domenica 19 agosto 2018

Shark - Il primo squalo (2018)

Probabilmente era uno dei film più attesi del mese quindi, alla faccia del multisala chiuso, sono comunque corsa fino a Genova per vedere Shark - Il primo squalo (The Meg), diretto dal regista Jon Turteltaub e tratto dal romanzo omonimo di Steve Alten.


Trama: un gruppo di ricercatori marini riesce a superare una barriera naturale sul fondo dell'oceano e a scoprire cosa si nasconde sotto di essa, consentendo però ad un terrificante megalodonte di risalire in superficie...



Come al solito, mi tocca palesare ignoranza e ammettere di non avere mai letto né il romanzo di Steve Alten né i suoi seguiti; a naso, scorrendo un po' la trama su Wikipedia, mi azzarderei a dire che l'opera cartacea è ben più seria, scientificamente plausibile, cattiva e splatter rispetto al film di Turteltaub, ma siccome non mi è mai capitato di averla tra le mani sarò felice di essere smentita. Al netto del romanzo di Alten, ciò che noi spettatori ignoranti ci siamo ritrovati per le mani è un perfetto blockbuster estivo, prevedibile dall'inizio alla fine, scemo come un tacco e con un tasso di morti masticati talmente basso che al confronto Blu profondo diventa un capolavoro dell'horror acquatico. La mia non è una critica, beninteso: siamo ad agosto, un film simile è in grado di richiamare un'enorme fetta di pubblico e, soprattutto, la pellicola di Turteltaub non è neppure vietata ai minori di 14 anni, tanto che domenica scorsa al multisala c'era una bambina di 7/8 anni che implorava la madre di portarla a vedere Shark - Il primo squalo ed è stata prontamente accontentata, divertendosi probabilmente più di me. Minimo sforzo, dunque, massima resa. E in effetti The Meg è un film molto spassoso, che coniuga quel leggero desiderio di brivido che accompagna gli spettatori fin dai tempi de Lo squalo (aggiungendo ad esso un pizzico di mistero alla Jurassic Park, con tanto di studiosi costretti a fare la morale a ricconi senza scrupoli) a un'avventura vissuta da uomini e donne duri e tostissimi, capaci di ridere davanti al pericolo e persino di flirtare senza remore, anche con una schiera di zanne affilatissime a un metro dalla faccia. Certo, è un'avventura che prevede dei morti ma lo stesso valeva per il già citato Jurassic Park. Della serie, nessun personaggio di spessore verrà maltrattato dall'inizio alla fine delle riprese e chi ci lascia la pelle lo fa o per venire punito della propria stupidità, o per dare inizio a una sorta di "vendetta" oppure, meglio ancora, per arrivare all'inevitabile momento strappalacrime dove chi rimane porta il lutto per mezza giornata o anche meno, dipende dalla durata del film. In pratica, Shark - Il primo squalo è un film della Disney senza Casa del Topo ma con gli squali.


A caricarsi tutta la vicenda sulle spalle non è tanto il megalodonte del titolo, presenza preponderante ma comunque "gentile", uno squalo gigantesco che non sfrutta tutte le sue potenzialità non ho capito se per problemi di budget e relativi effetti speciali o forse per non turbare troppo gli animi dei giovani spettatori (per dire, in una spiaggia affollata ha fatto ben più danni il branco di pescetti nello stupidissimo Piranha, al megalodonte bastava aprire la bocca e via ma si è preferito lasciare spazio a sospiri di sollievo legati alla salvezza di cagnolini e pargoli), bensì Jason Statham finalmente diventato la copia di Bruce Willis anche per quel che riguarda le trame dei film a cui partecipa. Tragedia iniziale? Check! Ubriachezza post tragedia? Check! Situazione sentimentale non ottima ma comunque in via di miglioramento? Check! Sindrome da superuomo zeppo d'ironia? Check! L'unica cosa che non abbiamo "checkato", se così si può dire, è la buzza da bevitore che ha sempre caratterizzato l'adorabile Bruno, perché Jason Statham combatte gli squali con un fisico talmente scolpito da far sciogliere le spettatrici in lacrime... ma è anche vero che Jason sta invecchiando malamente almeno di viso, mentre Willis alla sua età era ancora un gran figo (vogliamo parlare di Pulp Fiction?), quindi rimanendo in tema di creature fantastiche chiederei a qualche scienziato compiacente di creare in laboratorio un Bruce Statham che combini il meglio dei due pelatoni, ovviamente da rendere obbligatorio nelle case di ogni donna o uomo che lo desiderassero. Ahem, scusate. Tornando al film, c'è da dire che, benché il megalodonte sia garbato e cortese nelle sue scorribande masticatorie, Shark - Il primo squalo si fa guardare volentieri nelle varie scene action a base di acqua, pinne minacciose, sommergibili e gente che viene colpita da botte di sfiga inenarrabili (la scena degli elicotteri che esplodono ci ha fatto tanto ridere, mancava solo un'astronave), mentre quando viene cercata l'introspezione c'è da voltarsi dall'altra parte e far finta di non vedere e soprattutto non sentire i dialoghi improbabili messi in bocca ai protagonisti. Fortunatamente, c'è poca conversation e molta action, con in più finezze e citazioni che difficilmente si vedrebbero in Sharknad... come dite, stasera esce l'ultimo Sharknado??? Non mi ci fate pensare che mi tocca aspettare una settimana per vederlo!!!! Perlomeno, la voglia di squali quest'anno me la sono tolta con questo Shark - il primo squalo, che vi consiglierei comunque di vedere per una serata ad alto tasso di delicata ignoranza.


Del regista Jon Turteltaub ho già parlato QUI. Jason Statham (Jonas Taylor), Bingbing Li (Suyin) e Rainn Wilson (Morris) li trovate invece ai rispettivi link.

Cliff Curtis interpreta Mac. Neozelandese, "indimenticabile" Travis dell'orrenda Fear the Walking Dead, ha partecipato a film come Lezioni di piano, Sei giorni sette notti, Three Kings, Al di là della vita, Blow e La giuria. Anche produttore, ha 50 anni e due film in uscita, i sequel di Avatar.


Nel film compare anche l'Hiro di Heroes, Masi Oka, nei panni di Toshi. Qualche anno fa il progetto ha rischiato di finire in mano a Eli Roth il quale, ovviamente, avrebbe preteso non solo di mantenere un R-rating ma anche di interpretare il personaggio di Jonas Taylor. Inutile dire che i produttori gli hanno fatto una leva per molteplici motivi, ahinoi. Per superare il diludendo, se Shark - Il primo squalo vi fosse piaciuto recuperate Lo squalo, 47 metri, Paradise Beach - Dentro l'incubo e ovviamente Blu profondo. ENJOY!


giovedì 16 agosto 2018

Il (Gio) WE, Bolla! che vorrei (16/8/2018)

Nella settimana di ferragosto riapre il Multisala savonese ma siccome io dovrei essere ancora in Scozia non ho idea di cosa programmeranno. Ergo, ecco ciò che vorrei trovare al ritorno... e sono quasi sicura che sarò esaudita! ENJOY!


Ant-Man and the Wasp
Il primo Ant-Man mi era piaciuto e sono assai curiosa di vedere in azione Wasp, finalmente (la nuova e la vecchia, soprattutto, ça va sans dire). Onestamente, non mi aspetto nulla più che un paio d'ore di divertimento Marvel "usa e getta", da dimenticare nel giro di una settimana, ma per dovere di completezza non posso mancare all'appuntamento!


martedì 14 agosto 2018

Bollalmanacco On the Road: Scozia

Oggi, se tutto va bene, col Bolluomo dovremmo partire per un viaggetto di una decina di giorni in Scozia. Per questo lasso di tempo, dunque, il Bollalmanacco entrerà in pausa, in particolare per quel che riguarda il Bollodromo e Lupin III - Parte 5 che, per ovvi motivi, non potrò guardare. Conto di piazzare un paio di post per il giovedì e probabilmente una recensione la domenica, così che si possa poi tornare regolari a partire dal 27 agosto! Nel frattempo, non dimenticatemi, godetevi le immagini cinefile di un paio dei posti dove andrò e... ENJOY!


Si comincia con Glasgow, set di Perfect Sense!

Glenfinnan Viaduct. Dubito che riuscirò a vedere Harry e Ron ma..

Braveheart sarà ovunque, no?

La splendida Skye, set di Stardust!

Highlander, castello di Eilean Donan. Sento già la musica dei Queen in sottofondo..

E correremo come Renton e soci ad Edinburgo...

Sperando di non finire nel peggior bagno della Scozia!!!

domenica 12 agosto 2018

The Cleanse (2016)

Dopo averne letto QUI e QUI ho deciso di recuperare The Cleanse (conosciuto anche come The Master Cleanse), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Bobby Miller.


Trama: Paul è un uomo sconfitto dal lavoro e dall'amore, che non riesce più a trovare un motivo per vivere. Un giorno vede in TV una pubblicità relativa ad un rifugio che porterebbe le persone a purificarsi dai pensieri negativi ed abbracciare una vita piena e decide di fare un tentativo. Ma The Cleanse, il trattamento ideato dal dottor Ken Roberts, è più complicato di quello che appare...



The Cleanse è un film delizioso e molto malinconico, imperniato su quell'insoddisfazione, spesso sconfinante nella tristezza e nella depressione, da cui tutti siamo più o meno afflitti, chi periodicamente chi in maniera cronica. E' una pellicola dotata di una metafora che più chiara non si può, che parte dalla parodia di quei programmi di purificazione probabilmente più diffusi in America che in Italia per arrivare a ragionare sulla natura del dolore e sul modo di affrontarlo. Bobby Miller pare volerci dire che il dolore, la "negatività" se vogliamo, è parte integrante di ognuno di noi; accresciuto sicuramente da elementi esterni, non è tuttavia imputabile essenzialmente ad altri oppure al destino avverso, perché è il nostro stesso carattere a dargli terreno fertile per prosperare e sconfiggerci. Proprio per questo, molte persone trovano conforto nello spleen della propria esistenza, indossando il male di vivere come una cappa forse scomoda, di cui lamentarsi spesso, tuttavia troppo rassicurante per liberarsene completamente. Accettare il cambiamento, lasciarsi alle spalle il passato, per quanto faccia male, fa meno paura rispetto al gettarsi a capofitto in un futuro privo di certezze (lavorative, sentimentali o quant'altro), quindi talvolta si preferisce rimanere frustrati, tristi ed arrabbiati per paura di minare lo status quo della propria esistenza. Questo lo fa Paul, il protagonista della pellicola, lo fa la sua compagna di sventura Maggie, lo faccio io e lo fa probabilmente la metà della popolazione mondiale, perché è la cosa più facile da fare. E Bobby Miller ci racconta questa umanissima "pigrizia" sfruttando una trama che mescola fantasia e horror, andando a creare una favola "nera" a tratti molto dolce e anche commovente, più efficace quando sfrutta questo suo aspetto sentimentale piuttosto che quando cerca di assecondare il desiderio di inquietare lo spettatore, desiderio che lascia un po' il tempo che trova e si concretizza in una sottotrama tirata per i capelli, appena abbozzata.


Veicolo fondamentale di questa metafora nonché punto forte del film sono, neanche da dirlo, i bestiolini frutto del trattamento del Dr. Roberts. Pucciosissimi animatronics che non sfigurerebbero nelle case di qualsiasi appassionato di robe disgustosette ma fondamentalmente kawaii, i mostrillini rubano giustamente la scena agli attori in carne ed ossa e si conquistano le simpatie dello spettatore il quale, nonostante immagini dopo più o meno mezz'ora come finirà la storia, non può fare a meno di affezionarsi a loro con tutte le conseguenze del caso, un po' come succede ai protagonisti. E' interessante come Bobby Miller mescoli questo sprazzo di pura fantasia e perizia tecnica ad uno stile di regia quasi "naturalistico", scevro da orpelli o rimandi pop, assai simile ad un modo di fare cinema tipico della scena indie più dimessa, se posso permettermi di usare questo termine; il cortocircuito tra regia e bestiole impreziosisce il film di un tocco di realismo che lo rende più plausibile, di conseguenza più vicino allo spettatore. Non guasta nemmeno che il protagonista sia Johnny Galecki, più valido nel ruolo di medioman simpatico e timidissimo piuttosto che in quelli di machiavellico ed inquietante professore (vedi The Ring 3), dotato di quei tic facciali che denotano perenne insicurezza e persino un po' di fastidio, per quanto speranzoso, nel forzarsi a ricercare contatti umani. Galecki, assieme all'adorabile Anjelica Huston e un altro grande caratterista come Oliver Platt, è la ciliegina sulla torta di un film piccolino ed imperfetto da "divorare" tutto d'un fiato, per divertirsi, intenerirsi... e chissà, magari anche un po' riflettere sul modo migliore per liberarci di tutte le paranoie che ci rovinano quotidianamente la vita.


Di Johnny Galecki (Paul), Kyle Gallner (Eric), Anjelica Huston (Lily) e Oliver Platt (Ken Roberts) ho già parlato ai rispettivi link.

Bobby Miller è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore e attore.


Chloë Sevigny era stata scelta per il ruolo di Maggie ma ha rinunciato ed è stata sostituita da Anna Friel. Se The Cleanse vi fosse piaciuto recuperate Bad Milo!. ENJOY!


venerdì 10 agosto 2018

Il Bollodromo #61: Lupin III - Parte 5 - Episodio 18

Ultimo appuntamento prima della pausa estiva del blog con la serie Lupin III - Parte 5. Come già la scorsa settimana, anche oggi il post verterà su un filler talmente pieno di gag che a un certo punto ho creduto di aver sbagliato anime... ENJOY!


Benché nei commenti dell'ultimo post avessimo pensato a un episodio ambientato nella quarta serie (e in effetti la cravatta di Jigen era quella, grigio chiarissimo anziché nera), in realtà 不二子の置きみやげ (Fujiko no Oki Miyage - Il souvenir di Fujiko) si colloca temporalmente agli inizi dell'avventura in Francia ed è ambientato all'interno del rifugio ubicato sopra il ristorante dove Jigen e Lupin sono soliti andare a mangiare travestiti da vecchietti. Ora, l'episodio in questione è davvero imbecille e riassumerlo in un post non rende l'idea della quantità di dialoghi tra l'assurdo e l'imbarazzante sconfinanti nell'umorismo slapstick e surreale che ci sono all'interno, quindi vi consiglierei di guardarlo e stop. Per invogliarvi, la faccenda più o meno è questa. Dopo una notte passata a ubriacarsi come rospi, Lupin, Jigen e Goemon si ritrovano addormentati nel rifugio di cui sopra e a un certo punto Jigen sente il richiamo della foresta e si reca al bagno; il pistolero scopre così che lo sciacquone non funge, con sommo scorno di Lupin il quale, proprio in quel momento, rischia di soccombere ai suoi bisogni fisiologici. Certo di poter andare nell'altro bagno, di proprietà di Jigen, Lupin si vede mostrare il dito medio e cerca quindi di aggiustare lo sciacquone con le bacchette di Goemon, il quale si dichiara ovviamente orripilato e offeso. Non c'è altra soluzione che chiamare un idraulico che tuttavia se la prende con comodo, quindi Goemon viene spedito a prendere del cibo da asporto nel ristorantino di sotto al quale pare sia arrivata della roba fatta di grano saraceno ma i nostri rimangono di sasso quando scoprono che il cuoco non dispone di soba ma solo di farina. Al samurai non rimane altro che appendere la spada al chiodo e scambiarla con un più utile mattarello e mettersi quindi a cucinare per la coppia di dementi.




Nel frattempo, spunta Fujiko vestita solo di una camicia (probabilmente di Lupin) che le copre giusto la patata. La signorina insiste per andare in bagno, proprio QUEL bagno, quello rotto, e con un barbatrucco riesce ad impedire che l'idraulico arrivi a metterlo a posto. I tre babbei però mangiano la foglia e capiscono che lo sciacquone è rotto perché Fujiko ci ha nascosto qualcosa dentro, probabilmente della refurtiva; ogni tentativo di far parlare la donna, però, risulta vano e chi ci "rimette" di più è proprio Goemon il quale, costretto dagli altri due ad andare a parlamentare, si ritrova attaccato al muro da una Fujiko completamente nuda. Che sfortuna, eh? In quella, arriva persino Zenigata, attirato dal profumo nipponico del cibo cucinato da Goemon. Intenerito dalle parole di elogio che l'ispettore ha per lui, Lupin non se la sente di mandarlo via e lo accoglie travestito da vecchietto, nutrendolo e conversando amabilmente. Approfittando del bailamme, Fujiko sguiscia all'interno del bagno e recupera l'oggetto nascosto nello sciacquone: un pacchettino che la donna, la sera prima, aveva portato a Lupin per festeggiare il loro anniversario, romanticheria naufragata davanti a un Lupin gonfio come un batrace e in procinto di aumentare ulteriormente il tasso alcolemico in compagnia di Jigen e Goemon. Dispiaciuta all'idea di buttarlo via, Fujiko aveva deciso di "punirlo" in quel modo ma Lupin è un cretino, quindi nulla: difatti, quando il ladro gentiluomo si ritrova all'improvviso il cesso funzionante e il pacchettino zuppo d'acqua sul tavolo... lo butta via lo stesso, senza nemmeno aprirlo. Sarà questo il motivo per cui Fujiko lo ha giustamente mandato al diavolo? Beh, sarebbe sensato. Siccome il 14 partirò per la tanto attesa vacanza, il post su Lupin non ci sarà per un paio di settimane quindi godetevi per me la prossima puntata, probabilmente imperniata su un vecchio amore di Jigen che, di fatto, non arriverà vivo alla fine dell'episodio!  


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

giovedì 9 agosto 2018

Il (Gio)WE, Bolla! del Diludendo (9/8/2018)

Terza settimana di chiusura dell'amato/odiato Multisala savonese. Spero che con la riapertura recupereranno un po' di roba senza prostrarsi davanti a Marvel e Tom Cruise perché tra Hereditary, Ocean's 8 e il filmozzo uscito oggi hanno perso un sacco di pubblico a mio avviso. ENJOY!


Shark - Il primo squalo
Perché intitolarlo anche in italiano MEG, diminutivo di Megalodonte, pareva brutto. Non sia mai che laGGente vada ad informarsi e si faccia un po' di cultura. E poi, vogliamo mica perdere il riferimento a Sharknado (di cui, mi spiace, quest'anno non riuscirò a parlare per tempo causa ferie!)! A parte tutto, credo che anche qui trascinerò il Bolluomo a Genova per un ultimo film prima della partenza, in quanto chi se lo perde Jason Statham claustrofobico in un sottomarino contro lo squalone? Mi manca già il respiro a pensarlo!!!

mercoledì 8 agosto 2018

Barry Seal - Una storia americana (2017)

Settimane fa mi è capitato di vedere Barry Seal - Una storia americana (American Made), diretto nel 2017 dal regista Doug Liman.


Trama: Barry Seal, pilota di linea, viene ingaggiato dalla CIA per missioni di spionaggio in America Centrale. Presto, l'uomo suscita l'interesse del cartello di Medellín, e comincia a portare carichi di droga in America...



Si può trasformare la vera vita "criminale" di un informatore della CIA prima e della DEA poi, passata per metà a trafficare documenti compromettenti, armi e droga, e per l'altra metà all'interno dei tribunali, in un divertente mix di azione, commedia e biografia interamente retto dalle spalle di Tom Cruise? Beh, basta togliere la parte più noiosa legata a processi e testimonianze, enfatizzando ed esagerando quella relativa al contrabbando, ed ovviamente la risposta è "sì". D'altronde, nulla è impossibile a Hollywood. E così, al pubblico viene offerta per l'ennesima volta una storia che racconta l'ascesa, l'incredibile successo e l'inevitabile caduta di un self made man "creato" dal sistema americano, capace di sfruttare tutti i buchi presenti nell'intrico di agenzie (governative e non) e soprattutto di approfittare di un momento di massimo marasma politico, tra alleanze di convenienza, necessità di controllare gli stati "comunisti" del Sud America e ribellioni fomentate direttamente da Washington. La faccia da caSSo di Tom Cruise impedisce allo spettatore di riflettere troppo sulla bassa moralità del protagonista, per il quale ovviamente si arriva a fare il tifo dal momento che "tiene famiglia" e, soprattutto, non ha mai ucciso nessuno né, tanto meno, è coinvolto in prima persona negli spargimenti di sangue effettuati dal cartello di Medellín o dal cattivissimo governo USA che fa il bello e il cattivo tempo mentendo agli ignari contribuenti; soldi, lusso e la piacioneria di questo Barry Seal guascone contribuiscono a farci sognare di poter vivere una vita simile, volando liberi per il mondo e facendoci amico persino il tanto temuto Pablo Escobar, alla faccia del paio di cadaveri che rimangono a terra alla fine del film, due "parentesi" drammatiche all'interno di una pellicola che non cerca quasi mai di prendersi sul serio.


La natura "sciocchina" di Barry Seal - Una storia americana viene espressa anche dallo stile utilizzato, con i capitoli della vita del protagonista scanditi da titoli in sovrimpressione a indicare con chi stesse lavorando in quel determinato anno, oltre che dalla scelta di far raccontare la storia tramite dei video dallo stesso Barry, palesemente sudato ed impaurito ma comunque sempre molto ironico ed ammiccante, pronto a bucare la quarta parete; nel corso del film, inoltre, viene fatto uso del vecchio espediente di mostrare le rotte degli aerei del protagonista facendoli muovere, stilizzati, su delle mappe, ed una di queste ultime sbatte volutamente un errore in faccia allo spettatore, gag che continua anche alla fine dei titoli di coda. A sostenere il ritmo concitato e in qualche modo spensierato del film c'è anche una colonna sonora accattivante ma soprattutto, come dicevo all'inizio, c'è Tom Cruise che fa Tom Cruise, dacché pare che Barry Seal in realtà fosse un ciccione maledetto. Il buon Tommaso pilota aerei per davvero, sfodera il suo sorriso d'ordinanza, in una scena riesce, non so come, a palesare stupore spalancando un occhio e lasciando l'altro normale, in generale riempie di carisma ogni sequenza del film confermando ancora una volta la sua rinascita cinematografica all'insegna della follia action, eclissando tranquillamente altri ottimi attori (uno su tutti, l'adorabile Domhnall Gleeson, qui purtroppo sottoutilizzato) che, accanto a lui, diventano delle sagome di cartone, anche in virtù di una sceneggiatura non molto "generosa" per quel che riguarda i personaggi secondari. Ma per una serata col cervello staccato va benissimo così, anche sé, per essere un film di mero intrattenimento, Barry Seal - Una storia americana è anche troppo lungo e prolisso.


Di Tom Cruise (Barry Seal), Domhnall Gleeson (Monty "Schafer"), Jesse Plemons (Sheriffo Downing) e Caleb Landry Jones (JB) ho già parlato ai rispettivi link.

Doug Liman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Bourne Identity, Mr & Mrs Smith, Edge of Tomorrow - Senza domani ed episodi di serie quali The O.C.. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 53 anni e un film in uscita.


Se la figura di Barry Seal vi interessa, esistono altri due film in cui è stato ritratto, Un gioco pericoloso del 1991 (con Dennis Hopper nei panni di Barry Seal) e The Infiltrator del 2016, ai quali potete aggiungere Blow, La regola del gioco oppure Trafficanti. ENJOY!

martedì 7 agosto 2018

Amiche di sangue (2017)

Questa settimana è arrivato in Italia Amiche di Sangue (Thoroughbreds), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Cory Finley.


Trama: Amanda è una ragazza incapace di provare emozioni, Lily un'altoborghese con un patrigno odioso. Tornate amiche quasi per caso, dopo anni di lontananza, le due cominciano a progettare un piano per eliminare l'uomo...


Questo spicchio di torrida estate mi sta bollendo, con le temperature casalinghe che sono arrivate a toccare i 31 gradi. I cinema, unica fonte di refrigerio, a Savona sono chiusi e io mi sono ritrovata a guardare Amiche di Sangue sdraiata sul divano, con un singolo refolo d'aria a rianimarmi di tanto in tanto e ad evitare che le mie cellule si fondessero inestricabilmente con quelle del sofà. Forse per questo l'opera prima di Cory Finley non mi ha entusiasmata granché, troppo "fighetta" per i miei gusti, incapace di catturare completamente la mia attenzione e dotata di un senso dell'umorismo macabro e autocompiaciuto che mi ha fatta più volte alzare gli occhi al soffitto. Diciamo che ho preso in antipatia la pellicola fin dall'inizio, non tanto per la sua realizzazione, di cui parlerò, quanto per l'ambiente in essa rappresentato e per le due protagoniste, adolescenti non tanto psicopatiche da essere divertenti ma intelligentissime e acculturate nel modo arrogante tipico delle pellicole indie che, a quanto pare, dopo anni sono arrivata un po' a soffrire. Bellissime (soprattutto la Taylor-Joy) e tanto disadattate, Amanda e Lily sono dei cliché, un compendio di psicosi la prima e banalmente infastidita da una situazione familiare "scomoda" la seconda; Amanda è incapace di provare emozioni sin da bambina ma, in qualche modo, riesce a provare empatia e a sacrificarsi per gli altri in virtù di ciò, anche a costo di passare per matta mentre Lily, apparentemente la più normale della coppia, è dotata di un egoismo fuori dal comune e, nonostante la sua aria algida che le impedisce di indulgere in scene patetiche, è la quintessenza della drama queen. A far le spese di questo binomio, l'effettivamente detestabile patrigno di Lily, il quale diventa oggetto dell'improvvisa brama di sangue delle due. A tal proposito, guardando Amiche di sangue, sinceramente mi sono ritrovata a "sperare" che Lily o la madre fossero vittime di violenza fisica, sessuale, qualcosa insomma che giustificasse tanto odio verso un uomo reo semplicemente di essere un imbecille patentato e un riccone viziato; invece, in un dialogo abbastanza rivelatore, persino Amanda si stupisce di tanto livore da parte di Lily, limitandosi però a far spallucce perché, diamine, l'amica soffre.


Perdonatemi se sono convinta che una stupidità simile avrebbe meritato più un approccio trash alla Amiche cattive o anche alla Tragedy Girls invece di questo desiderio di realizzare un'opera teatrale (l'impianto c'è ed è palese, soprattutto sul finale) incredibilmente raffinata, fatta di dialoghi "arguti", immagini simboliche e musiche particolari che si spinge persino al tentativo di riabilitazione della figura dello streppone raccattato per strada in modo da fungere da capro espiatorio. Perdonatemi, ma probabilmente non sono riuscita ad entrare nel mood perché il film avrebbe avuto tutte le carte in regola per risultarmi splendido. In primis, Cory Finley è incredibilmente bravo e rende il film un gioiello per gli occhi. Non c'è una sola inquadratura che non sia stata realizzata ad arte (a un certo punto, e non so quanto la cosa sia casuale, lo stipite di una porta e le braccia della Cooke si incrociano a formare un cuore, per dire) e i piani sequenza sono qualcosa di favoloso, la scena nel prefinale in primis, dove tutto accade "dietro le quinte". Poi, gli attori. Olivia Cooke ed Anya Taylor-Joy si compensano l'una con l'altra attraverso le loro diversità sia fisiche sia caratteriali, offrendo allo spettatore una sorta di ying e yang della follia e una serie di scambi al fulmicotone, purtroppo leggermente fiaccati dalla scelta di rendere le due quanto più monocordi possibile, almeno nell'intonazione dei dialoghi (anche se la dimostrazione del "metodo" di pianto, con il successivo richiamo a metà film, è semplicemente spettacolare); Anton Yelchin, al suo ultimo film, offre la sua interpretazione di loser tutto particolare, in perfetto equilibrio tra il comico e il tragico, conferendo persino dignità al triste Tim, facendolo emergere dal mero ruolo di figura di secondo piano per renderlo personaggio a tutto tondo. Insomma, pregi Amiche di sangue ne ha in abbondanza ma io l'ho comunque apprezzato poco, proprio in virtù della storia e di una freddezza che non mi ha intrigata né entusiasmata. In giro leggo comunque molte recensioni positive quindi ho solo un consiglio da dare: provatelo!


Di Olivia Cooke (Amanda), Anya Taylor-Joy (Lily) e Anton Yelchin (Tim) ho già parlato ai rispettivi link.

Cory Finley è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio.


Se Amiche di sangue vi fosse piaciuto recuperate Creature del cielo. ENJOY!

domenica 5 agosto 2018

Hostile (2017)



Dopo il pezzo forte della settimana, ovvero Hereditary - Le radici del male, parliamo di un altro film horror uscito giovedì scorso, ovvero Hostile, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Mathieu Turi e prodotto da Xavier Gens.


Trama: in un'America post-apocalittica, la giovane Juliette si ritrova sola, appiedata e con una gamba rotta, alla mercé di orribili creature antropofaghe...



Ad Hostile, sinceramente, non avrei dato un euro, alla faccia del nome altisonante del produttore. Altrettanto sinceramente devo dire che la pellicola fatica ad ingranare per almeno metà della sua durata, tanto sono banali le situazioni riportate sullo schermo, soprattutto in questi tempi in cui il genere post-apocalittico va per la maggiore, su Netlix in primis. In soldoni, Hostile segue la protagonista, Juliette, in due archi narrativi paralleli, uno ambientato in un presente/futuro terribile e l'altro nel passato, con i ricordi di una storia d'amore che vengono richiamati dalla situazione di pericolo in cui viene a trovarsi la ragazza e ad essa si intersecano; Juliette rimane bloccata in mezzo al deserto dopo un incidente e, tra un attacco e l'altro delle misteriose creature antropofaghe che hanno portato a un imbarbarimento della civiltà, ha tutto il tempo di riflettere sul suo amore perduto. Nonostante sia donna, preferisco un bell'horror a un film sentimentale, e il problema di Hostile risiede nel non essere un horror particolarmente originale (interessante l'idea di ambientarlo nel claustrofobico ambiente di un furgone incidentato, circondato da buio e pericolo, ma come ho detto ho già visto di meglio) e nemmeno un interessante film d'amore. La storia tra Juliette e Jack strappa infatti sonore risate da tanto è banale e zeppa di cliché apprezzabili giusto dalle fan dei romanzi Harmony. Riassumendo, bella ragazza problematica incontra affascinante uomo francese che, in quanto tale, è ricco, artista, colto, bello, amante del formaggio e del vino (seriously? Ma basta con questi stereotipi!!!), lui le da tutto il suo cuore ma lei rimane arroccata nella sua natura di bella e maledetta salvo poi pentirsene davanti all'inevitabile tragedia. E se questo è spoiler, signori miei, non avete mai guardato un film da quattro soldi in vita vostra. Beati voi ma abbiate pazienza.


A un certo punto, però, succede qualcosa che lo spettatore scafato potrebbe arrivare a predire (desiderare?) più o meno a metà film e che potrebbe lasciare lo spettatore meno smaliziato a bocca aperta, qualcosa in grado di conciliare i due aspetti della pellicola e renderla così più interessante e particolare; personalmente, una volta capito "il gioco" sono tornata ad interessarmi a quello che avevo davanti e sul poetico finale mi sono persino emozionata, almeno un pochino. Questo è l'unico motivo per cui non mi sento di sconsigliare in toto Hostile, pellicola che tuttavia rischia di scontentare i cultori di un certo cinema horror francese, in quanto quasi priva di scene splatter o momenti di tensione vera, per di più affossata anche da attori abbastanza cani. Brittany Ashworth ha il phisique du role da eroina tosta e determinata tipica del cinema di genere d'oltralpe e risulta assai convincente quando deve strillare o mostrare terrore o dolore (quindi nella parte horror) ma datele un copione, signori miei, e farete fatica a intendere quello che dice, tanto da non capire se volete prenderla a schiaffi per la sua recitazione o per quanto è odioso il suo personaggio nei segmenti drammatici. Grégory Fitoussi, da par suo, si limita ad essere figo e portare a casa il suo sterotipatissimo Jack parlando come l'ispettore Clouseau e l'unica gioia la dà il sempre valido (e sempre irriconoscibile) Javier Botet nei panni del bianchissimo, dinoccolato mostro che perseguita Juliette; il mostrillo in questione risulta assai gradevole, in quanto non realizzato al computer e quindi molto più realistico, altro punto a favore di Hostile. Quindi, concludendo, l'esordio alla regia di Mathieu Turi è un lavoro non proprio riuscito ma dotato comunque di un paio di caratteristiche che lo salvano dall'essere una schifezza invereconda. Magari, se in futuro il ragazzo decidesse di staccarsi dai cliché, potrebbe anche darci delle gioie ma al momento gli darei giusto una sufficienza stiracchiata.


Mathieu Turi è il regista e sceneggiatore della pellicola. Francese, è al suo primo lungometraggio (come aiuto regista ha lavorato in Bastardi senza gloria e Sherlock Holmes - Gioco di ombre), ha 31 anni ed è anche produttore e attore.


Javier Botet interpreta la creatura. Spagnolo, ha partecipato a film come Rec, Rec2, Ballata dell'odio e dell'amore, Rec 3 - La genesi, La madre, Le streghe son tornate, Rec 4: Apocalipsis, Crimson Peak, Revenant - Redivivo, The Conjuring - Il caso Enfield, Non bussate a quella porta, Alien: Covenant, La mummia e It. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni e cinque film in uscita tra cui Slender Man e It: Capitolo 2.


venerdì 3 agosto 2018

Il Bollodromo #60: Lupin III - Parte 5 - Episodio 17

Si vede che fa caldo per tutti, eh. Il diciassettesimo episodio di Lupin III - Parte 5, intitolato 探偵 ジム・バーネット三世の挨拶 (Tantei Jimu Baanetto Sansei no Aisatsu - Arriva il detective Jim Barnett III), è probabilmente il più moscio visto finora.


Dunque, siccome stiamo parlando di un giallo, per quanto all'acqua di rose, ché i realizzatori della puntata avevano solo una ventina di minuti a disposizione, ho deciso di NON rivelare il finale della storia, a beneficio di quanti dovessero passare qui per caso. L'episodio comincia con un Lupin in giacca verde che viene convocato nel castello di un'anziana nobildonna il cui marito è stato ucciso con un colpo di pistola tre anni prima, da un assassino ancora ignoto; il marito della signora era l'inventore di sistemi di sicurezza sofisticatissimi, nonché il proprietario di un anello con un enorme smeraldo che Lupin ha tentato spesso di rubare, senza successo. Poiché il defunto era un enorme fan di Lupin (come testimonia l'album di ritagli dove l'uomo conservava le notizie relative al ladro gentiluomo, con tanto di foto improbabili testimonianti le avventure della prima serie, tra le quali una del gatto de Caccia allo smeraldo e una di Pank in Il passato ritorna) la moglie ha deciso di ingaggiarlo come investigatore e di offrirgli il tanto bramato smeraldo come pagamento. Ottenuto l'aiuto del ladro gentiluomo, la signora convoca i tre principali sospettati del delitto al castello, ognuno dotato di un motivo valido per uccidere; una volta riuniti tutti i presenti, compresa l'unica cameriera, all'interno della sala, la vecchia rivela di aver scoperto un modo per ricavare il DNA dell'assassino dall'anello che il marito indossava al momento della morte e... schiatta a sua volta, presa in pieno da un colpo di pistola sparato nel corso di un provvidenziale black-out.


Da questo momento in poi Lupin si presenta ai tre sospetti come Jim Barnett III, in omaggio al detective creato da Maurice Leblanc, e la puntata si risolve in pochi minuti durante i quali il nostro scova un paio di indizi che lo portano al colpevole, cullandosi nelle proprie parole esplicative al punto che ci mancava solo che entrasse Goro, venisse colpito da un dardo soporifero e poi fatto parlare da Lupin tramite un farfallino/ricetrasmittente. Sì, lo ammetto: questo episodio mi è sembrato più un omaggio a Detective Conan che al Lupin della prima serie, il cui spirito risorge, vivo e pulsante, soltanto durante i catch eye che spezzano in due l'episodio, disegnati divinamente e raffiguranti un Lupin duro, fiero ed incazzoso. Invece qui, di Lupin, a parte l'intelligenza non c'è nulla e a questo diludendo di storiella si aggiunge la poca cura dedicata alle animazioni e al character design dei comprimari (la vecchia, tanto quanto, è bellina benché non capisco come mai lei sembri centenaria mentre il marito tre anni prima faceva jogging, ma i tre sospettati sono la quintessenza della banalità e la cameriera un insieme di cliché che la rendono emblema dell'idea giapponese di maid). TEMO che la prossima puntata non sarà meno deludente visto che durante le anticipazioni si parla già di cessi rotti e Lupin che non sa dove andare a fare pipì... AIUTO!!!!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

giovedì 2 agosto 2018

Il (Gio)WE, Bolla! del Diludendo (2/8/2018)

La chiusura estiva del Multisala savonese persiste e purtroppo anche questa settimana il rischio è quello di perdersi un paio di titoli interessanti... ENJOY!

Dark Hall

Non so cosa pensare. Sono incappata nel trailer già un paio di volte al cinema e mi sembra una cretinata per ragazzini... però è anche vero che c'è Uma Thurman quindi sarei propensa a dargli una chance. Ma tanto, che me frega, a Savona non lo danno!

Amiche di sangue

Uno degli ultimi film in cui compare Anton Yelchin, quindi varrebbe la pena guardarlo solo per questo motivo... ma in più c'è anche Anya Taylor-Joy, una delle giovani attrici che preferisco. In realtà non se ne parla benissimo in giro di questo film ma un'occhiata gliela darò comunque anche perché adoro i "teen-thriller"!

mercoledì 1 agosto 2018

Hereditary: Le radici del male (2018)

Era uno degli horror più attesi dell'anno e finalmente è arrivato. Parlo di Hereditary: Le radici del male (Hereditary), diretto e sceneggiato dal regista Ari Aster. Ovviamente, NIENTE SPOILER, tranquilli!


Trama: dopo la morte della madre, Annie si ritrova non solo a gestire il lutto ma anche la figlia, tredicenne disadattata, e il figlio maggiore, alle prese con le prime ribellioni dell'adolescenza. Il tutto mentre accadono cose sempre più strane...



Siccome una splendida recensione del film la trovate QUI e siccome la pellicola di Ari Aster abbisognerebbe di qualcuno che se ne capisca davvero di horror, regia e sceneggiatura per venire omaggiato al meglio, comincerò buttandola in caciara. Hereditary risponde perfettamente alla definizione di "film bastardo dentro", in tutti i modi possibili ed immaginabili, a partire dalla campagna promozionale che l'ha accompagnato, la quale rischia di scontentare più di uno spettatore. Paragonarlo a L'esorcista è infatti improprio, per temi trattati, impatto culturale e terrore cieco provocato nel pubblico dal caposaldo di Friedkin; se vogliamo fare dei confronti, Hereditary è più vicino a Babadook e The Witch, non a caso due degli horror più belli degli ultimi anni. Intanto, cominciamo col dire che il film di Aster, così come quello della Kent, è innanzitutto un dramma famigliare avente come fulcro una donna. Annie, moglie e mamma di due figli, è segnata da un passato in cui la freddezza della madre si è aggiunta al trauma di aver perso il padre e il fratello. Il film si apre col funerale dell'ormai anziana madre di Annie e e immerge subito lo spettatore in un'atmosfera fatta di disagio, rimpianto, dolore che non riesce a sfogarsi, misteri irrisolti; solo l'omelia funebre pronunciata da Annie basterebbe a far sentire puzza di bruciato lontano un chilometro oltre ad essere il primo esempio di una scrittura intelligentissima, fatta di dialoghi quasi più angoscianti delle singole sequenze, dei distillati di amarezza, fallimento e brutalità tali da far rimanere a bocca aperta lo spettatore sconvolto. Oltre ad avere un pessimo rapporto con la madre ormai defunta, Annie ha anche svariati problemi con i figli. La piccola, Charlie, era legatissima alla nonna e ha palesi problemi comportamentali che la rendono più che inquietante, mentre il grande, Peter, ha i tipici scatti di ribellione di un adolescente e un rapporto tempestoso con Annie; l'unico "sostegno" di quest'ultima è il marito ma anche lì il legame è piuttosto freddino, al punto che il povero Steve pare avere più la funzione di "paciere" oltre a fungere da sprone per spingere la moglie a continuare nel suo lavoro, quello di miniaturista.


Le miniature realizzate da Annie sono, per inciso, uno degli elementi più inquietanti del film. In esse, vengono cristallizzati momenti che noi spettatori non abbiamo visto né vissuto e che quindi ci vengono riportati dal punto di vista della donna (come il terribile diorama in cui qualcuno si staglia sulla soglia della camera da letto di Annie), inoltre si compenetrano alla storia narrata al punto che tutto ciò che accade nel film pare quasi frutto di predestinazione (ereditarietà?); a noi, come ai personaggi, è dato solo vedere e cercare di capire mentre una mano ignota posiziona i protagonisti e li fa muovere come pedine, per poi distruggere tutto con uno scatto di folle ira. Ma torniamo al dramma famigliare. Come già accadeva in Babadook, a un certo punto l'"armonia" della casa viene sconvolta da accadimenti sempre più inspiegabili ed assimilabili all'ambito del sovrannaturale. E' qui però che Hereditary ha cominciato a ricordami The Witch, soprattutto per il modo in cui Aster è riuscito a costruire un costante crescendo di tensione. Benché, apparentemente, "non succeda nulla", durante la visione di Hereditary si è in realtà subissati da un flusso continuo di elementi dissonanti, indizi che ci spingono a pensare ad eventuali risoluzioni disattese dubito dopo, cliché che si rivelano consapevoli prese in giro, al punto che ci si ritrova, quasi senza accorgercene, a stare seduti sulla poltrona con le dita affondate nei braccioli (quando non siamo impegnati a portarcele davanti alla faccia, ovvio), così che basta solo un piccolissimo suono, QUEL suono, per farci saltare i nervi. Hereditary è tutto così. "Sbagliato" fin dall'inizio, pessimista come non mai, zeppo di momenti sconvolgenti che vanno ben oltre l'inquietante bambina che campeggia nei trailer e nel poster e che, comparato a ciò che viene mostrato nel film, risulta un mero specchietto per le allodole.


Non che Milly Shapiro non sia una presenza fondamentale. Dotata di un volto particolarissimo, quasi quello di un adulto nel corpo di una ragazzina, vagamente androgino, la piccola "Charlie" colpisce l'occhio e la mente dello spettatore, costringendolo a stare sempre sul chi va là, in memoria di mille altre ragazzine malvagie viste miliardi di volte nei vari film di genere. Tuttavia, proprio in virtù di questo, se l'unico punto forte del cast fosse la Shapiro il film di Aster sarebbe ben poca cosa. Invece, ad affiancare una mocciosa che rischia di darvi gli incubi per mesi, ci sono Alex Wolff e Toni Collette, uno più strepitoso dell'altra. La Collette è sempre stata una delle mie attrici preferite ma qui è qualcosa di superlativo. La sua Annie è una donna distrutta già prima che subentri l'elemento sovrannaturale, una creatura spezzata da una storia di psicosi famigliari, lutti ininterrotti e segreti in suppurazione, colma di dubbi per il suo ruolo di madre; il volto scavato e nervoso della Collette, con i suoi occhi enormi e "sconfitti", è perfetto e la sua interpretazione mette i brividi, al punto che avrei già voglia di rivedere il film solo per godermela in lingua originale. Alex Wolff, da par suo, non è così d'impatto come le sue due comprimarie, almeno all'inizio. Dotato della stessa faccia da fesso del fratello Nat, il ragazzo si impone sulla scena a poco a poco, passando dall'essere la figura sullo sfondo di un tipico horror sovrannaturale (catalogato sotto l'etichetta "carne da macello") a personaggio a tutto tondo, dotato non solo di emozioni e profondità ma anche, e soprattutto, caratterizzato da una serie di legami non banali con gli altri protagonisti, ulteriori tessere del puzzle del terrore creato da Ari Aster. Se ne avessi le capacità vi parlerei ancora di Hereditary, sottolineando la particolarità della colonna sonora, l'efficacia di una regia che gioca al ribasso ottenendo risultati devastanti, la bellezza di una scenografia curatissima, all'interno della quale contano anche i più piccoli dettagli dei mille oggetti sparsi nella scena, l'eleganza di Gabriel Byrne, defilato ma fondamentale. Ma preferisco fermarmi qui e invitarvi a correre al cinema a vedere questa splendida opera prima, ennesima riprova che l'horror è vivo, vegeto e lotta con noi!


Di Alex Wolff (Peter), Toni Collette (Annie) e Gabriel Byrne (Steve) ho già parlato ai rispettivi link.

Ari Aster è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. Anche attore, ha 31 anni.


Ann Dowd interpreta Joan. Americana, ha partecipato a film come Green Card - Matrimonio di convenienza, L'olio di Lorenzo, Philadelphia, Può succedere anche a te, L'allievo, Io & Marley, St. Vincent, Chi è senza colpa, Big Driver, Captain Fantastic e a serie quali X-Files, Dr. House, True Detective e The Handsmaid's Tale. Ha 62 anni e un film in uscita.


Se Hereditary: le radici del male vi fosse piaciuto recuperate i già citati Babadook, The Witch e aggiungete Rosemary's Baby. ENJOY!




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