venerdì 8 aprile 2022

La figlia oscura (2021)

Apparso come una meteora il 31 dicembre su Netflix, dov'è rimasto solo per 24 ore, è uscito ieri al cinema La figlia oscura (The Lost Daughter), diretto e sceneggiato nel 2021 dalla regista Maggie Gyllenhaal a partire dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.


Trama: Leda è una professoressa di lingue e traduttrice in vacanza in un'isola della Grecia. Lì, l'arrivo della giovane Nina e della sua famiglia scatena nella donna dolorosi ricordi...


Lungi da me voler fare la splendida, ma non sapevo affatto che La figlia oscura fosse stato tratto da un libro della Ferrante e mi è venuto da ridere quando, guardando il film, ho pensato "sembra uno spin-off de L'amica geniale" solo per poi scoprire che, effettivamente, l'autrice era la stessa. Lungi da me passare anche per esperta di Elena Ferrante, visto che ho letto solo la già citata quadrilogia de L'amica geniale, eppure il modo in cui l'autrice riesce a parlare di donne soffocate dalle convenzioni della società è facilmente riconoscibile e, oserei dire, unico. Come Lina e Lenù, anche Leda è una donna dal passato zeppo di dolore e rimpianto, a cui guarda, in età già matura, dopo l'incontro con la giovane Nina e la figlioletta Elena; giovane promessa della letteratura e della traduzione, Leda ha vissuto gli anni dell'affermazione professionale "schiacciata" dalla presenza di due bambine piccole e di un marito dal futuro promettente ma incerto quanto il suo, in un torbido miscuglio di amore per la famiglia e desiderio di essere libera e affermata senza essere limitata dal ruolo di madre e moglie. Da donna priva di figli e non ancora sposata, non posso che apprezzare il modo in cui la Ferrante (e in questo caso la Gyllenhaal, che ne accoglie il punto di vista riportandolo sullo schermo) tratteggia queste donne che vivono nella vergogna di avere desideri egoistici ai quali si abbandonano con un costante senso di colpa a pungolarle, dolorosamente consapevoli di quello che la società pretende da loro e straziate dall'innegabile sentimento di amore profondo e odio infastidito che alternativamente provano davanti alle creature che hanno messo al mondo; ipocritamente, penso ogni volta "ma guarda tu sta stronza", per poi sciogliermi in lacrime pensando "ma poveraccia, che vita orribile", presa dallo stesso dilemma sociale e morale di queste donne complicate e fragili, dalla psiche spesso appesa a un filo.


La figlia oscura
, a scanso di equivoci, è "solo questo". Nonostante il titolo inquietante, che evoca l'idea di un thriller psicologico, è la storia di una donna in vacanza che commette un solo, grande errore nel corso della stessa, un errore che la distanzia anche da chi vorrebbe la capisse, quella giovane mamma intrappolata da una famiglia che veglia su di lei e sulla sua bambina senza lasciarle un attimo di respiro. La regia evocativa della Gyllenhaal trasforma la rilassante vacanza nell'assolata Grecia in un angosciante limbo all'interno del quale passato e presente si fondono e la fragilità mentale si fa anche fisica, tra sprazzi di vicende che hanno ormai acquisito i contorni di un sogno (o un incubo) e una realtà "nemica", dove ogni cosa può essere fonte di fastidio, se non addirittura di pericolo; il montaggio di Affonso Gonçalves, già abituato a narrazioni simili, rende i passaggi tra presente e passato incredibilmente fluidi e naturali e, nonostante questo, riesce a trasmettere allo spettatore la stessa confusa inquietudine di cui è preda Leda. Il punto di forza de La figlia oscura, tuttavia, sono state per me le interpretazioni. Olivia Colman è da anni una certezza e ho amato tantissimo la fragilità che la sua Leda cerca di dissimulare con un atteggiamento consapevole e spavaldo, le sue chiacchiere "impanicate" e la sua profonda tristezza, ma la sorpresa del film è stata Jessie Buckley, che interpreta Leda da giovane conferendole quel fascino "scazzato" tipico dei personaggi della Ferrante, offrendo il ritratto di una donna carismatica ma dalle profonde insicurezze, capace di grandi gesti di affetto e anche di crudeltà inaudita (lo so, io che non ho figli dovrei stare zitta, ma davanti alla bambina che chiede semplicemente un bacino sul dito tagliato mentre la madre nemmeno la guarda, ho provato l'insana voglia di strozzare Leda). Come avrete capito, La figlia oscura è uno di quei slow burn psicologici in cui succede davvero poco o nulla e che chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare dall'atmosfera; a me è piaciuto parecchio ma se non amate questo genere di film state lontani chilometri. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Olivia Colman (Leda), Dakota Johnson (Nina), Ed Harris (Lyle), Peter Sarsgaard (Professor Hardy) e Alba Rohrwacher (escursionista) li trovate invece ai rispettivi link.

Jessie Buckley interpreta Leda da giovane. Irlandese, ha partecipato a film come Judy, Sto pensando di finirla qui e a serie quali Chernobyl e Fargo. Anche cantante, ha 33 anni e due film in uscita. 


Oliver Jackson-Cohen interpreta Toni. Inglese, lo ricordo per film come The Raven, L'uomo invisibile e per le serie Hill House, The Haunting of Bly Manor. Ha 36 anni e due film in uscita. 





mercoledì 6 aprile 2022

The Scary of Sixty-First (2021)

Si torna a parlare di horror, dopo la lunga parentesi da Oscar. Avevo promesso a Lucia, la quale si immola spesso per evitarci ciofeche, che stavolta mi sarei offerta io di provare The Scary of Sixty-First, presente sulla piattaforma Shudder, diretto e co-sceneggiato nel 2021 dalla regista Dasha Nekrasova, e mi sono pentita dell'offerta...


Trama: due ragazze vanno a vivere assieme in un appartamento di proprietà di Jeffrey Epstein e lì cominciano a succedere cose strane...


The Scary of Sixty-First
ha vinto un premio all'ultimo festival del Cinema di Berlino per la migliore opera prima. E' evidente, dunque, che io non capisca nulla di cinema visto che non consiglierei questo film al mio peggior nemico a meno che quest'ultimo non si sia pesantemente drogato prima, cosa che probabilmente hanno fatto la regista e gli attori durante la realizzazione di quest'opera (esiste un bluray costosissimo, pare, e nel commento audio si evince che molte cose siano state realizzate, fatte, aggiunte "alla Boris"). Ma andiamo con ordine, cerchiamo di non essere antipatici fin da subito. Per capire meglio che caspita sia The Scary of Sixty-First forse bisogna conoscere prima qualcosa sulla regista, Dasha Nekrasova. Costei è diventata famosa negli USA per un podcast di estrema sinistra, definita nello specifico "dirtbag left", ovvero quel tipo di sinistra che pratica un uso estensivo di umorismo particolarmente gretto e volgare per esprimere le proprie opinioni spesso populiste, in soldoni sono la versione speculare dei Trumpiani. Non ho mai ascoltato il podcast Red Scare, non ho particolare desiderio di farlo, ma mi pare di aver capito che i temi principali siano la critica al capitalismo, al femminismo e al liberalismo, in generale alla sinistra troppo "molla" e fighetta. Ciò in effetti spiegherebbe perché buona parte di The Scary of Sixty-First preveda lunghi dialoghi imperniati su temi politici, cospirazioni di poteri forti e controlli mentali da parte della CIA tra una tizia senza nome (interpretata dalla stessa Dasha Nekrasova) e Noelle, quest'ultima ritrovatasi ad abitare in un lussuoso appartamento Newyorchese appartenuto a Jeffrey Epstein. Se non sapete chi era costui, Epstein era un magnate della finanza arrestato per uno scandalo sessuale a sfondo pedofilo (in cui è finito coinvolto anche l'ex Duca di York, Andrea, sul quale poi torneremo) che, qualche anno fa, si è apparentemente impiccato in cella, cosa che ovviamente ha scatenato il solito coro di "noncielodicono" di chi sospetta che, in realtà, Epstein o sia stato ucciso oppure abbia solo inscenato la propria morte. 


The Scary of Sixty-First
imbastisce dunque la sua trama horror su questa figura deprecabile, con le due protagoniste, Noelle e Addie, che vanno a vivere in uno degli appartamenti di proprietà di Epstein e lì trovano parecchi indizi che dovrebbero portarle a scappare fin da subito, senza guardarsi indietro. L'idea alla base di tutto sarebbe di una banalità sconcertante ma anche capace di dare comunque vita ad un ottimo film: Epstein non era solo un pedofilo ma era anche impelagato con culti satanici e Noelle ed Addie diventano le vittime designate di una maledizione terribile, schiacciate da un'atmosfera di claustrofobica paranoia che aumenta nel momento in cui una ragazza senza nome si introduce in casa loro per indagare sui mille misteri di Epstein, "stuzzicando" ancora di più le forze del male. Purtroppo, il modo in cui la vicenda viene trattata è confuso, raffazzonato, apparentemente noiosissimo all'inizio e terribilmente trash da un certo punto in poi, quando la "possessione" demoniaca (?) di Addie si traduce in un florilegio di masturbazioni sulle effigi di Andrea di York e pugni in faccia alle foto di Sarah Ferguson, durante i quali ho riso più del dovuto. Leggendo qualche recensione qui e là ho visto scomodare nomi importanti come quelli di Polanski e Kubrick (il biglietto che si vede alla fine è identico a quello che trova Tom Cruise alla fine di Eyes Wide Shut), io se volete ci aggiungo anche Fulci o Argento, ma non vuol dire nulla: anche io ogni tanto mi ispiro allo stile dei mangaka giapponesi per disegnare, ma il risultato è comunque una merda e lo stesso vale per The Scary of Sixty-First.


Dasha Nekrasova
non è totalmente interdetta, per carità. Ha occhio per l'atmosfera vintage, azzecca alcune sequenze suggestive, sa come sfruttare un atmosfera squallida e trucida per trasformare New York nell'antitesi del glamour, popolata da gente deprimente e instabile di mente, e prova persino, sul finale, a giocare la carta del satanismo sanguinolento e del thriller psicologico facendo sicuramente riferimento a quei grandi nomi di cui sopra. Purtroppo il risultato è imbarazzante a più livelli, sia perché la Nekrasova mette troppa carne al fuoco ricoprendola di una quantità spropositata di dialoghi orribili e messi in bocca a gente in botta da speed (davvero a volte sembra di ascoltare il podcast delirante di due fulminate), sia perché i personaggi del film sono delle macchiette ridicole, dei cliché ambulanti, i residuati bellici di quelle orribili pellicole indie ed underground degli anni '80/'90; per dirne una, non si capisce perché Addie e Noelle siano andate a vivere insieme visto che si disprezzano, né perché, posseduta da Epstein (??) Addie si trasformi in una bambina vogliosa di scopare (ma ti pare? Una ragazzina vittima di Epstein perché dovrebbe avere voglia di sbattersi un vecchio o di masturbarsi sulle iniziali del maniaco che l'ha seviziata? Ma che orrore!), ma l'elenco di cretinate senza capo né coda potrebbe continuare per ore. Come se tutto ciò non bastasse, gli attori sembrano usciti dritti dritti da The Room e non lo dico perché The Room è il film più brutto della storia (ho visto di peggio), ma perché sia il ragazzo che interpreta Greg, sia l'attrice che intepreta Noelle, hanno la stessa impostazione lamentosa del famigerato "I did nAAAt" di Tommy Wiseau e i loro litigi sono talmente cringe da farmi rivalutare quelli tra Johnny e Lisa. Shudder, santo cielo, ma come hai potuto distribuire 'sta roba?

Dasha Nekrasova (vero nome Daria Dmitrievna Nekrasova) è la regista e sceneggiatrice del film, inoltre interpreta "la ragazza". Bielorussa, è al suo primo e finora unico lavoro come regista mentre come attrice ha partecipato a serie quali Mr. Robot e Succession. Ha 31 anni.



martedì 5 aprile 2022

Madres paralelas (2021)

Il penultimo film recuperato in vista della Notte degli Oscar è stato Madres Paralelas, diretto e sceneggiato nel 2021 dal regista Pedro Almodóvar.


Trama: Janis è una fotografa di quarant'anni, che rimane incinta nel corso di una relazione con un archeologo; in ospedale incontra Ana, adolescente rimasta incinta dopo una violenza sessuale di gruppo, e tra loro si forma un legame...


¿Que pasa, Pedro?
Me lo sono chiesta alla fine di Madres Paralelas, ennesima pellicola sul moscio andante recuperata durante la forsennata corsa agli Oscar, imperniata su argomenti talmente scottanti che avrebbero dovuto sciogliermisi gli occhi in lacrime e, invece, mi hanno lasciata a fissare lo schermo facendo spallucce. Dov'è finito il Pedro Almodóvar capace di emozionare e stupire lo spettatore, che qui inserisce, per buona misura, un paio di scene lesbo completamente "a cazzo di cane" neanche fosse un vecchio rattuso? Non lo so, ma qui, salvo per la bellezza della fotografia e delle scenografie o per la presenza di un paio di attrici feticcio, non l'ho proprio trovato, e Madres Paralelas si è rivelato un mezzo pasticcio pieno di buone intenzioni portate a perdere. Sono tanti, infatti, i temi importanti presenti in Madres Paralelas. Si parte da ben tre diverse concezioni di maternità in tre età diverse, con persino dei rimandi alla condizione della donna nell'epoca franchista, si passa attraverso esperienze terribili come stupri di gruppo, morte, abbandono e depressione e si arriva a un discorso più ampio sulla storia e su come questa non possa mai venire cancellata o messa a tacere, nonostante in molti provino a farlo, quindi carne al fuoco ce ne sarebbe. E Madres Paralelas non è nemmeno un film orribile, perché è dotato di una bella fotografia e delle ottime scenografie, inoltre la recitazione di Pénelope Cruz e della co-protagonista Milena Smit è decisamente di alto livello. Eppure, almeno con me, il film non ha funzionato.


Non ha funzionato perché tutta la carne al fuoco è stata messa in piatti separati, senza che si amalgamassero tra loro. Le vicende raccontate, soprattutto la "cornice" della fossa comune con dentro i cadaveri di uomini fucilati dai soldati di Franco, sembrano slegate le une alle altre oppure unite in maniera talmente forzata che, a tratti, sembra di guardare una soap opera; il cuore della trama, in particolare, è qualcosa di talmente "grosso", importante e sconvolgente (benché sia un twist che si capisce più o meno dopo 20 minuti) che quando i nodi dello stesso vengono al pettine ci si aspetterebbe un po' più di tempesta emotiva da parte dei personaggi, invece la cosa viene gestita abbastanza in fretta, come se non fosse quello il punto su cui soffermarsi. Magari non lo era, d'accordo, però allora non ho capito quale fosse l'aspetto più importante per Almodóvar, visto che ogni cosa mi è parsa buttata lì per far mucchio, per assistere a confronti tra donne (e uomini, talvolta) interessanti ma privi di cuore, fiaccati da un'eccessiva insistenza sulle tenere faccette di bambine e sulle moine delle mamme, a proposito delle quali apro una parentesi. Ammazza quanto è difficile essere madri in Spagna, devastate dai figli nonostante la presenza costante in casa di almeno una colf e una tata: furba è stata la Cruz a prendersene una multitasking, anche se un po' pesa e rompipalle, bisogna dirlo. Alla prossima, Pedro!


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Janis), Rossy De Palma (Elena) e Julieta Serrano (Brígida) li trovate ai rispettivi link.

venerdì 1 aprile 2022

The Fallout (2021)

Attirata dalle recensioni positive su Letterboxd, ho recuperato in questi giorni The Fallout, opera prima della regista e sceneggiatrice Megan Park.


Trama: sopravvissuta ad una sparatoria a scuola, Vada cerca come può di superare il trauma...


Documentarsi sulle stragi scolastiche americane è qualcosa di sconfortante e i numeri che escono fuori dalla mera lettura di pochi articoli sono da mettersi le mani nei capelli, così come la chiara percezione della necessità, da parte di studenti ed insegnanti, di proteggersi da qualcosa purtroppo insito nella cultura della loro "gloriosa" nazione. Non esistono leggi chiare né mezzi di prevenzione salvo la loro versione delle nostre esercitazioni antincendio, esiste solo la certezza che possedere delle armi è un diritto e che le pene per chi le lascia alla portata dei minori, in alcuni stati, sono anche troppo blande, nonostante le stragi scolastiche siano solo la punta dell'iceberg di incidenti mortali praticamente quotidiani. L'idea che mi sono fatta, da quarantenne italiana che la scuola non la vedrà mai più nemmeno col lanternino, è quella di un ambiente "rassegnato", fatto di persone che vivono tranquille nonostante esercitazioni ad hoc e che cercano di non pensare alla concreta possibilità di morire più per una sparatoria in classe che per un incidente stradale; ovvio, il fatto che l'intera società sia ormai rassegnata non vuol dire che simili eventi non siano scioccanti e drammatici, e da qui parte appunto il film The Fallout che racconta, come da titolo, gli strascichi di una strage scolastica.


L'esordiente Megan Park sceglie, in maniera molto intelligente, di non mostrarci nulla della strage e di metterci nei panni di tre ragazzi terrorizzati che, mentre le pallottole esplodono, pregano disperatamente che all'assassino non venga mai in mente di entrare nel bagno dove sono rifugiati, in una delle sequenze più angoscianti viste quest'anno. Dopo questo inizio concitato e sconvolgente, The Fallout rallenta, mette da parte ogni tentativo di fare critica sociale o analizzare i motivi che hanno portato alla strage e preferisce concentrarsi su Vada, una normalissima ragazza senza particolari pregi o difetti, una studentessa "qualsiasi" che non ha né la capacità né l'interesse di trasformare un'esperienza orribile in uno spunto per migliorare la società o la vita dei suoi coetanei. Da questo punto di vista, The Fallout è apprezzabile per non essere né il solito film americano d'incoraggiamento o formazione, né l'ennesimo ritratto dell'angst giovanile tutto drama e autodistruzione, piuttosto cerca di riportare fedelmente una realtà in cui i sopravvissuti vorrebbero solo tornare a vivere normalmente, ad essere ragazzini "stupidi" con problemi "semplici" legati ad amicizie, amori e famiglia. Vada (e con lei Mia, una delle ragazze più popolari della scuola) si ritrova presa tra il terrore cieco che le impedisce di tornare a scuola e il desiderio di avere contatti umani che abbiano vissuto la sua stessa esperienza e non la forzino ad aprirsi o a ricordare; attraverso il suo sguardo, arriviamo a cogliere tutte le sfumature del trauma, non solo di chi ha provato l'orrore sulla pelle o ha perso qualcuno ma anche delle vittime collaterali, soprattutto dei familiari di chi è sopravvissuto e ne è uscito irrimediabilmente cambiato.


Questo drammatico slice of life funziona in primis grazie alla bravura degli interpreti, visto che i legami umani sono il cuore di The Fallout. Il film è quasi interamente retto dalla meravigliosa interpretazione della giovane Jenna Ortega la quale, oltre ad essere bellissima a mio parere, incarna alla perfezione l'esempio di una generazione "smart" perennemente connessa, ben consapevole di tutti i problemi che affliggono il mondo eppure per nulla interessata ad affrontarli; Vada riconosce la fortuna di essere sopravvissuta ma non riesce a trovare un motivo per cui le sia toccata, e il disagio derivante dall'assenza di un "motivo", di un qualcosa che la indichi come speciale o migliore di altri o destinata ad un futuro grandioso, è palpabile in ogni azione dell'attrice. La bravura della Ortega è tale da far brillare tutto il resto del cast, anche in virtù dei bei dialoghi scritti da Megan Park, e riesce a dar vita a molti momenti toccanti (soprattutto durante i dialoghi con la sorellina minore, perfetto esempio di annoying pre-teen che si atteggia a donnina vissuta ma riesce comunque a risultare adorabile) e a parecchie sequenze apparentemente divertenti e sciocche, eppure tinte di una tristezza impossibile da ignorare. Il messaggio offerto dalla Park e dal suo The Fallout non è incoraggiante, nonostante il linguaggio giovane e spesso allegro utilizzato, e lascia addosso allo spettatore la terribile e, ahimé, realistica sensazione di gioia e tranquillità precarie, di un equilibrio passeggero che rischia di venire mandato in frantumi in pochissimo tempo, di giovani (e, con loro, di famiglie ed insegnanti) abbandonati da quello Stato che dovrebbe tutelare la loro vita quotidiana e la loro felicità. Se dovesse arrivare in Italia, date una chance a questa perlina, visto che Jenna Ortega avrà in futuro parecchio da dire!


Di Jenna Ortega (Vada) e Shailene Woodley (Anne) ho già parlato ai rispettivi link.

Megan Park è la regista e sceneggiatrice del film. Canadese, è al suo primo lungometraggio e lavora principalmente come attrice, infatti ha partecipato a film come Le cronache dei morti viventi, Demonic e ad episodi di serie come Young Sheldon. Ha 36 anni. 


Julie Bowen
interpreta Patricia Cavell. Americana, ha partecipato a film come Un lupo mannaro americano a Parigi, Come ammazzare il capo... e vivere felici, e a serie quali E.R. - Medici in prima linea, Dawson's Creek, Lost e Weeds; come doppiatrice, ha lavorato in I Griffin, Ducktales e American Dad!. Anche produttrice e regista, ha 52 anni. 



mercoledì 30 marzo 2022

La persona peggiore del mondo (2021)

Gli Oscar ormai sono stati assegnati ma qualche recensione a tema la farò ancora uscire, nelle prossime settimane. Fa parte di quelli "rimasti indietro"  La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske), diretto e co-sceneggiato dal regista Joachim Trier nel 2021 e candidato a due premi Oscar (Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Film Straniero).


Trama: Julie sta per compiere 30 anni e non sa cosa fare della sua vita. Gli anni passano, così come gli amanti, ma qualcosa sembra sempre mancarle.


La persona peggiore del mondo
è la commedia romantica che prende a schiaffi le commedie romantiche, non c'è altro modo di definire l'ultimo film di Joachim Trier. Il genere in oggetto è uno di quelli che non sopporto granché, eppure, alla fine, a volte mi ritrovo a guardarle queste maledette commedie romantiche, e ad apprezzarle, perché chi non vorrebbe una storia d'amore come quelle che si vedono nei film, fatte di incertezze superabili con incredibili prove d'aMMore da parte del partner, preambolo di una vita da sogno, priva di qualsiasi tipo problema terreno? Ecco, la bellezza de La persona peggiore del mondo sta nell'abilità con cui Joachim Trier prende i cliché del caso, li usa consapevolmente, e li mette di fronte alla spietatezza della realtà attraverso una protagonista che definire incontentabile ed insicura è un eufemismo. Julia, a dirla tutta, non è incontentabile ed insicura in quella maniera accattivante e tutta americana che ci propinano da anni le rom-com, ma è come potremmo essere tutti noi: non sa quale carriera universitaria scegliere, quale lavoro fare, con quale partner stare, e si ritrova a 30 anni con un pugno di mosche in mano, circondata da persone che, ovviamente, le fanno le domande meno opportune. Julia non è neppure una di quelle protagoniste che decidono di prendere in mano la propria esistenza e cambiare drasticamente. Vorrebbe, come succede a tanti di noi, ma non ha il coraggio di buttarsi, soprattutto non dopo tanti tentativi andati a vuoto, e ovviamente sogna una vita migliore, guardando sempre "oltre" quello che le viene concesso di volta in volta, e ciò si manifesta prevalentemente all'interno della propria sfera amorosa. Prima parlavo di cliché, e i due uomini della vita di Julia vengono infatti introdotti come i più classici dei colpi di fulmine: il primo avviene durante l'incontro con l'artista Aksel, "l'uomo con cui Julia era sicura avrebbe passato tutta la sua vita", più vecchio di lei e conseguentemente legato a diversi valori, il secondo durante quello con Eivind, introdotto come l'anima gemella della protagonista, un uomo che le assomiglia in tutto o quasi.


Trier
ci mostra quello che accade quando l'amore si scontra con l'incapacità cronica di avere un equilibrio, quando anche il sentimento più romantico e il coronamento dei desideri vengono "sporcati" dai problemi della vita di tutti i giorni, dalle insicurezze e, come ho scritto sopra, lo fa introducendo anche argomenti "spiacevoli", se vogliamo, come la morte, la malattia, la vecchiaia, l'annoso problema dei figli, particolarmente sentito da Julia, forse più del lavoro. Lo stile del regista, di conseguenza, si fa fluido quanto la storia che racconta; alle riprese realistiche (ma mai noiose) della vita quotidiana di chi, in quanto artista, dovrebbe di norma averne una da sogno e invece vive come una persona normale, si alternano montaggi di corteggiamento e dialoghi tipici di una rom-com (esemplare la serata che Julia passa con Eivind, dove anche i dialoghi sembrano "troppo belli per essere veri"), assieme a sequenze irreali in cui Julia si perde in sogni d'amore che farebbero l'invidia di Amélie oppure incubi indotti da funghi allucinogeni durante i quali vengono a galla tutte le paure della protagonista. Il tutto viene caricato sulle spalle di tre attori mostruosamente bravi. Renate Reinsve è stata giustamente premiata come migliore attrice a Cannes ed effettivamente la sua interpretazione di Julia è coinvolgente, incredibilmente realistica ed espressiva nonostante il personaggio in questione sia difficile da gestire, perché il rischio di trasformarlo in una macchietta insopportabile è subito dietro l'angolo; Anders Danielsen Lie, da par suo, comincia forse un po' sottotono (all'inizio resta più impresso Eivind, anche grazie alla magica serata passata con Julie), ma mano a mano che il film prosegue arriva a conquistare un enorme fetta del cuore dello spettatore, con la sua schiettezza, la sua fragilità di uomo innamorato e, sì, anche con l'arroganza tipica dell'intellettuale. La persona peggiore del mondo è dunque un film che consiglio spassionatamente. Maneggiare con cautela, ovvio, perché il rischio di riconoscersi in qualche aspetto di Julia e di finire preda dell'angoscia guardandolo c'è, ed è tangibilissimo. 


Del regista e co-sceneggiatore Joachim Trier ho già parlato QUI.


La persona peggiore del mondo
è l'ultimo pezzo della Trilogia di Oslo, di cui fanno parte Reprise (lo trovate su Netflix) e Oslo, 31. august, che purtroppo non è disponibile su nessuna piattaforma streaming e quindi sarà un po' più arduo da recuperare. ENJOY!


martedì 29 marzo 2022

Il Bollodromo #95: Lupin III - Parte 6 - Episodio 24

Causa Oscar, l'appuntamento con Lupin III - Parte 6 è stato traslato ad oggi, e vi parlerò del season finale della serie, 悪党が愛すもの  (Akutō ga aisu mono - L'amore del cattivo).



Nell'ex magione di famiglia, un Lupin ormai privo di volontà propria e già vittima di una ferita semi-mortale è costretto a scontrarsi con Matja, decisa a ucciderlo. Un colpo di pistola seda i bollori dei due e preannuncia l'arrivo di Jigen, Goemon e Fujiko, i quali giustamente vorrebbero capire se il loro amico è definitivamente ammattito e pronto ad abbandonarli per Tomoe, che funge da sorridente spettatrice. Mentre Goemon tiene a tiro di spada Matja, Fujiko si trasforma in Megumi (o Duenote) de L'incantevole Creamy e comincia a schiaffeggiare Lupin manco fosse Shingo (o Pentagramma), finché il ladro non si scogliona e non le chiede di piantarla con la messinscena, visto che era già rinsavito prima e i nostri lo sapevano. Lupin era riuscito a sottrarsi alla suggestione ipnotica di Tomoe grazie a quei piccoli "dettagli" che, all'interno delle visioni, gli richiamavano alla mente i suoi amici; dalle parole di Lupin, inoltre, si evince che Tomoe non è mai stata sua madre e che a rubare la famosa scatoletta contenente la prova dal caveau del nonno era stato proprio Lupin, ipnotizzato dalla donna. Tomoe, impazzita, non fa in tempo a minacciare il suo "boyo" dicendogli che troverà di nuovo il modo per farlo suo, non importa quante altre ragazze dovrà manipolare per riuscirci, che Lupin le spara in petto levandosela per sempre dalle balle. 


Matja, dal canto suo, si trasforma in Sidney Prescott, la final girl che sa benissimo come i mostri vadano pugnalati almeno 300 volte altrimenti si rialzeranno, e usa Tomoe a mo' di puntaspilli per vendicarsi dell'infanzia passata a fare da assassina per la vecchiaccia. Lupin la ferma alla ventordicesima coltellata, offrendosi di fare da capro espiatorio, nel caso Matja fosse così cretina da non cambiare vita o da continuare ad accusarlo di averle rovinato la vita per conto terzi; il confronto tra i due (con gli altri che si tengono cavallerescamente in disparte) si svolge sul tetto della magione, e vede Lupin vittorioso nonostante Matja abbia coltelli ovunque e nonostante lui abbia una ferita che gli trapassa il torace più o meno all'altezza del cuore. Matja si convince a lasciar perdere nel momento in cui arriva Zenigata, che la arresta dopo averle comunicato che Arianna è ancora viva, e Lupin è libero così di andare nel caveau della magione con gli amici per recuperare la scatoletta, invano in quanto arrivati nel caveau il sistema di allarme li scaraventa in giardino. E' Jigen a scuotere l'amico che non sa più che pesci pigliare, al grido di "Tu pensi troppo e persino Goemon vince contro di te a poker!", cosa che porta Lupin a cercare la scatoletta addosso al cadavere di Tomoe. Trovata la scatoletta, per ringraziamento Lupin da fuoco a Tomoe e alla magione e, una volta presa visione del contenuto, getta tutto nelle fiamme, con sommo scorno dei suoi soci che mai sapranno quale sia il segreto di Lupin, se mai ce n'è uno.


Tutto torna alla normalità. Le partite a carte per decidere chi cucinerà, Zenigata attaccato alle costole, i nostri sono pronti per tornare a imperversare nel mondo e le fanciulle plagiate da Tomoe (quelle ancora in vita, ciao Hazel!) tornano alle loro esistenze, tra chi entra in prigione come Matja e chi evade come Mercedes, sulle note della commovente Bitter Rain, che chiude a mo' di chiosa tutta la stagione. Sulla quale, che dire... posso permettermi di parlare di "diludendo" e nemmeno troppo piccolo? Al di là della qualità tecnica dei singoli episodi, alcuni dei quali davvero bruttini a livello di animazioni, è proprio la storia in sé che non sa di nulla. Il tanto pubblicizzato Lupin vs Holmes ha tenuto banco per un paio di puntate iniziali in cui l'investigatore si è mostrato davvero un osso duro per tutti, ma il personaggio è stato ben poco utilizzato in seguito e la trama ha lasciato parecchie cose in sospeso. Due su tutte: cosa stava macchinando Albert? Perché Moriarty è stato introdotto come futuro del crimine quando poi non è stato più utilizzato? Guardare Lupin III - Parte 6 è stato come guardare l'ultima, orribile stagione di American Horror Story, divisa in due parti, con l'aggravante che almeno lo show americano non si è perso in filler inutili ed è andato dritto al punto; nel caso della serie animata, la seconda parte è stata sì meglio della prima, più interessante e particolare a livello di trama principale, ma mentre nella quinta serie il disagio dei vari personaggi è stato portato avanti con coerenza per quasi tutte le puntate, qui Lupin ha perso e ripreso il controllo nel giro di due (pur interessantissimi) episodi, mentre sarebbe stato molto più entusiasmante una lenta discesa dentro la follia, con i superstiti costretti a cercare l'aiuto di Holmes, Albert e Moriarty, cosa che avrebbe legato i due story arc. Cari amici della TMS, se mi pagate in gadget di Jigen giuro che vi metto a posto io le trame e le sceneggiature, non sarete nemmeno costretti ad ospitarmi in Giappone né darmi un solo yen, perché se la settima parte (sperando che prima arrivi un altro film di Takeshi Koike a rallegrarmi) sarà come questa avrete sulla coscienza la mia depressione!



Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

lunedì 28 marzo 2022

Oscar 2022

Buon lunedì a tutti! Quella di quest'anno è stata una delle premiazioni più vergognose della storia degli Academy Awards, con premi dati letteralmente a ca**o di cane (d'altronde, c'era il Potere del, tra i candidati); ringrazio la dolce gatta Sandy per avermi svegliata solo alle 5 di mattina, giusto in tempo per vedere Uma Thurman, Samuel L. Jackson e John Travolta omaggiare uno dei film più belli della storia, prima di dare un immeritato premio a un cretino, cosa che mi ha portata a spegnere la TV e rimettermi a dormire. ENJOY!


Cominciamo, come ogni anno, dal Miglior Film. Contrariamente a tutti i pronostici e anche un po' al senso logico, l'Oscar è andato a I segni del cuore, remake USA de La famiglia Bélier. Ora, io non ho mai visto l'originale e il film mi è anche piaciuto, ma come si fa a far vincere come miglior film una pellicola "derivata" da un'altra e, mi si dice, praticamente identica? Fossi nei realizzatori de La famiglia Bélier, mi girerebbero le palle a elicottero, visto che il loro film non era stato nemmeno considerato nella cinquina degli Oscar stranieri di quell'anno. Ovviamente, I segni del cuore ha vinto anche l'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Non Originale ma l'unico premio davvero dovuto e che mi ha resa felicissima è quello a Sian Heder, il mio attore preferito tra quelli Non Protagonisti. Nonostante un po' di giustizia, comunque, la vergogna resta e quelli assegnati a I segni del cuore sono due tra i premi più paraculi della storia degli Oscar.



E il favoritissimo Il potere del cane? Niente, s'è portato a casa "solo" una statuetta, quella per la Miglior Regia, che ha costretto la regista a salire sul palco con la lista della spesa. Giusto ridimensionamento di un film che a me non ha detto proprio nulla, salvato solo dalla perizia tecnica di Jane Campion, che effettivamente ha dato tutto il respiro necessario a un western atipico, sottolineando comunque la natura claustrofobica di paesaggi apparentemente sconfinati. 



Un'altra somma minchiata in una serata che ne era zeppa, è stato il premio come Miglior Attore Protagonista a Will Smith, che in Una famiglia vincente rifà se stesso tranne per quei cinque minuti in cui apre il cuore a una delle due figlie, durante i quali ho pensato "eccolo lì. Il momento in cui l'Academy non capirà più un belino e gli darà l'Oscar". Appunto. Una cosa buona, però, l'ex Principe di Bel Air l'ha fatta, ovvero tirare davanti a mezza America, sul palco, una cinquina in faccia a Chris Rock, reo di avere fatto una battuta di merda su Jada Pinkett Smith, moglie di Will. In un mondo migliore, Rock avrebbe risposto per le rime e il tutto sarebbe finito con le facce rotte di due degli attori che più detesto al mondo ma, ahimé, questo non è un mondo migliore. 


Una delle poche, vere gioie della serata è stato il premio a Jessica Chastain come Miglior Attrice Protagonista. In realtà, sono anni che la Chastain merita l'Oscar, e dispiace che a rimetterci sia stata Kristen Stewart, che in tutta onestà era la mia prima favorita, ma a caval donato non si guarda in bocca. Gli occhi di Tammy Faye vince anche un meritato Oscar per Make Up e Acconciature. 


Mezza delusione anche per l'Oscar alla Migliore Attrice Non Protagonista. Vero è che Ariana De Bose, come scritto QUI, è una delle poche cose per cui West Side Story è degno di essere ricordato e che supera di venti spanne la protagonista, ma il mio cuore è andato tutto alla dolorosa interpretazione di Jessie Buckley in La figlia oscura. Poteva andare peggio, tutto sommato, quindi auguro una carriera sfavillante alla bella Ariana.  


Anche l'altro favorito Belfast è stato brutalmente ridimensionato, e porta a casa solo il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale. A me fa venire da piangere che un film bello ma dalla storia banalotta, per quanto edificante, abbia surclassato Don't Look UpLicorice Pizza La persona peggiore del mondo, ma a quanto pare quest'anno andava di moda il trionfo del prevedibile, che vi devo dire. 


Ma parliamo della cosa più esilarante e vergognosa di tutte. Dune. Il film di Villeneuve mostra la sua supremazia vincendo TUTTI i premi tecnici, ma ovviamente, essendo un film di fantascienza (ORRORE!!) non ha potuto ambire a venir premiato come miglior film. Fotografia, Montaggio, Scenografia, Sonoro, Colonna Sonora Originale, Effetti Speciali e poi basta perché sono finiti, tutto s'è preso. Scuoto il capo con disappunto, prima o poi il talento di Villeneuve e la bellezza dei film "di consumo" realizzati da autori veri verranno riconosciuti.


Scontatissima la vittoria di Encanto per la categoria Film d'Animazione. Lo strapotere Disney, se posso permettermi, ha rotto le palle. Preferire Encanto, sebbene molto carino, a Flee I Mitchell contro le macchine, è qualcosa di incomprensibile per me. 


Altrettanto scontata la vittoria di Drive My Car nella categoria Film Straniero. E vabbé, sapete che io non sono andata matta per il film di Ryusuke Hamaguchi, a cui ho preferito Flee La persona migliore del mondo, ma sapete anche che sono una capra e che ogni premio che va al Giappone mi rende felice a prescindere, quindi sorvolo.


Riassumo qui quei due o tre premi che ancora mancano, come quello, meritato, per i Migliori Costumi a Crudelia, quello per la Miglior Canzone Originale a Billie Eilish per No Time to Die (i miei complimenti qui vanno a lei, che si è vestita come un sacchetto della rumenta, e a J.K.Simmons, la cui faccia, quando lei parlava e saltellava sul palco avvolta da quell'orrore, era tutta un programma). Aggiungo quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Summer of Soul (...Or, When the Revolution Could Not Be Televised) come Miglior Documentario (ma Flee vi faceva così schifo???), The Queen of Basketball come Miglior Corto Documentario, The Windshield Wiper come Miglior Corto Animato e The Long Goodbye come Miglior Corto. E con questo concludo, vado anche io a prendere un po' a ceffoni Chris Rock, che lo merita sempre! All'anno prossimo (forse)!



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