venerdì 28 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Body Bags (1993)

La challenge horror oggi ha come tema "film per la TV". La scelta è caduta su Body Bags - Corpi estranei (Body Bags), diretto dai registi John Carpenter e Tobe Hooper nel 1993.


Body Bags
è un po' un cheat, nel senso che era nato come serie antologica per la televisione, ma è diventato un film quando l'emittente Showtime ha deciso di sospendere il progetto. Di un'intera serie sono rimasti dunque tre episodi e una cornice assai simile, per atmosfere e stile, agli intermezzi de I racconti della cripta, dove un "narratore" dall'umorismo assai macabro introduceva l'episodio settimanale. Il narratore, in questo caso, è quello delle grandi occasioni, perché proprio John Carpenter, nei panni di un coroner dedito al consumo di formalina e ben poco schifato dai cadaveri che lo circondano, funge da anfitrione all'interno della cornice del film. Le singole storie esplorano ognuna un sottogenere dell'horror: la prima, The Gas Station, è uno slasher, la seconda, Hair, una commedia nera  virata sui toni surreali alla Twilight Zone, e l'ultima, Eye, un body horror sovrannaturale. Ma andiamo con ordine. The Gas Station, diretto da John Carpenter, è un classico slasher urbano in cui una ragazza, sola in un luogo isolato, è costretta ad affrontare uno spietato killer che cerca di assassinarla, dopo essere stata "snervata" da una serie di incontri con diversi casi umani (il più inquietante dei quali ha il volto di un Wes Craven abbastanza irriconoscibile) e alcune piccole sventure "da distrazione". Un film abbastanza recente, Open 24 Hours, deve moltissimo a The Gas Station, che è un manuale condensato di elementi thriller capace di tenere con il fiato sospeso lo spettatore e, nonostante la sua breve durata, di piazzare anche un plot twist angosciante. Come aperitivo, per così dire, non mi è dispiaciuto, anzi. In tutta onestà, ero tesa come una corda di violino durante la visione.


Più sciocchino e divertente è invece Hair che, come da titolo, parla di capelli. Per citare Elio, quelli del protagonista "sono andati via e non torneranno mai", il che è causa di profondo sconforto, talmente profondo da intaccare persino quella che sembrerebbe una relazione ben avviata. In quanto dotata, al momento almeno, di capelli folti e spessi, il tormento del protagonista e la sua folle vanità mi hanno indotta a ridere spesso, più che a compatirlo, e in effetti l'esilarante interpretazione di Stacy Keach (affiancato da un paio di caratteristi d'eccezione, tra i quali la sempre sexyssima Deborah Harris) accentua la natura grottesca della minaccia horror che gli grava sulla capoccia pelata, una volta fatto ricorso a un "prodigio della tecnica frutto di ricerche e sperimentazioni che ci aiutano nel look". A livello di paura ed effetti speciali (un pochino ridicoli, a differenza di un make-up di prim'ordine) c'è da dire che Hair è l'episodio più debole dei tre, nonostante la regia di Carpenter, ma ha comunque delle implicazioni abbastanza disgustosette per riuscire a strappare qualche brivido, magari agli spettatori meno scafati.


Si torna a fare sul serio con Eye, episodio diretto da un Tobe Hooper in ottima forma (se penso che quell'abominio de Le notti proibite del Marchese De Sade è dello stesso anno di Body Bags mi sento male). Il segmento inizia con una mutilazione terrificante, sbattuta in faccia allo spettatore con degli effetti speciali ottimi, e continua con visioni agghiaccianti che portano lentamente alla follia il giocatore di baseball professionista interpretato da Mark Hamill. Eye è più lungo degli altri due episodi, quindi gli sceneggiatori hanno un po'più di respiro nel dare un minimo di background all'orrore che stravolge la vita di Brent e tratteggiare i protagonisti, il rapporto che intercorre tra Brent e la moglie Cathy e, soprattutto, la loro natura profondamente religiosa; la Bibbia, in particolare, diventa sia veicolo per una rapida follia, sia ultima fonte di salvezza, almeno parziale, perché il tono di Eye è cupo, disperato e tremendamente serio, a differenza dei due episodi che lo hanno preceduto. Un vero peccato che Hooper non si sia tenuto un po' di ispirazione per i successivi lungometraggi della sua carriera, ahimé.


Riassumendo, Body Bags è un piacevolissimo figlio del suo tempo, un horroraccio senza troppe pretese né chissà quali particolarità, salvo l'essere pieno zeppo di belle facce adorate dagli amanti del genere. Non incute particolare paura, soprattutto quando traspare la natura televisiva di un'opera che, in particolare per quanto riguarda Carpenter (si dice che l'estenuante processo di make-up per trasformarlo nel coroner gli abbia fatto passare ogni velleità, ma visto il modo in cui gigioneggia sullo schermo, a me sembra si sia anche divertito!), è sicuramente stata vissuta dai registi come un divertissement e un mezzo per rilassarsi nell'attesa di progetti più seri, ma ho visto cose ben peggiori. Body Bags è l'espressione di una scena horror vivace e divertita, un film "brutto" con il suo perché, un piccolo baluardo di ciò che il nuovo millennio, di lì a poco, avrebbe spazzato via. Agli amici di Notte Horror che dovessero leggere il post, lo consiglio in particolare per l'annuale rassegna estiva, nel caso non lo avessero mai visto o non ne abbiano mai parlato sul blog. Chi non ha idea di cosa stia parlando ma volesse comunque passare una serata non troppo impegnativa davanti alla TV, può trovarlo su Prime Video


Dei registi John Carpenter (che ha diretto gli episodi "The Gas Station" e "Hair", oltre a partecipare come Coroner) e Tobe Hooper (che ha diretto l'episodio "Eye" e compare come medico dell'obitorio) li trovate ai rispettivi link, come anche Tom Arnold (medico dell'obitorio), Robert Carradine (Bill), Wes Craven (Uomo pallido), Peter Jason (Uomo alla pompa di benzina), Sam Raimi (il cadavere di Bill), David Naughton (Pete), George 'Buck' Flower (Straniero), David Warner (Dr. Lock), Deborah Harry (l'infermiera), Mark Hamill (Brent Matthews) e Charles Napier (Manager della squadra di baseball).  

Stacy Keach interpreta Richard Coberts. Americano, ha partecipato a film come Classe 1999, Fuga da Los Angeles, American History X, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac, Machete, Sin City - Una donna per cui uccidere, Cell, Gotti - Il primo padrino e a serie quali L'ispettore Tibbs, Oltre i limiti, Will & Grace, E.R. Medici in prima linea e Due uomini e mezzo. Come doppiatore, ha lavorato in Rugrats e I Simpson. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e un film in uscita. 


Tra le varie guest star segnalo la presenza di Greg Nicotero (l'uomo col cane nell'episodio Hair), la modella Twiggy (Cathy Matthews nell'episodio The Eye) e il regista Roger Corman (Dr. Bregman). A Clive Barker era stato chiesto di partecipare, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Se Body Bags vi fosse piaciuto, recuperate Creepshow, Creepshow 2 e I delitti del gatto nero. ENJOY 

mercoledì 26 marzo 2025

A Different Man (2024)

Nonostante la vittoria di Sebastian Stan ai Golden Globe e una nomination agli Oscar per il miglior trucco, in Italia è stato distribuito solo la settimana scorsa il film A Different Man, diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Aaron Schimberg.


Trama: Edward, affetto da neurofibromatosi, vive nel disgusto del suo aspetto fisico. Decide quindi di cogliere al volo la possibilità di sottoporsi ad un trattamento sperimentale che, nel giro di qualche tempo, gli restituirà un volto normale, privo dei segni della malattia. Ma non sempre la bellezza si accompagna alla felicità...


La visione di A Different Man mi ha messa davanti alla consapevolezza che la mia memoria, ormai, non vale più una cicca, o mi sarei ricordata dell'esistenza di Adam Pearson, presentatore e attore inglese affetto da neurofibromatosi che avevo già avuto modo di vedere in Under the Skin. Oddio, è anche vero che, forse, avevo voluto proprio dimenticare un film che non mi era granché piaciuto, ma il mio cervello l'ha rimosso a tal punto che credevo la trama imbastita da Aaron Schimberg partisse da un'idea horror come tante. Invece, la neurofibromatosi esiste davvero, chi ne soffre deve convivere ogni giorno col volto sfigurato dalla malattia, e giuro che vorrei avere anche solo un briciolo dello spirito di Adam Pearson, io che nemmeno mi guardo allo specchio dopo la doccia per lo schifo che provo davanti al mio fisico meno che atletico. Il che è un po' il discorso su cui si fonda l'intero concetto di A Different Man, ovvero la disperata fuga da ciò che si è e l'incapacità di migliorare ciò che è in nostro potere cambiare, anche quando le circostanze ci favorirebbero. Edward, il protagonista del film, è un attore affetto da neurofibromatosi. Le sue giornate si alternano tra provini per ruoli adatti al suo volto e un'esistenza solitaria all'interno di uno squallido appartamento. Edward, ogni giorno, cerca di essere invisibile, di non richiamare l'attenzione di altri, neppure quando ne andrebbe della qualità della sua vita, quando avrebbe ogni ragione di lamentarsi. Un giorno, a Edward capita quello che succede nelle favole: una fatina buona, incarnata da un dottore spregiudicato, con un colpo di bacchetta magica (leggi: un dolorosissimo mix sperimentale di medicinali) lo rende bello, anzi, bellissimo. Edward dichiara la morte del suo vecchio io, rinunciando anche ai pochissimi legami che era riuscito a creare, e si costruisce una nuova identità, quella di Guy Moratz. A testimonianza di come la natura profonda di Edward non sia cambiata per nulla, basta già vedere il nome generico che si è scelto,"Guy", e il lavoro anonimo come agente immobiliare, in un ufficio dove il protagonista evita ogni rapporto profondo coi colleghi. 


Le cose precipitano quando Ingrid, ex vicina di casa con velleità di sceneggiatrice, dopo la "morte" di Edward decide di mettere in piedi una produzione off-Broadway basata proprio su di lui. Scoperto lo spettacolo per caso, Guy/Edward fa di tutto per ottenere il ruolo di protagonista, arrivando ad indossare la maschera che i medici avevano modellato sulle sue fattezze prima del trattamento. E' un cortocircuito mentale quello di Edward, la consapevolezza che il suo aspetto "bello" lo rende anche anonimo, un volto nella folla, mentre in precedenza proprio la sua malattia lo distingueva dalla massa, per quanto in negativo. Ancora peggio, Edward viene definito dalla neurofibromatosi nonostante la bellezza ritrovata. Prima, la sua condizione era la scusa per un'esistenza infelice, solitaria e grigia; dopo il trattamento, la malattia diventa un segreto impossibile da rivelare che gli avvelena esistenza e sanità mentale, soprattutto dopo la comparsa di Oswald, a sua volta deturpato dalla neurofibromatosi eppure capace di vivere appieno, trasformando la malattia nella ciliegina sulla torta di una personalità scoppiettante e vivace. Aaron Schimberg racconta dunque la storia di un uomo incapace di affermarsi, a prescindere da quali siano i suoi problemi, un uomo privo di un'ancora a cui appigliarsi per non andare alla deriva, e lo fa coi toni grotteschi di una commedia nera e il linguaggio di un body horror. Purtroppo, parte di quelle fregnacce presenti negli imbarazzanti video (de)motivazionali interpretati da Edward sono vere, già solo la vista degli effetti devastanti della neurofibromatosi sconvolgono la nostra percezione di "normale"; inoltre, il fatto che chi è affetto dalla malattia sia nato "sano" e poi abbia perso il controllo del proprio corpo, è la base fondamentale di ogni body horror che si rispetti. Dopo aver visto il film, mi rendo conto che solo The Substance avrebbe potuto battere gli effetti speciali di A Different Man, ma è davvero una bella lotta, visto che sia il trucco prostetico di Edward che i terrificanti step della sua trasformazione in Guy, forniscono materiale da incubo. 


Un'altra caratteristica che rende A Different Man uno dei film più originali e, a parer mio, migliori dell'anno scorso, è la presenza di ottimi attori. Sebastian Stan prosegue nella sua carriera di belloccio in cerca di ruoli che non lo definiscano solo per il suo aspetto (in questo, è assai simile a Dan Stevens, che però ha scelto un percorso ancora più weird) ed è perciò l'interprete perfetto per Edward. Dopo la trasformazione, infatti, sembra quasi che il protagonista sia diventato bello "suo malgrado", e conserva la postura goffa e timida, nonché lo sguardo ferito, che lo caratterizzava prima della sua guarigione, al punto che non si potrebbe mai definirlo "figo". Renate Reinsve continua invece a confermarsi "la persona peggiore del mondo", con un giusto mix di fascino e crudele incostanza che, inevitabilmente, inghiotte tutte le personalità deboli ed insicure, come quelle del protagonista. Un'ambivalenza simile, di attrazione e rifiuto, l'ho provata anche verso il personaggio interpretato da Adam Pearson, e non per il suo aspetto fisico ma perché, molto intelligentemente, la sceneggiatura di Schimberg lo tratteggia come un vincente logorroico e, nonostante Edward non sia perfetto, inevitabilmente adottiamo il punto di vista del protagonista; razionalmente, ammiro Oswald perché ammiro Adam Pearson, ma lasciandomi coinvolgere da ciò che vede e sente Edward, è inevitabile arrivare a percepirlo come un vanesio rompicoglioni e a provare rabbia per la "facilità" con la quale è in grado di vivere bene, a differenza di Edward. Potenza del cinema, con tutto il rispetto per Pearson, ovviamente. Anche per questo motivo, ritengo che A Different Man sia uno dei film migliori presentati agli Oscar di quest'anno, ed è davvero un peccato che non abbia avuto maggior successo durante la Awards Season e, conseguentemente, che sia uscito al cinema in Italia senza la spinta di un'eventuale corsa ai recuperi prima della premiazione. Datemi retta e correte a vederlo, prima che lo tolgano dalle sale, soprattutto se avete la fortuna di averlo proiettato in lingua originale, perché l'accento di Pearson è spettacolare! 



Di Sebastian Stan (Edward), Charlie Korsmo (Ron Belcher) e Michael Shannon (Michael Shannon) ho parlato ai rispettivi link.

Aaron Schimberg è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, ha diretto altri due film, Go Down Death e Chained for Life


Renate Reinsve
, che interpreta Ingrid, era la protagonista de La persona peggiore del mondo. Non avrei scritto quanto segue se non mi fossi detta "ma dai, questo bancone, questa inquadratura, mi sembra di averle già viste": la scena del bar in cui Edward osserva Oswald ed Ingrid è stata girata nello stesso locale visto in Past Lives e, addirittura, Edward è seduto dov'era seduta Nora. Se vi fosse piaciuto A Different Man recuperate The Elephant Man, The Substance e Apri gli occhi. ENJOY! 

martedì 25 marzo 2025

Biancaneve (2025)

Lo so. Avrei dovuto correre a vedere La scimmia, cosa che invece, se tutto va bene, succederà domani. Giovedì scorso, invece, sono andata al cinema per Biancaneve (Snow White), diretto dal regista Marc Webb.


Trama: alla morte del padre, la principessa Biancaneve rimane sola nel castello, al servizio della perfida Regina cattiva. Quando quest'ultima, invidiosa della sua bellezza, decide di farla uccidere, Biancaneve fuggirà nel bosco, dove incontrerà sette nani minatori e un gruppo di ribelli...


Forse voi non ve ne rendete conto, ma sono quattro, dico QUATTRO anni che ce la fanno a fette con questo Biancaneve. Non se lo sarebbe filato nessuno, se non fosse per un'incredibile combinazione di marketing mal gestito, attrici prive evidentemente di uffici stampa che gettavano benzina sul fuoco, fomentando genitori inorriditi all'idea che fosse un film "femminista" (avrebbe dovuto co-sceneggiarlo Greta Gerwig, per fortuna sua non se n'è fatto più nulla) in cui la protagonista "si salva da sola senza l'aiuto del Principe", nani (anzi, persone affette da acondroplasia) che lamentavano di non essere stati consultati, foto di scena prima ripudiate poi tristemente confermate da una Disney che deve aver cambiato la trama in corsa tante di quelle volte da arrivare, alla fine, al risultato più banale possibile. Tranquilli, Biancaneve è sempre la solita solfa. Stavolta, sì, la principessa ambisce all'essere impavida, come erano i suoi genitori, e il suo obiettivo principale è riprendersi il regno, popolato da persone le cui coscienze sono state addormentate da una regina amante del lusso, ma da qui a salvarsi da sola ci passa un abisso. Biancaneve è sempre la solita minchia di mare, e il principe che principe non è, a meno di non intenderlo in senso RobinHoodiano (ci torniamo su sta cosa), le para il culo non una, bensì due volte, nonostante sia poco meno cretino di lei, ci tengo ad aggiungere. Per quanto riguarda i nani, non arriviamo all'orrore che era Biancaneve e il cacciatore, con le facce di attori di altezza "comune" appiccicate su corpi non loro, perché sono stati realizzati aggiungendo un po' di CGI ad un film dove l'unica cosa non creata al computer sono i costumi (forse), ma sono comunque bruttarelli. Cucciolo, in particolare, sembra la versione semovente del ragazzino di Mad Magazine, e la cosa che mi ha sconvolta dalle risate, in tutto questo, è vedere George Appleby messo lì a mo' di contentino, di Ottavo Nano guzzantiano, all'interno del gruppo dei Merry Men ribelli della foresta (che sembrano i protagonisti delle vecchie pubblicità di Oliviero Toscani per la Benetton, ma più straccioni). La storia d'amore, per completisti e nemici del "woke", c'è sempre ed è sempre basata sul nulla, su un paio di canzoncine aggiunte alla bisogna all'interno di una colonna sonora che contiene una marea di inediti di pura derivazione Frozeniana (scritte dagli stessi autori che hanno vinto un Oscar per City of Stars, santo cielo!!) più le canzoni iconiche del Biancaneve del 1937; il risultato è che un film apparentemente leggero diventa una lagna di rara pesantezza, salvato giusto dal numero musicale dedicato alla Regina cattiva e da Impara a fischiettar


Le mille idee trapelate nel corso di quattro anni, in primis quella che voleva i compagni di Biancaneve come creature mitologiche del bosco, sono state spazzate via e ridotte a favore di un'opera che probabilmente annoierà i bambini e che, agli occhi un adulto, sembra incredibilmente puerile. La stessa ribellione di Biancaneve è posticcia, perché la principessa non scappa dal castello spinta dal desiderio di cambiare le cose, ma per il terrore di venire uccisa dalla Regina. Quest'ultima, poveraccia, è scritta su un foglio di carta velina; a parte il fatto di aver messo la figliastra a lavare pavimenti e vietato le sagre paesane, il film non si impegna neppure a fornire un'espressione "visiva" dell'orrore in cui è piombato il villaggio sotto il suo regno. Certo, i paesani vestono coi toni del grigio, ma considerato che nel comparto costumi e props si è andati talmente al risparmio che le pietre preziose e i gioielli sembrano di plastica quanto quelli usati in Descendants, non credo sia una cosa così brutta. E rimanendo in tema di regia, scenografia, ecc. L'unica scelta felice di Marc Webb è un'omaggio iniziale a La casa di Raimi (anche se non si capisce perché gli alberi si vogliano mangiare Biancaneve mentre soldati e ribelli camminano nel bosco come se niente fosse), il resto è un trionfo di leziosità assortite appiccicate a un green screen, sulle quali spiccano i terrificanti animaletti sorridenti che seguono Biancaneve neanche fosse San Francesco, i fiori posticci che cicciano nel bosco e quel trionfo di mal di testa che è la miniera dei nani, finta come una moneta da 3 euro. Passando invece a parlare di attori, almeno di quelli in carne e ossa, Rachel Zegler e Gal Gadot ci credono, si divertono e si vede, gli altri sembrano passare lì per caso. In particolare, il povero Andrew Burnap nei panni del non-principe Jonathan perde il confronto impietoso non solo col Robin Hood di Kevin Costner ma persino con quello di Cary Elwes in Robin Hood un uomo in calzamaglia, film evidentemente presi a modello da Marc Webb ed Erin Cressida Wilson, come dimostrano la fuga dal carcere e il fatto che, durante le scene nel bosco, mi aspettavo di sentire cantare "We are men, we are men in tights!". Per farla breve, Biancaneve non è un film brutto perché woke, inclusivo, irrispettoso, buonista: è un film mediocre perché dà un colpo al cerchio e uno alla botte per quanto riguarda la sceneggiatura, e perché, a livello di regia, fotografia ed effetti speciali, si assesta sui bassi livelli qualitativi tipici delle recenti produzioni Disney (il doppiaggio italiano, per esempio, ci regala un favoloso "affinché lo specchio RISPONDEVA". Ditemi che ho avuto un'allucinazione uditiva). Se penso che, a sei anni, il mio primo film visto al cinema è stato Biancaneve e i sette nani e i seienni di oggi devono accontentarsi di questa robetta, mi viene pena per loro.


Di Gal Gadot, che interpreta la Regina cattiva, ho già parlato QUI mentre Martin Klebba, che doppia Brontolo, lo trovate QUA.

Marc Webb è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 51 anni. 


Rachel Zegler
interpreta Biancaneve. Americana, la ricordo per film come West Side Story, Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente e Y2K. Ha 24 anni. 


Se Biancaneve vi fosse piaciuto recuperate Biancaneve e i sette nani e il Biancaneve di Tarsem. ENJOY!

venerdì 21 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Exhuma (2024)

La horror challenge questa settimana prevedeva la visione di un film in una lingua diversa dall'inglese. Purtroppo, non ho trovato l'opera che avevo puntato, ma mi sono rifatta con Exhuma (Pamyo) diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Jang Jae-hyun.


Trama: una sciamana e il suo assistente vengono contattati da un ricco uomo d'affari per indagare sulla misteriosa malattia del primogenito neonato. Una volta capito che il male nasce dallo spirito inquieto di un antenato, la sciamana contatta un esperto di feng shui e il responsabile di una ditta di pompe funebri per spostare ed esorcizzare il luogo di sepoltura del defunto, scatenando una serie di eventi nefasti...


Di Exhuma avevano detto tutti meraviglie ma, purtroppo, fino alla settimana scorsa non ero riuscita ancora a guardarlo. Ora che l'ho fatto, non posso esimermi dall'unirmi al coro unanime di apprezzamenti, perché Exhuma è uno degli horror più interessanti e, soprattutto, coinvolgenti visti di recente, anche se per un pubblico occidentale non è un'opera facilissima da approcciare. La trama, infatti, è molto radicata nella storia della Corea del Sud, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di sudditanza col Giappone, e anche nelle credenze religiose, nelle leggende e nelle superstizioni sudcoreane. Poco danno, perché sicuramente il film fa venire voglia di documentarsi al riguardo, il che è sempre una cosa positiva, e anche perché, fortunatamente, la trama e i personaggi sono così ben costruiti che la visione risulta comunque molto piacevole. Exhuma racconta uno dei (si suppone) tanti casi di un eterogeneo gruppo di "risolutori" formato da una sciamana, il suo giovane assistente, un esperto di feng shui nonché geomante, e l'amico impresario di pompe funebri. Tutto inizia quando un ricco coreano emigrato in America chiede l'aiuto di Hwa-rim per curare il figlio neonato, afflitto da una misteriosa malattia. La sciamana capisce che il piccolo, così come tutti gli uomini della famiglia ancora in vita, sono stati maledetti da un antenato, incapace di trovare pace nella sepoltura. Chiede così aiuto al geomante Sang-deok, per capire cosa ci sia che non vada nel luogo dove è stato sepolto l'uomo, e il gruppo va ad indagare in una misteriosa foresta popolata da volpi (le volpi, nella cultura giapponese, hanno una fortissima valente magica e spirituale), un luogo di sepoltura dalla chiara natura nefasta. Le azioni di Sang-deok e soci, atte ad esorcizzare il defunto, danno il via, come spesso accade negli horror sud-coreani, ad uno sdoppiamento della trama, per cui un pericolo tutto sommato "facile" da sventare ne nasconde un altro ben più terribile e complesso, che potrebbe anche causare la morte dei protagonisti. In questo caso, il problema di Exhuma è che i personaggi principali sono tutti ugualmente adorabili, ognuno caratterizzato da pregi e difetti che li rendono umani e molto interessanti, al punto che verrebbe voglia di aver tra le mani un'intera serie di film per conoscere il loro passato e come sono arrivati a fare gruppo per risolvere magagne sovrannaturali.


Oltre ad avere un parterre di protagonisti carismatici, che avranno modo di evolvere ulteriormente nel corso del film, Exhuma è molto affascinante, perché presenta una mitologia particolare, basata su rituali e leggende ai quali noi occidentali non siamo avvezzi. Da appassionata del Giappone, ho apprezzato molto che si facesse un confronto tra spiriti sudcoreani, apparentemente più "malleabili" o comunque esorcizzabili con riti sciamanici, e quelli giapponesi che, come Ju-On insegna, non si possono fermare neppure con le cannonate, e sono persino passabili di evolvere in divinità maligne, regolate da complessi equilibri naturali di non facile comprensione. Exhuma è un horror commerciale, che in patria ha fatto sfracelli al botteghino, quindi è "fruibile" anche da chi non tollera opere troppo splatter, sperimentali o paurose. A differenza del nostro horror commerciale medio, però, è incredibilmente curato sotto ogni punto di vista: dagli effetti speciali, mai invasivi e molto ben fatti, alle coreografie dei rituali sciamanici, dalla regia, passando per la bella fotografia, fino ad arrivare agli attori principali.  Choi Min-sik è una garanzia da decenni, lo sappiamo, e il personaggio di San-deok è un equilibratissimo mix di serietà professionale, fragilità umana e tratti faceti ma anche spicci, tuttavia il resto del cast non sta lì per bellezza. Kim Go-eun interpreta una sciamana carismatica e affascinante, e brilla anche nei momenti più drammatici del film, quanto a Lee Do-hyun e Yoo Hae-jin superano lo status di semplici spalle e, con l'umanità imperfetta dei loro personaggi, apportano un equilibrio fondamentale alla riuscita dell'opera. Exhuma è un film che dura più di due ore ma, grazie a tutte queste caratteristiche, scorre con una facilità estrema nonostante la sua natura sibillina per il pubblico occidentale, intrattenendo e spaventando come la versione di lusso delle opere cinematografiche prodotte dalla Blumhouse. Lo trovate a noleggio su quasi tutte le piattaforme italiane, vedete di non fare come me e di recuperarlo il prima possibile! 


Di Choi Min-sik, che interpreta Kim Sang-deok, ho già parlato QUI.


Jang Jae-hyun
è il regista e sceneggiatore della pellicola. Coreano, ha diretto altri due film, The Priests Svaha: The Sixth Finger. 

mercoledì 19 marzo 2025

La città proibita (2025)

Domenica sono andata al cinema a vedere La città proibita, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato dal regista Gabriele Mainetti.


Trama: Mei, originaria della Cina, arriva a Roma per cercare la sorella, costretta a lavorare nel bordello del boss Wang. Marcello, cuoco all'interno del ristorante di famiglia, finisce suo malgrado coinvolto nelle vicende di Mei...


De La città proibita non ho visto neppure un trailer, sono corsa al cinema senza farmi domande, fidandomi del nome di Mainetti, dell'amore provato verso le sue due pellicole precedenti e della consapevolezza che il suo nuovo film avrebbe avuto come tema portante il kung-fu. Se leggete il Bollalmanacco da qualche tempo, sapete bene quanto, pur non essendo un'esperta del genere, adori i film dove le arti marziali e i combattimenti corpo a corpo sono un'aspetto importante della trama. In particolare, impazzisco quando a picchiare come un fabbro ferraio è una donna, e posso assicurarvi che Mei, la protagonista de La città proibita, è una dei migliori "fabbri" che vedrete sul grande schermo. Anzi, mi permetto di fare mie le parole di Lucia, e affermare senza problemi che, al momento, La città proibita è il film migliore del 2025 e faccio davvero fatica ad immaginare, nei prossimi mesi, l'uscita di una pellicola che racchiuda dentro di sé così tanti elementi in grado di risuonare nel mio animo in questo modo. Se ancora ce ne fosse bisogno, Mainetti ha riconfermato la sua incredibile capacità di prendere le caratteristiche tipiche di un genere (il cinecomic, il coming of age contaminato con l'horror e il fantastico, il film di arti marziali) ed immergerlo all'interno del contesto storico-culturale romano, con la Città Eterna che si fa personaggio a tutti gli effetti, sia che il film sia ambientato nel presente, sia in un passato neppure troppo remoto, creando opere originalissime all'interno di un panorama cinematografico nazionale desolante. Non stupisce che le sale siano mezze vuote davanti a La città proibita, uscito a ridosso dell'ennesimo successo a firma Paolo Genovese. Proprio all'interno del film di Mainetti, c'è un interessantissimo discorso imperniato sull'incapacità di evolversi, di accettare il cambiamento, sui tentativi disperati e patetici di lasciare tutto come un tempo e proteggere l'"identità nazionale" dalle influenze multietniche, e il panorama cinematografico italiano è proprio così: pochi "eroi"dalla mentalità aperta, che tentano di far rinascere il cinema di genere in Italia, con un occhio al mercato internazionale e il gusto estetico delle grandi produzioni hollywoodiane o asiatiche, troppi "dinosauri" per i quali cinema equivale o a mattonata autoriale o a trampolino di lancio per comici televisivi, produzioni che ripropongono sempre le stesse storie, con uno stile somigliante alle peggiori fiction RAI, attori cani e velleità autoriali che conquistano solo il pubblico d'élite e i festival. E' una realtà tristissima, soprattutto perché Mainetti fa sembrare tutto così maledettamente facile, con la sua innata abilità di cavare persino il sangue dalle rape, trasformandole in diamanti (non ci credete? Confrontate la performance di Ilenia Pastorelli in Lo chiamavano Jeeg Robot e quella in Occhiali neri, ricordandovi che Dario Argento è storicamente incapace di dirigere gli attori).


E diamanti, ne La città proibita, ce ne sono in abbondanza. Yaxi Liu è al suo primo film come protagonista, dopo anni di carriera come stuntman, e non solo le sequenze di lotta che la vedono coinvolta sono tra le più belle viste di recente in un film occidentale (anche grazie alla supervisione dell'action designer Liang Yang), ma la sua espressività nei panni di Mei è degna di un'attrice consumata. Il film prende il via nella Cina della politica del figlio unico, quando le coppie potevano appunto avere un solo figlio. Mei, nata dopo la sorella Yun, è la bambina da tenere nascosta durante i controlli, costretta ad esistere senza vivere davvero, con l'unico sfogo degli allenamenti quotidiani assieme al padre, legata a Yun da un amore profondo e un odio altrettanto intenso. La sua ricerca della sorella coinvolge, ogni rivelazione e snodo della trama colpisce lo spettatore con l'intensità dei calci e dei pugni della ragazza, ma il core emotivo del film non risiede solo in Cina. Il cast italiano regala allo spettatore una delle interpretazioni più belle di un attore enorme come Marco Giallini, che evolve nel corso del film da weirdissimo comic relief a qualcosa di molto più profondo e fondamentale; l'attore si carica sulle spalle un'ambivalenza difficilissima da tenere in equilibrio, e riesce nell'arduo compito di entrare nel cuore dello spettatore fino a spezzarlo nel prefinale, che mi ha vista piangere in sala senza ritegno alcuno. Quanto a Mainetti, il regista si è ulteriormente raffinato ed evoluto nello stile, cosa che non credevo possibile. Basta solo vedere la prima scena in cui Mei, adulta, va in cerca della sorella, e l'intelligenza con la quale viene mantenuta l'illusione che il personaggio non sia mai uscito dalla Cina, indispensabile veicolo del sorprendente shock culturale quando la porta del ristorante cinese si spalanca su una via dell'Esquilino. Non c'è una sola sequenza raffazzonata in La città proibita, ogni scena è costruita amalgamando alla perfezione luci, ombre, colori, scenografie e minuscoli dettagli, il montaggio confeziona scene di combattimento fluide e chiarissime e la musica, utilizzata con quell'adorabile originalità tipica del regista, è la ciliegina sulla torta. Potrei sproloquiare ancora per una decina di paragrafi su tutti i motivi per cui La città proibita mi sia piaciuto così tanto, ma farei degli spoiler fastidiosi e mi dispiacerebbe, perché ritengo sia un film da godersi con tutto l'ignorante entusiasmo del caso. Andate al cinema a vederlo, vi prego, alzateli quei culi pigri. Non fidatevi di chi, per cieco pregiudizio o antipatia nei confronti di un regista giovane, ambizioso e capace, lo ha stroncato senza appello prima ancora che uscisse, non urlate erroneamente alla "stronzata" solo perché si parla di kung-fu in Italia. C'è tanta di quella passione e competenza, in La città proibita, da poterci rendere orgogliosi di un regista come Mainetti. Andate, e spargete la voce!


Del regista e co-sceneggiatore Gabriele Mainetti ho già parlato QUI. Sabrina Ferilli (Lorena), Marco Giallini (Annibale) e Luca Zingaretti (Alfredo) li trovate invece ai rispettivi link.


Enrico Borello
, che interpreta Marcello, ha partecipato alla serie Supersex, mentre Yaxi Liu, che interpreta Mei, ha lavorato come stuntman in film come Mulan. Se La città proibita vi fosse piaciuto, recuperate Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out! ENJOY!

martedì 18 marzo 2025

L'orto americano (2024)

Mercoledì sono andata al cinema a vedere l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Pupi Avati, L'orto americano, tratto dall'omonimo romanzo scritto proprio dallo stesso regista.


Trama: Un giovane aspirante scrittore, alla fine della seconda guerra mondiale, incontra un'ausiliaria dell'esercito USA e se ne innamora a prima vista. Un'anno dopo, il ragazzo si reca in America, e il suo destino si intreccia nuovamente con quello dell'ausiliaria di cui è ancora innamorato, nonostante non l'abbia più vista dopo il primo, fugace incontro...


Avevo lasciato Pupi Avati nel 2019 con Il signor Diavolo, opera affascinante ma molto imperfetta, anacronistica nel suo essere fondamentalmente televisiva nella regia, nella fotografia e nello stile. Il signor Diavolo, per inciso, ero riuscita ad anticiparlo con la lettura del romanzo omonimo, che mi era piaciuto assai più del film, mentre stavolta L'orto americano mi ha colta impreparata, lasciandomi con un palmo di naso davanti ad un finale "a libera interpretazione" che, forse, avrebbe necessitato l'accompagnamento di un testo scritto. D'altronde, a me è parso che tutto il film vivesse di suggestioni ed interpretazione, ché fare le pulci alla trama è un attimo. Durante la visione, tra l'altro, mi è sembrato di avere davanti un pastiche di tre film e generi diversi. Ma di cosa parla, in sostanza, L'orto americano? Tutto prende il via dal colpo di fulmine che rapisce il cuore del protagonista senza nome, alla comparsa di una bella ausiliaria dell'esercito americano, subito ripartita assieme ai suoi commilitoni. Questo incontro fugace è quanto basta al protagonista, aspirante scrittore in grado di sentire la voce dei defunti, per sviluppare un amore senza tempo, quasi ossessivo, che si rafforza ulteriormente quando, una volta trasferitosi in America, il ragazzo scopre di essere il vicino di casa della madre della donna. Non solo: Barbara, questo il nome dell'ausiliaria, non è mai tornata in patria, ed è stata data per dispersa, addirittura morta, in suolo italico, lasciandosi dietro una madre dal cuore spezzato e una sorella che, approfittando della tragedia, è riuscita a coronare il proprio sogno d'amore col promesso sposo di Barbara. Un macabro ritrovamento all'interno dell'orto americano del titolo, e il conseguente ritorno in Italia, spingono il giovane scrittore ad indagare sulla scomparsa di Barbara. Qualche riga fa scrivevo che L'orto americano mi è sembrato l'unione di tre film diversi, nessuno dei quali particolarmente approfonditi. La pellicola comincia come una ghost story, sottolineando più volte la capacità che ha il protagonista di sentire i sussurri dei morti, ma questo aspetto si stempera all'interno di atmosfere più thriller e meno malinconiche, che portano ad una lunga parentesi processuale atta a scavare negli orrori della provincia italiana e poi, nuovamente, torna ad affacciarsi l'elemento macabro, quasi horror, affidato all'inquietante sguardo di un maniaco perverso e agli effetti speciali del sempre ottimo Sergio Stivaletti. Tutti questi aspetti mi sono sembrati poco amalgamati tra loro, e la stessa coerenza della trama mi è parsa sfilacciarsi in una serie di mezze verità, ipotesi, leggende e indovinelli che non necessariamente riescono a ricomporre un quadro completo, se collegate tutte assieme.


Da una parte, la natura sfuggente della vicenda narrata concorre ad aumentare il fascino de L'orto americano e conferisce al film, come già accadeva a Il signor Diavolo, quella qualità tipica del vecchio horror italiano in cui piccoli paesi diventano anticamere dell'inferno, dov'è facile finire prede di mostri ed assassini, o perdersi in campagne nebbiose senza lasciare traccia; a questo, L'orto americano aggiunge anche l'incertezza di un immediato dopoguerra fatto di morti anonimi, di un lento ritorno alla giustizia (per quanto ancora sommaria), di individui abbandonati a loro stessi ed altri che proliferano nel male. Purtroppo, L'orto americano conserva anche tutti i difetti de Il signor Diavolo, al quale è tuttavia superiore per alcune intuizioni di regia e per una splendida fotografia in bianco e nero, degna del cinema USA anni '30. Per esempio, la parte centrale del film è molto lenta, e alcuni attori, in primis il protagonista, che ho trovato molto poco incisivo, non sono assolutamente all'altezza, soprattutto le quote rosa del cast, con una Chiara Caselli che ho fatto persino fatica a capire e Morena Gentile fin troppo teatrale nei panni di Arianna, la sorella di Barbara. Ci sono poi un paio di elementi weird che, in un altro genere di film, avrei annoverato tra i difetti e che qui, invece, tornano a rinnovare l'idea di aver davanti una media produzione horror italiana di fine anni '70, rendendomi più indulgente del solito. L'apice lo tocca l'incubo "vaginale" del protagonista, ma lo seguono a ruota il prete americano denominato "Father Jesus" e quella specie di Don Camillo cartonato, portato come passeggero in bicicletta in posizione obliqua, neanche fosse un pezzo di baccalà, nella sequenza del carcere. In tutto questo, Pupi Avati ha due anni in più di Dario Argento, e vi ricordo che il secondo è da più di vent'anni che ci offre prove della sua senilità anzitempo, cadendo sempre più in basso ad ogni produzione. Avati, invece, anche nelle sue prove meno riuscite continua, con coerenza, a veicolare le sinistre atmosfere di un gotico padano sempre originale e ben riconoscibile. E per questo continuo ad essere contenta di guardare i suoi film in sala!


Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI


Il protagonista Filippo Scotti era il Fabietto di E' stata la mano di Dio. Andrea Roncato compare nei panni del maresciallo, mentre Cesare Cremonini in quelli di Ugo. ENJOY!  


venerdì 14 marzo 2025

2025 Horror Challenge: I diabolici (1955)

La horror challenge di Letterboxd oggi mi porta in Francia, dove ho trovato il film uscito negli anni '50 richiesto, ovvero I diabolici (Les diaboliques), diretto e co-sceneggiato nel 1955 dal regista Henri-Georges Clouzot a partire dal romanzo omonimo di Pierre Boileau e Thomas Narcejac.


Trama: Christina, direttrice di un collegio maschile, viene vessata da Michel, marito violento che, per di più, la tradisce con la collega Nicole. Esasperate, le due donne un giorno decidono di uccidere l'uomo...


Non avevo mai guardato I diabolici, ma ricordavo la trama e lo svolgimento della vicenda perché, all'epoca della sua uscita televisiva, avevo visto Diabolique, il remake del 1996, di cui mi è rimasto impresso persino il finale. Poco danno, perché I diabolici è simile ma anche abbastanza diverso dal remake e, soprattutto, è di una raffinatezza incredibile, e mette tensione oggi come 70 anni fa. Per rispetto del disclaimer finale, uno dei primi inviti cinematografici a non fare "i diabolici" e a non rovinare la sorpresa ai futuri spettatori, non starò a ricamare troppo sulla trama (anche perché, d'accordo, è un film molto vecchio e già oggetto di un remake, ma non dobbiamo averlo visto per forza tutti). Dirò solo che I diabolici è un thriller avente come soggetto un classico triangolo tra moglie, marito e amante di quest'ultimo, viziato dalla natura violenta e intimidatoria dell'uomo, rivolta ovviamente a entrambe; Michel, addirittura, vive dei soldi della moglie e del rispetto derivato dall'essere direttore del collegio maschile da lei fondato, e l'atteggiamento dell'uomo nei confronti di Christina si avvantaggia non solo della debolezza mentale di lei, ma anche della malattia cardiaca di cui soffre. L'amante, Nicole, insegnante nello stesso collegio, è ben più forte di Christina, ed è da lei che arriva l'idea di fare fuori un uomo sostanzialmente inutile e dannoso, che spadroneggia all'interno del collegio umiliando insegnanti e alunni. Ovviamente, il bello de I diabolici è ciò che segue la decisione di fare fuori l'insopportabile Michel, che inserisce il film nel novero dei thriller psicologici con una forte connotazione horror, nonostante il tentativo di alleggerire la vicenda con esilaranti siparietti di vita scolastica, fatta di insegnanti ubriaconi e studenti monelli. D'altronde, pare che Hitchcock avesse puntato il romanzo di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, arrivando ahilui in ritardo per un soffio (ma dalla penna dei due autori è uscito in seguito La donna che visse due volte, uno dei capolavori del regista!).


Da un certo punto in poi, I diabolici diventa un perfetto manuale di paranoia e tensione, che contrasta con una prima parte tutto sommato classica, anche a livello di regia. Nel momento in cui la malattia di Christina si aggrava, per motivi che non posso rivelare, lo stile si fa più vicino a un gotico in bianco e nero della Hammer, persino al Nosferatu di Murnau, e trasforma un semplice edificio scolastico in un labirintico castello fatto di ombre semoventi pronte a ghermire la direttrice del collegio, avvolta in una camicia da notte bianca che sembra risplendere di luce propria. C'è poi una scena che ho trovato semplicemente agghiacciante (debitrice invece delle opere di Tourneur), nonostante sapessi già dove andasse a parare il film, ed è sorprendente pensare come la sua efficacia derivi da un make-up da cartoleria unito ad un sapientissimo uso delle inquadrature e della fotografia, quando oggi la stessa sequenza risulterebbe probabilmente ridicola (dovrei riguardare il remake per un confronto). Per quanto riguarda gli attori, su tutti spicca la bionda "femme fatale" di Simone Signoret, col suo modo di fare volitivo e spiccio, incredibilmente moderno, ma anche Paul Meurisse nei panni di Michel non è da meno, e porta sullo schermo un personaggio talmente odioso che verrebbe voglia anche allo spettatore di farlo fuori. Ho trovato un po' meno incisiva Véra Clouzot, peraltro moglie del regista, ma anche questo è un elemento importante de I diabolici. Fin dall'inizio, Christina è connotata come una vittima rassegnata, come una "santa" costretta ad espiare o una bambina che necessita la guida della ben più salda Nicole, ed è terribile vederla subire in silenzio tutto ciò che le accade, neanche facesse parte dell'arredo dell'edificio che minaccia di inghiottirla. Se non l'avete ancora capito, ritengo che I diabolici sia uno dei capolavori del genere, e vi consiglio di recuperarlo se ancora non ne avete avuto l'occasione! 

Henri-Georges Clouzot è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Manon, Legittima difesa e Vite vendute. Anche produttore, è morto nel 1977. 


Simone Signoret
interpreta Nicole Horner. Tedesca, ha partecipato a film come La strada dei quartieri alti (che le è valso l'Oscar come miglior attrice protagonista), Le vergini di Salem, Adua e le compagne, La nave dei folli e La confessione . E' morta nel 1985.


Nel 1996 è stato realizzato un remake, Diabolique, che differisce completamente nel finale, rispetto all'originale. Se I diabolici vi fosse piaciuto recuperatelo! ENJOY!

mercoledì 12 marzo 2025

Flow - Un mondo da salvare (2024)

Non ho fatto in tempo a parlarne prima degli Oscar, ma è già qualche settimana che ho visto Flow - Un mondo da salvare (Straume) diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Gints Zilbalodis e, vista la vittoria come Miglior film animato, direi che è arrivato il momento di farvi conoscere questo gioiellino, se ancora non lo avete visto.


Trama: sorpreso da un improvviso e cataclismatico innalzamento globale delle acque, un gattino cerca di sopravvivere assieme ad altri animali...


Alla fine, non sono riuscita a vedere Memoirs of a Snail ma, per quanto riguarda la categoria lungometraggi animati, è quella che mi ha dato più soddisfazione, quest'anno. Flow - Un mondo da salvare (da qui in poi, per comodità, solo Flow) è una piccola opera realizzata in Lettonia, Francia e Belgio utilizzando soltanto il software Blender, un programma open-source che potrei utilizzare anche io, volendo. Con Blender, regista e animatori hanno lavorato senza storyboard disegnato, facendo tutto all'interno di un ambiente tridimensionale dove sono state posizionate delle telecamere "virtuali", che seguivano l'azione in tempo reale, seguendo un procedimento abbastanza complesso che potete trovare documentato online. Di queste cose non mi intendo, ci mancherebbe, ma ritengo che il risultato complessivo, salvo alcune animazioni effettivamente bruttine (quando il gattino protagonista sputa una palla di pelo, l'effetto è quasi dilettantesco), sia fluido e, nei limiti di un'opera animata con protagonisti animali dai comportamenti talvolta umani, molto naturale. Infatti, è vero che non mi intendo di tecniche di animazione, ma in casa ho due gatti, e non scherzo quando dico che spesso, guardando Flow, mi sono messa a parlare col felino protagonista, spronandolo, cazziandolo o vezzeggiandolo come faccio con le mie miciotte. Il modo di fare del gattino, miagolii compresi, è un compendio di idiosincrasie feline e il suo linguaggio corporeo è praticamente perfetto, e lo stesso vale per la natura sostanzialmente babbea del golden retriever che gli fa da compagno, il quale mi è sembrato uscire dritto dai divertiti (e spesso esasperati) racconti di una collega che ne possiede uno. In generale, pur mancando dei mezzi propri delle case di produzione più famose e blasonate, Flow sorprende per la grandiosità degli ambienti che si trovano ad attraversare gli animali del film; il regista e i suoi collaboratori hanno creato un mondo morente (o in procinto di tornare a vivere? Ci ragioniamo sopra più avanti) eppure maestoso, lussureggiante nei suoi elementi naturali e misterioso, antico, nelle poche architetture che scorgiamo durante il viaggio dei protagonisti. All'interno di un film completamente muto, le emozioni dello spettatore vengono scosse da sequenze capaci di unire la poesia della fiaba ad un prosaico senso di terrore, con momenti in cui l'inondazione cela un mondo da sogno, ed altri in cui la morte per annegamento, per fame o peggio, sembrano un destino inevitabile all'interno di una realtà stravolta e pericolosa. 


Tutto ciò viene mostrato attraverso gli occhi di un gattino grigio scuro, poco più di un cucciolo dai grandi occhioni, già abituato alla vita indipendente ed abitudinaria dei suoi simili. L'inondazione improvvisa lo costringerà ad aprire gli occhi su un mondo sconosciuto, che si estende al di là della casa dove va a rifugiarsi ogni giorno, e a stringere legami impensabili. Flow ci consegna un messaggio "muto" che invita a mettere da parte la paura e la diffidenza e celebra l'importanza dell'amicizia, della collaborazione, della generosità e dell'empatia, nonché del rispetto del passato (Cristo, scrivendo queste righe mi viene in mente la scena finale e non so se riuscirò a finire perché non vedo più nulla per colpa delle lacrime. Sì, Flow è un altro di quei lungometraggi animati, come Il robot selvaggio, che rischia di lasciare lo spettatore leggermente sensibile ridotto come uno straccio bagnato. Siete avvisati). Lo fa, come ho scritto sopra, mettendo in scena un mondo (protagonista fondamentale del film, quanto gli animali) che, per citare le parole di Stephen King "è andato avanti", dove la mano dell'uomo si percepisce palesemente, senza che si veda nemmeno un essere umano. Se gli uomini se ne sono volutamente andati, consapevoli del pericolo in arrivo, o sono scomparsi per qualche strano fenomeno, magari lo stesso che, a un certo punto, coinvolgerà l'animale più bello del film dopo il gattino, non è dato sapere; a me è sembrato che Flow non racconti una fine, quanto piuttosto un inizio, oppure un momento di transizione tra le due cose. Non è importante sapere la verità ai fini della fruizione del film, anzi, fa parte del suo fascino, ma è sicuramente qualcosa che mi ha dato da riflettere durante la visione, una curiosità che mi accompagna ancora adesso. Con questo dubbio amletico mi congedo e vi invito, se ancora non l'avete fatto, a recuperare Flow. Non fatevi spaventare dalla mancanza di dialoghi, perché la trama è coinvolgente e le animazioni sono davvero deliziose, quindi tenterei di farlo vedere anche ai bambini, magari a quelli (sempre più rari, lo so!) con una soglia di attenzione non troppo bassa.

Gints Zilbalodis è il regista e sceneggiatore della pellicola. Lettone, ha diretto un altro lungometraggio, Away. Anche produttore e animatore, ha 30 anni.


Se Flow - Un mondo da salvare vi fosse piaciuto recuperate La tartaruga rossa, Il robot selvaggio e Wall-E. ENJOY!

martedì 11 marzo 2025

Mickey 17 (2025)

Domenica sra sono andata a vedere Mickey 17, l'ultimo film scritto e diretto dal regista Bong Joon Ho, tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton.


Trama: dopo aver contratto ingenti debiti con un pericoloso criminale, Mickey Barnes decide di candidarsi come "sacrificabile" e andare nella colonia spaziale Niflheim. La sua condizione gli impone di morire e poi venire ricreato da una sorta di stampante, almeno finché le cose non cominciano ad andare ancora più storte...


Avevo sbirciato (non leggo mai veramente le recensioni prima di guardare i film e scrivere i post per il blog...) pareri assai tiepidi sull'ultima fatica di Bong Joon Ho. Per questo, nonostante il trailer mi avesse ispirato fin dalla prima visione, sono andata al cinema con aspettative abbastanza basse e forse, proprio per questo, mi sono molto divertita guardando Mickey 17. Come al solito, non ho letto il romanzo da cui è tratto, quindi non posso fare paragoni, ma Mickey 17 è una satira abbastanza corrosiva su una società che mastica e sputa il prossimo, sui riccastri e politici (non si fanno nomi ma il modello è abbastanza chiaro) che, dopo aver mangiato a sazietà nel nostro pianeta fino a rovinarlo, guardano a nuovi pascoli più verdi, e a ricrearsi un mondo a loro immagine e somiglianza. Mickey Barnes, ragazzo non proprio brillantissimo, decisamente incapace a scegliersi i migliori amici, rimane invischiato in una storiaccia di debiti e minacce di morte. Decide quindi di imbarcarsi nella missione spaziale capitanata dal politico Kenneth Marshall, candidandosi come "sacrificabile" per avere la certezza di lasciare la Terra. Un sacrificabile è il frutto di una tecnologia proibita in grado di clonare le persone e ricrearle con i ricordi della "versione" precedente, quindi può venire utilizzato per esperimenti e compiti mortali, senza troppi problemi morali (che sulla Terra, invece, ci sarebbero, visto che la tecnologia è stata bandita). I problemi cominciano quando il diciassettesimo Mickey, uscito in esplorazione sull'inospitale pianeta ghiacciato denominato Niflheim, sopravvive inaspettatamente, all'insaputa di chi, nel frattempo, ha creato la sua diciottesima versione. Dati i presupposti, e la voce narrante rassegnata e un po' babbea del povero Mickey, il film risulta un'opera spassosa e grottesca, ma non priva di momenti di riflessione; il protagonista viene trattato come un balocco da manipolare a piacimento, al limite oggetto di una curiosità morbosa ("Cosa si prova a morire?" è la domanda che tutti gli rivolgono), ma la sua condizione è un giusto un gradino sotto quella dei suoi compagni di viaggio, semplici "mezzi" per garantire a Marshall e alla moglie di soddisfare il loro ego ridicolo. Come ogni conquistatore da operetta, Marshall segue la sua ridicola visione, eleva simboli vuoti a segni divini, tratta qualsiasi vita come inferiore, soprattutto quella degli autoctoni, che diventano vittime di diffidenza e pregiudizio tanto quanto il povero Mickey, relegato al rango di sub-umano. La satira di Mickey 17 non è molto sottile, ma è sicuramente efficace, e tolti gli elementi sci-fi non si fa granché fatica a scorgere tristi scorci del nostro marcissimo presente.


Ora verrò bersagliata dalle "medaglie d'oro di sputo" (ciao, Lucio!) ma non mi ritengo granché esperta di Bong Joon Ho, quindi non stupitevi della mia incapacità di cogliere gli elementi salienti del suo stile, cosa che mi ha portata ad apprezzare ugualmente Mickey 17, nonostante sia stato accusato di essere "troppo americano". Posso dire che, a tratti, durante la visione mi è tornato in mente Okja, sia per i tanti elementi grotteschi della trama, sia per il sembiante dei mostrilli "striscianti" che compaiono nella pellicola; questi ultimi, a dire la verità, mi hanno ricordato anche l'Ohmu di Nausicaa della Valle del vento, un baluardo gentile ma feroce contro la stupidità umana e il desiderio di conquistare, inquinare, calpestare la natura, compresa quella umana. A questo proposito, gli effetti speciali non mi hanno fatto venire voglia di strapparmi gli occhi, come purtroppo accade sempre più spesso, e alcune sequenze, coadiuvate da una bella fotografia e un ottimo montaggio, mi hanno decisamente galvanizzata. Per quanto riguarda gli attori, col senno di poi sarebbe forse stato meglio guardare Mickey 17 in lingua originale, visto che Robert Pattinson funge anche da voce narrante, ma ho comunque apprezzato lo sforzo infuso dall'attore nell'interpretare Mickey nelle sue diverse incarnazioni, ognuna con un tratto caratteriale diverso, oltre alla noncuranza con la quale sfoggia un look simile a quello del Lloyd di Scemo e più scemo. Bravissimi, ovviamente, anche Mark Ruffalo, sempre più a suo agio nei ruoli weird di uomini di merdissima, e Nostra Signora Toni Collette, alla quale il regista ha confezionato una sequenza perfetta per la sua natura di horror queen, ma la piacevole novità è stata Naomi Ackie (già protagonista di Blink Twice)nei panni del personaggio più sensato e umano della pellicola. Se deciderete di andare al cinema a vedere Mickey 17, il mio consiglio per godervelo al meglio è dimenticare Parasite e le pellicole più autoriali di Bong Joon Ho; l'ultima opera del regista è decisamente più commerciale e "normale",se mi passate il termine, ma è un viaggio molto divertente e pieno di momenti inaspettati, che secondo me vale la pena intraprendere. Basta solo sapere a cosa andrete incontro!
 

Del regista e co-sceneggiatore Bong Joon Ho ho già parlato QUI. Robert Pattinson (Mickey Barnes), Steven Yeun (Timo), Naomi Ackie (Nasha), Daniel Henshall (Preston), Mark Ruffalo (Kenneth Marshall), Toni Collette (Ylfa) e Steve Park (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Mickey 17 vi fosse piaciuto recuperate Source Code e Infinity Pool. ENJOY!

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