti degli interni delle navicelle e dei moduli, che nemmeno la grandezza dello schermo riesce a rendere più spaziose; a tratti, sembra di essere bloccati in quegli ambienti angusti assieme agli astronauti, sballottati, centrifugati senza pietà, e il nostro sguardo viene catturato spesso non tanto dalla meraviglia dello spazio esterno quanto dai dettagli di quelle minuscole viti, levette e scritte che rischiano di condannare a morte, solo per un piccolissimo malfunzionamento, i poveri cristi che si sono affidati a progettisti, ingegneri e tecnici. Ovviamente, Chazelle lascia spazio anche alla bellezza più pura. Gli omaggi a Kubrick e al suo 2001: Odissea nello spazio sono innumerevoli fin dall'inizio e riescono a fondersi perfettamente all'aspetto più "profano" della pellicola, in un'alternanza di gioia profonda e altrettanto profondo terrore che è probabilmente lo specchio perfetto delle sensazioni di chi si avventura nello spazio; gli spazi sconfinati, la luna che osserva beffarda dal cielo prima di venire calpestata con reverenza e trepidazione, la luce solare che si rifrange all'orizzonte, l'assoluto silenzio spezzato solo dal respiro di chi viene protetto giusto dal fragile vetro di un casco, sono tutte immagini indelebili che concorrono a fare di First Man non un gran film ma comunque un bellissimo film, capace di far scendere la lacrimuccia sul finale, con una singola sequenza silenziosa e commovente. Nonostante ciò che ho scritto all'inizio, First Man mi è quindi piaciuto molto ma non ha toccato i livelli epici che mi sarei aspettata e ammetto di essere rimasta un po' delusa, non tanto per la qualità effettiva della pellicola, quanto piuttosto per la sua frequente impersonalità che mi porta a sperare in un prossimo progetto interamente affidato a Chazelle perché solo come regista il ragazzo perde un buon 40% della sua effettiva bravura.


Del regista Damien Chazelle ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Neil Armstrong), Claire Foy (Janet Armstrong), Jason Clarke (Ed White), Kyle Chandler (Deke Slayton), Corey Stoll (Buzz Aldrin), Ciarán Hinds (Bob Gilruth), Shea Whigham (Gus Grissom), Lukas Haas (Mike Collins), Ethan Embry (Pete Conrad) li trovate invece ai rispettivi link.

Patrick Fugit interpreta Elliot See. Americano, ha partecipato a film come Quasi famosi, L'amore bugiardo - Gone Girl e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Dr. House e Outcast. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.


La bionda moglie di Ed White è interpretata da Olivia Hamilton, moglie di Damien Chazelle, mentre Pablo Schreiber, che interpreta Jim Lovell, era il favoloso Mad Sweeney di American Gods. Se First Man - Il primo uomo vi fosse piaciuto recuperate 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!


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