venerdì 1 marzo 2024

American Fiction (2023)

Era il "pokémon raro" di questa edizione degli Oscar, poi, il 27 Febbraio, Amazon Prime Video ha deciso di mettere a catalogo American Fiction, diretto e co-sceneggiato dal regista Cord Jefferson a partire dal romanzo Cancellazione di Percival Everett e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore sceneggiatura non originale e Migliore colonna sonora.


Trama: Thelonious "Monk" Ellison è uno scrittore di colore dallo scarso successo. Colpito da gravi problemi lavorativi e familiari, Monk decide di scrivere una parodia dei romanzi "neri" di successo e, inaspettatamente, editori e lettori ne sono entusiasti...


Non sarà facile separare la quantità di candidature ottenute da American Fiction da un giudizio oggettivo sul film anche perché, detto in tutta sincerità, non lo avrei neppure mai guardato se non avesse fatto parte della rosa dei candidati. Il mio timore è quello di essere eccessivamente severa verso un'opera che probabilmente è stata accompagnata da troppe aspettative, quindi cercherò di non ragionare in funzione degli Oscar e di trattare American Fiction come uno dei tanti film che escono annualmente (tenendo anche in considerazione che non ho mai letto il libro Cancellazione). Il film racconta la "lotta" di Thelonious "Monk" Ellison, professore e scrittore di scarso successo, contro un'idea ghettizzata e bianca di letteratura di colore. In pratica, Monk viene accusato dal suo agente di non vendere in quanto troppo acculturato e poco "nero", troppo borghese e tranquillo per fare breccia nel cuore di chi vuole il tragico stereotipo della povertà, della violenza, dell'ignoranza , percepito come l'unica, genuina "verità". Svariati, gravi problemi familiari e il successo di un'autrice con un'opera identica a quelle tanto odiate da Monk, lo spingono a scrivere una parodia di questi libri e ad inviarla al suo agente, cosa che gli procura da subito una prelazione a cifre da capogiro ma anche una serie di dubbi etici e filosofici non da poco. Questo, in soldoni, è il canovaccio principale di American Fiction, al quale si affianca l'approfondimento di un personaggio non particolarmente simpatico attraverso le sue interazioni con i familiari (dai quali si è progressivamente allontanato nel corso del tempo), la nuova fidanzata e un paio di fidati conoscenti che gravitano nell'orbita della casa al mare di Monk. L'aspetto più interessante del film, comunque, non è tanto vedere quanto Monk possa imparare dalla ritrovata famiglia (anzi, le malinconiche pennellate legate alle infedeltà del padre e all'omosessualità del fratello, a mio avviso, aggiungono poco alla storia e sembrano appiccicate con lo sputo) quanto, ovviamente, la critica a una percezione della letteratura asservita alle mode del momento.


American Fiction
. Letteratura americana, sì, ma anche "finzione" americana, la pretesa che la realtà si pieghi a quelle che sono le nostre aspettative, a quello che ci piace o che ci fa sentire bene. Nella fattispecie, la vera "esperienza di colore" deve passare per lo stereotipo del nero ignorante, malvivente, in lotta col mondo, perché non avrebbe senso, altrimenti, leggere di vite troppo simili a quelle dei bianchi borghesi. Come sarebbe possibile, in caso contrario, ripulirsi le coscienze dando soldi a chi percepiamo in difficoltà o bisognoso di riscatto, ergersi a eroi che danno voce agli oppressi, parlare di "genuinità" come se sapessimo con certezza che i neri DEVONO essere così, tutti interessati alle loro radici, a mantenere uno status quo probabilmente non perpetrato da loro? Un paio di dialoghi, a tal proposito, sono molto interessanti, anche perché Monk non è necessariamente un personaggio "affidabile", arroccato com'è nella sua idea di letteratura intellettuale, e altrettanto interessanti sono i tentativi di riprendere la struttura metanarrativa e metatestuale di Cancellazione, magari non originalissimi ma comunque funzionali al concetto che il film vuole veicolare. Purtroppo, questo cambiamento di registro e questa metatestualità sono sprazzi di stile in un film per buona parte convenzionale, sia a livello di regia che di interpretazioni; in particolare, il professore di Jeffrey Wright soffre di un confronto impari con un altro docente nominato all'Oscar, quello interpretato da Paul Giamatti, sicuramente molto più stronzo ma anche umanamente imperfetto e impegnato in un vero percorso di maturazione personale, in grado di coinvolgere ed interessare lo spettatore, mentre Monk sembra affrontare l'esistenza con la tristezza indolente di chi è convinto che tutti ce l'abbiano con lui. Per tutti questi motivi, mi sento un po' come Wiley Valdespino: avrei preferito guardare piuttosto uno stereotipato, dinamico film nigga, mi sarei divertita di più (anche se stranamente non mi sono addormentata!) e non mi vergogno a dirlo.  


Di Jeffrey Wright (Thelonious "Monk" Ellison), Adam Brody (Wiley Valdespino), Keith David (Willy the Wonker) e Sterling K. Brown (Clifford Ellison) ho parlato ai rispettivi link. 

Cord Jefferson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al primo film dietro la macchina da presa. Americano, ha lavorato come sceneggiatore per la serie Watchmen. Anche produttore, ha 42 anni.


Leslie Uggams
, che interpreta Agnes Ellison, è la Blind Al dei film dedicati a Deadpool e tornerà, ovviamente, nell'imminente Deadpool & Wolverine. Se American Fiction vi fosse piaciuto recuperate Il ladro di orchidee. ENJOY!

mercoledì 28 febbraio 2024

La zona d'interesse (2023)

Gli Oscar si avvicinano a grandi passi e so, anche quest'anno, che il mio intento di vedere tutti i film candidati naufragherà miseramente. La distribuzione sta comunque dando una mano per quelli più importanti, come La zona d'interesse (The Zone of Interest), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Jonathan Glazer a partire dal romanzo omonimo di Martin Amis e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film, Miglior regista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior film internazionale, Miglior sonoro.


Trama: vita quotidiana di Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, che vive assieme alla sua famiglia in un'idilliaca casetta a un passo dall'orrore...


Siccome cerco (a ragione o a torto) di sapere il meno possibile sui film, prima di guardarli, non avevo idea di cosa aspettarmi da La zona d'interesse, tranne che avesse a che fare col nazismo e con una pericolosa vicinanza ad Auschwitz. Ciò ha contribuito ad aumentare il disagio di fronte alla cronaca della quotidianità dell'allegra famiglia Höss, novelli Von Trapp ibridati con le peggiori caratteristiche WASP, che vivono (in)felici in un paradiso borghese a pochi metri da un luogo dove si consuma uno dei più grandi crimini della storia dell'umanità. Ho messo "in" davanti a "felici" perché il comandante Rudolf Höss e la moglie, Hedwig, sperimentano tutti i banali problemi di un lavoratore indefesso e una casalinga devota. Rudolf è "il migliore in quello che fa", la versione nazi dell'impiegato del mese, e si impegna quotidianamente per inventare nuovi ed efficienti metodi di sterminio ad Auschwitz, ciò nonostante i suoi superiori temono non sia in grado di gestire il carico di lavoro e, come succede in qualsiasi multinazionale, il rischio è quello di venire trasferito o demansionato. Hedwig vive per la splendida casetta frutto del lavoro del marito e per i privilegi da esso derivanti, come abiti e gioielli provenienti dal "Kanada", vacanze italiane, scuole esclusive per i pargoli, giardini lussureggianti e chi più ne ha più ne metta, ma non crediate che la sua sia una vita più facile: tirare su alberi e viti in grado di coprire muri di cinta, filo spinato e il fumo che esce dai forni crematori è un lavoraccio, tanto quanto passare le giornate ignorando l'orrore o derubricandolo a uno sconveniente fastidio. Questo, in breve, è ciò che lo spettatore deve "subire" dall'inizio alla fine de La zona d'interesse e se la regia asseconda il desiderio dei protagonisti di non vedere, attraverso riprese di rigorosa e fredda geometria che relegano i dettagli indesiderabili a bordo schermo (tranne quando il punto di vista diventa quello della madre di Hedwig, che viene travolta da un orrore inaccettabile che la spinge a fuggire), il sonoro non concede un attimo di tregua né di pietà e violenta le orecchie con un costante brusio di urla, spari, sirene e pianti disperati, a malapena celati dal perenne rombo di un motore. 


Col suo stile rigoroso, Glazer mette in scena un atteggiamento sociale attualissimo e quanto mai pericoloso. Non si tratta solo di vivere come se niente fosse davanti a tragedie umanitarie enormi, tappandosi il naso per non sentire e inorridendo solo quando le conseguenze indesiderate arrivano a sfiorarci più da vicino, incupendoci per un minuto o due, ma anche della stolida determinazione ad ignorare il bene. Realizzate utilizzando una telecamera termica per non ricorrere alla luce artificiale, le sequenze in cui una ragazza, mettendo a repentaglio la propria vita, esce di notte per lasciare viveri nei luoghi dove gli ebrei ridotti in schiavitù potranno trovarli, sono ulteriore emblema della cecità dei protagonisti e dell'orrore di una società dove i mostri vestono di un bianco abbacinante, baciati dalla luce del giorno, e dove i pochi eroi strisciano non visti, illuminati da un'invisibile luce interiore che la tecnica in questione amplifica ed evidenzia. La figura della domestica polacca, realmente esistita, è l'unica fonte di speranza in un film che non solo condanna il passato, ma mette in guardia anche le future generazioni. Separata dal presente da quotidiane pulizie e comode teche di vetro, la storia rischia di perdere mordente e ridursi ad innocue (per quanto tristi) immagini di un passato che si pensa, erroneamente, non potrà mai ripetersi; la luce che, dal fondo di un buio tunnel, colpisce Höss sul finale, preceduta da conati di vomito, potrebbe essere simboleggiare il corpo che si ribella a una mente capace di annullare la percezione di un orrore senza limiti, ma anche la paura di vedersi derubricato a nota a margine di una tragedia in cui vengono celebrati i vinti, oppure l'incubo di avere "lavorato" tanto per nulla, ché del grandioso progetto nazista non è rimasto altro che un asettico museo, un monumento al loro fallimento. Comunque la si veda, un film come La zona d'interesse (al di là dei suoi effettivi meriti artistici, e sono tanti, a partire dalla bravura dei due interpreti principali) è necessario per i mala tempora in cui ci troviamo. Non saremo sicuramente cattivi come Rudolf o Hedwig, almeno non tutti, ma l'orrore della morte e della guerra è a un passo dall'enorme casa con giardino in cui abbiamo la fortuna di abitare ed è sempre più facile girare la schiena e fare finta di non vedere, tra un apericena e un meme su Facebook.


Del regista e co-sceneggiatore Jonathan Glazer ho già parlato QUI mentre Sandra Hüller, che interpreta Hedwig Höss, la trovate QUA.




martedì 27 febbraio 2024

NAGA (2023)

Silvia lo ha incensato come uno degli horror dell'anno, quindi mi sembrava giusto dare un'occhiata a NAGA (ناقة), disponibile su Netflix, diretto e co-sceneggiato dal regista Meshal Al Jaser.


Trama: Sarah, dopo essere andata a una festa in mezzo al deserto all'insaputa dei genitori, incappa in una serie di terribili disavventure che rischiano di farla arrivare tardi all'appuntamento col padre...


Una bella botta di adrenalina questo NAGA, nonché uno dei film più particolari che potete trovare nel catalogo Netflix. Non fatevi però trarre in inganno dalla fuorviante descrizione, che lo categorizza come un horror con un ben strano antagonista da sconfiggere, perché rischiereste di non apprezzarlo; NAGA non è un survival horror o un (wo)man vs animal ma provoca ugualmente ansia e un senso di disagio, in virtù della sua trama allucinata e al cardiopalma, interamente imperniata sulla corsa contro il tempo della protagonista. Sarah è una giovane ribelle, la cui personalità spiccata è enfatizzata dal fatto di essere nata in Arabia Saudita, per di più all'interno di una famiglia rigorosissima, dominata da un padre-padrone. La sua ribellione è tanto giusta quanto ben più pericolosa rispetto a quella delle sue coetanee occidentali, perché il pericolo non si nasconde solo in casa ma anche negli occhi di ogni uomo che incrocia la sua strada e che la vede come vittima o come creatura inferiore. Di conseguenza, la decisione di andare di nascosto assieme al fidanzato (o amico d'infanzia? Il rapporto è un po' ambiguo...) a una festa in mezzo al deserto si traduce in una serie di imprevisti uno più terrificante dell'altro, scanditi da un conto alla rovescia in sovrimpressione che si colora di rosso a mano a mano che l'ora dell'appuntamento col padre si avvicina. L'idea è simile a quella di un Fuori orario virato al femminile ma senza sesso: Sarah esce dalla sua (un)comfort zone e viene punita da incontri con personaggi allucinanti o amici stronzi, passando per poliziotti particolarmente incazzati fino ad arrivare a mostruosi cammelli che sembrano usciti dritti dall'inferno, e ad ogni incontro sia il suo fisico che la sua sanità mentale vanno comprensibilmente in pezzi. Ciò che, però, rende diverso NAGA da film con trame simili, è la natura assolutamente cazzuta della protagonista, una ragazza stupenda che detesta il mondo, odia essere trattata a pesci in faccia e, soprattutto, non se la fa menare da anima viva, nemmeno quando la situazione la vorrebbe rannicchiata e piangente in un angolo, rassegnata alla sconfitta. Potere della strizza di papino, certamente, ma soprattutto potere della consapevolezza di vivere in una società dominata da stronzi paraculi tutelati da leggi e religioni ingiuste, e non avete idea di quanto sia liberatorio il fotogramma finale, che vede Sarah sfogare tutta la sua rabbia con uno sberlone degno di Bud Spencer.


La regia e il montaggio rispecchiano non solo la forsennata corsa contro il tempo di Sarah, ma anche la sua natura indomita. La macchina da presa di Meshal Al Jaser non sta mai ferma, segue ed asseconda la protagonista (l'esordiente e bravissima Adwa Bader, che dovrebbe fungere da modello per ogni donna vessata sul pianeta e dà fior di punti sia a Sheryl Lee che ad Amanda Seyfried in quanto ad urla incazzate) in ogni movimento e trasforma gli ambienti più banali e raccolti in dimensioni distorte dove non è assicurata la possibilità di uscirne vivi; la prospettiva delle riprese restituisce un punto di vista influenzato non solo dalla droga che prende Sarah all'inizio delle sue disavventure, ma soprattutto una realtà filtrata da un costante senso di disgusto o ansia, come se ogni evento del film fosse un incubo dove il senso del tempo e dello spazio non esiste più. Nonostante questo, non c'è una sola sequenza del film che non sia assolutamente comprensibile, almeno a livello di percezione visiva, anche nelle abbondanti riprese notturne, inoltre la frenesia di NAGA viene ulteriormente alimentata da un montaggio sincopatissimo e dalla scelta di spezzare la consecutio temporum con flashback che lasciano in sospeso le situazioni più spinose. L'unico difetto di NAGA è che mette troppa carne al fuoco a livello di trama, non tanto per quanto riguarda l'ossatura della stessa, quanto piuttosto per un paio di "deviazioni" che non si amalgamano bene alla storia principale e sollevano dubbi (a mio parere) ininfluenti, ai quali ho trovato difficile dare una motivazione. Limite mio, ovvio, che non vi deve fermare dal dare una chance a questo film particolarissimo, per una serata ad alto tasso di adrenalina! 

Meshal Al Jaser è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Arabo-saudita, è al suo primo lungometraggio. Ha 28 anni.



venerdì 23 febbraio 2024

Past Lives (2023)

E' uscito la settimana scorsa un altro dei pluricandidati per l'imminente notte degli Oscar, Past Lives, diretto e sceneggiato nel 2023 dalla regista Celine Song e candidato a due statuette: Miglior Film e Miglior Regia.


Trama: Na Young e Hae Sung sono due ragazzini coreani che si frequentano e si piacciono. Il giovanissimo sentimento viene stroncato dalla partenza di Na Young, che si trasferisce coi genitori e la sorella in Canada. Passano dodici anni, Na Young è ormai diventata Nora Moon e, un giorno, trova su Facebook un messaggio di Hae Sung, che vorrebbe parlare di nuovo con lei...


Lo sapete, io sono refrattaria alle storie d'amore. Forse però non sapete che, se amore dev'essere, allora deve andare come dico io, perché all'età di 43 anni io, gli amori di finzione, li gestisco come delle ship: a me piace il personaggio X quindi mi incazzo come un'ape se il/la protagonist* finisce insieme a Y. Non c'è verso che i miei desideri irrealizzati non mi infondano nervoso, nemmeno quando, razionalmente, capisco tutti i motivi per cui non è andata come speravo, ché già ci sono tante delusioni nella vita, quindi perché anche nei film/libri/fumetti deve finire male? (cioè, un attimo. Preferisco che piuttosto il personaggio non realizzi il suo amore perché l'altro muore, pensate fin dove arriva la mia psicosi) Ecco, Past Lives mi ha lasciato questo tipo di nervoso. Ma è un film talmente bello che non ho potuto arrabbiarmi, giusto piangere sul finale perché, all'età di 43 anni, sono una bambina che detesta i sentimenti adulti, anche se li comprendo bene. Past Lives, basato in parte su un'esperienza autobiografica di Celine Song, racconta il rapporto decennale tra Nora Moon (nata Na Young) e Hae Sung. Da bambini, i due sono migliori amici, competono per i voti, si cercano e si piacciono, c'è del potenziale perché possano fidanzarsi alla maniera tenera dei ragazzini. Invece, i genitori di Nora decidono di emigrare in Canada e, per dodici anni, i due non si vedono né si sentono. Ci pensa internet a riunirli, quando Nora scopre che Hae Sung la sta cercando, ma è una riunione a distanza, fatta di sentimenti soffocati da un'inevitabile differenza linguistica, sociale, lavorativa, e nessuno dei due sembra in grado di fare un salto nel buio e abbandonare la propria nuova vita. Da questi presupposti, seguiti da un'altra fase dell'esistenza di Nora e Hae Sung, Celine Song costruisce una riflessione sul concetto coreano di in-yun. 


In-yun è qualcosa che travalica le epoche e che destina due persone a stare insieme o comunque ad incontrarsi, ed è tanto più intenso quanto più, nelle vite passate, il legame tra questi due individui era profondo. E' un concetto interessante e quasi "fatalista", se mi passate il termine, che potrebbe predisporre ad attendere un momento più propizio in un'altra esistenza, oppure a "bloccare" le persone in questa: Hae Sung è rimasto ancorato al passato, all'immagine di una Nora piagnucolona e sognatrice, bisognosa del suo sostegno, mentre la ragazza ha dovuto affrontare la solitudine in un paese straniero, ha tirato su una bella corazza, si è letteralmente dimenticata di lui. Quando i due si ritrovano su Internet, anche Nora si accorge che lo in-yun li lega ma, come Hae Sung, non ha il coraggio di rinunciare ai suoi sogni per seguire l'amore, né la pazienza di aspettare di, eventualmente, rimanere delusa. I sentimenti raccontati da Celine Song sono trattenuti e ragionati, la regista dà loro il tempo di respirare e di venire messi alla prova dal tempo e dall'intrecciarsi di destini, in una rappresentazione della vita tanto malinconica quanto "spietata" per chi spera che le cose non possano mai cambiare. Se avete visto il film, dal mio incipit capirete quanto ho odiato il personaggio di Arthur, il marito di Nora, che il mio cervello ha etichettato fin dalla prima scena come "terzo incomodo rompipalle". In realtà, poveraccio, l'occidentale Arthur è anche troppo consapevole di come il concetto di in-yun possa inghiottire in un boccone quello di sliding doors, e di come sia stata solo questione di fortuna diventare il marito di Nora. Una fortuna cementata, nel tempo, da amore, vita in comune e mille altri fattori, ma passabile di venire sgretolata nel momento stesso in cui la "vera" anima gemella, quella eletta fin dall'infanzia, dovesse ripresentarsi. 


Questo triangolo amoroso viene gestito da Celine Song con una delicatezza incredibile e con un esito non scontato, sottilmente intrecciato ad una regia funzionalissima alla sceneggiatura. Past Lives non è un film granché dialogato (nonostante, soprattutto sul finale, il gap tra coreano e inglese diventi una delle cose più importanti del film), perché ci pensano le immagini a veicolare più concetti di mille parole. La sequenza iniziale, col "gioco" delle voci fuori campo che cercano di capire quale sia il legame che intercorre tra Nora, Arthur e Hae Sung, le due stradine che si dividono per poi scorrere parallele durante l'addio infantile e silenzioso dei protagonisti, l'insistenza sugli sguardi, sui gesti non portati a termine, quel tesissimo prefinale in cui Nora e Hae Sung sembrano separati da una calamita che cerca di attirarli l'uno all'altra, il ritorno al passato di Hae Sung mentre Nora si avvia verso il futuro, sono tutti esempi di una raffinatezza rara per un'esordiente. E gli attori hanno un'alchimia talmente forte che, anche se Past Lives non è né mucciniano né teatrale a livello di espansività, sembra davvero che Greta Lee e Teo Yoo abbiano un passato comune di attrazione reciproca, con tutto quello che ne consegue. John Magaro, infine, è talmente dimesso da fare tenerezza e i dialoghi stentati tra Arthur e Hae Sung colpiscono molto più di quelli tra marito e moglie, così come il linguaggio corporeo e gli sguardi di un uomo che aspetta, con rassegnazione, la bastonata peggiore della sua vita. Insomma, a me le storie d'amore non piacciono ma mi è piaciuto Past Lives. Non è il film dell'anno e lo avrei candidato "solo" per la sceneggiatura, però è una bellissima sorpresa, da recuperare assolutamente. 


Di John Magaro, che interpreta Arthur, ho già parlato QUI.

Celine Song è la regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Sud-coreana, anche produttrice, ha 36 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate la "Before Trilogy" di Richard Linklater e Decision to Leave. ENJOY!

mercoledì 21 febbraio 2024

I tre moschettieri - Milady (2023)

Una pausa dalla Road to the Oscars ci vuole e un film come I tre moschettieri - Milady (Les Trois Mousquetaires: Milady), diretto nel 2023 dal regista Martin Bourboulon, è l'ideale!


Trama: dopo l'agguato subito davanti a casa, D'Artagnan si mette alla ricerca di Constance, in mano a rapitori sconosciuti. L'incontro con una rediviva Milady e l'esacerbarsi delle tensioni tra cattolici e protestanti complicano ancora di più le cose, per tutti i Moschettieri...


L'anno scorso ero rimasta con un palmo di naso davanti alla conclusione de I tre moschettieri - D'Artagnan, disperata all'idea di dover aspettare mesi per poter vedere la fine della saga. Quest'anno sono rimasta ancora più di tolla, perché (confermando la natura "maledetta" del popolo francese in generale) non solo I tre moschettieri - Milady ha un finale apertissimo, ma non c'è nessuna notizia di un terzo capitolo, anzi, pare che i realizzatori vogliano dedicarsi a riadattare Il conte di Montecristo. Ciò mi fa abbastanza girare le scatole, perché, se D'Artagnan era stata una bella sorpresa, con tutti gli ovvi limiti del caso, Milady sa molto di lavoro frettoloso, realizzato per dare un minimo di chiusa a una saga pur lasciando tantissimi spunti in sospeso e, soprattutto, con poca attenzione alla psicologia dei personaggi. In particolare, la Milady del titolo viene gestita in maniera pessima, a parer mio. Intrigante spia con un debole per il guascone D'Artagnan nelle prime sequenze del film, elegantissima amica-nemica dal fascino pericoloso, col proseguire della storia la donna assume sfumature sempre più cupe, legate principalmente al triste passato condiviso con Athos (non spiegato proprio benissimo né nel primo film né in questo, tanto che a un certo punto non si capisce più bene perché Milady detesti il moschettiere visto che lui pare devastato dal dolore e dall'aMMore, salvo poi dimenticarsene nell'ultimo atto); verso il finale, la sceneggiatura parrebbe tratteggiarla come un'antieroina femminista, in giusta lotta contro un mondo di uomini che l'hanno privata della libertà e della dignità senza mai neppure provare a capirla, ma il grado di menefreghismo col quale affronta l'unico, vero colpo di scena del film sconfessa interamente quest'interpretazione, relegandola al ruolo di pazza furiosa il cui unico scopo è vedere morto D'Artagnan. Va bene tutto, ma la pagina di Wikipedia dedicata al personaggio letterario è più comprensibile e meno superficiale, giuro. L'altra mossa poco accorta, per non dire cretina, è stata introdurre il personaggio del moschettiere di colore, Hannibal, in guisa di potentissimo deus ex machina con la personalità di un Gary Stu qualsiasi, solo perché su di lui verrà basata, a quanto pare, un'intera serie. Forse, solo forse, era meglio dare più spazio a Porthos e Aramis o a Richelieu visto che i primi due vengono usati come comic relief e il secondo, pur avendo più screentime rispetto al capitolo precedente, continua ad avere il carisma di un tizio lasciato a frollare su una croce e dimenticato lì (altro momento abbastanza cringe del film. Vedere per credere)?


Se non altro, e per fortuna, i moschettieri mantengono inalterate le personalità del primo film e sono sempre un bel vedere, soprattutto Athos ed Aramis, cosa che riconferma la natura prettamente "per pubblico femminile" di un film dove i begli attori si sprecano, senza nulla togliere ad una Eva Green talmente sensuale e strizzata all'interno di bustini pornografici che la mia eterosessualità ha rischiato di vacillare più volte (peccato per le parrucchette inguardabili e quei travestimenti imbarazzanti. No.). Però, signori miei, saremo anche donne ma ESIGIAMO scontri all'arma bianca fatti come si deve, per la miseria! Bourboulon, invece, stavolta ha deciso di realizzare in fretta e furia anche quelli, forse perché i due film sono stati girati uno dopo l'altro e il regista era stanco, tanto che durante i duelli e le battaglie non si capisce una mazza; la macchina da presa sembra sempre un po' in ritardo rispetto ai movimenti degli attori, incapace di seguirli, e il montaggio aiuta ben poco. Un po' meglio le riprese in campo lungo, con un paio di paesaggi ed ambienti mozzafiato, peccato per la fotografia di Nicolas Bolduc, brutta, fosca e grigiastra come quella del film precedente. Se dovessero girare un terzo capitolo spero vivamente che costui non sia della partita, perché a un certo punto mi bruciavano gli occhi. E nonostante quello che ho scritto, incrocio le dita perché un terzo capitolo ci sia (ovviamente con lo stesso cast altrimenti viene meno l'interesse principale, ehm, ehm...) e affinché una pausa sia ciò che serve a sceneggiatori e realizzatori per aggiustare un po' il tiro ed essere meno frettolosi a livello di sceneggiatura. La saga ha parecchie potenzialità, basterebbe avere la capacità di sfruttarle al meglio! 


Del regista Martin Bourboulon ho già parlato QUIFrançois Civil (D'Artagnan), Vincent Cassel (Athos), Eva Green (Milady), Louis Garrel (Luigi XIII) e Vicky Krieps (Anna d'Austria) li trovate invece ai rispettivi link.


Ralph Amoussou,
che interpreta Hannibal, aveva partecipato alla serie Marianne e al nostrano Diaz mentre Camille Rutherford, ovvero Mathilde, è la studentessa che intervista la protagonista in Anatomia di una caduta. Se I tre moschettieri - Milady vi fosse piaciuto recuperate il precedente I tre moschettieri - D'Artagnan e aggiungete I duellanti, I tre moschettieri di Stephen HerekLa maschera di ferro I tre moschettieri di Paul W. S. Anderson. ENJOY!

martedì 20 febbraio 2024

Lord of Misrule (2023)

Il sesto suggerimento della challenge HorrorX52 su Letterboxd diceva di guardare un film consigliato online. La scelta è caduta così sul recente Lord of Misrule, diretto nel 2023 dal regista William Brent Bell, visto che la mia homepage Facebook era zeppa di post a tema.


Trama: il giorno della festa del raccolto, la figlia di Rebecca, ministro della chiesa locale, scompare misteriosamente. Le indagini della donna riveleranno il cupo passato della cittadina in cui si è trasferita da poco...


Potrei sbagliare ma, al momento, il 2024 horror mi è sembrato privo di uscite di spessore. Gennaio è passato praticamente senza horror, febbraio comincia all'insegna di questo Lord of Misrule che è un folk horror dalle grandi ambizioni e dalla resa fiacca. Non che da William Brent Bell mi aspettassi un nuovo Midsommar, ma fare male con antichi riti pagani e una cittadina con un piede nel cristianesimo e uno nella superstizione è maledettamente difficile. Infatti, Lord of Misrule non è orribile, è solo un'occasione mancata con problemi di ritmo. In un paesino inglese, la figlia del nuovo vicario viene eletta angelo del raccolto e, prima della fine della festa, scompare nei boschi. La madre, più di chiunque altro, si impegna a cercarla, anche perché nottetempo la bambina le compare all'interno di incubi sempre più inquietanti; in parallelo, il paesino viene scosso da strani eventi, mentre un passato accantonato (ma mai dimenticato, come dimostrano i simboli pagani disseminati in ogni dove) si sovrappone al presente in maniera sempre più insistente. Lord of Misrule inizia nella maniera migliore possibile. Ci sono bambini innocenti affascinati da simboli e rituali che invece non lo sono poi tanto, c'è una festa di paese dove il cosiddetto Lord of Misrule viene evocato per cacciare Gallowgog, un'entità pronta a distruggere il raccolto e la prosperità dei cittadini, c'è un'atmosfera generale di segreti e minacce neppure tanto sottili, nata dalla contrapposizione tra la religiosità della protagonista e la natura pagana di ciò che si nasconde dietro la scomparsa della figlia. Lo spettatore mediamente scafato, dopo 10 minuti ha già capito che gli amichevoli abitanti del paese lo sono solo di facciata, il problema è che William Brent Bell non è in grado di costruire la tensione né veicolare l'inquietudine derivante dall'"ignoranza" della protagonista e dalla presenza di occhi che tengono costantemente d'occhio le sue mosse. 


Il ritmo di Lord of Misrule si ammoscia nelle inconcludenti indagini di Rebecca, tra una sequenza onirica e un'infinita serie di salotti o cucine di campagna in cui la protagonista fa domande ai vari abitanti prima di tornare nei boschi, in un'affannosa ricerca che si concretizza in un finale ambiguo eppure, nonostante ciò, anch'esso ampiamente prevedibile. Parrebbe quasi che Lord of Misrule punti più su apparenze e suggestioni, come se il regista avesse voluto girare un folk horror e si fosse letto un bignami del genere, ma senza accompagnare una trama di sostanza ad immagini che, lasciate a sé stesse, diventano evanescenti quanto il fienile nero dove si svolge il finale del film. Probabilmente la fiacchezza di Lord of Misrule deriva anche da un casting poco azzeccato. Tuppence Middleton non è particolarmente carismatica, anzi, sembra spesso la povera Enoiósa quando chiedeva costantemente "Dov'è mia sorella? Dovè mia sorella?" e le dinamiche tra il personaggio di Rebecca e suo marito sono talmente forzate da privare il film anche di quel disagio derivante da un rapporto che si sgretola; la piccola Evie Templeton pare perennemente addormentata, Matt Stokoe sa di poco, Ralph Ineson ci mette tutto l'impegno del mondo a risultare inquietante ma la sceneggiatura lo fa perdere nell'ennesima serie di immagini disturbanti fini a sé stesse, quindi ci sono giusto un paio di spaventevoli vecchie a salvare la baracca, e un'altra mocciosa che chiama schiaffi fin dalla prima inquadratura. Non male il Gallowgog versione "spirito", così come le scenografie, i costumi e la musica, accompagnati da un'interessante divisione del film in quattro capitoli/simboli, ma è un po' poco per salvare Lord of Misrule dall'immediato oblio.


Del regista William Brent Bell ho già parlato QUITuppence Middleton (Rebecca Holland) e Ralph Ineson (Jocelyn Abney) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Lord of Misrule vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, The Wicker Man e Midsommar. ENJOY!

venerdì 16 febbraio 2024

Il colore viola (2023)

Altro giro di Oscar, altro regalo! Oggi tocca a Il colore viola (The Color Purple), diretto nel 2023 dal regista Blitz Bazawule, tratto dall'omonimo musical (a sua volta ispirato a Il colore viola di Steven Spielberg e al romanzo di Alice Walker ) e candidato a un Oscar per la migliore attrice non protagonista.


Trama: A quattordici anni, Celia si è vista togliere dalle braccia i figli generati dalle violenze del padre. Finita in sposa al gretto Mister, Celia viene anche privata dell'affetto della sorella Nettie, di cui perde le tracce poco dopo il matrimonio. Un giorno, però, la donna incontra la cantante Shug, un flebile raggio di speranza in una vita all'insegna del dolore...


Il colore viola
, nella versione diretta da Steven Spielberg, è uno di quei film che devo avere (intra)visto da bambina durante uno dei tanti passaggi televisivi senza ovviamente capire una mazza, o non si spiega perché ci sia rimasta letteralmente di tolla quando, all'inizio, si è cominciato a parlare di incesti e, in seguito, di amore per persone dello stesso sesso. Poco danno, appena finirà la Award Season ho intenzione di rivederlo ma, nel frattempo, è uscito il film tratto dal musical di Broadway che, come la maggior parte dei candidati di quest'anno, mi ha lasciata abbastanza freddina. Il film racconta la triste vita di Celie, vittima di abusi sessuali da parte del padre fin da ragazzina, la sua disperazione nel vedersi togliere i due figli nati da queste violenze, il suo rapporto con l'amata sorella Nettie, il matrimonio infelice con l'orribile Mister, la scomparsa di Nettie e l'arrivo di Shug, ex amante di Mister e cantante dall'animo libero e disnibito; attorno a Celie, si sviluppano altre storie di donne di colore che affrontano, ognuna a modo loro, la subordinazione femminile, il razzismo e persino la vita in un Paese in guerra. Converrete con me che ce n'è abbastanza per far piangere come vitelli e per scatenare un'indignazione senza limiti, anche perché ogni singolo uomo del film meriterebbe di venire appeso per le palle come lo strange fruit di Billie Holiday; purtroppo, Il colore viola è, credo, l'unico musical che non è riuscito a veicolare in me alcuna emozione, anche perché i numeri musicali che mi sono piaciuti (o che ricordo ancora) sono giusto quelli più allegri, che poco hanno a che fare con la storia raccontata, come Push Da Button o, al limite, Hell No!. Mi è sembrato, piuttosto, che le canzoni spezzassero la naturale drammaticità di un film che, visti gli argomenti trattati, avrebbe dovuto abbracciare in toto il dramma dei personaggi e approfondire maggiormente le questioni razziali (la malvagia moglie del sindaco è un mero plot device, nemmeno si capisce cosa succeda a Sofia dopo il carcere), col risultato di peccare di superficialità e trasformare la maggior parte dei protagonisti in figurine monodimensionali.


Probabilmente, però, la cosa che mi è piaciuta meno de Il colore viola è la regia, accompagnata da una fotografia inguardabile che fa risultare tutto posticcio. La scena finale, in particolare, con quei terribili raggi di sole (Dio? Spero davvero non simboleggiassero la luce divina...) che imbibiscono i personaggi, fa sanguinare gli occhi, ma in generale è tutto il film a sembrare un tremendo abuso di ritocchi digitali, e non giova una regia statica sia nelle scene "realistiche" che nei numeri musicali. Ne soffrono, va da sé, le interpretazioni dei coinvolti, che in realtà non mi sono dispiaciute. Ecco, il fatto che Danielle Brooks sia stata candidata all'Oscar per quella che, indubbiamente, è la performance migliore del film ma rapportata ad altre non spicca neppure per sbaglio, è l'ennesima riprova della malafede di un'Academy costretta a spuntare determinate quote "black" per ogni categoria, però Sofia è l'unico personaggio che mi ha smosso qualche lacrimuccia. Gli altri, a partire dall'intensa Fantasia Barrino nel ruolo di Celie, si impegnano al massimo nel rendere vivi ed emozionanti i loro personaggi, e indubbiamente tutti sono bravissimi quando si tratta di cantare e ballare; purtroppo, come ho scritto sopra, né i numeri musicali né le canzoni sono granché, quindi mi è parso si siano trovati costretti a cavare sangue dalle rape. In definitiva, per quanto mi riguarda, questo Il colore viola musicarello è un grosso "Hell no!", ma se non altro mi è venuta voglia di leggere il libro.


Di Taraji P. Henson (Shug Avery), Colman Domingo (Mister), 
Corey Hawkins (Harpo) e Whoopi Goldberg (non accreditata, interpreta l'ostetrica) ho già parlato ai rispettivi link.

Blitz Bazawule (vero nome Samuel Bazawule) è il regista della pellicola. Ghanese, ha diretto film come The Burial of Kojo. Anche produttore, sceneggiatore, attore e compositore, ha 42 anni.


Danielle Brooks
interpreta Sofia. Americana, ha partecipato a serie come Orange is the New Black e Peacemaker. Anche produttrice e regista, ha 35 anni. 


La Sirenetta Halle Bailey interpreta Nettie da giovane. Sia Fantasia Barrino, che interpreta Celie, che Danielle Brooks hanno ripreso i ruoli che avevano nella versione teatrale del musical mentre Oprah Winfrey (Sofia nell'omonimo adattamento di Spielberg, che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Il colore viola) ha declinato l'invito a partecipare al film. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...