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martedì 14 aprile 2026

Finchè morte non ci separi 2 (2026)


Siccome sapevo che questa settimana sarei stata via e siccome il multisala ha il pessimo vizio di tenere i film meno di una settimana, venerdì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2: Here I Come), diretto e co-sceneggiato dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.

Trama

Grace si risveglia in un letto d'ospedale, accusata dello sterminio della famiglia del marito, i Le Domas. Convinta che la cosa peggiore che potrebbe capitarle è un ergastolo, si ritrova invece di nuovo vittima di una caccia all'uomo legata al culto di Le Bail e Satana, stavolta assieme alla sorella...

RECENSIONE

Finché morte non ci separi è uno dei film che più ho amato negli ultimi anni, al punto da averlo già riguardato tre o quattro volte, il che per me è un evento assai raro da un ventennio a questa parte. Il motivo risiede essenzialmente in un paio di cose. La prima, ovviamente, è la presenza di Samara Weaving, che qui interpreta un personaggio cazzutissimo, e sapete quanto adori le eroine femminili che picchiano come fabbri ferrai. La seconda, assieme all'abbondanza di umorismo nero e di personaggi talmente stupidi da fare il giro, è la cura con cui gli sceneggiatori hanno tratteggiato un background molto interessante, riproposto con attenzione nella scelta delle scenografie e dei complementi d'arredo che le ornano. Nel primo film, infatti, Grace si trovava in balìa di una famiglia arricchitasi con i giochi di società, che seguiva ciecamente le regole e i riti del misterioso Signor Le Bail, benefattore in pesantissimo odore di satanismo e custode di una tradizione centenaria. Come d'uso comune, il sequel prende gli stessi elementi che hanno decretato il successo del primo film e li esagera, in questo caso addirittura li moltiplica: per esempio, al posto di una sola bionda cazzuta ne abbiamo due, in quanto a Grace si aggiunge la sorella "perduta" Faith. Questo aspetto di Finché morte non ci separi 2 è l'eredità di un altro film che stavano progettando i registi, e si allaccia al discorso iniziato con i primi due episodi del nuovo Scream, che giocava molto sul rapporto tra sorelle distanti, sulla necessità di tagliare i legami per il bene di entrambe le persone coinvolte, e sul dolore che dà adito ad inevitabili incomprensioni. Finché morte non ci separi 2 si prende il tempo di ragionare sui traumi familiari di Grace e Faith, raccontando un progressivo riavvicinamento, ma mette in scena anche un altro tipo di rapporto fraterno, quello tra Ursula e Titus, distorto non già dalla lontananza ma dalla troppa prossimità, e che, a differenza di quello tra le due protagoniste, si sfalda man mano che il film prosegue, in un interessante parallelo. Ciò rende il film molto più cupo e malinconico del suo predecessore, ma per fortuna gli sceneggiatori non si sono dimenticati dell'aspetto demenziale che tanto avevo adorato, e neppure del worldbuilding legato a Le Bail.

Se in Finché morte non ci separi c'era solo una famiglia di scappati di casa, qui ce ne sono addirittura cinque, senza dimenticare il loro mefistofelico avvocato. Rispetto ai Le Domas, c'è da dire che buona parte delle new entry sono un po' più "navigate" e addentro a giochi di potere ed omicidi, quindi si perde un po' quell'atmosfera da dilettanti allo sbaraglio che era una delle carte vincenti del primo film, ma le inviolabili regole di Le Bail si fanno ancora più intriganti e, comunque, ci sono parecchi personaggi di livello anche qui. Finché morte non ci separi 2 riconferma la capacità dei registi di mettere assieme cast corali dove chiunque riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria, non solo la sempre divina Samara Weaving con i suoi favolosi urli da banshee e gli scoppi graditissimi di ultraviolenza, la quale ha un'alchimia perfetta e credibile con la "sorellina" Kathryn Newton; non sto a spoilerare, ma in cima alla classifica di personaggi preferiti ci sono l'imperturbabile avvocato Elijah Wood, i figlioli di Nestor Carbonell (ognuno, a suo modo, favoloso), e un Kevin Durand che si vede troppo poco ma si fa volere benissimo, ma anche la "maggiordoma" Pernilla non fa rimpiangere il suo predecessore, riproponendosi come punto di partenza della rivalsa della bassa manovalanza contro la "fucking rich people" che infesta il film. Forse l'unico elemento in cui Finché morte non ci separi 2 risulta un po' debole è un'inevitabile ripetitività che priva di forza gli aspetti scioccanti del primo capitolo (anche se comunque è sempre una soddisfazione vedere la gente che esplode male); inoltre, ma dovrei riguardarlo un paio di volte per riconfermare la mia opinione, mi è parso che il film fosse meno fantasioso per quanto riguarda le scenografie, nonostante una gradita ed affascinante apertura al satanismo tout court nelle sequenze finali, che si giocano il premio per le scene migliori assieme allo showdown matrimoniale sulle note di Total Eclipse of the Heart, brano decisamente calzante. Mi fermo qui col post, non perché Finchè morte non ci separi 2 non mi sia piaciuto, visto che l'ho adorato, ma per evitare di incappare nello sgradevole terreno dello spoiler. Se siete fan del primo film, vi piacerà molto anche questo e vorrete che Grace e Faith tornino in un sequel... anche se loro, poverine, non saranno troppo d'accordo. 

CAST

Dei registi e co-sceneggiatori Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Samara Weaving (Grace MacCaullay), Kathryn Newton (Faith MacCaullay), Elijah Wood (l'avvocato), Sarah Michelle Gellar (Ursula Danforth), David Cronenberg (Chester Danforth), Nestor Carbonell (Ignacio El Caído) e Kevin Durand (Bill Wilkinson) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Shawn Hatosy interpreta Titus Danforth. Americano, ha partecipato a film come In & Out, The Faculty e a serie quali Six Feet Under, CSI - Scena del crimine, E.R. - Medici in prima linea, Numb3rs, My Name is Earl, CSI: Miami, Criminal Minds, Southland, Fear the Walking Dead e Animal Kingdom. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e film in uscita.

SE VI è PIACIUTO...

Se Finché morte non ci separi 2 vi è piaciuto recuperate, ovviamente, Finché morte non ci separi e aggiungete Abigail. ENJOY!


mercoledì 1 ottobre 2025

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 1: La mosca (1986)

Comincia oggi il mese più bello dell'anno e la Spooky Season entra nel vivo con la Halloween Challenge del podcast Nuovi Incubi, la creatura di Lucia e Marika. Quest'anno ho deciso di partecipare o, almeno, di provarci. L'idea sarebbe quella di pubblicare ogni giorno un post sul blog, tranne nei weekend (per quello, vi rimando alla mia pagina Instagram e quella Facebook del blog), unendo una volta alla settimana, come in questo caso visto che la scelta del film era libera, anche la Horror Challenge che seguo ormai da gennaio. Non penso ce la farò fino in fondo ma sono sicura che il viaggio mi darà molte soddisfazioni, anche se dovesse interrompersi. Il tema di oggi è "Scienza che sbrocca", che mi ha portata a scegliere La mosca (The Fly) diretto nel 1986 da David Cronenberg e tratto dal racconto The Fly di George Langelaan.


Trama: lo scienziato Seth Brundle mostra alla giornalista Veronica Quaife la sua ultima invenzione, due capsule per il teletrasporto di oggetti ed esseri viventi. Decide di testare le macchine su se stesso, dopo essere riuscito a teletrasportare un babbuino, ma qualcosa va storto...


Bei tempi gli anni '80. La mosca faceva parte di un paio di videocassette che il mio vicino di casa Piero, un signore molto esperto di audiovisivi e computer, aveva deciso di regalarmi per testare il mio videoregistratore nuovo di pacca. A conti fatti, avrò avuto 9 o 10 anni, e Piero sapeva benissimo che sarei stata la sola utilizzatrice dell'aggeggio infernale, ma il ragionamento dei tempi era: lo passano in TV in prima serata, va bene per i bambini. In effetti, non ricordo di essere rimasta traumatizzata da La mosca. Avevo sicuramente provato schifo ma non paura, probabilmente per un preconcetto inconscio legato all'idea (sbagliata) di non stare guardando un horror, ma un film di fantascienza. Insomma, non si parlava di "naitmer" o di mostri sotto il letto, ma di un povero cristo che veniva trasformato in mosca; un mostro, sì, ma umano, nulla di cui avere paura. La mosca l'ho poi rivisto parecchie volte nel corso del tempo, ma sono passati anni dall'ultima e, onestamente, sono rimasta piacevolmente sorpresa nel ritrovarmi non solo orripilata durante la visione, ma soprattutto completamente presa da una storia di cui ricordavo ogni cosa, e che ho trovato comunque freschissima ed originale. Giusto per non sbagliarsi: La mosca avrà anche una base fantascientifica, ma è un horror a tutti gli effetti, un body horror col quale Cronenberg ha voluto rappresentare la condizione (fisica, ma anche psicologica) di una persona alla quale è stato diagnosticato un male incurabile, e il modo in cui si deteriorano i rapporti con chi gli sta accanto. Il film è una metafora dell'abbruttimento e della disumanizzazione di chi non riconosce più il proprio corpo e affronta i diversi stadi del dolore, tutti toccati dal protagonista nel corso del film. Brundle, infatti, affronta la sua terrificante metamorfosi rifiutandosi, inizialmente, di credere a Veronica quando lo mette in guardia davanti alla negatività del suo cambiamento, che lui percepisce come un miglioramento; in seguito subentrano la rabbia, la paura di fronte alla conferma che il suo corpo si sta corrompendo, il "patteggiamento" (Brundle cerca di arrestare il processo, ma a spese di un altro essere umano) e, infine, la dolorosa accettazione in cui umanissimi occhi su un corpo di insetto implorano Veronica di mettere fine a un'esistenza ormai inaccettabile. La mosca è splendido proprio per questo, perché utilizza l'horror per raccontare qualcosa che potrebbe succedere a chiunque; approfittando dell'etichetta di genere, può quindi permettersi di rifiutare un happy ending forzato, oppure limiti "morali" che sarebbero stati imposti in un dramma o in una commedia. Il naturale disgusto verso la malattia, la difficoltà tangibile di rimanere accanto a chi stentiamo a riconoscere come la persona che amavamo, sono tutte sensazioni che passano attraverso l'incredula disperazione di Veronica, che ci prova, poverina, a sopportare e andare oltre la rabbia, il dolore, il pericolo tangibile di venire divorata o peggio, ma è comunque un essere umano.


E Cronenberg, da bravo profeta della nuova carne, non le rende la vita facile, perché Brundle diventa davvero orribile a vedersi. Se la sua trasformazione psicologica è affidata interamente al bravissimo Jeff Goldblum (il quale, inizialmente, sfrutta il suo aspetto da nerd per interpretare un Brundle accattivante ma insicuro, quindi regala alle fanciulle e ai fanciulli di tutto il mondo un uomo talmente sexy che non ci si crede, per poi abbandonarsi completamente alla rabbia, alla follia e agli inquietantissimi tic da uomo-mosca), sono gli effetti speciali ad aver giustamente conquistato un Oscar a La mosca, grazie al make-up di Chris Walas. Walas è colui che ha creato i Gremlins, ma la visione di un Ciuffo Bianco non riesce a preparare lo spettatore all'orrore di Brundle-mosca, con fluidi viscosi che escono da ogni orifizio, la pelle sempre più arrossata, la testa e il corpo deformi, denti che si staccano e, soprattutto, unghie che vengono via in una sequenza che mi sono letteralmente rifiutata di guardare, tanto mi stava venendo da vomitare. Al confronto, l'incubo di Veronica è una passeggiata, anche se fa specie vedere come, negli anni '80, anche una donna forte e indipendente, messa di fronte a eventi terribili, dovesse affidarsi completamente a un uomo, per di più deprecabile come Stathis, che è un ben strano "cavaliere senza macchia". A tal proposito, però, c'è da dire che La mosca ha alla base della sceneggiatura una storia d'amore talmente dolce e appassionata che il dolore dello spettatore, messo di fronte a un decadimento progressivo che rispecchia quello di Brundle, risulta addirittura triplicato. Come ho scritto sopra, Brundle attraversa una tremenda fase di rabbia, e le parole che il protagonista, all'apice del furore e del rifiuto, rivolge a Veronica, sono delle coltellate al cuore, specialmente di fronte alla chimica perfetta tra due attori che, all'epoca, si amavano anche al di fuori dal set. Questo aspetto gossiparo è un'altra espressione di come La mosca sia uno dei film più commerciali di Cronenberg, sicuramente uno dei più accessibili allo spettatore comune se non addirittura IL più accessibile (perciò è anche uno dei più piacevoli da riguardare, anche se il mio preferito rimane sempre Videodrome); nonostante questo, il regista ha potuto imporre la sua spiccata personalità, le sue idee ed idiosincrasie, e sebbene leggermente "ripulito" La mosca non stona affatto all'interno della filmografia del regista canadese. Vi consiglio, pertanto, di approfittare della challenge per riguardarlo e apprezzarlo oggi come quasi 40 anni fa!!


Del regista e co-sceneggiatore David Cronenberg, che interpreta anche il ginecologo, ho già parlato QUI. Jeff Goldblum (Seth Brundle) e Geena Davis (Veronica Quaife) li trovate invece ai rispettivi link.


La mosca ha vinto un Oscar per il miglior make-up, conferito a Chris Walas e Stephan Dupuis. Cronenberg aveva rinunciato a dirigere il film in quanto già impegnato in un altro lavoro, Atto di forza, ma le profonde divergenze col produttore Dino De Laurentiis, assieme alla defezione di Robert Bierman a causa di un lutto in famiglia, gli hanno infine permesso di partecipare al progetto. Il ruolo di Seth Brundle era stato proposto a Michael Keaton, Mel Gibson, James Woods e Richard Dreyfuss ma hanno rifiutato tutti, soprattutto a causa delle lunghe ore di make-up richieste dalla parte; Linda Hamilton, la prima scelta di Cronenberg per il ruolo di Veronica, ha invece rifiutato perché trovava la sceneggiatura, in particolare la scena del parto, troppo inquietante. De La mosca esiste un'opera teatrale andata in scena in Francia nel 2008, per la regia di David Cronenberg, con musiche di Howard Shore e testi di David Henry Hwang, mentre i vari progetti di remake sono naufragati a inizio millennio, per fortuna. A tal proposito, lo stesso film di Cronenberg è un remake, tratto da L'esperimento del Dr. K (seguito da La vendetta del dottor K. e La maledizione della mosca), e ha generato un seguito, La mosca 2, che vede il ritorno di John Getz nei panni di Stathis Borans. Se La mosca vi fosse piaciuto, recuperate tutti questi titoli! ENJOY!

mercoledì 14 febbraio 2024

Scanners (1981)

Continua la challenge Letterboxd HorrorX52 e oggi tocca a un horror uscito nel mio anno di nascita. La scelta è caduta su Scanners, diretto e sceneggiato nel 1981, appunto, dal regista David Cronenberg.


Trama: un potentissimo esper viene prelevato da un'organizzazione segreta dedita allo studio degli Scanner, esseri dotati di enormi poteri psichici, per combattere contro una fazione opposta, pronta a conquistare il mondo...


Avevo visto Scanners non so nemmeno più quanti anni fa ed era uno dei rari film di Cronenberg di cui non mi era rimasto impresso nulla tranne una scena, la più famosa. Riguardandolo oggi, ho capito perché, e la colpa non è nemmeno di Cronenberg, anzi, è proprio grazie a lui se questo film non è diventato un disastro completo. Infatti, per ottenere le agevolazioni e i fondi del tax credit canadese, il film era stato messo in produzione senza una sceneggiatura definitiva né set o location, di conseguenza Cronenberg si è ritrovato a scrivere intere scene al mattino appena prima di cominciare a girare, con attori a cui si richiedeva di improvvisare e materiale "ricompattato" alla bell'e meglio in post-produzione. Non c'è da stupirsi, dunque, che Scanners si distingua per l'idea generale, figlia dei temi cinematografici del tempo ma sicuramente destinata ad influenzare tutto ciò che è venuto dopo, e per un paio di scene fondamentali, mentre tutto il "contorno" è un freddo thriller dal ritmo soporifero. Ho trovato molto difficile entusiasmarmi per le vicende di Cameron Vale, Scanner dotato del potere di uccidere le persone col pensiero e schiacciato da una telepatia senza controllo, e ai piani dell'agenzia segreta che lo vorrebbe utilizzare come arma contro lo Scanner malvagio Darryl Revok; tra uno spiegone e l'altro, il cupo ed inespressivo Cameron vaga per la nazione cercando di non farsi uccidere, conosce l'affascinante Scanner Kim, scopre un complotto mondiale atto a sradicare l'umanità e creare una società di mutanti e viene messo di fronte alla rivelazione più scioccante dai tempi di Star Wars, ma morire che Stephen Lack veicoli un minimo di carisma o che Cronenberg mostri alcuno sprazzo di empatia per il soggetto. A tratti, sembra quasi di avere davanti un trattato scientifico, con uno sceneggiatore interessato a sviscerare il collegamento tra corpo e mente, a piantare i semi della sua nuova carne arrivando persino a parlare di sistemi nervosi equiparabili a computer e viceversa, il che è sicuramente affascinante da un punto di vista biografico/cinematografico, ma non di mero intrattenimento.


A salvare lo spettatore stanco da una giornata di lavoro, come per esempio la sottoscritta, arrivano per fortuna i momenti che vedono Cronenberg in combutta col mago degli effetti speciali Dick Smith e con l'attore Michael Ironside, lanciato proprio da questo film. Val la pena guardare Scanners anche "solo" per la manifestazione estrema dei poteri dei protagonisti: la sanguinosissima esplosione iniziale durante la dimostrazione pubblica è un trionfo di tensione spasmodica con un finale deflagrante, il duello finale tra Cameron e Darryl fa venire una goduriosissima pelle d'oca dallo schifo, ma, col senno di poi, anche la scena iniziale mette ansia, per la consapevolezza di ciò che potrebbe accadere alla vecchiaccia dalla lingua velenosa che si permette di malignare sull'aspetto di uno sconvolto Cameron. Michael Ironside, dal canto suo, è un trionfo di carisma. Sia nella sua versione silenziosa e minacciosa, sia quando si profonde in folli monologhi, Darryl Revok è un antagonista in grado di mettere davvero paura (e neppure tanto in torto, ripensandoci...) e dispiace solo che, per la maggior parte del tempo, il personaggio sia stato utilizzato come "spauracchio" nominato di tanto in tanto, e abbia uno screentime troppo risicato, sacrificato all'occhio spento di Stephen Lack. Lungi da me, nonostante tutto, questionare sul valore di un'opera che ha lanciato Cronenberg nell'empireo del cinema mainstream, affermandolo come Autore visionario con una poetica ben precisa e dandogli la possibilità di realizzare i capolavori che mi hanno fatta innamorare: senza Scanners non avrebbe potuto esserci Videodrome e il solo pensiero rischia di farmi letteralmente scoppiare la testa!!


Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI mentre Michael Ironside, che interpreta Darryl Revok, lo trovate QUA.


Jennifer O'Neill, che interpreta Kim Obrist, era la protagonista di Sette note in nero di Fulci mentre Stephen Lack, che interpreta Cameron Vale, è tornato a lavorare con Cronenberg in Inseparabili. Anche Robert A. Silverman, ovvero Benjamin Pierce, è un assiduo collaboratore del regista, ed è comparso in Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica, Il pasto nudo ed eXistenZ. Nel 2007 era stato annunciato un remake del film, per la regia di Darren Lynn Bousman e la sceneggiatura di David S. Goyer, ma ad oggi il progetto sembrerebbe essere finito nel limbo. In compenso, sono usciti due seguiti del film, Scanners 2 - Il nuovo ordine e Scanners 3, tutti del 1991, e due spin-off, Scanner Cop e Scanner Cop II, che potete recuperare (io però non garantisco, perché non li ho mai visti!) se vi è piaciuto Scanners, assieme a Carrie - Lo sguardo di Satana, Fenomeni paranormali incontrollabili, Patrick e La zona morta. ENJOY!

mercoledì 10 maggio 2023

Inseparabili (1988)

Con l'uscita di Dead Ringers - Inseparabili, che vista la mia velocità finirò nel 2030, ho deciso di riguardare dopo anni il film Inseparabili (Dead Ringers), diretto e co-sceneggiato nel 1988 dal regista David Cronenberg a partire dal romanzo omonimo di Bari Wood e Jack Geasland.


Trama: i gemelli Elliot e Beverly Mantle, ginecologi di fama nazionale, condividono fin da bambini ogni esperienza, questo finché la bella attrice Claire non si insinua nel loro rapporto, logorandolo lentamente...


Inseparabili
è uno di quei film destinati, almeno con me, ad essere vittime di infausti eventi. Devo averlo visto per la prima e unica volta quando ero appena maggiorenne, rinunciando a finirlo per sopraggiunta noia non tanto causata da Cronenberg (cioè, anche, mi spiace David) quanto piuttosto perché la registrazione televisiva aveva un audio pessimo in virtù di quel vecchio trucco dell'LP/SP, che se mi legge gente di 20 anni non sa neppure di cosa sto parlando. Dopodiché, mi sono ben guardata dal recuperarlo finché, non ricordo neppure quando e dove fossi (ma, probabilmente, durante il viaggio a Parigi del 2014, perché in seguito non ho mai più messo piede in paesi francofoni), ho acquistato la doppia edizione speciale in DVD di Faux Semblants, ovvero Inseparabili nella lingua barbara dei senzabidet; detto DVD è rimasto fasciato e intonso fino a poche settimane fa, quando, con l'uscita della serie Amazon, ho deciso che era venuto il momento di vedere il film, in lingua originale MA con sottotitoli in francese. Conosco entrambe le lingue ma è stata una sfacchinata stancante, ecco perché parlavo di infausti eventi, e probabilmente ciò non mi ha fatto apprezzare Inseparabili come avrei dovuto perché, in pochi minuti, sono ripiombata nella sensazione di straniamento provata durante la prima visione, in quella fastidiosa difficoltà nel tenere a mente chi sia Elliot e chi sia Beverly, due personaggi che mi suscitano da sempre un'estrema irritazione. Certo, le sensazioni che ho provato sono senza dubbio state studiate a tavolino da Cronenberg ed Irons, e in questo Inseparabili è un film perfetto. Così come i gemelli Mantle studiano freddamente il corpo femminile, finendo per rimanere affascinati dalle sue mutazioni, così Cronenberg analizza la mente di due persone nate per essere una, due aberrazioni geniali nel loro campo, eppure incapaci non solo di rapportarsi decentemente con gli altri, ma anche di sopportare un graduale cammino verso uno sviluppo individuale; le personalità di Elliot e Beverly (il primo più sfacciato e affabulatore, il secondo timido ed insicuro) si completano e sono indispensabili l'una all'altra, tanto che la distanza, per quanto anche solo temporanea e non necessariamente legata ad eventi dolorosi, li distrugge senza possibilità di recupero.


Quando nella simbiosi tra Elliot e Beverly si insinua Claire (attrice sgamata che non solo è in grado di distinguere l'uno dall'altro, ma riesce a non lasciarsi impressionare dall'aura di grandeur e mistero che circonda i due gemelli, rimanendo sempre coi piedi ben piantati in terra in quanto donna indipendente), come un agente nocivo all'interno di un organismo perfettamente funzionante, la psiche dei due ginecologi comincia a sgretolarsi progressivamente, a mano a mano che il loro "cordone ombelicale" viene reciso. Beverly, nonostante ami, ricambiato, l'attrice, si fa trascinare da lei nel tunnel della tossicodipendenza e trasferisce sulla donna il suo terrore di rimanere solo ed incompleto, un mix micidiale che sfocia in allucinazioni legate a donne "mutanti", da curare con strumenti chirurgici da incubo; Elliot cerca di "salvare" il fratello nell'unico modo (distorto) che conosce, decidendo di percorrere il suo stesso cammino di autodistruzione così da tornare ad essere identico al gemello e ricucire la ferita causata da Claire. Ovviamente, il destino di due persone come i gemelli Mantle non può essere che infausto, perché nessuno dei due riesce a vedere oltre il claustrofobico mondo che li vede come unici abitanti, egoisti ed egocentrici possessori di una scienza che ritengono possa plasmare la natura secondo i loro desideri. Cronenberg da vita a questa chiusura mentale con immagini emblematiche che, oltre ad includere gli strumenti di tortura chirurgica creati da Beverly, tipicamente "cronenberghiani" ed adatti solo alle idee distorte ed allucinate del dottore, ci mostrano i gemelli all'interno di sale parto simili a showroom, dove i due operano vestiti di un indimenticabile rosso cardinalizio (nemmeno fossero i profeti indiscutibili della "loro" nuova carne, senza alcun rispetto per qualcosa di squisitamente femminile come il parto), oppure rinchiusi dentro ambienti claustrofobici come camere d'albergo poco illuminate, stanze piene di rifiuti, salotti tanto raffinati quanto impersonali, dove la sola presenza dei Mantle basta a risucchiare tutta l'aria presente nel luogo. 


Quest'ultima sensazione è strettamente legata all'innegabile carisma di un Jeremy Irons che, vai a sapere perché, quell'anno non è stato neppure candidato agli Oscar, men che meno ai Golden Globe. L'attore ha dato vita ad una performance che immagino abbia richiesto uno sforzo mentale non indifferente, anche solo per capire chi stesse interpretando in ogni scena, e che ha portato sullo schermo due personaggi interessanti ed affascinanti nonostante la loro natura respingente. Elliot, pur col suo savoir faire da vecchio continente e i modi di fare arroganti da tombeur des femmes consumato, ha quella vena di freddezza e schifo verso il mondo intero che lo rende inquietante come un robot che si finge umano, e non ispira pietà neppure quando rivela una fragilità inaspettata; con Beverly, il "baby brother" dal nome femminile, è altrettanto impossibile empatizzare perché totalmente privo di spina dorsale e anche troppo pronto a farsi trascinare dalle personalità forti di Elliot e Claire, e sul finale la sua follia accompagnata da quel tristissimo "Ellie" ripetuto a mo' di cantilena mette i brividi. L'indagine di Cronenberg nei recessi più nascosti dell'animo umano, pur senza mettere totalmente da parte gli stravolgimenti della carne, era dunque già iniziata nel 1988, forse per questo Inseparabili non mi era piaciuto tanto quanto i suoi film più viscerali e sicuramente più immediati, almeno a livello superficiale, per una ragazza di 17 anni. Adesso, invece, riesco a capire qualcosa in più e ad apprezzare Inseparabili per la sua lucidità e spietatezza, tanto da arrivare al punto di consigliarvelo caldamente se non lo avete mai visto (magari prima o dopo la visione della serie Amazon), eppure lo stesso non riesco ad inserirlo in un'ideale top 5 dei film di Cronenberg. My bad.


Del regista e co-sceneggiatore David Cronenberg che, non accreditato, compare anche nei panni di ostetrico, ho già parlato QUI. Jeremy Irons, che interpreta sia Beverly che Elliot, lo trovate invece QUA.


Jill Hennessy
, famosa per essere la protagonista di serie come Crossing Jordan e Law and Order, ha esordito proprio in questo film assieme alla sorella gemella Jacqueline. Heidi von Palleske, che interpreta Cary, ha partecipato al Rabid delle sorelle Soska nei panni del Dr. Elliot mentre Stephen Lack, che interpreta Anders Wolleck, era il protagonista di Scanners. William Hurt sarebbe stata la prima scelta di Cronenberg, ma ha dovuto rinunciare perché impegnato su un altro set, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo dei gemelli Mantle perché non si sentiva di interpretare un ginecologo; per quanto riguarda Claire, tra le attrici prese in considerazione c'era anche Margot Kidder. Il film avrebbe dovuto intitolarsi Twins ma è diventato Dead Ringers dopo che Ivan Reitman ha chiesto a Cronenberg di poterlo utilizzare per I gemelli, con Schwarzenegger e De Vito. Su Amazon Prime Video è uscita da pochissimo la serie Dead Ringers - Inseparabili, che riprende le vicende del film e del romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland ma con due sorelle come protagoniste; se Inseparabili vi fosse piaciuto, guardatela e aggiungete Chi è l'altro? e Seconds Apart. ENJOY!


martedì 18 ottobre 2022

Videodrome (1983)

Oggi comincia il ToHorror Film Fest e il film d'inaugurazione della rassegna sarà la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Videodrome, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista David Cronenberg. Io stasera purtroppo non potrò essere presente ma parlerò lo stesso del film, visto (sempre in questa splendida versione restaurata) a Savona in occasione della Festa del Cinema.


Trama: Max Renn è lo spregiudicato proprietario di un'emittente televisiva specializzata in programmi pornografici ed ultraviolenti. Un giorno incappa in una trasmissione pirata denominata Videodrome e da quel momento la sua percezione della realtà diventa un crogiolo di inquietanti allucinazioni...


Sarà un bel casino parlare di Videodrome, perché anche se non è il film horror che preferisco (ma è nella top 5) è comunque il mio Cronenberg del cuore, e non vorrei scrivere delle banalità scaturite dall'ansia da prestazione. Credo di averlo guardato, doppiato e in v.o., in VHS, DVD e finalmente al cinema, almeno una dozzina di volte, e ad ogni visione mi sembra di fruire di un film sempre nuovo, zeppo di dettagli che avevo perso o dimenticato; allo stesso tempo, Videodrome mi fa l'effetto di una sanguinolenta, schifida ma confortevole coperta, che mi accoglie e repelle in un modo tutto particolare, lasciandomi comunque sempre a bocca aperta (come può testimoniare il mio sconosciuto vicino di poltrona, che immagino sia rimasto perplesso a vedermi lì, in silenzio, con gli occhi sgranati e il sorriso da ebete per quasi due ore). Questa sensazione di repulsione è comprensibile, perché non solo l'argomento trattato è "scomodo", ma sono gli stessi protagonisti che tendono ad allontanare lo spettatore. Prendiamo Max Renn, "graziato" dalla faccia ambigua e per nulla "aperta" di James Woods, antieroe dai tratti somatici particolarissimi, se mai ce n'è stato uno. Seguire l'ordalia di Max significa parteggiare per uomo senza scrupoli, spregiudicato sul lavoro al punto da solleticare i più bassi istinti degli spettatori della sua emittente televisiva, nonché pronto ad assecondare le voglie masochiste della sua amante; se già da subito non è facile empatizzare con Max, le cose peggiorano ulteriormente man mano che il film prosegue, perché l'uomo viene costretto a subire tutto ciò che gli accade dal momento in cui viene esposto a Videodrome, perdendo dapprima il controllo della realtà che lo circonda, per poi arrivare a smarrire persino la coscienza di sé, cancellata come un nastro dalla riprogrammazione di Convex prima e Bianca poi. Non essendo dotato della stoffa dell'eroe, probabilmente è più semplice vedere Max come l'uomo comune, imperfetto e persino antipatico, al quale potrebbe succedere di venire inghiottito da una tecnologia spietata, da un potere superiore che mira a depersonalizzare ancora di più l'essere umano e sfruttarlo per scopi imperscrutabili.


Nel 2022, purtroppo, la visione modernissima di Cronenberg si è realizzata. Videodrome non ci ha fatto crescere nuovi organi scambiati per tumori (o viceversa), tuttavia ciò che vediamo sugli schermi dei cellulari è diventata la nuova realtà, in grado di tenerci tutti connessi, come viene promesso ai senzatetto ospiti della Chiesa Catodica, e di cambiare letteralmente la nostra percezione della stessa, tanto che anche le verità assodate risultano incerte per chi non ha più nemmeno voglia di aprire un libro. I messaggi più efficaci (pensate ai partiti politici che hanno acquisito prestigio negli ultimi anni, che da una parte esaltano l'autodifesa armata ma dall'altra urlano all'orrore davanti a coppie dello stesso sesso...) sono quelli che parlano alla pancia delle persone e sollecitano quella naturale, perversa fascinazione nei confronti del "proibito" che abbiamo più o meno tutti, oppure quelli che tentano di negarla a tutti i costi; allo stesso modo, le due organizzazioni presenti in Videodrome arrivano a contendersi l'anima di Max e, per estensione, il dominio su un mondo da plasmare attraverso le mutazioni indotte dal tubo catodico. Sia Convex, col suo desiderio di cancellare le perversioni, che gli O' Blivion, che mirano a fare evolvere l'umanità in qualcosa di "nuovo", sono ugualmente deprecabili sia nei loro mezzi che negli intenti ed è questa loro natura prevaricante a mettere angoscia e a rendere le cifre stilistiche di Cronenberg ancora più efficaci e disgustose.


Grazie agli effetti speciali di Rick Baker, le visioni del regista si concretizzano con una lucidità incredibile, consegnando a generazioni di amanti dell'horror immagini cult come televisori e videocassette che non solo respirano, ma diventano soprattutto l'incarnazione voluttuosa e tangibile della fascinazione verso la violenza e il sesso, veicolati dall'unico modo per averli senza incorrere in punizioni, ovvero i video pirata. Le videocassette "senzienti" di Videodrome penetrano, letteralmente, chi non è capace di sottrarsi ai propri istinti come Max e Nicky, privandoli ironicamente di ciò che li rendeva peculiari e riducendoli a mere macchine, alla faccia della "nuova carne" decantata da O' Blivion e figlia, e tra un'allucinazione e l'altra è proprio la realtà stessa raccontata nel film ad assomigliare tristemente a un video d'annata, tanto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ad aumentare ancora di più la sensazione di straniamento, infatti, come se non bastasse la già citata ambiguità di James Woods (ma anche di Debbie Harry, talmente sensuale da risultare irreale), ci si mettono anche una fotografia la cui palette di marroni e grigi, intervallata da sprazzi di vivido rosso o dall'azzurrino del tubo catodico, trasmette l'idea di una società squallida e allo sbando anche senza l'intervento di Videodrome, e la colonna sonora di Howard Shore, la cui solennità quasi religiosa viene alterata dai suoni del sintetizzatore, che la rendono ancora più cupa ed inquietante. Basta, ho sproloquiato troppo e mi rendo conto di non avere né i mezzi né le competenze per rendere onore a Videodrome come vorrei, quindi datemi solo retta come si fa con gli scemi e correte a vedere il film al ToHorror. Se non lo avete mai guardato sarà un'esperienza devastante, se invece lo conoscete e lo amate come me sarà un bel modo di innamorarsi di nuovo! E, come sempre... Lunga vita alla nuova carne!
 

Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. James Woods (Max Renn) e Debbie Harry (Nicky Brand) li trovate invece ai rispettivi link.


Peter Dvorsky, che interpreta Harlan, avrebbe poi partecipato a un altro film diretto da Cronenberg, La zona morta, assieme a Leslie Carson (Barry Convex), che è comparso anche ne La mosca, sempre diretto da Cronenberg. Se Videodrome vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica eXistenZ e Crimes of the Future. ENJOY!

venerdì 2 settembre 2022

Crimes of the Future (2022)

Quale gioia è stata, martedì, tornare finalmente al cinema per un film di David Cronenberg, quel Crimes of the Future che temevo non sarebbe mai stato distribuito in Italia, figuriamoci a Savona!


Trama: in un futuro prossimo ed inquinato, dove mutazioni corporee proliferano, due artisti sfruttano tecniche autoptiche per trasformare in performance i cambiamenti della carne...


Non rinnego quel che ho scritto all'inizio. Dove c'è Cronenberg c'è gioia, almeno per me. Purtroppo, stavolta c'è stata anche un po' di noia, ma lì la colpa è mia, causa stanchezza e orario di proiezione infame; mi sono ripromessa di riguardare al più presto Crimes of the Future, quindi questa, più che una recensione definitiva, è un tentativo di ragionare su ciò che ho visto e capito dopo una prima visione "superficiale", un reminder che rileggerò in futuro per ricordare l'esperienza. Di fatto, ho ritrovato in Crimes of the Future il Cronenberg viscerale, quello che amo fin dagli esordi, quello che i ragionamenti sulle mutazioni della carne te li sbatte in faccia, senza prendere vie traverse (per quanto interessanti) e psicologiche, come accadeva nelle sue opere recenti. Nel suo ultimo film la Nuova Carne ha vinto o, meglio, ha dimostrato di non poter venire controllata, perché l'uomo non è stato in grado di gestire l'ambiente e si è ritrovato a vivere su un pianeta inquinato dove, apparentemente, il progresso scientifico è comunque andato molto avanti (dolore ed infezioni sono quasi scomparse, delle macchine "organiche" aiutano le persone a dormire e mangiare, e questa è solo la punta dell'iceberg). Il risultato è che il corpo umano è impazzito e le persone hanno cominciato a produrre organi nuovi e sconosciuti, che i "poteri forti" cercano di controllare e catalogare in un'atmosfera di assoluto squallore che denota tutta l'arrogante impotenza delle autorità (in)competenti. All'interno di questo universo andato a male, due artisti sfruttano la proliferazione incontrollata di organi per le loro performance a base di chirurgia estrema; Saul Tenser è una fucina di nuovi organi e la sua assistente Caprice li tatua e li tira fuori dal corpo di lui nel corso di spettacoli che somigliano terribilmente a delle autopsie. In tutto questo, un'organizzazione sovversiva tenta di contrastare la morte e il decadimento dimostrando che i mutamenti (anche quelli artificiali) possono diventare ereditari e quindi naturali, consentendo all'uomo di adattarsi alle condizioni infelici che rischiano di spazzarlo via dalla faccia della terra.


Quanto sopra è ciò che ho capito relativamente alla trama, di cui ho dovuto farmi un mezzo riassunto perché sto diventando davvero tarda con l'età. Rileggendola, mi sono resa conto che, invecchiando, io mi sarò sicuramente rincoglionita ma il buon David ha abbracciato ancor più il pessimismo cosmico e consegna allo spettatore l'immagine di un'umanità senza possibilità di redenzione, fin dalle prime sequenze. Il bambino che gioca nelle acque limpide è la facciata che nasconde decadimento e morte, eros e thanatos sono indissolubilmente legati (o, meglio, "la chirurgia è il nuovo sesso"), le emozioni sono veicolate a stimoli fisici impensabili e l'inquinamento, gli elementi tossici che uccidono il pianeta diventano fonte di nutrimento e persino di commozione, sancendo definitivamente la vittoria e la supremazia all'interno del cerchio della (non) vita di tutto ciò che è "insano". Nei film precedenti c'era chi cercava di ribellarsi a un destino infausto, spesso fallendo miseramente ma almeno ci provava; in Crimes of the Future l'orrore è routine e chi cerca di mettere un freno ad esso è il vero "cattivo" della storia, spinto da oscuri motivi o da semplice desiderio di mantenere uno status quo. Lo stesso protagonista, Saul Tenser, è in balia di ciò che viene raccontato nel film e di ciò che avviene nel suo corpo, ben poco in grado di imporre la propria volontà a meno di non chiamare tale la trasformazione in "arte" di qualcosa che si illude di controllare; l'unica scelta che compie, in definitiva, è quella di arrendersi su un finale lasciato volutamente ambiguo, dopo un intero film in cui la reale sofferenza di un Viggo Mortensen incapace di stare dritto in piedi per più di qualche minuto (causa incidente accorso prima delle riprese) si unisce inestricabilmente al dolore di finzione provato dal suo personaggio e, per estensione, a quello del regista di cui Soul Tenser non è altro che un alter ego.


Cronenberg si dimostra, dunque, uno dei pochi registi (soprattutto horror) che ancora rimangono coerenti a se stessi dopo anni di carriera, un Autore a cui poco interessa il pubblico, preferendogli giustamente la possibilità di raccontare quel che vuole come vuole. Ciò detto, vado subito contro ai desideri di un Regista che amo, affermando convinta che avrei preferito un taglio (haha!) meno prolisso e dialogato, magari anche più incomprensibile, ma più viscerale e affascinante. Non che Crimes of the Future non lo sia, affascinante intendo, in un suo modo tutto perverso che continua a farmi arrossire come un'educanda ogni volta che Cronenberg riesce a trasmettermi chiaramente la sensualità dello schifo e a farmela capire ed apprezzare (ammetto pubblicamente che, per quanto gracchiante, sciancato e moscio, avrei consentito a Viggo di portarmi nel macchinario per autopsie e di farmi un po' quello che voleva)... però ho percepito anche troppa freddezza, troppo distacco, forse della ripetitività che, in alcuni momenti, è sfociata in una noia che, probabilmente, sono stata arrogante a provare (della serie: ah sì, i cambiamenti della carne, le perversioni, le solite cose "alla Cronenberg!") ma che è arrivata comunque, indesiderata come un nuovo organo sconosciuto. Come ho scritto prima, questi sono solo i miei personalissimi pensieri sconclusionati a fine visione: se volete delle recensioni serie e migliori, ne trovate QUI, QUI e QUI. Se, invece, volete godere dell'opera di uno degli ultimi veri Autori esistenti correte al cinema e ignorate la miopia dei distributori dementi, che piangono la morte della sala ma mai che facciano uscire un film in Italia prima che sia disponibile illegalmente ovunque già da mesi. 


Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Saul Tenser), Léa Seydoux (Caprice), Scott Speedman (Lang Dotrice) e Kristen Stewart (Timlin) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Crimes of the Future vi fosse piaciuto recuperate Videodrome, eXistenZ, Crash e Inseparabili. ENJOY! 

venerdì 18 marzo 2022

A History of Violence (2005)

Il 13 marzo scorso è venuto a mancare William Hurt. Per celebrare degnamente il grande attore, ho deciso di riguardare dopo quasi 20 anni A History of Violence, diretto nel 2005 dal regista David Cronenberg e tratto dall'omonima graphic novel di John Wagner e Vince Locke


Trama: Tom gestisce una caffetteria in una sonnacchiosa cittadina americana, è felicemente sposato e ha due figli. Tutto cambia dopo che Tom, cercando di sventare una rapina, uccide due uomini...


Tutti questi anni ho lasciato passare. Mica perché non mi fosse piaciuto A History of Violence quando lo avevo visto al cinema, per carità. Certo, era un Cronenberg molto diverso da quello a cui ero abituata, ma ero rimasta così coinvolta dalla potenza di ciò che era stato trasposto in pellicola, da avere letto anche la graphic novel, che dovrei avere ancora a casa da qualche parte. Purtroppo sono trascorsi davvero troppi anni e mi risulta impossibile fare un confronto tra opera cinematografica e cartacea, quindi mi soffermerò solo sulla prima. A History of Violence è, come da titolo, una storia in cui la violenza, in ogni sua forma, distrugge la vita di un uomo. Fin dalla scena iniziale, un piano sequenza di più o meno cinque minuti che ricorda tantissimo (a mio avviso volutamente) lo stile di Tarantino, la violenza viene rappresentata come un qualcosa che serpeggia, indisturbato e spesso non visto oppure appositamente ignorato, tra le ombre della società americana, con l'unica eccezione della famiglia, istituzione apparentemente inviolata ed inviolabile. L'alcova familiare è un'oasi felice che deve essere protetta dalla polizia; al di fuori della stessa, la violenza può colpire durante una colazione al diner, una normale giornata di lavoro, a scuola, mentre si va a fare la spesa, e ciò vale non solo per le grandi città ma anche in quelle piccole, come la cittadina dove vivono Tom, la moglie e i suoi due figli, che si vedono stravolgere la vita da una tentata rapina durante la quale Tom uccide due malviventi. Poiché, come scritto sopra, la violenza non viene respinta, bensì semplicemente ignorata per la maggior parte del tempo, il gesto di Tom diventa ovviamente quello di un eroe e nessuno (tranne una scomoda giornalista liquidata in meno di un minuto) si chiede come sia possibile che l'uomo abbia agito con tanta freddezza e abilità, di sicuro non se lo chiede la moglie. Purtroppo, come tenta di comunicarci un regista come Cronenberg che, paradossalmente, aborre la violenza, quest'ultima ne attira sempre dell'altra. 


Strani, inquietanti figuri cominciano a ronzare attorno a Tom e alle persone a lui più care, come se il suo gesto avesse spalancato una porta su un mondo oscuro da cui lasciare entrare un infinito numero di demoni, a causa dei quali nemmeno l'alcova familiare è più un luogo sicuro. Ancora peggio, anzi: i demoni non vedono l'ora di trascinare Tom negli abissi da cui aveva faticosamente cercato di liberarsi, rinnegando un passato non solo di violenza, ma anche di orrore e follia (di cui allo spettatore viene concesso scorgere solo la punta dell'iceberg, perché non è importante scendere nei dettagli: sono tutti racchiusi nello sguardo da animale braccato di uno splendido Viggo Mortensen, nei sorrisi sprezzanti di Ed Harris, nei gesti di un William Hurt che compare giusto per 10, indimenticabili e tesissimi minuti). Fa sorridere come oggi, probabilmente, un film come A History of Violence durerebbe almeno due ore e mezza invece che un'ora e trentasei: un altro regista ci avrebbe subissati di flashback, spiegoni, dialoghi fiume per farci capire la progressiva distruzione dei rapporti familiari di Tom, dell'uomo ideale amato dalla moglie Edie, di un figlio che si ritrova orfano dei valori positivi magnificati dal padre e si abbandona a sua volta alla violenza, mentre Cronenberg abbraccia uno stile asciutto e conciso ma tremendamente efficace, colpendoci con la potenza di sequenze che spesso non solo sono prive di dialoghi, ma anche di colonna sonora, lasciando che siano le azioni degli attori e gli sguardi a parlare allo spettatore, anche a costo di venire mal interpretato (la violenta scena dell'amplesso tra Tom e Edie non rappresenta uno stupro ma molti l'hanno vissuta così). Paradossalmente, è proprio William Hurt a tenere banco col monologo più lungo del film, forse perché al male piace vantarsi, ascoltarsi, imporsi, fingersi amichevole e suadente prima di colpire a morte; ed è splendida la contrapposizione tra un male logorroico e il semplice, silenzioso gesto di una bambina che cerca, con innocenza e fatica, di riportare l'equilibrio e lenire le ferite, un palese insegnamento a non fingere di non vedere la violenza innata in ognuno di noi e cercare, per quanto possibile, di conviverci senza false ipocrisie. 


Del regista David Cronenberg ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Tom Stall), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack) e Stephen McHattie (Leland) li trovate invece ai rispettivi link. 

Peter MacNeill interpreta lo sceriffo Sam Carney. Canadese, ha partecipato a film come Rabid - Sete di sangue, La fiera delle illusioni e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, La tempesta del secolo, Psi Factor e Mucchio d'ossa.  


Se A History of Violence vi fosse piaciuto, recuperate lo splendido La promessa dell'assassino. ENJOY!

venerdì 15 aprile 2016

La promessa dell'assassino (2007)

Ogni tanto mi chiedo come oso avere un blog di cinema. La domanda è sorta spontanea qualche settimana fa, quando ho visto per la prima volta, santoddiolaprimavolta, La promessa dell'assassino (Eastern Promises), diretto nel 2007 dal regista David Cronenberg.


Trama: una quattordicenne muore di parto proprio durante il turno dell'ostetrica Anna, che si ritrova così tra le mani il diario della ragazza, scritto in russo. Visto il rifiuto dello zio di tradurlo, Anna si rivolge a Semyon, gestore di un ristorante ma soprattutto, all'insaputa della donna, boss della mafia russa, nonché direttamente coinvolto nella morte della quattordicenne...


Come ho potuto aspettare così tanto prima di vedere un film meraviglioso come La promessa dell'assassino? Eh, lo ammetto, col tempo ho perso fiducia in Cronenberg. Dopo A Dangerous Method e le infelici scelte che lo hanno portato a ingaggiare gentaglia infima come Robert Pattinson ho deciso di trincerarmi nei suoi più sicuri body horror e chissà perché, nonostante La promessa dell'assassino fosse stato girato prima di quella che per me è diventata la fase calante del regista, il film era comunque caduto nel dimenticatoio. Ora per fare ammenda ho comprato persino il DVD ma anche visto in TV, probabilmente tagliato e soprattutto con un doppiaggio italiano un po' infelice, La promessa dell'assassino è una pellicola di una potenza inaudita, nonostante i suoi aspetti più violenti vengano in gran parte suggeriti. Se andiamo a vedere, infatti, il film riesce ad immergerci nell'ambiente della mafia russa spargendo solo poche gocce di sangue e puntando maggiormente sull'aspetto quasi "religioso" legato al culto dei tatuaggi che raccontano, letteralmente, la storia di chi li porta addosso, sulle cerimonie che regolano i rapporti tra i vari membri della malavita, su una comunità chiusa e separata dal resto della città (in questo caso Londra), all'interno della quale chi dimentica le radici, la lingua e la cultura della terra natia è destinato a fare una brutta fine. In parte, questo è il caso di Anna, ostetrica che del retaggio passato ha tenuto soltanto una moto d'epoca appartenuta al padre e che si ritrova suo malgrado ad affrontare delle persone pericolose che non è in grado di capire e dalle quali, conseguentemente, non può difendersi. Nonostante i validi consigli dello zio autoproclamatosi ex membro del KGB, Anna diventa vittima degli inganni di Semyon il quale, a sua volta, come "capofamiglia" deve gestire un figlio che ha dimenticato le importanti regole della mafia e un autista dall'atteggiamento ambiguo e conciliante, l'ennesimo outsider all'interno di una Londra che pare brulicare in ogni angolo di immigrati russi.


La bellezza del film, per una volta, non è da ricercarsi nell'ardita regia di Cronenberg, che pur riesce a regalare sequenze mozzafiato come quella dell'imboscata all'interno della sauna o come quella, inquietantissima, dell'ingresso di Nikolai nella "famiglia" (per non parlare di quel pre-finale tesissimo dove la telecamera indugia sui volti di Anna e Nikolai), bensì nell'incredibile bravura degli attori. Ora, io sono di parte e quando vedo Cassel non capisco più niente ma capirete anche voi che appena il franzoso è comparso in scena accompagnato da un Viggo Mortensen di una bellezza quasi ultraterrena il mio cuoricino ha perso più di un paio di colpi. Vincent Cassel, non ve lo sto neanche a dire, "interpreta Cassel", ovvero il solito personaggio dalla sessualità ambigua, ubriaco e leppegoso a livelli quasi molesti, con un'atavica fame di pilu e violenza, ma la combinazione che lo vede affiancato a Viggo Mortensen, glaciale, misurato, una bestia tenuta a malapena a freno da una maschera di compostezza la cui reale natura sale in superficie attraverso il nero dei tatuaggi di cui è ricoperto, è qualcosa di spettacolare, tant'è vero che il buon Viggo quell'anno si è beccato la nomination all'Oscar (gliel'ha strappato Daniel Day-Lewis e non posso nemmeno bestemmiare perché non ho ancora visto Il petroliere. Datemi fuoco, vi prego.). Davanti a questi due mostri, "è praticamente ovvio" che Naomi Watts e Armin Mueller-Stahl, poverini, diventino delle comparse che la coppia di gran figoni guarda dall'alto al basso ma anche loro sono indispensabili per il film e regalano agli spettatori due personaggi di enorme profondità; in particolare, Anna riesce ad essere contemporaneamente un personaggio fragile ed indifeso ma anche molto forte nella tempra russa che mostra a tratti di possedere mentre Semyon è un boss ingannevole come pochi, un'"acqua cheta" che nasconde abissi di depravazione inauditi. Mi rendo conto di essere inadeguata a parlare di un film così bello ma se, come me, non lo avete ancora guardato, fondate assieme alla sottoscritta un "cineforum della vergogna" e recuperatelo immantinente!!


Del regista David Cronenberg ho già parlato QUI. Naomi Watts (Anna), Viggo Mortensen (Nikolai) e Vincent Cassel (Kirill) li trovate invece ai rispettivi link.

Armin Mueller-Stahl interpreta Semyon. Nato in territori che oggi appartengono alla Russia ma nel 1930 erano ancora tedeschi, ha partecipato a film come Momo, La casa degli spiriti, The Game - Nessuna regola, The Peacemaker, X-Files - Il film, Angeli e demoni e a serie come L'ispettore Derrick. Anche regista e sceneggiatore, ha 86 anni.


Sinéad Cusack, che interpreta la madre di Anna, è la moglie dell'attore Jeremy Irons. Detto questo, se La promessa dell'assassino vi fosse piaciuto recuperate A History of Violence, Era mio padre e The Departed. ENJOY!

mercoledì 17 giugno 2015

Brood - La covata malefica (1979)

La Danza Macabra di Stephen King mi ha ricordato che di tutti i film scritti e diretti dal regista David Cronenberg me ne mancavano giusto un paio; uno di questi era Brood - La covata malefica (The Brood) del 1979.


Trama: Frank Carveth cerca di tirare fuori dalla casa di cura gestita dal Dottor Raglan, esperto di rabbia, la moglie Nola, convinto che le cure del dottore stiano facendo peggiorare la salute della donna. Nel frattempo, i membri della famiglia Carveth cominciano a venire coinvolti in strani e sanguinosi omicidi...


Diavolo di un Cronenberg. Solo dalla sua mente contorta poteva nascere un film in grado di rendere tangibili ed inquietanti le emozioni negative derivanti dal suo vero e tumultuoso divorzio (con vertenza di custodia annessa) dall'allora moglie Margaret Hindson. Da questa brutta esperienza di vita vissuta, il geniaccio canadese è riuscito a trarre ispirazione e regalare così allo spettatore uno dei grandi classici dell'horror mondiale, nonché l'ennesimo tassello della sua personale poetica del body horror, agendo come i protagonisti di Brood: David ha preso la propria rabbia, il proprio disagio e le frustrazioni e li ha trasformati in qualcosa di tangibile da scatenare contro il mondo, rendendo così Brood uno squisito esempio di metacinema. Guardando il film, infatti, si può avvertire fin dalle prime sequenze un odio neanche tanto velato verso la moglie e madre Nola, una pazza iraconda priva di qualsiasi qualità positiva, e contemporaneamente un senso di amore impotente verso la piccola Candice, costretta a subire le peggiori cose senza che nessuno, men che meno gli inadeguati genitori, possa proteggerla dagli inevitabili traumi psicologici e dalle loro inevitabili, terribili conseguenze. Nonostante tutto questo, però, neanche il padre e marito, Frank, è descritto come un eroe, anzi: Cronenberg non sembra provare simpatia neppure per il personaggio maschile della pellicola, che viene descritto come un uomo costretto a mettere una pezza ad un matrimonio sbagliato solo quando è ormai troppo tardi, una persona incapace di fare il padre e costantemente distratto da cose "più importanti", a rischio di perdere la figlioletta. In tutto questo, è ovviamente immancabile il tipico dottore "Cronenberghiano", un altro adepto della "nuova carne" capace di dare un corpo alle emozioni intangibili, a rischio di scatenare orrori inenarrabili sull'umanità ignara; come spesso accade nei film di Cronenberg, il dottor Hindle è un personaggio borderline e fortemente ambiguo, spinto più da una sorta di egoistico autocompiacimento che da un reale desiderio di liberare i suoi pazienti dalla rabbia che li affligge, incapace di fermarsi davanti alle pericolose deformazioni causate dal suo metodo di cura.


Ma in soldoni come si manifesta fisicamente la rabbia in questa pellicola? Beh, se non avete ancora visto Brood - La covata malefica non sarò io a rovinarvi il gusto di scoprire la sequenza più raccapricciante del film, quella in cui viene mostrato tutto l'orrore delle deformità nate da una rabbia incontrollabile; vi basti solo sapere che il colpo di scena finale è per stomaci incredibilmente forti (non a caso la scena è stata censurata in parecchie versioni della pellicola) e che stravolge in maniera crudele uno dei concetti più belli dell'esistenza umana. In generale comunque il film è molto efferato, nonostante il body count sia basso. Cronenberg cerca di celare per buona parte della pellicola l'aspetto degli assassini che cominciano ad assaltare i membri della famiglia Carveth, preferendo concentrarsi sui sanguinosi effetti delle loro azioni e su pochi, raccapriccianti dettagli in grado di provocare brividi lungo la schiena dello spettatore e allo stesso tempo alimentare la sua curiosità; proprio per questo, personalmente ho trovato visivamente più debole la seconda parte di Brood (ovvero quando il "mistero" viene svelato), nonostante il concetto che sta alla base della trama non perda la sua forza nemmeno per un secondo. Neanche a dirlo, anche gli attori scelti sono perfetti per i loro ruoli: il volto stravolto dall'odio di Samantha Eggar (il cui personaggio, secondo la leggenda, condivide molte caratteristiche con la ex moglie di Cronenberg) non è di quelli che si dimentica facilmente e Oliver Reed ha una presenza scenica difficile da ignorare, un carisma naturale che rende assolutamente plausibile la morbosa dipendenza dei pazienti del Dottor Raglan, peraltro viscido ed ambiguo come pochi. Brood - La covata malefica non è un film per tutti, ormai l'avrete capito, ma se riuscirete a racimolare un po' di fegato per guardarlo riuscirete a godervi uno dei capolavori incontrastati del genere horror e anche uno dei migliori Cronenberg "d'annata".


Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI mentre Art Hindle, che intepreta Frank Carveth, lo trovate QUA.

Oliver Reed interpreta il dottor Hal Raglan. Inglese, ha partecipato a film come Oliver!, I diavoli, Tommy, La stangata 2, Le avventure del Barone di Munchausen e Il gladiatore. E' morto nel 1999 all'età di 61 anni.


Samantha Eggar (vero nome Victoria Louise Samantha Marie Elizabeth Therese Eggar) interpreta Nola Carveth. Inglese, ha partecipato a film come Il favoloso dottor Dolittle, The Astronaut's Wife - La moglie dell'astronauta e a serie come Colombo, Starsky e Hutch, Love Boat, La signora in giallo, Magnum P.I. e Cold Case; come doppiatrice, ha lavorato per le serie Prince Valiant ed Hercules (dopo aver doppiato anche il film Disney). Ha 76 anni.


La piccola Cindy Hinds, che interpreta Candice, sarebbe poi comparsa anche ne La zona morta, sempre di Cronenberg. A questo proposito, se Brood - La covata malefica vi fosse piaciuto recuperate anche Rabid - Sete di sangue, Il demone sotto la pelle e Videodrome. ENJOY!

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