martedì 18 giugno 2024

Occhi senza volto (1960)

La challenge Horrorx524 di Letterboxd chiedeva la visione di un film anni '60. La scelta è quindi caduta su un caposaldo del genere che ancora non avevo visto, Occhi senza volto (Les yeux sans visage), diretto nel 1960 da regista Georges Franju e tratto dal romanzo omonimo di Jean Redon.


Trama: un brillante chirurgo plastico cerca di fare ammenda per il ruolo avuto nell'incidente che ha sfregiato irrimediabilmente il volto della figlia, rapendo giovani donne per ottenere la pelle necessaria ai trapianti...


Occhi senza volto
è uno di quegli horror talmente citati che esiste persino una canzone dallo stesso titolo, eppure non lo avevo mai visto. Una fortuna che fosse disponibile su RaiPlay, anche se pesantemente tagliato, ma volendo potete costruire un puzzle aggiungendo da YouTube l'agghiacciante scena dell'operazione, capace di mettere i brividi ancora oggi dopo 60 anni (nell'attesa di acquistare un meritato BluRay). Mettendo un attimo da parte l'idiozia del (dis) servizio pubblico, Occhi senza volto è un horror particolare, dotato di un'eleganza senza tempo, dalle intense sfumature psicologiche nonostante l'orrore in primis fisico che mette in scena. Fulcro della vicenda, infatti, sono il senso di colpa, una gratitudine distorta e l'agghiacciante sensazione di non riconoscere più la propria immagine riflessa in uno specchio, di non avere più futuro né libertà. La giovanissima Christiane è rimasta sfigurata in un incidente causato da suo padre, chirurgo plastico; quest'ultimo, per espiare la propria colpa, decide di dare il via a una crescente spirale di orrore e dolore, rapendo giovani donne dalle quali prelevare la pelle necessaria per i trattamenti sperimentali ai quali sottopone la figlia. Ad aiutarlo c'è Louise, legata a lui da un rapporto di amore e gratitudine, in quanto anche il suo bel viso è frutto della chirurgia spregiudicata del dottore. Impegnati nel loro terribile compito, né il dottore né Louise si accorgono (o fingono di non accorgersi) del disagio crescente di Christiane, venuta a conoscenza del segreto che si cela dietro alle "miracolose" cure del padre e consapevole che simili pratiche renderanno bello il suo viso, ma le sporcheranno irrimediabilmente l'anima. In più, un eventuale successo la priverebbe comunque per sempre dei vecchi affetti e della sua vita precedente, trasformandola, di fatto, in una sconosciuta. Queste potenti sensazioni di disagio, solitudine e terrore, sono veicolate in maniera netta da un film che dura poco più di un'ora, e riesce comunque a lasciare il segno nella memoria dello spettatore nonostante la trama "semplice", soprattutto grazie ad una messa in scena di altissima qualità.


Tratteggiati ed immersi in un bianco e nero profondo, i personaggi del film vagano all'interno di luoghi talmente vasti che sembrano non avere confini (in primis la villa del dottore, persa all'interna di un parco adiacente alla casa di cura), eppure paiono schiacciati da questa stessa vastità, trasformata in un labirinto claustrofobico dal quale è difficile uscire, se non addirittura impossibile. Ad aumentare il senso di angoscia ci pensano i cani chiusi in gabbia nei sotterranei e i pochi esterni parigini, che trasformano la Ville Lumière in un posto cupo e pericoloso, dove è facile perdersi per non venire mai più ritrovati nonostante l'effimera sicurezza di luoghi affollati (i lunghi viaggi in macchina di Louise sembrano usciti da uno di quegli incubi in cui si corre per cercare di tornare a casa, invano). La qualità onirica della pellicola è ulteriormente enfatizzata dalla figura eterea di Christiane. Avvolta in camicie da notte sontuose e candide, uscite dritte da una fiaba nera, l'attrice Edith Scob si aggira con passo leggero, quasi sognante, tra le stanze della villa, con indosso una maschera che lascia scoperti solo due enormi, tristissimi occhi. Gli "occhi senza volto" del titolo, appunto, che da soli fanno traboccare l'inespressiva (benché elegantissima) maschera di tutto il dolore nascosto nel corpo di Christiane, per la quale si arriva a provare una profonda pena. Così non è, ovviamente, per suo padre, connotato come un mad doctor privo di scrupoli, attraverso la cui mano viene perpetrata una delle operazioni chirurgiche più angoscianti viste su schermo, con una verosimiglianza accentuata dall'abile regia di George Franju. Se non avete mai visto questa pietra miliare dell'horror cogliete al volo il mio suggerimento e guardatelo, ne rimarrete sorpresi e affascinati, ve lo garantisco!  


Di Alida Valli, che interpreta Louise, ho già parlato QUI mentre Edith Scob, che interpreta Christiane Génessier, la trovate QUA.

Georges Franju è il regista della pellicola. Francese, ha diretto altri film come Piena luce sull'assassino e Il delitto di Therese Desqueyroux. Anche sceneggiatore, compositore e attore è morto nel 1987 a 75 anni.


Se Occhi senza volto vi fosse piaciuto, recuperate La pelle che abito. ENJOY!

venerdì 14 giugno 2024

The Watchers - Loro ti guardano (2024)

Pur non andando tanto d'accordo col papino, mercoledì sono andata a vedere The Watchers - Loro ti guardano (The Watchers), diretto e co-sceneggiato da Ishana Night Shyamalan a partire dal romanzo omonimo di A.M. Shine.


Trama: Mina, ragazza dal passato tormentato, rimane bloccata all'interno di una foresta durante un viaggio in macchina. Mentre cerca una via d'uscita, incontra altre tre persone che tentano di sopravvivere senza incorrere nelle ire delle creature che, di notte, vagano tra gli alberi...


Leviamoci subito il dente. The Watchers, opera prima di una dei figli di M. Night Shyamalan, dalle pellicole di quest'ultimo ha preso la quantità di puttanate col botto che nascono dalla scelta di mescolare favola, horror e approfondimento psicologico universale. Quest'ultimo aspetto, fortunatamente, non si avverte troppo in The Watchers. Ishamalan non ha lo stesso presumin arrogante dello Shyabadà "impegnato" e, nonostante anche il suo film sia imperniato su persone incapaci di vivere un'esistenza piena e di affrontare i propri mostri, se non altro non sottovaluta il cervello dello spettatore reiterandogli più volte il concetto, neanche fosse lo studente più stupido del mondo. Purtroppo, in famiglia hanno il vizio di prendere creature del folklore e appiccicarci attorno con con lo sputo una storia che le rende ridicole, totalmente avulse dal contesto, e questo perché non curano i dettagli. Stephen King, per esempio, in uno dei suoi racconti brevi più terrificanti utilizzava un fauno in guisa di tagliaerbe, e giuro che non c'era nulla di ridicolo in questa scelta. Qui, senza fare spoiler, ci sono altre creature lontane dall'iconografia alla quale siamo abituati ad associarle, però ce ne sarebbero potute essere altre, perché il fatto che siano state scelte proprio loro, fra tutte, non è fondamentale ai fini della trama. Peggio ancora, la loro presenza non sconvolge né mette paura perché la sceneggiatura sembra scritta da un bambino che vuole far succedere determinate cose senza rispettare alcuna logica. Un paio di esempi che possono essere ricavati anche dal trailer: Mina arriva in questa fantomatica foresta dalla quale non si può uscire, ma lì dentro dovrebbe esserci mezza popolazione irlandese, visto che Google Maps la ritiene l'inevitabile zona di passaggio per andare da una grande città all'altra, invece ci sono solo tre persone (quattro, se contiamo quello che fa una brutta fine all'inizio). Insomma, non stiamo parlando di Aokigahara, dove la gente va apposta a suicidarsi. Le tre persone obbligano Mina a rifugiarsi in un bunker da cui non si può uscire di notte e dove bisogna seguire determinate regole, pena punizioni orribili, ma le regole vengono disattese dopo nemmeno 15 minuti di film e succede ben poco a chi trasgredisce, considerato che le creature potrebbero entrare lì dentro quando vogliono. Potrei continuare per righe e righe, tra dettagli apparentemente importantissimi, in quanto enfatizzati da dialoghi e inquadrature, che verranno dimenticati dopo pochissimo per non venire mai più ripresi, o la spiegazione su come sia finito un bunker in una foresta da cui non si può uscire né comunicare verso l'esterno, ma non sparo sulla croce rossa.
 

Pertanto, siccome il finale, grossomodo, salva il film in virtù di un simpatico twist shyamalano e un'apertura verso un'eventuale seguito che A.M. Shine pubblicherà a fine anno, è giusto anche parlare degli aspetti positivi di The Watchers, i quali riguardano essenzialmente gli aspetti tecnici della pellicola. Ishana usa bene la macchina da presa, soprattutto nelle sequenze iniziali o comunque il quelle ambientate all'interno del bosco; grazie all'ausilio dell'ottima fotografia di Eli Arenson, ci sono dei momenti in cui le ombre sembrano letteralmente muoversi e inghiottire i protagonisti lasciando loro solo un piccolo cerchio di luce a proteggerli, per non parlare dei colori vividi e caldi di tutto ciò che è "buono" o comunque salvifico. Molto suggestive anche le immagini dello specchio nel bunker, che dal trailer mi avevano fatto pensare a un altro genere di trama (probabilmente migliore di questa, ma non si può essere tutti Jordan Peele), e buono anche il montaggio, mentre ho patito parecchio la resa grafica delle creature, i soliti pupazzoni brutti in CGI a cui ricorre chi vuole buttare giù un mostrillo quanto più generico possibile. A tal proposito, tutti scomodano le grandi opere Shyamalane come Signs o The Village, mentre a me è sembrato che The Watchers avesse molti punti in comune con Wayward Pines, serie prodotta da Shyamalan padre che era partita molto bene per poi sgonfiarsi nel tempo. Il che mi porta a pensare che Ishana abbia tutte le carte in regola per realizzare opere di grande impatto visivo, ma dovrebbe tirare fuori un po' di coraggio ed affrancarsi dall'ombra di papà, onde intraprendere un percorso personale. Viceversa, il rischio è quello di continuare a sfornare opere belline ma superficiali come i protagonisti del film, i quali, nonostante i traumi raccontati nei dialoghi, hanno lo stesso spessore psicologico dei protagonisti di un qualsiasi reality, come quello che costituisce l'unica fonte di intrattenimento all'interno del bunker. Non scherzo se dico che mi interessava di più sapere chi sarebbe stata la coppia vincitrice della trasmissione, rispetto a se i personaggi sarebbero riusciti a salvarsi. Provaci ancora, Ishana. 


Di Dakota Fanning (Mina), Georgina Campbell (Ciara) e Olwen Fouéré (Madeline) ho già parlato ai rispettivi link.

Ishana Night Shyamalan è la regista e co-sceneggiatrice del film. Al suo primo lungometraggio, ha diretto anche episodi della serie Servant. Americana, anche produttrice, ha 24 anni.


John Lynch
interpreta Kilmartin. Inglese, ha partecipato a film come Hardware, Nel nome del padre, Sliding Doors, Boys from County Hell e a serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones e The Terror. Anche sceneggiatore e produttore, ha 63 anni. 


Se The Watchers vi fosse piaciuto recuperate The Hole in the Ground, The Village e Signs. ENJOY! 

martedì 11 giugno 2024

The Strangers - Chapter 1 (2024)

Approfittando di un sabato piovoso e malaticcio, ho guardato The Strangers - Chapter 1, diretto dal regista Renny Harlin.


Trama: due ragazzi sono costretti a fermarsi in un Airbnb in mezzo ai boschi dopo che la loro macchina è finita in panne. Lì verranno aggrediti da tre folli mascherati...


Per scrivere una recensione onesta su The Strangers - Chapter 1 bisognerebbe farlo alla fine della trilogia progettata da Renny Harlin e basata sul The Strangers di Bryan Bertino. I tre film, infatti, sono stati girati uno dietro l'altro e andranno a comporre un affresco di cui questo è, ovviamente, solo la base preparatoria. Mi riservo dunque di riguardare Chapter 1 alla fine di tutto ma, per il momento, è innegabile che il film risenta del confronto con The Strangers. Dire che è "più brutto" sarebbe ingiusto. Bertino aveva dalla sua l'effetto sorpresa e il merito di aver ri-sdoganato l'home invasion "realistico", mescolandolo alla crudeltà della new wave francese, privando i killer di una motivazione reale salvo quella di voler fare del male perché sì, perché le vittime "erano in casa" (e presentando anche personaggi che non avevano fatto nulla di male per meritarsi un destino simile, o meglio, non avevano infranto nessuna regola degli horror anni '80-'90). Harlin deve lavorare su un canovaccio già visto e reiterato dieci anni dopo con The Strangers: Prey at Night (di cui Chapter 1 riprende alcune idee che lo rendono più spettacolare rispetto al primo The Strangers), quindi lo spettatore che conosce la saga sa già dove andrà a parare. Viene dunque meno il coinvolgimento emotivo del pubblico verso la coppia protagonista, e tutta l'introduzione che vede i due piccioncini interagire ha un po' il sapore del brodo allungato; si riduce, inevitabilmente, anche la tensione della prima parte ambientata all'interno della casa, in quanto le dinamiche sono identiche a quelle del film di Bertino, senza contare che vengono riutilizzate persino alcune delle sue inquadrature più iconiche. La seconda parte se ne distacca per buona parte o, comunque, vengono scelte soluzioni narrative simili ma non identiche a quelle dell'originale, ma, purtroppo, si riduce anche l'intelligenza dei due protagonisti, che a un certo punto fanno tutte quelle cose stupide tipiche degli horror (Cristo, hai un fucile? Per Dio, sei americano, SPARA. SPARA come se non ci fosse un domani e poi, semmai, fai domande, vantati, grattati la testa con la canna del fucile, quello che vuoi). 


Un elemento che differenzia Chapter 1 dai film precedenti è soprattutto il tentativo di creare un worldbuilding o, comunque, di spingere lo spettatore a farsi delle domande relativamente all'identità dei tre assassini mascherati. Se, infatti, i protagonisti di The Strangers e del suo seguito arrivavano sulla futura scena dei delitti senza interagire con nessuno, nel primo quarto d'ora di Chapter 1 facciamo la conoscenza di alcuni abitanti di Venus (il paese dov'è ambientato il film), quasi tutti dotati di rara simpatia e di atteggiamenti quantomeno sospetti. Considerato che lo sceriffo ha la faccia ben poco rassicurante di Richard Brake, l'idea è che i prossimi capitoli  scavino un po' nel passato della cittadina e nei suoi segreti. Ma potrei anche sbagliarmi e potrebbe anche solo essere stata una pennellata di colore, al momento non è dato sapere. Quello che è certo è che i due protagonisti mi sono sembrati un po' più vivaci rispetto a Liv Tyler Scott Speedman, ma anche più "stereotipati" per quanto riguarda la loro relazione sentimentale e vari atteggiamenti che li inseriscono all'interno di cliché ben precisi. La sensazione generale è stata quella di avere davanti un film meno cupo rispetto all'originale, più dinamico, più legato ad alcuni elementi "pop", soprattutto a livello di dialoghi e colonna sonora, e anche maggiormente allineato all'iconografia degli slasher più famosi. Ci sono dei momenti in cui la caratterizzazione redneck di chiunque incontrasse i due protagonisti mi ha ricordato Non aprite quella porta e i suoi mille sequel/remake/emuli, mentre Scarecrow è molto più fisicato dei suoi due predecessori e sembra Jason Voorhees nel remake di Nispel, quando non aveva ancora la maschera da hockey. In definitiva, per me è nì. Ho visto di meglio, ho visto di peggio, ma preso come film a sé stante mi è parso piuttosto dimenticabile. Sarò comunque molto felice di rivedere il mio giudizio alla fine della trilogia, nel caso!  


Del regista Renny Harlin ho già parlato QUI mentre Richard Brake, che interpreta lo sceriffo Rotter, lo trovate QUA


La protagonista Madelaine Petsch è una delle star di Riverdale e aveva già partecipato al film Polaroid. Se The Strangers - Chapter 1 vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, The Strangers e The Strangers - Prey at Night. ENJOY!

venerdì 7 giugno 2024

L'esorcismo - Ultimo atto (2024)

Mercoledì sono andata al cinema a vedere L'esorcismo - Ultimo atto (The Exorcism), diretto e co-sceneggiato dal regista Joshua John Miller.


Trama: reduce da due anni di alcolismo e tossicodipendenza, Anthony vede un barlume di speranza quando gli viene offerto il ruolo del prete in un film horror, almeno finché finzione e realtà non iniziano a mescolarsi...


Stavolta produttori e distributori si sono impegnati per fare il colpaccio, riuscendo a gabbare più di uno spettatore (io sono andata al cinema perché gli horror non si perdono a prescindere, non faccio testo, gné). L'esorcismo - Ultimo atto è un film girato nel 2019, rimasto a frollare nel limbo della distribuzione mondiale finché, l'anno scorso, non è arrivato L'esorcista del papa a sdoganare Russell Crowe in versione nemico lambrettato del demonio, conquistando il cuore di tutti noi. Con un titolo inglese quanto più vago possibile (e uno italiano ancora più infingardo), nonché un poster praticamente identico a quello de L'esorcista del papa per colori, posa del protagonista e persino font, L'esorcismo - Ultimo atto si è proposto, a tradimento, come sequel/prequel/spin-off o comunque parte dell'Amorth Cinematic Universe, invece non potrebbe essere un film più diverso, per atmosfere e ambizioni. Che poi queste ultime si siano tragicamente infrante contro un secondo tempo ridicolo e banale è qualcosa di cui parlerò più avanti, adesso vi accenno un po' cosa dovete aspettarvi da L'esorcismo - Ultimo atto. Il film è diretto e co-sceneggiato da Joshua John Miller, il quale altri non è che il figlio di Jason Miller, l'attore che interpretava padre Karras ne L'esorcista. Ora, il capolavoro di Friedkin, benché non venga mai nominato, è l'opera a cui si rifà The Georgetown Project, ovvero il "film nel film" per il quale il personaggio di Russell Crowe decide di fare il provino. La sceneggiatura de L'esorcismo - Ultimo atto parte dalle suggestioni biografiche del regista figlio d'arte, spingendosi fino a includere ed enfatizzare gli incidenti reali accorsi sul set de L'esorcista e altri film a tema demoniaco, per raccontare il dramma di un attore fallito che ha scelto di scappare dalla malattia della moglie diventando un alcolizzato e drogato, abbandonando così anche la figlia. Questo dramma, caricato nella prima parte del film sulle ampie spalle di Russell Crowe, viene ulteriormente ingigantito dal palese affetto esistente tra Tony e la figlia Lee e dalla speranza che il film possa segnare la rinascita della carriera dell'uomo, brutalmente stroncata quando il demonio decide di metterci lo zampino sfruttando le traumatiche esperienze infantili che Tony ha avuto con la Chiesa. 


L'idea che vuol dare di sé L'esorcismo - Ultimo atto, almeno nella prima parte, è quella di un elevated horror con riferimenti cinefili e c'è da dire che, per un po', funziona. La ricostruzione quasi filologica degli ambienti de L'esorcista, con tanto di interessantissimo set a tre piani raffigurante una villetta, la riproposizione di luci, fotografia (purtroppo scurissima quando finiscono gli omaggi al film di Friedkin, tanto che alla riaccensione delle luci ho rischiato di perdere la vista) e persino inquadrature è affascinante, e rende molto sottile la distanza che separa realtà, "leggenda" e finzione cinematografica. E' bello anche che Joshua John Miller si prenda il tempo di approfondire il personaggio di Tony, il legame con la figlia e il concetto di perdono, così difficile da concedere ma ancor più difficile da accettare, e che sfrutti le fredde regole dello showbusiness come veicolo per far precipitare definitivamente la situazione. Purtroppo, a un certo punto devono avergli ricordato che il film si chiama L'esorcismo - Ultimo atto, mettendogli una fretta boia, e il risultato è che tutto il precedente lavoro di "costruzione" della tensione viene mandato in vacca per diventare l'ennesimo, loffio horror a base di démoni importuni. Personaggi che fanno cose idiote (gli attori chiamati ad interpretare il prete, per contratto, devono fare le prove di notte, da soli, sul set deserto. Anche se quelli prima di loro sono morti male facendo la stessa cosa), Russel Crowe che si torce come un cavatappi e neanche una persona che chiami un medico, sempre le solite voci demoniache con insulti annessi, un prete simil-Fassino che si improvvisa esorcista dopo aver passato l'intero film a dire che lui a queste cose non crede, un esorcismo finale durante il quale l'esclamazione "grazie ar cazzo, così sono capaci tutti" ha raggiunto apici di non ritorno, una Chiesa FORSE infestata da pedofili ma forse sono adoratori di Satana, chissà, tanto sono meri plot device per dare colore. E' inevitabile che una seconda parte così frettolosa e ridicola afflosci, in retrospettiva, anche quanto è stato mostrato prima, che si fa di rimando pesante e presuntuoso quanto quel finale poetico che sembra aggiunto con lo sputo. E' un vero spreco, perché Crowe è un signor attore e sia lui che la brava Ryan Simpkins si impegnano anche troppo per un film simile, al quale avrebbe giovato molto di più rimanere in ambito psicologico con qualche venatura sovrannaturale, oppure giocare maggiormente con l'idea dei set maledetti senza diventare, paradossalmente, l'ennesima imitazione mal riuscita de L'esorcista


Di Russell Crowe (Anthony Miller), Ryan Simpkins (Lee Miller), Sam Worthington (Joe) e Adam Goldberg (Peter) ho già parlato ai rispettivi link. 

Joshua John Miller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta il tecnico degli effetti speciali. Americano, è al suo secondo film dietro la macchina da presa. Anche produttore, ha 50 anni. 


David Hyde Pierce
, che interpreta padre Conor, è famoso per aver partecipato alla sit-com Frasier. Se L'esorcismo - Ultimo atto vi fosse piaciuto, recuperate L'esorcista, che è meglio. ENJOY!


martedì 4 giugno 2024

Vincent deve morire (2023)

E' uscito in questi giorni al cinema un film che, sulla carta, mi ispirava molto, Vincent deve morire (Vincent doit mourir), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Stéphan Castang.


Trama: Vincent lavora come grafico e conduce una vita tranquilla, almeno finché le persone non cominciano ad aggredirlo senza motivo...


Vincent deve morire
parte da un assunto assai intrigante che funge da metafora per la situazione sociale attuale. Se fino a qualche tempo fa c'era la road rage, adesso c'è la rage e basta e le persone, come posso testimoniare tranquillamente ogni giorno sui social ma anche fuori, nell'azienda dove lavoro o per strada, sono sempre più pronte a scattare per ogni minima cazzata. Vero è che la gente, a me, pare sempre più scema e la voglia di prendere a schiaffi certe persone, anche solo per svegliarle inculcando loro un po' di senno là dove le parole sembrano non fare breccia, è un desiderio legittimo, ma il problema è che nessuno sembra avere più voglia di fare un po' di sano esercizio di pazienza, soprattutto davanti a delle cretinate. Vincent deve morire rappresenta questa triste situazione sociale sfruttando l'idea di "qualcosa" (un morbo? un'arma chimica? una cometa che ci scompensa il campo magnetico? non lo sapremo mai, non è importante.) che spinge la gente a volere corcare di mazzate il povero Vincent del titolo. Quest'ultimo non è connotato come particolarmente simpatico (altra scelta vincente della sceneggiatura) e di sicuro meriterebbe più di un vaffanculo, ma quello che succede è che le persone che lo guardano vengono prese da un insano desiderio di ucciderlo, che siano amici, parenti o sconosciuti. Il film, soprattutto nella prima parte, conquista l'attenzione dello spettatore creando un'atmosfera di paranoia e claustrofobia totale, centellinando abilmente le aggressioni ai danni di Vincent, aumentando ogni volta la gravità di queste ultime e prolungando, allo stesso tempo, le situazioni di potenziale pericolo in cui si aspetta, col cuore in gola, che succeda qualcos'altro. Ho apprezzato anche il modo intelligente in cui, a poco a poco, viene introdotta l'idea di una minaccia globale, di una casualità che si fa caos ingestibile ed incomprensibile, con sfumature apocalittiche che esplodono prepotenti poco prima del finale, altro vero punto di forza della pellicola. Quello che però non mi sarei aspettata da un film così intrigante è che sarebbe subentrata la noia e che, per superarla, mi sarei dovuta mettere a fare le pulci alla sceneggiatura.


A mio parere, l'enorme difetto di Vincent deve morire è l'introduzione dell'elemento sentimentale, che porta con sé non solo una perdita generale di ritmo, ma anche tutta una serie di difetti tipici degli horror di serie Z fatti coi piedi. A un certo punto Vincent decide che, nonostante la consapevolezza di dover rimanere solo per il resto dei suoi giorni, pena la morte, potrebbe essere un'ottima idea incapricciarsi di una cameriera appena conosciuta, solo perché quest'ultima non lo ha rovinato di mazzate. Non sto a dirvi come evolverà la cosa, perché sconfinerei nel territorio dello spoiler, ma a partire da quel momento viene meno l'intero assunto iniziale su come funzioni la "maledizione" di Vincent (per carità, assunto mai confermato al 100%) e quest'ultima viene sospesa oppure ripresa a seconda di come conviene alla sceneggiatura: per dire, un minuto prima Vincent entra in un supermercato ed esce di corsa con tutti gli avventori alle calcagna, pronti a ucciderlo, un minuto dopo dei poliziotti lo lasciano andare senza colpo ferire, e ciò succede sempre più spesso, senza alcun tipo di logica. So che ciò potrebbe, per l'appunto, indicare la casualità di questa rabbia sociale di cui il film è metafora, priva di spiegazioni razionali o schemi da decifrare, tuttavia, a livello di sceneggiatura, mi è sembrato anche un ottimo esempio di paraculaggine che mi ha fatto scendere l'entusiasmo per Vincent deve morire. Peccato, perché, come ho scritto su, l'idea di partenza era molto buona, e ho trovato apprezzabile la scelta di non basare l'intero film sull'effetto shock di partenza, nonostante la tragica perdita di ritmo da metà in poi; inoltre, Karim Leklou ha la perfetta faccia da "vittima", di sfigatello che, ottenuto qualche privilegio, lo esercita senza troppa coscienza risultando antipatico e, una volta rimesso al suo posto, indossa una perenne espressione da cane bastonato, assai simile a quella dello storico Droopy. Nonostante io sia rimasta poco entusiasta di Vincent deve morire, comunque, il film è piaciuto alla maggior parte del pubblico, quindi guardatelo e fatemi sapere la vostra!

Stéphan Castang è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, anche attore, ha 51 anni.



venerdì 31 maggio 2024

Attachment (2022)

Oggi il tema della challenge Horror 52x24 era "Film danese", così ho scelto Attachment (Natten har øjne), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Gabriel Bier Gislason.


Trama: Maja, attrice danese, si innamora di Leah, ragazza inglese di origine ebraiche. Quando quest'ultima ha un incidente, Maja decide di trasferirsi in Inghilterra, nella casa a due piani che Leah divide con la madre. La convivenza si rivelerà un incubo...


Attachment
è un film piccolino, sussurrato anche in quel poco di orrore che mostra, un'opera che sceglie di sfruttare un canovaccio tipico del genere per raccontare una storia di legami profondi, incomprensione e amore. Tutto parte dall'incontro tra Maja, attrice danese diventata famosa grazie ad una fortunata serie di video per bambini in cui interpreta un elfo natalizio, e Leah, studentessa londinese di origini ebraiche. Tra le due scatta un colpo di fulmine da manuale che sfocia in una rapida convivenza, finché un giorno Leah non si rompe una gamba proprio quando deve tornare a Londra per questioni di studio. Maja sceglie di accompagnarla ed è così che fa la conoscenza di Chana, la madre di Leah. Imbevuta di credenze religiose e morbosa nell'affetto che riserva alla figlia, Chana mette a dura prova la pazienza di Maja la quale, pur cercando di lottare con le unghie e con i denti per non perdere né la calma, né l'amore della sua vita, non può fare a meno di soccombere, lentamente, alle inquietanti stranezze che circondano la donna e che trasformano la casetta londinese in un claustrofobico antro di terribili segreti. I misteri legati a Chana vengono svelati a poco a poco, senza fretta, filtrati dal punto di vista diffidente di Maja, ragazza danese che di religione ebraica non sa nulla. A donarle un briciolo di conoscenza arriva lo strano zio di Leah, ma siccome l'intera trama del film è giocata sull'incomprensione e la distanza, sia culturale che linguistica, ogni indizio rischia di venire distorto dall'altro grande protagonista di Attachment, che viene citato proprio dal titolo. Attachment come legame affettivo ma anche attaccamento, in senso fisico e psicologico. Maja, rimasta sola dopo la morte della madre e priva di prospettive nella vita salvo un lavoro fastidioso, si lega a Leah con un affetto profondo e cieco, che non tiene conto di piccoli particolari dissonanti legati ai comportamenti della ragazza, designata come assoluta ancora di salvezza; Chana, immigrata danese convertitasi alla religione del marito e ancora considerata straniera dopo decenni, vive esclusivamente per il legame con la figlia la quale, soffocata da tante attenzioni, è diventata però incapace (o perlomeno restia) a ricambiarlo. In questo substrato di affetto troppo intenso, generato spesso dal terrore della perdita e dalla solitudine, prolifera così un male dalle radici antichissime, che si nutre di emozioni negative e che ha imparato da tempo a sfruttare le imperfezioni degli esseri umani per ingannarli e causare loro ancora più dolore.


Essendo un horror "umano", Attachment vive innanzitutto della bravura delle tre attrici protagoniste. L'alchimia tra Josephine Park ed Ellie Kendrick rende la coppia sullo schermo assai tenera e convincente, oltre che molto naturale per quanto riguarda le varie interazioni; nonostante la differenza d'età reale di 5 anni, le dinamiche sono quelle tra una donna "matura", comunque già verso la trentina se non di più, convinta che Leah sia l'ultima chance di combinare qualcosa nella vita, e una ragazza più giovane che del mondo conosce poco, vissuta a lungo sotto l'ala protettrice della madre. Quest'ultima, interpretata da Sofie Gråbøl, è una figura assai inquietante, che riesce a risultare contemporaneamente schiva e dura, e anche l'interazione tra la Park e la Gråbøl, in particolare nei momenti in cui le due donne si scontrano, è interessante e credibile. A completare il quadro ci pensa l'elemento comico di David Dencik e del suo zio Lev, una folata di leggerezza che non sfocia mai nella stupidità e consente allo spettatore occidentale e cattolico, poco avvezzo a tematiche legate alla religione ebraica, di capire qualcosa relativamente ai miti e alle leggende che la caratterizzano. Nonostante la struttura di Attachment, soprattutto sul finale, richiami i cliché di migliaia di altri horror, l'idea di parlare di ebraismo e non di cattolicesimo ha reso il film, almeno per me, più nuovo e coinvolgente, e ho apprezzato molto anche la scelta di non sfruttare jump scares o CGI, quanto piuttosto di lavorare d'atmosfera (molto belle anche le scenografie, elemento indispensabile visto che il film è girato in gran parte in interni), affidandosi a pochi effetti pratici e alla fisicità di Ellie Kendrick. Con tutte le schifezze che arrivano mensilmente sui vari servizi streaming italiani è un peccato che Attachment sia rimasto nel limbo nella non distribuzione, ma se vi capitasse di trovarlo guardatelo, perché è piccino ma delizioso.

Gabriel Bier Gislason è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Danese, ha 35 anni.


 

martedì 28 maggio 2024

Furiosa: A Mad Max Saga (2024)

Di ritorno dalla vacanza in Borgogna sono corsa a vedere il film sulla bocca di tutti, Furiosa: A Mad Max Saga, scritto e diretto dal regista George Miller.


Trama: in un mondo post-apocalittico, la piccola Furiosa viene rapita dal luogo paradisiaco dove vive con la sua famiglia ed è costretta ad imparare a sopravvivere...


Poveri voi, che magari vi aspettavate un post in cui si confrontassero Mad Max: Fury Road e Furiosa. Dovreste ormai sapere che non ho tempo nemmeno per farmi da mangiare, figuriamoci per dei comodi recuperi. Sono quindi andata a vedere Furiosa senza nulla più che il vago ricordo (sono passati quasi 10 anni!) di un film epico e scatenato, zeppo di personaggi comunque talmente ben caratterizzati da essere indimenticabili, tanto che alla prima apparizione della titolare, di Immortan Joe e dei suoi seguaci, il mio cervello si è elettrizzato. Ma cos'è, in definitiva, questo Furiosa? E' la origin story di una delle eroine cinematografiche più cazzute dell'attuale millennio. In essa, si racconta come mai Furiosa sia finita nel regno di Immortan Joe come fidato, benché riluttante, membro del suo entourage, e cosa si celasse in quel luogo paradisiaco che la donna cercava di raggiungere in Fury Road. E' una saga di formazione che spazia nel tempo e che, di conseguenza, non si siede sugli allori. Aggiunge infatti ulteriori tasselli al puzzle post-apocalittico creato da George Miller nel lontano 1979, puntando i riflettori sui territori governati da Immortan Joe attraverso complessi meccanismi di potere, con microcittà/fortezze specializzate nella produzione di un solo, indispensabile approvvigionamento (benzina, armi o cibo), popolate da pochissimi esseri umani ritenuti indispensabili e tanta, troppa feccia. Proprio qui sta il nocciolo dello scontro culturale tra Furiosa, nata in un luogo "sano" ed incontaminato anche a livello di emozioni umane, e un mondo esterno dove i sentimenti positivi sembrano essere stati cancellati con un colpo di spugna, una realtà malata in cui conviene rimanere in silenzio e nascosti nell'ombra, celando desideri e pensieri. E' interessantissima, in tal senso, la scelta di dedicare a Furiosa ben poche righe di dialogo e di affiancarle, come nemesi definitiva, il ciarliero ed insopportabile Dementus, artefice del destino nefasto della protagonista. In una società (prevalentemente maschile) in cui persino un raro eloquio forbito diventa l'ennesimo modo per distinguersi attraverso un tocco di folle originalità e anche la conoscenza è un mezzo per giocare a chi ce l'ha più grosso, come se il timbro di voce e il rombo dei motori fossero interscambiabili, Furiosa si trincera in un testardo e doveroso mutismo per osservare, imparare e migliorare, mettendo a tacere anche il dolore pur di raggiungere i suoi obiettivi. E se non è una lezione di vita questa, signori miei, non so proprio cos'altro lo sia.


Chi ha definito Furiosa un'interminabile sequenza di inseguimenti con mezzi allucinanti, non ha dunque capito un belino, con rispetto parlando. Aggiungo anche che, se non vi toccano il cuore la tamarreide allucinata di George Miller, nonché l'impianto epico delle vicende di Furiosa, siete un po' delle brutte persone. Quest'uomo l'anno prossimo compie ottant'anni, ma nel cuore è rimasto un giovanotto pieno di passione, incanalata in anni di esperienza che rendono il film perfetto per la sala e il grande schermo. Non c'è una sola inquadratura inutile, le sequenze funzionano ed emozionano sia quando sono coinvolti mezzi corazzati usciti dalla mente di un pazzo (sui quali brulicano esseri umani destinati spesso a morti spettacolari e soprattutto esplosive) sia quando si incentrano sulla figura di Furiosa e le sue interazioni con gli altri protagonisti del film (in una, in particolare, mi è salito il magone); in più, ogni gruppo sociale o fazione in guerra è perfettamente caratterizzato, sia a livello di mezzi, costumi e make-up, che a livello di scenografie, e tutti questi elementi presentano almeno un particolare bizzarro o comunque capace di imprimersi a fuoco nella memoria. Poi, ci sono gli attori. Anya Taylor-Joy, assieme alla giovanissima Alyla Browne, ha raccolto lo scomodo testimone di Charlize Theron e non la fa rimpiangere nemmeno per un secondo. Saranno i suoi occhi particolarissimi, messi ancora più in risalto dal make up color fuliggine che le copre mezzo viso, ma l'espressività di Anya Taylor-Joy mi è sembrata ancora più intensa che in altri film ed è davvero impossibile non farsi coinvolgere dalla disperazione e dalla rabbia del personaggio. Anche perché, se Immortan Joe e i suoi figli sono rimasti degli stronzi patentati da appendere a testa in giù, il Dementus di Chris Hemsworth li batte di almeno dieci misure. Dotato di un naso posticcio che, a un certo punto, mi ha fatto venire in mente il Fagin di Oliver Twist (non riesco altrimenti a capire il perché di questa scelta perplimente), Hemsworth è l'irritazione fatta a persona, un soffiablabla in carne e ossa, l'incarnazione stessa di un inutile fiume di parole, con l'aggiunta di una cattiveria spocchiosa che farebbe venire voglia di picchiarlo senza sosta. Siccome spesso i personaggi interpretati da Hemsworth mi fanno questo effetto, anche quando non sono cattivi, mi chiedo se l'attore sia effettivamente bravo oppure se sia così il suo carattere e i registi lo sfruttino nel modo migliore. Al di là di queste mie futili considerazioni, Furiosa è un film che merita di essere visto, ovviamente in sala, per goderselo come merita, augurandosi che Miller non smetta mai di realizzare opere di tale caratura e che porti a termine questa nuova trilogia!


Del regista e sceneggiatore George Miller ho già parlato QUI. Anya Taylor-Joy (Furiosa), Chris Hemsworth (Dr. Dementus), Tom Burke (Pretoriano Jack) e Angus Sampson (Organic Mechanic) li trovate invece ai rispettivi link.


Elsa Pataky
, che interpreta la generalessa Vuvalini, è la moglie di Chris Hemsworth. Se Furiosa: A Mad Max Saga vi fosse piaciuto recuperate l'intera saga di Mad Max Mad Max: Fury Road. ENJOY!


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