venerdì 16 novembre 2018

Overlord (2018)

Spinta da un trailer accattivante e da QUESTA recensione di Lucia, martedì ho deciso di dare una chance a Overlord, diretto dal regista Julius Avery.


Trama: un manipolo di soldati americani, alla vigilia dello sbarco in Normandia, deve distruggere una torretta per le comunicazioni del reich, ubicata all'interno di una chiesa in Francia. I soldati, tuttavia, troveranno nell'edificio anche un orrore innominabile...


Ma quant'è rilassante, di tanto in tanto, la becera ignoranza al cinema? Non mi riferisco ad ignoranza a livello di linguaggio cinematografico, perché Overlord ne è privo e di questo parlerò più avanti, ma proprio a livello di scrittura "consapevole". Per esempio, questo horror di guerra prodotto da J.J. Abrams non ha alcuna velleità di elevarsi rispetto alla sua natura di B Movie con protagonisti ed antagonisti tagliati con l'accetta, zeppo di momenti WTF, soluzioni becere, dialoghi prevedibili, inesattezze storico-culturali e ruoli ben definiti. Eppure, tanta è la sua onestà nell'evitare di muovere qualsivoglia critica sociale o stimolare anche la pur minima riflessione nello spettatore, che quest'ultimo non può far altro che godersi lo spettacolo e immergersi per un'ora e mezza nell'avventura disperata di un manipolo di soldati aMMeregani fino al midollo, decisi a compiere la loro missione e catapultati, senza volerlo, all'interno di un incubo lovecraftiano alla Re-Animator. Per una buona metà, Overlord è un film di guerra fatto e finito, dove i personaggi vengono falciati dalla contraerea, dalle mine e dai fucili dei nemici piuttosto che dalle zanne di qualche mostro e devo dire che, benché molto stereotipato, è un ottimo film di guerra, che si prende il tempo anche di delineare le personalità dei protagonisti concedendosi persino qualche momento "umano" dove le emozioni la fanno da padrone. L'orrore è quindi reale, è la disperazione di perdere dei commilitoni che sono anche amici, di vedere il proprio villaggio occupato da mostri veri che portano a morire familiari e vicini, eppure accanto ad esso c'è anche un orrore di finzione che ricorda molto l'inizio della saga REC e che, ovviamente, titilla l'attenzione dello spettatore se già non avesse capito dal trailer dove andrà a parare Overlord. A un certo punto, quindi, l'atmosfera cambia e si entra nel campo dell'horror di serie B tout court, che mette in campo scienziati pazzi, mostri e corpi rianimati in salsa nazi, conditi da deliri di onnipotenza e crudeltà gratuite che cancellano ogni parvenza di cinefilia dallo spettatore, costringendolo, banalmente, a sperare che i nazisti vengano trucidati nei peggiori dei modi possibili, roba che al confronto Tarantino scansati.


A proposito di Tarantino, guardando Overlord sembra quasi, a tratti, di avere davanti un mix tra Wolfenstein 3D (senza, fortunatamente, l'effetto vomitillo tipico di quel maledetto videogioco) e l'operazione Grindhouse di Quentin e Rodriguez ma senza i filtri che richiamano gli anni '70 dell'horror gretto, con una punta di Bastardi senza gloria tanto per gradire, sicuramente omaggiato nella scena del briefing sotto il ponte, e Salvate il soldato Ryan, al quale Overlord deve tutta la splendida sequenza iniziale. La scena in questione vale da sola tutto il film, per inciso, ed è sicuramente il momento più concitato di Overlord, capace di mozzare il fiato dello spettatore che si ritrova impotente all'interno di un aereo militare lanciato in picchiata nel centro esatto dell'inferno; sicuramente, ci si emoziona più all'inizio che durante le sequenze ambientate nella chiesa adibita a laboratorio, nonostante anche lì non manchino orrore ed azione, tuttavia l'aspetto horror del film non difetta di aspetti positivi. Uno su tutti, lo scarso utilizzo della CGI a favore di cari, vecchi effettacci artigianali e protesi facciali (il trucco di quel bel ragazzo di Pilou Asbæk è fenomenale) che rendono molto più di quei mostrilli plasticosi tanto di moda negli horror odierni e che, sicuramente, influiscono anche sulle reazioni degli attori finalmente costretti a confrontarsi con cose realmente disgustose invece di dover lavorare di fantasia. Sinceramente, il primo cadavere rianimato "consapevolmente" mi ha fatto abbastanza impressione ma anche il maledetto mostro che a un certo punto insegue la tostissima francesina protagonista, col suo modo orrido di muoversi a scatti, è rimasto parecchio impresso nella mia mente al punto che la notte mi sono ritrovata a sognare cose schifide. Con buona pace di chi dice che Overlord è una schifezza noiosa, mentre invece è una supercazzola che brilla di rara onestà e può regalare un'ora e mezza di quel divertimento ignorante che noi "cinefili dell'internet" ormai sembriamo aver dimenticato.


Di Pilou Asbæk, che interpreta Wafner, ho già parlato QUI mentre John Magaro, che interpreta Tibbet, lo trovate QUA.

Julius Avery è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto il film Son of a Gun. Anche sceneggiatore e produttore, probabilmente dirigerà il prossimo Flash Gordon

.
In mezzo ai soldati spuntano un paio di volti televisivi abbastanza noti: nei panni di Chase c'è il Fitz di Agents of S.H.I.E.L.D.S., l'attore Iain De Caestecker, mentre in quelli di Dawson c'è Verme Grigio de Il trono di spade, alias Jacob Anderson. Detto questo, se Overlord vi fosse piaciuto recuperate Dead Snow, Dead Snow 2 e anche Puppet Master: The Littlest Reich. ENJOY!


giovedì 15 novembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 15/11/2018

Buon giovedì a tutti! Questa settimana c'è solo UN film da vedere (anzi, due)... e sarà sicuramente magico! ENJOY!


Animali fantastici - I crimini di Grindelwald
Reazione a caldo: oddioddioddio *__*
Bolla, rifletti!: Non fraintendetemi. Adoro la Rowling, il primo Animali Fantastici mi era piaciuto parecchio, sono curiosissima di vedere il secondo capitolo della saga... ma fondamentalmente io saltello SOLO  per l'idea di rivedere Jacob e Queenie, la coppia che shippo di più dai tempi di Ron e Hermione, ovviamente.

Cosa fai a Capodanno?
Reazione a caldo: Non cominciamo già con sta domanda.
Bolla, rifletti!: Il...cinecenone? Come vogliamo chiamarla 'sta roba incommentabile? Dai, si ride e si scherza ma adesso anche basta.

Red Zone - 22 miglia di fuoco
Reazione a caldo: Wah, la tamarreide!
Bolla, rifletti!: Quando vedi Mark Wahlberg in combo con "miss Xylitolo duemilasempre", alias Maggie di The Walking Dead, John Malkovich e un'infinità di esplosioni, da una parte pensi "che schifo", dall'altra però un po' ti intriga. Magari non al cinema, vah.

Widows - Eredità criminale
Reazione a caldo: Ispirevolissimo!
Bolla, rifletti!: Dal trailer, a differenza di Red Zone, questo parrebbe davvero una bomba, a partire dal cast. Se poi dietro la macchina da presa c'è Steve McQueen e alla sceneggiatura Gillian Flynn beh, dai, non me lo posso proprio perdere!

Al cinema d'élite continua la programmazione di Tutti lo sanno, quindi ci aggiorniamo alla prossima settimana!

mercoledì 14 novembre 2018

Nel buio da soli (1982)

Avrei dovuto vederlo più o meno un anno fa, in occasione della morte di Martin Landau, invece ho recuperato solo di recente Nel buio da soli (Alone in the Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1982 dal regista Jack Sholder.


Trama: Durante un black out, quattro maniaci evadono da una casa di cura, decisi ad uccidere il dottore che ha preso il posto del loro precedente psichiatra...



Nel buio da soli è uno di quei film difficili da giudicare, poiché in esso gli elementi positivi si equivalgono a quelli negativi. Solitamente, una simile condizione decreterebbe un giudizio medio o neutrale, in questo caso però ci sono degli attori e delle guest star che, da soli, basterebbero ad alzare il livello qualitativo della pellicola, se non altro da un punto di vista "sentimentale". La cosa che balza all'occhio di Nel buio da soli è la sua natura sfaccettata, probabilmente derivante dal mix di mani che si sono avvicendate alla sceneggiatura (assieme a Jack Sholder ci sono Robert Shaye, anche produttore, e tale Michael Harrpster, al suo primo e ultimo lavoro), che lo porta ad essere uno strano ibrido di thriller, horror e talvolta persino commedia. Guardandolo, si ha quasi l'idea che la parte horror avrebbe potuto essere più preponderante, come se i realizzatori avessero voluto proseguire per quel cammino ma poi qualcosa li avesse portati a desistere; gli esempi più eclatanti di questo mio pensiero sono sequenze come quella iniziale, un incubo allucinato a sfondo religioso avente per protagonista Martin Landau bloccato all'interno di una tavola calda infernale, oppure la visione di Toni, "arricchita" da una creatura zombesca realizzata nientemeno che da Tom Savini, ma in generale le azioni dei quattro maniaci hanno il sapore dello slasher becero a base di coltellacci, biondine svestite e persino maschere da hockey, benché di sangue se ne veda davvero poco in Nel buio da soli. Questa atmosfera "de paura" viene però stemperata, spesso e volentieri, dal carattere tra il cretino e il menefreghista del 90% dei personaggi positivi coinvolti, protagonisti o di siparietti di allegra vita familiar-sociale atti a sottolineare la peculiarità di una strana famiglia composta da papà psichiatra, mamma priva di personalità alcuna (per dire, basta che arrivi la cognata "ambientalista" e 'sta povera casalinga frustrata si fa arrestare per manifestazione non autorizzata...) e figliola inquietante, una vecchia nel corpo di bambina bionda ed occhialuta, oppure di sequenze per descrivere le quali l'unico aggettivo che mi viene in mente è lame. Durante l'assedio del pre-finale, infatti, i personaggi non sembrano tanto terrorizzati, quanto per lo più perplessi ed incerti sul da farsi, impegnati a litigare tra di loro oppure a offrirsi l'un con l'altro saggi consigli in maniera talmente finta da risultare imbarazzante.


Diciamo che, con tutto il rispetto per il Murdock dell'A-Team, gli attori migliori sono finiti a fare i maniaci e persino Donald Pleasence ci fa una ben magra figura. Il suo personaggio, infatti, è probabilmente il peggiore del mucchio, ché se il Dottor Potter non sa bene da che parte girarsi il Dottor Bain è invece proprio scemo come un tacco, perennemente strafatto di sinsemilla al punto da approcciarsi coi pazienti del manicomio come faceva il Signor Burns de I Simpson nella storica puntata crossover con X-Files, secondo il motto "ma non sono malati, sono solo VIAGGIATORI della psiche". Idea carina, per carità, ma ripeterla con testardaggine anche davanti a un coltello puntato alla gola è indice di poco cervello. Martin Landau è invece perfetto nel ruolo di predicatore folle, con quella bocca larghissima e gli occhi spiritati è l'elemento del film che probabilmente rischia di rimanere più impresso nella mente dello spettatore, tuttavia anche gli altri tre maniaci, ognuno a modo loro, hanno una personalità spiccata resa al meglio dagli attori che li interpretano, Jack Palance in primis, e almeno uno di essi riserva un'interessante sorpresa. Per gli estimatori di Jack Sholder, ricordo inoltre che Nel buio da soli rappresenta l'esordio alla regia di un autore che al genere horror ha regalato almeno un film diventato cult (L'alieno) pur perdendosi col tempo e pur incappando in almeno una solenne ciofeca (Nightmare 2: La rivincita, un pasticciaccio brutto di dimensioni epiche); trattasi di esordio e si vede perché, appunto, salvo la prima sequenza e le ultime, accompagnate da un paio di riprese notturne particolarmente inquietanti, la bellezza della regia non salta all'occhio e, complice anche un montaggio fatto con l'accetta, la qualità della pellicola risulta abbastanza televisiva. Nel complesso sono comunque contenta di aver guardato una bestia strana come Nel buio da soli, un'opera che non conoscevo e che potrebbe piacere ai cultori degli anni '80 e di quel trash leggero, non sbruffone, che all'epoca non classificavamo nemmeno come tale.


Di Donald Pleasence (Dr. Leo Bain), Martin Landau (Byron "Preacher" Sutcliff) e Lin Shaye (la receptionist della clinica) ho già parlato ai rispettivi link.

Jack Sholder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Nightmare 2 - La rivincita, L'alieno, Wishmaster 2 - Il male non muore mai ed episodi di serie quali I racconti della cripta e Tremors. Anche produttore e attore, ha 73 anni.


Jack Palance interpreta Frank Hawkes. Americano, ha partecipato a film come Vamos a matar, compañeros, Si può fare... amigo, Batman, Tango & Cash, Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista) e Scappo dalla città 2. Anche regista, è morto nel 2006 all'età di 87 anni.


Dwight Schultz interpreta il Dottor Dan Potter. Americano, famoso per il ruolo di Murdock in A-Team, ha partecipato a film come A-Team e a serie quali Chips, Alfred Hitchcock presenta, Oltre i limiti, Lois & Clark - Le nuove avventure di Superman e Walker Texas Ranger; come doppiatore, ha lavorato in Principessa Mononoke, Asterix e i vichinghi ed episodi de I Griffin, Johnny Bravo, Animatrix, I Rugrats, Ben 10, Kung Fu Panda - Mitiche avventure e Teen Titans Go!. Ha 71 anni.


Matthew Broderick aveva sostenuto l'audizione per il ruolo del fidanzato di Bunky ma Sholder lo ha "graziato" ritenendolo troppo talentuoso per una parte così insignificante. Detto questo, se Nel buio da soli vi fosse piaciuto recuperate la saga di Halloween. ENJOY!

martedì 13 novembre 2018

Stan Lee (1922 - 2018)


"There was
a time when it was all about comics for me. I had a girl, probably the
same as yours. She always complained that I spent too much time with my
own comics, and eventually we broke up. What did she know? Here I am
now, a legend in the field. I've had a slew of women since her, lots of
women. Me and Jagger had a running contest to see who had the
most, and the last time I looked, I was way ahead. But I never forgot
that girl. One day, I found out she got married. I had blown it. I
had missed my window. I went on with my life but I created some special
new superheroes. They were characters that reflected my own heartbreak
and my own regrets. Doctor doom wears body armor to conceal his own
mangled form. That was me beneath the armor. The Hulk is a normal guy
one minute, a rage of emotions the next, just like me when I thought
about what I'd given up. The girl that got away. Look, do yourself a
favor. Don't wait, because all the money, all the women, even all the
comic books in the world, They can't substitute for that one person.
I'd give it all up, all of it, for just one more day with her."

(Il dialogo vero e proprio, come si sente nel film, tra Stan e Brodie, lo trovate in Generation X di Kevin Smith. Che è un cialtrone, d'accordo, ma al vecchio voleva bene davvero, come tutti noi true believers. Excelsior!, Stan.)

Unfriended: Dark Web (2018)

Nei giorni pre-Halloween ho recuperato anche Unfriended: Dark Web, diretto e sceneggiato dal regista Stephen Susco.


Trama: per fare una sorpresa alla fidanzata sordomuta, un ragazzo acquista on line un computer così da sviluppare un’app che possa tradurre il linguaggio corrente in quello dei segni. Purtroppo il computer in questione nasconde terribili segreti che finiranno per distruggere la vita del ragazzo e dei suoi amici.



Unfriended era un filmettino simpatico e scorrevole, ottimo per passare un’oretta e mezza in deliziosa tensione. Partendo da una piaga pericolosa e diffusa come quella del cyberbullismo, Unfriended ci catapultava letteralmente all’interno del desktop dei protagonisti, sfruttando un punto di vista comune della nostra quotidianità e trasformando lo schermo televisivo o cinematografico in quello di un PC per raccontare una storia di fantasmi giustamente vendicativi. Come da titolo, invece, Dark Web abbandona l’elemento sovrannaturale e preferisce sfruttare i meandri oscuri della rete, famigerati quanto leggendari, fatti di filmati snuff e perversioni, sette segrete ed hacker infernali il cui solo scopo è quello di danneggiare, spesso anche fisicamente, ignari utenti. I protagonisti stavolta non sono degli odiosi e frivoli teenager ma ragazzi tra i venti e i trent’anni con un lavoro, una vita e anche delle ambizioni che vanno oltre la speranza di rimediare un fidanzatino al prom, cosa che concorre a renderceli un po’ più simpatici (anche perché alcuni di loro non sono proprio delle figurine monodimensionali tagliate con l’accetta, per fortuna) benché tutto nasca, anche stavolta, dall’errore stupido di un singolo che finisce per mettere in pericolo tutto il gruppo. Avidità, incoscienza ed ignoranza sono i motori che dipanano la vicenda, paradossale di sicuro, con qualche momento un po’ surreale, ma comunque capace di tenere avvinto lo spettatore alla sedia, soprattutto quando le cose cominciano a farsi molto serie e il dark web del titolo si scatena contro i protagonisti.


A differenza di Unfriended, se vogliamo, Dark Web non porta lo spettatore a riflettere sulle conseguenze della propria eventuale cattiveria verso il prossimo anche perché, come ho scritto sopra, la situazione a un certo punto diventa paradossale. Forse, al limite, si può parlare dell’incoscienza con la quale si utilizza uno strumento tanto utile quanto infido, che offre a chi sta “nascosto” nell’ombra tutta la nostra decantata privacy, ma non credo fosse questo l’obiettivo dei realizzatori del film. Detto questo, come thriller-horror d’intrattenimento la pellicola funziona e, nonostante la ripetizione del modello di Unfriended, che lo rende indubbiamente poco innovativo a livello di “regia” (ma si può parlare di regia o montaggio quando l’intera vicenda viene proposta in presa reale attraverso chat Skype, Facebook Messenger e altre finestre e pop up assortiti?), presenta un paio di soluzioni che oserei definire geniali per quanto riguarda l’inventiva dei villain e costringe lo spettatore a rivalutare un paio di dettagli iniziali che rischiano di sfuggire a un occhio disinteressato. Per contro, altre scelte di sceneggiatura fanno un po’ sorridere, così come l'idea di dotare i malvagi membri dell’organizzazione segreta di una sorta di “distorsore” che li rende assimilabili a disturbi statici, più paranormali che umani, cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso perché tende ad allontanare il film dalla pretesa di realismo che lo accompagna fin dall’inizio a differenza del primo Unfriended. Pare che negli USA Dark Web sia stato distribuito con due finali, in maniera del tutto casuale, e sinceramente spero che quello scartato sia un po' meglio di quello che ho visto io ma, a parte questo, come intrattenimento Dark Web per me è promosso. Attenzione, però: se già non vi era piaciuto Unfriended lo eviterei perché la “solfa” è più o meno la stessa e rischiate di odiarlo.

Stephen Susco è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Come sceneggiatore, ha firmato film come The Grudge, The Grudge 2 e Non aprite quella porta 3D. Anche produttore, ha 44 anni.


Colin Woodel, che interpreta Matias, è nel cast della pregevole serie The Purge, distribuita su Amazon Prime Video; al franchise de La notte del giudizio è legata anche Betty Gabriel, qui nei panni di Nari, già apparsa ne la Notte del giudizio - Election Year anche se i più la ricorderanno come l'inquietante Georgina di Scappa: Get Out. Come già detto nel post, Unfriended: Dark Web è il sequel (benché le storie siano completamente diverse) di Unfriended, che vi consiglio di recuperare aggiungendo magari anche The Den o Ratter: Ossessione in rete. ENJOY!

domenica 11 novembre 2018

Il Bollodromo #68: Hill House (2018)

Ci ho messo praticamente un mese a finirla e non perché non mi piacesse, anzi. Ma perché purtroppo i telefilm non ho tempo di vederli, nemmeno quelli brevi, e tocca centellinarli a "pezzetti" di 15, 20 minuti per volta, cosa che purtroppo sempre più spesso accade per i film, ché avere una sera libera, ad un orario decente, senza rischiare di crollare addormentata dopo le prime sequenze, è ormai un'utopia. E quindi arrivo, molto in ritardo, a parlare di Hill House (The Haunting of Hill House), miniserie distribuita da Netflix e realizzata dall'adorato Mike Flanagan. ENJOY!


Di cosa parla?

Hill House è, come da titolo, la rivisitazione del famoso romanzo di Shirley Jackson, già portato sullo schermo dallo splendido Gli invasati e dall'orrido Haunting - Presenze. Tolti di mezzo gli "investigatori del paranormale", la storia si concentra sui membri della famiglia Crane e sugli strascichi del loro breve soggiorno all'interno di Hill House negli anni '90, che ha portato alla morte di mamma Olivia e al progressivo disagio mentale di figli e marito, perseguitati da fantasmi e sensi di colpa.

Cose che mi sono piaciute
Tutto. Tutto, tutto, tutto. Hill House è IL capolavoro di Mike Flanagan, l'occasione per dimostrare a chiunque la sua bravura senza il limite temporale di un film magari non scritto da lui. Definirlo libero "adattamento" de L'incubo di Hill House oppure semplice serie sovrannaturale è davvero limitante perché, in questo caso, più dell'aspetto horror, più della ghost story, più della malvagità insita nell'edificio, contano i personaggi e i rapporti che li legano. Se è vero, infatti, che alcune sequenze di Hill House sono spaventose ed inaspettate, la sensazione che la serie lascia allo spettatore è principalmente di profonda commozione e più volte mi sono ritrovata a piangere come un vitello per il connubio perfetto tra sceneggiatura, recitazione e colonna sonora. Ad oggi, non mi era mai capitato di trovare all'interno di una miniserie dei personaggi così ben scritti, capaci di conquistare in poco tempo l'affetto dello spettatore con tutti i loro pregi e difetti, talmente umani da bucare lo schermo. Theo, Nell, Shirley, Luke e Steven, da grandi o da bambini, sono cinque fratelli che viene voglia di abbracciare dopo averli presi a schiaffi per le scelte scellerate di alcuni di loro, un po' come succede nelle vere famiglie; si gioisce con loro, quando le poche gioie arrivano, si prova una pena infinita quando la maledizione di Hill House giunge a sconvolgere le loro esistenze e lo stesso vale per i loro genitori. In particolare, Hill House è un atto d'amore di Flanagan verso la moglie, la splendida Kate Siegel, che in questa serie si è vista regalare il ruolo della vita e il monologo più bello dell'anno, interpretato in maniera magistrale. La sua Theo è probabilmente la cosa più bella di Hill House ma non sottovaluterei nemmeno i tenerissimi gemellini interpretati dai pucciosi Julian Hilliard e Violet MacGraw mentre Carla Cugino merita un solo aggettivo: divina. Non che il resto del cast sia da meno e lo stesso vale per la cura infusa nelle scenografie dei vari ambienti della casa, evocativi e terribili, falsamente accoglienti ed ingannevoli, come mostra uno dei migliori twist della serie. Insomma, non ho le parole per raccontare ed invogliarvi a vedere Hill House ma credetemi quando vi dico che, ad oggi, è la cosa più bella mai prodotta da Netflix e varrebbe la pena di farsi un abbonamento solo per vederla.

Cose che non mi sono piaciute
Non ce ne sono, davvero. Al limite, avrei voluto durasse per sempre, quello sì.

E quindi?
E quindi io non ho altro da dire. Leggete QUI e QUI e non perdetevi la serie Netflix più bella di sempre. The rest... is confetti.


venerdì 9 novembre 2018

Il mistero della casa del tempo (2018)

Mercoledì sono andata a vedere Il mistero della casa del tempo (The House with a Clock in its Walls), diretto dal regista Eli Roth e tratto dal libro omonimo di John Bellairs.


Trama: rimasto orfano, il piccolo Lewis va a vivere con lo zio Jonathan, il quale si rivela essere uno stregone. La vita di Lewis si arricchisce così di incredibile magia ma la casa di Jonathan nasconde anche un pericoloso segreto...


E così, dopo l'horror, il thriller sexy e l'action, Eli Roth è approdato al fantasy per ragazzini. Benché la notizia mi avesse fatto storcere abbastanza il naso, una volta visti i primi trailer la curiosità di vedere Il mistero della casa del tempo era indubbiamente salita e così, quando è uscito, sono corsa quasi subito al cinema. Prodotto dalla Amblin, il film è  un'avventura fantastica con tutti i crismi, che strizza l'occhio al vecchio L'apprendista stregone della Disney, alla saga di Harry Potter, al primo Piccoli Brividi e a cose un po' più di "nicchia" e lontane da un pubblico di ragazzini come Hugo Cabret, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet e persino i capolavori di Wes Anderson. Da questi ultimi è stata sicuramente mutuata la natura weird e fondamentalmente stilosetta del piccolo protagonista, un topino di biblioteca munito di occhialoni e immancabile farfallino d'ordinanza, capitato a casa di un uomo che fa dello "strano", della diversità, i punti di forza dai quali ricavare le magie più folli. Al di là dell'aspetto magico, sul quale tornerò nel prossimo paragrafo, la trama de Il mistero della casa del tempo mette in scena una famiglia che più atipica non si può, composta da due "genitori" che tali non sono, amici di vecchissima data che si aiutano a vicenda a superare i rispettivi traumi del passato e si imbarcano nel difficile compito di tenere sott'occhio un ragazzino con tanti problemi e tantissime qualità positive; attraverso quest'ultimo, persino due maghi scafati impareranno che l'importante nella vita è non arrendersi mai, nemmeno di fronte alle tragedie più grandi (tra le righe, ci sono riferimenti ai campi di concentramento), mentre il piccoletto imparerà a fare tesoro delle proprie particolarità, per quanto possano risultare strane agli occhi degli altri, e a trovare la vera forza in se stesso. Un film per tutta la famiglia, quindi, reso più "pepato" da quel pizzico di horror inserito nella ricetta, tra necromanzia, morti che ritornano, omicidi, qualche goccia di sangue e momenti di genuino terrore a base di pupazzi meccanici e burattini semoventi che probabilmente ai bambini non diranno nulla ma porco schifo io volevo uscire di corsa dalla sala.


Piccoli tocchi alla Eli Roth, dunque? Mah. A parte il cameo del regista e la comparsa della ex (mwahaahahahaha!!! scusate) moglie Lorenza Izzo, la mano di cialtronetto Roth non si percepisce quasi, tanto il "ragazzo" ha ripulito il suo stile. La regia è classica che più non si può e, rispetto all'abilità dietro la cinepresa, quello che si apprezza maggiormente ne Il mistero della casa del tempo è l'immenso lavoro dietro le bellissime scenografie, con la favolosa casa di Jonathan che prende vita più grazie ai dettagli dell'infinità di orologi, arredi, affreschi, vetrate, scale e porte che ai pur validi effetti speciali, per non parlare dei gradevoli costumi, che danno un tocco di personalità in più ad ogni personaggio. Gli effetti speciali invece sono una delle note dolenti del film. Per la maggior parte della durata, il tocco della magia digitale non si avverte quasi o, meglio, è perfettamente amalgamata alle sequenze, le arricchisce con una delicatezza rara per questo genere di pellicola; purtroppo, verso il finale ci sono un paio di aberrazioni capaci di far venire i brividi e non parlo delle già citate bambole (splendide nella loro inquietante bruttezza) quanto piuttosto del povero Jack Black ridotto a infante col testone, picco trash che fa il paio con la scelta di far defecare di continuo la siepe-leone mentre Neil Marshall ringrazia per la citazione al suo The Bad Seed. Niente da dire invece per Jack Black e Cate Blanchett, entrambi bravissimi, palesemente divertiti e dotati di un'alchimia non comune, mentre il povero Kyle MacLachlan purtroppo compare davvero poco e, nonostante tutto ruoti attorno a lui, mi è parso un villain non troppo incisivo. Insomma, l'approccio di Eli Roth al fantasy per ragazzi ha portato a un film gradevole e simpatico, valido per passare un paio d'ore di svago, nulla più e nulla meno. Il rischio, se di rischio si può parlare, è che con questo andazzo Roth diventi uno dei mille registi senza infamia e senza lode che popolano Hollywood, privo di tratti distintivi e perfetto per assecondare i bisogni dei vari studios. Per carità, la gente così ci campa e Roth non è mai stato chissà quale Autore, però mi permetto di provare lo stesso un po' di tristezza.


Del regista Eli Roth, che compare anche nei panni di Compagno Ivan, ho già parlato QUI. Jack Black (Jonathan Barnavelt), Cate Blanchett (Florence Zimmerman), Kyle MacLachlan (Isaac Izard), Colleen Camp (Mrs. Hanchett) e Lorenza Izzo (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Sunny Suljic, che interpreta Tarby Corrigan, era l'inquietante figlio di Colin Farrel ne Il sacrificio del cervo sacro. Se Il mistero della casa del tempo vi fosse piaciuto recuperate Piccoli brividi. ENJOY!


giovedì 8 novembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 8/11/2018

Buon giovedì a tutti! In attesa dei piatti forti che arriveranno la prossima settimana, la distribuzione offre qualche piccolo appetizer... ENJOY!

Overlord
Reazione a caldo: Chissà...
Bolla, rifletti!: Zombi nazi "patinati" prodotti da J.J.Abrams. Potrebbe essere una cazzatona divertente o una cazzatona e basta, nel dubbio quasi quasi un'occhiata gliela darei anche se dubito potrà raggiungere i livelli di Dead Snow e del suo geniale seguito.

Notti magiche
Reazione a caldo: Nostalgia nostalgia canagliaaaH!
Bolla, rifletti!: Il trailer dell'ultimo film di Virzì è costruito apposta per ammazzare chi negli anni '90 era ancora piccolo, come me. Detto questo, non ho ancora capito di cosa parli ma lì per lì sembrerebbe anche interessante... o forse è solo l'operazione nostalgia ad attirarmi, chissà.

Hunter Killer - Caccia negli abissi
Reazione a caldo: How about NO?
Bolla, rifletti!: Ma com'è venuto in mente a Gary Oldman di partecipare a questa palese cretinata action senza ritegno? Suvvia, ripigliatevi!

Al cinema d'élite si palesa la coppia d'oro del cinema spagnolo ed internazionale.

Tutti lo sanno
Reazione a caldo: Not Bad.
Bolla, rifletti!: Benché non apprezzi particolarmente la Cruz e, da brava ignorante, non abbia mai visto un film di Farhadi, la trama di Tutti lo sanno sembra molto interessante, un mix di spaccato sociale, dramma familiare e thriller. Al solito, visti gli orari proibitivi del cinema d'élite, dubito però di poter andare...





mercoledì 7 novembre 2018

First Man - Il primo uomo (2018)

Siccome questo rischiava di essere IL titolo della settimana, domenica sono andata a vedere First Man - Il primo uomo (First Man), diretto dal regista Damien Chazelle.


Trama: dopo una lunga serie di fallimenti, l'ingegnere spaziale Neil Armstrong è pronto ad affrontare la sua prima missione nello spazio...



Cominciamo con le note dolenti? E cominciamoLE. First Man ha un solo, grandissimo difetto: non è stato scritto da Damien Chazelle e purtroppo si vede, si percepisce. Per quanto La La Land non mi avesse fatta impazzire, guardandolo si avvertivano sia l'originalità della scrittura sia l'amore del regista e sceneggiatore per l'argomento trattato, una completezza unica che non sono riuscita a trovare in First Man, "banalissimo" biopic graziato da una regia meravigliosa che probabilmente farà sfracelli durante la prossima notte degli Oscar proprio in virtù di ciò, condannato a diventare l'ennesimo film realizzato a tavolino per far fremere il pubblico patriottico americano (non a caso avrebbe dovuto girarlo Clint Eastwood). Il distacco tra sceneggiatura poco ispirata e regia si riscontra, molto banalmente, nell'alternanza tra momenti di stasi corrispondenti alla vita familiare di Armstrong e le sequenze ambientate nello spazio o comunque legate alle sperimentazioni che hanno portato alla nascita dell'Apollo 11, con i primi che si salvano giusto grazie alla misuratissima interpretazione di Ryan Gosling e al connubio tra la regia e la particolarissima colonna sonora scelta dall'attore e da Chazelle. First Man è infatti quasi interamente imperniato sul dramma familiare di Armstrong, che ha perso la figlioletta in tenera età a causa di un tumore e che da quel momento si è gettato anima e corpo nella missione spaziale, allontanandosi volutamente dal resto della famiglia per creare il necessario distacco onde rendere meno dolorosa la sua eventuale, probabile dipartita nel corso di una delle missioni; l'unico punto forte della sceneggiatura, di fatto, è la scelta di mostrare gli astronauti come cavie, topi da laboratorio perfettamente consapevoli di rischiare la morte a causa di una tecnologia ambiziosa ma probabilmente ancora inadatta agli obiettivi proposti dalla NASA e dal Governo, viziati dalla fretta di superare e surclassare gli odiati Russi nella corsa allo spazio. L'ottimismo di fondo, presente in buona parte dei film a tema, qui viene sostituito dalla paura e dall'incertezza messe a nudo da retroscena sgraditi e intoppi di squisita, pericolosissima banalità (ho molto apprezzato la difficoltà con cui Buzz apre il portellone appena prima di scendere sulla Luna, per dire) che rendono il tutto più realistico, emozionante e sì, anche sconvolgente perché ormai siamo talmente abituati alla riuscita delle missioni spaziali da darle quasi per scontate.


In tutto questo, la regia di Chazelle concorre ad alimentare questo senso di pericolo e di iperrealtà con quelle riprese opprimenti degli interni delle navicelle e dei moduli, che nemmeno la grandezza dello schermo riesce a rendere più spaziose; a tratti, sembra di essere bloccati in quegli ambienti angusti assieme agli astronauti, sballottati, centrifugati senza pietà, e il nostro sguardo viene catturato spesso non tanto dalla meraviglia dello spazio esterno quanto dai dettagli di quelle minuscole viti, levette e scritte che rischiano di condannare a morte, solo per un piccolissimo malfunzionamento, i poveri cristi che si sono affidati a progettisti, ingegneri e tecnici. Ovviamente, Chazelle lascia spazio anche alla bellezza più pura. Gli omaggi a Kubrick e al suo 2001: Odissea nello spazio sono innumerevoli fin dall'inizio e riescono a fondersi perfettamente all'aspetto più "profano" della pellicola, in un'alternanza di gioia profonda e altrettanto profondo terrore che è probabilmente lo specchio perfetto delle sensazioni di chi si avventura nello spazio; gli spazi sconfinati, la luna che osserva beffarda dal cielo prima di venire calpestata con reverenza e trepidazione, la luce solare che si rifrange all'orizzonte, l'assoluto silenzio spezzato solo dal respiro di chi viene protetto giusto dal fragile vetro di un casco, sono tutte immagini indelebili che concorrono a fare di First Man non un gran film ma comunque un bellissimo film, capace di far scendere la lacrimuccia sul finale, con una singola sequenza silenziosa e commovente. Nonostante ciò che ho scritto all'inizio, First Man mi è quindi piaciuto molto ma non ha toccato i livelli epici che mi sarei aspettata e ammetto di essere rimasta un po' delusa, non tanto per la qualità effettiva della pellicola, quanto piuttosto per la sua frequente impersonalità che mi porta a sperare in un prossimo progetto interamente affidato a Chazelle perché solo come regista il ragazzo perde un buon 40% della sua effettiva bravura.


Del regista Damien Chazelle ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Neil Armstrong), Claire Foy (Janet Armstrong), Jason Clarke (Ed White), Kyle Chandler (Deke Slayton), Corey Stoll (Buzz Aldrin), Ciarán Hinds (Bob Gilruth), Shea Whigham (Gus Grissom), Lukas Haas (Mike Collins), Ethan Embry (Pete Conrad) li trovate invece ai rispettivi link.

Patrick Fugit interpreta Elliot See. Americano, ha partecipato a film come Quasi famosi, L'amore bugiardo - Gone Girl e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Dr. House e Outcast. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.


La bionda moglie di Ed White è interpretata da Olivia Hamilton, moglie di Damien Chazelle, mentre Pablo Schreiber, che interpreta Jim Lovell, era il favoloso Mad Sweeney di American Gods. Se First Man - Il primo uomo vi fosse piaciuto recuperate 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!


martedì 6 novembre 2018

Halloween (2018)

Nonostante allerte e altri mille problemi che non vi sto a raccontare, giovedì sono finalmente riuscita ad andare a vedere Halloween, diretto e co-sceneggiato dal regista David Gordon Green (e ne scrivo solo ora. Ciò potrebbe darvi un'idea del delirio che sto vivendo in questo periodo...).


Trama: 40 anni dopo gli omicidi di Haddonfield, Michael Myers evade ma la sua ex vittima, Laurie Strode, è pronta da affrontarlo...



Sono passati quarant'anni dal primo Halloween - La notte delle streghe, il film che ha codificato le regole dello slasher ancor prima che Scream arrivasse a renderle esplicite. Quarant'anni durante i quali, tra sequel, remake e omaggi, la figura di Michael Myers ha perso buona parte della sua forza se non del suo fascino, quarant'anni che personalmente non saprei ripercorrere, anche perché rammento a malapena Il signore della morte, soltanto sceneggiato dal povero Carpenter che ne avrebbe volentieri fatto a meno, così come ho giusto qualche sprazzo di ricordo relativo a Halloween - 20 anni dopo, dove tornava già Jamie Lee Curtis a mo' di omaggio; ricordo meglio l'Halloween di Rob Zombie ma lì avevamo un ragazzino dall'infanzia distrutta e il bestiario di comprimari brutti, sporchi e cattivi tipici dell'Autore e diciamo che c'era ben poco da spartire con il mostro creato da Carpenter. David Gordon Green viene quindi in "soccorso" di chi ha poca memoria come la sottoscritta, omaggia il Maestro ed elimina tutto ciò che è venuto dopo (liquidando un aspetto fondamentale de Il signore della morte e presentandolo come leggenda metropolitana), presentandoci le strazianti conseguenze della notte di quarant'anni prima con personaggi condannati a riviverla quotidianamente e altri che non hanno avuto la sfortuna di essere presenti a quel fatidico 31 ottobre ma comunque toccati dagli strascichi dell'orrore. L'aspetto interessante di Halloween che, di fatto, è uno slasher neppure tanto gore dove conta più l'atmosfera che l'effettaccio a sorpresa, è proprio il campionario di persone "toccate", letteralmente, dal male incarnato da Michael Myers, corrose dal suo potere nefasto senza averlo neppure mai incontrato. La Laurie del 2018 è, lei per prima, una donna alla quale è stato letteralmente impedito di vivere, traumatizzata dalla terribile esperienza vissuta al punto da arrivare a condurre un'esistenza da eremita e guerriera che ha influenzato negativamente il rapporto con una figlia costretta a subire tutte le stranezze della madre come Follia con la F maiuscola e che sta disperatamente provando ad avere un rapporto sereno almeno con la nipote; tre generazioni di donne, dunque, sconvolte da un incubo in parte sconosciuto. Michael Myers è una spada di Damocle che pende sulla testa della povera Laurie, consapevole del fatto che prima o poi il mostro si libererà e tornerà per finire il lavoro perché Michael è il Male allo stato puro, l'abisso che, a furia di fissarlo, ti fisserà di rimando condannandoti a diventare come lui.


E la caratteristica del Michael Myers portato sullo schermo da David Gordon Green è proprio questa: il suo essere un buco nero. Perché Michael uccide? E chi lo sa! Certo, il suo fine ultimo è probabilmente Laurie ma neppure questo potrebbe essere sicuro. Di fatto, Michael arriva a Laurie assolutamente per caso, oppure tramite volontà altrui, grazie all'azione più o meno consapevole di personaggi comunque affascinati dalla sua natura di babau, per il resto uccide e risparmia a casaccio, senza dire una parola, senza MAI essere mostrato in volto se non quando, finalmente, il Male torna ad essere quell'asettica maschera inespressiva che abbiamo imparato ad amare e odiare. Questi sono i punti forti di un film sicuramente non perfetto, con qualche tempo comico che lascia il tempo che trova e un paio di momenti morti di troppo, ma che come omaggio al Maestro funziona, è rispettoso e in qualche modo "discreto" nella sua consapevolezza di non poter sicuramente rinnovare un genere (e probabilmente non c'era nemmeno la volontà di farlo) e, soprattutto, si fa forte di un cast femminile di tutto rispetto. Jamie Lee Curtis è meravigliosa, senza alcun dubbio e, per quanto il suo personaggio risulti sciocchino all'inizio, lo stesso vale anche per Judy Greer, inaspettata final girl capace, soprattutto sul finale, di tenere testa all'ingombrante eredità della splendida Jamie Lee anche grazie all'abilità congiunta di sceneggiatori e scenografi, che hanno costruito un ambiente di "caccia" che non avrebbe affatto sfigurato ne La casa nera. Al solito, un po' meno bene le guest star sprecate e lo scellerato utilizzo di adolescenti abbastanza inutili ai fini della storia, soprattutto se si pensa che le scene più inquietanti e migliori hanno per oggetto vittime adulte (quella del bagno, già mostrata in parte nel trailer, è uno spettacolo ma anche l'evasione di Michael e il conseguente pellegrinaggio omicida completamente casuale ad Haddonsfield non sono male) ma, a parte questo, Halloween merita sicuramente il plauso di fan e semplici amanti dell'horror e considerato che ci hanno messo le mani dei comici potrei dire che il futuro del genere (vedi Scappa - Get Out o Ghost Stories) è in mano a chi, solitamente, fa ridere di mestiere, ovvero chi di solito ha un'idea molto precisa delle condizioni disastrose in cui versa la nostra società, dove il male ha davvero mille forme. Il che, se ci pensate, fa davvero riflettere.


Di Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), Judy Greer (Karen) e Will Patton (Agente Hawkins) ho già parlato ai rispettivi link.

David Gordon Green è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Strafumati, Sua maestà e Lo spaventapassere. Anche produttore e attore, ha 43 anni e due film in uscita.


Virginia Gardner, che interpreta Vicky, era la deliziosa Karolina Dean della serie Runaways. John Carpenter, che qui firma le musiche assieme al figlio, ha dichiarato che questo sarà l'ultimo film della saga nonostante per contratto sia previsto un seguito, già preso in considerazione dagli sceneggiatori. Nell'attesa di sapere se questo sequel ci sarà o meno, sappiate che Halloween segue direttamente gli eventi di Halloween - La notte delle streghe ma, per dovere di completezza, potete anche recuperare tutti gli altri film della saga (Il signore della morte, Halloween III - Il signore della notte, Halloween 4 - Il ritorno di Michael Myers, Halloween 5 - La vendetta di Michael Myers, Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers, Halloween - 20 anni dopo, Halloween - La resurrezione) e aggiungere Halloween - The Beginning e Halloween II di Rob Zombie. ENJOY!


domenica 4 novembre 2018

Terrified (2017)



Ne ho letto su I 400 calci e, incuriosita, ho provato a recuperare Terrified (Aterrados), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Demián Rugna. 



Trama: in un quartiere argentino si susseguono morti, sparizioni ed eventi misteriosi. Un trio di studiosi decide di indagare...



Io non so se è perché l'ho visto in condizioni di favorevole solitudine e buio, ma Terrified è uno degli horror che mi ha messo più ansia in quest'ultimo periodo. E pensare che la solfa è sempre la stessa: voci spettrali, movimenti improvvisi nel buio, un pizzico di found footage che non può mancare, qualche jump scare di tanto in tanto, il solito terzetto di studiosi incuranti della natura maligna delle forze alle quali vanno incontro. E allora, cos'ha Terrified più degli altri film? Probabilmente nulla, ma ecco cosa ho percepito io. Innanzitutto, ha un'atmosfera assai simile a quella del vecchio Ju-On e non solo perché la storia del film non segue una linea cronologica consequenziale; il fulcro di tutto è ciò che accade in casa di quello che, apparentemente, dovrebbe essere il protagonista ma da lì l'indagine dei tre studiosi si dipana toccando ciò che è accaduto prima e mostrando quello che accade dopo, mescolando tre piani temporali diversi. Come in Ju-On, a questo straniamento temporale si aggiunge l'inquietudine di una maledizione, se possiamo chiamarla così, che non si limita a rimanere chiusa tra quattro mura ma si propaga per tutto il quartiere, come un virus, contagiando con la follia e il terrore tutti coloro così sventurati da avere anche solo minimamente a che fare col "male". Nel corso del film viene data una spiegazione a questo "male" ma devo ammettere che l'ho trovata una delle più fiacche e deliranti mai udite (l'acqua? Really?) e conta davvero poco per l'economia della storia, che funziona soprattutto per il suo riversare addosso ai personaggi le peggiori cose senza un perché, soprattutto addosso a personaggi che a un bel momento ammettono di avere una fifa blu e fanno una delle cose più sensate mai viste in un horror, dopo ovviamente l'essere scappati. Una cosa inutile, d'accordo, ma sempre meglio di quelli che si caricano in spalla una cinepresa e riprendono persino il demone che gli sta mozzicando il braccio, per dire.


A proposito di riprese, per me non è facile riportare a parole quello che occhi e mente hanno percepito perché, come avrete capito, di cinema m'intendo praticamente nulla, ma sta di fatto che Terrified ha delle inquadrature molto particolari, che contribuiscono a creare un senso di orrore crescente. La cinepresa di Rugna (cognome che, a dispetto di tutto, mi fa ridere: in dialetto ligure una "rugna" è uno che rompe le palle piagnucolando) ama indugiare su aperture buie, che siano un prosaico e classico spazio sotto il letto oppure gli scarichi dei lavandini, piuttosto che squarci all'interno di qualche mobile; il regista si perde in quei meandri bui, ci riversa addosso l'attesa di vedere chissà quale cosa uscire da lì e ci stuzzica con una colonna sonora da lui creata che accentua il senso di inquietudine, claustrofobia e pessimismo che a poco a poco ci prende guardando Terrified. Anche la fotografia è buia, cupa e malata come quella del già citato Ju-On, al punto che il film appare più raffazzonato di quello che è e le presenze maligne diventano esponenzialmente più brutali e terrificanti proprio perché di loro si vede ben poco. Nell'unica sequenza in cui l'orrore ci viene sbattuto in faccia, esso è un orrore statico e minaccioso, che incombe come una presenza ingombrante, sgradevole e decisamente "sbagliata"; anche in questo caso, più che puntare sullo jump scare il regista e sceneggiatore ha scelto di sfruttare la tensione data dall'attesa che succeda qualcosa, così che i nervi dello spettatore si tendano ben prima che il senso dell'orrore arrivi a sfogarsi. A pensarci bene, tolta una scena decisamente splatter e alcuni esempi di make up a dir poco terrificante, Terrified si basa quasi interamente su sottili suggestioni visive ed uditive, alle quali però i protagonisti consigliano di non affidarsi troppo... e allora, forse, è meglio dar loro retta e fare finta di non aver  sentito quei piccolissimi rumori "casalinghi" che sicuramente vi faranno venire degli infarti dopo aver visto questo film.

Demián Rugna è il regista e sceneggiatore della pellicola. Argentino, ha diretto film come The Last Gateway e You Don't Know Who You're Talking To. Anche produttore, attore, tecnico degli effetti speciali e compositore, ha 39 anni.




venerdì 2 novembre 2018

L'insaziabile (1999)

Finalmente è arrivato il momento di parlare di uno dei miei film preferiti, L'insaziabile (Ravenous), diretto nel 1999 dalla regista Antonia Bird.


Trama: durante la guerra tra Messico e America, il Capitano John Boyd viene mandato in un avamposto in Sierra Nevada. Un giorno arriva lì Colqhoun, più morto che vivo e reduce da una terribile esperienza di cannibalismo...



L'insaziabile è una bestia stranissima, per questo ancora più adorabile. La sua matrice horror è cristallina (ed è ciò che mi aveva attirata all'epoca assieme al cast maschile all-star, di cui parlerò nel paragrafo successivo), radicata nel mito indiano del Wendigo, demone che arriva a possedere chiunque osi macchiarsi di un crimine orrendo come quello di mangiare carne umana e che, in generale, rappresenta la gola, la rapacità, l'incapacità di contenere i propri desideri. L'insaziabile non è però solo un horror. Il film di Antonia Bird tocca diversi generi, in primis quello della commedia nera, grottesca, popolata da personaggi involontariamente esilaranti nelle loro idiosincrasie; il film "di guerra", all'interno del quale viene sviscerato non solo tutto l'orrore di un campo di battaglia ma anche il dramma umano di chi, pur odiandosi, cede all'istinto di sopravvivenza rifugiandosi in un atto di codardia che decorati generali mai costretti a prendere parte all'azione non riuscirebbero a comprendere; il racconto "di frontiera", fatto di paesaggi brulli ed inospitali, credenze indiane e pellegrini in pericolo. Questo mix di generi crea una pellicola vivace, capace di sorprendere continuamente lo spettatore e di coinvolgerlo in un'atmosfera che diventa sempre più inquietante e claustrofobica man mano che il film prosegue, inoltre porta sullo schermo personaggi complessi che non si limitano allo stereotipo "buono vs cattivo" oppure "vittime vs killer". Anzi, nel corso de L'insaziabile vengono posti parecchi dilemmi morali che sviscerano la natura fallace dell'uomo il quale, se messo alle strette, getta alle ortiche ogni remora affidandosi al mero istinto; la differenza tra Colquhoun e Boyd è sottile, in quanto i due personaggi sono fin dall'inizio assai simili nel loro desiderio di sopravvivere anche a costo di essere considerati due mostri, ma se Colquhoun sceglie consapevolmente di abbracciare la sua disumanità, Boyd ne rifugge, disgustato dalla propria paura della morte, additato come codardo da tutti i suoi commilitoni e, per questo, ritenuto inaffidabile. In sostanza, per quanto comprensibilmente, neppure Boyd è in grado di sacrificarsi per gli altri e ciò lo rende, agli occhi di Colquhoun, deprecabile quanto lui.


Assieme alla bella sceneggiatura (sulla quale non ricamerei oltre per evitare spoiler), ci sono due elementi che saltano all'occhio de L'insaziabile, riuscendo a fissarsi nella mente dello spettatore per anni. La colonna sonora assurda, realizzata da Damon Albarn e Michael Nyman, spicca per la presenza di un banjo che sembra quasi voler scandire il tempo che resta ai protagonisti e si insinua nella testa come il tarlo che divora Colqhoun e Boyd, insistente ed impossibile da ignorare; zeppa di elementi elettronici distorti, la colonna sonora stride con l'ambientazione da vecchio west del film e rende alcune scene ancor più grottesche e concitate, confermandosi come l'ennesima scelta azzardata ma azzeccatissima di un film che di banale non ha davvero nulla. Il secondo motivo per cui L'insaziabile è riuscito a diventare un cult fin dalla prima volta che l'ho visto è la presenza di attori della madonna, gestiti magistralmente da una regista che è scomparsa purtroppo giovanissima e che chissà quali altre chicche avrebbe potuto regalarci. Robert Carlyle è letteralmente mostruoso, tanto che le efferatissime scene splatter di cui è gremito L'insaziabile fanno molta meno impressione di lui, con quegli occhi ferini e i movimenti animaleschi, imprevedibili sia nel bene che nel male, che caratterizzano il suo personaggio anche nel repentino cambiamento di metà film. Anche gli altri attori però non sono da meno. Guy Pearce, il quale pur essendo il protagonista non apre bocca per i primi venti minuti, lascia che sia lo sguardo terrorizzato da bestia braccata a parlare; l'aspetto naturalmente amabile e pacioso di Jeffrey Jones ci fa adorare fin da subito il suo Colonnello Hart, con tutte le conseguenze del caso, mentre tra i soldati "semplici" si distinguono il biondissimo e folle Neal McDonough e il tenerissimo, ridicolo Jeremy Davies, protagonista di una delle scene più raccapriccianti (benché solo suggerita) del film, perfetta combinazione di dialoghi, interpretazioni e montaggio. Se non avete mai visto L'insaziabile consiglio di recuperarlo appena possibile perché è davvero un gioiello che non dimenticherete facilmente, nemmeno se, come me, avete ormai il cervello zeppo di film!


Di Guy Pearce (Capitano John Boyd), Robert Carlyle (Colonnello Ives/F.W. Colqhoun), David Arquette (Soldato Cleaves), Jeffrey Jones (Colonnello Hart) e Neal McDonough (Soldato Reich) ho parlato ai rispettivi link.

Antonia Bird è la regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Il prete e Face. Anche produttrice, è morta nel 2013 all'età di 62 anni.


Jeremy Davies interpreta il Soldato Toffler. Americano, lo ricordo per film come Nell, Twister, Salvate il soldato Ryan, The Million Dollar Hotel e Dogville, inoltre ha partecipato a serie come Melrose Place, Lost, Hannibal, Twin Peaks e American Gods. Ha 49 anni.


Antonia Bird è stata chiamata, su suggerimento di Robert Carlyle, per sostituire il regista Milcho Manchevski, licenziato dopo sole due settimane; la produzione aveva suggerito di affidare il progetto a Raja Gosnell ma giustamente i membri del cast sono insorti. ENJOY!

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