martedì 15 marzo 2022

Cyrano (2021)

Il profumo di Oscar e il nome di Joe Wright mi hanno spinta a snobbare nuovamente IL Batman e a preferirgli Cyrano, diretto dal regista inglese e candidato per i costumi.


Trama: Cyrano, soldato e poeta, è innamorato da tempo immemore di Rossana ma rifiuta di dichiararsi perché affetto da nanismo. Quando la donna si invaghisce di Cristiano, Cyrano diventa, suo malgrado, confidente per lei e autore di eleganti lettere d'amore per lui, bello ma incapace di esprimersi a dovere...


Chi non conosce la triste storia di Cyrano de Bergerac, che viene narrata dalla fine del XIX secolo e che noi figli degli anni '80 conosciamo soprattutto grazie a Steve Martin e al suo Roxanne (ma anche un po' grazie a Gérard), che pur ce ne ha fornita una versione più felice ed edulcorata? Ma, soprattutto, chi non si è mai trovato nei panni scomodi del Cyrano di turno, ardente d'amore per una persona che non solo non ci considera, ma che pensa anche bene di raccontarci tutti i suoi problemi sentimentali con altr*? Il povero Cyrano è la versione battagliera e arguta dei Servi della Gleba (de)cantati da Elio e le storie tese, anestetizzati da una str... da una Rossana che cade come una pera cotta nella trappola dell'amore a prima vista, senza sapere nulla del bel giovine di cui si è invaghita, e pretende anche che detto giovine la corteggi come nessuna donna è mai stata corteggiata (nemmeno ce l'avessi d'oro bella mia, e che!), tessendone le lodi a chi, da anni, la ama in silenzio con una profondità di sentimento inarrivabile pur essendo brutto come il peccato (su sta cosa ci torniamo). A differenza di Rossana, che è la versione poco meno odiosa della Bedelia di Venerdì 12, Cristiano non è da prendere a schiaffi dal mattino alla sera, ma solo un babbalone innamorato stranamente consapevole di essere un manzo dalla testa vuota, che si sente giustamente in difetto per questo; è normale che Cyrano, spinto ad aiutarlo inizialmente per amore di Rossana, si affezioni sinceramente al ragazzo e cerchi di non mettergli i bastoni tra le ruote, anzi, gli presta la sua lingua di velluto anche a costo di vederlo convolare a nozze con la maledetta, e tutto ciò non può che riversarsi in tutta la sua complessa, tragicomica ingiustizia nel cuore dello spettatore che, pur sapendo a menadito la storia, si ritrova a sperare che Cyrano coroni prima o poi il suo sogno. Wright lo sa, abbraccia in toto la versione musical di una vicenda stra-conosciuta, la trasporta in una Sicilia desaturata dei colori e del sole ma non del fascino, e ci illude per due ore di poter forse avere un lieto fine.


Barocco nei costumi, come solo un musical ambientato nel '600 può essere, in realtà il Cyrano di Wright non è così sfarzoso a livello di scenografie (tranne per quanto riguarda l'inizio ambientato nel teatro) ma compensa il rigore naturale e architettonico di queste ultime con degli eleganti numeri musicali che sfruttano l'ampiezza e la morbidezza delle stoffe per creare movimento e regalano sequenze assai interessanti, che veicolano non solo l'amore, ma anche la natura più terrena del sentimento di Cyrano per Rossana e di Rossana per Cristiano; molto coinvolgente, in tal senso, il numero musicale imperniato su Every Letter, che vede Rossana fare quasi l'amore con le parole che crede siano di Cristiano, per non parlare del magone incredibile provato durante il duetto di Overcome, semplicemente splendida. Wright regala anche delle belle sequenze d'azione, non solo durante i duelli o gli scontri che hanno per protagonista Cyrano, ma anche nella breve parentesi al fronte, angosciante e triste contraltare dei momenti più frivoli che la precedono. Probabilmente, buona parte della riuscita dell'opera è il fatto che Wright sia marito di Haley Bennet, da qui il particolare "occhio" che la rende splendida e desiderabile, ma anche il fatto che la sceneggiatrice Erica Schmidt sia la moglie di Dinklage, sul quale come promesso spenderò due parole. Datemi pure Dinklage e tenetevi Kelvin Harrison Jr., l'interprete di Cristiano, perché tanto è espressivo ed affascinante il primo nonostante la sua condizione di nano (anzi, onestamente mi sono ritrovata più volte a disprezzare il fato tanto ingiusto con un uomo così capace e dotato, spero vivamente che possa avere ogni genere di soddisfazione dalla vita, perché se la meriterebbe!), tanto è insapore il secondo, non solo a livello di interpretazione ma proprio di aspetto. Meh o buff!, fate voi. E andate al cinema per godere appieno di questo spettacolare Cyrano, se potete!  


Del regista Joe Wright ho già parlato QUI. Peter Dinklage (Cyrano), Haley Bennett (Rossana), e Ben Mendelsohn (De Guiche) li trovate invece ai rispettivi link.

Kelvin Harrison Jr. interpreta Cristiano. Americano, ha partecipato a film come 12 anni schiavo, Mudbound, It Comes at Night, Assassination Nation e Il processo ai Chicago 7. Anche regista e sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita, tra i quali Elvis.





lunedì 14 marzo 2022

Il Bollodromo #93: Lupin III - Parte 6 - Episodio 22

Buon lunedì a tutti! L'ultimo episodio di Lupin III - Parte 6, 私のママの記録 (Watashi no mama no kiroku - Le cronache di mia mamma) è stato un delirio perplimente, quindi non so come farò a fare il solito riassuntino con commento... ENJOY!


L'intera trama ruota su Finn, ragazza che vorrebbe sapere qualcosa di più sulla sua defunta madre grazie a un diario che quest'ultima le la lasciato. Decide quindi di recarsi direi in Islanda, nella casa dove mammà l'ha partorita prima di morire, occupata ora da... boh, degli amici di famiglia, dei vecchi tutori di madre, uno zio e una zia? Chissà. Sta di fatto che la donna della coppia non è granché centrata e confonde Finn con la mamma. Col tempo, Finn scopre, anche grazie a delle cassette, che madre era contesa tra due giocatori di football (uno dei quali, tra l'altro, nemmeno il preferito di mammà, è diventato poi - credo -  il padre di Finn dopo - immagino - averla violentata) e che proprio in quella casa aveva ricevuto delle lezioni da una tutrice di nome Tomoe (eccallà!!), la quale probabilmente le aveva cancellato la memoria attraverso l'ipnosi, chissà per quale motivo. Tornando ai due giocatori di football, sul finale uno dei due viene ucciso nella caffetteria della scuola mentre l'altro è al telefono con la madre di Finn, da una donna che non si capisce chi sia, e la scoperta (registrata su cassetta) crea uno scompenso psicofisico a Finn, almeno finché....


Ma basta! Torniamo un attimo indietro. Tomoe a parte, che caspita c'entra tutta quest'indagine con Lupin? Il nostro, mentre Jigen e Goemon si procurano la cena pescando, è impegnato a googlare cose sul dark web, finché s'imbatte nel podcast di Finn e, capendo che lì potrebbe scoprire nuove informazioni su Tomoe, si mette ad ascoltare. Purtroppo, non è il solo. Anche l'ex fioraia ora criminale internazionale Matja ascolta e si è già messa in moto per andare in Islanda; un Zenigata non del tutto interdetto la sgama grazie alle telecamere dell'aeroporto e decide a sua volta di recarsi nella terra dell'aurora boreale (per inciso, nell'episodio non si fa cenno del destino di Ari, quindi chissà se è viva o morta) e lo stesso fa Lupin (per inciso, lui va col fuoristrada, Jigen e Goemon A PIEDI. Io boh.). Arrivati tutti a casa di Finn, Matja si limita a guardare senza fare nulla, mentre Lupin va a soccorrere una Finn in crisi e, una volta che la fanciulla si è calmata, le regala dei fiori e le augura buon compleanno prima di tornarsene da dove è venuto.


Posso dire boh? A meno che il prossimo episodio non sviluppi un po' di più la faccenda, Le cronache di mia mamma diverrà l'equivalente di quell'episodio di Twin Peaks parte 3 in cui i Nine Inch Nails hanno letteralmente scassato la trama creando un delirio cosmico che solo Lynch avrebbe potuto dipanare, se ne avesse avuto voglia. Con tutto il rispetto per la madre di Finn, povera crista innamorata di un giocatore di football e probabilmente violentata e messa incinta da un altro, ma che caspita me ne deve fregare? 'sta Tomoe aveva le mani in pasta ovunque, ho capito, e ha cresciuto più donne lei che Miss Pony (ma poi, qualcuno mi spieghi: va bene crescere assassine, ladre, spie, poliziotte, insomma, gente utile, ma questa era una disgraziata senza arte né parte e la figlia uguale!), ma non è realizzando un intero episodio senza Lupin, dedicato quasi interamente a un personaggio creato alla bisogna, che il mistero si farà più interessante e coinvolgente. Davvero, non comprendo come mai gli sceneggiatori stiano ciurlando così tanto nel manico; mi sembra di vedere il catasto che da un anno e mezzo non manda avanti una pratica "perché c'è il covid", stessa motivazione che, a quanto ho letto, adducono i realizzatori di Lupin III - Parte 6 quando qualcuno si lamenta per i troppi filler. Mi auguro vivamente che l'episodio della settimana prossima possa chiarire l'intera faccenda, altrimenti qui verrò seppellita dal diludendo. 


venerdì 11 marzo 2022

I segni del cuore (2021)

Tra in film in lizza per gli Oscar c'è anche I segni del cuore (CODA), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dalla regista Sian Heder e candidato a tre Oscar (Miglior Film, Troy Kotsur miglior attore non protagonista e Miglior sceneggiatura non originale).


Trama: Ruby è figlia di genitori non udenti, che hanno un altro figlio anche lui sordo. Come interprete ed unica persona udente, Ruby è di grande aiuto all'intera famiglia, ma tutto rischia di cambiare quando la ragazza scopre di avere un inaspettato talento nel canto...


I segni del cuore
è il remake americano di un film francese che ha avuto un successo enorme ma che io non ho mai visto, La famiglia Bélier. Per quanto ne so, i due film sono praticamente identici salvo l'ambientazione e un paio di dettagli, ma come avrete capito non posso fare confronti (anche se mi sono ripromessa di recuperare al più presto La famiglia Bélier), quindi mi limiterò a parlare solo de I segni del cuore, che, per inciso, mi è piaciuto molto. Quanto a struttura della trama, I segni del cuore è molto "classico", prevedibile dall'inizio alla fine; c'è una protagonista dotata senza saperlo, la quale per inseguire quello che di lì a poco diventerà il sogno della sua vita incontrerà la resistenza della famiglia, rischiando di non farcela per il rotto della cuffia, e la vicenda di solito si conclude col pentimento della famiglia e il riconoscimento universale delle doti della protagonista. I segni del cuore non si sottrae a questo canovaccio, ma il motivo per cui i familiari di Ruby le mettono i bastoni tra le ruote non è il solito, banale, disgusto o disillusione verso un sogno considerato sciocco, quanto piuttosto perché la ragazza è l'unica udente all'interno di una famiglia di persone sorde dalla nascita (il titolo originale del film è l'acronimo di Children of Deaf Adult), che di conseguenza hanno bisogno di Ruby per portare avanti le attività economiche e comunicare con gli altri. Probabilmente queste persone avrebbero meno problemi in una grande città, e penso sia per questo che, molto intelligentemente, I segni del cuore è ambientato in un piccolo villaggio dove la pesca è l'unica attività che prospera, con tutti i problemi che ne conseguono; il padre e il fratello di Ruby non possono stare su una barca da soli a causa del loro handicap, sempre per lo stesso motivo gli abitanti e potenziali colleghi li considerano stupidi, dei fenomeni da baraccone, e raramente intrattengono rapporti con loro, sicuramente non da pari a pari.


La sceneggiatura de I segni del cuore in tal senso è molto equilibrata. Si concentra ovviamente su Ruby e sul suo sogno, sulle sue prime esperienze amorose e sul senso di frustrazione che cozza di continuo con l'amore verso la sua strana famiglia, ma lascia ampio spazio anche all'approfondimento psicologico degli altri membri della famiglia Rossi, tratteggiati all'inizio come un gruppetto di "stramboidi" per poi venire arricchiti con pennellate sempre più malinconiche e delicate. All'interno di una trama così particolare e piacevole, pur nella sua semplicità, anche gli indispensabili numeri canori riescono a non risultare fastidiosi (neppure quelli più melensi) e, anzi, l'esibizione di Ruby sul finale diventa particolarmente toccante senza essere lacrimevole, grazie anche a una buona dose d'ironia che, fortunatamente, permea l'intera pellicola. Da sottolineare, ovviamente, le belle prove di tutti i coinvolti. Ricordo che all'epoca La famiglia Bélier era stato aspramente criticato per aver utilizzato attori udenti per interpretare personaggi sordi, mentre I segni del cuore ha scelto tre attori portatori dello stesso handicap, tra i quali spicca un Troy Kotsur che, a mio avviso, quest'anno si gioca l'Oscar per il miglior attore non protagonista con Ciáran Hinds: sfido chiunque a rimanere impassibile davanti alla scena poco prima del finale, quando Ruby e suo padre condividono un fondamentale, bellissimo momento di intimità durante il quale il rozzo, assurdo Frank, capisce finalmente cosa può fare la figlia con il dono ricevuto. Senza nulla togliere ai grandi in gara, e con tutte le riserve del caso in quanto remake, posso dire senza ombra di dubbio che I segni del cuore è uno dei film che ho più apprezzato durante l'annuale corsa dei recuperi pre-Oscar, e ve lo consiglio caldamente!!


Di Emilia Jones, che interpreta Ruby Rossi, ho già parlato QUI. 

Sian Heder è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto il film Tallulah ed episodi di serie come GLOW e Orange is the New Black. Anche produttrice e attrice, ha 45 anni.


Amy Forsyth
interpreta Gertie. Canadese, ha partecipato a film come We Summon the Darkness, Beautiful Boy e a serie quali Channel Zero; come doppiatrice ha lavorato in Robot Chicken. Ha 27 anni.


Ferdia Walsh-Peelo
, che interpreta Miles, era il protagonista di Sing Street, mentre Marlee Matlin, che interpreta Jackie Rossi, ha vinto l'Oscar come Miglior Attrice Protagonista per il film Figli di un Dio minore ed è sorda dalla nascita come Troy Kotsur e Daniel Durant, che interpretano rispettivamente il padre e il fratello di Ruby. Ciò detto, se I segni del cuore vi fosse piaciuto recuperate l'originale, La famiglia Bélier. ENJOY!

martedì 8 marzo 2022

Seance (2021)

E' uscito al cinema la settimana scorsa, con quasi un anno di ritardo, Seance (non fatemi scrivere lo sciocco sottotitolo italiano, dai), diretto e sceneggiato nel 2021 dal regista Simon Barrett.


Trama: dopo uno scherzo a tema "spiritico", una ragazza muore in circostanze misteriose all'interno di un collegio femminile, dopodiché le ragazze coinvolte subiscono, a turno, incidenti mortali...


Mi aspettavo molto da questo Seance, non so nemmeno io perché, e purtroppo, come spesso accade, "da grandi aspettative derivano grandi diludendo" (semicit.). Un momento, sono ingiusta, perché Seance non è un grande diludendo, affatto, però è più debole di quanto mi sarei aspettata. La trama è tipica di un certo genere di horror adolescenziale che andava di moda negli anni '90, un mix di Scream/Urban Legend e anche un po' Mean Girls nella misura in cui, anche all'interno di un college esclusivo femminile, le bitches la fanno sempre da padrone. Peccato per le bitches in questione, già vessate da qualcosa che minaccia di ucciderle tutte a turno, trovarsi davanti la tostissima Camille, l'ultima arrivata per nulla disposta a farsela (e farsi) menare; costretta a dormire nella stessa stanza di una ragazza morta in circostanze misteriose, Camille si ritrova chiusa tra quattro, elegantissime mura, e deve cercare di capire chi stia ammazzando le sue "simpaticissime" compagne di college e perché, mentre queste ultime non trovano di meglio da fare che stuzzicare gli spiriti con scherzi di cattivo gusto o tavolette ouija improvvisate. La minaccia sospesa a mo' di spada di Damocle sulla capoccia di Camille e soci è ambigua e non meglio definita, perché il regista e sceneggiatore gioca di suggestioni senza scoprire subito tutte le carte, e ciò contribuisce ad aumentare il senso di claustrofobica tensione che è il punto di forza di Seance ma anche la sua debolezza.


A mio avviso, infatti, Seance gioca un po' troppo d'atmosfera e di approfondimento, rallentando spesso il ritmo del film. Barrett, bontà sua, si impegna a scavare nell'animo non solo della protagonista, ma anche di alcune comprimarie, purtroppo queste ultime non sono granché interessanti e il risultato è che la mente a un certo punto tende a vagare; altro piccolo ma non trascurabile problema di Seance è che non sempre Barrett riesce a tenere in equilibrio i vari registi della storia, col risultato di avere un finale sì d'effetto, ma forse un po' "sgonfiato" rispetto a quelle che sembravano essere le ambizioni generali dell'opera. D'altro canto, Seance è pieno di aspetti comunque positivi. L'interpretazione di Suki Waterhouse e di prim'ordine e la sua Camille meriterebbe un'altra chance di comparire sullo schermo, perché è un personaggio molto interessante, e alcune sequenze di Seance sono davvero belle ed evocative, oltre che inquietanti. Il regista, inoltre, riesce ad utilizzare al meglio gli ambienti tipici di un college esclusivo ed antico, sfruttando stilemi da ghost story che arrivano a coinvolgere anche il meteo, visto che le povere ragazze protagoniste vengono talvolta costrette ad uscire fuori sotto poetici ma freddissimi fiocchi di neve che rendono il luogo ancora più isolato. In conclusione, anche se non mi ha entusiasmata quanto avrei voluto, sono contenta di aver visto Seance e, se vi piace il genere, non posso che consigliarvelo.


Del regista e sceneggiatore Simon Barrett ho già parlato QUI mentre Suki Waterhouse, che interpreta Camille Meadows, la trovate QUA. 

Madisen Beaty interpreta Bethany. Americana, ha partecipato a film come Il curioso caso di Benjamin Button, The Master, The Clovehitch Killer e C'era una volta a ... Hollywood. Ha 27 anni e film in uscita. 







lunedì 7 marzo 2022

Il Bollodromo #92: Lupin III - Parte 6 - Episodio 21

Come ogni lunedì o quasi, oggi è il giorno in cui si fa il recap dell'ultimo episodio di Lupin III - Part 6. Sono arrivata, alla 21esima puntata, a considerare la serie non come un prodotto composto da una breve trama portante e un'infinità di filler, quanto piuttosto come una normalissima, "vecchia" serie di Lupin con qualche episodio diviso in più puntate perché troppo lungo; oggi parliamo dunque non di un filler ma di un episodio "normale", ovvero うたかたの島へようこそ (Utakata no shima e yōkoso - Benvenuti sull'isola spumosa). ENJOY!


Lupin e i suoi vanno in vacanza carichi di danaro ma, loro malgrado, a causa di un incidente rimangono bloccati su un'isola per alcuni giorni, finché non verrà riparato il ponte mobile che la collega alla terraferma. Nel frattempo, un'inquietante ragazzina dal sembiante di bimba e le sise più grosse di quelle di Fujiko, si incapriccia di quest'ultima e si convince che sia una sirena; le cose peggiorano quando, a un certo punto, la ragazza si ritrova anche a fantasticare su un triangolo che coinvolge Fujiko, Jigen e Goemon, questi ultimi scambiati rispettivamente per un dandy musicista e per uno studente squattrinato. Lupin si trova intanto in ospedale a causa di un colpo di frusta e lì Fujiko lo convince a cercare un inafferrabile pesce-sirena che si dice dimori nelle acque dell'isola e propizi l'amore. Il ladro gentiluomo non se lo fa dire due volte, e durante le ricerche s'imbatte nella ragazzina, la quale si convince che lui sia un terzo spasimante di Fujiko. Per dirimere una volta per tutte la faccenda, la giovinetta spinge Fujiko a travestirsi da sirena e, attirati i tre uomini con la promessa di mostrare loro dove si trovi il leggendario pesce, li coinvolge in una gara di dichiarazioni d'amore vinta ovviamente da nessuno. Fujiko fa il gesto dell'ombrello a tutti e tre, la ragazzina ci rimane di tolla (ma sopravvive alla confessione di averli fregati tutti e di non sapere, in effetti, dove si trovi il pesce) e, dopo avere scoperto che il terzo spasimante è proprio QUEL Lupin III, giura di diventare, in futuro, tosta come Fujiko, trasformata nell'ennesimo viaggio mentale in una spia senza aMMore. 


Benvenuti sull'isola spumosa è probabilmente il filler più scemo dopo quello in cui Goemon viene trasformato in modello, ma perlomeno stavolta ho riso di cuore dall'inizio alla fine. Il punto di forza dell'episodio, ovviamente, sono i viaggi mentali della ragazzetta, che ne fanno un esilarante what if...? che mostra i nostri eroi, soprattutto Jigen e Goemon, in una versione totalmente inedita, filtrata dall'occhio di un'appassionata di misteriose storie d'amore; dialoghi terra terra e persino sgarbati diventano così struggenti conversazioni tra amanti, lo stundaio Jigen un affascinante musicista dall'animo malinconico, Goemon uno studente con le pezze al culo ma tanto ammore nel cuore, e i due vengono visti come rivali a un passo dall'uccidersi per amore di Fujiko. Anche la battaglia finale a colpi di dichiarazioni d'amore, con un inedito Jigen di bianco vestito che propone all'amata una vita a bere caffé insieme, merita tantissimo la visione dell'episodio, e compensa animazioni non proprio eccelse, con le solite proporzioni dei personaggi fatte a tirar via, visi non proprio belli a vedersi, e l'inquietante ragazzina con le sise giganti. Anche la prossima settimana, purtroppo, nessun progresso nella storia principale, spero almeno di divertirmi come con questo episodio!



Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

venerdì 4 marzo 2022

Belfast (2021)

Nonostante il fastidio provocatomi da Assassinio sul Nilo, ho deciso di ridare fiducia a Kenneth Branagh e domenica sono andata a vedere Belfast, da lui diretto e sceneggiato nel 2021 nonché nominato per 7 premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Ciarán Hinds miglior attore non protagonista, Judi Dench miglior attrice non protagonista, Miglior sonoro e Miglior canzone originale.


Trama: durante i cosiddetti Troubles di fine anni '60, il piccolo Buddy cerca di vivere la sua infanzia nonostante la violenza che scorre nelle strade, i problemi economici dei genitori e quelli di salute del nonno...


Maledetto Kenneth Branagh. Stavolta con me ha vinto davvero facile, trovando terreno fertile nella mia ignoranza crassa di persona che aveva solo una vaga idea di cosa fosse vivere alla fine degli anni '60 nell'Irlanda del Nord, e che quindi non può dire "eh ma sei falso, tendenzioso, e pure un po' paraculo perché il tuo film è anche troppo edulcorato". Posso dire che a me poco importa che il film in questione sia palesemente un'Oscar bait creata ad arte per intenerire ed emozionare il pubblico? D'altronde, se avessi voluto l'aderenza storica, o la rabbia sociale, avrei guardato un documentario o un film di Ken Loach, invece in questo caso c'è "baffo" Branagh che ha deciso di raccontare la storia della SUA infanzia, filtrata dal punto di vista di un bambino di nove anni che, bontà sua, l'aderenza storica e la rabbia sociale non sa neppure cosa siano. E' palese che tutto, in Belfast, sia a misura di bambino, a partire dalle inquadrature, perché allo spettatore arriva "solo" quello che arriva al protagonista, Buddy, ovvero il piccolo alter ego di un Branagh già allora affascinato dal cinema; ci arriva la situazione "tradotta" in modo semplice, per l'appunto infantile, perché l'Irlanda di quei tempi era una polveriera e probabilmente l'unico modo che aveva un bambino di capire qualcosa era semplificare il più possibile, tirando fuori cattivi da film, elevando i genitori, per quanto imperfetti, a eroi positivi, sottolineando la natura amichevole di persone che si conoscono da sempre nemmeno fossero tutti una grande famiglia priva di odi ed invidie. Belfast non è quindi un documentario, quanto piuttosto un coming of age, dove Buddy è costretto ad affrontare lo spauracchio di abbandonare la città dov'è nato e cresciuto, e un inno d'amore a chiunque abbia vissuto lì, che se ne sia andato, che sia rimasto o a chi purtroppo si è perso, come da dedica finale prima dei titoli di coda. 


Come una vecchia fotografia trovata nel cassetto, Belfast è in bianco e nero (splendidamente fotografato, per inciso) e gli unici sprazzi di colore sono i film che Buddy vede al cinema, oppure le opere teatrali, che si ammantano di un'aura magica e salvifica, sprazzi di un mondo di fantasia in cui evadere da una realtà incomprensibile e pericolosa, dove non è così facile conservare l'innocenza e la speranza dei bambini. Le influenze cinematografiche di un bambino affamato di film si ritrovano in moltissime sequenze di Belfast ma saltano maggiormente all'occhio verso il finale, forse perché, paradossalmente, Buddy si scontra con i due eventi più difficili della sua infanzia (lo scontro tra suo padre e Billy sembra il duello di un western, la scena in cui Jamie Dornan canta al funerale ha tutto il sapore di un musical), per il resto le scene di "vita vissuta" mi sono sembrate piuttosto plausibili e non è proprio vero che Branagh rifugge dal mostrare la natura reale della violenza. Certo, l'autoindulgenza del regista e sceneggiatore si evince dalla scelta di affidare il "suo" ruolo ad un bambino dolce e bellissimo, cuginetto ideale del Roman Griffin Davis di JoJo Rabbit, ma stavolta ci sono due attori che strappano la scena al protagonista (e il cuore dal petto dello spettatore), ovvero Ciarán Hinds e Judi Dench, i nonni burberi, scafati e dolci che tutti abbiamo sognato di avere. Fonti inesauribili di insegnamenti per Buddy, nonno e nonna sono due personaggi che rimangono dentro e la Dench mi ha straziata giusto un pelino meno di quanto ha fatto nonna Coco in quel film Disney che non posso più nemmeno nominare senza cominciare a piangere come una fontana; lo sguardo rassegnato, pieno di amore e di dolore, in quel primo piano della Dench, è qualcosa di così devastante che mi viene il magone a scriverne. Quindi sì, Kenneth, sarai pure antipaticissimo e tracotante ma credo che quest'anno tiferò un po' per te agli Oscar.


Del regista e sceneggiatore Kenneth Branagh ho già parlato QUI. Jamie Dornan (Pa), Judi Dench (Nonna) e Ciarán Hinds (Nonno) li trovate invece ai rispettivi link. 

Caitriona Balfe interpreta Ma. Irlandese, ha partecipato a film come Super 8, Now You See Me - I maghi del crimine e Le Mans '66 - La grande sfida. Anche produttrice, ha 43 anni. 


Se Belfast vi fosse piaciuto recuperate Roma e Jojo Rabbit. ENJOY!

mercoledì 2 marzo 2022

Occhiali neri (2022)

Mi vien da piangere. Ero convinta che Non aprite quella porta avrebbe vinto a man bassa il premio di peggior film dell'anno o, perlomeno, di pellicola più esilarante suo malgrado, ma non avevo pensato che Dario Argento, regista e co-sceneggiatore di Occhiali neri, sarebbe entrato a gamba tesa per raggiungere il podio di questa disgraziata tenzone...


Trama: Diana diventa cieca dopo essere rimasta coinvolta in un incidente in auto, causato da un killer di prostitute. In quanto tale, Diana è stata e continua ad essere presa di mira...


Sarebbe troppo facile sparare a zero sul Darione nazionale, ormai giunto alla veneranda età di 81 anni e quindi passabile di quel minimo sindacale di demenza senile (non fosse bastato dirigere Dracula 3D già dieci anni fa, o Giallo, se per questo). Sarebbe facile, se non fosse che i miei due compagni di visione hanno mostrato di gradire Occhiali neri e ciò mi ha imposto di impegnarmi per trovare qualcosa di salvabile in quella che a me è sembrata l'ennesima ciofeca del nostro, quindi impegnerommi. Cominciamo con la colonna sonora. Ecco, quella è stata davvero una bella sorpresa. Un po' truzza, se vogliamo, ma evocativa e adatta alle atmosfere del film, e se non altro si distacca dal solito score à la Goblin per trovare una sua identità, quindi bravo Arnaude Rebotini, l'unico che può dire di essere uscito dall'impresa a testa alta. La seconda cosa a mio avviso bella di Occhiali neri è la sequenza iniziale, quella durante la quale l'ingenuo spettatore arriva a pensare che l'eclissi di sole c'entrerà qualcosa e che il film possa diventare, che so, un Macchie solari con eclissi, un Compleanno di sangue; purtroppo, l'evocativa sequenza zeppa di inquadrature sbilenche, che trasforma Roma in un posto inquietante e quasi fuori dal mondo, molto onirico, oltre al venire stroncata senza appello da un padre che si rivolge alla figliola dicendo "Sai perché i cani sono TURBATI?" (uno dei tanti esempi di dialoghi orribili), muore lì senza avere alcun seguito, visto che l'eclissi non c'entra assolutamente nulla con tutto il resto del film, ahimé. Una terza cosa positiva sono gli effetti speciali, che regalano delle belle morti sanguinolente, nonostante siano molto poche, e la quarta ed ultima cosa positiva del film è che, finalmente, Asia Argento non è l'attrice peggiore del mucchio, anzi, ci fa pure una bella figura. Quindi, brava anche Asia, sì. Peccato che la protagonista sia Ilenia Pastorelli.


Ammetto di non aver seguito la carriera della Pastorelli post Lo chiamavano Jeeg Robot, ma siccome ho rivisto più volte il film d'esordio di Mainetti, riconfermo quello che scrissi all'epoca: "la Pastorelli è dotata di una bellezza incredibile, quel fascino che non risiede nei lineamenti perfetti ma piuttosto nella capacità di suscitare emozioni negli altri, annullandosi completamente in un personaggio difficile ma fondamentale.". La sua Alessia mi commuove e mi intenerisce oggi come la prima volta che l'ho vista e ritengo tuttora che la dizione imperfetta della Pastorelli, il suo aspetto un po' dimesso e anche la sua vena isterica siano un valore aggiunto al personaggio. Forse perché Mainetti i suoi attori li sa dirigere e "controllare", cosa che, si sa, Argento non è mai stato in grado di fare e purtroppo si vede. Ilenia Pastorelli, verso la fine di Occhiali neri, viene definita "cagna" e giuro che in sala ho aggiunto un "maledetta, pure!" di mio, come omaggio a un René Ferretti che, probabilmente, davanti a un overacting simile si sarebbe impiccato. Diana è un personaggio tragicomico, una pittima della peggior specie, la parodia di un cieco alla quale gli sceneggiatori hanno messo in bocca dialoghi imbecilli (il PENDOLONE!!!): spiegatemi perché mai una ragazza cieca dovrebbe accasciarsi a terra dopo aver fatto due passi e venire costantemente sorretta da chicchessia neanche fosse paraplegica e spiegatemi, santo cielo, perché mai la stessa ragazza, inseguita nel bosco da un killer, dovrebbe strillare come una forsennata attirando l'attenzione dell'intero creato mondo? E mi si risparmino, per favore, le interviste legate alla "tenerezza" del rapporto tra Diana e il piccolo Ching (che lei, ovviamente, chiama "CI', 'a 'CI!!!!" per tutto il film) visto che, quando il rapporto effettivamente si cementa, sembra di guardare un'episodio de Un medico in famiglia, mentre per il resto il poverello viene trattato come una pezza da piedi e costantemente "urlato" dalla cecata. Poi purtroppo accade anche che i momenti "Nonno Libero ma cecato" superino quelli thriller/horror e allora buonanotte. 


Occhiali neri
ha ben poco di thriller e di horror. Ci sono alcuni sprazzi, alcune intuizioni, dei momenti in cui la condizione svantaggiata della protagonista diventa fondamentale veicolo di una sensazione claustrofobica (il palazzo da incubo dove vive Chin e i suoi corridoi sono meglio di qualsiasi bosco e di qualsiasi dipartimento dighe, soprattutto di qualsiasi pozza zeppa di boa constrictor acquatici, che il mio buon amico Ale ha definito "Fulciana" ma che io definirei "pulciara", più che altro), ma per il resto il film è privo di una reale trama "gialla"; sì, c'è un assassino di prostitute che si incaponisce con Diana per il motivo più stupido del mondo e di tanto in tanto lei ha paura di trovarselo alla porta, ma spesso il killer è solo l'accessorio di una trama che vede essenzialmente Diana e Chin risolvere i loro problemi di soldi, di salute o di affidamento e onestamente per vedere un film simile diretto da Argento preferirei rivolgermi a Muccino, Veronesi, a un signor nessuno di qualche fiction RAI. E sì, mi direte, la sceneggiatura ha ormai 20 anni quindi nasce un po' già "vecchia", ma possibile che NESSUNO, nemmeno Asia Argento, abbia avuto il coraggio di mettere becco nella questione, rivedersi un po' sceneggiatura e dialoghi, e dare un'impronta nostalgica ma moderna al tutto? Io ad Argento non voglio male. Mi auguro sinceramente che possa dare lo schiaffo morale che tutti noi stronzi brontoloni ci meritiamo e sparare un'ultima cartuccia da fare impallidire Mad Max Fury Road, ma la mia speranza ormai è ridotta al lumicino. 


Del regista e co-sceneggiatore Dario Argento ho già parlato QUI mentre Asia Argento, che interpreta Rita, la trovate QUA. 

Ilenia Pastorelli interpreta Diana. Nata a Roma, ha partecipato a film come Lo chiamavano Jeeg Robot, Benedetta follia e Io e Angela. Ha 36 anni e un film in uscita. 



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