venerdì 8 settembre 2023

Tartarughe Ninja - Caos mutante (2023)

Nei panni di zia vecchia/Ornella Vanoni, in settimana sono andata a vedere Tartarughe Ninja - Caos mutante (Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutant Mayhem), diretto e co-sceneggiato dai registi Jeff Rowe e Kyler Spears.


Trama: quattro tartarughe mutanti tentano di trovare il loro posto nel mondo cercando di sconfiggere un altro mutante deciso ad annientare l'umanità.


Tanto è l'amore che provo per Seth Rogen che, appena saputo del suo coinvolgimento in Tartarughe Ninja - Caos mutante, ho subito inserito il film in wishlist e, vergognandomi un po' di andare in sala da sola, ho chiesto al mio fido compare di visioni horror di prestarmi il figlio maschio. Così, aggiuntosi al gruppo anche l'amico fraterno del giovane "delfino", mi sono goduta lo spettacolo sentendomi un po' come la paziente di un ospizio accompagnata da BEN due badanti e sono tornata mentalmente bambina, quando non vedevo l'ora che iniziasse l'episodio quotidiano di Tartarughe Ninja alla riscossa, uno dei miei cartoni preferiti. A onor del vero, mi sentivo anche un po' in ansia per l'eventualità che ai miei due giovani accompagnatori il film non piacesse, ma il mio timore si è rivelato infondato: Tartarughe Ninja - Caos mutante è stato gradito da entrambi, sia per la storia che per le animazioni particolari, e l'amico fan delle Turtles ha apprezzato l'originalità dei cambiamenti apportati alla origin story del quartetto di tartarughe e del loro papà/sensei Splinter (sui quali non farò spoiler). La marea di sceneggiatori coinvolti nel progetto ha scelto una via piuttosto "universale" di ripresentare personaggi assai popolari, preferendo enfatizzarne non tanto le caratteristiche di abili guerrieri ninja, quanto piuttosto la loro volontà di integrarsi ed essere accettati, seguendo un canovaccio à la X-Men, che coniuga il desiderio di una vita normale al terrore di un'umanità pronta ad odiare il diverso da sé. Il fatto che le Turtles siano anche state introdotte alle arti marziali è un di più che consente al discorso di ampliarsi e concretizzarsi nella presenza di un nemico potente da combattere, con tutto il bestiario di assurdi mutanti che hanno fatto la fortuna della serie, ma ciò che ho trovato interessante è stata proprio la rappresentazione fanciullesca dei protagonisti. Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ognuno dotato di una spiccata e adorabile personalità, sono dipinti, giustamente, come quattro ragazzini più immaturi della media (d'altronde sono stati tutta la vita nelle fogne, ci sta!), attirati da cose sciocche quanto i dialoghi e gli scherzi tirati per le lunghe che si palleggiano l'un con l'altro, e da bravi ragazzini inesperti hanno paura e tendono a scoraggiarsi; come nel più classico dei racconti di formazione (talmente classico, in effetti, che a un certo punto viene persino citato il Pinocchio di Collodi e il Paese di Bengodi), sia loro che quel vecchio barbogio di Splinter devono tirare fuori il coraggio di crescere e cambiare, e lo stesso vale per il 90% dei comprimari.


A proposito di personaggi e comprimari. Il character design del film è spettacolare e oltremodo spietato. Gli unici ad essere gradevolmente cartooneschi sono solo i quattro protagonisti, gli altri mutanti sembrano usciti da un horror o, comunque, vengono enfatizzati gli aspetti sgradevoli della loro condizione animale (lo stesso Splinter fa schifo a livelli inenarrabili, soprattutto se non vi piacciono i ratti, ma c'è chi lo batte), e lo stesso vale per esseri umani dai tratti somatici pesantissimi, quasi delle caricature, tra i quali si salva solo una April O'Neal piena di difetti eppure graziosissima. Questo design assai vicino al fumetto underground si ripropone anche in un'animazione ibrida, nella quale convivono elementi della street art, dei comics anni '90 e dello steampunk, il tutto frullato dallo stile pop e flu(uu)ido di Jeff Rowe, che già mi aveva dato tantissime gioie col suo I Mitchell contro le macchine; durante la visione di Tartarughe Ninja - Caos mutante mi è sembrato, a tratti, di avere davanti un'opera realizzata con lunghe sequenze in stop motion (nonostante sapessi benissimo che il film è in CGI) e questa sensazione di "artigianalità" è stata accresciuta dalla scelta vincente di rendere gli ambienti in background quanto più sporchi e rozzi possibili, offrendo allo spettatore un ambiente urbano degradato che non vedevo su schermo dai tempi de Il corvo, alla faccia della commozione provata davanti alle abbacinanti luci di Broadway. Ciò detto, Tartarughe Ninja - Caos mutante non è per nulla cupo e i momenti esilaranti si sprecano, anche se si percepisce chiaramente l'età dei realizzatori coinvolti: Rogen e soci sono sicuramente stati attenti al target di riferimento principale, ovvero i ragazzini, ma l'utilizzo delle 4 Non Blondes o della famigerata Ninja Rap di Vanilla Ice che ciccia fuori da un'autoradio come la "vergognosa" sigla di Dawson's Creek in Urban Legend è qualcosa che può colpire al cuore solo gli anziani come me. Mi dichiaro dunque conquistata da Tartarughe Ninja - Caos mutante, signor*, e spero vivamente che esca presto non solo il sequel introdotto dalla scena mid-credits, ma anche un lungometraggio, simile per stili e temi, dedicato a un'altra mia enorme passione, i Biker Mice da Marte. I Want to Believe (ma non fatemi aspettare troppo, o i miei accompagnatori diventeranno maggiorenni e avranno altro a cui pensare!!).     


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Rowe ho già parlato QUI. Maya Rudolph (voce originale di Cynthia Utrom), Seth Rogen (anche co-sceneggiatore, doppia Bebop), Rose Byrne (Leatherhead), Giancarlo Esposito (Baxter Stockman), Jackie Chan (Splinter), Paul Rudd (Mondo Gecko) e Michael Badalucco (Bad Bernie) li trovate invece ai rispettivi link.

Kyler Spears è il co-regista del film, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente storyboarder, ha 31 anni.


Tra i doppiatori originali d'eccellenza ci sono John Cena, che presta la voce a Rocksteady, e Ice Cube, che interpreta Superfly. Se l'argomento Turtles vi interessa, ecco i titoli dei film da recuperare per essere veri completisti: Tartarughe Ninja alla riscossa, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Tartarughe Ninja III (tutti e tre disponibili con abbonamento Prime Video),TMNT, Tartarughe Ninja e Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. ENJOY!
 
   


mercoledì 6 settembre 2023

Jeanne du Barry - La favorita del re (2023)

Data la mia passione per la Rivoluzione Francese e tutti i personaggi che, prima o dopo, hanno gravitato attorno a Maria Antonietta, non potevo assolutamente perdermi Jeanne du Barry - La favorita del re (Jeanne du Barry), diretto e co-sceneggiato dalla regista Maïwenn.


Trama: ascesa e caduta di Jeanne Gomard de Vaubernier, dalle case di piacere di Parigi al ruolo di favorita di Re Luigi XV, fino al bando dalla reggia di Versailles alla morte di quest'ultimo...



Sono "figlia di Ryoko Ikeda" e potrei raccontarvi a menadito la storia di Jeanne du Barry e la sua faida con le figlie di Re Luigi XV, esacerbatasi con l'arrivo della giovane Delfina di Francia, ma ancora mi mancava un'opera che si concentrasse quasi esclusivamente sul legame tra la du Barry e il re. Jeanne du Barry racconta, in maniera neppure troppo romanzata, la vita della favorita del re, partendo da un'infanzia ed adolescenza sregolate al seguito di una madre dalla moralità non proprio limpidissima, passando per il legame col suo protettore, il conte du Barry, fino ad arrivare al colpo di fulmine col sovrano e all'inizio del suo "regno" alla corte di Versailles. La regista e co-sceneggiatrice Maïwenn, decisa a realizzare il film dopo essere rimasta folgorata dal Marie Antoinette di Sofia Coppola, si riserva il ruolo della protagonista e, facendo ciò, dipinge il ritratto di una du Barry quasi fanciullesca, piena di vita, uno spirito libero giunto a portare scompiglio nelle fredde usanze di corte e, soprattutto, nella noiosa esistenza del re; non c'è mai un momento in cui il film metta in dubbio l'amore della contessa per Luigi XV e, anche quando subentrano problemi veniali quali la necessità di una sicurezza economica in previsione dell'eventuale morte del sovrano, la regista si premura di tratteggiare comunque una figura umana ed altruista, osteggiata dalle orribili figlie del re e in grado di incantare persino quel salame fatto e finito di Luigi XVI. L'affetto di Maïwenn per il personaggio arriva ad influenzare persino la figura del re, che diventa di rimando un uomo imperfetto ma impossibile da odiare, come se la sua rappresentazione derivasse esclusivamente dal punto di vista della du Barry, e ciò presta il fianco ad un paio di "libere interpretazioni" storiche talmente ingenue da fare sorridere.

In generale, però, è l'intero film ad essere caratterizzato da una leggerezza diffusa, nonostante alcuni drammi costruiti ad arte per aumentare l'empatia verso la protagonista. I momenti "da romcom" sono parecchi e Maïwenn interpreta la du Barry illuminandole quasi sempre il viso con quel suo sorriso tutto particolare, tanto che, a volte, il film ricorda un Pretty Woman in costume. Certo, Johnny Depp non è Richard Gere. Il suo Luigi XV ha una somiglianza inquietante con il Conte Uguccione e, in generale, sembra quasi che l'attore, non riuscendo a "contenere" l'esuberanza di Maïwenn, abbia quindi deciso di giocare di sottrazione, forse anche per enfatizzare l'enorme differenza d'età che correva tra il re e la sua favorita. La sua interpretazione, comunque, pur essendo ben distante dalle sue performance migliori, non mi è dispiaciuta e lo dico sinceramente, nonostante il disgusto che ormai mi provoca anche solo il nome di Depp (cosa che mi ha portata a pormi parecchi dilemmi morali e pensare seriamente se andare a vedere il film oppure no. Diciamo che un po' mi vergogno di averlo fatto, nonostante mi interessasse tantissimo il tema trattato). Passando ad argomenti più faceti, il film è splendido per quanto riguarda le scenografie, con un mix di riprese della vera reggia di Versailles e ambienti ricostruiti in studio, e i costumi, ai quali hanno collaborato importantissime case di moda, Chanel in primis, e la scelta di Maïwenn di girare con la pellicola in 35 mm rende colori e luci ancora più avvolgenti e "reali". Se l'argomento vi interessa e i film in costume vi affascinano, Jeanne du Barry - La favorita del re è un'opera che vi consiglio di andare a vedere; non offrirà un ritratto al 100% veritiero della protagonista e neppure posso considerarlo un capolavoro fondamentale, ma si vede che è un lavoro fatto con passione e ciò ha reso la visione molto gradevole. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maïwenn, che interpreta Jeanne du Barry, ho già parlato QUI, mentre Johnny Depp, che interpreta Luigi XV, lo trovate QUA.


Se Jeanne du Barry - La favorita del re vi fosse piaciuto, recuperate Marie Antoinette e L'affare della collana, oltre ovviamente all'intero anime di Lady Oscar. ENJOY!!

martedì 5 settembre 2023

Bolla Loves Bruno: I protagonisti (1992)

Bolla Loves Bruno atipico quello di oggi, perché parliamo de I protagonisti (The Player), diretto nel 1992 dal regista Robert Altman, dove Bruccino compare per 1 minuto o poco più.


Trama: il produttore hollywoodiano Griffin Mill si ritrova ad essere oggetto di misteriose minacce. Nel tentativo di fare chiarezza, la sua vita si ingarbuglia ancora di più...


Non avendo mai visto I protagonisti, ho dovuto rischiare. Immaginavo che Bruce avrebbe avuto giusto una particina, visto che interpretava se stesso, ma nel caso non fosse stato così mi sarei sentita punta nella mia pignoleria. E' andata comunque bene, perché I protagonisti è la satira graffiante e tristemente attuale di un sistema che ha rifiutato i grandi Autori degli anni '70 preferendo un cinema di consumo e privo di coraggio, dove le cose che contano di più sono happy ending (anche paradossali), divi strapagati e tutto ciò che possa attirare lo spettatore medio, che ovviamente va fidelizzato. Altman si mette al servizio dello sceneggiatore Michael Tolkin e riporta su schermo tutto il suo disgusto verso il sistema delle grandi case di produzione, da cui il regista era stato tenuto lontano per anni, trasmettendo allo spettatore la sensazione di un "anti-sogno", di un freddo e caotico business dove uomini d'affari in giacca e cravatta plasmano e guidano i gusti del pubblico puramente in base a un'idea di profitto. Lo splendido piano sequenza iniziale, in tal senso, è lapalissiano: dieci minuti durante i quali miriadi di idee nascono e muoiono nel giro di una telefonata o una rapida conversazione, con gli studios brulicanti di formiche umane in cerca di una briciola di torta, i loro destini appesi a un filo anche nel caso di personaggi influenti, come nel caso di Griffin Mill. Quest'ultimo, il protagonista del film, è un giovane produttore che rischia di venire messo da parte in favore di un collega e che, come se non bastasse, continua a ricevere minacciose cartoline da parte di uno sceneggiatore scartato. Questo è l'aspetto del film che può risultare gradevole anche per chi non è appassionato di cinema, in quanto I protagonisti ha l'ossatura di un thriller non privo di colpi di scena, all'interno del quale le indagini di Mill prendono una piega sinistra e sempre più pericolosa; la cinepresa di Altman, coadiuvata dall'ottimo montaggio di Geraldine Peroni, circonda Mill di presagi funesti nascosti in locandine e cartoline, lo rende oggetto di sguardi da parte di figure sempre un po' defilate e accresce così il ritmo e la suspance del film.


So che la rubrica dovrebbe parlare di Bruce Willis (il quale, negli anni '90, poteva già permettersi di parodiare se stesso in una breve sequenza che è la summa di tutti i suoi personaggi, ironici e badass fino al midollo) ma il cuore nero de I protagonisti, stavolta, è Tim Robbins. Mill non è un personaggio gradevole, per nulla; fin dall'inizio viene connotato come uno squalo dai gusti snob, un uomo pavido consapevole dei suoi modi sbagliati, praticamente il "fratello" del protagonista di un altro film con Bruce Willis, Il falò delle vanità. Anche in questo caso, una sceneggiatura amaramente ironica sottolinea come, in una società dove l'unica cosa a contare sono fama e soldi, gente come Mill avrà sempre vita facile, non necessariamente per i "capricci" di uno sceneggiatore, ma è comunque difficile non lasciarsi coinvolgere, per buona parte del film, dalle vicende del protagonista e non tifare per lui, visto che tutto è filtrato dalla sua percezione personale. Tim Robbins è stata una scelta di casting fondamentale, con quella sua faccina da bimbo e gli occhi di un freddo blu che, da sempre, gli conferiscono un'aura ambigua, mentre l'altro colpo di genio è stato affiancargli co-protagonisti ancora più sgradevoli di lui e dotarlo di un antagonista, di uno stalker e persino di un affascinante love interest, tutti subdoli cliché che impediscono allo spettatore di odiarlo come meriterebbe. L'importante, guardando I protagonisti, è non lasciarsi sviare dalla marea di attori famosi che appaiono anche solo per un istante a gettarci fumo negli occhi (e deliziarci con battute improvvisate), facendoci girare la testa con la testarda illusione che, una volta arrivati a Hollywood, si possa inciampare in stelle del cinema e venire annaffiati di champagne, ma il gioco del who's who appassiona e regala momenti epici come quello del monologo dell'adoratissimo Richard E. Grant e la spassosa sequenza dell'interrogatorio con riconoscimento annesso, durante i quali credevo di strozzarmi dalle risate ad ogni espressione di Whoopi Goldberg. Come avrete capito, se non avete mai visto I protagonisti vi siete persi una gran cosa che consiglio senza remore... e pazienza per Bruno, al quale dò un amorevole appuntamento per il prossimo film!

Non si nomina Bruno!

Del regista Robert Altman ho già parlato QUI. Tim Robbins (Griffin Mill), Whoopi Goldberg (Detective Avery), Peter Gallagher (Larry Levy), Brion James (Joel Levison), Vincent D'Onofrio (David Kahane), Dean Stockwell (Andy Civella), Richard E. Grant (Tom Oakley), Jeremy Piven (Steve Reeves), Karen Black, Michael Bowen, Gary Busey, Robert Carradine, Cher, James Coburn, John Cusack, Peter Falk, Louise Fletcher, Teri Garr, Jeff Goldblum, Elliott Gould, Anjelica Huston, Jack Lemmon, Andie MacDowell, Malcom McDowell, Nick Nolte, Julia Roberts, Mimi Rogers, Alan Rudolph, Susan Sarandon, Rod Steiger, Robert Wagner e Bruce Willis li trovate invece ai rispettivi link.

Greta Scacchi interpreta June Gudmundsdottir. Nata a Milano, ha partecipato a film come Presunto innocente, Jefferson in Paris, Emma, Il morso del coniglio e a serie quali The Terror. Ha 63 anni e un film in uscita.

Fred Ward interpreta Walter Stuckel. Americano, indimenticabile Earl Bassett della saga Tremors, ha partecipato ad altri film come America oggi, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale, Reazione a catena, e a serie quali L'incredibile Hulk, Grey's Anatomy, E.R. Medici in prima linea e True Detective. Anche produttore, è morto l'anno scorso, a 80 anni.


Nella miriade di guest star presenti nel film e non ancora "coperte" da un post sul Bollalmanacco segnalo il regista Sydney Pollack nei panni di Dick Mellen, Gina Gershon (Whitney Gersh) e, come se stessi, Richard Anderson, Harry Belafonte, Brad Davis, Dennis Franz, Scott Glenn, Sally Kellerman, Marlee Matlin, Burt Reynolds e Lily Tomlin, mentre le scene con Jeff Daniels e Patrick Swayze sono invece state tagliate. Nel 1997 era stato realizzato un pilot televisivo mai mandato in onda, con Patrick Dempsey nel ruolo di Mill. ENJOY!

venerdì 1 settembre 2023

Bad Things (2023)

Tornando dalle ferie ho cercato di rimettermi in pari con gli horror potenzialmente interessanti usciti ad agosto e la prima scelta è stata Bad Things, film distribuito da Shudder, diretto e sceneggiato dalla regista Stewart Thorndike.

Trama: quattro amiche vanno a passare un weekend nell'hotel ereditato da Ruthie, e lì il loro rapporto si logorerà a poco a poco, tra visioni e bugie...


Inizierò il post con un'avvertenza. Bad Things è un film che potrebbe far saltare la mosca al naso a parecchie persone, perché la regista Stewart Thorndike ha scelto consapevolmente di farne una rilettura queer di Shining, omaggiando Kubrick a piene mani e mescolando le suggestioni del grande regista con uno spiccato gusto per il mumblegore. Detto proprio terra terra, nella prima parte del film "non succede nulla": le quattro protagoniste sono impegnate in un logorante rimpallo di speranze, bugie, frustrazioni e rimpianti che soverchiano i rari elementi perturbanti già presenti nel film di Kubrick, ovvero stanze misteriose dove sarebbe meglio non entrare e ospiti che non dovrebbero trovarsi in un albergo vuoto. Nella seconda parte, invece, succedono cose più "cattive" e l'irrealtà allucinata dell'hotel ereditato da Ruthie diventa tale da rendere difficile distinguerla dalla realtà oggettiva. Non stupitevi se, arrivati alla fine, ci saranno alcuni punti in sospeso che non avrete capito perché, se è vero che il plot twist è comprensibile e quasi banale, il finale è intriso di dettagli assurdi che portano a dubitare di ciò che si è visto fino a quel momento. La regista e sceneggiatrice Stewart Thorndike, oltre ad omaggiare platealmente Shining, ha dichiarato di avere avuto, come obiettivo, quello di affidare a un gruppo di personaggi queer quelle emozioni negative e la vena di follia tradizionalmente legate a uno stereotipo bianco e maschile (vedi, appunto, Jack Torrance ma anche, mi viene da pensare, al capofamiglia di Amityville, ma ce ne sono a bizzeffe), oltre a riflettere sull'importanza delle figure materne (in questo caso la mancanza delle stesse, nocciolo di tutte le insicurezze e fobie di Ruthie) e, ripensando a Bad Things alla luce di queste dichiarazioni, non posso che considerarlo un prodotto assai interessante e un'ottima rilettura di quello che è ormai diventato un classico dell'horror da smontare e ricostruire, non da plagiare. 


Ciò che mi ha colpito di più guardando Bad Things è comunque la bravura delle attrici, a cominciare da Hari Nef e Gayle Rankin. La Rankin è, fin dall'inizio, connotata come parte dell'albergo, perché è slavata (il suo biondo è assurdo, una sfumatura che ho percepito come malata, sporca) e sbiadita come tutto  ciò che compone l'arredo dell'hotel, in più il suo personaggio risulta sgradevole e ambiguo fin dall'inizio; viceversa, la Nef è pacatissima e quasi materna nel suo essere una persona innamorata al punto da concedere una seconda occasione nonostante il dolore, e brilla quando le "cose cattive" arrivano ad abbruttire anche lei. Annabelle Dexter-Jones e Rad Pereira sono un ottimo supporto che, alternativamente, contribuisce a rendere ancora più caotica ed angosciante la situazione o a risollevarla con leggerezza, e l'aggiunta di Molly Ringwald come donna d'affari/bombshell/figura materna è un tocco di classe. Certo, Bad Things è particolare ma non perfetto. La sensazione è quella che la regista abbia voluto mettere anche troppa carne al fuoco e che, a un certo punto, non abbia più saputo bene come gestire i diversi punti di vista dei personaggi e i vari tasselli del puzzle; in particolare, ci sono delle sequenze in cui Bad Things parrebbe prendere la via dello slasher tout court, una direzione che si perde dopo una decina di minuti per sparire come se non fosse mai esistita, e che per quanto mi riguarda poco aggiunge all'atmosfera già inquietante dell'albergo utilizzato come location. Ciò nonostante, se pensate di poter andare oltre l'avvertenza iniziale che ho messo nel post, Bad Things è un film particolarissimo e vi consiglierei di guardarlo, magari con una buona predisposizione all'attenzione e non dopo una giornata stancante!


Di Molly Ringwald, che interpreta Ms. Auerbach, ho già parlato QUI.

Stewart Thorndike è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto un altro horror che non conosco, Lyle. E' anche attrice e produttrice.


Gayle Rankin interpreta Ruthie Nodd. Inglese, ha partecipato a film come Men e a serie quali GLOW. Ha 34 anni. 



Hari Nef interpreta Cal. Americana, ha partecipato a film come Assassination Nation e Barbie. Anche produttrice, ha 32 anni e un film in uscita. 





mercoledì 30 agosto 2023

Oppenheimer (2023)

Affrontando il guasto da aria condizionata, domenica pomeriggio sono andata a vedere Oppenheimer, diretto e sceneggiato dal regista Christopher Nolan a partire dalla biografia scritta da Kai Bird e Martin Sherwin.

Trama: ascesa e caduta del fisico J. Robert Oppenheimer, dai frenetici e visionari anni giovanili, alla consacrazione come "padre della bomba atomica", per arrivare all'indagine su possibili coinvolgimenti coi comunisti...

Avevo il TERRORE di questo Oppenheimer. Tre ore biografiche su una figura storica al cui riguardo non ho mai letto nulla, gestite da un regista che, nonostante l'indubbia bravura, ama sbrodolarsi addosso e farla più lunga e difficile di quello che è, tra l'altro viste (tappatevi gli occhi, saltate un paio di righe, andate oltre soprattutto se siete tra quelli che hanno prenotato un viaggio a Londra solo per andare a vedere Oppenheimer) SENZA 70mm, SENZA IMAX, DOPPIATE, per l'amor d'iDDio!!! Qualcuno potrebbe dirmi che, a queste condizioni, qualunque cosa io possa scrivere sul film non varrebbe. Questo qualcuno si beccherà, oltre al mio dito medio alzato e un invito a pagarmi viaggio + biglietto verso il primo cinema valido disponibile, anche la stilettata di sapere che l'aria condizionata del Multisala (come avevo già intuito durante la visione de La casa dei fantasmi) era guasta e che quindi ho visto l'intero film col suono del condizionatore morente sparato nell'orecchio sinistro. "Now I Am Become Death, the Destroyer of Ears", come se non fosse bastata l'avvolgentissima colonna sonora di Ludwig Göransson ad insinuarsi nei padiglioni auricolari, nella mente e nel cuore, spesso sovrastando persino i dialoghi. Eppure, nonostante ciò, Oppenheimer mi è piaciuto davvero molto. Per me non è e non sarà mai un capolavoro necessario, come ho letto da più parti, perché per quanto mi riguarda pecca di lungaggine eccessiva e l'appendice del processo annacqua un po' la questione pressante del dilemma morale del protagonista contrapponendo a quest'ultimo una "nemesi" quasi puerile nelle sue machiavelliche macchinazioni, ma sicuramente è un film interessante, che fa riflettere. E, nella sua alternanza di stili, tiene desta l'attenzione dello spettatore ben più di quanto è riuscito a fare Ari Aster, di solito più nelle mie corde, con Beau ha paura (giusto per paragonare due film dalla durata elefantiaca usciti nello stesso anno). 

L'inizio, per esempio, è ipnotico. L'inquadratura della donna dalle braccia incrociate di Picasso, il quale dichiarava "Dipingo gli oggetti come li penso, non come li vedo", carica di significato tutte le visioni giovanili di Oppenheimer, la dolorosa intrusione nella realtà comunemente conosciuta di flash fatti di fiamme, esplosioni e scie luminose; sembra quasi di guardare un film di Malick, e il montaggio che alterna e mescola presente e passato è a malapena "aiutato" dallo stacco tra immagini a colori e un bianco e nero che è raffinato specchio di un mondo privo di quella vitale e frenetica pulsione (di quell'inarrestabile reazione a catena) che ha spinto Oppenheimer ad arrivare dove nessuno sarebbe mai dovuto giungere. Una volta esplosa la bomba, tutto si esaurisce, si "scarica". Il protagonista ha letteralmente dato forma a ciò che era solo pensiero, è rimasto disgustato dal suo egoismo e dalla sua cieca sconsideratezza, cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, rimettendoci la carriera in un parossismo punitivo; di conseguenza, al pensiero creativo si sostituisce la squallida realtà distruttiva di chi, imperterrito, continua a pensare solo al successo materiale e al prestigio, anche a costo di condannare l'umanità intera. Lo stesso film, a quel punto, si adagia sul sentiero stra-battuto del courtroom movie, dove contano più le interpretazioni della regia, e lo fa come se Nolan fosse stato fiaccato dallo sforzo di costruire la sequenza per me più emozionante di Oppenheimer, quella dove, a Los Alamos, la bomba viene fatta esplodere per la prima volta. La magia di Nolan, lì, è stata quella di farmi dimenticare che l'esperimento era riuscito, di farmi stare sulle spine assieme a tutti i membri del Progetto Manhattan, di spazzare via la sala del cinema tanto che mi sembrava di essere lì, un tutt'uno con la colonna sonora soverchiante e le immagini frenetiche, tanto che quando il suono della bomba è arrivato ho fatto un salto di un metro. L'unica cosa che Nolan non mi ha fatto dimenticare, neppure per un istante, è la conseguenza del successo di Oppenheimer, che mi ha strappato una dolorosa lacrima ben prima che l'orrore (costruito con tutti i terrificanti stilemi di un film di genere) travolgesse il protagonista con visioni di un terribile futuro. Una visione pessimista, un monito che chiude inequivocabilmente il film con lo sguardo allucinato di chi potrà venire riabilitato dalla storia, ma non da se stesso, e che ci ricorda quanto la spada di Damocle di un olocausto nucleare sia sempre lì a penderci sul capo, cosa che mi ha stretto di nuovo la gola in un magone angosciato.


Cillian Murphy, poverino, sembra caricarsela tutta addosso questa visione, dà l'idea che se lo sia spolpato fino alle ossa, trasformandolo in uno scheletro tutto occhi, a cui pendono i vestiti di dosso. Lo sguardo febbrile di Murphy diventa il film stesso, tanto che l'attore si annulla e scompare, più vero della realtà, ed inevitabilmente spiccano accanto a lui l'ambiguo Robert Downey Jr. ed Emily Blunt i quali, invece, "interpretano" ed affascinano, diventando punte di diamante di un cast all star dove il meno conosciuto si è comunque fatto anni come co-protagonista in E.R oppure fa Skarsgård di cognome (ah, lo scrivo qui sperando che legga. Non ricordo in quale gruppo di cinema su Facebook qualcuno ha scritto "lo spettatore medio nemmeno riuscirà a capire chi interpreta Truman". Gianfresc*, col cuore, vai a giocare in autostrada. E' colpa di invasati spocchiosi come te se il cinema, lentamente, muore). La Blunt, in particolare, è ammirevole per il modo in cui ha messo anima e corpo nel tentativo (riuscito) di rendere tridimensionale un personaggio la cui unica funzione è quella di fungere da alcolizzata bussola morale del marito, in contrasto con l'altra donna presente nel film, che invece ha il solo scopo di destabilizzare il protagonista e fungere da gancio per tutte le accuse di comunismo ai danni di Oppenheimer (ma tanto Florence Pugh è splendida comunque e affronterebbe con grazia anche il ruolo di un cassonetto). Altri interpreti che ho adorato o che mi hanno colpita, in ordine sparso: un irriconoscibile ed agghiacciante Casey Affleck nei panni dell'"inquisitore" russo, il sempre bravo Matt Damon, un David Dastmalchian che vorrei finalmente vedere protagonista di un film che ne metta in risalto il carisma magnetico, il "fidanzatino" ebreo di Mercoledì Addams invecchiato ed imbolsito e, ovviamente, un Dane DeHaan sempre meravigliosamente merda. Quindi, come avete potuto vedere, Nolan mi ha convinta. Oppenheimer non è un film che riguarderò presto, anche se mi piacerebbe, appena sarà disponibile, godermelo in lingua originale, ma è sicuramente un'opera splendida, nata e pensata per il grande schermo, fatta per chi non è ancora pronto a soccombere allo strapotere dei film usa e getta e visti con un occhio sullo smartphone. A tal proposito, dal giorno dell'uscita gli spettacoli di Oppenheimer al multisala di Savona hanno fatto sempre il tutto esaurito, e anche Barbie ha fatto sfracelli sia lì che nel cinema all'aperto. Spero proprio non sia un trend limitato a questi due "colossi" accompagnati da battage pubblicitari assurdi e che la gente abbia riscoperto l'amore per la sala, perché ce n'è bisogno!


Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Cillian Murphy (J. Robert Oppenheimer), Emily Blunt (Kitty Oppenheimer), Robert Downey Jr. (Lewis Strauss), Alden Ehrenreich (l'assistente del Senato), Scott Grimes (il consulente legale), Jason Clarke (Roger Robb), Tony Goldwyn (Gordon Gray), Macon Blair (Lloyd Garrison), James D'Arcy (Patrick Blackett), Kenneth Branagh (Niels Bohr), David Krumholtz (Isidor Rabi), Josh Hartnett (Ernest Lawrence), Alex Wolff (Luis Alvarez), Florence Pugh (Jean Tatlock), Matthew Modine (Vannevar Bush), David Dastmalchian (William Borden), Matt Damon (Leslie Groves), Dane DeHaan (Kenneth Nichols), Jack Quaid (Richard Feynman), Benny Safdie (Edward Teller), Rami Malek (David Hill), Casey Affleck (Boris Pash), Steve Coulter (James Conant) e Gary Oldman (Harry Truman) ho già parlato ai rispettivi link.

Dylan Arnold interpreta Frank Oppenheimer. Americano, ha partecipato a film come Mudbound, Halloween, Halloween Kills e a serie quali The Purge. Anche produttore, ha 29 anni e un film in uscita. 


Tra le mille altre facce più o meno conosciute presenti nel film segnalo Harry Groener (Senatore McGee, era il sindaco Wilkins della serie Buffy l'ammazzavampiri), Matthias Schweighöfer (Werner Heisenberg, era il tedesco di Army of the Dead nonché protagonista dello spin-off Army of Thieves), Emma Dumont (Jackie Oppenheimer, era la Polaris di The Gifted) e Gustaf Skarsgård (Hans Bethe, ha partecipato alla serie Vikings). La storia raccontata in Oppenheimer era stata già portata sullo schermo con L'ombra di mille soli, film che non ho mai visto, dove Paul Newman interpretava Leslie Groves; se l'argomento vi interessasse, potreste recuperarlo assieme a I Giorni Dell'Atomica, mentre se amate le biografie di geni controversi potete buttarvi su La teoria del tutto, Il diritto di contare, The Imitation Game e A Beautiful Mind. ENJOY! 

martedì 29 agosto 2023

Cobweb (2023)

Altro horror agostano che avevo sul radar da prima ancora che ne parlasse Lucia è questo Cobweb, diretto dal regista Samuel Bodin.


Trama: il piccolo Peter, ragazzino schivo e solitario, comincia a sentire una voce di notte, che gli apre a poco a poco gli occhi su una terribile realtà...


Il post su Cobweb sarà assai breve, in quanto il film trova il suo punto di forza in una trama ambigua che intorta lo spettatore un po' come vuole, lasciandolo spiazzato anche nel momento in cui, se un po' più scafato della media, si convince di aver capito proprio tutto, com'è successo a me. In soldoni, Cobweb è una deliziosa, cattivissima fiaba nera di Halloween, avente per protagonista Peter, un bimbetto solitario che a scuola viene bullizzato e a casa viene riempito di affetto da genitori iperprotettivi. Una notte, il piccolo Peter comincia a sentire una voce provenire dai muri della sua camera e da quel giorno la sua vita cambia... in che modo, ovviamente, non vi sto a dire. Sulla trama non posso ricamare troppo, anche se a un certo punto ho pensato che lo sceneggiatore (tra l'altro lo stesso di quella schifezza dell'ultimo Non aprite quella porta) si sia letto con attenzione il racconto breve da cui era stato tratto Antlers per trarne ispirazione, soprattutto per quanto riguarda Miss Devine, la maestra che prende a cuore Peter, ma vi assicuro che vi affezionerete al giovanissimo protagonista e odierete molti altri personaggi, facendovi contagiare dal veleno contaminante della solitudine e della tristezza.


Posso invece dire qualcosina di più relativamente alla realizzazione e agli attori. Se non avete mai visto la serie Netflix Marianne, purtroppo interrotta stupidamente alla fine della prima stagione, vi consiglio di farlo perché Samuel Bodin ci si è fatto le ossa per bene ed arrivato pronto al salto verso il mondo dei lungometraggi: Cobweb ha infatti un'ottima gestione non solo degli ambienti, del buio e dei jump scare ma soprattutto di quei momenti in cui è il confronto tra personaggi a generare inquietudine, quell'intersecarsi di parole, sguardi e piccoli dettagli che la cinepresa coglie e riporta allo spettatore, alimentandone l'ansia senza ricorrere ad immagini scioccanti. A tal proposito, Cobweb non è comunque timido per quanto riguarda le scene più horror e ha, inoltre, l'indubbio pregio di non ricorrere a una CGI invasiva nei momenti "rivelatori", ma ciò in cui eccelle e l'atmosfera inquietante e claustrofobica generata dalle scenografie, tra campi di zucche, cupe magioni, luoghi bui e stretti e arredi vetusti. Una luce generalmente malata e giallognola fotografa gli ambienti e i volti di attori bravissimi: la Caplan e Starr sono ormai due garanzie quando si tratta di interpretare un certo tipo di personaggi (e Starr è imponente anche senza i capelli biondi e il fisico statuario di Homelander) ma è il quattordicenne Woody Norman a reggere buona parte del peso del film, risultando molto più piccolo e fragile della sua età anagrafica, il che concorre ad alimentare l'empatia dello spettatore verso uno dei rari bimbi non odiosi presenti all'interno di un horror. Purtroppo, non posso aggiungere altro, tranne che Cobweb è uno degli horror che ho preferito quest'anno e che spero di vederlo presto distribuito in Italia, magari per Halloween. Considerata la presenza di Evan Goldberg e Seth Rogen tra i produttori, magari finirà dritto su Prime, anche se mi piacerebbe tantissimo vederlo al cinema!


Di Lizzy Caplan, che interpreta Carol, ho già parlato QUI. 

Samuel Bodin è il regista della pellicola. Francese, ha diretto la serie Marianne, che potete vedere su Netflix. E' anche sceneggiatore, attore e produttore.


Antony Starr interpreta Mark. Diventato giustamente famoso per il ruolo di Homelander/Patriota nella serie The Boys, ha partecipato a film come Without a Paddle, The Covenant e alla serie Xena principessa guerriera. Neozelandese, ha 48 anni. 


Cleopatra Coleman, che interpreta Miss Devine, era la moglie del protagonista James Foster in Infinity Pool. Se Cobweb vi fosse piaciuto, recuperate Somnia e Antlers - Spirito insaziabile. ENJOY!


venerdì 25 agosto 2023

La casa dei fantasmi (2023)

Mercoledì ho fatto ciò che nessun cinefilo mi perdonerà mai, ovvero sono andata a vedere La casa dei fantasmi (Haunted Mansion), diretto dal regista Justin Simien, e ho saltato a pié pari Oppenheimer per vari motivi. Tranquilli, sono già stata punita!


Trama: Gabbie e il figlioletto sono costretti a chiedere aiuto ad un eterogeneo gruppo di presunti esperti del paranormale quando la loro nuova casa si rivela infestata...


Quando parlo di punizione, non è perché La casa dei fantasmi non mi sia piaciuto, quanto piuttosto perché, proprio in questi giorni di caldo record, la sala del cinema aveva un'aria condizionata ridottissima o forse addirittura non funzionante (il che mi porterà a tenere conto delle temperature domenica, per decidere se andare a vedere Oppenheimer questa settimana o la prossima, ché tre ore immersa nel sudore non le merito). Questo, lo ammetto, ha condizionato non poco la mia fruizione del film, tanto che, a metà del secondo tempo, devo essere praticamente svenuta per la pressione bassa perché ricordo pochissimo di tutto ciò che accade dopo la guest appearance di Winona Ryder e prima del ritorno di Ben e company alla magione. Mi è dispiaciuto abbastanza, perché La casa dei fantasmi, pur non essendo un capolavoro, è una di quelle pellicole all star e molto curate che regalano due ore di divertimento per tutta la famiglia e che potrebbero diventare il primo passo di un bambino/preteen all'interno del favoloso regno dell'horror. Remake (o reboot, fate voi) dell'omonimo film uscito nel 2003 e ugualmente ispirato a una delle più famose attrazioni di Disneyland, La casa dei fantasmi mette in scena la lotta di un gruppo di "esperti" del paranormale contro gli innumerevoli fantasmi che hanno infestato la casa di Gabbie e di suo figlio; come già accadeva in Ju-On, gli spettri non si limitano a perseguitare le persone nei confini della magione ma si accozzano alle loro vittime, seguendole, anche se queste ultime sono così intelligenti da fuggire, e ciò spiega perché i protagonisti del film non agiscono mossi da dabbenaggine o curiosità ma per mero spirito di autoconservazione che, con l'evoluzione della trama, si trasforma in sincera preoccupazione per i propri compagni. Il "cuore" del film è Ben Matthias, brillante fisico quantistico che, per vicende che verranno spiegate e non vi spoilero, si ritrova a fare da disillusa e misantropa guida turistica a New Orleans (splendida città purtroppo utilizzata solo per dare un vago tocco di colore). Attraverso lui, la pellicola veicola l'immancabile messaggio Disneyano di dialogo e crescita, inserendo all'interno di una trama molto avventurosa e, a modo suo, inquietante, un percorso di formazione capace di rendere quasi tutti i personaggi abbastanza tridimensionali, e non dei meri portatori di skills necessarie per sconfiggere il cattivone finale. In questo senso, il cast all star giova. Tolti Danny DeVito e Jamie Lee Curtis, abbastanza carismatici e amati da permettersi il ruolo di adorabili "strambi" di lusso, LaKeith Stanfield, Rosario Dawson, Owen Wilson e Tiffany Haddish si alternano con elegante equilibrio tra momenti di stupidera assoluta e serietà quasi commovente, palesando quanto si siano divertiti sul set senza mai prendere sottogamba un film che, a livello di profondità di trama, non brilla particolarmente.


E' evidente, infatti, che i realizzatori si siano concentrati principalmente sull'aspetto visivo della pellicola. Non conoscendo il film del 2003 (e non essendo mai stata a Disneyland!) non so quanti dei fantasmi, ambienti e trappole che costellano il film siano frutto della farina del sacco di Justin Simien e della sceneggiatrice Katie Dippold, ormai abbonata alle commedie con fantasmi, ma dal basso della mia ignoranza mi è sembrato sia stato fatto un lavorone. Avrei paura, sinceramente, di guardare un backstage e capire quanto della casa infestata sia effettivamente stato costruito in qualche studio o location da manovalanze esperte e quanto sia stato generato da computer mentre gli attori erano costretti a recitare davanti a un green screen ma, anche così, le scenografie mi sono piaciute moltissimo e lo stesso vale per i costumi non solo indossati dai fantasmi, ma anche per le mise di LaKeith Stanfield, Tiffany Haddish e quel trionfo messo addosso a Jamie Lee Curtis, che mi ha ricordato tantissimo gli abiti dell'adorato Grosso guaio a Chinatown. Mi sono sembrati buoni anche gli effetti speciali. Non ho avvertito il solito "mal di testa da CGI" nemmeno nelle scene in cui è stata utilizzata in modo più invasivo, specie quando si è trattato di rendere, almeno in parte, un'idea di altromondo, e l'unico appunto che faccio all'intera operazione è che manca un po' di coraggio nell'imbroccare scelte di sequenze, montaggio e make-up che siano davvero spaventosi o memorabili, considerato quanto erano terrificanti per noi bambini pellicole come Qualcosa di sinistro sta per accadere, Nel fantastico mondo di Oz, Gremlins o lo stesso Ghostbusters. Anche se molte recensioni lo stroncano e lo additano come prodotto pensato per venire programmato su Disney + , il mio consiglio è quello di andarlo a vedere comunque in sala con figli o nipoti, perché potrebbero divertirsi molto, soprattutto sarebbe carino se fosse la loro prima volta al cinema!  


Di LaKeith Stanfield (Ben Matthias), Rosario Dawson (Gabbie), Owen Wilson (Padre Kent), Danny DeVito (Bruce Davis), Tiffany Haddish (Harriet), Jamie Lee Curtis (Madame Leota), Jared Leto (Crump/Hatbox) e Winona Ryder (non accreditata, interpreta Pat) ho già parlato ai rispettivi link.

Justin Simien è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dear White People e Bad Hair. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 40 anni.


Il film avrebbe dovuto essere prodotto e diretto da Guillermo del Toro, che alla fine non ha avuto a che fare col progetto, per motivi sconosciuti. Il film è il remake de La casa dei fantasmi con Eddie Murphy (che avrebbe voluto un compenso spropositato per un cameo, quindi è stato estromesso dal film di Simien) che, a dire il vero, non ho mai visto. Se avete curiosità, recuperatelo! ENJOY!

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