venerdì 14 dicembre 2018

La ballata di Buster Scruggs (2018)

Nel catalogo di originali Netflix spesso ciofecosi ecco spuntare la magia dei Coen e del loro western ad episodi, La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs), diretto e sceneggiato proprio da Joel ed Ethan Coen.


Il film comincia con l'episodio titolare, The Ballad of Buster Scruggs, appunto. Tra tutti, l'ho trovato il segmento più divertente, un mix tra western, influenze campyssime di musica country, alcuni dei migliori episodi di Lucky Luke e ovviamente Fratello, dove sei? , film dei Coen che dovrei decidermi a riguardare e recensire. The Ballad of Buster Scruggs è un florilegio di musica e personaggi surreali che più caricati non si può, a partire dal protagonista, interpretato da uno spettacolare Tim Blake Nelson. Andando avanti ci sono episodi più elaborati e profondi ma come antipasto questo è perfetto perché mette subito nel mood giusto, introducendo il fil rouge delle storie narrate dai Coen, ovvero la casualità di un destino di morte che non guarda in faccia a nessuno, che si tratti di buoni, cattivi, intelligenti o stupidi.


Near Algodones è un episodio altrettanto esilarante e pregno di umorismo nero. In dieci minuti i Coen sono riusciti a fare quello che non è riuscito a MacFarlane nelle due ore del suo logorroico Un milione di modi per morire nel West, presentandoci una terra pericolosissima, zeppa di contraddizioni, dove nel giro di un momento la vittima diventa carnefice e il bandito diventa vittima e dove non bisogna sottovalutare nessuno, nemmeno i vecchietti ciarlieri. Il finale è decisamente poetico e malinconico e, per una volta, ho adorato la faccetta da ca**o di James Franco dall'inizio alla fine.


A proposito di triste e malinconico, ma anche grottesco, Meal Ticket è indubbiamente uno degli episodi che rischiano di rimanere maggiormente impressi nella mente dello spettatore e di spezzargli il cuore per la casualità con la quale la disperazione arriva a privare le persone di ogni residuo di umanità. In una terra dove la sopravvivenza e la povertà vanno a braccetto, dove il pericolo è sempre dietro l'angolo, essere indifesi è una condanna ed essere acculturati non serve a nulla; soprattutto, la disumanizzazione del protagonista tocca il cuore e fa male. Potrei dire anche che fa pensare, riflettere su un mondo odierno non tanto diverso dal West, dove lo sfoggio di cultura fine a se stesso si risolve in un tweet o in un post su Facebook di rapido consumo e altrettanto rapido disinteresse, ripetuto fino a privarsi del suo significato originale, ma servirebbe solo a  deprimersi ulteriormente.


Basato su un racconto di Jack London, All Gold Canyon è lo one man show di un Tom Waits strepitoso, un inno alla testardaggine e alla natura predatoria dell'uomo. In esso, seguiamo un cercatore d'oro che all'inizio viene connotato nel modo più negativo possibile, soprattutto se confrontato con la natura incontaminata che la sua sete d'oro arriva a disturbare: acque limpide sporcate di terra, animali costretti a fuggire, splendidi prati ridotti a un colabrodo, risorse rubate, ecco ciò che porta la febbre, la smania del Cercatore. Eppure, nella sua ricerca febbrile ci sono metodo e rispetto, un qualche codice d'onore che ad un certo punto, quando l'uomo è a un passo dal suo obiettivo, ce lo rendono molto più simpatico, ribaltando in un istante la percezione del protagonista. Un episodio girato benissimo, recitato alla perfezione, costruito come un cerchio perfetto ed incredibilmente profondo nella sua brutale semplicità.


The Girl Who Got Rattled (ispirato a un racconto di Stewart Edward White) è invece uno spaccato di quotidianità colonica con tutto quel che ne consegue. Probabilmente è il segmento più "complesso", dal momento che è reiterato nel tempo, si basa su eventi sottesi e prevede un'evoluzione costante dei personaggi principali, al punto che lo spettatore comincerebbe ad affezionarsi agli occhioni sgranati di Zoe Kazan (sempre bellissima) e al timido cowboy che arriva a farle la corte, sperando di poterli seguire nella loro futura vita da marito e moglie. Invece i Coen non sono minimamente interessati all'aspetto più soapoperistico dello slice of life western portato sullo schermo, anzi, ci tengono a ribadire come la quotidianità del west andava comunque a braccetto con terribili incognite e con la morte sempre a un passo; ignorare il pericolo trincerandosi dietro ingenuità ed ignoranza significa mettere con le spalle al muro se stessi e gli altri, diventare un peso insostenibile che rischia di scatenare tragedie ancora più grandi. E' la tipica natura clueless di buona parte dei personaggi Coeniani a venire celebrata (criticata?) qui, l'atteggiamento di chi non ha ben inquadrato la realtà in cui vive e si limita a stare ai margini combinando solo casini. Il che ci porta dritti all'ultimo segmento.


The Mortal Remains, le spoglie mortali. Il semplice viaggio di cinque persone all'interno di una carrozza? O forse il loro ultimo viaggio, quello definitivo? L'ambiguità è voluta ma come chiosa finale propenderei più per l'ultima opzione, anche per quella fotografia cupissima, virata sul grigio, e quelle scenografie inquietantemente posticce sul finale. Sta di fatto che l'episodio, benché in esso, di fatto, succeda poco o nulla, è uno dei miei preferiti perché è recitato benissimo, ha dei dialoghi che spaziano dall'incredibilmente witty al malinconico e permette a Brendan Gleeson di sfogare le sue doti canore con una tristissima ballata irlandese.


Riassumendo, La ballata di Buster Scruggs è un'antologia western che non perde un colpo che sia uno. Introdotta ed intervallata, come i vecchi film Disney, dalla ripresa di un libro a cui vengono sfogliate le pagine, sulle quali c'è scritto esattamente come iniziano e finiscono gli episodi, consente ai Coen di sfruttare diversi stili di regia e spaziare attraverso svariati registri narrativi che coinvolgono lo spettatore senza mai annoiarlo: si passa dal musical al western, dallo slice of life alla tragedia per arrivare a tinte da ghost story, il tutto interpretato, diretto, scritto e soprattutto musicato alla perfezione. Al momento, oserei dire che La ballata di Buster Scruggs è uno dei più bei film che potete trovare su Netflix e consiglierei il recupero non solo agli amanti dei Coen, che troveranno pane per i loro denti, ma anche a chi di solito non mastica western perché qui c'è da rimanere estasiati a prescindere dal genere.


Dei registi e co-sceneggiatori Joel e Ethan Coen ho già parlato QUI. Tim Blake Nelson (Buster Scruggs), Clancy Brown (Surly Joe), David Krumholtz (il francese), James Franco (Cowboy), Stephen Root (Teller), Ralph Ineson (Leader del branco), Liam Neeson (Impresario), Zoe Kazan (Alice Longabaugh) e Brendan Gleeson (L'irlandese) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Waits interpreta il Cercatore. Cantautore americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56sima strada, Rusty il selvaggio, La leggenda del re pescatore, Dracula di Bram Stoker, America oggi e ha lavorato come doppiatore in un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, ha 69 anni e un film in uscita.


Harry Melling, che interpreta l'Artista nell'episodio Meat Ticket, era l'odioso Dudley Dursley nei film di Harry Potter. Detto questo, se La ballata di Buster Scruggs vi fosse piaciuta potete recuperare Il Grinta e Fratello, dove sei? ENJOY!

giovedì 13 dicembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 13/12/2018

Buon giovedì a tutti! Intanto, in onore di Santa Lucia, beccatevi QUESTO VIDEO che male non fa mai e vediamo cosa è uscito al cinema questa settimana. ENJOY!

Macchine mortali
Reazione a caldo: MEH.
Bolla, rifletti!: Giuro che, davanti al trailer, ho potuto solo pensare "ma che è sta tamarrata?". E mi dispiace per tutta la famiglia di Peter Jackson che si è impegnata nella sceneggiatura ma davvero non ho voglia di vedere quello che sembra l'ennesimo young adult post-apocalittico.

Il testimone invisibile
Reazione a caldo: Mmmeh.
Bolla, rifletti!: Un thriller con Scamarcio. No, grazie, non me la sento.

Un piccolo favore
Reazione a caldo: Eh.
Bolla, rifletti!: Per quanto non mi ispiri granché nemmeno questo, mi hanno già chiesto compagnia per vederlo e chissà. Le attrici protagoniste non mi dispiacciono, solo non mi fido molto del regista, di solito legato alla commedia.

Al cinema d'élite il Natale non arriva nemmeno per sbaglio!

Tre volti
Reazione a caldo: Interessante
Bolla, rifletti!: Inutile dire che il film migliore lo si trova al cinema d'élite. Vincitore del premio per la sceneggiatura a Cannes, Jafar Panahi continua la sua riflessione sulla società iraniana con umorismo e delicatezza, alla faccia di chi non vorrebbe che esercitasse la sua professione. Candidato per un prossimo recupero!


mercoledì 12 dicembre 2018

Strade perdute (1997)

Ogni tanto è sempre bene incrociare la via con David Lynch, regista e co-sceneggiatore di questo Strade perdute (Lost Highway), da lui diretto nel 1997.


Trama: il sassofonista Fred comincia a ricevere strani video che hanno per oggetto lui e la moglie Renee. Travolto da un escalation di terrore e violenza, Fred finisce in carcere ma, dopo una notte, nella sua cella si risveglia misteriosamente il giovane Pete, meccanico dai mille segreti.



Strade perdute è un incubo, per i protagonisti del film e per lo spettatore. Inutile cavare un senso da quanto passa sullo schermo, benché un senso forse ci sia e si chiami "fuga psicogena", una malattia mentale che prevede il distacco dal sé con conseguente, importante amnesia relativamente all'identità di chi ne è affetto. Detta così, avrebbe quasi senso e spiegherebbe alcune delle cose che vengono mostrate in Strade perdute ma sarebbe solo la punta dell'iceberg. Il film di Lynch è infatti un noir che segue due storie differenti ma con elementi comuni le quali, sul finale, in qualche modo arrivano a ricongiungersi; protagonista è un sassofonista che un giorno, dopo aver compiuto apparentemente un omicidio, si risveglia nella cella della prigione nei panni di un'altra persona, un ragazzo di nome Pete Dayton. Fuga psicogena, dunque, concretizzata nell'effettivo mutare dell'aspetto di una persona, ma non solo, perché Fred/Pete, in qualche modo, pare avere anche la facoltà di viaggiare nel tempo o, perlomeno, di subirne i capricci, riversati nella sua testa dolorante come flashback o fast forward di qualcosa accaduto all'uno o all'altro. E in mezzo, come in ogni noir che si rispetti, c'è la femme fatale che per l'occasione si sdoppia e il malvagio che perseguita, prima come un nome e poi fisicamente, entrambi i protagonisti. C'è anche la carta jolly di un inquietante uomo misterioso, forse lui stesso veicolo di follia e squilibrio, un alieno capace di saltare nel tempo e di sfruttare Fred/Pete per scopi imperscrutabili o semplicemente il frutto della malattia mentale del protagonista, che vede incarnato in questo essere misterioso il suo stesso senso di colpa, la propria pazzia, il terrore per i crimini commessi fatto in forma di uomo. E mentre Fred, sassofonista sposato ad una moglie che forse lo tradisce e impegnato in lavoretti sporchi, è una figura "arrivata" ed affascinante, Pete è bello ma sfigato, vorrebbe la vita di Fred e la ricerca seguendo la chimera di una bionda fatale impegnata nel campo del porno, in un afflato di autodistruzione che forse il sassofonista eviterebbe se non ci fosse costretto.


Ma chissà se quanto ho scritto sopra è vero, ché al momento questo Strade perdute mi è parso il film più complesso di Lynch (di Mulholland Drive ho vaghi ricordi, Inland Empire non l'ho proprio visto, abbiate pazienza) e anche, mi perdonino i fan, quello meno affascinante nonostante il senso di inquietudine palpabile dato da sequenze ed inquadrature ormai iconiche e zeppe di colori "forti" che bucano l'oscurità, come il giallo della riga frammentata di mezzaria oppure il rosso delle porte, per non parlare del blu di uno schermo enorme che riversa sul protagonista l'incubo del tradimento e dell'orrore oppure del bianco di un volto spettrale ed inumano. Sarà che il noir è un genere che a me dice poco o sarà che due protagonisti come Bill Pullman e Balthazar Getty mi hanno entusiasmata ben poco, surclassati dalla bellezza imbarazzante della doppia Patricia Arquette, splendida come mora e assolutamente divina come bionda (e quanto mi ha ricordato la dicotomia Laura/Madeleine Palmer), una donna che visse due volte ed entrambe costantemente sull'orlo del peccato e della perdizione, ma del film ho apprezzato la colonna sonora più di tutto il resto. Nello score di un Badalamenti a mio avviso meno ispirato del solito compaiono infatti pezzi degli Smashing Pumpkins, dei Rammstein, di Marilyn Manson, perfetti per le scene che accompagnano e in grado di fomentare lo spettatore nonostante il delirio effettivo che è questo Strade perdute. Il quale, ribadisco, è sicuramente un gran film e l'ennesimo esempio della bravura, della genialità di David Lynch, ma non è stato in grado di toccare le mie corde come altre sue opere. Chissà che guardando Mulholland Drive ed Inland Empire , "cugini" ideali di questa pellicola, non mi si apra un mondo, visto che l'idea di rivederlo per capirci qualcosa in più di sicuro c'è!


Del regista e co-sceneggiatore David Lynch ho già parlato QUI. Bill Pullman (Fred Madison), Patricia Arquette (Renee Madison / Alice Wakefield), Gary Busey (Bill Dayton), Giovanni Ribisi (Steve "V") e Robert Loggia (Mr. Eddy / Dick Laurent) li trovate invece ai rispettivi link.

Balthazar Getty interpreta Pete Dayton. Americano, ha partecipato a film come Il signore delle mosche, Natural Born Killers, Dredd - La legge sono io e a serie quali Streghe, Ghost Whisperer, Alias, Medium e Twin Peaks: Il ritorno. Anche produttore, ha 43 anni e un film in uscita.


Richard Pryor interpreta Arnie. Americano, lo ricordo per film come Giocattolo a ore, Superman III, Non guardarmi: non ti sento e Non dirmelo... non ci credo. Anche sceneggiatore, produttore e regista, è morto nel 2005, all'età di 65 anni.


Michael Massee, che interpreta Andy, era il Funboy de Il corvo nonché l'attore che ha, materialmente, ucciso Brandon Lee nello sciagurato stunt finito male; immancabile, all'interno di un film di Lynch, l'adorabile Jack Nance, che qui interpreta Phil, ma a un certo punto spunta anche Marilyn Manson, in guisa di attore porno. Detto questo, se Strade perdute vi fosse piaciuto recuperate Mulholland Drive, Inland Empire, Velluto blu e Cuore selvaggio. ENJOY!



martedì 11 dicembre 2018

Il Grinch (2018)

Sotto le feste, potevo non andare a vedere Il Grinch (The Grinch), diretto dai registi Yarrow Cheney e Scott Mosier e tratto dal libro omonimo del Dr. Suess?


Trama: dopo una vita all'insegna dell'odio e dell'isolamento, il Grinch decide di rubare il Natale agli abitanti di Chissà.


Alzi la mano chi, sotto Natale, non si sente un po' Grinch, soprattutto quando i panettoni cominciano ad apparire nei negozi già a metà novembre. Non so a voi ma a me sale un'ansia spaventosa e solo dopo l'8 dicembre comincio ad apprezzare l'atmosfera natalizia. Non oso immaginare quindi come dev'essere la vita del Grinch, costretto 365 giorni all'anno a vivere in un paese che ha fatto del Natale la sua ragione di vita, nemmeno stessimo parlando della Christmas Town di The Nightmare Before Christmas. Certo, il Grinch cinematografico un motivo per odiare la tanto osannata festività ce l'ha, sia che si tratti di un cartone animato doppiato da Benedict Cumberbatch/Alessandro Gassman, sia che si tratti di un Jim Carrey ricoperto di pelo verde: in questo caso, abbiamo un povero bambino abbandonato in un orfanotrofio mentre tutti festeggiano, invece nel vecchio live action diretto da Ron Howard avevamo una sorta di "apologia" del diverso e la trama si snodava sull'aspetto inconsueto del Grinch, che qui non viene sottolineato nemmeno una volta. Gli abitanti della vecchia Chinonso (qui ribattezzata Chissà) erano una manica di maledetti materialisti e il Grinch ne aveva ben donde a odiarli ma il cartone animato prodotto dalla Illumination non si apre mai a questa possibilità e offre al pubblico composto da grandi e piccini una città da sogno, dove tutti sono lieti nonostante i mille problemi quotidiani, ognuno è amichevole l'un con l'altro senza ipocrisie (persino col Grinch, che qui non viene visto come il demonio ma come una persona eccentrica) e il Natale è decisamente una bella festa. Il Grinch, in tutto questo, risulta quasi irrazionalmente malvagio, condannato all'isolamento da un singolo trauma infantile che tuttavia non gli impedisce di esercitare il suo fascino sul cagnolino Max, vero mattatore del film, e sulla new entry Fred l'alce i quali, forse in virtù del loro essere bestiole, capiscono in profondità il vero animo del Grinch; aggiungendo la simpatica Cindy Lou, molto migliore di quell'orrore zuccheroso del 2000, mocciosetta assai simile alle tre canagliette che attorniano Gru in Cattivissimo me, il lieto fine è quasi scontato anche se io avrei gradito una svolta "lllove" che purtroppo non c'è stata.


L'approccio degli sceneggiatori Michael LeSieur e Tommy Swerdlow al materiale originale del Dr. Suess è dunque classico che più non si può, si limita a qualche aggiunta divertente qui e là (il "migliore amico" del Grinch è simpatico ma la capretta belante è semplicemente esilarante) e alla decisione di rendere il Grinch ancora più geniale ed inventivo del solito fin dall'inizio, col risultato che questa nuova versione dell'amatissimo racconto punta maggiormente sulle invenzioni visive e su un'animazione eccelsa. Soprattutto, a lasciare a bocca aperta è la bellezza incredibile di Chissà, un trionfo di neve, casette decorate, negozietti che alla bisogna si aprono e richiudono cambiando forma, luci natalizie e tutto ciò che rischia di far scoppiare il cuore nel petto anche di chi non va matto per il Natale; esistesse una città così ci andrei a vivere, tutta bianca e luminosa com'è, con piccoli uccellini che sciano per i pendii innevati e mezzi di trasporto da sogno anche nella loro "normalità" quotidiana. A proposito di mezzi di trasporto e strumenti meccanici in generale, come ho scritto più su il Grinch della Illumination è assai simile a Gru non solo per gli atteggiamenti (confrontate la scena iniziale di Cattivissimo me con quella de Il Grinch, vi sfido a scovare le differenze) ma anche per le "armi" di cui è dotato, per le comodità casalinghe costruite all'interno del tipico antro da villain isolato e ricco da far schifo (c'è persino un lunghissimo tavolo da pranzo oltre all'immancabile organo), per i mezzi tecnologici sfruttati al fine di portare a termine la sua malvagia impresa. Insomma, un vero genio del male, un tesoro di Chi Sa al quale bisognerebbe semplicemente dare un'occasione per fargli rendere Chissà ancora più bella, e un film gradevolissimo come antipasto delle Feste. Unica pecca: le maledette canzoni rap di Tyler the Creator che stanno alla meravigliosa ed evocativa colonna sonora di Danny Elfman (nonché alla splendida God Rest Ye Merry Gentlemen dei Pentatonix) come i cavoli a merenda.


Del co-regista Yarrow Cheney ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (voce originale del Grinch) e Angela Lansbury (sindaco McGerkle) li trovate invece ai rispettivi link.

Scott Mosier è il co-regista della pellicola. Americano, è conosciuto principalmente come produttore dei film di Kevin Smith ed è al suo primo film come regista. Anche sceneggiatore e attore, ha 47 anni.


Il film è preceduto da un delizioso corto dei Minions in versione Ali della libertà, dinamico e divertente. Nella versione originale, Brad Dourif è stato rimpiazzato da Pharrel Williams come narratore, il che mi perplime notevolmente. Se Il Grinch vi fosse piaciuto recuperate Come il Grinch rubò il Natale di Chuck Jones e il pluricitato Il Grinch del 2000. ENJOY!


domenica 9 dicembre 2018

Monster Party (2018)

Giorni di ferie ma anche di malanni quindi quale occasione migliore per recuperare Monster Party, diretto e sceneggiato dal regista Chris von Hoffmann?


Trama: costretti dalle circostanze, tre ragazzi decidono di derubare una villa di ricconi nella quale si sta tenendo una festa. Purtroppo, i fanciulli non si troveranno davanti delle prede indifese...


Come Upgrade pochi giorni fa, anche Monster Party si è rivelato una gustosa supercazzola, forse più confacente al mio gusto rispetto alla parabola tecnologica di Whannell. Il film di von Hoffmann mi ha infatti bendisposta per un paio di motivi, che affondano sostanzialmente le radici nel suo stile un po' "new millenium" mescolato a una colonna sonora tipica di horror più vecchi e assai simile a quella dello scult I gusti del terrore. Quel gusto moderno di inizio nuovo millennio viene dato, prima ancora che dalla trama, dall'utilizzo di due attori presenti nella serie Runaways, alla quale Monster Party si rifà spesso sia per gli abiti coloratussi dei protagonisti in perfetto contrasto con l'eleganza dei loro "ospiti" sia per la presenza della bionda Virginia Gardner e di Julian MacMahon, sul quale tra l'altro vorrei tornare più avanti. Per quanto riguarda la trama, l'idea richiama l'atmosfera di quegli horror adolescenziali "blandi" che hanno segnato la fine di Notte Horror per come la conoscevamo noi figli degli anni '80 ma che, col senno di poi, non erano così disprezzabili e, soprattutto, nell'inserire momenti WTF azzeccavano anche qualche scelta di delizioso humor nero. E Monster Party è zeppo di ironia malata, di cattiveria gratuita rivolta anche a chi solitamente non la meriterebbe, due caratteristiche che forse si perdono nella confezione patinata e nell'opulenza tutta californiana della villa dei ricconi antagonisti ma che comunque ci sono e vanno apprezzate vista anche la profusione di sangue che comincia a scorrere a un certo punto del film. Il quale, tra l'altro, parte da un'idea banalissima alla quale se ne avvicenda una assai originale capace di ribaltare il punto di vista iniziale dello spettatore, benché fin da subito von Hoffmann cerchi di farci empatizzare con i tre ladruncoli protagonisti. In due parole, Monster Party è la versione "divertente" di Man in the Dark, con ricchi viziati al posto del maniaco cieco.


E che belle facce tra questi ricchi viziati! Robin Tunney e Julian McMahon, nientemeno. La prima è stata la splendida protagonista di Giovani streghe e nonostante fosse indubbiamente eclissata dalla divina Fairuza Balk è sempre un piacere e un tuffo al cuore rivederla, anche nei panni di "casalinga disperata" come in questo caso. Lui, beh... lui è sempre un gran porcone al quale i ruoli borderline vanno a pennello, soprattutto quando si tratta di dover interpretare un marito ambiguo e un viscido riccastro come in questo caso. Persino il pizzetto mefistofelico e quel taglio di capelli improponibile gli stanno divinamente e non riescono ad annullare la sua capacità di risultare sexyssimo con un solo sguardo o un solo gesto (gente che si lecca via il sangue dalle mani. Oh. My. Gawd). Tra i giovani attori spiccano invece le due bionde fanciulle, ché effettivamente il protagonista è un po' inespressivo, entrambe pescate dall'ampio bacino delle serie TV USA e assai credibili in un modo tutto loro: la Gardner fa una tenerezza infinita, mentre Erin Moriarty, dotata del classico viso da reginetta del prom tsoccola, si carica sulle spalle un personaggio ambiguo fino all'ultimo, una reietta nonostante le apparenze che trova comunque difficile staccarsi dall'eredità di famiglia. Accanto a loro, c'è tutto un variegato bestiario di caratteri impegnati in una lotta tra classi all'ultimo sangue, con un pizzico di Non aprite quella porta e La casa nera per dare allo spettatore motivo di vergognarsi per essersi divertito sulle disgrazie altrui, ragione in più per consigliare Monster Party come perfetto divertissement horror!

#Ciaone

Di Robin Tunney (Roxanne Dawson) e Julian McMahon (Patrick Dawson) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris von Hoffmann è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Drifters. Anche attore e produttore, ha 31 anni e un film in uscita.


Virginia Gardner interpreta Iris. Americana, ha partecipato a film come Halloween e a serie quali Glee e Runaways. Ha 23 anni e due film in uscita.


Erin Moriarty interpreta Alexis Dawson. Americana, ha partecipato a film come Captain Fantastic e a serie quali True Detective e Jessica Jones. Ha 24 anni e sarà la Annie January dell'imminente serie Amazon tratta da The Boys.


Sam Strike, che interpreta Casper, era già comparso in Leatherface mentre Kian Lawley, che interpreta Elliot Dawson, aveva partecipato a Prima di domani. Se Monster Party vi fosse piaciuto recuperate Man in the Dark e La casa nera. ENJOY!

venerdì 7 dicembre 2018

Nickname: Enigmista (2005)

Qualche tempo fa ho recuperato Nickname: Enigmista (Cry Wolf), diretto e co-sceneggiato nel 2005 dal regista Jeff Wadlow.


Trama: un ragazzo arriva al college e diventa amico di un gruppetto di coetanei che lo coinvolgono in uno scherzo ai danni dell'intero corpo studentesco. Far credere però che un assassino circoli per i corridoi del campus rischia di richiamare le attenzioni di un vero serial killer...



Nickname: Enigmista è uno di quei film che, proprio a causa dello stupido titolo italiano, uno rischia di non vedere mai, convinto di avere davanti il cugino povero e scabeccio di Saw: L'enigmista. In realtà, l'intera trama della pellicola poggia sul concetto di "gridare al lupo", come da titolo originale, finché qualcuno, giustamente, smette di crederci proprio quando servirebbe una mano per davvero; di più, la pellicola è un interessante esempio di come le fake news (che all'epoca, in assenza di Facebook, probabilmente nemmeno si chiamavano così) abbiano rapida presa all'interno di una comunità e di come l'informazione può essere manipolata da chi conosce un minimo il pubblico di riferimento. Questo succedeva, vi ricordo, anche in The Hole, a cui Nickname: Enigmista deve moltissimo per un paio di aspetti fondamentali, tuttavia qui la storia non viene raccontata da diversi punti di vista ma solo da quello di Owen, studente trasferitosi in una nuova scuola che entra in contatto con la bella Dodger e il suo gruppetto di amici appassionati di "giochi di ruolo". In realtà, il gioco che vede impegnati i ragazzi è la versione appena più patinata di Killer, dove bisogna semplicemente scoprire l'assassino che si nasconde tra i giocatori, e giustamente a un certo punto Dodger decide di alzare la posta e convince la matricola a far giocare l'intero istituto, diffondendo una mail in cui si parla di uno spietato killer pronto a fare strage di studenti dopo avere già ucciso (questo per davvero) una ragazza poco distante. Un "l'ha detto mio cuGGino" all'ennesima potenza ma, come spesso accade negli horror, chi di fake news ferisce di fake news perisce, stavolta letteralmente, e un killer mascherato comincia a perseguitare realmente un Owen sempre più terrorizzato e i suoi nuovi amici. Questa quindi la trama di un film che, nonostante la sua apparente natura di slasher, offre ben pochi morti ammazzati, preferendo concentrarsi sul whoddunnit?, focalizzando i sospetti dello spettatore ora su questo ora sull'altro protagonista e, soprattutto, ricercando una quadra finale abbastanza invidiabile per questo genere di teen horror dove il WTF è sempre dietro l'angolo.


E' una fortuna che la trama di Nickname: Enigmista sia intrigante perché, obiettivamente, la messa in scena è invece un po' sciapa. Jeff Wadlow non è Wes Craven e si vede; nonostante un paio di "visioni" coloratissime e quasi in acido appioppate al protagonista, la regia non brilla, non brilla la colonna sonora, non brilla il look del killer e, in generale, sembra quasi di vedere la versione povera di So cos'hai fatto privata anche, e questo per fortuna, del "glam" dei protagonisti della famigerata saga. A proposito degli attori, Lindy Booth si mangia tutto il resto del cast con una performance da affascinante little bitch, machiavellica organizzatrice di un gioco che le si ritorce contro nei modi peggiori, "cappuccetto rosso" nelle mire di un lupo che lei stessa ha richiamato. Gli altri si assestano in una scala di valori che va dal dimenticabile (i vari amici di contorno i quali, nonostante abbiano più o meno tutti un ruolo fondamentale, rimangono segregati nella nicchia del cliché, protagonista compreso) al simpatico, dove per simpatico intendo Jon Bon Jovi chiamato a fare da guest star in un ruolo più serio di quanto avrei creduto. Mi si dice QUI che l'adattamento di Nickname: Enigmista è probabilmente uno dei peggiori mai realizzati, con forzature imbarazzanti e ancor più imbarazzanti censure a livello di dialoghi e forse per questo non ho apprezzato il film quanto avrei dovuto/sperato. Di sicuro, l'ho trovato una visione simpatica, rilassante e coinvolgente e se non siete avvezzi al genere ma volete immergervi in una serata a base di brividi "leggeri" ma non stupidi, potreste aver trovato la pellicola che fa per voi... magari, però, recuperatela in lingua originale.


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Wadlow ho già parlato QUI. Gary Cole (Mr. Matthews) e Jared Padalecki (Tom) li trovate invece ai rispettivi link.

Lindy Booth interpreta Dodger. Canadese, ha partecipato a film come American Psycho 2, Wrong Turn, L'alba dei morti viventi, Kick-Ass 2 e a serie quali Psi Factor, Relic Hunter,The 4400, CSI: NY, Cold Case, Ghost Whisperer e Supernatural. Anche regista, ha 39 anni e un film in uscita.


Se Nickname: Enigmista vi fosse piaciuto recuperate The Hole. ENJOY!

giovedì 6 dicembre 2018

(Gio) WE, Bolla! del 6/12/2018

Buon giovedì a tutti!! Ovviamente al Multisala savonese non è uscito lo splendido La casa delle bambole - Ghostland ma chissenefrega: l'ho già visto e ne parlo QUI, a voi consiglio di NON perderlo assolutamente perché rientrerà nella Top 5 horror di fine anno. Per il resto, cos'è arrivato a Savona? ENJOY!


Colette
Reazione a caldo: Wow!
Bolla, rifletti!: Per quanto non sopporti la Knightley, il trailer del film è molto interessante benché non abbia assolutamente idea di chi fosse la scrittrice chiamata Colette. Un buon modo per scoprirlo, no?

Alpha - Un'amicizia forte come la vita
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Storia di un'amicizia tra un ragazzo e un lupo, tipico film da distribuire a Natale per attirare al cinema genitori e figli. Scartato, nonostante le immagini sembrino molto belle.

La prima pietra
Reazione a caldo: Mmmhhh...
Bolla, rifletti!: Siccome voglio molto bene a Guzzanti potrei anche tentare la visione di questo film, specchio di un disagio sociale che in Italia sta prendendo sempre più piede.

Al cinema d'élite torna Nanni Moretti.

Santiago, Italia
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Ci credete che non ho mai visto un film di Nanni Moretti? E ci credete che non ho voglia di cominciare con questo documentario, che pur pare molto interessante e adatto ai terribili tempi d'ignoranza che stiamo vivendo? Sono una brutta persona, lo so.

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