Visualizzazione post con etichetta jennifer kent. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta jennifer kent. Mostra tutti i post

venerdì 15 novembre 2019

The Nightingale (2018)

Attendevo da anni il ritorno dietro la macchina da presa di Jennifer Kent. Lo ha fatto nel 2018 con The Nightingale, e non avrei potuto essere più spiazzata e soddisfatta di così.



Trama: Tasmania, 1820. Clare, irlandese deportata, si affida alla guida dell'aborigeno Billy per inseguire nel bush gli uomini che le hanno distrutto la famiglia.



"This is my home. This is my land". Credo di non essermi mai sentita tanto piccola e vergognosa, nella mia sicumera di bianca privilegiata, come nel vedere un aborigeno piangere davanti alla "concessione" di poter mangiare al tavolo assieme ai padroni della sua terra. E' stato come se mi avessero tirato uno schiaffo, perché dopo due ore di atrocità perpetrate da soldati e coloni inglesi ai danni degli aborigeni originari della Tasmania, non potevo fare altro che apprezzare l'apertura mentale di un anziano signore, l'unico pronto ad accogliere i due protagonisti di The Nightingale e a trattarli come esseri umani. Poi è arrivato, appunto, l'ennesimo schiaffo della Kent: cosa c'è da apprezzare? Perché Billy, ultimo superstite della sua stirpe massacrata, dovrebbe ringraziare chi lo tratta come ospite in una terra che lo ha visto nascere, con un'ipocrisia tale da fare rabbrividire? Ecco come, grazie a due battute e un primo piano, Jennifer Kent è riuscita ad annullare le barriere del tempo, riversandomi addosso l'orribile storia di una barbarie che continua e che ha visto gli invasi venire divorati dalla perniciosa influenza degli invasori, assumendo su di loro i peggiori difetti dell'uomo bianco, diventando una minoranza di persone che vivono spesso, ancora oggi, ai margini della società, annebbiate dai fumi dell'alcool. Io l'Australia (non la Tasmania) un po' l'ho vissuta. E' troppo facile dimenticare, tra un g'day e un mate, la sua natura di colonia penale inglese. Troppo facile dimenticare come gli aborigeni fossero considerati meno che umani, è vero, ma anche gli irlandesi o gli scozzesi non se la passassero meglio, specialmente le donne. Ma pensate cosa dev'essere stato, a inizio ottocento, essere donna e venire mandata a scontare una pena per reati spesso futili in una terra selvaggia e sconosciuta dove la maggior parte degli abitanti "bianchi" erano galeotti o soldati di sesso maschile. Posso solo immaginare che gli stupri, i soprusi e le esecuzioni sommarie fossero all'ordine del giorno e, per quanto la prima mezz'ora di The Nightingale sia atroce, da spezzare il cuore, che motivo c'è di nascondere la testa sotto la sabbia ed edulcorare ciò che sta alla base di un film che parla del disperato tentativo di due persone di rimanere umane nonostante tutto?


Perché The Nightingale non è un rape and revenge. Sì, la base da cui parte tutto è la stessa di un b-movie anni '70 a tema, ma giustamente alla Kent la vendetta interessa fino a un certo punto, in quanto The Nightingale sviluppa essenzialmente il rapporto di amicizia e reciproca comprensione tra due reietti che si scoprono "fratelli", al di là del colore della pelle e delle differenze di sesso (interpretati da due semi-esordienti di allucinante bravura). Accomunati da terribili perdite, a rischio di diventare inumani quanto i loro aguzzini, Clare e Billy all'inizio si odiano, avviluppati da un reticolo di pregiudizi e diffidenza: agli occhi di Clare, Billy è innanzitutto un maschio (e dopo essere stata violentata più volte, vorrei vedere quale donna si fiderebbe ancora) e poi un selvaggio probabilmente pronto a ucciderla o mangiarla; agli occhi di Billy, Clare è l'invasore, un'inglese (non irlandese) come tutti gli altri, degna solo di disprezzo. Sarebbe stato facile mostrare la catarsi violenta di due giustizieri improvvisati, punire i malvagi e poi ognuno per la sua strada, ma la Kent è interessata innanzitutto a mostrare la fatica di cambiare, di staccarsi da un cammino tracciato in anni di violenza e orrore, di ricominciare a vivere conservando almeno un minimo di umanità e dignità anche all'interno di un mondo destinato a non cambiare. Di fatto, è brutto da dire, Clare e Billy non sono i rivoluzionari forieri di importanti mutamenti sociali. Sono due uccellini che possono solo sperare di costruirsi un nido di pace temporaneo, persi davanti a un orizzonte di una bellezza abbacinante che può giusto liberarli per qualche istante dalla loro misera condizione. Quello che riserverà loro il futuro la Kent non lo dice ma sarebbe inutile essere ingenui; The Nightingale racconta ciò che è stato, il fondamento di ciò che in effetti ancora è, di questa nostra società così iniqua e sbagliata, le cui prospettive sono declinate secondo valori occidentali, "bianchi" e principalmente maschili. E' quindi giusto inorridire davanti a The Nightingale e non solo per le terribili scene di violenza, talmente realistiche da far stare male, ma anche per quello che racconta di noi attraverso il filtro dell'illusoria sicurezza di una distanza temporale. E se volete sapere perché The Nightingale è anche tecnicamente un film splendido, uno dei migliori dell'anno, vi rimando all'articolo di Lucia, che sicuramente ve lo spiega meglio di me, nell'attesa che The Nightingale venga distribuito anche qui in Italia.


Della regista e sceneggiatrice Jennifer Kent ho già parlato QUI. Sam Clafin (Hawkins) e Charlie Shotwell (Eddie) li trovate invece ai rispettivi link.

Damon Herriman interpreta Ruse. Australiano, ha partecipato a film come The Mask 2, La maschera di cera, J. Edgar, The Lone Ranger, C'era una volta a... Hollywood e a serie quali Cold Case, CSI- Scena del crimine e Breaking Bad. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 49 anni.




domenica 9 novembre 2014

The Babadook (2014)

Attirata dai trailer, dalla sua origine australiana e dalle recensioni di Lucia e del Bradipo, qualche sera fa ho deciso di guardare The Babadook, diretto e sceneggiato dalla regista Jennifer Kent a partire dal suo corto del 2005, Monster.


Trama: dopo la morte del marito, l'infermiera Amelia si è ritrovata a dover crescere da sola il figlioletto, dotato di fervida immaginazione. Un giorno i due trovano in casa un libro sul mostro Babadook e dal quel momento qualcosa comincia ad aggirarsi nottetempo per le stanze...


C'è stato un lungo periodo, quando facevo le elementari, in cui non ho dormito la notte, spaventata da orribili pensieri che per fortuna oggi non ricordo ma che, molto probabilmente, erano legati all'eventuale morte dei miei genitori. Di questo periodo rammento però benissimo una sera in cui, dopo un'ora passata a cercare di dormire, andai in cucina dove mia madre stava ancora guardando la TV e le dissi qualcosa come "Mamma, non riesco a dormire... ho paura". Mia madre, solitamente una donna paziente e comprensiva, si girò verso di me e, con le lacrime agli occhi, mi pregò di andare a dormire e di smetterla, perché lei non sapeva più come fare ad aiutarmi, dopo giorni passati seduta sul mio letto, a cercare di calmarmi e convincermi che non c'era nulla da temere. Quest'immagine mi è tornata assai chiara alla mente dopo la visione di The Babadook, l'ennesimo esempio, se mai ce ne fosse bisogno, di come l'horror non sia solo divertimento splatter per imbecilli ma di come dovrebbe soprattutto essere un modo per raccontare metaforicamente (ed esorcizzare) le nostre paure personali, i disagi sociali e mille altri problemi "tangibili" che infestano la nostra vita e il nostro mondo. Il Babadook è reale, certo, è un mostro che possiede le sue vittime cambiandole anche nel fisico, che vuole la nostra anima e quelle dei nostri piccoli ma il Babadook è soprattutto l'orrore senza nome della psiche di una madre che, per qualsivoglia motivo, smette di amare il proprio figlio, vorrebbe essere "libera", vorrebbe trovare una soluzione per far sparire ogni paura, preoccupazione e dolore oppure, molto prosaicamente, dormire serena senza la piccola piattola (e quando dico piccola piattola parlo soprattutto della me stessa bambina) che ad ogni ora dice "mamma, ho paura. Mamma, aiutami" quando la povera donna non riesce nemmeno ad aiutare se stessa. La cosa terribile di The Babadook è che l'uomo nero non solo è reale... l'uomo nero siamo noi.


Amelia è una donna sola, costretta a crescere un figlio che ogni giorno, con la sua sola esistenza, le ricorda che il marito è morto. Ha un lavoro difficile e faticoso (infermiera in un ospizio), delle amiche a dir poco imbecilli (o meglio, anche troppo umane perché l'esperienza insegna che ben poche persone sopportano il dolore altrui...), un bambino troppo sensibile che, palesemente oppresso dal senso di colpa e dalla paura di perdere anche la madre, le ribadisce ogni giorno di volerle bene, l'abbraccia, la bacia... la soffoca, letteralmente, povero pulcino. E lei non ne può più. Jennifer Kent ci offre in pasto la storia di una donna che, fin dai primi fotogrammi, vediamo arrivata al capolinea. Lo capiamo dalle sue espressioni, dal linguaggio corporeo (Essie Davis è favolosa), dal modo in cui il suo punto di vista diventa automaticamente il nostro e ci costringe ad odiare quel povero bambino e tutto il mondo che circonda questa disgraziata famigliola. Il Babadook, l'elemento sovrannaturale, arriva inaspettato o, meglio, senza un motivo apparente. Non ci sono maledizioni, non c'è una scomoda eredità o lo sciocco sfidare occulte e sconosciute regole tipiche di questo genere di horror; una sera Amelia e Samuel leggono un libro, la versione horror di una poesia di Gianni Rodari e tac!, il Babadook comincia a perseguitarli. Da lì la situazione precipita e la Kent comincia a giocare con i cliché del genere e con un gradevolissimo citazionismo ma senza mai perdere di vista l'idea molto orientale di un'entità nata dall'oscurità dell'animo umano più che da qualche sanguinoso evento. La filastrocca contiene tutto il terribile significato della pellicola ed è, nella sua semplicità, quello che spaventa più dei pochi e misurati effetti speciali del film... proviamo a farne un'analisi come si faceva a scuola?


"If it's in a word, or if it's in a book you can't get rid of the Babadook. He wears a hat he's tall and black but that's how they describe him in his book." Non ci si può liberare del Babadook perché, come ho detto all'inizio, il Babadook è l'oscurità che portiamo dentro di noi, qualcosa che ha un aspetto diverso per chiunque anche se ognuno, ovviamente, tenderà a descriverlo nero, alto, spaventoso. Per liberarcene dovremmo morire (So close your eyes and count to ten better hope you don't wake up again) oppure ignorarlo... ma, come imparerà a sue spese Amelia nel corso del film, ignorare l'oscurità serve solo a renderla più forte ed incontrollabile (Your closet opens and your honestly hopin' that he won't hear a sound but that's when you know that he's around) perché una volta che la consapevolezza di essere persone orribili ci sfiora diventa impossibile non ricamare sempre su questa terribile idea, fino alle estreme conseguenze (The book close you have an itch under your nose and that's just how the story goes). L'unica soluzione è, paradossalmente, abbracciare l'oscurità ed accettarla come parte di noi stessi, arrivando a convivere col Babadook, dandogli in pasto piccoli, innocui e squallidi peccatucci senza perdere di vista quello che ci rende fondamentalmente umani: il coraggio, l'amore, la volontà di superare il passato e andare avanti, di proteggere quello che è solo nostro, anche se a volte vorremmo non averlo mai avuto. Un happy ending quindi? Assolutamente no, perché una volta aperto il vaso di Pandora chiuderlo non è affatto facile, bisogna sempre maneggiarlo con incredibile cura. The Babadook siamo noi, che affrontiamo la vita e i suoi mostri giorno dopo giorno...  siete pronti ad accettarlo, ad accogliere il vostro personale Babadook e a farvi spaventare dal miglior horror dell'anno?

Jennifer Kent è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Al suo primo lungometraggio, ha già diretto il corto Monster. Australiana, è anche attrice.


Essie Davis interpreta Amelia. Australiana, ha partecipato a film come Matrix Reloaded, Matrix Revolution e Australia. Ha 44 anni.


Se The Babadook vi fosse piaciuto, QUI potete vedere il bel corto Monster e poi magari andate QUI e aiutate a rendere possibile la realizzazione di un vero pop-up su The Babadook! ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...