venerdì 29 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Maniac (1980)

Il tema della challenge horror, questa settimana, era Slasher: Classic era. Ho scelto così Maniac, diretto nel 1980 dal regista William Lustig. Se volete vederlo, potete trovarlo all'interno del catalogo Prime Video senza abbonamenti/acquisti aggiuntivi, ma attenzione perché la versione presenta tagli drastici in tutte le scene clou o vagamente splatter, e dovrete ricorrere agli spezzoni di Youtube o Vimeo per avere il quadro completo dell'opera.


Trama: Frank Zito, traumatizzato da una madre violenta, gira per la città di New York uccidendo giovani donne, per poi inchiodare i loro scalpi sui manichini che popolano il suo appartamento...


Come sempre, Maniac era un altro di quegli horror cult e imprescindibili che, fino a qualche giorno fa, avevo solo sentito nominare. Nonostante, come ho scritto sopra, la versione presente su Prime Video sia mutilata delle scene più scioccanti, Maniac è uno slasher adulto e malato, distante, come idea di fondo, da quella del boogeyman che si accanisce contro vittime solitamente giovani e stupide. Il film di Lustig racconta, infatti, una storia di profondo disagio urbano, attraverso gli occhi di un uomo che, come si evince dai dialoghi e da alcune allucinazioni che diventano invasive e mortali sul finale, ha passato l'infanzia seviziato da una madre orribile. Questo trauma si traduce nello straziante, perverso desiderio di uccidere donne, togliere loro lo scalpo ed inchiodarlo su dei manichini, trasferiti poi nello squallido, claustrofobico monolocale dove Frank passa le sue notti. Lo sguardo del regista, e la sceneggiatura alla quale ha collaborato anche Joe Spinell, l'attore che interpreta Frank, non è mai indulgente verso quest'ultimo; Frank Zito è un'ulteriore involuzione del Norman Bates di Psyco, e ciò che fa non è giustificabile, nemmeno a fronte di un'infanzia orribile. Piuttosto, Zito diventa la personificazione dell'alienazione urbana, di un male che sta ai margini di una "civiltà" fatta di persone che spesso si limitano a sopravvivere, oppure si perdono in un vortice di individualismo, opportunità mancate e legami labili, che durano il tempo di un lavoro (ciò vale per le prostitute, ovviamente, ma anche per fotografe, fotomodelle, infermiere, tutte vittime di una profonda solitudine, a prescindere da quanto sia"glamour" la loro vita). Perse in una città caotica, queste donne (e alcuni uomini con loro) diventano le vittime perfette di un uomo che vive esclusivamente all'interno della propria testa, dialogando con la madre defunta e col bambino che era un tempo, disperatamente desideroso di un contatto ma anche disgustato dalla natura di un'umanità di cui, inevitabilmente, ha una percezione distorta. Avere attorno dei manichini, resi "vivi" dai capelli di donne reali, è il perverso surrogato di una comunione col prossimo altrimenti ingestibile, se non per i pochissimi istanti in cui Frank riesce a "mascherarsi" da essere umano, risultando persino una compagnia piacevole per le donne così sfortunate da incontrarlo.


L'idea di unire aspetti tipici dello slasher anni '80 a un ritratto di serial killer che si sarebbe affermato solo anni dopo al cinema, è l'elemento che mi ha impedito di annoiarmi, come spesso mi accade guardando slasher puri, e mi ha fatto provare un disagio costante. Questa sensazione è legata anche ad un paio di aspetti tecnici. Partendo dal più "professionale", Maniac è un film girato con uno stile abbastanza grezzo e documentaristico, questo perché Lustig e Spinell non avevano sempre i permessi necessari per filmare gli esterni a New York, il che si traduceva in riprese rapide, realizzate quasi di straforo, con l'ansia di un controllo della polizia sempre sul collo (ciò vale, soprattutto, per la famigerata scena in cui la testa di Savini esplode in un trionfo di sangue, che ovviamente è stata tagliata nella versione del film presente su Prime Video). Tutto ciò conferisce a Maniac una rozza verosimiglianza assente in altri film, e si ha l'illusione di camminare per le strade di New York in mezzo ad ombre da cui potrebbe saltare fuori qualsiasi malintenzionato, pronto a gettarci in mezzo a vicoli maleodoranti e sporchi, dove il nostro cadavere rischia di non venire mai trovato. L'altro aspetto è, invece, puramente "personale". Oggettivamente, Joe Spinell offre un'interpretazione grandiosa, si annulla in un personaggio sgradevole trascinando lo spettatore nel suo mondo allucinato, ma mentirei se dicessi che non ho provato schifo a pelle, prima ancora che il film entrasse nel vivo, per quest'uomo baffuto, sudaticcio, leppegoso; vedere la bellissima Caroline Munro interagire col rattuso Spinell con intenti più che amichevoli, tra cene, telefonate entusiaste e baci sulle guance mi ha causato più di un conato. Lo so, il body shaming è una pratica orribile e io sono una brutta persona, ma lo stesso eew, no, grazie.  Tornando un po' più seri, sottolineerei anche come Maniac abbia un comparto effetti speciali pratici di tutto rispetto. Savini si è letteralmente superato, andando spesso oltre i limiti del buongusto anche per questo genere di film (sapete che ho una fissazione per i video nasties banditi in Inghilterra; Maniac non rientra nella lista ma ci è andato molto vicino e la sua versione non censurata è stata distribuita solo nel 2022 nel Regno Unito), e il finale allucinato, che vira nel sovrannaturale, lascia letteralmente a bocca aperta per la ferocia e il profluvio di sangue che lo caratterizza. Credevo che Maniac mi avrebbe fatto schifo oppure mi avrebbe annoiata, invece ho scoperto un film notevole, che vi consiglio caldamente, se apprezzate il genere. 


Di Tom Savini, che interpreta l'uomo che viene ucciso dentro la macchina e ha realizzato gli effetti speciali del film, ho già parlato QUI.

William Lustig è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Poliziotto sadico, Maniac Cop - Il poliziotto maniaco e Maniac cop 3 - Il distintivo del silenzio. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni. 


Joe Spinell
interpreta Frank Zito ed è il co-sceneggiatore del film. Americano, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Taxi Diver, Rocky, Un mercoledì da leoni,  Rocky II, Cruising e Una vedova allegra... ma non troppo. Anche produttore, è morto nel 1989, all'età di 53 anni. 


Caroline Munro
interpreta Anna D'Antoni. Inglese, ha partecipato a film come James Bond 007 - Casino Royale, L'abominevole Dr. Phibes, 1972: Dracula colpisce ancora! e Frustrazione. Ha 76 anni. 


Secondo alcune dichiarazioni di Lustig, il regista Dario Argento avrebbe dovuto essere il co-produttore del film in quanto a Daria Nicolodi, all'epoca sua moglie, era stato offerto il ruolo di Anna; sfortunatamente, la Nicolodi ha dovuto rinunciare in quanto ancora impegnata con le riprese di Inferno, così è sfumata anche la collaborazione con Argento. Pare inoltre che i Goblin fossero il primo gruppo scelto per realizzare la colonna sonora di Maniac, ma alla fine Lustig è ricorso a Jay Chattaway. Non esiste un vero e proprio sequel di Maniac, tuttavia Joe Spinell era rimasto molto scosso dalle accuse di misoginia rivolte al film e, anni dopo, ha proposto al regista Buddy Giovinazzo di realizzare un seguito del film (nonché remake di Psychopath), in cui il presentatore di un programma per bambini si sarebbe messo ad uccidere i genitori colpevoli di abusi; l'idea è diventata un corto promozionale di 10 minuti intitolato Maniac 2: Mr. Robbie, ma la morte improvvisa di Spinell nel 1989 ha fatto sì che il progetto venisse abbandonato. In compenso, nel 2012 è stato realizzato un remake omonimo di Maniac, diretto da Alexandre Aja e con Elijah Wood nel ruolo di Frank Zito, che non ho mai visto ma che vi consiglio comunque di recuperare, nel caso vi fosse piaciuto il film di Lustig. ENJOY!

martedì 26 agosto 2025

Dangerous Animals (2025)

Mi aveva attirata già dal trailer, così, appena è uscito, sono corsa a vedere Dangerous Animals, diretto dal regista Sean Byrne.


Trama: Zephyr è una ragazza dallo spirito libero, che vive alla giornata surfando negli oceani australiani, finché, un brutto giorno, incappa nelle grinfie di un maniaco che si diverte a gettare le persone in pasto agli squali...


Allora, specifichiamo. Il trailer mi aveva attirata per la colonna sonora epica (impressione confermata durante la visione del film, in quanto sono bellissimi sia lo score originale che le canzoni non originali) e per l'idea interessante di un woman vs sharks o, meglio, di un woman vs serial killer with sharks. Poi è successo che sono riuscita a vedere Dangerous Animals in lingua inglese, trovandomi davanti un Jai Courtney dal pesantissimo accento Aussie, e il mio cervello è esploso. Da un lato, la mia parte razionale non poteva che provare disgusto per questo rozzo, laido barcaiolo con problemi psichici, convinto di poter giocare con la vita di ragazze innocenti senza neppure sporcarsi più di tanto le mani, sfruttando poveri squaletti affamati. Ci si impegnano, Sean Byrne e lo stesso Jai Courtney, a rendere repellente Tucker e il suo folle delirio di onnipotenza, tra terrificanti collezioni video e sguardi lubrichi ai danni delle vittime ignare, così come si sforzano a connotare la protagonista, Zephyr, nel modo più cool e positivo possibile; lo spettatore non può non fare il tifo per questo spirito libero, pieno di risorse, il cui terrore più grande è finire prigioniera dopo esserlo stata per tutta la vita e avere trovato un'indipendenza salvifica. E' dunque impossibile non godere di ogni calcio assestato sul muso di Tucker, di ogni goccia di sangue che gli viene spillata con fatica, e verrebbe voglia di percuoterlo forte, per poi gettarlo nell'oceano senza tanti problemi. Questo perché, ovviamente, Tucker è uno stronzo, un uomo convinto di essere un predatore alpha assimilabile, appunto, a uno squalo, e che tutti gli altri siano tanti anelli di una catena alimentare a sua totale disposizione, soprattutto le donne. Purtroppo, ci si è messa la mia parte irrazionale, che possiamo pure definire porcella. Jai Courtney è già di base un discreto figo ma qui, con accento australiano, barba, fisico massiccio sconfinante nel lardominale e carisma da vendere, divora talmente la scena che la mia suspension of disbelief ha domandato più volte: "Ma non sarebbe il caso di lasciare che 'sto tronco di uomo ci appenda e faccia di noi ciò che vuole?". La risposta giusta è NO, attenzione, bambine e bambini alla lettura, ma la carne è debole e, insomma, anche sì. 


Torniamo un attimo seri, dopo esserci asciugati quel rivoletto di bava inopportuno. Oggettivamente, Dangerous Animals è un bel film. Lo è, in primis, perché Byrne, da bravo australiano che si rispetti, conosce le potenzialità del territorio e lo sfrutta al meglio; l'Australia è quel posto dove "nessuno può sentirti urlare" se ti perdi in mezzo alla sua natura incontaminata, e questo vale certamente per il bush sconfinato, ma anche per l'oceano, cosa credete? Protagonista e comprimari, ma anche lo stesso Tucker, davanti a queste immensità naturali ed urbane diventano granelli di sabbia, a un passo dal perdere identità, libertà e vita solo per essersi illusi di avere il controllo o per aver sottovalutato le insidie di un luogo addomesticato, solo in apparenza, dal turismo. Il regista gioca con questi spazi enormi, ne ribalta la valenza affiancandoli al setting claustrofobico ed insalubre della barca di Tucker, ci brucia sotto un sole spietato e ci toglie il fiato immergendoci in un impenetrabile oceano notturno, e tutto questo facendoci persino venire voglia di nuotare con gli squali. Le sequenze che hanno per protagonisti questi giganteschi predatori, infatti, sono bellissime, quasi poetiche (persino poco "finte" nonostante il palese utilizzo di effetti speciali digitali), e riflettono la percezione che gli esseri umani presenti nel film hanno degli squali. L'occhio di Tucker ce li mostra come pedine di un suo gioco perverso, dunque terrificanti spazzini e assassini del mare, asserviti al voyeurismo della sua telecamera, ma sono Zephyr e Heather a rivelarci tutta la maestosa bellezza di questi animali e la loro innocente neutralità, in un paio di scene forse un po' surreali, ma di sicuro di grande impatto. Quindi, correte a vedere Dangerous Animals sul grande schermo, possibilmente cercando un cinema che lo dia in v.o., perché è un ottimo thriller estivo e perché, diciamolo senza paura, Jai Courtney è il pazzo più figo che incontrerete quest'anno sul grande schermo. 


Del regista Sean Byrne ho già parlato QUI

Jai Courtney interpreta Bruce Tucker. Australiano, ha partecipato a film come Die Hard - Un buon giorno per morire, Suicide Squad, Alita - L'angelo della battaglia e The Suicide Squad - Missione suicida. Ha 39 anni e quattro film in uscita. 


Hassie Harrison
, che interpreta Zephyr, ha partecipato anche a Southbound - Autostrada per l'inferno. Se Dangerous Animals vi fosse piaciuto recuperate Lo squalo, Wolf Creek e Wolf Creek 2. ENJOY!

venerdì 22 agosto 2025

2025 Horror Challenge: May (2002)

Il tema della challenge di oggi era Romance Horror, quindi sono finalmente riuscita a guardare May, diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista Lucky McKee.


Trama: May, assistente veterinaria timida ed impacciata, si innamora di un meccanico. Quando quest'ultimo la rifiuta, qualcosa dentro May si spezza...


May
è un altro di quei cult di cui avevo sempre sentito parlare ma non ero ancora riuscita a recuperare. Ben venga la challenge horror, che mi offre motivi per superare la mia pigrizia e la brama di stare dietro alle nuove uscite, perché May si è confermato un film notevole, anche se avevo pochi dubbi che la premiata ditta Angela Bettis/Lucky McKee mi avrebbe delusa. May è un character study dallo spiccato stile indie, le cui atmosfere horror, che all'inizio risultano più disturbanti e weird, esplodono con prepotenza solo nell'ultimo atto, debitore nientemeno che di Frankenstein. La protagonista del film è una ragazza vittima di una profonda solitudine ed incapace di relazionarsi socialmente agli altri, questo perché, fin dall'infanzia, la madre ha ingigantito a dismisura un difetto tutto sommato non invalidante, ovvero un occhio pigro. Costretta a portare una benda da pirata per "cammuffare" il difetto, May è stata isolata e presa in giro dai suoi coetanei; per ovviare al problema, la madre, al grido di "se non riesci a trovare un amico, costruiscitene uno", le regala una bambola chiusa all'interno di una teca di vetro, proibendole categoricamente di toccarla. Tutto ciò, nel tempo, ha reso May un'adulta insicura e priva di esperienze sociali, incapace di giudicare gli altri se non per la perfezione delle loro singole parti (So many pretty parts and no pretty wholes), tragicamente desiderosa di un contatto umano, prima ancora che di amicizia e amore. La protagonista si invaghisce delle mani di Adam, fascinoso meccanico, e del collo della sua collega Polly; prima di approcciare Adam, con modi sinistramente simili a quelli di uno stalker, May si procura delle lenti a contatto onde dissimulare l'occhio pigro e si consulta con la bambola di pezza, allo stesso tempo unica confidente e fulcro negativo di tutto ciò che la rende strana e diversa agli occhi degli altri. Ovviamente, non andrà bene, per nessuno. May è un film che estremizza sensazioni comuni, di cui probabilmente siamo stati quasi tutti vittime, ovvero il terrore della solitudine, di non essere capiti né visti dagli altri, di essere sempre e comunque inadeguati. La personalità della protagonista, inevitabilmente distaccata dal punto di vista empatico, al punto da non distinguere tra un orrore di finzione e le procedure mediche che quotidianamente si ritrova a praticare sugli animali (TW: May è un film particolarmente crudele con cani e gatti), è sicuramente respingente, ma è lo stesso difficile non provare pena ogni volta che i suoi sentimenti, goffi ma sinceri, vengono respinti. 


La sanità mentale di May, messa alla prova da tutta una serie di tradimenti, va in frantumi di pari passo con la teca della bambola regalatale dalla madre, finché anche l'ultima spiaggia costituita da una scuola per bambini ciechi (quindi non solo "imperfetti" come la protagonista, ma anche impossibilitati a vedere i suoi difetti) si rivela un clamoroso errore. Privata della sua infantile ancora di stabilità, May non ha più nulla che le impedisca di scendere la china della follia, e di assecondare il consiglio materno di costruirsi la persona perfetta che possa starle accanto. E' interessante il modo in cui McKee, oltre a "soffocare" May all'interno di una camera da bambina, piena di bambole e pupazzi, doti la protagonista della capacità di cucire, di costruire; gli abiti di May, dallo stile molto girlie, non sono solo il simbolo di una persona che non è mai cresciuta, ma anche della disperata volontà di piacere al prossimo, di incarnare un ideale maschile di innocenza e purezza. Quando May decide di prendere di petto la situazione, il suo stile cambia, i suoi abiti diventano più sensuali e gotici. Non è che, sul finale, May arrivi ad accettare se stessa, tuttavia il destino che tocca al suo occhio pigro (prima e dopo la costruzione di "Amy") indica che, forse, c'è la volontà di non avere più un punto di vista distorto dalle aspettative altrui, quindi la risoluzione sospesa è quasi poetica nel suo essere dolceamara. Nei panni della protagonista, Angela Bettis offre la sua interpretazione più iconica, incarnando alla perfezione un personaggio complesso, il cui paesaggio mentale, benché familiare, è difficile e scomodo per lo spettatore; ciò nonostante, la Bettis lo interpreta con una sensibilità incredibile, rendendolo degno di simpatia e pietà, anche nei momenti in cui la follia rende May meno che umana. A loro volta, l'affascinante Jeremy Sisto e Anna Faris (quest'ultima una piacevole sorpresa in un ruolo serio) interpretano personaggi borderline; sicuramente odiosi e "falsi", dal punto di vista di May, ma anche comprensibili nei loro atteggiamenti di corteggiamento fiducioso prima e spaventata riluttanza poi. Se non avete mai guardato May e non temete le opere indie che ci mettono un po' ad arrivare alla "ciccia", preferendo lavorare sulla psicologia dei personaggi, il mio consiglio è quello di recuperare il film di McKee, se non lo avete ancora fatto. Non aspettate anni come me! 


Del regista e sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Angela Bettis (May Dove Canady), Jeremy Sisto (Adam Stubbs) e Anna Faris (Polly) li trovate invece ai rispettivi link.


Se May vi fosse piaciuto recuperate Pearl e American Mary. ENJOY!


mercoledì 20 agosto 2025

Sing Sing (2023)

L'Oscar Death Race mi aveva portata a vedere anche Sing Sing, diretto nel 2023 dal regista Greg Kwedar e candidato a tre premi Oscar: Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior canzone originale.


Trama: Divine G è in carcere per un delitto non commesso. Nell'attesa di dimostrare la sua innocenza, diventa il pilastro del programma RTA, che mira a riabilitare i carcerati coinvolgendoli nella realizzazione di spettacoli teatrali...


Non sono razzista, ma. No, davvero, non lo sono, ma gli Oscar, ogni tanto, mi portano a diventarlo, con la loro ipocrita volontà di premiare eroi americani di colore e storie edificanti di "vinti" che sono riusciti a sollevarsi dal pantano in cui si trovavano e a diventare un fondamentale aiuto per altri nella loro stessa condizione. Se questi importantissimi racconti venissero messi in scena in modo originale, interessante e coinvolgente, sarei la prima a chiedere che ne realizzassero mille, e che venissero ricoperti da innumerevoli premi. Purtroppo, raramente è così, e mi chiedo se non ci fossero pellicole meno banali di questo Sing Sing, da candidare, soprattutto in premi importanti come Miglior attore protagonista e Miglior sceneggiatura non originale. Sing sing racconta la messa in scena di uno spettacolo teatrale ad opera dell'RTA, il programma Rehabilitation Through the Arts, operativo nel carcere di massima sicurezza che porta il nome del film. Come spesso accade in questi film "carcerari", la sceneggiatura si concentra su due facce della stessa medaglia. Da una parte abbiamo Divine G, vittima innocente del sistema, acculturato e coinvolto, pronto a dare una mano ai compagni di prigionia e, soprattutto, drammaturgo e attore provetto; dall'altra abbiamo Divine Eye, finito in carcere per spaccio, nonché gretto stereotipo del gangsta, che viene coinvolto nel progetto RTA da Divine G e finisce dapprima per scontrarsi con lui, disgustato dall'approccio "ottimista" dell'uomo alla vita e alla recitazione, poi a diventarne amico e sostegno. Se vi è mai capitato di vedere un dramma carcerario, banalmente anche solo Le ali della libertà, riuscirete a prevedere ogni snodo narrativo di Sing Sing, con l'unica differenza (alla quale si aggiunge l'assenza di "villain") che questo film, essendo tratto da una storia vera, punta molto sul percorso di crescita dei protagonisti e sul teatro come forma di catarsi, di libertà, per quanto momentanea. Ciò dovrebbe rendere interessanti i personaggi presenti sullo schermo; in realtà, purtroppo, sembrano quasi tutti stereotipi e macchiette, tranne i due protagonisti un po' più definiti e il regista teatrale, e la cosa ha dell'incredibile anche per un altro motivo.


Tranne Colman Domingo, che interpreta Divine G, Sean San Jose che interpreta Mike Mike (ed è, nella realtà, il migliore amico di Domingo da anni, e qui si spiega perché la chimica tra i due e così forte, al punto da essere la parte migliore del film), Paul Raci che interpreta Brent Buell e pochi altri, quasi tutti gli attori presenti in Sing Sing non recitano, ma partecipano nei panni di loro stessi, in primis Clarence 'Divine Eye' Maclin. Anzi, considerato che quest'ultimo ha praticamente lo stesso screentime di Domingo, è alla sua prima parte "seria" ed è costretto nel difficile compito di recitare "se stesso", forse avrei candidato lui come Miglior attore non protagonista, piuttosto che dare l'ennesima candidatura al pur bellissimo e bravissimo Colman (che, di riffa o di raffa, è sempre uno dei protagonisti della Oscar Death Race, visto che spunta nei film come il prezzemolo anche quando non è direttamente nominato). Ad essere onesta, non mi è dispiaciuto neppure lo stile di Greg Kwedar, che mescola immagini molto cinematografiche e poetiche, quasi tutte legate all'afflato di libertà respirato durante le produzioni teatrali o al contrasto tra l'esterno del carcere e le recinzioni, a riprese che parrebbero fatte con la camera a mano, quasi a voler riproporre un mix di documentario, spettacolo teatrale dilettantesco e confessione davanti alla telecamera. La mia idea è che, come spesso accade ai film candidati agli Oscar, anche questo parli più al pubblico americano, a chi può toccare con mano non solo il tipo di realtà rappresentata, ma anche il modo di parlare, di atteggiarsi, di chi vive di criminalità (anche se, in questo caso, Domingo è anche troppo "raffinato" per risultare verosimile). Magari se avessi visto lo stesso film ambientato in un carcere italiano, ne sarei stata entusiasta, ma così, per quanto mi riguarda, è l'ennesima, dimenticabile pellicola acchiappa Oscar. Importante quanto volete, ma con ben poca emozione reale: per dire che persino la canzone finale mi sembrava un motivo già sentito, invece ho scoperto solo durante la stesura del post che è stata composta apposta per Sing Sing


Di Colman Domingo, che interpreta John "Divine G" Whitfield ho già parlato QUI

Greg Kwedar è il rgista della pellicola. Americano, ha diretto solo un altro film, Transpecos. E' anche produttore e sceneggiatore.



martedì 19 agosto 2025

Weapons (2025)

Martedì scorso sono emigrata fino a Genova per vedere Weapons, diretto e sceneggiato dal regista Zach Cregger. NIENTE SPOILER, anche se ora che avrò pubblicato il post, avrete tutti già visto e stravisto il film!


Trama: una notte, senza preavviso, tutti i bambini di una classe elementare escono di casa e scompaiono senza lasciare traccia. Passa un mese senza notizie, finché l'insegnante responsabile della classe e uno dei genitori decidono di cominciare a indagare da soli...


Zach Cregger
ci è riuscito di nuovo. Dopo Barbarian, ha realizzato un altro film che, nonostante un trailer abbastanza dettagliato, porta lo spettatore in luoghi decisamente inaspettati, tenendolo sul filo della tensione e dell'incertezza per tutta la sua durata. Nel caso di Weapons, Cregger si aiuta in primis con la struttura del racconto, il quale, come una meravigliosa favola nera, inizia con un prologo raccontato da una bambina, dopodiché prosegue con una narrazione non lineare (anche a livello di regia, il cui stile è sempre diverso) e divisa per capitoli, ognuno dedicato a un personaggio. Ciascun capitolo ci consente di conoscere a fondo i protagonisti di Weapons, anche quelli che, lì per lì, non ci sembrano importanti, rendendoci tragicamente partecipi del loro destino, e tutto ciò che loro vedono o sognano aggiunge un tassello per risolvere l'enigma iniziale: cos'è successo ai bambini di una classe elementare di Maybrooks e perché sono fuggiti tutti di casa nella notte, alle 2:17, tranne il piccolo Alex? La risposta arriverà sul finale, tranquilli, ma probabilmente non sarà quello che vi aspetterete, visto che Cregger costruisce tantissime piste false, prima di sbatterci in faccia la verità, e racconta una storia molto kinghiana, radicata nei pochi pregi e tanti difetti di una piccola cittadina di provincia. Quello di Weapons è un male insinuante e grottesco, che fa leva su pregiudizi, sensi di colpa e pura e semplice debolezza; le "armi" del titolo originale sono letterali strumenti di dolore e morte, per quanto inconsueti, ma anche ricatti psicologici che permettono di mantenere un lungo status quo, sottili manipolazioni che portano a puntare il dito verso l'outsider, l'insegnante dal passato oscuro che, pur amando i propri alunni, è un essere umano che non disdegna l'alcool e gli uomini. L'aspetto inquietante di Weapons è il modo in cui gli abitanti di Maybrooks scelgono di non vedere, lasciandosi trascinare da pregiudizi impigriti da una gentilezza superficiale, la stessa di chi, tutto sommato, si cura del proprio orticello senza notare che quello degli altri sta lentamente marcendo; la polizia indaga senza andare oltre procedure consolidate, la scuola segue strette regole codificate che innalzano una barriera tra alunni ed insegnanti, e le uniche forze motrici della comunità sono una rabbia e un'indignazione fini a se stesse, a causa delle quali è facile perdere di vista le vittime, concentrandosi sul presunto colpevole. 


L'orrore di Weapons non è palese e "urlato" come quello di Bring Her Back, per fare il paragone con un film uscito poche settimane fa; l'ultima opera di Cregger abbonda di momenti esilaranti e sequenze grottesche, in primis quella sul prefinale, che ha visto la sala in cui mi trovavo esplodere in risate incontrollate, ma le radici e le conseguenze di ciò che viene mostrato non fanno ridere proprio per nulla. Weapons tratta di esperienze verosimili, addirittura biografiche, "esorcizzate" in chiave horror, parla di solitudine ed esperienze così traumatiche da lasciare il segno, racconta di famiglie distrutte e cittadine che spazzano la vergogna sotto il tappeto. Lo fa con uno stile accattivante, senza dubbio, che intrattiene e diverte, gettando lo spettatore in mezzo all'azione anche grazie alla sinergia tra la fotografia di Larkin Seiple (lo stesso di Everything Everywhere All at Once, per inciso) e il montaggio di Joe Murphy, in un tripudio di cineprese posizionate appena dietro la spalla dei personaggi in movimento, sul corpo di chi viene gettato a terra, e così via. Questo stile così dinamico rende ancora più preziosi i pochi ma efficaci jump scares, le zampate di gore inaspettato e il ricorso ad atmosfere più dark nella seconda parte del film, che catapultano lo spettatore in un mondo altro, cupo e claustrofobico. L'ulteriore pregio di Weapons sono gli attori, ai quali è consentito di brillare singolarmente, rendendo i loro personaggi tridimensionali, proprio grazie alla particolare struttura narrativa del film. Julia Garner è favolosa e Josh Brolin granitico come sempre, ma probabilmente i due avrebbero funzionato anche all'interno di un'opera più "tradizionale"; personaggi secondari come quelli interpretati da Alden Ehrenreich, Austin Abrams, Benedict Wong e il piccolo Cary Cristopher hanno invece modo di diventare a loro volta protagonisti, consentendo agli attori di arricchirli di tantissime sfumature fondamentali e renderli indimenticabili ed importanti. In un'ideale Oscar horror 2025, il premio andrebbe però ad Amy Madigan e alla sua zia Gladys. Gladys, come direbbe il bardo, "nun va vista, va vissuta", quindi non starò a ricamare troppo su di lei, vi dico solo che abbiamo il personaggio migliore dell'anno e più non dimandate. Weapons è un'opera che spicca all'interno delle produzioni horror commerciali, per la cura con la quale è stato realizzato, per tutta una serie di dettagli che offrono spazio a molteplici interpretazioni, per una lore inesplorata potenzialmente infinita, che potrebbe dare ancora enormi gioie. Non date retta a chi non lo ha apprezzato perché "poco horror", strano o incomprensibile, e correte al cinema a vederlo prima che sia troppo tardi!!


Del regista Zach Cregger ho già parlato QUI. Julia Garner (Justine), Josh Brolin (Archer), Benedict Wong (Marcus), Alden Ehrenreich (Paul), Amy Madigan (Gladys), Toby Huss (Ed), Sara Paxton (Erica) e Justin Long (Gary) li trovate invece ai rispettivi link.

Austin Abrams interpreta James. Americano, ha partecipato a film come Gangster Squad, Scary Stories to Tell in the Dark, Tragedy Girls, Do Revenge e a serie quali The Walking Dead. Ha 29 anni e un film in uscita. 


Rooney Mara
ed Elizabeth Olsen hanno declinato il ruolo principale e Pedro Pascal ha rinunciato a partecipare al film, preferendogli I Fantastici 4 - Gli Inizi. Se Weapons vi fosse piaciuto recuperate Barbarian e Longlegs. ENJOY!

mercoledì 13 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Sleepaway Camp (1983)

Il tema della challenge horror, questa settimana, era "Film anni '80", quindi ho scelto Sleepaway Camp, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista Robert Hiltzik. Siccome è molto difficile parlare di Sleepaway Camp senza scendere nei dettagli, il post conterrà molti SPOILER, quindi non leggetelo se non avete mai visto il film.


Trama: Angela, rimasta orfana da bambina dopo un incidente costato la vita anche al fratellino, viene mandata in campeggio estivo assieme al cugino Rick. La timidezza di Angela, che sconfina nel mutismo, la rende vittima di bullismo, e le cose peggiorano ulteriormente quando un killer comincia a mietere vittime...


Nell'epoca di internet, è incredibilmente difficile non venire a conoscenza di twist famosissimi, in questo caso famigerati. Infatti, la mia esperienza con Sleepaway Camp è stata "rovinata" dall'averne visto su parecchi siti, nel corso del tempo, le immagini finali, accompagnate in tempi recenti da caption o indizi che indicano il film come un'opera dalle fortissime tematiche queer. Senza questi due aspetti particolari, il film sarebbe ben poca cosa, soprattutto perché, a livello di regia e attori, è poco meno che amatoriale, e l'unico membro del cast a spiccare è proprio l'allora tredicenne Felissa Rose, la quale è costretta ad interpretare una ragazzina talmente timida da risultare patologica. Ma di cosa parla, dunque, Sleepaway Camp, e perché merita comunque di venire ricordato ancora oggi? Il film inizia con un incidente nautico, che vede morire il fratello di Angela e suo padre. Angela viene affidata alla zia e, dopo qualche anno, viene mandata in un campeggio estivo assieme al cugino Rick. Poiché Sleepaway Camp è un rip-off di Venerdì 13, gli ospiti del campeggio e gli animatori cominciano ad essere sistematicamente uccisi da una mano sconosciuta; "casualmente", le vittime sono sempre persone che hanno insultato o bullizzato Angela, e a un certo punto il laido gestore del campeggio arriva a sospettare proprio di suo cugino Rick. Nulla di nuovo sotto il sole, come vedete, non fosse che Sleepaway Camp si distingue per avere come protagonisti dei ragazzini di tredici anni, se non più piccoli, colti nel momento di massima confusione sessuale, sconcertati e spesso frustrati dalle prime esperienze di cuore. In film come Venerdì 13 (e come la maggior parte degli slasher dell'epoca) siamo in zona Porky's, coi protagonisti impegnati nella ricerca costante della scopata e puniti proprio per questo desiderio "impuro", mentre qui gli approcci sono goffi, e i maschi si stupiscono di come ragazze infantili ed amicissime l'anno prima siano all'improvviso diventate delle "vamp" poco disposte al gioco e ben più interessate a ragazzi grandi e carini. E poi, ovviamente, c'è Angela, la cui natura, col senno di poi, risulta chiara fin dall'inizio, il che fa di Sleepaway Camp un film raffazzonato sotto molti aspetti, ma non quello della sceneggiatura.


Lo spettatore attento potrebbe notare un'incongruenza fin da subito, ma il rischio è quello di venire sviati dalla weirdness della zia, la quale già nel primo dialogo offre un indizio importante sulla vera identità di Angela. All'interno di sequenze allucinate che farebbero la felicità di qualsiasi horror italiano di serie Z dell'epoca, assistiamo al tormento interiore di Angela e alla confusione sessuale che l'attanaglia, dal momento in cui la zia, desiderosa di avere una figlia femmina, ha costretto il nipote sopravvissuto a fingersi tale, ma le tracce atte a svelare l'arcano sono sparse per tutto il film. Angela non vuole mostrarsi in costume, non vuole fare la doccia con le coetanee, rimane sconvolta quando l'amico di Rick la bacia, scegliendola tra tutte le altre ragazze, ed è lì che la protagonista comincia a mettersi in discussione. La confusione sessuale e la fragilità della propria percezione come donna, unite ad un palese senso di colpa, si traducono in una follia omicida, in primis quando lo schifosissimo cuoco pedofilo tenta di metterle le mani addosso, e si rivolge verso tutti coloro che, in un modo o nell'altro, arrivano a prenderla in giro, sminuirla o tradirla, seppure temporaneamente. La terrificante scena finale, che mette i brividi oggi come quarant'anni fa, non risulta dunque messa lì come mero shock value, ma come la chiusa perfetta di un percorso di presa di coscienza talmente subitaneo e violento da annullare qualsiasi facoltà mentale. Questa sequenza cult mostra tutta la cura infusa nei pochi effetti speciali del film (nonostante lo scarso budget), i quali tuttavia non riescono a rendere entusiasmanti gli scarni omicidi, fiaccati da una carenza di gore inusuale per questo genere di produzioni. Fortunatamente, come ho scritto sopra, il valore di Sleepaway Camp sta altrove, e mi ritengo molto soddisfatta di avere guardato una piccola pietra miliare dell'horror che ancora mi mancava all'appello. 

Robert Hiltzik è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un altro film, Return to Sleepaway Camp. Anche produttore e attore, ha 68 anni. 


Felissa Rose
, che interpreta Angela, è scomparsa dalle scene per vent'anni, dopodiché ha partecipato a una marea di horror indipendenti di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza (e il sito Imdb ne elenca altri 38 che devono ancora uscire), ed è comparsa in Tales of Halloween e Terrifier 2. Sleepaway Camp ha generato quattro seguiti, Sleepaway Camp II: Unhappy Campers, Sleepaway Camp III: Teenage Wasteland, Sleepaway Camp IV: The Survivor e Return to Sleepaway Camp, tutti inediti in Italia. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente recuperateli. ENJOY!

martedì 12 agosto 2025

Il Bollalmanacco On Demand: The Gangster, The Cop, The Devil (2019)

La rubrica On Demand ci porta oggi in Corea del Sud con una richiesta di Lory, The Gangster, the Cop and the Devil (악인전, 惡人戰, Ak-in-jeon), diretto nel 2019 dal regista Lee Won-tae. Il prossimo film On Demand sarà Vivere e morire a Los Angeles. ENJOY!


Trama: un serial killer uccide le sue vittime dopo averle tamponate in auto, ma la polizia, salvo il giovane poliziotto Jung Tae-sook, crede si trattino di incidenti isolati. Le indagini di Jung Tae-sook hanno una svolta quando il boss della malavita Jang Dong-soo sopravvive a malapena all'attacco del killer, e i due decidono di unire le forze per catturarlo...


Ammetto di essere un po' carente per quanto riguarda il cinema orientale, quindi sono sempre contenta quando qualcuno mi propone di colmare questa mancanza. The Gangster, The Cop, The Devil è un film che avevo sentito nominare en passant, e stupidamente mi ero fatta sviare dal diavolo nel titolo pensando si trattasse di un horror. Invece, il film scritto e diretto da Lee Won-tae è un ottimo action poliziesco con tre protagonisti solidissimi, ognuno delineato alla perfezione e dipinto con tantissime sfumature che rendono difficile inquadrarli come buoni o cattivi, almeno per quanto riguarda il Gangster e il Poliziotto. Il Diavolo invece è un mostro fatto e finito, nonché l'unica cosa in grado di far coalizzare due uomini che vivono dalle parti opposte della barricata della legge, con idee diverse su cosa sia la giustizia. Jung Tae-sook, il Poliziotto, è un guappetto sicuro di sé che non disdegna la violenza, ma ha idee molto chiare su cosa voglia dire essere un uomo di legge e rifiuta ogni tipo di pigrizia e corruzione, comportandosi in modo esemplare, nonostante sia una testa calda; il suo desiderio di catturare il "Diavolo" e consegnarlo alla giustizia non è alimentato solo dal miraggio di una promozione, ma anche da un sincero senso del dovere nei confronti delle vittime. Dall'altra parte, c'è il Gangster Jang Dong-soo, che vive credendo che la vendetta e la violenza inflitta a nemici e alleati riluttanti sia l'unica via possibile, perché la giustizia è affidata principalmente a uomini corrotti, stupidi, avidi ed inaffidabili; il Gangster ha però anche un codice d'onore, l'unico modo per tenere in ordine una vita fatta di caos, e il Diavolo è una scheggia impazzita che turba questo ordine precario, quindi va eliminato non solo come ritorsione per le gravi lesioni subite. The Gangster, The Cop, The Devil si regge sul confronto/scontro tra questi due improbabili alleati, vivendo delle loro interazioni spesso ironiche e dei momenti in cui i rispettivi modi di vivere si toccano, mescolandosi pericolosamente. Le dinamiche che si instaurano all'interno di questa coppia improbabile, si inseriscono perfettamente all'interno della struttura thriller costituita dalle indagini sull'identità del killer, la cui presenza si fa sempre più preponderante e pericolosa, man mano che il film prosegue. 


The Gangster, The Cop, The Devil
è una corsa sulle montagne russe che rallenta poco prima del finale, più ragionato e classico rispetto al resto del film. La regia di Lee Won-tae veicola tutta l'energia di un mondo violento e fatto di rabbia pronta ad esplodere sia nei "buoni" che nei "cattivi", attraverso serratissimi inseguimenti in macchina e sanguinosi scontri corpo a corpo, dove non sempre l'arma bianca batte la mano nuda; la fotografia, poi, rende tutto molto stiloso, grazie a un illuminazione soffusa ed ad esplosioni di neon folgoranti che connotano l'ambiente metropolitano dove si muovono i protagonisti come un luogo pericoloso, sordido, ideale nascondiglio per un killer che sembra essere tutt'uno con le ombre e con la pioggia. Non guasta che il Diavolo abbia il volto volpino e scavato di Kim Sung-kyu, attore che, a un certo punto, diventa un mostro fatto e finito anche d'aspetto, al punto che incrociare Jang Dong-soo e i suoi scagnozzi sarebbe il destino migliore che si potesse sperare. Probabilmente, però, scrivo questo perché amo Ma Dong-seok da quando l'ho visto in Train to Busan, con la sua scorza durissima da ultraviolenta macchina da pugni sudcoreana che nasconde inaspettati sprazzi di umanità. Senza questo attore, dubito che The Gangster, The Cop, The Devil mi sarebbe piaciuto così tanto, poiché la sua interpretazione spicca rispetto a quella degli altri bravissimi interpreti e, sul finale, il suo sorriso "sereno" mette i brividi più dello sguardo perverso di Kim Sung-kyu. Un paio di anni fa era uscita la notizia di un remake prodotto da Stallone, ma da allora non si hanno più novità; dovesse accadere, spero vivamente che Ma Dong-seok riprenda il ruolo del Gangster perché non riuscirei a vedere nessun altro al posto suo. Per finire, ringrazio come sempre Lory per la dritta, The Gangster, The Cop, The Devil è decisamente un film nelle mie corde e lo consiglio a tutti!

Lee Won-tae è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sud coreano, ha diretto altri due film, Man of Will e The Devil's Deal. E' anche produttore. 


Ma Dong-seok
interpreta Jang Dong-soo. Sud coreano, lo ricordo per film come Train to Busan, The Outlaws, The Roundup e Eternals. Anche produttore e sceneggiatore, ha 54 anni. 




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