venerdì 18 settembre 2020

Host (2020)

Ultimamente gli horror interessanti stanno spuntando come funghi e nell'elenco rientra anche Host, diretto e co-sceneggiato dal regista Rob Savage.


Trama: durante il lockdown, un gruppo di amici si riunisce per una seduta spiritica online. A causa di un maldestro errore, però, le cose vanno di male in peggio...


Mentre in Italia si panificava a oltranza e la gente cantava dai balconi, da qualche parte nel mondo ci sarà stato qualcuno che ha impiegato il tempo del lockdown in maniera alternativa, ne sono sicura. Magari, come nel caso di Host, imbastendo una seduta spiritica via Zoom, collegando tra loro sei amici e una medium per superare la noia e passare una serata diversa. E' così che si è sviluppato uno scherzo diventato virale, realizzato da Rob Savage ai danni di alcuni suoi amici, diventando un mediometraggio (dura meno di un'ora) basato sulla semplice, stra-abusata idea di una seduta spiritica che a un certo punto prende una brutta piega, condannando i partecipanti ad avere a che fare con uno spirito assai incazzato che non esita a farla pagare pesantemente a chi ha ben pensato di prenderlo in giro. Ambientato proprio durante il lockdown, Host fa leva sulla familiarità di una situazione straordinaria e sull'inevitabile empatia che si viene a creare tra i protagonisti e lo spettatore, sul senso di claustrofobia e paura venutosi a creare a causa del Covid, accentuato ovviamente dall'elemento sovrannaturale; la breve durata del film concorre a non creare tempi morti, così che l'azione entri subito nel vivo e il pubblico non abbia neppure il tempo di storcere il naso di fronte alle solite, inevitabili forzature (va bene il lockdown, va bene qualunque cosa, ma se sento dei rumori in cucina o in soffitta non mi porto dietro il portatile, tanto le mie amiche da casa non possono uscire dallo schermo per aiutarmi) o di fronte agli spaventi cheap ma assai efficaci di cui il film abbonda, e il risultato è una pellicola dinamica e divertente, perfetta anche per chi ha poco tempo per "rilassarsi" davanti allo schermo.


Quanto alla realizzazione, Host si muove ovviamente sulla falsa riga di Unfriended e del suo seguito, come se lo spettatore stesse per l'appunto guardando una conferenza su Zoom, tra schermo diviso in sei parti, riprese quasi amatoriali, abbondanza di primi piani e vari ammenicoli utilizzati in maniera intelligente per mettere ancora più paura, come gli sciocchi effetti "alla FaceApp", le immagini riproposte in loop, ecc. Nonostante sia palesemente una produzione da due sterline, i pochi effetti speciali più improntati sull'horror e sul gore non mi sono parsi fatti a tirar via e le attrici mi sono piaciute tantissimo (l'unico a mio avviso fuori parte è l'amico roscio); poiché parte dei dialoghi e persino delle azioni compiute sullo schermo è improvvisata, oppure alla singola attrice è stato mostrato del materiale già registrato senza dirle prima cosa avrebbe visto, le reazioni delle fanciulle sono assai genuine e questo concorre ad alimentare l'empatia di cui parlavo sopra, anche perché quasi tutti i personaggi sono ben scritti e abbastanza plausibili nel loro essere "normali", soprattutto prima che l'elemento sovrannaturale entri a gamba tesa. Insomma, da Host non mi aspettavo nulla di che, invece sono rimasta molto soddisfatta e ringrazio Rob Savage per aver tenuto a mente la fondamentale massima "un bel gioco dura poco", che dovrebbe essere la regola d'oro per ogni film del genere.

Rob Savage è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Strings ed episodi di serie come Britannia. Anche direttore della fotografia, montatore e produttore, ha un film in uscita.


Se Host vi fosse piaciuto recuperate Unfriended e Unfriended: Dark Web (li trovate entrambi su Chili e altri servizi di streaming a noleggio). ENJOY!

martedì 15 settembre 2020

The Rental (2020)

C'è una serie di horror thriller usciti ultimamente che hanno attirato la mia attenzione e nei prossimi giorni dovrei riuscire a guardarli e a parlarne. Il primo è The Rental, diretto e co-sceneggiato dal regista Dave Franco. P.S. Come avrete notato, si torna a rallentare, gente. Purtroppo, la sfiga non dà tregua.


Trama: due coppie di amici decidono di passare un weekend in una lussuosa villa in affitto. Una volta arrivati, cominciano le tensioni e i misteri...



Dave Franco è l'inespressivo fratellino del ben più famoso James, ed è un attore apprezzato giusto nell'interessante The Disaster Artist e per il resto dimenticato. Non ho guardato The Rental per amor di Franco, dunque, ma per quel gran figo di Dan Stevens, tuttavia mi sono accinta alla visione curiosa di capire cosa avrebbe potuto combinare, uno che come attore non è granché, dietro la macchina da presa e alla sceneggiatura. La risposta è: avrebbe potuto fare di meglio, ma anche di peggio. The Rental è infatti una di quelle pellicole passabili di rientrare nel cosiddetto genere mumblegore; per chi non sapesse di cosa sto parlando, i film mumbleCore sono solitamente indipendenti, si concentrano prevalentemente sui dialoghi tra personaggi e sull'approfondimento di legami e rapporti interpersonali, e hanno per protagonisti persone che non superano i quarant'anni. Se alla C sostituite la G, avrete il mumblegore, ovvero la versione horror di questo genere di pellicole, di cui The Rental può dirsi un esponente. Non dei migliori, come ho scritto su, anche perché verso il finale il film cambia strada e diventa un banale slasher "bianco", ovvero senza quasi una goccia di sangue, mentre la parte che precede l'esplosione dell'azione improvvisa è molto più interessante e il suo unico problema è giusto quello di mettere in scena quattro personaggi di cui solo uno apprezzabile, la bella Mina. Gli altri vanno dall'odioso al detestabile, con varie sfumature che passano dal figonzo che sa di esserlo e se ne approfitta (indovinate un po' chi...), alla fidanzata spaccamaroni la cui idea di divertimento coincide col drogarsi, per arrivare al fratellino testa di cazzo e fallito. A far scoppiare la miccia di tensioni, cose non dette e conflitti latenti ci pensa il fratello dei proprietari della villa in affitto, un razzista misogino che si ritrova a diventare anche involontario capro espiatorio per qualcosa di assolutamente imprevedibile.


Imprevedibile fino a un certo punto ovviamente, ché una volta svelato l'arcano che tanto danno causerà ai quattro baldi fanciulli, lo svolgimento del film diventa di una banalità sconcertante e la noia è lì che attende, subito dietro l'angolo. Peccato, perché oltre ad avere occhio per la scelta degli attori (Sheila Vand ha la fortuna di avere il personaggio più interessante ma anche gli altri attori sono perfetti per i rispettivi ruoli e una menzione speciale la merita Toby Huss, assolutamente detestabile e laido) mi è parso che, nonostante qualche scivolone patinato (la scena della doccia è terribile, giuro), Dave Franco abbia anche gusto per i colori e le riprese in interni. Purtroppo, il suo non è uno stile riconoscibile e a tratti pare più una scopiazzatura dei cliché del genere, privati di buona parte della personalità, e ciò mi fa pensare che la sua inespressività attoriale si sia trasferita anche alla regia e alla sceneggiatura, arrivando a fare di The Rental un film gradevole ma dimenticabile nel giro di un paio di giorni, perso nella marea di altri horror, thriller, mumblegore e quant'altro, che periodicamente escono negli States. Fortuna che Dan Stevens è sempre un bel vedere!


Del regista e co-sceneggiatore Dave Franco ho già parlato QUI. Dan Stevens (Charlie) e Alison Brie (Michelle) li trovate invece ai rispettivi link.

Sheila Vand interpreta Mina. Americana, ha partecipato a film come Argo, A Girl Walks Home Alone at Night, Holidays, Xx - Donne da morire; come doppiatrice ha lavorato in BoJack Horseman. Ha 35 anni.


Se The Rental vi fosse piaciuto recuperate The Invitation (lo trovate tranquillamente su Prime Video). ENJOY!

venerdì 11 settembre 2020

Spree (2020)

Altro film che ha attirato la mia attenzione bazzicando su Letterboxd, sito molto utile ed istruttivo, è stato Spree, diretto e co-sceneggiato dal regista Eugene Kotlyarenko.


Trama: Kurt Kunkle è un wannabe influencer di ben poco successo. Per recuperare follower, Kurt decide di mettere on line la sua esperienza come autista, aggiungendo a ogni corsa un tocco a dir poco mortale...


Mentre sto scrivendo il post, la signora del "non ce n'è coviddi", tizia di cui non ricordo neppure il nome, si è aperta un account Instagram che sta già attirando milioni di iscritti. Viviamo dunque in un'epoca di merda, dove basta palesare ignoranza crassa e voilà!, invece di vergognarsi delle stronzate dette o scritte basta reinventarsi star del web e tranquilli che ci sarà qualche cretino disposto a darci del grano, anche se non sappiamo fare nulla, non abbiamo un pensiero intelligente che sia uno e sprechiamo solo l'aria che respiriamo. Di fronte a una simile, triste realtà, è naturale che molti pensino che sia non solo giusto ma persino doveroso "essere qualcuno"; d'altronde se, per l'appunto, ce l'ha fatta Ms. Coviddi ad avere i suoi 5 minuti di gloria a pagamento o se Salveenee può aspirare a una presidenza del consiglio perché mai qualsiasi ragazzetto con in mano un cellulare non dovrebbe avere il diritto di venire seguito ed ammirato? Spree si basa proprio su questo concetto e ha per protagonista Kurt Kunkle, proprietario dell'account Instagtram Kurtsworld96 e wannabe influencer con, ahilui, ben poco seguito, nonostante metta cuore ed anima in ognuno dei suoi video e sia stato il babysitter di uno degli instagrammer più famosi del momento. Per quanto ci metta passione, Kurt ha pochissimi follower quindi un giorno decide di rendere un po' più vivaci e speziati i suoi live streaming e, complice il suo lavoro come autista per il servizio di carsharing Spree, di creare l'hashtag #TheLesson per insegnare al pubblico come nasce un fenomeno del web: se la gente vuole emozioni forti, lui è pronto a dargliene, trasformando ogni corsa in auto nell'ultima dei suoi passeggeri, uccisi vuoi con abbondanti dosi di veleno vuoi in modi più sanguinosi, mano a mano che la follia e la frustrazione di Kurt crescono.


Al giorno d'oggi, però, il pubblico è molto volubile e non basta offrire abbondanti dosi di gore e violenza, non se non si sa presentarle con un faccino carino e dei modi di fare accattivanti: alla morte istantanea il pubblico preferisce la lunga agonia, lo shaming, lo scherzo reiterato accompagnato da slogan sempre uguali, e ormai non riesce più a distinguere quello che è reale da ciò che non lo è, sempre se poi al momento conti qualcosa. Non c'è più nemmeno una vera differenza tra chi offre contenuti interessanti ed innovativi o chi invece incarna il vuoto cosmico, perché tutto varia nel giro di un secondo, in base alle mode e agli umori di un pubblico volubile; molto interessante, a tal proposito, la scelta di regista e montatore di dotare Spree di una molteplicità di punti di vista e di corredare le immagini con un flusso continuo di commenti e reactions, che rendono il tutto non solo più dinamico ma anche folle e frenetico, spesso straniante, specchio della natura usa e getta di tutto ciò che incontriamo quotidianamente su internet, che dura giusto il tempo di un like oppure di una breve diretta in streaming. Spree comincia così come una dark comedy divertente ma diventa sempre più opprimente e angosciante, non tanto per i limiti che Kurt arriva a varcare pur di raggiungere la tanto agognata fama, ma proprio per i meccanismi anche troppo familiari che si celano dietro alla sua follia e alla superficialità di tutte le webstar che gravitano attorno a lui, anche quelle che in apparenza sembrerebbero dare solo messaggi positivi ed assennati (a mio avviso la cosa più intelligente del film è il finale, un capolavoro di cinismo che lascia letteralmente di sale lo spettatore). Spree è dunque l'American Psycho o il Taxi Driver de noantri, della nostra triste realtà che nemmeno più merita grandi autori a riportarla su schermo, e la faccetta nescia dell'adorabile Joe Keery non ha neppure un grammo del fascino di chi lo ha preceduto, perché incarna la mediocrità senza speranza che giusto un pubblico altrettanto disperato e mediocre potrebbe elevare a mito. Fortunatamente, Spree non è un film for Joe Keery's fans only, ma pur non essendo un capolavoro contiene un sacco di cosette interessanti e merita di sicuro una visione.


Di David Arquette, che interpreta Kris Kunkle, ho già parlato QUI.

Eugene Kotlyarenko è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film a me sconosciuti come 0s & 1s, Feast of Burden e Wobble Palace. E' anche attore, produttore e montatore.


Joe Keery interpreta Kurt Kunkle. Americano, famoso per il ruolo di Steve in Stranger Things, ha partecipato a film come Molly's Game. Ha 28 anni e un film in uscita.


Sasheer Zamata, che interpreta Jessie Adams, è davvero una comica americana, spesso in forza al Saturday Night Live, e lo stesso vale per Kyle Mooney, che interpreta Miles Manderville. Tra le guest star del film compare inoltre Mischa Barton, un tempo Marissa di The O.C.. ENJOY!


giovedì 10 settembre 2020

(Gio)WE, Bolla! del 10/9/2020

La mostra del cinema di Venezia si è tenuta anche quest'anno, anche se un po' sottotono, e ovviamente le sale italiane, ancora in lentissima ripresa, cominciano a venire invase dai film ivi presentati. A rimetterci, purtroppo e almeno a Savona, sono gli horror come The Vigil, quindi... ENJOY, ma con riserva!

Non odiare
Reazione a caldo: E chi odia, figuriamoci.
Bolla, rifletti!: A parte gli scherzi, un film come questo offre un messaggio di tolleranza fondamentale in tempi come questi, anche se ribadisco che il solo nazista/fascista buono è quello morto. Anche per questo non ho granché voglia di andare al cinema a vedere questo film, non solo perché ho fatto voto, causa Covid e brutte esperienze di non-distanziamento, di "scomodarmi" solo per le pellicole di cui non posso fare a meno, ma anche perché temo un eccesso di retorica. 

martedì 8 settembre 2020

The New Mutants (2020)

La natura orribile del 2020 non dà tregua e l'ultima settimana è stata una delle più tremende. Anche per settembre il blog rallenterà parecchio e onestamente non so nemmeno se riuscirò a scrivere qualcosa di interessante su The New Mutants, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Josh Boone.


Trama: giovanissimi mutanti vengono rinchiusi in un istituto per tenere sotto controllo i loro poteri, almeno finché, dopo l'arrivo di Dani Moonstar, anche quello comincia a diventare un luogo pericoloso e popolato da incubi...


Come ho scritto, è stata una settimana bruttissima, e tutto quello che volevo per tirarmi un po' su era andare al cinema e guardare un film che aspettavo dal 2017. Preparata da critiche impietose, sono partita rassegnata all'idea di vedere come minimo una schifezza, ma ero talmente stanca e talmente pessimista che l'idea di distruggere un film nato nel 2017, rimandato per anni, riscritto a seguito di deliri legati a case di produzione e acquisizioni assortite, destinato a nascere già morto in quanto impossibilitato a diventare parte di una franchise mutante globale, dove il personaggio di Essex/Sinistro è stato forzatamente eliminato proprio per i disastri produttivi di cui sopra diventando un nome buttato lì senza un perché, mi è sembrato ingiusto. Come dice Elio, "Gino Bramieri è molto più indulgente, ti prego sii accondiscendente, concedimi l'amnistia" e io la voglio concedere a 'sto povero The New Mutants, che mi ha tenuto compagnia per un'ora e mezza durante la quale mi sono divertita molto più che con l'ultimo, mediocre X-Men. E' vero, The New Mutants "non è horror, non è cinecomic, sa soltanto quello che non è", per continuare con le citazioni, e in soldoni è un lungo episodio di Buffy The Vampire Slayer, più volte ed insistentemente nominato e visto, ambientato in un manicomio, avente per protagonisti superadolescenti dai superproblemi, non necessariamente simpatici. La "Buffy" della situazione è Dani Moonstar, dotata nei fumetti del potere di cerare visioni basate sulle paure o i desideri di amici/nemici, qui piagata da un enorme "dono" di natura non ben definita e che, dopo essersi ritrovata sola al mondo, diventa paziente di un istituto popolato da altri quattro mutanti come lei, ognuno vittima di un passato orribile legato alla prima manifestazione della loro natura. Abbiamo quindi Rahne, licantropa dal complicato rapporto con la Chiesa, il campagnolo Sam, una sorta di razzo umano, il ricco Roberto che si "scalda" troppo (poi ci torniamo) e la misteriosa Illyana, che può teletrasportarsi e creare varchi sul cosiddetto Limbo (e torniamo anche lì) ma è soprattutto una Cordelia da primato; il passato di questi ragazzi viene sviscerato nel momento in cui a ognuno di loro capita di affrontare visioni terrificanti legate ai loro traumi, visioni che diventano sempre più tangibili, pericolose e incontrollabili.


Non è un caso che molti abbiano citato Nightmare 3, visto che l'ambientazione e le visioni lo richiamano parecchio nelle atmosfere, ma The New Mutants non si appoggia tanto sull'elemento horror, quanto più sul "drama" delle relazioni tra adolescenti problematici, che nel giro di 90 minuti offre allo spettatore tutto quello che a una serie Netflix servirebbero tre stagioni per sviscerare: romanticismo, tensioni sessuali, razzismo, senso di inferiorità, traumi irrisolti, competitività e gelosia, tutto scorre davanti agli occhi del pubblico grazie alla consapevolezza di chi avrebbe voluto girare una trilogia e invece se l'è tristemente presa nello stoppino, ridotto a tirare tutti i fili di qualcosa che viene imbastito con tranquillità nella prima parte del film e poi esplode frettolosamente nella seconda parte, azione compresa. Se non si ha piacere di stare al gioco, ovviamente, ciò è quanto di peggio possa accadere in un film, soprattutto quando moltissime cose vengono date per scontate e alcune travalicano proprio la logica. Per esempio, i fan delle saghe mutanti potrebbero riuscire a colmare tutti i buchi nella storia di Illyana e rimettere un po' a posto la questione del Demone Orso oltre che quella di Essex (spoiler: alla fine di X-Men: Apocalisse si legge il suo nome su una valigetta. Se fate il conto degli anni, capirete che The New Mutants avevano cominciato a progettarlo nel 2016 e che avrebbe dovuto essere legato ad Apocalisse ma ciccia), mentre lo spettatore "normale" potrebbe chiedersi perché diamine i cinque mutanti non fuggano quando Cecilia dorme (non credo possa mantenere un campo di forza ampio decine di miglia nel sonno), perché la stessa Cecilia non si sia difesa con un campo di forza dopo l'attacco di Rahne o perché Illyana non possa semplicemente teletrasportarsi via e mandare tutti al diavolo, e questi sarebbero tutti dubbi legittimi quanto quella leggera puzza di bruciato che si sente ogni volta che viene tirato il freno sull'aspetto horror del film.


Gli altri, ovvero chi come me aveva per il belino di stare a fare barba e capelli a The New Mutants, potranno invece apprezzare l'idea di realizzare un film che non sia la solita saga del cosplay mutante tamarro fatto male. La mancanza di tutine e costumi viene compensata da almeno tre personaggi con un minimo di personalità, Rahne e Illyana in primis, interpretati da giovani attori che ci hanno messo tutta la passione del mondo, salvo ovviamente chi è stato costretto ad interpretare Roberto DaCosta, che già era privo di personalità e nerbo nei fumetti, figuriamoci in un film dove viene messo giusto come riempitivo (ah, per amor di horror facciamolo pure "scaldare" senza un motivo, ma trattasi di batteria solare umana. E il povero Sam, certo, è molto fotogenico ricoprirlo di lividi, ma ogni volta che vola dovrebbe crearsi attorno al suo corpo un campo di forza, altrimenti altro che ossa rotte, avrebbe dovuto direttamente morire). Maisie Williams e Anya Taylor Joy sono una gioia per gli occhi di chi ha amato i loro personaggi nei fumetti. La prima, paffutella e piccolina, incarna tutta la tragica dolcezza della Wolfsbane degli inizi, quella innocente e timida, costretta a reprimere una natura lupina fatta di istinti sotto un'educazione cattolica rigida e violenta, vessata dall'incubo del maledetto reverendo Craig, mentre la seconda sembra uscita dritta dalla matita di Bill Sienkiewicz e ammetto di essere rimasta a bocca aperta durante tutta la sequenza finale a vederla brandire la Spada dell'Anima e a combattere col draghetto Lockeed, altro delizioso omaggio per nerd al quale ho abboccato come il pesce ignorante che sono. E per il resto sì, avrebbe potuto e dovuto essere più horror. Sì, avrebbe potuto e dovuto essere più compatto narrativamente e meno frettoloso. Sì, alla fine della fiera c'è la somma delusione di avere avuto per le mani un film sfortunato che forse non avrebbe nemmeno dovuto uscire, tanto rimarrà lì, come l'aratro nel maggese, come la sua villainess di carta velina. Ma onestamente sono dell'idea che mi sarebbe dispiaciuto non vedere alcune delle belle cose presenti nel film e quindi, sarà che in questo periodo ogni piccolissima gioia mi pare un immenso regalo, non riesco a voler male a questo The New Mutants.


Di Anya Taylor-Joy (Illyana Rasputin), Charlie Heaton (Sam Guthrie) e Alice Braga (Cecilia Reyes) ho parlato ai rispettivi link.

Josh Boone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Colpa delle stelle. Anche produttore, ha 41 anni e dirigerà alcuni episodi dell'imminente serie tratta da L'ombra dello scorpione.


Maisie Williams interpreta Rahne Sinclair. Inglese, famosa per il ruolo di Arya Stark nella serie Il trono di spade, ha partecipato a film come Mary Shelley - Un amore immortale e serie quali Doctor Who; come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Anche produttrice, ha 23 anni.


Henry Zaga, che interpreta Roberto DaCosta, è nel cast dell'imminente L'ombra dello scorpione, dove interpreterà Nick Andros. Jon Hamm era stato scelto per il ruolo di Sinistro e aveva portato a termine tutte le riprese, ma il personaggio è stato completamente eliminato durante il reshoot mentre Rosario Dawson ha rinunciato al ruolo di Cecilia Reyes. Se The New Mutants vi fosse piaciuto o se siete per la completezza totale, recuperate  X-MenX-Men 2X-Men - Conflitto finale, X-Men - L'inizio X-Men: Giorni di un futuro passato, X-Men: Apocalisse, X-Men: Dark PhoenixX-Men Origins: Wolverine, Wolverine - L'immortale, Logan - The Wolverine, Deadpool e Deadpool 2. ENJOY!

venerdì 4 settembre 2020

100 Bloody Acres (2012)

Avevo voglia di una supercazzola e la scelta è caduta su 100 Bloody Acres, diretto e sceneggiato nel 2012 dai registi Cameron e Colin Cairnes.


Trama: tre ragazzi finiscono nelle mire di due produttori di fertilizzante troppo organico, in cerca di materia prima...



E niente, l'Australia dell'horror cinematografico, anche quando è contaminato con la commedia come in questo caso, ha una marcia in più. Non avrei dato un centesimo a 100 Bloody Acres, invece ho scoperto un film schifosetto ed esilarante, capace di intrattenere dall'inizio alla fine con un meraviglioso, cattivissimo equilibrio tra momenti truci e personaggi sopra le righe, una sorta di Tucker & Dale vs Evil ancora più "ignorante". Non potrebbe essere altrimenti, visto che la pellicola è ambientata nelle zone rurali del Victoria, dove le fattorie distano chilometri l'una dall'altra e dov'è facilissimo non imbattersi in anima viva per miglia e miglia, nonostante gli autoctoni si conoscano comunque tutti e si ritrovino, periodicamente, per gioiosi festival campagnoli. Un ambiente simile è terreno fertile per film come Non aprite quella porta, ma qui non siamo nel cupo Texas, bensì nel downunder cazzone, e potrebbe capitare di avere la "fortuna" di incontrare i fratelli Morgan, Reg e Lindsay, e di entrare nelle simpatie del primo, weirdo che più non si può e pronto ad aiutare Lindsay nell'impresa di famiglia, ma comunque goffo, stralunato e fondamentalmente di buon cuore. Non è così per Lindsay, dotato di faccia da talebano e scatti di rabbia incontrollabile, al quale tocca mettere una pezza ai casini combinati dal fratellino troppo zelante e ad agire in maniera spietata laddove Reg qualche remora l'avrebbe; in mezzo alla faida tra i due finiscono tre ragazzotti impegnati in un triangolo amoroso, che diventano vittime e contemporaneamente elementi destabilizzanti, soprattutto perché uno dei tre è una bella e disnibita rossa, e, insomma, tra lei e una foto della Clerici australiana è molto meglio lei.


Il meccanismo di 100 Bloody Acres è quello tipico della commedia horror, con personaggi cartooneschi e fondamentalmente assurdi impegnati a compiere le cose più truci o ad esserne vittime senza mai prendersi troppo sul serio, con l'aggiunta, in questo caso, di un pizzico di folklore australiano (che non guasta mai) e abbondante cattivo gusto, che non risparmia né i monchi né le vecchie. I personaggi sono archetipici ma ben delineati e, nonostante si possa mettere al 90% la mano sul fuoco riguardo ad ogni cosa che faranno, alcuni riservano interessanti sorprese, al punto da far prendere al film una svolta inaspettata e ancor più esilarante, il tutto grazie anche ad attori bravi e simpatici, Damon Herriman in primis. Non manca, ovviamente, un'abbondante dose di gore accompagnata da effettacci splatter decisamente all'altezza e c'è persino la chicca di un John Jarratt negli inusuali panni di poliziotto; sì, la sua è una di quelle comparsate alla Danny Trejo/Kane Hodder/Robert Englund/Star horror casuale, che durano il tempo di un battito di ciglia, ma se non altro non è pubblicizzata piazzando il suo nome come primo in cartellone e, soprattutto, è divertente e assai gustosa. Come, del resto, tutto il film. Se avete quindi voglia di un po' di sano splatter ignorante e ridere sotto i baffi, 100 Bloody Acres è il film che fa per voi!


Dei registi e sceneggiatori Cameron Cairnes e Colin Cairnes ho già parlato QUI. Damon Herriman (Reg Morgan) e John Jarratt (Sergente Burke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se il film vi è piaciuto recuperate Tucker & Dale vs Evil. ENJOY!

giovedì 3 settembre 2020

(Gio)WE, Bolla! del 3/9/2020

Dopo il non esaltantissimo ritorno in sala della settimana scorsa è tornato il momento di indossare la mascherina e affrontare la scarsa organizzazione del Multisala Savonese, perché qualcosa di meraviglioso si è smosso all'orizzonte... ENJOY!

The New Mutants
Reazione a caldo: Finalmente!!!!
Bolla, rifletti!: Lo aspetto da tre anni. Credo che sia uno dei film più sfigati della storia del cinema e purtroppo, dalle prime recensioni, pare sia anche uno dei più brutti cinecomics mai girati. A discapito di tutto, non posso esimermi da correrlo a vedere, anche perché ho sempre avuto un debole per i personaggi creati da Chris Claremont.

After 2
Reazione a caldo: Ce n'era bisogno?
Bolla, rifletti!: Il ritorno di 50 sfumature di adolescenza cringe. Vi prego, rischiare di prendersi il covid per 'sta caCCata anche no, dai.

mercoledì 2 settembre 2020

Onward - Oltre la magia (2020)

Al cinema all'aperto sono riuscita, nonostante le avverse previsioni meteo, a guardare anche Onward - Oltre la magia (Onward), diretto e co-sceneggiato dal regista Dan Scanlon.



Trama: all'età di 16 anni, Ian è un giovane elfo insicuro che vive nel mito di un padre mai conosciuto. In occasione del suo compleanno, la madre consegna a lui e al fratello Barley, nerd appassionato di fantasy, un oggetto appartenuto proprio al loro padre, che catapulterà entrambi in una grande avventura...



Onward è uno dei film Disney Pixar più sfortunati, incappato proprio nel periodo Covid e costretto a venire rimandato più volte prima di uscire in sala. Molti se l'erano già guardato su Disney +, moltissimi, ovviamente, lo avevano recuperato per vie traverse, ma io non ho intenzione di pagare l'abbonamento per una piattaforma di ladri e ho fatto voto di non andare mai a pesca di film Pixar, quindi ho aspettato pazientemente che Onward arrivasse in sala, ancor meglio nelle arene estive. Nel frattempo, ne avevo sentito parlare abbastanza tiepidamente e dopo la visione non posso che confermare la natura "minore" dell'ultimo arrivato in casa Disney Pixar, il quale di sicuro non diventerà mai un capolavoro memorabile, eppure lo stesso gli ho voluto bene. "Onward", infatti, non indica l'andare oltre la magia, come da sottotitolo italiano, ma gioca con la terminologia tipica delle quest fantasy invitando i protagonisti e gli spettatori a guardare al futuro e ad andare avanti, custodendo nel cuore il passato senza rimpianti, cercando di crescere e vivere la vita più soddisfacente possibile; Ian, protagonista del film, non ha mai conosciuto il padre (morto probabilmente di cancro, come si evince da uno straziante dialogo tra fratelli) e vive nel costante ricordo di altri, che descrivono il genitore come una persona intelligente, divertente, piacevole e a modo suo geniale. Ovviamente, il ragazzo è un insicuro cronico e l'"ombra" del genitore incombe su di lui quanto quella del fratello Barley, un perdigiorno dalla personalità debordante che non perde occasione di coinvolgere Ian in epiche figuracce, finché un giorno i due non ricevono in regalo dal padre un bastone corredato di pietra magica, un lascito rarissimo all'interno di un mondo in cui la magia è stata abbandonata in favore delle comodità moderne. La magia darebbe a Ian la possibilità di coronare il suo sogno più grande, incontrare il padre, ma qualcosa va storto e i due fratelli devono imbarcarsi in un epico viaggio per far sì che l'incantesimo torni a funzionare.


Il viaggio di Ian e Barley è una quest che copre tutte le caratteristiche di un'avventura fantasy, resa ironica dallo stravolgimento dei topoi del genere, tutti privati di epicità poiché avvicinati alla natura prosaica dell'epoca moderna (la Manticora che gestisce un locale per famiglie, i folletti che non volano ma vanno in moto, comode autostrade che portano in posti virtualmente inaccessibili, aerei che solcano i cieli, cellulari e quant'altro), ma la simpatia dell'elemento parodico viene stemperata da un senso costante di perdita imminente, dalla consapevolezza, da parte di Ian, di stare mancando l'occasione di poter conoscere suo padre e parlargli e posso assicurarvi che il finale di Onward è qualcosa di straziante, un happy ending a metà che priva gli spettatori di una gioia e una speranza magari fasulle ma di sicuro apprezzabili in un'opera di finzione. A vederlo con gli occhi di un adulto, Onward è sì un racconto di formazione basato sulla graduale presa di consapevolezza di come non siano solo i genitori i pilastri fondamentali della nostra esistenza, ma anche la sistematica distruzione dei sogni di un ragazzino, che alla fine non riesce a coronare il suo desiderio più grande, costretto a palesare la sua raggiunta maturità rinunciandoci. Forse per questo a molti non è piaciuto, oltre al fatto che questo argomento pesantissimo stride con l'abbondanza di gag e l'aria "sciocchina" dell'intera operazione, che necessitava di un po' di equilibrio in più tra le sue due anime. Come ho detto, a me è piaciuto, però: ho trovato i due protagonisti adorabili e perfettamente bilanciati tra loro (così come il "terzo incomodo" che li accompagna) e ho apprezzato l'idea di affidarsi alla magia fino a un certo punto, preferendo puntare su cervello, sulla complicità e sul sostegno della famiglia per raggiungere determinati obiettivi. Certo, Onward non entrerà mai nell'olimpo dei cartoon Pixar memorabili, ma i bambini dovrebbero divertirsi a guardarlo e noi adulti ci ritroveremo, tra una risata e l'altra, a toglierci furtivi una lacrima dall'occhio, sperando di non arrivare a fine visione troppo depressi.


Del regista e co-sceneggiatore Dan Scanlon ho già parlato QUI. Tom Holland (voce originale di Ian Lightfoot), Chris Pratt (Barley Lightfoot), Octavia Spencer (Manticora) e Tracey Ullman (Grecklin) li trovate invece ai rispettivi link.

Julia Louis-Dreyfus è la voce originale di Laurel Lightfoot. Americana, ha partecipato a film come Troll, Hannah e le sue sorelle, Harry a pezzi e a serie quali Seinfeld e 30 Rock; come doppiatrice ha lavorato in A Bug's Life - Megaminimondo, Due fantagenitori e I Simpson. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 59 anni.


Se Onward - Oltre la magia vi fosse piaciuto recuperate Zootropolis. ENJOY!

martedì 1 settembre 2020

Tenet (2020)

Tenet, diretto e sceneggiato da Christopher Nolan, è il primo film che sono tornata a vedere al cinema dopo quasi sei mesi di lontananza dalle sale. Purtroppo, la gioia del ritorno tanto atteso è stata sciupata dalla gestione scellerata del Multisala savonese (spero che invece altrove le regole vengano rispettate), che mi ha costretta a quasi tre ore con la mascherina indosso a causa del mancato rispetto del distanziamento tra le poltrone: a Savona, infatti, se prenotate in due (lasciamo perdere le strisce di 6/7 persone, congiunte manco per le palle ma fatte entrare senza problemi) gli unici posti che rimangono liberi sono quello subito a destra e quello subito a sinistra sulla stessa fila, per le file davanti e dietro vi deve andar di culo e ovviamente io e il Bolluomo ci siamo ritrovati con un branco di ragazze tutte rigorosamente senza mascherina a distanza di un braccio dalla schiena, mentre davanti c'erano sì due posti liberi ma per mero caso. Shame, dunque, sul Multisala Diana: con tutta la buona volontà di sostenere il cinema visto come merita (ero dell'idea di andare a vedere TRE film questa settimana) sarò costretta a fare selezione giusto dei film che non voglio assolutamente perdermi sul grande schermo o di quelli che non posso recuperare in nessun altro modo, ché mettere a repentaglio così la salute dei miei famigliari e dei miei amici sarebbe davvero da sconsiderati.


Trama: un agente CIA si ritrova invischiato in un complotto "temporale" atto a distruggere l'umanità.


Dopo essermi sfogata un po' sulla questione Covid, torniamo a parlare di cinema. Avete visto che bella trama stringata ho messo qua sopra, eh? Potrei dire che volevo evitare di incappare in spoiler ma la verità è che Tenet questo è, spogliato da tutte le sue complicatissime ed inesplicabili teorie legate alle leggi dell'entropia e della fisica temporale, che ringrazio proprio tantissimo Robert Pattinson, Aaron Taylor-Johnson, Kenneth Branagh e la sciura indiana per esserci venuti incontro con doverose delucidazioni, ma avete presente quel suono che udite nel cervello quando provate a fare operazioni matematiche più difficili delle addizioni? Io sento proprio un crackrackrack come se cercassero di girare i lati del cubo di Rubick più vecchio e rotto del mondo, non scherzo, è un suono fisico di rotelle che si inceppano, ed è un suono che ho sentito spesso durante la visione di Tenet, al punto che un bel momento ho pensato: "ma sai cosa? Sono al cinema, questa è una ca**o di spy/action story, facciamo che ogni volta che Pattinson mi fissa dallo schermo chiedendomi silenziosamente se ho capito io annuisco e mi godo il delirio immaginifico Nolaniano?". Fatto questo, ve lo giuro, Tenet diventa una bellezza, uno 007 popolato da personaggi intelligentissimi che fanno cose fighe perché sono fighi, che riescono a tirare tutte le fila di un complotto talmente complesso da far fare a Di Caprio e soci in Inception (che io continuo a preferire a livello di trama, fatemi causa) la figura dei poveri sfigati impegnati in una storiellina per bambini. E il bello di tutto questo è che il difficile è solo per i personaggi, lo spettatore può tranquillamente rilassarsi e sapere che l'obiettivo è evitare la distruzione del mondo e sconfiggere il cattivissimo Branagh, punto. Come poi ci si riesca è un altro paio di maniche, stavolta non c'è comunque il pericolo di sentirsi stupidi e non capire il nucleo del film, grazie quindi a Nolan per la gentilezza: d'altronde, giusto gli americani potrebbero non conoscere il quadrato del Sator e smascellarsi dallo stupore per la sapienza del regista, visto che di base tutti i riferimenti a Sator, Arepo, Tenet, Opera e Rotas sono solo degli easter egg inutili (e io che già ero partita da casa spiegando a Mirco mille fantasiose teorie legate ad anagrammi e palindromi. No).


Si diceva, dunque, della bellezza di Tenet e delle sue scene girate in buona parte senza l'ausilio di effetti speciali, il che le rende ancora più pregevoli. Dall'inizio al cardiopalma ambientato all'opera, passando per un grandioso "incidente" aereo durante il quale ho sostituito ai protagonisti Lupin e Jigen nella mia mente bacata di fangirl, arrivando a deliranti corpo a corpo, ancor più deliranti inseguimenti in macchina e lunghissime sequenze in cui passato e presente si intrecciano con gente che va avanti ma contemporaneamente anche indietro mentre gli edifici scoppiano e non scoppiano c'è davvero l'imbarazzo della scelta, roba da far piangere John Wick di commozione. Nolan con la sua cinepresa e l'ausilio del montaggio piega letteralmente il tempo al suo volere e lo spettatore viene immerso in questo assurdo mondo privo di leggi della fisica (e tuttavia rigorosamente regolato da esse) come se la sala cinematografica non esistesse più, grazie anche all'assurda colonna sonora di Ludwig Goransson, soggetta anch'essa agli sbalzi temporali che condizionano la storia. In tutto ciò, la bellissima Elizabeth Debicki svetta letteralmente come una dea facendosi ricordare come unica presenza femminile in tutto il film (non è l'unica ma le povere Clémence Poésy e Fiona Dourif è come se nemmeno ci fossero) e John David Washington cerca di non sfigurare in un ruolo di agente segreto iperfigo che sarebbe stato più che perfetto, mi duole dirlo, per suo padre o quel gran gnocco di Idris Elba, facendosi spesso rubare la scena da un Kenneth Branagh bastardo fino al midollo (mi si dice che il suo accento originale sia assai ridicolo,  fortunatamente il doppiaggio ci mette una pezza) e da un Robert Pattinson che acquista importanza e spessore a mano a mano che la storia prosegue. In definitiva, essendo partita con la convinzione che mi sarebbero cadute le gonadi come durante Interstellar e Dunkirk, mi sono goduta tantissimo questo Tenet, film da vedere rigorosamente in sala; a mio avviso i livelli di The Prestige e Inception sono ben lontani ma perlomeno stavolta Nolan ha realizzato un film complesso ma godibile, più vicino al genere che preferisco, cosa che mi ha reso simpatica anche la volontà di essere comunque un maledetto snob. Andatelo a vedere in fiducia e sperabilmente anche in completa sicurezza!


Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Elizabeth Debicki (Kat), Robert Pattinson (Neil), Kenneth Branagh (Andrei Sator), Aaron Taylor-Johnson (Ives), Clémence Poésy (Laura), Fiona Dourif (Wheeler), Michael Caine (Michael Crosby), Himesh Patel (Mahir), Wes Chatham (Sammy) e Martin Donovan (Victor) li trovate invece ai rispettivi link.

John David Washington interpreta "il protagonista". Americano, figlio di Denzel Washington, ha partecipato a film come Malcom X BlackKklansman. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.


Se Tenet vi fosse piaciuto, recuperate Inception (lo trovate su Netflix), Source Code (lo trovate su Netflix e RaiPlay) e magari anche L'esercito delle 12 scimmie. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2020

Random Acts of Violence (2019)

Spinta dai sempre validissimi consigli di Lucia (e vi consiglio di leggere la sua recensione, meno banale e più interessante di quanto sarà la mia) ho recuperato anche Random Acts of Violence, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Jay Baruchel e tratto dal fumetto omonimo di Jimmy Palmiotti e Justin Gray.


Trama: il creatore e l'editore del fumetto Slasherman si imbarcano in un tour promozionale in occasione dell'imminente chiusura della serie, assieme alla fidanzata del primo e a un'assistente. Sulla scia del loro tour cominciano tuttavia ad accadere delitti sanguinosissimi...


Siccome lo tirano abbastanza dietro se si è dotati di un Kindle (solo in inglese, sorry), prima di guardare Random Acts of Violence ho letto il fumetto omonimo, roba che prenderà al massimo un'oretta del vostro tempo nel caso voleste cimentarvi nell'impresa, e onestamente ci sono rimasta un po' maluccio. L'opera originale è infatti un fumettino abbastanza superficiale, più interessato a gettare uno sguardo su una parte dell'industria dei comics, quella dei successi istantanei con marketing sfacciato annesso e del fandom estremo, che sulle responsabilità di creare personaggi scomodi; nel fumetto, lo sceneggiatore è "più deprecabile" del disegnatore in quanto le idee derivano da una sua misoginia latente e da una generale incapacità di vivere nella società, ma alla fine ci rimette anche il disegnatore che diventa comunque l'unico capace di riportare su carta l'arte, alimentando la follia dello psicopatico fomentato da Slasherman, ma tutto (non sto scherzando) finisce comunque a tarallucci e vino, come se la violenza "random" del titolo fosse davvero una cretinata da scrollarsi di dosso come fosse acqua e magari anche monetizzare con un sorriso e qualche ferita. Ringraziando gli dèi, nonostante verso il finale perda un po' le redini del discorso, Jay Baruchel cerca invece di imbarcarsi in un'analisi un po' più profonda sul creare opere di fiction "di genere" basandosi su delitti realmente accaduti, sbilanciandosi a tratti verso la valenza catartica di dette opere e altre volte sposando invece il punto di vista di chi si mette nei panni delle vittime e non tollera definizioni come quella di "eroe" per un personaggio palesemente negativo, folle, misogino e sanguinario. Todd non è solo un fumettista che scrive opere splatter per insensibilità o bisogno di sfondare e il suo personaggio è un po' più approfondito di così; accanto a lui, la fidanzata Kathy raccoglie le testimonianze delle vittime del vero Slasherman e incarna la voce della coscienza di chi comunque riesce a cogliere le vere responsabilità anche di chi opera con le migliori (o più innocenti) intenzioni. Il punto di vista del Random Acts of Violence cinematografico diventa così un po' più vario di quello della sua controparte cartacea, più critico e passabile anche di suscitare qualche riflessione, sebbene ci vorrebbe ben più dello spazio risicato di un blog per sviscerarle tutte.


Tali riflessioni però si diluiscono nel desiderio che Baruchel ha di dimostrarsi anche un buon regista, o meglio, un regista con idee particolari, accattivanti, che possono piacere o meno allo spettatore, ovviamente. Personalmente, i flashback legati al personaggio di Todd li ho apprezzati parecchio; certo, incarnano un "mistero" che tale non è, però l'utilizzo di colori saturissimi, le riprese del volto del bambino, il sangue scuro e l'atmosfera natalizia hanno fatto abbastanza colpo su di me e, in generale, Random Acts of Violence mette in scena per l'appunto una violenza talmente casuale e feroce da avermi spesso lasciata scossa, soprattutto perché da uno come Baruchel, consacrato alla commedia, è raro aspettarsi qualcosa di simile. Al di là, infatti, del gusto "arty" del personaggio di Slasherman, sono le sequenze che precedono la sua cosiddetta "arte" a colpire, quei momenti bui in cui le vite delle vittime vengono spezzate tra urla disperate e la consapevolezza di stare per morire nel modo peggiore; le parole di Kathy, sul finale, e il suo "non voglio passare gli ultimi istanti che mi restano in preda al terrore" mettono i brividi tanto quanto lo sfogo con cui, giustamente, accusa Todd di avere condannato a morte lei e gli altri senza nemmeno capire di averlo fatto, per semplice noncuranza, per il gusto di portare su carta qualcosa di vendibile, per l'amore di un successo capace di creare se non mostri, comunque creature inquietanti. Random Acts of Violence non è un film perfetto ma non è nemmeno il film scemo che ci si aspetterebbe da Jay Baruchel e per affrontarlo serve un po' di pelo sullo stomaco. Al momento, ovviamente, non è disponibile in Italia ma chissà che qualche piattaforma illuminata non decida di metterlo in catalogo prima o poi.


Del regista e co-sceneggiatore Jay Baruchel, che interpreta anche Ezra, ho già parlato QUI mentre Niamh Wilson, che interpreta Aurora, la trovate QUA.

Jesse Williams interpreta Todd. Americano, ha partecipato a film come Quella casa nel bosco, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca e a serie quali Grey's Anatomy. Anche produttore e regista, ha 39 anni.


Jordana Brewster interpreta Kathy. Americana, ha partecipato a film come Fast and Furious, Non aprite quella porta: L'inizio, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6, Fast & Furious 7 e a serie quali American Crime Story. Come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Ha 40 anni e un film in uscita, il nono capitolo della saga Fast & Furious.


giovedì 27 agosto 2020

(Gio)WE, Bolla! del 27/08/2020

Gesù, non ci posso credere. Pensavo non avrei mai più ripreso questa rubrica, invece il multisala savonese ha riaperto ieri dopo una chiusura di quasi sei mesi. Potere di Nolan e del suo Tenet, ovviamente, e altrettanto ovviamente il multisala comincia in bellezza riconfermando la sua rara stronzaggine: niente Gretel e Hansel, film meraviglioso che vi consiglio di andare a vedere di corsa, niente Dogtooth di Lanthimos e niente Little Joe, altro must della pandemia che finalmente arriva sul grande schermo. Ma quindi a noi sfigati savonesi cos'è toccato in sorte, oltre al recupero di Volevo nascondermi? ENJOY!

Tenet
Reazione a caldo: Oh, God...
Bolla, rifletti!: Sinceramente? Ho paura. Paura delle quasi tre ore in cui rischierò di coviddarmi e paura del fatto che il film decolli dopo un'ora e mezza, come ho detto altrove. Nolan, io ti ho voluto molto bene, lo sai, ma ora tu e i tuoi discepoli mi siete invisi. Fammi cambiare idea, ti prego.

Onward - Oltre la magia
Reazione a caldo: Oh, God... (part 2)
Bolla, rifletti!: E anche il nuovo film Pixar, che andrò a vedere però all'arena estiva, mi si dice sia un mezzo diludendo. Io voglio avere fede, anche in questo caso, perché l'astinenza da cinema è tanta.

Una sirena a Parigi
Reazione a caldo: Macheccazz....?
Bolla, rifletti!: Veramente, con tutti i film da recuperare, la francesata fantasy che non interessa a nessuno??? Ma cosa ho fatto di male? Poi magari è bello, per carità, però ripeto, avremmo potuto avere come minimo Gretel e Hansel. E se per sta cosa salta anche The New Mutants esco di testa. 

martedì 25 agosto 2020

Possession (1981)

Erano anni che volevo tentare di guardarlo e finalmente ci sono riuscita! Possession, diretto e co-sceneggiato nel 1981 da Andrzej Zulawski, non è più solo un mito sconosciuto...ma ci avrò capito qualcosa?


Trama: dopo un lungo periodo passato lontano da casa, l'agente segreto Mark torna da una missione solo per scoprire che la moglie Anna vuole divorziare. All'incredulità e alla rabbia dell'uomo si aggiunge la consapevolezza che Anna nasconda qualcosa di molto più inquietante di una semplice scappatella...



In una Berlino Ovest asettica e apparentemente deserta o quasi, un uomo torna a casa da una moglie che, lasciata sola con un bambino per troppo tempo, ha trovato un amante e vuole il divorzio. E' la storia più vecchia del mondo, specchio dell'egoismo e della solitudine degli esseri umani, di relazioni fallimentari dominate da insoddisfazione e tristezza, all'interno delle quali c'è sempre qualcosa di più importante dell'amore: il lavoro, se stessi, i figli. Mark non è un marito modello, affatto, complice anche il lavoro di agente segreto che lo porta spesso a stare lontano da casa, ma non può comunque credere che la moglie Anna non sia soddisfatta della vita da altolocata casalinga che conduce, non comprende che la donna possa cercare altrove quel "qualcosa" che le manca e che le causa dolore. Come ho scritto, è la storia più vecchia del mondo ma cosa succede quando un regista come Zulawski decide di renderla allegorica ed universale, zeppa di momenti allucinati che trasformano un divorzio in un incubo kafkiano da cui è impossibile uscire non solo per i personaggi ma anche per gli spettatori? Leggendo qualche recensione qui e là avevo inteso che Possession fosse una specie di body horror à la Cronenberg, e in parte è anche vero, poiché non manca di sequenze disgustose e sconvolgenti, alle quali non è facilissimo dare un senso; eppure, guardando il film di Zulawski, non mi è parso che l'orrore e lo schifo "fisico" fossero gli elementi importanti, quanto piuttosto gli sfoghi verbali dei due protagonisti, impossibilitati a capirsi tra loro, persi nel loro mondo egoista di desideri illusori (Anna che viene sostituita dalla sua versione "pura" e materna, Helen, per non parlare dello stesso Mark, rimpiazzato con un ideale) destinato a condannarli a ripetere sempre gli stessi errori, persi nel caos di un'esistenza priva di regole o salvezza che sistematicamente distrugge tutti quelli che stanno loro accanto. Sia Mark che Anna non si curano che dei loro interessi, ricordandosi del povero figlioletto giusto di tanto in tanto (giuro, è stato più il tempo che al povero Mirco, costretto a sorbirsi pezzi di film a colazione, chiedevo "Sì ma Bob, in tutto questo, dove lo hanno lasciato?") e agendo anche in maniera contraddittoria, a seconda di ciò che va bene a loro in un determinato momento, quasi privi di slanci umani che non siano la smania sessuale, la folle consapevolezza della propria disperazione o la rabbia per la frustrazione, che spesso sfocia in violenti omicidi.


E' un mondo oscuro quello di Zulawski, un mondo dove solo i bambini sono innocenti (non che questo li salvi) e dove anche i protagonisti, per i quali si arriva talvolta a provare pena, sono connotati in maniera molto negativa. Ambigui, folli, violenti e con una luce omicida in fondo agli occhi, sia Anna che Mark mettono paura e non consentono allo spettatore di prevedere i loro comportamenti, spesso irrazionali, né di comprendere il senso delle loro azioni, che talvolta risultano una spirale di spostamenti senza capo né coda, all'interno di luoghi popolati da personaggi a loro volta allegorici o simbolici, senza nessuna pretesa di verosimiglianza umana. Lo stesso Heinrich, l'amante, che dovrebbe essere la valvola di salvezza di Anna, non riesce a contrastare, con i suoi studi zen e la sua illuminazione, l'autodistruzione dei due coniugi e si ritrova perso in un mondo che non comprende più, subendone tutte le conseguenze, e anche chi cerca di riportare "l'ordine", come la polizia e gli ambigui agenti segreti per i quali lavora Mark, nulla può per tappare la falla di un mondo dove Dio e la fede sono scomparsi per lasciare solo un enorme, caotico vuoto. La Adjani e Sam Neill sono spettacolari, entrambi giovani e pronti ad assecondare l'oscura visione di Zulawski. Lei è giustamente stata premiata con la Palma d'Oro a Cannes e sfido qualunque attrice ad offrirsi completamente alla follia sensuale e senza freni richiesta dal ruolo di Anna, un ruolo che immagino abbia prosciugato la Adjani di ogni energia (la scena dell'aborto in metro è sconvolgente), mentre Sam Neill alterna momenti di freddissima razionalità british a una pazzia che farebbe vergognare John Trent, il protagonista de Il seme della follia, senza contare che sia lui che lei sono bellissimi, verrebbe quasi da dire i due poli di una famiglia ideale e perfetta. Ma anche no. E qui concludo perché ogni cosa che potrei scrivere su Possession non gli renderebbe giustizia. Dico solo: guardatelo.


Di Isabelle Adjani (Anna/Helen) e Sam Neill (Mark) ho già parlato ai rispettivi link.

Andrzej Zulawski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Polonia, ha diretto film come L'importante è amare, Femme Publique, Sul globo d'argento e La fidélité. Anche attore, è morto nel 2016 all'età di 75 anni.


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