venerdì 22 febbraio 2019

Copia originale (2018)

E' uscito ieri in tutta Italia Copia originale (Can You Ever Forgive Me?), diretto nel 2018 dalla regista Marielle Heller e tratto dall'autobiografia scritta da Lee Israel nel 2008, nominato inoltre per tre Oscar: Miglior Attrice Protagonista (Melissa McCarthy), Miglior Attore Non Protagonista (Richard E. Grant) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Lee Israel, un'autrice di biografie, fatica a racimolare i soldi per arrivare a fine mese. Casualmente, la donna scopre di avere un talento per falsificare lettere di personaggi famosi e decide così di truffare ignari collezionisti.



Il bello dei film che annualmente vengono nominati all'Oscar è che spesso alcuni di loro raccontano storie di personaggi famosi (o, in questo caso, famigerati) di cui io non conoscevo neppure l'esistenza. E' il caso di questo Copia originale, basato sulla carriera criminale della scrittrice Lee Israel, la quale dopo essere caduta in disgrazia ha deciso di mettere le sue arti letterarie al servizio di una truffa bella e buona. La signora, infatti, aveva un talento naturale per creare lettere fasulle di personaggi famosi realmente esistenti, che i collezionisti compravano senza farsi troppe domande, convinti di aver trovato un tesoro inestimabile; più avanti, quando i suoi falsi hanno cominciato a destare sospetti, Lee Israel si è ritrovata nelle condizioni di dover rubare documenti veri e rivenderli, cosa che ovviamente l'ha portata a scontare una lunga pena detentiva. Copia originale racconta questa storia sordida e triste di persone incapaci di affrontare il duro mondo che li circonda, troppo impegnati a proteggersi con la sgradevolezza per poter sperare di farcela. La protagonista del film viene tratteggiata come un personaggio sì meritevole di pietà (che diamine, NESSUNO, a meno che non sia un mostro, merita di vivere nell'indigenza e costretto a ricorrere ad espedienti) ma anche e soprattutto di un paio di schiaffi, ché Lee Israel ha un atteggiamento orribile nei confronti del prossimo e di se stessa. Alcolista all'ultimo stadio, incapace di ingraziarsi un minimo i suoi interlocutori e nemmeno di garantire il livello base di  pulizia in casa, la Israel è un crogiolo di disagio ed egoismo capace tuttavia di mostrare quel briciolo di empatia e di umanità che alla fine spinge lo spettatore a parteggiare per lei, per il suo "lavoro" e per la sua strana amicizia con un uomo ancora più disadattato di lei, il ciarliero e gayssimo Jack Hock, scrittore in rovina dipendente dalla cocaina e ormai ridotto a vivere di espedienti in strada. Una strana coppia di persone che si vogliono bene per forza e lo stesso, in qualche modo, si disprezzano a vicenda, probabilmente perché ognuno vede nell'altro lo specchio reale della propria bruttezza interiore ed esteriore, che regalano allo spettatore momenti di ilarità ma anche lacrime cocenti, soprattutto quando la situazione precipita fino alle inevitabili conseguenze.


Copia originale è quindi, soprattutto, un film di scrittura (ottima) e attori (bravissimi), che bucano lo schermo sia da soli che quando duettano. Di Melissa McCarthy conoscevo solo il lato sboccato e comico, due caratteristiche che traspaiono chiare dall'interpretazione di Lee Israel; volgare, cinica e dispettosa come una bambina, la scrittrice è il personaggio perfetto per la McCarthy, la quale tuttavia qui riesce anche ad imbruttirsi dentro e fuori, regalando allo spettatore amare risate e ancor più amare lacrime attraverso insospettabili sfoghi di dolorosa umanità. Il monologo finale, breve ed intenso, nel quale fa capolino un'enorme fragilità dietro un muro di spacconeria e parole imposte, fa sciogliere il cuore, così come l'ultimo incontro tra Lee e Jack, tra lazzi, prese in giro e tristezza. Richard E. Grant, dal canto suo, è un mattatore meraviglioso, indossa i panni del nobile scrittore decaduto reinventatosi mariuolo di strada con un'eleganza invidiabile, entrando di diritto nel novero delle checche ciniche ed adorabilmente tristi della cinematografia mondiale. Non tanto da meritarsi una nomination all'Oscar, non quest'anno almeno, ma sicuramente abbastanza da conquistarsi l'affetto del pubblico anche nei suoi momenti di maggior viltà. I protagonisti vengono coccolati da una regia "calda", che ricorda a tratti la raffinatezza con la quale Woody Allen immerge i suoi personaggi nell'amata New York, tra librerie, antiquari e bar soffusi sempre e comunque da una luce accogliente, sicuramente più della casa sgangherata e sporca dove vive Lee Israel col suo micio, il che a mio avviso è un segno dello sguardo indulgente con cui Marielle Haller ha scelto di raccontare la storia di questa strana truffatrice misantropa. E' possibile che  Copia originale non sarà uno dei maggiori hit dell'imminente notte degli Oscar ma ve ne consiglio comunque la visione perché, nel suo piccolo, è uno dei film più gradevoli visti durante il recupero dei vari candidati.


Di Melissa McCarthy (Lee Israel), Richard E. Grant (Jack Hock) e Ben Falcone (Alan Schmidt) ho già parlato ai rispettivi link.

Marielle Heller è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Diario di una teenager. Anche attrice e sceneggiatrice, ha 40 anni e un film in uscita.


Dolly Wells interpreta Anna. Inglese, ha partecipato a film come Il diario di Bridget Jones, 45 anni, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e Bridget Jones's Baby. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 48 anni.


Jane Curtin interpreta Marjorie. Adorabile Dottoressa Albright de Una famiglia del terzo tipo, ha partecipato a film come Teste di cono e ad altre serie quali Love Boat; come doppiatrice ha lavorato in Z la formica. Ha 72 anni e due film in uscita.


Julianne Moore avrebbe dovuto partecipare al film ma alla fine si è tirata indietro per divergenze creative. ENJOY!

giovedì 21 febbraio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 21/2/2019

Buon giovedì a tutti! Un vero peccato che a Savona non abbiano approfittato degli ultimi giorni pre-Oscar per programmare il carinissimo Copia originale, di cui parlerò domani, ma in effetti sono usciti ben pochi film e ben poco interessanti, quindi immagino si sia data la priorità a cose commerciali, purtroppo. ENJOY!

The Lego Movie 2: Una nuova avventura
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Non è che Lego Movie e Lego Batman non mi fossero piaciuti, però il franchise non rientra nemmeno tra i miei preferiti e non vorrei che si andasse calando. Attenderò pareri autorevoli prima di muovermi.

Modalità aereo
Reazione a caldo: Anche no.
Bolla, rifletti!: Il ritorno di Sabrina Salerno sul grande sch... ah, no. Boh, solita cretinata con Ruffini ed altri comici a base di equivoci che non andrei a vedere nemmeno per sbaglio. Con buona pace del popolo Aussie ingiustamente messo in mezzo.

Un uomo tranquillo
Reazione a caldo: Oddio.
Bolla, rifletti!: E niente, Liam Neeson si riconferma il Bruce Willis vendicativo del nuovo millennio. Forse però preferirei recuperare l'originale svedese, In ordine di sparizione, invece di questo.

Al cinema d'élite si torna in Francia!

Parlami di te
Reazione a caldo: Buh...
Bolla, rifletti!: Storia quasi vera di un importantissimo uomo d'affari colpito da ictus, che deve di nuovo imparare a parlare. Di sicuro edificante, ma la voglia di recuperarlo è poca.

mercoledì 20 febbraio 2019

Cold War (2018)



Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla notte degli Oscar, quindi ho recuperato Cold War (Zimna wojna), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Pawel Pawlikowski e candidato a te statuette: Miglior Film Straniero, Miglior Regia e Miglior Fotografia.


Trama: negli anni subito seguenti la seconda guerra mondiale, un compositore polacco cerca di convincere una cantante a fuggire con lui a Parigi.



Cold War potrebbe fare idealmente il paio con Roma per la sua natura di film confezionato benissimo ed affascinante ma dalla trama poco coinvolgente, almeno per come l'ho percepito io. L'amore tra Zula e Wiktor, Romeo e Giulietta di una Polonia  post-conflitto mondiale dove la speranza di libertà è stata subito oppressa dall'arrivo del regime di stampo stalinista, si snoda tra pochi alti e moltissimi bassi in un tira e molla continuo fatto di ardente passione, depressione blasé, tradimenti, escamotage per potere rimanere assieme e musica, tantissima musica. Una guerra fredda che non è solo quella tra un est sempre più povero e retrogrado e un ovest ricco di opportunità, ma anche tra diverse generazioni e due modi opposti di intendere la vita. Da un lato abbiamo Wiktor, piacente compositore già probabilmente oltre i quaranta, che dalla natia Polonia non può e non vuole più pretendere nulla e ambisce a farsi un nome altrove, dall'altra abbiamo la giovanissima Zula, restia ad abbandonare la patria soprattutto nel momento di maggior successo raggiunto a scapito di una vita difficilissima. Lui cerca di scappare, sperando di portarsi dietro lei, ma la fanciulla lo lascia andare a Parigi da solo; parrebbe che questo sentimento, già nato tra mille difficoltà, non riuscirà mai a concretizzarsi e invece i due si ritroveranno sempre, nel corso di quindici lunghi ed intensi anni, spinti a sprofondare nel baratro dalla passione incostante di lei e dall'amore incondizionato di lui. Unico punto fermo per entrambi, la musica, in tutte le sue declinazioni. L'amore tra Zula e Wiktor nasce con la musica popolare delle loro terre, piegata poi ai voleri del nuovo regime, e si impantana durante la realizzazione di un disco a Parigi, impersonale e "bastardo", come direbbe Zula; nel mezzo, mille declinazioni di melodie, dalla musica classica a quella jazz, passando per la lirica fino ad arrivare al trash esotico alla Carmen Miranda, specchio di un declino che non è solo musicale ma anche e soprattutto psicofisico.


Tra un numero musicale e l'altro, gradevoli e perfettamente intrecciati alla trama, la storia di Cold War scorre sullo schermo come se fosse scandita da una serie di diapositive, microepisodi che segnano il passare degli anni. Ciò che accade a Wiktor e Zula tra un incontro e l'altro importa poco e comunque viene proposto allo spettatore attraverso alcuni dettagli e spezzoni di dialoghi; quel che conta è la musica, la bellezza dei due interpreti enfatizzata da un bianco e nero abbacinante e perfettamente fotografato, capace di infondere in ogni fotogramma quell'aria di raffinatezza vintage, di cinema d'altri tempi, purtroppo privo dello stesso calore di un tempo. Dei due protagonisti, indubbiamente quella che si fa ricordare di più per carisma e fascino è la bionda Johanna Kulig, elegante come una diva del cinema anni '50, tuttavia il suo è un personaggio che ho trovato insopportabilmente banale, la tipica femme fatale (come rimarcato anche nei dialoghi) piena di problemi esistenziali fondamentalmente inutili; lui, dal canto suo, ha quella bellezza sciupata che lo rende interessante ma obiettivamente viene eclissato dalla compagna, privato della verve che potrebbe renderlo più di un semplice "uomo col borsello", destinato a consumarsi nello spleen di un sentimento che farebbe scappare la pazienza a un santo. Detto questo, nulla da togliere alla bellezza formale dell'insieme, alla bravura del cast e alla particolarità della colonna sonora, tuttavia non sono rimasta toccata da questa tragica storia d'amore come avrei voluto, potuto e dovuto. Come a dire, non è solo la guerra ad essere fredda.

Pawel Pawlikowski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Polacco, ha diretto film come Last Resort - Amore senza scampo, My Summer of Love e Ida. Anche produttore e attore, ha 62 anni e un film in uscita.




martedì 19 febbraio 2019

Alita - Angelo della battaglia (2019)

Spinta dalle aspettative esaltate di quanti lo stavano aspettando, sabato sono andata a vedere Alita - Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel), diretto dal regista Robert Rodriguez e tratto dal manga Alita l'angelo della battaglia di Yukito Kishiro.


Trama: il dottor Ito trova in una discarica il cervello ancora intatto di una cyborg e lo impianta nel corpo della figlia defunta. La giovane Alita, immemore della sua vita passata, deve così scoprire cosa si cela nei suoi flashback e nelle sue prodigiose abilità di lottatrice...


Credo di essere una delle quattro persone al mondo che non hanno mai letto Alita l'angelo della battaglia, manga che negli anni '90 aveva contribuito alla diffusione della cultura "otaku" in Italia e al boom che ne è derivato. Sono comunque andata al cinema spinta da due nomi, quello di James Cameron alla sceneggiatura e alla produzione e quello di Robert Rodriguez alla regia. Inoltre, non conoscendo l'opera originale, ero anche felice del fatto di non dover subire gli effetti nefasti della sicura banalizzazione e semplificazione dei temi trattati nel manga ad uso e consumo del popolo bue occidentale, cosa che mi ha portata a vivere Alita - Angelo della battaglia come un Ready Player One un po' più trash e banalotto. Non cercate significati particolari, fossero anche quelli "buonisti" e tanto vituperati dalla cVitica alla Spielberg o alla Disney, perché Alita mi è parso giusto una scusa per mostrare incredibili effetti speciali al servizio di violentissime scene action ai danni di cyborg, robot e cagnolini (fuori dall'inquadratura, mentre il montaggio furbo consente di assistere al taglio netto di un corpo umano senza che la dicitura PG-13 ne risenta, anche perché in tutto questo c'è gran dispendio di sangue azzurro), al limite c'è un vago monito a non tradire amici e amanti per raggiungere i propri scopi, per quanto spinti dalla disperazione, ché non sempre chi vive in paradiso è migliore di chi sta all'inferno. Ogni personaggio del film, infatti, è letteralmente portato a vivere perennemente con lo sguardo al cielo, alla città sospesa di Zalem, dove vigono promesse di ricchezza e superiorità contro il pianeta/discarica che sta sotto, un melting pot di culture e razze all'interno del quale cyborg ed esseri umani più o meno potenziati convivono sotto l'egida di una legge marziale mantenuta da cacciatori di taglie. In tutto questo, la giovane Alita deve ricordare la sua vita passata mentre comincia a viverne una nuova fatta di amori adolescenziali, scoperte scioccanti su se stessa e su chi la circonda, ed episodi di violenza sempre più incontrollabili alimentati da una malvagia eminenza grigia che risponde al nome di Nova e che arriva a sfruttare persino lo sport nazionale, il Motorball, per eliminare Alita e le ultime vestigia di un passato radicato nientemeno che su Marte. Quanto alla protagonista, di per sé Alita è scema come un tacco ed ingenua come poche, degno contrasto con un corpo e un addestramento marziale che la rendono una macchina da guerra superiore a qualsiasi altra in grado di offrire così allo spettatore un po' di gioia.


I momenti veramente esaltanti di Alita - Angelo della battaglia sono infatti quelli in cui l'"angelo" da il meglio di sé, con una furia devastante unita alla consapevolezza di dover eliminare qualsiasi ostacolo le si pari davanti; che sia in una rissa "da bar", in una gara di Motorball mozzafiato oppure in un corpo a corpo contro cyborg sempre più mostruosi, Alita salta, vola e calcia con grazia, accompagnata da urla di battaglia cariche di sdegno e dall'abilità caciarona di Rodriguez dietro la macchina da presa. Il buon Robert si è fatto le ossa con la trilogia del Mariachi e con i vari Spy Kids e si vede, perché è in grado di "piegarsi" alle regole del PG-13 senza rinunciare a rendere chiaramente ciò che accade nelle varie sequenze anche nei momenti più concitati, riuscendo a destreggiarsi sia nei momenti più "fisici" sia in quelli dove sono gli effetti speciali a farla da padroni, ovvero per più di metà film. Alita - Angelo della battaglia è infatti il trionfo del digitale e della motion capture, a partire dalla protagonista con gli enormi occhioni e il corpo sproporzionato modellata su Rosa Salazar, una bambolotta carinissima e in qualche modo molto umana che interagisce alla perfezione con i suoi nemici cyborg, forse un po' meno riusciti ma comunque impressionanti e per nulla posticci. Anzi, mi verrebbe da dire che gli unici a risultare "finti" sono proprio gli attori blasonati infilati a forza in questa mega-produzione solo per fare la figura dei cioccolatai, Christoph Waltz in primis. Ecco, io non riesco a capire come Waltz possa passare dall'essere un attore con la A maiuscola, indimenticabile e fondamentale (soprattutto quando viene diretto da Tarantino) all'essere un povero cristo scoglionato che non sa bene come sia capitato sul set, come in questo caso; per carità, non va meglio a un non accreditato Edward Norton o alla sempre splendida Jennifer Connelly, costretta in un ruolo di villainess tra i più mosci ed indecisi mai scritti, per non parlare dell'elegante Mahershala Ali che meriterebbe ben altre occasioni, e sicuramente al 90% del pubblico non fregherà una cippa del trattamento di questi grandi nomi, però a me si spezza un po' il cuore. Fatto ad uso e consumo del popolino nerd, Alita - L'angelo della battaglia mi è sembrato, in definitiva, un film divertente e ben realizzato ma più effimero di qualsiasi cinecomic Marvel in quanto maggiormente privo di quell'elemento che consente al personaggio Alita di elevarsi rispetto al resto dei cyborg: il cuore. Mi sa che sto invecchiando, eh?


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Dr. Dyson Ido), Jennifer Connelly (Chiren), Mahershala Ali (Vector), Ed Skrein (Zapan), Jackie Earl Haley (Grewishka), Jeff Fahey (McTeague), Derek Mears (Romo), Casper Van Dien (Amok), Edward Norton (Nova) e Michelle Rodriguez (Gelda) li trovate invece ai rispettivi link.

Rosa Salazar interpreta Alita. Americana, ha partecipato a film come Bird Box e a serie quali American Horror Story. Anche regista e sceneggiatrice, ha 34 anni.


Il film è finito nelle mani di Robert Rodriguez perché James Cameron (che covava il progetto dall'inizio del nuovo millennio) era troppo impegnato coi sequel di Avatar ed è rimasto come produttore e cosceneggiatore; Rosa Salazar ha invece battuto alle audizioni Zendaya e Bella Thorne. Se Alita - Angelo della battaglia vi fosse piaciuto recuperate il manga edito da Planet Manga e "spezzato" in tre serie: Alita, Alita Last Order  e Alita Mars Chronicles. ENJOY!


domenica 17 febbraio 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Torniamo a parlare di Oscar, che ormai non manca più tanto. Oggi tocca a Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate), diretto nel 2018 dal regista Julian Schnabel e candidato per il Miglior Attore Protagonista (Willem Dafoe).


Trama: Vita del pittore Vincent Van Gogh, tra genio e follia, fino alla morte in circostanze misteriose.


Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità è un interessante biopic che forse rivela poco della vita del pittore olandese ma sicuramente approfondisce il suo modo di intendere l’arte e affrontare la malattia mentale, due aspetti molto più affascinanti e fondamentali. Il film segue le vicende di Van Gogh dal momento del suo arrivo ad Arles, terra che avrebbe dovuto essere più calda e luminosa rispetto all’Olanda e che, in realtà, accoglie Vincent con pioggia, vento e diffidenza da parte degli abitanti del paese, poco convinti di dover ospitare un pittore poco conosciuto, povero e dagli atteggiamenti strani. Attirato talvolta dai suoi simili, al punto da dedicare loro dei quadri, l’artista è tuttavia schivo, timoroso e maggiormente interessato alla Natura, intesa come unico mezzo per avvicinarsi a Dio, da catturare con tutta l’urgenza di una mente in costante, febbricitante fermento che punta a rivelare la Realtà. Una realtà cupa, distorta, inquietante (bellissimo il prete interpretato da Mads Mikkelsen, talmente disgustato dai quadri di Van Gogh da arrivare persino a rivolgerne uno verso il muro, per nascondere il disegno) ma anche piena di bellissimi colori, sui quali spicca l’energia del giallo, del sole tanto bramato dall’artista, un grido di speranza che Van Gogh, almeno nel film, insegue attraverso interminabili camminate, corse a perdifiato e sguardi trepidanti rivolti al cielo. Da l’idea, questo Sulla soglia dell’eternità, che Van Gogh fosse un turbine incontenibile, tuttavia privo della spocchia edonista di molti suoi colleghi, una creatura intrappolata in un corpo limitante e in una realtà ancora più opprimente, spinto proprio da questo desiderio di libertà a vomitare su tela colori pastosi stesi con pennellate rapide e nervose.


Effettivamente, Willem Dafoe sembra proprio Van Gogh redivivo. Al di là di un reparto costumi che richiama proprio quelli degli autoritratti realizzati dal pittore, c’è qualcosa nel volto e nello sguardo dell’attore che farebbe quasi pensare alla possessione di qualche fantasma; colpiscono, più di tutto, quegli occhi persi ed innocenti, le improvvise espressioni di spaesamento, il sorriso estasiato di chi vede oltre quello che vedono i comuni mortali e si impegna a fare in modo che possano scorgerlo anche loro senza tuttavia essere capito. Le lacrime per l’abbandono di Gauguin, la consapevolezza di essere creduto pazzo, di essere, effettivamente, anormale, la speranza di essere accolto, il sollievo di potersi riposare tra le braccia di un fratello buono e protettivo, rendono Dafoe una creatura splendida celata dalle rughe e dai tratti rozzi e luciferini dell’attore, per questo ancora più preziosa quando viene scorta da un occhio attento. A sostenere la performance dell’attore c’è un regista la cui macchina da presa non sta mai ferma, che ripropone attraverso le immagini la foga e il tormento interiore del protagonista e spesso anche il punto di vista “distorto”, poco a fuoco, influenzato dalla malattia mentale; la fotografia, talvolta virata in blu e talvolta talmente nitida che i colori risaltano vivissimi, come appena catturati sulla tela di Van Gogh, impreziosisce ancora più questa regia particolare e si accompagna ad una colonna sonora altrettanto azzeccata, un trionfo di note suonate al pianoforte che sottolineano sia i momenti concitati che quelli più tristi. Mi avevano parlato benissimo di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (qualcuno aveva accusato anche un po’ di mal di mare, ora ho capito perché) e mi era dispiaciuto perderlo ma sono contenta di averlo recuperato in vista dell’Oscar perché è davvero interessante e, soprattutto, Dafoe è splendido. Guardatelo, merita.


Di Willem Dafoe (Vincent Van Gogh), Oscar Isaac (Paul Gauguin), Mads Mikkelsen (il prete),  Emmanuelle Seigner (Madame Ginoux) e Vincent Perez (il direttore) ho parlato ai rispettivi link.

Julian Schnabel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Basquiat, Prima che sia notte, Miral e Lo scafandro e la farfalla. Anche produttore e compositore, ha 68 anni.


Rupert Friend interpreta Theo Van Gogh. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Morto Stalin se ne fa un altro e Un piccolo favore. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 38 anni e un film in uscita.


Mathieu Amalric interpreta il Dr. Paul Gachet. Francese, ha partecipato a film come Marie Antoinette, Lo scafandro e la farfalla e Grand Budapest Hotel. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


venerdì 15 febbraio 2019

Crucifixion - Il male è stato invocato (2017)

E' uscito in Italia ieri Crucifixion - Il male è stato invocato (The Crucifixion), diretto nel 2017 dal regista Xavier Gens.


Trama: una giornalista si reca in Romania per indagare sull'omicidio di una suora, morta dopo essere stata crocefissa nel corso di un esorcismo.


Ok, Xavier Gens, uno degli enfant terrible della scorsa generazione di autori horror francesi, è ufficialmente impazzito. Devo ancora recuperare Cold Skin, di cui Lucia dice un gran bene e che è stato distribuito dopo Crucifixion, ma considerato che il suo prossimo film è un Una notte da leoni ambientato a Budapest, non posso che arrivare alla conclusione di cui sopra. Crucifixion, in particolare, è l'emblema del tedium vitae. Un horror che parte mollo già dal trailer, che ti fa proprio venire voglia dire basta sia al male, ormai usato nei titoli italiani in tutte le sue declinazioni, che ai film a base di demoni ed esorcismi. Chiamarlo solo "Crucifixion" pareva brutto, bisognava sottolineare la presenza del "male", tra l'altro aggiungendo che è stato "invocato" quando invece non è vero. Il male c'è, in questo film. Punto. Non c'è bisogno di invocarlo, ché il demone protagonista arriva da solo, approfittando della debolezza di coloro che finiranno a fargli da ospiti vuoi perché toccati dall'indemoniato morente oppure perché aperti al "peccato" o, orrore!, privi di fede. Come se ai preti servisse la fede, visto la brutta fine che fanno spesso in questo genere di film. Sembra quasi una presa in giro dire alle vittime "eh ma se non hai fede..." e sinceramente mi sarei risparmiata l'ora di tedio totale durante la quale, nel corso del film, si sottolinea la triste storia della protagonista, che si è vista morire la madre proprio per la troppa fede della genitrice. Piccata, a causa di ciò, con Dio, Gesù e tutto il clero (tranne quando non vuole copulare il bel pretonzo con gli occhi neri e quel sapor mediorientale), la giovane Nicole parte da New York grazie alle raccomandazioni dello zio J.J.Jameson e in pratica si fa una vacanza pagata in Romania cercando di capire se una suora è morta perché davvero indemoniata oppure se la sua dipartita ha a che fare con l'ignoranza di un popolo che, nell'anno del Signore 2004, va in giro vestito come se la seconda guerra mondiale non fosse mai finita. SPOILEROFTL: la suora era davvero indemoniata, ovvio, e Nicole comincerà presto a capire perché il detto recita "chi si fa i fatti suoi campa 100 anni".


Crucifixion procede quindi come qualsiasi film a tema demoniaco, senza fantasia, senza un guizzo, prevedibile dall'inizio alla fine e ulteriormente fiaccato dalla pretesa di farne un elegante mistery più che un horror. La presenza del demone viene infatti centellinata, ci sono un paio di jump scare qui e là (tra l'altro gli stessi due presenti nel trailer, una furbata!), qualche presenza inquietante incarnata in un ragazzetto muto con la passione per le maschere mostruose e, quel che è peggio, ci sono dei disgustosi effetti in CGI aventi per protagoniste delle mosche. Eew. L'unica cosa particolare del film è il montaggio, che prevede il passaggio dal presente ai flashback senza soluzione di continuità, sfruttando la presenza di uno specchio o di una finestra, soluzione assai migliore delle periodiche ricapitolazioni fatte dalla protagonista richiamando i vari dialoghi del film come voci fuori campo, cosa che non solo spezza il ritmo ma riduce lo spettatore a livello di scemo del villaggio. Terrificante, infine, l'idea di affidare il ruolo di protagonista all'unica attrice inglese con problemi di dizione e credibilità in grado di rivaleggiare con quelli delle interpreti nostrane, una cagna maledetta che ha giusto il carisma per essere una scassapalle di proporzioni epiche, fastidiata dal mondo, con una voglia di cippa sacra che levati. Insomma, pollice verso contro tutta l'operazione, apprezzo anche io giusto la presenza di tale Corneliu Ulici nei panni del prete biker (che, probabilmente, alla fine della storia, si sarà spretato come Don Luca alias Prete), per il resto il mio consiglio è quello di disertare la sala e dedicarvi ad altro.


Del regista Xavier Gens ho già parlato QUI.

Sophie Cookson interpreta Nicole Rawlins. Inglese, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service, Il cacciatore e la regina di ghiaccio e Kingsman: Il cerchio d'oro Ha 29 anni e due film in uscita.


Crucifixion - Il male è stato invocato, si basa sulla storia vera dell'esorcismo di Tanacu, durante il quale una suora perse la vita per mano di un prete e di alcune sue consorelle. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto, avete poco da fare: recuperate tutti gli horror degli ultimi 10 anni il cui titolo italiano finisce con "del male" oppure fermatevi a L'esorcista. ENJOY!

giovedì 14 febbraio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 14/2/2019

Buon giovedì a tutti! Altra settimana piuttosto molla, non fosse per quell'unica, devastante uscita... ENJOY!

Alita - Angelo della battaglia
Reazione a caldo: Mah!
Bolla, rifletti!: Torna sul grande schermo Robert Rodriguez, con un budget gonfiatissimo, nuovi attori, e l'ingrato compito di portare al cinema una delle icone del "nuovo" fumetto giapponese. Da dove deriva il mio "mah"? Dal fatto che Alita - L'angelo della battaglia è un manga di cui non so nulla, quindi non ho nemmeno la scimmia di andare. Ma andrò, ovviamente.

Un'avventura
Reazione a caldo: Oddio...
Bolla, rifletti!: il musicarello tratto da Battisti me lo risparmio senza remore, grazie.

La paranza dei bambini
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Mi sa di film angosciante e chi ha letto il romanzo da cui è tratto mi dice sia anche angoscioso, nel senso di orribile e male adattato. Mille motivi quindi per evitarlo!

Al cinema d'élite tira aria di San Valentino...


La vita in un attimo
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Polpettone sentimentale dal grande cast che mi ispira davvero pochissimo, sono sincera. 


mercoledì 13 febbraio 2019

Cold Hell - Brucerai all'inferno (2017)

Ultimo film recuperato dalla classifica stilata da Dread Central relativamente alle pellicole distribuite su Shudder. Stavolta parlerò dell'austriaco Cold Hell - Brucerai all'inferno (Die Hölle), diretto nel 2017 dal regista Stefan Ruzowitzky.


Trama: una giovane tassista si ritrova a testimoniare un efferato omicidio e presto comincia ad essere perseguitata dal serial killer...



Dopo aver guardato Cold Hell mi sono resa conto che anche Lucia ne aveva parlato QUI e mi ritrovo abbastanza concorde col suo giudizio e soprattutto con la sua prima affermazione: "Quando anche gli austriaci ti fanno il culo, e persino su quello che, fino a 35 anni fa, era il tuo terreno privilegiato, ovvero il Giallo, è il caso di cominciare a preoccuparsi". Lucia ha ragione, innanzitutto perché il film in questione fa il culo al 99% dei film italiani che escono mensilmente nei cinema quindi bisognerebbe solo che vergognarsi, e poi perché Cold Hell è in effetti un giallo più che un horror, con molte sequenze realizzate seguendo stilemi codificati da Mario Bava prima e Dario Argento poi, che vedono un killer senza volto immerso nel buio, armato possibilmente di un'arma da taglio, silenzioso perpetuatore di efferati omicidi ai danni di donne indifese alle quali si aggiunge un testimone che, ahilui/lei, ha visto tutto. In questo caso c'è una lei, una tassista che sembra quasi la sorella gemella di Lisbeth Salander da tanto è silenziosa (anche lei come il killer), spaccaculi, traumatizzata da un misterioso passato e relegata ai margini della società. Una ragazza di origini turche, nientemeno, all'interno di un'Austria sempre più orientata verso destra e verso politiche anti immigrazione, che si ritrova a dover fuggire da un killer che vuole ucciderla e che, ovviamente, non viene creduta o comunque viene presa sottogamba proprio perché donna, straniera e reietta. Un dialogo surreale come "Sei turca, vero?" (ovviamente frase pronunciata con ironico disprezzo) "No, sono austriaca" è il primo approccio di Özge, questo il nome della ragazza, con l'ispettore che dovrebbe crederle e salvarla, un mentecatto razzista il quale, come spesso accade, si rivelerà tale solo perché afflitto da gravissimi problemi personali ma che, nonostante questo, non conquisterà mai al 100% la fiducia della protagonista. Infatti, come le migliori eroine dei revenge movie, la tassista si impegnerà a farsi giustizia da sé quando il killer arriverà a passare il limite, mettendo a repentaglio non solo la sua vita ma anche la sua disastrata famiglia, un trionfo di padri padroni, donne schiavizzate e figlie ribelli.


Prima ho citato Lisbeth Salander e anche qui l'ideale sottotitolo di Cold Hell potrebbe essere "uomini che odiano le donne" ma soprattutto "uomini CREDENTI che odiano le donne". Il killer le detesta infatti per motivi prettamente religiosi, il padre della protagonista sfrutta sempre la religione per stabilire il suo dominio indiscusso in casa, l'ispettore interpretato da un insospettabile Tobias Moretti apparentemente odia le donne soprattutto se straniere e in tutto questo Özge si ritrova a dover lottare con le unghie e con i denti fin dall'inizio, per sopravvivere all'inferno di città misogina e pericolosa in cui è costretta a vivere e all'Inferno nel quale le augura di precipitare il serial killer poiché rea di essere libera, "sfacciata", indipendente. Insomma, non sia mai che una ragazza turca in Austria possa rialzare la testa e sputare in faccia a quanti la vorrebbero sottomessa. Per fortuna Özge, incarnata dalla cazzutissima (e bellissima, alla faccia della mancanza di trucco, dei tagli e dei lividi) Violetta Schurawlow, è una perfetta eroina badass che mena calci e pugni come un fabbro ferraio odiando l'avversario con passione, ed è anche un'autista provetta e spudorata, come dimostrano le due o tre sequenze action a bordo del taxi; concitate e sicuramente meno raffinate rispetto a quelle concertate dai Maestri del giallo all'italiana, costituiscono comunque un interessante contraltare alle scene buie ed inquietanti in cui il killer colpisce le sue malcapitate vittime nell'ombra, senza mai mostrare il volto. E pazienza se ogni volta che compare Tobias Moretti si sente un po' odore di telefilm scabeccio tedesco alla Squadra Speciale Cobra 11 o peggio, perché per buona parte della sua durata Cold Hell intrattiene, fa saltare sulla poltrona e incazzare come api. Quindi, dategli un'occhiata!


Del regista Stefan Ruzowitzky ho già parlato QUI.


Il film è disponibile su Rai Play forse per la presenza di Tobias Moretti, protagonista de Il commissario Rex, qui nei panni di Christian Steiner. Detto questo, se Cold Hell vi fosse piaciuto recuperate Millenium - Uomini che odiano le donne. ENJOY!


martedì 12 febbraio 2019

Il corriere - The Mule (2018)

Avrei voluto recuperare Il primo re ma a Savona, quando salti la prima settimana di programmazione, sei letteralmente foutu e ti ritrovi a dover andare al cinema ad orari improponibili. A salvarmi la domenica cinefila ci hanno pensato però Clint Eastwood e il suo Il corriere - The Mule (The Mule).


Trama: Earl, floricoltore novantenne, si ritrova in gravi ristrettezze economiche e, anche un po' per gioco, accetta la proposta di fare da corriere per un cartello messicano, diventando presto uno dei "dipendenti" più quotati.


Ammetto di non essere molto esperta del cinema di Clint Eastwood ma da lui tutto mi sarei aspettata tranne la "leggerezza" che permea Il corriere nel corso del primo tempo. Leggerezza senza superficialità, si badi bene, ché il grande vecchio del cinema americano ci mette di fronte a un mezzo road movie dolceamaro filtrato dagli occhi di un novantenne pronto a recuperare tutte le mancanze nei confronti della famiglia attraverso una ca**ata ancora più grande e, così facendo, ci spinge a riflettere sul modo in cui spesso sprechiamo il tempo che ci viene concesso. Protagonista di questa storia vera (basata sull'articolo del New York Times "The Sinaloa Cartel's 90-Year Old Drug Mule") è Earl, anziano coltivatore di Emerocallidi caduto in disgrazia dopo un'esistenza passata a concentrarsi solo sul proprio lavoro, al punto da dimenticarsi ricorrenze importanti come il matrimonio della figlia. Aperta parentesi sui day lily coltivati da Earl. Il fatto che questi gigli siano stati scelti come oggetto della passione del protagonista, a mio avviso, ha un senso, perché dicono molto della personalità di Earl, uomo convinto che tutto possa rigenerarsi e rimanere lì, immobile e perenne, ad aspettarlo; assai simili, per ciclo vitale, alle Belle di notte, i fiori delle Emerocallidi durano solo un giorno e vengono rimpiazzati subito da altri sullo stesso stelo, quindi virtualmente non smettono mai di essere splendidi. Non così, ovviamente, per la vita di Earl, uomo che della noncuranza e della perdita di tempo ha fatto un vanto, tanto da accettare con leggerezza il fatto di poter fungere da corriere della droga in virtù della sua esperienza e del suo innegabile fascino, che porta persino i narcos a chiudere un occhio sulle sue stramberie o i suoi strappi alla regola. Persona fondamentalmente di buon cuore (persino il suo razzismo e la sua ignoranza sono talmente ingenui da non causare neppure scandalo), il vegliardo accetta il lavoro di corriere per procurarsi soldi destinati ad altri, al matrimonio della nipote o al circolo dei reduci, poi ovviamente si ritrova sempre più invischiato in un mondo da cui è impossibile uscire ed è lì che qualcosa "scatta", sia nel personaggio che nel film. Il lavoro, di qualunque genere, si priva di fascino davanti alla prospettiva concreta di perdere definitivamente ciò che di importante c'è nella vita, davanti alla consapevolezza che ciò che va non torna più, a differenza dei fiori perenni, e capirlo a novant'anni, quando il tempo è ormai agli sgoccioli, è qualcosa di talmente doloroso da spezzare il cuore. Il viaggio verso la consapevolezza di Earl è il fulcro de Il corriere. Il resto, gli agenti della DEA in crisi, la lotta interna al cartello, l'aspetto "crime" della pellicola, è tutto mero contorno alla figura fragile e granitica di Clint Eastwood.


Sarà questa l'ultima performance del "texano dagli occhi di ghiaccio"? Non lo so ma, a prescindere, è una bellissima performance, sia dietro che davanti la macchina da presa. Clint Eastwood, nonostante siano passati anni dalla sua ultima prova di attore, non si nasconde dagli anni impietosi che passano, mette al servizio del film la sua figura esile, un passo strascicato, la debolezza di carni flaccide e segnate dal tempo, un sorriso che indubbiamente, pur non essendo più quello ammaliante di un tempo, non passa inosservato, capelli radi, una voce arrochita e stonata (ma oh, quanto accattivante!) e un po' di demenza senile a completare il quadro. Talvolta non gli si perdona, diciamolo pure, scivoloni da anziani, quelle inquadrature lascive su chiappe mulatte e ben tornite, momenti di umorismo forse eccessivo e altrettanto eccessivo melò, benché a un certo punto mi sia ritrovata piangere lacrime copiose per una delle morti più realistiche e naturalmente inevitabili viste sullo schermo. Eppure, sul finale, con quel sole che gli colpisce il volto insanguinato e tumefatto, quella smorfia amarissima di chi ormai non ha più nulla da perdere, avrei pensato che Bradley Cooper sarebbe stato colpito da una pallottola sparata a freddo dall'ultimo grande pistolero di Hollywood, un vecchio che avrà anche perso tutto ma non la dignità di andarsene nel modo a lui più consono, un regista e un attore capace di tirare ancora delle belle zampate e fare emozionare con questa improbabilissima storia vera. Da sottolineare anche la presenza di attori assai validi ad accompagnare Eastwood nel percorso, soprattutto per quel che riguarda le "quote rosa", sostenute da una dolcissima Taissa Farmiga, da una rediviva Dianne Wiest e da una delle tante figlie di Clint Eastwood, la bionda Iris, che chissà non abbia insinuato un che di autobiografico nell'odio del personaggio verso il papà. E con questa bassissima insinuazione chiuderei, consigliando di dare ancora una chance a questo quasi novantenne sempre arzillo e mai banale.


Del regista Clint Eastwood, che interpreta Earl Stone, ho già parlato QUIBradley Cooper (Colin Bates), Michael Peña (Trevino), Taissa Farmiga (Ginny), Andy Garcia (Laton), Laurence Fishburne (Agente Speciale DEA), Dianne Wiest (Mary) e Clifton Collins Jr. (Gustavo) li trovate invece ai rispettivi link.


domenica 10 febbraio 2019

Still/Born (2017)



Nella classifica dei migliori film horror usciti su Shudder nel 2018 era presente anche Still/Born, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Brandon Christensen.


Trama: Mary è una neo-mamma che ha dovuto soffrire la morte di uno dei due gemellini che portava in grembo. Distrutta dalla tragedia, la donna cerca consolazione nel piccolo Adam, almeno finché comincia ad avvertire una presenza demoniaca che vuole portarglielo via...



Prima di cominciare il post un piccolo avvertimento: se siete neo-mamme, neo-papà o non potete escludere di essere in stato di gravidanza, NON cominciate a guardare Still/Born nemmeno per sbaglio. Come horror non è eccessivamente spaventevole, il problema è che va a toccare argomenti come la morte dei bambini durante il parto, la depressione post-gravidanza e altre patologie ancora più gravi, inoltre fa un uso inquietante di aggeggi come il baby monitor, che dopo un film simile non vorrei mai avere in casa. Insomma, non è la pellicola ideale per chi si ritrova ad avere a che fare con un tenero pupetto in fasce, per gli altri invece è un horror non eccelso ma comunque abbastanza interessante, che gioca con lo spettatore tenendolo sul chi va là per buona parte della sua durata. Protagonista del film è Mary, giovane mamma che nel giorno più felice della sua vita ha visto morire uno dei gemellini che stava partorendo; ad aggiungersi al dolore del lutto e alle incertezze della prima maternità, c'è un marito devoto ma in carriera, costretto a lasciare sola la moglie per periodi più o meno lunghi in una casa lussuosa ma nuova e quindi sconosciuta, la lontananza di parenti e amici... e, ovviamente, l'inizio inaspettato di eventi inquietanti interamente legati al pargoletto defunto. Mary comincia così a venire perseguitata da qualcosa che solo lei vede e sente, un'entità che vuole il bambino scampato alla morte, il che, ovviamente, la rende pazza agli occhi degli altri... o, forse, Mary è VERAMENTE pazza, affetta da una depressione sfociata nella psicopatia? L'aspetto interessante di Still/Born è proprio questo clima di incertezza e paranoia che si trasmette dalla protagonista allo spettatore. A un certo punto, tra teschi e parole sussurrate, sembrerebbe quasi di essere incappati in un emulo di Rosemary's Baby, dove tutti complottano affinché Mary si convinca di essere pazza e lasci il piccolo Adam incustodito, alla mercé della demonessa che tanto lo brama; in altri momenti, la natura della minaccia demoniaca è impossibile da mettere in discussione, in altri si arriva a dubitare della sanità mentale della protagonista, il tutto senza soluzione di continuità e senza che il finale offra allo spettatore delle certezze.


E' un bene che Still/Born goda di una sceneggiatura in grado di avvincere lo spettatore nonostante l'utilizzo di parecchi cliché del genere, perché la pellicola non possiede molto altro per farsi ricordare. Diretto dal tecnico degli effetti speciali di Deserto rosso sangue nonché produttore di quello e di un altro horror che devo recuperare (What Keeps You Alive. Se volete sapere il perché di questa impellenza, leggete QUI), per quel che riguarda la regia Still/Born non ha guizzi particolari, nemmeno quando la trama potrebbe prevederli, come per esempio durante le apparizioni della demonessa o persino nel corso della festa di Halloween, diretta con raro piattume; sul finale, il connubio tra montaggio e regia crea invece momenti di suspance, soprattutto grazie al fulcro della sequenza,  ma per il resto, come si suol dire, "calma piatta". Nulla di trascendentale neppure il make up della demonessa, mostrata poco probabilmente per esigenze di budget, mentre devo ancora trovare un'opinione definitiva su Christie Burke, l'attrice che interpreta Mary. In mezzo a un cast composto da faccette familiari ma non particolarmente memorabili (salvo Michael Ironside che però è sprecato), indubbiamente quest'attrice dagli occhi spiritati e dagli atteggiamenti esagerati o esageratamente depressi spicca ma non ho capito se per la bravura (le urla che emette e l'ansia che trasmette nella già citata sequenza finale sono notevoli) o per la sua natura di cagna maledetta, che raggiunge l'apice soprattutto quando vuole fare la pazza a tutti i costi, come nel confronto con la procace vicina di casa. Comunque, a parte quest'incertezza, è innegabile che Still/Born sappia toccare le corde più profonde dello spettatore, mettendo anche un po' di inquietudine, quindi è un film che merita una visione, anche disimpegnata.


Di Jesse Moss, che interpreta Jack, ho già parlato QUI mentre Michael Ironside, che interpreta il Dr. Neilson, lo trovate QUA.

Brandon Christensen è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Probabilmente canadese, è anche produttore, tecnico degli effetti speciali e attore.


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