lunedì 22 novembre 2021

Il Bollodromo #79: Lupin III - Parte 6 - Episodio 6

Buon lunedì a tutti e aiuto!, il fatto che la nuova serie di Lupin esca il sabato rende abbastanza difficile avere dei post pronti per lunedì. Ma siamo stakanovisti come i giapponesi, che non conoscono weekend: ecco due parole sulla seconda parte di 帝都は泥棒の夢を見る - La capitale imperiale sogna del ladro. ENJOY!


Avevamo lasciato Lupin e compagnia bloccati nell'era Showa, o così almeno credevo. Il ladro gentiluomo si era ritrovato nei panni di "Maschera d'Oro", ben consapevole tuttavia della sua vera identità, ed era finito invischiato in una lotta per il possesso di un orologio dagli strani poteri, scoperto in Mongolia da una ricca ereditiera e protetto da una fanciulletta esperta di arti marziali; sulla scia di detto orologio c'erano la ladra Black Lizard, identica a Fujiko, i vertici dell'esercito Giapponese con Jigen nei panni di Maggiore, una versione dell'ispettore Zenigata degradato a galoppino del famosissimo investigatore Kogoro Akechi, e infine Goemon, da cui partirei per sottolineare come gli sceneggiatori siano riusciti abilmente a gabbarmi senza che la settimana scorsa capissi una mazza.


Io che credevo, io che speravo di trovarmi davanti a un What If...?: in realtà, sono solo Goemon e Lupin ad essere finiti in un mondo altro mentre gli altri personaggi non è nemmeno detto che siano antenati di quelli che già conosciamo, e le somiglianze sono state messe solo per fare folklore, diciamo. O per piazzare alcune citazioni incomprensibili per un pubblico occidentale mediamente non acculturato, categoria all'interno della quale, mio malgrado, rientro. Per esempio, Black Lizard è il titolo di un film giapponese degli anni '60, tratto da un romanzo di Edogawa Ranpo. Costui è uno dei più grandi scrittori di mistery e thriller e ha creato il personaggio di Kogoro Akechi (l'investigatore infallibile che Zenigata si ritrova ad aiutare), oltre ad aver tradotto, in gioventù, le opere di Arthur Conan Doyle. Per quanto riguarda Hongo Yoshiyaki, l'"alter ego" di Jigen, il nome è quello del protagonista di un'opera di Yamanaka Minetarou, responsabile dell'adattamento di molti romanzi di Sherlock Holmes per il pubblico dei bambini e ragazzi giapponesi. Insomma, La capitale imperiale sogna del ladro è un filler anche abbastanza inutile ma, a scavare nel profondo, offrirebbe un sacco di spunti di lettura e visione per scoprire un mondo altro, distantissimo dal nostro ma comunque legato a quello occidentale (non fosse che la maggior parte delle opere in questione sono difficili da reperire o comunque quasi mai tradotte in italiano o inglese).  


Ma perché lo definisco filler inutile? Perché, ovviamente, nonostante alcuni momenti interessanti e anche da batticuore (ragazzi, ma quel confronto tra Goemon e Hongo Yoshitaki cosa non è? Una meraviglia!! Inoltre, vorrei un'intera serie dedicata a quel gran figo di Jigen soldato integerrimo, con la banda a coprirgli l'occhio), il motivo per cui Lupin e Goemon sono finiti in un'altra dimensione creata ad hoc dai ricordi dell'ereditiera/scienziata è di una stupidità incredibile, degna degli sceneggiatori di Boris, così come la risoluzione, durante la quale Lupin capisce dove e quando si trova... perché sì, perché è Lupin, e più non dimandate, insomma. Anche stavolta, inoltre, la trama principale della storia non è proseguita di un millimetro, senza contare che in un paio di sequenze l'animazione è davvero spaventevole, il che può giusto venire compensato dalla figaggine dello pseudo-Jigen militare. La settimana prossima i filler dovrebbero finire, e grazie al cielo, ché ce ne sono già stati quattro, e potremmo cominciare a dipanare il mistero sul rapporto tra Holmes e Lupin. Quest'ultimo ha già preannunciato che sarà una lunga storia, speriamo sia anche interessante! A lunedì prossimo!



Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

venerdì 19 novembre 2021

Eternals (2021)

Ho lasciato sciamare un po' le orde di nerd pronte a catapultarsi al cinema per vederlo e ho aspettato fino a lunedì per Eternals, l'ultimo film della Marvel, diretto e co-sceneggiato dalla regista Chloé Zhao.


Trama: mandati sulla Terra dai Celestiali in epoca mesopotamica, gli alieni chiamati Eterni si sono prodigati per millenni a far sì che l'umanità prosperasse e sopravvivesse agli attacchi dei Devianti, ma questi ultimi tornano in epoca moderna, più potenti che mai...


Sono un'idiota. Mi rendo conto solo ora che fino a tre secondi fa ero convinta che gli Eterni fossero gli Inumani, infatti c'ero rimasta un po' "male", guardando il film, nel non vedere Freccia Nera e Medusa; anzi, per un attimo avevo persino pensato che l'Eterna muta fosse una versione di Freccia Nera al femminile, invece i due supergruppi, pur essendo Marvel, non c'entrano un cavolo gli uni con gli altri. Pensate un po' come conosco bene i fumetti della Casa delle Idee quando si esula dal novero degli X-Men, e in che condizioni è la mia memoria. Ciò detto, ripeto la domanda fatta su Facebook: ma che diavolo vi hanno mai fatto questi Eterni? Cos'è tutto questo livore verso un film Marvel che non è né migliore né peggiore di altri, anzi, al limite PROVA a distaccarsi dal tono brigittobardò delle ultime pellicole e a creare un'epica più profonda e di ampio respiro? Io ho una memoria di melma, signori, ma probabilmente voi avete già dimenticato, nell'ordine, aberrazioni come il primo Capitan America, Thor: The Dark World e quel disastro di Loki, altrimenti davvero non si spiega perché tutto questo odio. Forse perché il film dura due ore e mezza, poco meno di Avengers: Endgame? D'accordo, in questo senso vi do ragione. Eternals è TROPPO lungo. Quaranta minuti in meno e un po' più di compattezza a livello di storia gli avrebbero enormemente giovato, soprattutto per quanto riguarda quel pesantissimo strascico di storia d'aMMore (??) tra Sersi e Dane Whitman solo in funzione di ciò che apporterà quest'ultimo ai futuri film Marvel, però mi rendo anche conto che tagliare qui e là sarebbe stato un bel casino: con dieci personaggi da introdurre e approfondire un minimo, non potendo contare, come nel caso degli Avengers, su almeno mezza dozzina di film in solitario a precedere la loro prima apparizione come gruppo, si rischiava di avere una pellicola avente per protagonisti dei cartonati monodimensionali di cui al pubblico sarebbe fregato meno di zero e già qui alcuni Eterni (Makkari in primis) sono pesantemente a rischio.


Qui gli sceneggiatori hanno dovuto condensare la genesi dei personaggi come Eterni e come gruppo, abbozzare un minimo di cosmogonia Marvel, dare un'idea di background in grado di coprire millenni e sottolineare legami/conflitti destinati a perdurare fino all'epoca moderna, fornire ai personaggi una nemesi e un twist shyamalano, soddisfare gli appassionati di fumetti e film Marvel con rimandi/citazioni/scene post credits, e ovviamente inserire scene d'azione ed effetti speciali, oltre a lasciare aperta la porta per futuri sequel/crossover. Insomma, avendo a disposizione solo un film non dev'essere stato facile e secondo me il risultato non è stato neppure male. Parlando solo per me, posso dire che Eternals è riuscito a coinvolgermi, a interessarmi al destino di personaggi a tratti anche profondi, molto umani di fronte a un dramma di proporzioni cosmiche (e non è tanto per dire), alla ricerca del loro posto in un mondo dove, a ragion veduta, potrebbero atteggiarsi come dei ma dove molti di loro sono costretti invece a nascondersi, a soffrire invidiando l'umanità, a portare sulle spalle un peso schiacciante, a subire la pazzia, la noia e la disperazione; si vede che le ambizioni di Zhao e company erano molto alte, lo si evince dalla natura multietnica dei personaggi, dal gran numero di location (alcune splendide) utilizzate e dalla grandeur di alcune sequenze (Eternals ha una delle poche scene di lotta finale che non mi fa venire voglia di cavarmi gli occhi) e si vede purtroppo anche l'ingresso a gamba tesa degli executive Marvel che hanno preteso i soliti momenti (tristemente) divertenti e le scene post-credits peggiori EVER. Il cast non è male, così come non lo è la protagonista Gemma Chan, carinissima e delicata ma anche fiera, e dovessi proprio dire gli unici che meritano sputi in un occhio sono Richard Madden, Salma Hayek e Kit Harington, inespressivi come pochi; la Jolie, stellassa, va a momenti, a volte si limita a mostrare i labbroni e dietro il vuoto, a volte diventa il personaggio più interessante e figo del mucchio, benché la palma dei migliori vada a Ma Dong-seok, Barry Keoghan e a Kumail Nanjiani, il quale si profonde in un numero bollywoodiano da urlo che mi impedisce di voler anche solo un po' di male a Eternals. Ho letto tantissime recensioni che lo definivano noioso e incoerente ma se cercate la Noia vera, quest'anno potete dedicarvi a Prisoners of the Ghost Land e se cercate l'incoerenza di azioni, pensieri e opere c'è sempre Army of the Dead. Ma poi, santo Cielo, è un film Marvel: davvero state a spaccare il capello quando potete evitarlo e andare a vedere Freaks Out, Last Night in Soho e The French Dispatch? E dài.


Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Richard Madden (Ikaris), Angelina Jolie (Thena), Salma Hayek (Ajak), Kit Harington (Dane Whitman), Kumail Nanjiani (Kingo), Brian Tyree Henry (Phastos), Barry Keoghan (Druig), Bill Skarsgård (Kro), Patton Oswalt (voce di Pyp), Mahershala Ali (voce di Blade) li trovate invece ai rispettivi link.

Gemma Chan interpreta Sersi. Inglese, ha partecipato a film come Animali fantastici e dove trovarli, Captain Marvel, Maria regina di Scozia e a serie quali Doctor Who. Anche sceneggiatrice, ha 39 anni e un film in uscita. 


Due cenni anche sugli altri interpreti: Lia McHugh, che interpreta Sprite, era una dei due bambini di The Lodge, Lauren Ridloff, che interpreta Makkari ed è davvero sordomuta, era nel cast di Sound of Metal mentre il vero esperto di arti marziali Ma Dong-seok, ovvero Gilgamesh, si era già distinto in Train to Busan. Passando alle scene post-credit, ad interpretare Eros, fratello di Thanos, c'è l'ex membro degli One Direction Harry Styles. Gemma Chan aveva già partecipato a un film Marvel, Captain Marvel, ma il suo personaggio era l'aliena Kree Minn-Erva ed essendo ricoperta interamente di trucco blu, direi che il problema di due personaggi identici non si è posto; l'attrice, tra l'altro, l'ha spuntata su nomi come Sofia Boutella e Tatiana Maslany, ma quest'ultima non ha picchiato tanto distante visto che interpreterà She-Hulk nella serie a lei dedicata. Passando a chi "non ce l'ha fatta", per il ruolo di Druig c'erano in lizza Keanu Reeves, Luke Evans, Rami Malek e Ian McShane mentre per quello di Ikaris c'erano Charlie Hunnam, Alexander Skarsgård e Armie Hammer. Ciò detto, Eternals si colloca ovviamente DOPO tutti gli altri film del MCU. Se, come immagino, non avete tempo e voglia di recuperarli tutti, per gustarvi al meglio Eternals cercate almeno The Avengers, Avengers: Age of Ultron, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Guardiani della Galassia, Guardiani della Galassia: Vol. 2 e magari anche il primo Thor: li trovate tutti su Disney +. ENJOY!

martedì 16 novembre 2021

Scary Stories to Tell in the Dark (2019)

Approfittando del suo passaggio televisivo, la sera di Halloween ho deciso di guardare un film che, purtroppo, non era passato in sala dalle mie parti e non si trova su nessuna delle piattaforme per cui pago regolarmente l'abbonamento, ovvero Scary Stories to Tell in the Dark, diretto nel 2019 dal regista André Øvredal e tratto dall'omonima raccolta di racconti di Alvin Schwartz.


Trama: la sera di Halloween, Stella e i suoi amici rimangono chiusi in una vecchia casa che si vocifera essere infestata. Lì la ragazza trova un libro di racconti capaci di influenzare il destino di chi li legge e catapultarli in un incubo...


Scary Stories to Tell in the Dark
mi aveva attirata grazie a una produzione (con zampata alla sceneggiatura) di Guillermo del Toro e grazie a un trailer accattivante e spaventevole, spesso fatto solo da piccolissimi flash delle storie che formano l'ossatura della trama. Le storie in questione, se vi è capitato di leggere il libro di Alvin Schwartz, non sono altro che racconti tra il breve e il brevissimo, spesso e volentieri tratti o ispirati dal folklore americano e mondiale, e somigliano in effetti tantissimo ad alcune delle storie che ci raccontavamo da bambini per spaventarci l'un l'altro (avessi avuto per le mani da bambina una simile miniera d'oro l'avrei sfruttata senza pietà - dei miei amici - peccato averlo scoperto alla veneranda età di 40 anni); onestamente, avrei creduto che un adattamento di queste storie sarebbe stato non solo difficile, ma addirittura impossibile, e invece Øvredal e Del Toro sono riusciti a tirarne fuori uno di quei rarissimi film a episodi coerenti dall'inizio alla fine, popolato da personaggi tridimensionali e capace anche di insegnare qualcosa. Siamo nel 1969 (l'anno della guerra in Vietnam e di un'America spaccata in due tra chi non vede l'ora di credere, appunto, alle panzane di Nixon correndo a combattere i commies e chi ad arruolarsi non ci pensa nemmeno) e la sera di Halloween Stella e i suoi amici si rifugiano nella casa infestata del paese per scappare da un branco di bulli. Lì i nostri trovano per caso la stanza dove si dice fosse stata rinchiusa la giovane Sarah Bellows, reietta accusata dalla sua influente famiglia di aver ucciso molti bambini avvelenando l'acqua, e trovano soprattutto il quaderno dove la ragazza passava il tempo a scrivere storie dell'orrore col sangue. Affascinata dalla leggenda, Stella porta via il quaderno, sulle cui pagine bianche cominciano tuttavia a comparire nuovi racconti aventi per protagonisti proprio i suoi amici, che finiscono vittime del destino designato dalle parole scritte dal vendicativo spirito di Sarah.


Come i migliori racconti horror, Scary Stories to Tell in the Dark è crudele e non fa sconti, va sì a toccare chi deve morire male ma condanna a un destino orribile anche chi non lo meriterebbe, imbroccando alcune delle sequenze più spaventose viste all'interno di un film pensato per un pubblico di ragazzi e rendendo "vive" le già inquietanti illustrazioni di Stephen Gammell (vi sfido a non farvela nei pantaloni davanti alla "donna grassa" o al jangling man, davvero terrificanti), eppure non si limita a seguire il pattern "la storia si scrive da sola - la vittima muore - ecco che spunta un'altra storia". La crudeltà che preme sottolineare ai realizzatori è quella che vede le "storie" come un mezzo per condannare le persone, per rovinare la loro esistenza e persino il loro ricordo, talvolta per ingannarle; Sarah Bellows è una creatura agghiacciante, ma cosa si nasconde davvero dietro la maledizione che la porta a sfogare tutto il suo odio su carta? E se la scrittura, i racconti, possono condannare le persone, non possono forse anche salvarle se usati a fin di bene?  Scary Stories to Tell in the Dark è un film perfetto per i più giovani perché, attirandoli con la promessa di un paio d'ore spaventevoli, apre la loro mente a concetti universali, sui quali è necessario riflettere, come la solitudine e la paura di non essere all'altezza delle aspettative altrui, ma parla anche dell'impossibilità di decidere della propria vita, del coraggio di affrontare ciò che ci terrorizza e della necessaria empatia nei confronti degli altri, che deve spingerci a non limitarci mai alle apparenze. Come ho detto, la mano di Del Toro si vede e si sente, lo capite da soli. Il risultato è dunque un film per ragazzi che può parlare anche agli adulti, un prodotto che finalmente non tratta i giovani spettatori come dei cretini e che può ambire a ritagliarsi un posticino nel cuore degli appassionati di horror. Se non lo avete ancora visto, recuperatelo al più presto!


Del regista André Øvredal ho già parlato QUI. Dean Norris (Roy Nicholls), Gil Bellows (Sceriffo Turner) e Javier Botet (Cadavere senza pollice) li trovate invece ai rispettivi link. 


L'anno scorso si parlava di un seguito diretto sempre da André Øvredal ma, probabilmente causa covid, temo che il progetto sia stato momentaneamente sospeso perché non se ne hanno più notizie. Ciò detto, se Scary Stories to Tell in the Dark vi fosse piaciuto, recuperate Trick'r Treat e The Mortuary Collection. ENJOY!

lunedì 15 novembre 2021

Il Bollodromo #78: Lupin III - Parte 6 - Episodio 5

Buon lunedì a tutti, anche se temo che queste "disamine" sulla nuova serie di Lupin III le leggo solo io, visti i commenti e gli accessi. Ma chissenefrega, questo è soprattutto un modo per mantenere fresca la mia memoria, quindi bando alle ciance e parliamo un po di 帝都は泥棒の夢を見る 前篇 - La capitale imperiale sogna del ladro, prima parte.


La prima sensazione avuta guardando la puntata è stata di puro terrore. Le atmosfere mi hanno infatti ricordato l'orribile Il sogno italiano, ma a quanto pare quello vissuto da Lupin, ritrovatosi catapultato negli anni '30 con l'identità del Ladro Maschera d'Oro, non è un sogno, il che è già qualcosa. E allora come c'è finito Lupin nell'era Showa? Chi lo sa! Sta di fatto che, se lui ha cambiato la sua identità (pur ricordandosi di essere Lupin), lo stesso vale per i suoi compagni e nemici, che tuttavia paiono aver perso la memoria: Fujiko è diventata la sensuale ladra Black Lizard e, a parte un tatuaggio nero, non ha perso né smalto né porcaggine, Jigen è diventato un gelido maggiore dell'esercito nipponico mentre Goemon compare come guest star solo sul finale, quindi ne sapremo di più la settimana prossima. Sulle tracce di Lupin c'è sempre il solito Zenigata, pur con un nome diverso, ridotto tuttavia a far da assistente ad un super investigatore che, a mio avviso, di questa faccenda sa più di quanto non traspaia, mentre l'oggetto delle brame del ladro, stavolta, è un orologio scoperto in Mongolia che, si dice, avrebbe il potere di controllare il tempo.


Di fronte a quest'ultima scoperta potete farvi un'idea di cosa possa essere successo a Lupin e compagni, probabilmente finiti vittime del potere di questo orologio favoloso. Il finale di puntata rimane sospeso, ovviamente, ché la settimana prossima c'è la seconda parte, ma l'inizio di questa lunga avventura non è male. Vedere i personaggi calati in altre personalità (per quanto simili alle loro) e contesti è interessante, poi io adoro i what if...?, lo sapete. L'unica cosa, come sempre, che apprezzo poco, è l'abitudine costante degli autori di inserire personaggi "di rinforzo" che diventano più importanti di quelli principali. In questo caso abbiamo una ricca ereditiera, fortunatamente non irritante come Rebecca, che ha scoperto l'orologio, e una giovanissima "assistente"/guardia del corpo, diretta discendente di coloro che hanno creato l'orologio e depositaria della chiave per farlo funzionare; alle due, ahimé, viene concesso anche troppo spazio (quando sarebbe stato molto più interessante vedere le versioni alternative dei nostri eroi in azione) ma se non altro, e non vorrei sbagliarmi, per la prima volta nella storia di Lupin viene rappresentata una coppia lesbica, o potenziale tale, senza fini "lubrichi". Ma chissenefrega, a un bel momento: la settimana prossima avremo un sempre graditissimo scontro tra Jigen e Goemon, quindi non posso che essere felice!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

domenica 14 novembre 2021

The French Dispatch (2021)

Avviso ai naviganti. Se avete la fortuna di vivere accanto a un cinema che proietta The French Dispatch, l'ultimo film di Wes Anderson, assicuratevi che la sala o il multisala non sia gestito da beoti o rischiate che vi succeda la stessa cosa successa a me, ovvero uno schifo passabile di avere il biglietto rimborsato (non a Savona, ovvio. "Non si può cambiare. Stacce." è stata la risposta ottenuta dall'incauto spettatore che ha preteso che il film venisse interrotto e proiettato a dovere. Ti sono vicina, incauto spettatore, ti ho voluto davvero bene, giuro): l'aspect ratio di The French Dispatch è il vecchio 1.37:1, in omaggio ai film francesi che hanno ispirato il regista, invece del moderno 1.85:1, e il risultato che abbiamo avuto a Savona è stato di avere la parte superiore delle immagini proiettata sul soffitto e quella inferiore tagliata sotto lo schermo, così che alcuni dei sottotitoli e delle didascalie sono andati perduti, il che è una meraviglia quando Léa Seidoux parla un francese così stretto e veloce da essere incomprensibile. Che i gestori del Multisala Diana si vergognino, davvero. Inutile cercare di salvare il cinema visto in sala e i lavoratori della categoria se poi gli spettatori vengono trattati solo come bestie portasoldi, senza un minimo di rispetto nei loro confronti. 


Trama: tre storie tratte dalla rivista The French Dispatch, dedicate una a un pittore, una alle proteste studentesche in Francia e l'ultima a un abilissimo chef di polizia.


Al di là della dabbenaggine di chi gestisce le sale, non stupitevi se vi dico che ho amato The French Dispatch dall'inizio alla fine e nemmeno se vi dico che, se odiate lo stile del regista o vi è venuto a noia, vi conviene stare lontani dalla sala, perché la sua ultima opera è praticamente un compendio di WES ANDERSON. Non so se vi è capitato di andare a vedere a Milano la mostra Il Sarcofago Di Spitzmaus E Altri Tesori, curata proprio dal regista, ma guardare The French Dispatch mi ha fatto lo stesso effetto, ovvero mi ha dato la sensazione di vivere per quasi due ore in un mondo altro, un universo apparentemente caotico, fatto di tante piccole "cose" eleganti, graziose ed ironiche messe assieme senza un filo logico, che tuttavia portano il visitatore (in questo caso lo spettatore) a illuminarsi nel momento esatto in cui riesce ad intuire parte delle complesse regole che lo governano, interamente racchiuse in una mente che i detrattori sicuramente definiranno solo "fighetta" e "manierista", ma che io trovo elegantemente geniale. The French Dispatch, sotto la splendida, ricchissima superficie formale, è un film che ripropone nuovamente tematiche profonde quali la solitudine, la speranza di poter contare qualcosa e distinguersi in un mondo particolarmente spietato con chi è dotato di grande sensibilità, il fortissimo desiderio di instaurare dei legami, la consapevolezza (non di tutti i personaggi, solo di alcuni) che nulla di ciò che faremo potrà mai cambiare il triste fatto che è il fato a governarci e a scombinare tutti i nostri piani di gloria, soprattutto se puntiamo in alto; l'unica cosa che possiamo fare per avere un'illusione di controllo è abbracciare l'arte, in ogni sua forma, perché è l'unica cosa che ci è dato creare e gestire, sempre fino a un certo punto. E' per questo che la perfezione formale dei film di Wes Anderson va sempre a braccetto con personaggi tristi, tragicomici, ridicoli e splendidi, accanto ai quali morte e dolore camminano con naturalezza, accettati quali inevitabili compagni di vita, al pari della delusione.


E così, all'interno della redazione del French Dispatch, situato nientemeno che a Ennui-sur-Blasé (ho riso male), il direttore Arthur Howitzer Jr cerca di tenere a bada dei collaboratori dalle personalità strabordanti, intimando di "non piangere" neppure quando si diventa parte delle storie raccontate e delle notizie riportate, mentre allo spettatore non resta che godere di tre vicende (la prima, con Owen Wilson per protagonista, è un'introduzione alla cittadina, letteralmente un mondo in miniatura nonostante la piantina assurdamente semplice) che contengono tutti gli elementi ai quali ho accennato sopra, ovviamente interpretati da attori in stato di grazia. Se dovessero puntarmi una pistola alla tempia e costringermi a scegliere la mia preferita opterei per la seconda, ambientata ai tempi delle proteste studentesche francesi; lì per lì sembra di trovarsi davanti a una parodia di The Dreamers o di qualche film della Nouvelle Vague francese, in realtà forse, nonostante le ampie dosi di ironia, è il segmento più malinconico di tutti perché sviscera tutto il senso di impotenza di chi la sua vita l'ha già vissuta e la grandeur di chi, ancora giovanissimo, mette in discussione ogni cosa e cerca di cambiare il mondo battendosi spesso per cause "stupide" senza neppure capirle bene, ma comunque mettendoci cuore e anima, oltre a tantissima ingenuità. All'interno dell'episodio in questione, Wes Anderson fa un uso magistrale del bianco e nero e della colonna sonora, mescola l'amore per il cinema a quello per il teatro, propone risoluzioni divertenti e assurde a situazioni da cliché e finalmente rende Timothée Chalamet affascinante e tenero come merita.


Per il resto, The French Dispatch è una continua scoperta, oltre che una gioia per le orecchie e per gli occhi. La sequela di guest star che si rendono indimenticabili o iconiche anche solo per 5 minuti è infinita e fanno tutti da degna spalla agli attori principali, ognuno ugualmente strepitoso; impossibile scegliere tra la strana coppia Del Toro/Séydoux (lo scazzo di lei, un po' da maestrina un po' da mistress, è qualcosa di assurdo), la sempre bravissima Frances McDormand, una Tilda Swinton che non smette MAI di essere favolosamente eccentrica o un Jeffrey Wright capace di spezzare il cuore, quindi per non sbagliare mi asciugo lacrime di commozione davanti a un cast della madonna e passo a ringraziare Wes Anderson per tutte le elegantissime scelte di regia, montaggio, scenografia e costumi, questi ultimi affidati a Milena Canonero. A partire dai disegni debitori dello stile del New Yorker, passando a un bianco e nero dalle mille sfumature, che lascia il posto agli abbacinanti colori della nuova arte di un pittore violento e persino a fumetti trasformati in cartoni animati, senza dimenticare quei "finti" fermo immagine colmi di perfida ironia, ogni sequenza di The French Dispatch è un piccolo capolavoro, e quest'ultimo è un altro di quei film meravigliosi che, come Ultima notte a Soho, riconcilia con la Settima Arte tutta e porta a ringraziare che esistano ancora Autori a questo mondo, non solo registi piegati ai voleri della major. Poi, lo sapete, io sono una Bimba di Wes e non posso fare a meno di amarlo a prescindere. 


Del regista e sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Benicio Del Toro (Moses Rosenthaler), Adrien Brody (Julian Cadazio), Tilda Swinton (J.K.L. Berensen), Léa Seydoux (Simone), Frances McDormand (Lucinda Krementz), Timothée Chalamet (Zeffirelli), Jeffrey Wright (Roebuck Wright), Mathieu Almaric (Il Commissaire), Bill Murray (Arthur Howitzer Jr), Owen Wilson (Herbsaint Sazerac), Bob Balaban (Zio Nick), Henry Winkler (Zio Joe), Lois Smith (Upshur 'Maw' Clampette), Christoph Waltz (Paul Duval), Cécile de France (Mrs. B), Rupert Friend (Sergente), Liev Schreiber (Conduttore del talk show), Willem Dafoe (Albert "l'abaco"), Edward Norton (il chauffeur), Saoirse Ronan (Tossica/Showgirl #1), Elisabeth Moss (Alumna), Jason Schwartzman (Hermès Jones), Fisher Stevens (l'editore), Griffin Dunne (l'avvocato) e Anjelica Huston (la narratrice) li trovate invece ai rispettivi link.

Steve Park interpreta Nescaffier. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto alle elementari, Poliziotto in blue jeans, Toys - Giocattoli, Un giorno di ordinaria follia, Fargo e a serie come Macgyver, La signora in giallo, Friends e Innamorati pazzi. Anche stuntman, ha 70 anni e due film in uscita. 


Tony Revolori interpreta il giovane Rosenthaler. Americano, lo ricordo per film come Grand Budapest HotelSpider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far from Home e serie come My Name is Earl. Anche produttore, ha 25 anni e due film in uscita, tra cui Spider-Man: No Way Home


Spunta anche qui la faccetta "stronza" di Alex Lawther, nei panni di Morisot. Kate Winslet avrebbe dovuto interpretare il ruolo andato poi a Elizabeth Moss, ma ha rinunciato per il film Ammonite. Ciò detto, se The French Dispatch vi fosse piaciuto, recupererei l'intera filmografia di Wes Anderson. ENJOY!

venerdì 12 novembre 2021

The Night House (2020)

Il covid ha fatto parecchi danni a livello distributivo. Tra qualche giorno The Green Knight uscirà direttamente su Prime Video, nemmeno fosse un Welcome to the Blumhouse qualsiasi (oh, non mi sono dimenticata degli ultimi due, ma indovinate un po' chi non ha tempo nemmeno di respirare?), mentre questo The Night House, diretto nel 2020 dal regista David Bruckner, è finito su Disney + senza passare dalle sale. Il che è un vero peccato...


Trama: dopo la morte del marito, Beth si ritrova sola in una casa che ogni notte diventa l'equivalente di un incubo...


The Night House
è un horror peculiare, non si può negare. Per affrontarlo servono una buona dose di attenzione, un cervello sveglio (non guardatelo dopo una stancante giornata di lavoro) e una discreta sensibilità. Questo perché, come tutte le opere più interessanti, The Night House sfrutta i cliché dell'horror per raccontare una storia incredibilmente umana ed offre uno sguardo non banale sull'elaborazione del lutto e su qualcosa di oscuro e strisciante come la depressione, alimentata dal terrore e dalla solitudine, dalla mancanza di punti fermi su cui contare. E' quello che succede a Beth quando il marito si suicida con un colpo di pistola alla tempia dopo averle lasciato un biglietto ambiguo; il mondo di Beth crolla perché, dei due, era lei quella che ha sempre sofferto di depressione, sempre minacciata da un buco nero pronta ad inghiottirla, e l'idea che il suo sostegno si sia suicidato è semplicemente intollerabile, oltre che assai doloroso. All'interno di una casa vuota, Beth scopre che il marito conduceva una sorta di seconda vita e la sua sanità mentale comincia a corrodersi sempre di più, finché anche gli spettatori non vengono catturati dalle notti allucinate della donna, fatte di episodi sovrannaturali annaffiati da abbondanti dosi di alcool e nervosismo, qualcosa che ovviamente ci porta a dubitare dell'effettiva verosimiglianza di ciò che vede la protagonista. Eppure, se fosse solo così, The Night House sarebbe un film ben banale, invece sotto la superficie della ghost story e della "doppia vita" si cela qualcosa di ancora più inquietante, che è bello scoprire a poco a poco.


Importantissimi per l'atmosfera allucinata del film sono il montaggio e la regia. Le notti di Beth sono fatte di "viaggi", non si possono definire in altro modo, durante i quali la donna finisce in una realtà altra quasi impossibile da distinguere rispetto a quella vera, tanto il montaggio è realizzato senza stacchi né apparente soluzione di continuità; inoltre, ad aggiungersi all'incertezza di non capire dove e quando si trovi la protagonista in un determinato momento, c'è tutto un gioco di prospettive, ombre e luci per cui non si capisce neppure se ciò che la sta osservando è davvero un essere fuso con l'oscurità oppure un gioco della nostra immaginazione. In tutto questo, ci si può godere un'interpretazione praticamente perfetta della bravissima Rebecca Hall. Forse ciò che ho apprezzato di più in The Night House è proprio il modo in cui l'attrice ha infuso in un personaggio difficile come quello di Beth una gamma vastissima di emozioni; quello che rischiava di essere un personaggio cupo, talmente depresso da risultare monocorde, diventa grazie alla Hall un essere umano a tutto tondo, non necessariamente piacevole, ma comunque ricco di sfumature che rende gradevolissime e interessanti non solo le scene in cui è costretto ad affrontare l'ignoto del sovrannaturale ma, soprattutto, la realtà di tutti i giorni dopo un lutto dolorosissimo. La sequenza in cui Beth "rimette a posto" la mamma di un suo studente e quella della bevuta al bar, con le facce sconvolte dei colleghi troppo curiosi, a mio avviso valgono da sole la visione. So bene che la Casa del Topo è il male incarnato, ma cercate di non perdervi The Night House, datemi retta. 


Del regista David Bruckner ho già parlato QUI. Rebecca Hall (Beth), Vondie Curtis-Hall (Mel) e Stacy Martin (Madelyne) li trovate invece ai rispettivi link.



mercoledì 10 novembre 2021

Ultima notte a Soho (2021)

Ho pregato ogni divinità perché Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Edgar Wright, uscisse anche a Savona e, per una volta, sono stata esaudita, anche perché sarebbe una bestemmia non godersi questa meraviglia al cinema!


Trama: Eloise, orfana di genitori che vive con la nonna in un paesino della campagna inglese, riesce finalmente a coronare il suo sogno di andare a studiare come stilista in una prestigiosa accademia di design londinese. A Londra, però, comincia ad avere delle visioni legate agli anni '60 e alla vita sregolata di una ragazza di nome Sandie...


Ah, i bei tempi andati! Quando tutto era più glamour, più chic, più facile e bello. Chi non ha mai voluto essere nella Londra di fine anni '60, scoppiettante e alla moda, piena di possibilità? Lo sa bene Eloise, stilista in erba cresciuta in campagna che vive letteralmente nel mito di una Londra vissuta ai tempi dalla bellissima madre e che, quando le si presenta l'occasione sotto forma di borsa di studio per una prestigiosa scuola di moda, riempie una valigia di vinili e ricordi e corre nella capitale inglese, pronta a cominciare una nuova, rosea esistenza. Non ci mette molto la fanciulla a capire che la Londra di oggi è un casino popolato da orribili persone, in primis la sua simpatica compagna di stanza, ed è lì che le viene in soccorso il potere ereditato dalla madre e che le consente, letteralmente, di "rivivere il passato", entrando in risonanza con chi non c'è più; invece di affrontare la sua difficile esistenza presente, Eloise si appoggia agli agognati anni '60 scappando prima in un monolocale vintage e poi nel passato di Sandie, bionda che vorrebbe sfondare come cantante e che trova la sua occasione quando conosce Jack, di professione manager e habitué di locali. Ispirata, affascinata dal carattere forte di Sandie e coinvolta dalla storia d'amore tra lei e Jack, Eloise si abbandona al flusso del passato, abbandonando pezzi importanti della sua personalità per diventare un'imitazione di Sandie e cercare di vivere come lei, finendo letteralmente inghiottita da tutta l'oscurità che le "leggende" non raccontano. Ultima notte a Soho è dunque il racconto allucinante e allucinato di un sogno che va in frantumi e una pesante critica a chi infila la testa sotto la sabbia e rifiuta la realtà che lo circonda, nonché un bellissimo racconto di formazione che parte come un cliché e si trasforma in qualcosa di più profondo e oscuro, capace di parlare a chi non smette di disprezzare il presente e di dire "ah, non sono più i tempi di una volta, signora mia!".


Lo fa, neanche a dirlo, con un senso del ritmo, un gusto per i dettagli e una bravura che credo possiedano solo tre o quattro autori moderni, non di più. Ultima notte a Soho è una gioia per gli occhi e per le orecchie, uno di quei film che, una volta finiti, si vorrebbe riguardare in loop per ore, innanzitutto per godere del meccanismo ad orologeria della trama e poi per apprezzare ancor più ogni aspetto della messa in scena, quella bellezza tutta cinematografica per cui servono necessariamente uno schermo gigante, una sala buia e un impianto sonoro adeguato. La prima parte di Ultima notte a Soho ha lo stesso fascino senza tempo di un musical, è gioiosa ed affascinante anche nei momenti in cui Eloise decide di averne abbastanza del dormitorio, e porta per mano lo spettatore in una dimensione da sogno nel momento esatto in cui la ragazza scivola nel passato, con una sequenza deliziosa che riversa nei nostri occhi tutta l'affascinata incredulità di una persona che ha realizzato ogni suo desiderio. Anya Taylor-Joy, così diversa da Thomasin McKenzie (ma quest'ultima non è meno brava, eh), ci viene presentata come una dea scesa in terra e tale rimane per tutta la durata del film, in ogni circostanza, perché come ogni divinità non le è dato di dispensare solo bene e bellezza, ma anche terribile oscurità, incarnata in quell'alternanza di colori primari che mettono angoscia fin da subito, come ben insegnano Maestri come Bava, Argento e Roeg, ai quali Wright si è sicuramente ispirato. 


Le luci e i colori che scandiscono la vicenda di Eloise e Sandie sono importanti quanto la colonna sonora perfetta, contribuiscono assieme alla regia e al montaggio a creare sequenze indimenticabili, di una raffinatezza rara (e, a tratti, terrificanti), ma fondamentali sono anche i costumi e il trucco. Dopo Promising Young Woman, la pellicola di Wright è la seconda tra quelle che ho visto quest'anno dove anche gli abiti di scena si caricano di significati profondi, basta vedere la trasformazione non tanto di Sandy, le cui mise diventano sempre meno eleganti/romantiche e più sexy, ma soprattutto quella di Eloise; all'inizio la ragazza ha uno stile personalissimo, fatto di rimandi vintage cuciti su capi comunque giovanili, anzi, quasi da ragazzina, che vengono abbandonati però in favore di abbinamenti più adulti e sofisticati ma impersonali, poiché identici a quelli di Sandie, quando l'influenza di quest'ultima è al suo apice. Poco prima della terribile serata di Halloween, la psiche di Eloise è in pezzi e la protagonista non riesce più non solo a capire qual è il suo posto nel mondo, ma nemmeno a restare ancorata alla realtà, e ciò che indossa si appiattisce nella banalità di un bianco e nero (più nero che bianco, in realtà) fatto di abiti basic, sciatti, che la trasformano in una delle tante facce anonime destinate a perdersi in una Londra spietata, che accoglie moltissimi sogni ma non li custodisce, anzi, spesso li schiaccia. Non fatevi schiacciare voi, invece, da eventuali recensioni perplesse sul web, perché Ultima notte a Soho è un film splendido, l'ennesima conferma del valore di Wright come regista e sceneggiatore, un'opera che travalica i generi e che potrà appassionare tranquillamente sia i cultori dell'horror sia chi, "semplicemente", è innamorato perso della Settima Arte. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Terence Stamp (l'uomo coi capelli grigi), Anya Taylor-Joy (Sandie) e Matt Smith (Jack) li trovate invece ai rispettivi link.

Thomasin McKenzie interpreta Eloise. Neozelandese, ha partecipato a film come Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, Jojo Rabbit e Old. Ha 21 anni. 


Diana Rigg
, alla quale il film è dedicato, interpreta Miss Collins. Assurta alla fama per il ruolo di Emma Peel nel serial TV Agente speciale e, più recentemente, per quello di Olenna in Game of Thrones, ha partecipato a film come Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà, Oscar insanguinato e ad altre serie quali Doctor Who. Inglese, è morta l'anno scorso, all'età 82 di anni.


Michael Ajao
, che interpreta Paul, era già nel cast di Attack the Block, mentre tra le guest star segnalo la presenza dei gemelli Phelps, alias Fred e George Weasley, al guardaroba. E ora, se Ultima notte a Soho vi è piaciuto, perché non recuperate qualcuno dei film che hanno ispirato Wright prima e durante la sua realizzazione, come L'occhio che uccide, 6 donne per l'assassino, Blow-Up e Repulsion? ENJOY!  

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