martedì 11 gennaio 2022

Il Bollodromo #85: Lupin III - Parte 6 - Episodio 13

Anno nuovo, Lupin nuovo o, meglio, nuovo story arc della sesta serie. Dopo le delusioni di Holmes, chissà se 過去からの招待状 - Kako kara no shōtaijō (Un invito dal passato) sarà riuscito a risollevarmi il morale?


Cose da dire su questo episodio ce ne sono parecchie, tra il serio e il faceto. Un invito dal passato comincia dalla fine, con Lupin impegnato a inseguire (e a fuggire da) una serie di vajasse dai capelli rossi tutte uguali e tutte destinate a fare una brutta fine tranne una. Sembrerebbe quasi un remake di Seven Sisters, ma andiamo con ordine. Flashback: torniamo un attimo al rifugio (inglese? Americano? Non ho ancora capito dove sia ambientata questa parte della storia...) di Lupin, dove un ladro in canotta e boxer a righe d'ordinanza si da alla deboscia, con il povero Jigen a fargli da househusband. Non che mi dispiaccia vedere Jigen in camicia e grembiule intento a cucinare, ché quell'uomo sarebbe sexy anche con un sacco di juta indosso, il problema è che il pistolero è un perfetto candidato per finire come ospite su due istituzioni di Facebook: il gruppo Cucinare Male e la pagina Italians Mad at Food. Infatti, a seguito dei complimenti di un Lupin evidentemente a sua volta privo di senso critico/papille gustative, Jigen dichiara fieramente di essersi migliorato come cuoco su internet (lo immaginavo, amore mio, visto l'abominio prodotto!!) e questo dopo avergli presentato un pantagruelico piatto di spaghetti con ketchup, polpette di carne, uovo al tegamino e wurstel tagliati a polipetto come contorno, il tutto innaffiato... con un OTTIMO TAVERNELLO ANNATA 1989. Aceto, in pratica, e dico Tavernello non a caso, in quanto il nome sull'etichetta del vino è un rimaneggiamento del famoso marchio. Per fortuna arriva Fujiko a risollevare un po' l'atmosfera di deboscia assoluta, proponendo ai due ometti annoiati un furto durante un'asta di gioielli talmente rari che se ne mette in discussione la stessa esistenza. 


L'attenzione di Lupin, evidentemente ancora vivo dopo il tentativo di omicidio culinario, viene attirata in particolare da un enorme rubino scarlatto che, come il ladro confesserà a Jigen dopo poco, fa parte del bottino dell'unico furto subito da suo nonno nella magione di famiglia, per mano di un ladro sconosciuto. Ecco il motivo per cui Lupin si impegna particolarmente nella riuscita dell'impresa, passando notti insonni a progettare minuscoli droni a forma di insetto da piazzare nei vasi di fiori disposti quotidianamente, all'interno della casa d'aste, da una fioraia purtroppo destinata a diventare la damsel in distress/personaggio pittima dello story arc. Durante l'asta, i droni proiettano l'illusione che gli oggetti siano spariti, cosa che darebbe modo a Lupin e soci di rubarli indisturbati, non fosse che le vajasse dai capelli rossi li precedono e fanno il colpo al posto loro. Tutto ciò ci riporta alle scene dell'inizio, durante le quali, appunto, Lupin cerca di recuperare il gioiello mentre le rosse fanno di tutto per ucciderlo, e a rimetterci è la fioraia di prima, Mathia, che viene ferita appositamente da una delle donne così da distrarre Lupin e portargli via la pietra. Prima di andarsene, la capa delle tizie dai capelli rossi accusa Lupin di essere sì un meenchia, ma anche e soprattutto indegno del titolo di allievo di Tomoe, lasciando il ladro sconvolto e i suoi colleghi perplessi... ma mai quanto gli spettatori, i quali apprendono, per la prima volta da 50 anni, che Tomoe, ovvero l'unico che è riuscito a derubare il nonno di Lupin, altri non è che la madre del ladro gentiluomo. OhMMMMadreeeee!!!!

Non ho resistito. PerdonoooH.

Il colpo di scena finale e un'abbondante, sebbene ironica, presenza di Jigen mi hanno ben disposta verso questo secondo story arc della serie. Per la prima volta credo da anni mi sono ritrovata nuovamente coinvolta nella progettazione di un piano della banda, esaltata come quando ero bambina (e la cosa comunque viene fatta notare da Jigen), e il mistero legato al passato di Lupin mi incuriosisce parecchio, sicuramente più di tutta la serie di donne attirate dalle vicende accorse alla casa d'aste, mostrate giusto per un istante. L'episodio è inoltre molto carino in quanto omaggia tantissime sequenze storiche dell'anime, in primis la fuga a braccia "pompate" di Lupin, ripreso da sotto in su, e la "lotta libera" tra lui e Jigen, con alcune posizioni riprese da Il castello di Cagliostro; da segnalare, il cambio degli eyecatch che spezzano in due l'episodio, che se l'occhio non mi inganna sono sempre realizzati da Togekinoko, e una nuova sigla finale, la malinconica Bitter Rain, all'insegna di bianco e nero, anelli con rubini e cuori spezzati. Speriamo ci sia da piangere e da emozionarsi anche nel corso di questo secondo atto della serie! Alla prossima puntata! 



lunedì 10 gennaio 2022

Golden Globes 2022

Alla faccia di quel famoso medico dei VIP che diceva di no, il Coviddo è tornato a mordere, e ciò, assieme a mille (probabilmente giuste) polemiche ha fatto sì che i Golden Globe di quest'anno fossero particolarmente sottotono, senza cerimonia neppure a distanza, senza nulla. Per la solita pignoleria, anche se ho visto davvero pochissimi dei candidati, facciamo un breve recap, anche per capire cosa recuperare in vista degli Oscar, che si terranno il 27 marzo. ENJOY!



Miglior film drammatico
Il potere del cane  (Inghilterra/Canada/Australia/Nuova Zelanda 2021)

Non cominciamo proprio benissimo, diciamo. Il tanto atteso ultimo film di Jane Campion l'ho trovato bellissimo a livello di regia e fotografia, ottimi gli attori, ma mi è mancato il trasporto emotivo necessario per apprezzarlo in pieno. Purtroppo, oltre a Dune, che immaginavo non avrebbe visto un globe nemmeno da lontano in quanto, oRore!, film di fantascienza, non ho avuto modo di recuperare nessun altro candidato, quindi non saprei fare paragoni. 


Miglior film - Musical o commedia
West side Story (USA, 2021)

Vittoria facile per l'ultimo film di Spielberg, che infatti ha portato a casa un sacco di premi. Anche in questo caso, però, mi è mancato qualcosa, forse perché non avevo mai avuto modo di guardare West Side Story, in nessuna delle sue versioni, e, mi perdonino i fan, ho trovato la trama un po'... ingenua (grazie, Bolla, è un musical con un po' di anni sulla schiena...)? Non so se è l'aggettivo giusto, comunque nulla da dire sulla messinscena, strepitosa, e le coreografie, ovviamente. Mentirei, però, se non dicessi che avrei preferito Don't Look Up, più nelle mie corde.  



Miglior attore protagonista in un film drammatico
Will Smith in King Richard

Lo so, sono una brutta persona, ma a me Will Smith sa sulle balle da sempre, quindi non mi fionderò al cinema a vedere King Richard e lo recupererò giusto se sarà tra i candidati all'Oscar, con calma. Per quanto riguarda gli altri candidati, ho avuto modo solo di apprezzare l'intensa interpretazione di Cumberbatch, quindi, anche in questo caso, non posso fare confronti.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Nicole Kidman in Being the Ricardos

Adoro i film biografici su celebrità a me sconosciute, e Being the Ricardos, disponibile su Prime, era già da settimane sul mio radar. Ora, ovviamente, non posso fare altro che metterlo in cima alla lista dei recuperi, sperando mi piaccia visto che le recensioni lette sono parecchio tiepide. Per il resto, sono molto felice di un mancato premio a Lady Gaga, con tutto il bene che le voglio, e aspetto trepidante di poter vedere Kristen Stewart nei panni di Diana, anche se, ahimé, l'uscita italiana di Spencer è stata rimandata a data da destinarsi.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Andrew Garfield in Tick, Tick... Boom!

Altro film biografico, altro musical, però questo non mi ha attirato fin dal principio. Dovrò dargli una chance, anche perché è da settimane disponibile su Netflix. Peccato per Di Caprio, la cui interpretazione tragicomica di uno scienziato costretto a diventare VIP per essere creduto in una situazione da fine del mondo è decisamente calzante.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rachel Zegler in West Side Story

Bravissima cantante, perfetto musino innocente e acqua e sapone, ma posso dire che a me 'sta Maria spueia mi ha detto davvero poco? Certo, forse è andata comunque bene così: quello in Don't Look Up non è uno dei ruoli più memorabili di Jennifer Lawrence, ed Emma Stone in Crudelia è strepitosa, ma forse non degna di un Globe. 



Miglior attore non protagonista
Kodi Smit-McPhee in Il potere del cane

Da una parte ho avuto fortuna, perché perlomeno ho avuto modo di guardare la performance del vincitore, dall'altra mi mancano tutte le altre interpretazioni. Mi viene da dire che al buon Kodi è stato riservato un ruolo assai difficile, un personaggio ermetico con il quale non è semplice empatizzare, e la sua recitazione mi è parsa assai buona, quindi posso ritenermi soddisfatta.



Miglior attrice non protagonista
Ariana DeBose in West Side Story

Al momento, questo è l'unico premio che mi convince davvero, perché la passionale Anita risplende come una stella all'interno di West Side Story ed è il personaggio che mi ha coinvolta di più, sia nei momenti faceti che in quelli drammatici. Se la ragazza portasse a casa un Oscar non mi dispiacerebbe affatto!



Miglior regista
Jane Campion per Il potere del cane

Nulla da dire, davvero, il premio per la miglior regia è ovviamente meritato. Ma sarebbe stato meritatissimo anche (forse di più) quello a Villeneuve per Dune.

Miglior sceneggiatura
Kenneth Branagh per Belfast

Il film biografico di Branagh è uno di quelli che aspetto di più, peccato che fino a Marzo noi italiani ci stra-attacchiamo al *bip*. Peccato per Adam McKay, ma obiettivamente la sceneggiatura di Don't Look Up! è leggermente derivativa, per quanto l'abbia apprezzata molto, mentre chi ha letto Il potere del cane mi dice che il romanzo è molto più emozionante del freddo adattamento, quindi nessun vilipendio alla Campion, in questo caso.


Miglior canzone originale
No Time to Die di Billie Eillish e Finneas O'Connel, per il film No Time to Die

Ammetto di non conoscere nessuna delle canzoni tranne Dos oruguitas di Encanto, che mi era piaciuta molto, quindi mi adeguo. 

Miglior colonna sonora originale
Dune di Hans Zimmer

Mi cito: "E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore" Direi che stavolta ci ho visto giusto, ma mi sono piaciute molto anche le colonne sonore di The French Dispatch ed Encanto.



Miglior cartone animato
Encanto (USA 2021)

Per questione di orgoglio ligure avrei preferito la vittoria di Luca. E, pur non avendo visto gli altri film candidati e pur avendo apprezzato molto Encanto, non si tratta di uno dei prodotti migliori o più indimenticabili della Casa del Topo, quindi temo si sia trattato di un Globe leggermente paraculo, per venire incontro a questioni di minoranze ecc.


Miglior film straniero
Drive My Car (Giappone, 2021)

Ne avevo già sentito parlare come di uno dei film più belli dell'anno scorso, è arrivato il momento di metterlo in cima alla lista dei recuperi. Con tutto il rispetto per E' stata la mano di Dio, che mi ha convinta poco.

Quest'anno con le serie TV va malissimo. Tra quelle nominate ho visto solo Wanda/Vision e Squid Game e l'unico vincitore che conosco è, per l'appunto, Oh Yeung-su, l'adorabile, commovente vecchino della serie Netflix coreana. Al momento, le uniche che potrei recuperare sono Hacks, Dopesick, La ferrovia sotterranea e Omicidio a Easttown che constano di una sola stagione, il resto per me è pura utopia, non ci provo neppure! E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 7 gennaio 2022

Spider-Man: No Way Home (2021)

Finalmente domenica sono andata a vedere Spider-Man: No Way Home, diretto nel 2021 dal regista Jon Watts, dopo un'attesa di quasi un mese dovuta alla gente folle che si è riversata a frotte in sale, come quella savonese, dove le regole anti-covid, prima dell'obbligo di portare la FFP2, erano pura utopia. Vediamo un po' se è valsa la pena attendere!


Trama: dopo che Mysterio ha rivelato al mondo l'identità di Spider-Man, la vita di Peter Parker e dei suoi amici è diventata un disastro. Il ragazzo decide quindi di chiedere aiuto a Doctor Strange per cancellare la memoria delle persone ma ovviamente l'incantesimo va storto...


Sì, ne è valsa la pena. Non sono di quelle che definiscono i film Marvel dei capolavori, anche perché salvo pochissimi casi li ho tutti dimenticati ad una settimana dalla visione, ma No Way Home ha davvero il suo perché e oserei dire (ma, come avete letto, non sono granché affidabile) che è una delle poche pellicole del MCU a curare veramente il personaggio protagonista, facendolo evolvere e crescere tra gioie e dolori; non so se è un paragone da fare, anche perché i Potterhead sono più micidiali dei fan del MCU, ma l'evoluzione del personaggio Spider-man interpretato da Tom Holland mi ha ricordato i romanzi di Harry Potter, dove i primi due erano libri per bambini semplici e principalmente ironici, poi dal terzo in poi i toni si sono fatti più cupi e i protagonisti più complessi e problematici. A costo di privare della freschezza il Peter Parker di Holland, credo sia questa la strada da seguire per elevarlo dal novero di eroi "cazzari" i cui problemi durano il giro di un film, sepolti da una salva ininterrotta di battute e siparietti esilaranti, perché, se ci pensate, il Bimbo Ragno del MCU finora ha avuto vita molto facile: è entrato di diritto nella squadra di eroi più forti della Terra, preso subito sotto l'ala potente di Stark, che lo ha fornito di ogni tipo di gadget, e dopo la morte dell'adorato Tony ci hanno pensato Happy Hogan e Nick Fury a far sì che a Peter non mancasse nulla. A fare cerchio attorno alla sua identità segreta, oltre ai due pesi massimi, c'erano anche l'adorata zia May, l'amico fraterno Ned e la fidanzata MJ, cosa che ha sempre consentito a Peter di vivere come un'adolescente normale ma anche come supereroe, una fortuna che credo non sia mai toccata a nessun ragazzino di nessun fumetto, film o cartone animato, e tutte queste cose combinate hanno fatto sì che Peter Parker diventasse una sorta di ragazzino viziato, dolce e carino quanto volete ma comunque privo di una dose di durezza e indipendenza tali da renderlo un supereroe consapevole e responsabile, e questo viene sottolineato parecchie volte nel corso di No Way Home, che sbatte in faccia al protagonista fin da subito una situazione dalla quale il ragazzo non potrebbe mai fuggire da solo, senza essere "paraculato" a più livelli. 


Purtroppo, sarà proprio questa consapevolezza di avere sempre e comunque le spalle coperte che causerà il casino cosmico che ha fatto bagnare il 90% dei nerd del pianeta e che ha trasformato No Way Home in un vero e proprio evento, rendendolo più ricco, intrigante e anche piacevole da guardare, non posso negarlo. Giocherò a carte mezze scoperte senza fare troppi spoiler, tanto ormai il film lo avranno visto tutti (ma, se non l'avete ancora fatto, evitate l'infoporn con tutti i nomi degli attori coinvolti) e il mio blog ormai è meno letto di Grand Hotel, dicendo che rivedere certi volti è stato come riavvolgersi in una calda coperta, souvenir dei bei tempi in cui i cinecomics erano ancora appannaggio di poche case di produzione pazze e registi che ci credevano senza omologarsi, un rischio per lo spettatore che apriva il cuore alla speranza e poi rischiava di ritrovarsi tra le mani una mezza ciofeca ma, nonostante tutto, si teneva le urla di dolore nel cuore perché non erano ancora spuntati internet e i maledetti social a dar voce anche alle capre. L'interazione tra i moltissimi personaggi presenti nel film mi è parsa naturale e rispettosa delle personalità dei coinvolti (almeno, di quelli che conoscevo) e se è vero che è sempre divertente vedere Doctor Strange alle prese con quelle che per lui sono fondamentalmente delle inutili minchie di mare a fronte della sua infinita e spocchiosa sapienza, è ancora più vero che un film senza dramma sarebbe nulla e che i signori attori sono pochi ma riescono a nobilitare pellicole ben peggiori di queste: qui, in particolare, c'è un attore che mangia la scena a tutti quelli che si ritrovano a doverla condividere con lui, arricchendo non solo le loro interpretazioni, ma anche le sequenze appena successive alla sua apparizione, nelle quali il fantasma della sua presenza aleggia ancora, impossibile da ignorare. Si piange parecchio in No Way Home e, come ho scritto sopra, è giusto così, perché un po' di cupezza rende i personaggi più complessi e migliori, al di là di tutto il codazzo di gag ed effetti speciali che possono accompagnare le loro avventure.


Questi ultimi elementi, ovviamente, non mancano. Come nei primi due film si cerca di approfondire la vita scolastica e sentimentale di Peter Parker, e ormai il terzetto Holland/Zendaya/Batalon è talmente affiatato che viene da pensare che i tre siano molto amici anche fuori dal set, inoltre a Batalon è richiesto di alleggerire un po' le atmosfere fungendo da elemento comico. In questo caso, gli sceneggiatori sono riusciti a tenersi in ottimo equilibrio senza sconfinare nella farsa e anche a gestire le fila di una storia comunque assai complessa a livello di continuity senza troppe sbavature (non chiedetemi lumi in merito, mi mancano pezzi di puzzle. Fate come se doveste guardare Tenet, godetevelo e non fate domande). Passando agli effetti speciali, io ho un debole per la magia di Strange e per la sua dimensione specchio, ho dunque trovato l'intera sequenza di combattimento tra lui e Spider-Man assai entusiasmante vista su grande schermo, oltre ad avere ovviamente apprezzato lo showdown finale, chiaro e dettagliato nonostante l'abbondanza di personaggi e poteri coinvolti, e la scena centrale del film, dove Spider-Man viene messo di fronte ai suoi limiti nel modo più violento e tragico possibile. Non riesco, al momento, a prevedere che direzione prenderanno le avventure di Spider-Man (e nemmeno dell'MCU vista la graditissima guest star che compare a un certo punto!!), soprattutto visto che è il Dottor Strange il fulcro delle anticipazioni post-credit, ma se l'ex Bimbo-Ragno dovesse tornare in futuro tornerò al cinema a fargli compagnia perché ormai ho cominciato a volergli molto bene, nonostante le dichiarazioni scellerate del minchietta che lo interpreta. 
 

Del regista Jon Watts ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Jon Favreau (Happy Hogan), Jamie Foxx (Max Dillon/Electro), Willem Dafoe (Norman Osborn/Goblin), Alfred Molina (Dr. Otto Octavius/Doc Ock), Benedict Wong (Wong), Tony Revolori (Flash Thompson), Marisa Tomei (May Parker), Andrew Garfield (Peter Parker/Spider-Man), Tobey Maguire (Peter Parker/Spider-Man), Angourie Rice (Betty Brant), Martin Starr (Mr. Harrington), J.K.Simmons (J. Jonas Jameson), Rhys Ifans (Dr. Curt Connors/Lizard), Charlie Cox (Matt Murdock) e Tom Hardy (Eddie Brock/Venom) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jacob Batalon interpreta Ned Leeds. Hawaiano, ha partecipato a film come Spiderman: Homecoming, Blood Fest, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: Far From Home. Ha 26 anni. 


Thomas Haden Church interpreta Flint Marko/L'uomo sabbia. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere del male, Sideways, Spider-Man 3 e Hellboy. Ha 62 anni e due film in uscita.


La trama del film, che avrebbe dovuto riprendere una delle scene post-credits di Far From Home, quella in cui si scopre che i Maria Hill e Nick Fury della Terra sono in realtà degli Skrull mentre il vero Fury è nello spazio, è stata completamente cambiata per poter realizzare la mini-serie Secret Invasion, che dovrebbe uscire quest'anno. Nell'attesa che ciò, accada, se Spider-Man: No Way Home vi fosse piaciuto recuperate Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home, Doctor Strange, la serie Wanda/Vision (peraltro molto ma molto carina), Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli... e poi armatevi di santa pazienza vintage con Spider-Man, Spider-Man 2, Spider-Man 3, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, mentre potete serenamente evitare quella cacca fumante di Venom e, ovviamente, Venom 2. ENJOY!

mercoledì 5 gennaio 2022

A Natale puoi: The Advent Calendar (2021) e Silent Night (2021)

Siccome le feste finiscono domani con l'Epifania che, come da proverbio, se le porta tutte via, per rimanere ancora un po' nel mood ecco un altro post "aggregativo". Anche in questo caso, unirò i due film non perché non mi siano piaciuti (Silent Night, in particolare, sarebbe entrato dritto tra i primi cinque in classifica, se solo lo avessi guardato prima) ma perché intanto sarebbe contrario alla mia pignoleria parlarne fuori dal periodo festivo, e poi perché sarebbe criminale, anzi, criminalissimo, dire troppo su Silent Night, nonostante meriti un post lunghissimo tutto per lui. Se qualcuno ancora legge quel che scrivo, ha già visto il film e ne vuole parlare, metta un bel disclaimer di spoiler nei commenti, mentre chi non lo ha ancora visto se lo procuri immantinente sulla fiducia ma poi non mi odi se si ritroverà assai più depresso di prima.


The Advent Calendar - Patrick Ridremont

Nulla mi aspettavo da The Advent Calendar, produzione francese acquisita da Shudder, invece ne sono rimasta abbastanza soddisfatta. Innanzitutto, The Advent Calendar non è così banale come potrebbe sembrare, e lo sceneggiatore è riuscito a sfruttare molto bene il valore della "sorpresa" data dall'avere un calendario dell'avvento che, ogni giorno, offre al suo padrone un cioccolatino dai diversi effetti; superata la perplessità dell'assunto iniziale (il calendario ha l'aspetto vetusto, i cioccolatini avranno l'età del presepe ma Eva li mangia lo stesso), farsi trasportare dal viaggio nell'incubo e nella speranza di un'ex ballerina diventata paraplegica a causa di un incidente diventa molto facile e, come ho scritto sopra, per nulla scontato. The Advent Calendar è infatti assai subdolo nel suo elargire male ed orrore, per buona parte del film concede allo spettatore quel minimo di speranza che contrasta con l'orrido spirito che possiede il calendario, il porcino Ich, e sia la caduta all'inferno di Eva che la risoluzione finale si distaccano da quelle conclusioni tranchant tutte bianche o tutte nere, lasciando spazio all'ambiguità che permea l'intera pellicola e fa perno sulla condizione di Eva, ragazza bella, intelligente e forte, costretta dalla sfortuna in una condizione che la rende svantaggiata, debole ed evitabile agli occhi degli altri. Per quanto riguarda la realizzazione, i punti deboli di The Advent Calendar risiedono nelle (fortunatamente) rare apparizioni per intero di Ich, tanto inquietante in versione "decorazione" e nei flash onirici che  lo mostrano solo in parte, quanto inguardabile nel momento in cui si palesa davanti ai poveri malcapitati, soprattutto quando viene circondato da un terrificante filtro violaceo che invade l'intera inquadratura ferendo l'occhio dello sfortunato spettatore. Il calendario dell'avvento del titolo, invece, è un altro paio di maniche. Splendido, in legno massiccio, finemente decorato, dotato di una chiavettina di metallo per aprire i vari sportellini, con tanto di sagoma di Ich che ciccia fuori a mezzanotte precisa, è la riproduzione perfetta di un calendario dell'avvento tedesco che si potrebbe trovare in qualche mercatino dell'antiquariato durante il periodo Natalizio e mentirei se dicessi che non ne vorrei uno in casa subito, iattura o meno. A ciò si aggiunge anche la bravura dell'attrice protagonista e anche la particolarità di alcuni comprimari, soprattutto quelli "cattivi" tra i quali segnalo, ovviamente, il sosia di Cetto la Qualunque nei panni del laido capo di Eva. Di sicuro The Advent Calendar non sarà L'horror di Natale per eccellenza, ma uno sguardo glielo darei!


Silent Night - Camille Griffin

Lascio per ultimo il piatto forte. Non me ne voglia Shudder ma, anche stavolta, Inghilterra batte la combo Francia/Belgio sia a livello di sceneggiatura, che di realizzazione che di attori, tutti almeno due spanne sopra rispetto al pur gradevole The Advent Calendar. Silent Night comincia come una perfetta dark comedy a tema natalizio. A casa della rediviva Keira Knightley, che non vedevo in un film già da un po', e della sua famiglia si riuniscono, per la vigilia di Natale, amici di una vita ed ex compagni di scuola, ognuno con le rispettive compagne o compagni o figli. Nonostante il clima festivo, almeno metà dei partecipanti hanno voglia di riunirsi come di impiccarsi, anche perché buona parte dei convenuti rientra di diritto nella categoria "snob inglesi spocchiosi e falsi come Giuda", oppure hanno dei figli mostri, ma tant'è; nonostante le scarse capacità in cucina della Knightley e un paio di disavventure, la cena comincia... e il film va in una direzione tutta inaspettata. Se all'inizio si ride tantissimo, grazie ad attori bravissimi e perfettamente a loro agio ad incarnare le varie tipologie di persone insopportabili che potreste dover subire durante le feste, e a dei dialoghi zeppi di wit e volgarità assortite, mano a mano che il film prosegue ci si trova di fronte all'orrore vero, filtrato dagli occhi di un bambino che, a differenza degli altri, non accetta le spiegazioni degli adulti e smaschera, grazie ai suoi ragionamenti innocenti ma acuti, un mondo di diseguaglianze, menefreghismo, egoismo, conformità ed ipocrisia tali da fare accapponare la pelle, ahimé non troppo distante da quello in cui potremmo, un giorno, vivere noi. Il musetto dolcissimo di Roman Griffin Davis, l'attore più bravo del mucchio in un cast già di alto livello, che già era riuscito a spezzarmi il cuore in JoJo Rabbit, qui me lo ha proprio ridotto a briciole invisibili e non nascondo di avere avuto un momento di panico quando ho cominciato a singhiozzare tanto da non poter respirare. Anche perché, io ve lo dico, il pianto prodotto dalla visione di Silent Night non è per nulla catartico e non lo sono neppure i mille, terribili momenti di pura pochezza umana e ridicola ipocrisia che la spietatissima Camille Griffin infila a tradimento nei momenti più tragici della pellicola, uno humour nero che concorre a rendere il tutto ancora più triste e devastante e a lasciarvi sconfitti e depressi a fine visione. Confermo che Silent Night è uno dei film più belli dell'anno passato e folli i distributori che non dovessero portarlo in Italia, ma confermo anche che la visione è a vostro rischio e pericolo, così come l'idea di cercare informazioni in giro o guardare trailer. Vi bastino le poche righe che ho scritto.  



martedì 4 gennaio 2022

Il Bollodromo #84: Lupin III - Parte 6 (Episodi 11 - 12)

Buon 2022 a tutti! I giapponesi se ne sono bellamente fregati del Natale e il 25 Dicembre 2021 hanno mandato in onda i due episodi conclusivi del ciclo denominato Lupin III vs Holmes, durante i quali vengono, diciamo così, sciolti tutti i nodi venuti al pettine nel corso della prima parte della serie. Perché ho scritto "diciamo così"? Perché gli ultimi due episodi potrebbero rientrare tranquillamente sotto la definizione di "anticlimax", un po' come la serie finora, ma scendiamo un po' più nel dettaglio... ENJOY!


Episodio 11 - 真実とワタリガラス - Shinjitsu to watarigarasu (La verità e il corvo)

Con tutti i filler mandati in onda prima dell'episodio 11, qualcuno ancora ricorda l'esistenza di Lord Faulkner, il nobiluomo ucciso all'inizio della serie? Forse no ma, se già il vostro cervello non fosse stato abbastanza impigrito dai pranzi natalizi, gli sceneggiatori hanno deciso di aggiungere l'ennesimo personaggio inglese "mordi e fuggi", ucciso da mano sconosciuta dopo cinque minuti dalla sua apparizione e impelagato con la Raven a livello di terreni e palazzi. Hai voglia a ricostruire un puzzle così frammentario e raffazzonato, e infatti anche Holmes a un bel momento si scogliona e mette una taglia su Lupin e su quel mezzo poster recuperato sempre nella prima puntata, quello tenuto da Lord Faulkner nell'ufficio, che a rigor di logica dovrebbe essere una mappa per raggiungere il tesoro della Raven. Mentre ogni cacciatore di taglie del pianeta, con l'aggiunta di Zenigata e socio, tenta così di fare fuori Lupin, Holmes si finge malato e morente per scatenare i ricordi di Lily relativi all'omicidio di Watson e lì capisce la somma cretinata che verrà rivelata nell'episodio 12. Ci torniamo. Nel frattempo, sia Lupin che Holmes capiscono che il poster era un diversivo e che il vero segreto della Raven era l'ufficio di Faulkner, che quest'ultimo si impegnava a tenere sempre al buio; Holmes, Lupin, Lily e persino Zenigata si ritrovano lì dentro e, dopo il ventordicesimo spiegone della serie, decidono di far entrare la luce del sole nell'ufficio... che esplode assieme a mezzo palazzo, lasciando gli spettatori appesi all'unico cliffhanger della serie. Aggiungo che, come da copione, benché Lily non abbia ancora ricordato chi ha ucciso suo padre, ha capito che non è stato Lupin, quindi l'odio della piccola nei confronti del ladro gentiluomo è sparito nel giro di mezzo secondo. Ve l'avevo detto.


Episodio 12 - 英国の亡霊 - Igirisu no bōrei (Lo spettro dell'Inghilterra)

Nonostante l'esplosione devastante, i nostri eroi sono sopravvissuti senza nemmeno un graffio (alla faccia!) e Holmes si ritrova punto a capo, senza conoscere né l'identità dell'assassino di Watson, né il segreto di Raven. Tutto d'un tratto, l'illuminazione: Faulkner è stato ucciso perché il vero oggetto da lui custodito non era un poster, bensì un anello che nessuno (nemmeno gli spettatori) aveva mai visto prima. Purtroppo per Holmes, dentro Scotland Yard c'è un infiltrato della Raven, ovvero lo sbirro ricoperto di bende che sorride come un cretino da svariate puntate, e rubato l'anello costui apre un passaggio segreto dentro un cimitero, che lo conduce in una rete sotterranea segreta. Lo sbirro è così sgamato da non accorgersi di essere seguito da mezzo mondo: Lupin, Holmes, Lily, Lestrade, Zenigata, il suo assistente e Fujiko (più Jigen e Goemon come claque), i quali si confrontano tra botte e pistolettate fasulle con un unico obiettivo, ovvero smascherare Lestrade come secondo infiltrato della Raven nonché assassino di Watson, come intuito da Holmes nell'episodio precedente. Cioé, avete capito? Lestrade. L'ispettore integerrimo dei romanzi di Arthur Conan Doyle, privo di immaginazione e sciapo ma comunque rispettato e rispettabile. Ma per favore. Certo, Lestrade mantiene la "coglionaggine" dei romanzi, perché di base viene rivelato che il tesoro di Raven non esiste, trattasi di ordigni inesplosi e ormai inutilizzabili, usati decenni prima come "leva terroristica" contro il governo inglese e mondiale, "piccolo" difetto di cui nessuno in Raven si è mai accorto in quanto organizzazione vetusta, gestita da pagliacci e troppo frammentata. Di fronte a tanta pochezza, a Lestrade non resta che suicidarsi e ognuno se ne va per la sua strada, ma se credete che gli sceneggiatori abbiano finito con le cretinate, vi sbagliate di grosso: nel finale di "stagione" più loffio di sempre, Lily, dall'alto dei suoi 10/11 anni, diventa la nuova assistente di Holmes e il Professor Moriarty si rivela essere un moccioso di poco più grande, la versione "dark" del piccolo Lord Fauntleroy MA vestito come Oliver Twist nell'anno del Signore 2021. Nonostante il suo aspetto prepuberale, viene lo stesso rivelato che Lupin ha avuto a che fare con lui in più di un'occasione, il che lascia Jigen comprensibilmente perplesso, ma a quanto pare anche Lupin si è rotto le balle di questa sciapa parentesi inglese e decide di portare via le suole verso altri lidi. 


Come avrete intuito dalla piega tra l'ironico e l'infastidito dei miei riassunti, non sono per nulla soddisfatta di questo Lupin III vs Holmes. Continuo a guardare il bicchiere mezzo pieno dicendo che non siamo ai livelli dell'orrida Avventura Italiana, tuttavia la cosa non mi basta più. Su 12 puntate, la storia principale ne ha occupate a malapena la metà e, diciamocelo, non era nulla che non potesse essere risolto in un'ora o poco meno. L'enorme difetto di questa prima parte di Lupin III - Part 6, oltre all'eccessiva attenzione ai personaggi di contorno, è l'idea che danno gli sceneggiatori di non sapere bene come gestire i protagonisti: certo, poiché Holmes è stato il fulcro della prima tranche di episodi, non è strano che buona parte della breve durata degli stessi sia composta da spiegoni e deduzioni, cosa che già di per sé rallenta parecchio il ritmo, però troppo spesso Jigen e soprattutto Fujiko e Goemon stanno lì giusto a far da spettatori, parte dello sfondo, e parecchio di ciò che sa Lupin o deduce Holmes viene dato per scontato. La piccola Lily è il personaggio carino messo lì per dovere di marketing, ma di fatto non si capisce perché mai Lupin e soci abbiano passato gli anni a proteggerla dalla Raven (!) e la scusa della promessa fatta a Watson non regge davvero, considerando la natura criminale dei coinvolti, inoltre la ragazzina non è neppure granché carismatica ed è abbastanza inutile ai fini della trama. Non parliamo poi di Albert e Moriarty, davvero sprecati, con tutto il potenziale che avrebbero potuto avere entrambi. Al momento, per me è abbastanza un no. Tremo all'idea della seconda parte della serie, imperniata sulla presenza massiccia di donne, tutte in qualche modo legate a Lupin e tutte vittime di un character design banalissimo, e prevedo puntate su puntate in cui si vedranno solo queste donne e Lupin, con gli altri protagonisti relegati in un angolo. Spero di sbagliarmi, onestamente. A lunedì prossimo!

La faccia di Zenigata riassume il mio stato d'animo attuale.


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

lunedì 3 gennaio 2022

Bolle di recensioni: Don't Look Up (2021) e House of Gucci (2021)

Buon anno e bentornati! Qui non si riesce più a star dietro a nulla: durante le "vacanze" di Natale, tra cene casalinghe, paura del covid, tentativo di evitare le sale troppo affollate ecc. sono riuscita a vedere davvero pochissimi film... e nel frattempo le piattaforme si sono riempite, sfornando praticamente 10 nuove uscite importanti alla settimana. In più, adesso comincia il forsennatissimo recupero pre-Oscar/Golden Globes e mi viene già ansia visto che, a vedere tutti i post cinefili su Facebook, Blogger, Instagram e chi più ne ha più ne metta, sono in ritardo nelle visioni di almeno due mesi. A mio avviso, la cosa più facile da fare sarebbe chiudere il blog ma cominciare il 2022 già sfiduciata e depressa potrebbe non essere la mossa migliore in generale, quindi cerchiamo di non guardare troppo avanti, facciamo un respiro profondo e torniamo un attimo nel 2021, con due film importanti che, per questione di tempo e "spazio", accorperò comunque in un unico post.



Don't Look Up - Adam McKay (2021)

Il 24 dicembre, dopo una programmazione in sala di una settimana, Netflix ha sganciato la bomba Don't Look Up, il film che probabilmente avrà visto anche vostra zia Concetta tra una fetta di panettone e l'altra. L'ultima pellicola di McKay ha diviso nettamente l'opinione dei cinèfili dell'internet, tra chi lo ha definito una cagata pazzesca e chi un capolavoro fuori scala, e la mia scelta di dedicargli un breve post condiviso deriva anche dal fatto che, ormai, di questo film hanno parlato davvero tutti, anche quelli che non dovrebbero avvicinarsi a pellicole più complesse di Natale a Miami, quindi ha decisamente abboffato voisapetecosa. Io sono tra quelli, ovviamente, che lo hanno amato, come è accaduto per ogni pellicola girata da McKay a partire da The Anchorman; l'ho guardato, come al solito, senza sapere nulla della trama, e sono rimasta avvinta a ciò che veniva mostrato sullo schermo dall'inizio alla fine. La satira ironica e graffiante di McKay mantiene sotto i riflettori la stupidità della politica USA, di destra o di sinistra che sia, consegnando ai posteri uno dei presidenti peggiori di sempre, interpretato da una Meryl Streep in forma smagliante, ma Don't Look Up è, soprattutto, fortemente ancorato alla situazione che stiamo vivendo da due anni a questa parte (ma anche prima, ammettiamolo) e al modo in cui nulla sembra più toccarci, se non è esposto in maniera sensazionalistica o accattivante. La fine del mondo ai tempi dei tuttologi, dello spettacolo, dei social e dei pochissimi megaricchi con le mani in pasta ovunque, con poche persone che cercano di fare effettivamente il bene di un mondo che, diciamolo, non lo merita, mentre dall'altra parte c'è una costante ricerca del consenso, del successo e del click facile e veloce: lo scienziato di Leonardo di Caprio è emblematico in tal senso, è la degna incarnazione di tutti i virologi superstar che infestano i mezzi di comunicazione da che è spuntato il Covid, i quali magari hanno cominciato timidamente, con cognizione di causa, provando ad essere la voce della ragione in un mondo di pazzi, e poi, pompati dai mass media, sono diventati sempre più invasivi, contraddittori e meno credibili, più impegnati ad alimentare l'adorazione verso le proprie idee e la propria voce che altro. Don't Look Up, pieno di personaggi e situazioni all'apparenza surreali, ha appena la punta di un piede fuori da quella che è la realtà odierna e, tolte un paio di esagerazioni esilaranti, è un perfetto specchio di quello che sta succedendo ora. Inutile dire che le prove attoriali sono tutte eccelse, con un cast corale di prim'ordine, e stavolta McKay riesce anche a fare commuovere con una sequenza finale che veicola tristezza, sconfitta e, forse, una lezione importante. "Avevamo tutto". Ricordatelo, la prossima volta che sceglierete di guardare solo lo schermo di un telefonino, o di una TV, e di chiudere gli occhi di fronte a tutto l'orrore che ci circonda.



House of Gucci - Ridley Scott (2021)

Se Don't Look Up divide e fa pensare, l'House of Gucci di Ridley Scott è un episodio di Beautiful un po' più gonfiato e laccato e sta a voi farvelo piacere o meno. Personalmente, dopo il bellissimo e intelligente The Last Duel l'ho trovato un po' una caduta di stile e contenuti, ma non sono riuscita ad odiarlo e, per la lunghezza della sua durata, mi sono parecchio divertita. Sapete che amo le saghe familiari, soprattutto se hanno attinenza con delle storie vere, e mi stupisco sempre davanti alla facilità con cui nomi blasonati finiscono in disgrazia solo in virtù di una stupidità inenarrabile; come ho detto alla mia collega "riassumendo, i figli dei Gucci erano due minchioni", il che magari è il motivo per cui i Gucci superstiti si sono incarogniti con Ridley Scott, ché non fa mica piacere avere milioni di persone che pensano ciò alla fine di un film. In questo caso, alla stupidità congenita dei due Gucci, Maurizio e Paolo (non sto nemmeno a dirvi quanto sia trattenuto e signorile, pur nel suo essere un'ameba cretina, Adam Driver e quanto sia esilarante e caricaturale un Jared Leto ormai impazzito, alla cui parlata da Super Mario il doppiaggio italiano ha messo ben più di una pezza), si aggiunge la brama di denaro, aMMore e riconoscimento della Reggiani, un personaggio scritto per essere molto sopra le righe, e interpretato degnamente da una Lady Gaga che, a tratti, sembra veramente Marisa Laurito. Ovvio, non è un complimento, con tutto il rispetto per la Laurito, e confido che la pur adorabile Germanotta rimanga fuori dai giochi per quanto riguarda eventuali Oscar, ché va bene godersi la sua interpretazione trash e caricata, perfetta per un film come questo (che magari non voleva risultare trash ma, purtroppo...), ma all'accondiscendenza di chi offre candidature un po' a cazzo di cane ci dev'essere un limite. Meraviglioso, invece, Al Pacino, che come al solito mangia tutti gli interpreti che hanno la sventura di condividere scene con lui, e molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi interessanti. Nonostante tutto, comunque, House of Gucci è un film che riguarderei, magari dopo essermi letta qualcosa di più "affidabile" sull'omicidio di Maurizio Gucci, e anche per godermi in v.o. personaggi degni di un film dei Vanzina: guardatelo e ditemi se la sequenza della sciata in Svizzera non vi ricorda Vacanze di Natale.

 

mercoledì 29 dicembre 2021

Bolla's Top 5: Best of 2021

E dopo le cose veramente brutte passiamo per fortuna a quelle belle! Il 2021 è stato un anno cinematografico parecchio soddisfacente, si è tornati un po' più tranquilli nelle sale, i distributori hanno ripreso a deliziarci con ottimi film. Qualche delusione, ovviamente, c'è stata, così come ci sono stati molti film che, causa mala distribuciòn e tempo mancante (mai avuto così poco tempo come quest'anno per vedere film) non sono riuscita a guardare, cito i primi due che mi vengono in mente, In the Earth e Silent Night, quest'ultimo il caso natalizio 2021, che chissà quando recupererò. Ma bando alle ciance e, come sempre, parliamo prima dei film non horror che ho preferito; ho cercato di spaziare un po' tra i generi, di conseguenza sono rimaste fuori pellicole che ho amato moltissimo come Promising Young Woman, Luca, Time, The Last Duel, The French Dispatch, The Green Knight e ovviamente il recentissimo Don't Look Up, tutte opere che vi consiglio di recuperare immantinente!


5. I Mitchell contro le macchine

Per me, tra i cartoni animati quest'anno ha vinto il demenziale che, sotto il guscio di follia citazionista nasconde un cuore pulsante in cui tutti possiamo tranquillamente riconoscerci. I Mitchell contro le macchine è uno di quei film che valgono l'abbonamento Netflix, morirete dal ridere e vi commuoverete vergognandovi anche un po'. Provare per credere. 


4. Freaks Out

La follia supereroistica vintaggia di Mainetti, che si conferma un trionfo di effetti speciali, personaggi memorabili e tanto, tantissimo cuore. E' un vero peccato che al botteghino sia stato un flop, spero che col tempo ottenga il riconoscimento che merita, perché se è vero che Lo chiamavano Jeeg Robot è stato un instant cult, questo, ben più complesso, forse necessita di sedimentare un po' di più.


3. Shiva Baby

La versione migliore di Diamanti grezzi e una folgorazione sulla via di Damasco. Un film piccolo, veloce ma molto ansiogeno e profondo, che lascia col fiato sospeso dall'inizio alla fine trascinando lo spettatore in un turbine di condivisibilissime emozioni. Lo trovate su Mubi, non perdetelo!


2. Ultima notte a Soho

Ultima notte, ultimo capolavoro di Edgar Wright. Non l'ho messo negli horror perché, come al solito, volevo lasciare uno spazietto in più nell'altra classifica e perché Ultima notte a Soho non è solo horror: è splendida musica, è glamour, è una messa in scena meravigliosa, è uno splendido lavoro di introspezione su una ragazza che perde di vista se stessa e non sa più come rimettere assieme i suoi cocci. Da vedere e rivedere.


1. Limbo

L'amore nato dal Far East Film Festival. Purtroppo la pellicola di Soi Cheang non ha ancora trovato una distribuzione nazionale, il che è ingiusto perché questo noir fradicio e puzzolente, zeppo di violenza e personaggi disperati fotografati in un bianco e nero talmente nitido da essere commovente, merita di essere visto su grande schermo. Ne uscirete probabilmente devastati e zuppi, oltre che con la voglia di sciacquarvi il cervello dal disagio, ma ne varrà la pena.


Se già è stato difficile scegliere solo cinque film "vari", per l'horror sarà quasi impossibile. Quest'anno, tra uscite importanti a livello internazionale, Shudder, Netflix, produzioni indipendenti, scoperte casuali e passaparola, è stato impossibile stare dietro a tutto. Ci ho provato e questo è il (misero) risultato. Menzioni speciali come se piovessero: Il sabba, Saint Maud, The Empty Man, A Classic Horror Story, Censor e The Feast. Buona fine anno, date fuoco al 2021 e ci risentiamo nel 2022!! ENJOY!

5. Jakob's Wife

Ebbene sì, è in classifica perché l'ho adorato. Già parto appassionata di film a tema "vampiro", se in più fai interagire alla perfezione due mostri sacri come Barbara Crampton e Larry Fessenden non posso fare altro che applaudire. Adorabilissimo, ripeto.


4. Titane

Il delirio che ha sbaragliato la concorrenza a Cannes, tra echi Cronenberghiani e il desiderio della Ducournau di scavare nella psiche di esseri umani soli, incapaci di comprendere loro stessi, persi in un mondo folle. Lo stile psichedelico e violentissimo dell'inizio, che si smorza progressivamente su toni estremamente malinconici, me lo ha fatto amare ancora di più.


3. Fear Street Trilogy

Il regalo più bello fatto da Netflix nel 2021 dopo quel trionfo di Black Mass che non inserisco in prima posizione solo perché trattasi di miniserie. Tre film fruibili in un'unica soluzione, tre stili diversissimi, tre omaggi a svariate incarnazioni del genere, uniti da un fil rouge sanguinoso e anche molto triste. Non ho letto i vari Fear Street ma credo non potesse esserci adattamento migliore!


2. Malignant

La locura di James Wan, che mi ha regalato l'unico horror visto al cinema in grado di lasciarmi a bocca spalancata sotto la mascherina. Gli ultimi venti minuti sono da antologia, il resto è ugualmente molto ma molto bello. 


1. We Need To Do Something

Un film piccolissimo ma angosciante, che mi ha messo il terrore di essere sola in casa e mi ha dato da pensare (e da essere inquieta) per parecchi giorni a seguire. Girato con tre lire e quattro attori, merita di venire conosciuto, distribuito ed apprezzato e per me è stata la visione più godereccia e sorprendente dell'anno!



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