mercoledì 2 aprile 2025

Mr. Morfina (2025)

Attirata prima da un martellante battage pubblicitario su Instagram e poi da un paio di trailer carinissimi, sabato sono andata a vedere Mr. Morfina (Novocaine), diretto dai registi Dan Berk e Robert Olsen.


Trama: Nathan Caine è un giovane vicedirettore di banca che soffre di insensibilità congenita al dolore con anidrosi. Innamorato di una sua dipendente, Nate sfrutta la propria condizione quando la ragazza viene presa in ostaggio dopo una rapina in banca...


Mr. Morfina. Io non mi capacito. Come se morfina e novocaina fossero la stessa cosa. Tra l'altro, gli effetti della novocaina sono più vicini a ciò che prova il protagonista, in quanto anestetizza zone del corpo, mentre la morfina è un antidolorifico a lungo termine; per intenderci, la novocaina è ciò che il dentista usa quando deve togliere delle carie, e il risultato è quello di lasciare il paziente completamente insensibile a tutto, tatto, caldo e freddo. Novocaine riprende anche il cognome di Nathan, Caine per l'appunto, e mi chiedo quanto sarebbe stato difficile, in fase di adattamento, mantenere l'assonanza Caine/"caina", invece di ricorrere a un banale, sciocchissimo Mr. Morfina. Peccato per questi dettagli fastidiosi che, come al solito, rovinano la fruizione al pubblico italiano privo di sale che prevedono spettacoli in v.o., perché Mr. Morfina è un film simpatico e divertente, senza troppe pretese. L'assunto di partenza, come avete letto nella trama, è perfetto per un film action con annesso messaggio positivo. Nathan non riesce a sentire il dolore, e neppure il caldo o il freddo, e questo lo ha condannato da sempre ad una vita priva di rischi, solitaria, talmente controllata che il protagonista non mangia neppure cibi solidi, per paura di mordersi la lingua senza saperlo (assieme al titolo italiano, l'unica vera cretinata del film). Spinto dalla storia d'amore decennale di un cliente, Nathan decide di buttarsi e uscire con Sherry, dipendente della sua banca amichevole e spigliata; dopo una serata passata assieme e una notte di sesso, la ragazza viene però presa in ostaggio da rapinatori armati, che scappano dalla banca con lei e col malloppo. Nathan si lancia quindi all'inseguimento dei criminali, dapprima incerto e titubante, poi sempre più consapevole del tremendo vantaggio derivante dall'incapacità di provare dolore, che gli consente di incassare calci e pugni senza battere ciglio, ignorare gli effetti di incidenti ben più gravi, persino trasformare parti del corpo in un'arma impropria. Certo, Mr. Morfina richiede una dose abbondante di sospensione dell'incredulità, perché va bene non sentire dolore, ma i colpi alla testa che vengono sistematicamente inferti al protagonista metterebbero al tappeto anche un pugile provetto, figuriamoci un impiegato di banca mai uscito di casa, ma per chi è abituato a vedere John Wick cadere da un palazzo e rialzarsi in piedi, non dovrebbe essere un problema.


La natura "sfigata" (ma nemmeno poi tanto) del protagonista si ripercuote sulle coreografie di lotta che lo vedono impegnato, che i coordinatori hanno cercato di mantenere più naturali possibili, guidate da cazzimma e disperazione più che da "tecnica", o al limite dalle fantasie malate di un videogiocatore nerd provetto, quale in effetti è Nate. Questo mix di "normalità" e condizioni fisiche estreme, unite alla natura spregiudicata e violenta dei rapinatori, fanno sì che Mr. Morfina metta il suo protagonista nelle situazioni più dolorose e allucinanti possibile, con conseguente uso di trucco e make up prostetico a tratti disgustoso; col Bolluomo un paio di volte ci siamo girati dall'altra parte per non dover testimoniare all'ennesima tortura o colpo particolarmente doloroso inferto al povero Nathan, anche perché c'è ben poco che gli risparmiano Dan Berk e Robert Olsen, nei limiti ovviamente di un film rated R di genere non horror. Jack Quaid, ormai sulla cresta dell'onda quando si parla di ruoli da bravo ragazzo con quel guizzo oscuro che lo ficca nelle situazioni più improbabili, si carica in spalla il film senza troppi problemi, passando con disinvoltura da disadattato a fidanzatino della porta accanto dalla faccetta pulita, da goffo giustiziere per caso a supereroe ultraviolento, conservando sempre dei tempi comici invidiabili. Mr. Morfina è praticamente uno one man show, anche se i personaggi secondari hanno tutti delle caratteristiche particolari che, sulla carta, dovrebbero renderli tridimensionali o, perlomeno, interessanti. In realtà, Jacob Batalon fa sempre l'amicone un po' scemo che salva la situazione, Amber Midthunder è carina ma convince di più nei ruoli spaccaculi e qui risulta un po' sottoutilizzata, e Ray Nicholson, quando non usa il sorriso folle ereditato dal padre, è talmente anonimo che mi sono accorta della sua identità solo sui titoli di coda. Tutto sommato, dunque, Mr. Morfina è un film molto gradevole e divertente, ma lo ricorderò giusto in virtù della malattia del protagonista, indubbiamente abbastanza originale da sedimentarsi nella testa.


Dei registi Dan Berk e Robert Olsen ho già parlato QUI. Jack Quaid (Nate), Amber Midthunder (Sherry), Jacob Batalon (Roscoe) e Betty Gabriel (Mincy) li trovate invece ai rispettivi link.

Ray Nicholson interpreta Simon. Americano, figlio di Jack Nicholson, ha partecipato a film come Una donna promettente, Licorice Pizza e Smile 2. Anche produttore, ha 33 anni. 


Se Mr. Morfina vi fosse piaciuto recuperate Guns Akimbo. ENJOY!


martedì 1 aprile 2025

The Monkey (2025)

Pur avendo una scimmia sulle spalle epica (d'altronde...), ho purtroppo dovuto aspettare fino a mercoledì scorso per vedere The Monkey, diretto e sceneggiato dal regista Osgood Perkins partendo dal racconto La scimmia di Stephen King.


Trama: Hal e il gemello Bill trovano, tra i ricordi del padre, una scimmia a molla. Il giocattolo, purtroppo, ha una caratteristica terrificante: dopo aver girato la chiavetta che lo mette in moto, qualcuno è condannato a far una morte orribile...


Ho sempre pensato che il modo migliore di approcciare le opere di Stephen King, se non si è Frank Darabont , Rob Reiner o Mike Flanagan, fosse di battersene le palle del rispetto verso il Venerabile e prendersi tutte le libertà del mondo. Ciò vale, ovviamente, solo quando i soggetti finiscono nelle mani di registi e sceneggiatori con una fortissima personalità, altrimenti i risultati sono oscenità come L'acchiappasogni. Stanley Kubrick, con Shining, ha fatto un capolavoro, Osgood Perkins ha tirato fuori la supercazzola più divertente, folle e centrata dell'anno, partendo da un racconto breve di Stephen King che, come tutte le sue opere più riuscite, trasforma un oggetto normalissimo, quasi ridicolo, in un orrore da gelare il sangue. La scimmia è uno dei racconti Kinghiani che preferisco, nonché uno di quelli che mi fa più paura ancora oggi, ma sono io stessa consapevole che l'idea di una scimmia che batte i cimbali e causa la morte delle persone rischia di trasformarsi in una cretinata noiosissima, trasposta in film. Praticamente ne verrebbe fuori la versione scema di un Annabelle qualsiasi, con la scimmietta che, di tanto in tanto, ciccia fuori dal buio, a spaccarti le coronarie, uno jump scare dopo l'altro. Perkins, per fortuna, non è così banale e ha cestinato il serissimo soggetto proposto dalla casa produttrice, ben deciso a farne una commedia horror proprio per esorcizzare la consapevolezza che la morte è una delle cose più naturali, casuali e, sì, folli che esistano. Il regista, d'altronde, lo sa bene. Il padre, Anthony Perkins, è morto a 60 anni di polmonite causata dal virus dell'AIDS, la madre è morta l'11 settembre, era una dei passeggeri del volo 11 dell'American Airlines. Direi che Perkins la sua dose di morti "strane" le ha avute, e dopo anni passati a domandarsi il perché di una simile sfortuna, ha scelto di adottare una morale ben più filosofica, la stessa di cui si fa portavoce la serafica mamma Lois del film: quest'ultima balla coi figli dopo i funerali, Perkins ne ride prima, durante e dopo. Se pensate che le arzigogolate trame mortuarie di Final Destination fossero trattate con piglio ironico, dopo aver guardato The Monkey le paragonerete a Bergman e lo stesso racconto breve di King vi sembrerà Leopardiano.


The Monkey
riprende solo l'ossatura del racconto omonimo e l'idea di fondo, assieme ai nomi di alcuni protagonisti (mentre quelli di altri personaggi sono mutuati da alcune opere del Re, a mo' di omaggio). Il piccolo Hal trova una scimmia giocattolo tra i souvenir lasciati dal padre, un pilota d'aerei "buono a nulla" che da tempo ha abbandonato la famiglia e, come nel racconto, la scimmia è dotata del tremendo potere di causare una morte misteriosa ogni volta che la sua chiave viene girata, attivando il meccanismo musicale (un tamburo nel film, al posto dei cimbali, per motivi di copyright). Partendo da questo canovaccio di base, Perkins costruisce una trama fatta di crudeltà immotivate e traumi insanabili, popolata di personaggi che sarebbero stati perfetti all'interno di un episodio di Twin Peaks e che incarnano, anche quelli che compaiono solo pochissimi secondi, l'insensatezza del mondo in cui viviamo. A tutti quelli che non riconoscono Osgood Perkins all'interno di The Monkey, ricordo che, pur essendo molto meno estremi e caricaturali, già i personaggi di Longlegs mostravano caratteristiche "Lynchiane", e l'umorismo nero è sempre stata una cifra stilistica dell'Autore. Qui, Perkins si è ritrovato a calcare molto la mano, ma la trovo una scelta sensata. L'episodio de I Griffin in cui Stephen King propone all'editore una lampada assassina sottolinea ironicamente la passione del Re per i più sciocchi veicoli di morte, espressione della trivialità dell'esistenza e di quell'"oh cazzo!" che ci sorprende quando stiamo per arrivare al capolinea. Se esiste un Dio, e se permette che persone a caso muoiano nei modi più svilenti e stronzi, ha senso anche che una persona traumatizzata dal lutto possa elevare una scimmia giocattolo a divinità del caos, che il nostro destino sia manipolato da uno dei Cavalieri dell'Apocalisse, che un prete non abbia assolutamente idea di cosa dire di fronte all'assurdità di una vita stroncata, comportandosi da scemo. D'altronde, siamo circondati da scemi. A casa, al lavoro, per strada, nei negozi, online, in politica, nei centri di potere. La stupidità, in primis la nostra, è spesso causa di morti insensate, quindi tanto vale riderne, non abbiamo comunque la possibilità di farci nulla.


La volontà di calcare la mano sul grottesco si traduce in morti tremendamente splatter ed effetti speciali volutamente caricaturali, ma non per questo meno validi. Perkins avrà anche realizzato The Monkey con piglio ironico, sicuramente divertendosi come un matto, ma ciò non significa che il film non sia curato dall'inizio alla fine in ogni sua inquadratura, a partire dai titoli di testa vintage; le geometrie e le simmetrie tanto care al regista non mancano, un paio di sequenze oniriche sono assai notevoli e l'uso dei colori e delle luci meriterebbe una seconda e persino una terza visione. Considerato che anche la colonna sonora è molto ironica e particolare (la cosa che vorrei davvero sapere da Perkins è perché abbia usato QUESTA spettacolare, vintaggissima canzone in apertura, colonna sonora di un film indiano chiamato The Great Gambler che, a quanto posso capire, non ha davvero nulla a che fare con l'argomento trattato in The Monkey. So già che amerei la risposta!), l'unico aspetto del film che fa davvero paura, almeno a me, è il sembiante orribile della scimmia, dotata di due espressioni entrambe terrificanti ed occhietti che sembrano volerti scrutare nell'animo prima di ucciderti senza pietà. Invece, il solo difetto che imputo a The Monkey è lo spreco di Elijah Wood, il cui personaggio sopra le righe promette faville ma risulta solo una parentesi weird tra una morte e l'altra. Certo, Ted è l'ennesimo bullo pieno di sé che il povero Hal incrocia sul suo cammino, e senza la sua "minaccia paterna" il rapporto tra il protagonista e il figlio non potrebbe evolversi, ma mentirei se dicessi che non mi sarei aspettata qualcosa in più. Pazienza, è davvero un dettaglio trascurabile all'interno di un film che mi ha divertita oltre misura, e fatta uscire dal cinema piena di gioia nonostante l'argomento trattato. Per me, che sono terrorizzata dalla morte, soprattutto dei miei cari, e che talvolta mi trovo vittima di attacchi di panico al pensiero di non esistere più da un momento all'altro, poterne ridere ed esorcizzarla per un'oretta e mezza è un enorme regalo. Speriamo che The Monkey mi trasmetta a lungo un po' della sua leggerezza fatalista!


Del regista e sceneggiatore Osgood Perkins, che interpreta anche zio Chip, ho già parlato QUI mentre Elijah Wood, che interpreta Ted, lo trovate QUA.

Theo James interpreta Hal e Bill. Inglese, ha partecipato a film come la trilogia di Divergent e serie quali Downton Abbey; come doppiatore, ha lavorato in X-Men '97. Anche produttore, ha 41 anni e un film in uscita. 


Tatiana Maslany
, che interpreta Lois è la She-Hulk titolare del MCU. Se The Monkey vi fosse piaciuto recuperate Tucker and Dale vs Evil e la saga di Final Destination. ENJOY!

venerdì 28 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Body Bags (1993)

La challenge horror oggi ha come tema "film per la TV". La scelta è caduta su Body Bags - Corpi estranei (Body Bags), diretto dai registi John Carpenter e Tobe Hooper nel 1993.


Body Bags
è un po' un cheat, nel senso che era nato come serie antologica per la televisione, ma è diventato un film quando l'emittente Showtime ha deciso di sospendere il progetto. Di un'intera serie sono rimasti dunque tre episodi e una cornice assai simile, per atmosfere e stile, agli intermezzi de I racconti della cripta, dove un "narratore" dall'umorismo assai macabro introduceva l'episodio settimanale. Il narratore, in questo caso, è quello delle grandi occasioni, perché proprio John Carpenter, nei panni di un coroner dedito al consumo di formalina e ben poco schifato dai cadaveri che lo circondano, funge da anfitrione all'interno della cornice del film. Le singole storie esplorano ognuna un sottogenere dell'horror: la prima, The Gas Station, è uno slasher, la seconda, Hair, una commedia nera  virata sui toni surreali alla Twilight Zone, e l'ultima, Eye, un body horror sovrannaturale. Ma andiamo con ordine. The Gas Station, diretto da John Carpenter, è un classico slasher urbano in cui una ragazza, sola in un luogo isolato, è costretta ad affrontare uno spietato killer che cerca di assassinarla, dopo essere stata "snervata" da una serie di incontri con diversi casi umani (il più inquietante dei quali ha il volto di un Wes Craven abbastanza irriconoscibile) e alcune piccole sventure "da distrazione". Un film abbastanza recente, Open 24 Hours, deve moltissimo a The Gas Station, che è un manuale condensato di elementi thriller capace di tenere con il fiato sospeso lo spettatore e, nonostante la sua breve durata, di piazzare anche un plot twist angosciante. Come aperitivo, per così dire, non mi è dispiaciuto, anzi. In tutta onestà, ero tesa come una corda di violino durante la visione.


Più sciocchino e divertente è invece Hair che, come da titolo, parla di capelli. Per citare Elio, quelli del protagonista "sono andati via e non torneranno mai", il che è causa di profondo sconforto, talmente profondo da intaccare persino quella che sembrerebbe una relazione ben avviata. In quanto dotata, al momento almeno, di capelli folti e spessi, il tormento del protagonista e la sua folle vanità mi hanno indotta a ridere spesso, più che a compatirlo, e in effetti l'esilarante interpretazione di Stacy Keach (affiancato da un paio di caratteristi d'eccezione, tra i quali la sempre sexyssima Deborah Harris) accentua la natura grottesca della minaccia horror che gli grava sulla capoccia pelata, una volta fatto ricorso a un "prodigio della tecnica frutto di ricerche e sperimentazioni che ci aiutano nel look". A livello di paura ed effetti speciali (un pochino ridicoli, a differenza di un make-up di prim'ordine) c'è da dire che Hair è l'episodio più debole dei tre, nonostante la regia di Carpenter, ma ha comunque delle implicazioni abbastanza disgustosette per riuscire a strappare qualche brivido, magari agli spettatori meno scafati.


Si torna a fare sul serio con Eye, episodio diretto da un Tobe Hooper in ottima forma (se penso che quell'abominio de Le notti proibite del Marchese De Sade è dello stesso anno di Body Bags mi sento male). Il segmento inizia con una mutilazione terrificante, sbattuta in faccia allo spettatore con degli effetti speciali ottimi, e continua con visioni agghiaccianti che portano lentamente alla follia il giocatore di baseball professionista interpretato da Mark Hamill. Eye è più lungo degli altri due episodi, quindi gli sceneggiatori hanno un po'più di respiro nel dare un minimo di background all'orrore che stravolge la vita di Brent e tratteggiare i protagonisti, il rapporto che intercorre tra Brent e la moglie Cathy e, soprattutto, la loro natura profondamente religiosa; la Bibbia, in particolare, diventa sia veicolo per una rapida follia, sia ultima fonte di salvezza, almeno parziale, perché il tono di Eye è cupo, disperato e tremendamente serio, a differenza dei due episodi che lo hanno preceduto. Un vero peccato che Hooper non si sia tenuto un po' di ispirazione per i successivi lungometraggi della sua carriera, ahimé.


Riassumendo, Body Bags è un piacevolissimo figlio del suo tempo, un horroraccio senza troppe pretese né chissà quali particolarità, salvo l'essere pieno zeppo di belle facce adorate dagli amanti del genere. Non incute particolare paura, soprattutto quando traspare la natura televisiva di un'opera che, in particolare per quanto riguarda Carpenter (si dice che l'estenuante processo di make-up per trasformarlo nel coroner gli abbia fatto passare ogni velleità, ma visto il modo in cui gigioneggia sullo schermo, a me sembra si sia anche divertito!), è sicuramente stata vissuta dai registi come un divertissement e un mezzo per rilassarsi nell'attesa di progetti più seri, ma ho visto cose ben peggiori. Body Bags è l'espressione di una scena horror vivace e divertita, un film "brutto" con il suo perché, un piccolo baluardo di ciò che il nuovo millennio, di lì a poco, avrebbe spazzato via. Agli amici di Notte Horror che dovessero leggere il post, lo consiglio in particolare per l'annuale rassegna estiva, nel caso non lo avessero mai visto o non ne abbiano mai parlato sul blog. Chi non ha idea di cosa stia parlando ma volesse comunque passare una serata non troppo impegnativa davanti alla TV, può trovarlo su Prime Video


Dei registi John Carpenter (che ha diretto gli episodi "The Gas Station" e "Hair", oltre a partecipare come Coroner) e Tobe Hooper (che ha diretto l'episodio "Eye" e compare come medico dell'obitorio) li trovate ai rispettivi link, come anche Tom Arnold (medico dell'obitorio), Robert Carradine (Bill), Wes Craven (Uomo pallido), Peter Jason (Uomo alla pompa di benzina), Sam Raimi (il cadavere di Bill), David Naughton (Pete), George 'Buck' Flower (Straniero), David Warner (Dr. Lock), Deborah Harry (l'infermiera), Mark Hamill (Brent Matthews) e Charles Napier (Manager della squadra di baseball).  

Stacy Keach interpreta Richard Coberts. Americano, ha partecipato a film come Classe 1999, Fuga da Los Angeles, American History X, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac, Machete, Sin City - Una donna per cui uccidere, Cell, Gotti - Il primo padrino e a serie quali L'ispettore Tibbs, Oltre i limiti, Will & Grace, E.R. Medici in prima linea e Due uomini e mezzo. Come doppiatore, ha lavorato in Rugrats e I Simpson. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e un film in uscita. 


Tra le varie guest star segnalo la presenza di Greg Nicotero (l'uomo col cane nell'episodio Hair), la modella Twiggy (Cathy Matthews nell'episodio The Eye) e il regista Roger Corman (Dr. Bregman). A Clive Barker era stato chiesto di partecipare, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Se Body Bags vi fosse piaciuto, recuperate Creepshow, Creepshow 2 e I delitti del gatto nero. ENJOY 

mercoledì 26 marzo 2025

A Different Man (2024)

Nonostante la vittoria di Sebastian Stan ai Golden Globe e una nomination agli Oscar per il miglior trucco, in Italia è stato distribuito solo la settimana scorsa il film A Different Man, diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Aaron Schimberg.


Trama: Edward, affetto da neurofibromatosi, vive nel disgusto del suo aspetto fisico. Decide quindi di cogliere al volo la possibilità di sottoporsi ad un trattamento sperimentale che, nel giro di qualche tempo, gli restituirà un volto normale, privo dei segni della malattia. Ma non sempre la bellezza si accompagna alla felicità...


La visione di A Different Man mi ha messa davanti alla consapevolezza che la mia memoria, ormai, non vale più una cicca, o mi sarei ricordata dell'esistenza di Adam Pearson, presentatore e attore inglese affetto da neurofibromatosi che avevo già avuto modo di vedere in Under the Skin. Oddio, è anche vero che, forse, avevo voluto proprio dimenticare un film che non mi era granché piaciuto, ma il mio cervello l'ha rimosso a tal punto che credevo la trama imbastita da Aaron Schimberg partisse da un'idea horror come tante. Invece, la neurofibromatosi esiste davvero, chi ne soffre deve convivere ogni giorno col volto sfigurato dalla malattia, e giuro che vorrei avere anche solo un briciolo dello spirito di Adam Pearson, io che nemmeno mi guardo allo specchio dopo la doccia per lo schifo che provo davanti al mio fisico meno che atletico. Il che è un po' il discorso su cui si fonda l'intero concetto di A Different Man, ovvero la disperata fuga da ciò che si è e l'incapacità di migliorare ciò che è in nostro potere cambiare, anche quando le circostanze ci favorirebbero. Edward, il protagonista del film, è un attore affetto da neurofibromatosi. Le sue giornate si alternano tra provini per ruoli adatti al suo volto e un'esistenza solitaria all'interno di uno squallido appartamento. Edward, ogni giorno, cerca di essere invisibile, di non richiamare l'attenzione di altri, neppure quando ne andrebbe della qualità della sua vita, quando avrebbe ogni ragione di lamentarsi. Un giorno, a Edward capita quello che succede nelle favole: una fatina buona, incarnata da un dottore spregiudicato, con un colpo di bacchetta magica (leggi: un dolorosissimo mix sperimentale di medicinali) lo rende bello, anzi, bellissimo. Edward dichiara la morte del suo vecchio io, rinunciando anche ai pochissimi legami che era riuscito a creare, e si costruisce una nuova identità, quella di Guy Moratz. A testimonianza di come la natura profonda di Edward non sia cambiata per nulla, basta già vedere il nome generico che si è scelto,"Guy", e il lavoro anonimo come agente immobiliare, in un ufficio dove il protagonista evita ogni rapporto profondo coi colleghi. 


Le cose precipitano quando Ingrid, ex vicina di casa con velleità di sceneggiatrice, dopo la "morte" di Edward decide di mettere in piedi una produzione off-Broadway basata proprio su di lui. Scoperto lo spettacolo per caso, Guy/Edward fa di tutto per ottenere il ruolo di protagonista, arrivando ad indossare la maschera che i medici avevano modellato sulle sue fattezze prima del trattamento. E' un cortocircuito mentale quello di Edward, la consapevolezza che il suo aspetto "bello" lo rende anche anonimo, un volto nella folla, mentre in precedenza proprio la sua malattia lo distingueva dalla massa, per quanto in negativo. Ancora peggio, Edward viene definito dalla neurofibromatosi nonostante la bellezza ritrovata. Prima, la sua condizione era la scusa per un'esistenza infelice, solitaria e grigia; dopo il trattamento, la malattia diventa un segreto impossibile da rivelare che gli avvelena esistenza e sanità mentale, soprattutto dopo la comparsa di Oswald, a sua volta deturpato dalla neurofibromatosi eppure capace di vivere appieno, trasformando la malattia nella ciliegina sulla torta di una personalità scoppiettante e vivace. Aaron Schimberg racconta dunque la storia di un uomo incapace di affermarsi, a prescindere da quali siano i suoi problemi, un uomo privo di un'ancora a cui appigliarsi per non andare alla deriva, e lo fa coi toni grotteschi di una commedia nera e il linguaggio di un body horror. Purtroppo, parte di quelle fregnacce presenti negli imbarazzanti video (de)motivazionali interpretati da Edward sono vere, già solo la vista degli effetti devastanti della neurofibromatosi sconvolgono la nostra percezione di "normale"; inoltre, il fatto che chi è affetto dalla malattia sia nato "sano" e poi abbia perso il controllo del proprio corpo, è la base fondamentale di ogni body horror che si rispetti. Dopo aver visto il film, mi rendo conto che solo The Substance avrebbe potuto battere gli effetti speciali di A Different Man, ma è davvero una bella lotta, visto che sia il trucco prostetico di Edward che i terrificanti step della sua trasformazione in Guy, forniscono materiale da incubo. 


Un'altra caratteristica che rende A Different Man uno dei film più originali e, a parer mio, migliori dell'anno scorso, è la presenza di ottimi attori. Sebastian Stan prosegue nella sua carriera di belloccio in cerca di ruoli che non lo definiscano solo per il suo aspetto (in questo, è assai simile a Dan Stevens, che però ha scelto un percorso ancora più weird) ed è perciò l'interprete perfetto per Edward. Dopo la trasformazione, infatti, sembra quasi che il protagonista sia diventato bello "suo malgrado", e conserva la postura goffa e timida, nonché lo sguardo ferito, che lo caratterizzava prima della sua guarigione, al punto che non si potrebbe mai definirlo "figo". Renate Reinsve continua invece a confermarsi "la persona peggiore del mondo", con un giusto mix di fascino e crudele incostanza che, inevitabilmente, inghiotte tutte le personalità deboli ed insicure, come quelle del protagonista. Un'ambivalenza simile, di attrazione e rifiuto, l'ho provata anche verso il personaggio interpretato da Adam Pearson, e non per il suo aspetto fisico ma perché, molto intelligentemente, la sceneggiatura di Schimberg lo tratteggia come un vincente logorroico e, nonostante Edward non sia perfetto, inevitabilmente adottiamo il punto di vista del protagonista; razionalmente, ammiro Oswald perché ammiro Adam Pearson, ma lasciandomi coinvolgere da ciò che vede e sente Edward, è inevitabile arrivare a percepirlo come un vanesio rompicoglioni e a provare rabbia per la "facilità" con la quale è in grado di vivere bene, a differenza di Edward. Potenza del cinema, con tutto il rispetto per Pearson, ovviamente. Anche per questo motivo, ritengo che A Different Man sia uno dei film migliori presentati agli Oscar di quest'anno, ed è davvero un peccato che non abbia avuto maggior successo durante la Awards Season e, conseguentemente, che sia uscito al cinema in Italia senza la spinta di un'eventuale corsa ai recuperi prima della premiazione. Datemi retta e correte a vederlo, prima che lo tolgano dalle sale, soprattutto se avete la fortuna di averlo proiettato in lingua originale, perché l'accento di Pearson è spettacolare! 



Di Sebastian Stan (Edward), Charlie Korsmo (Ron Belcher) e Michael Shannon (Michael Shannon) ho parlato ai rispettivi link.

Aaron Schimberg è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, ha diretto altri due film, Go Down Death e Chained for Life


Renate Reinsve
, che interpreta Ingrid, era la protagonista de La persona peggiore del mondo. Non avrei scritto quanto segue se non mi fossi detta "ma dai, questo bancone, questa inquadratura, mi sembra di averle già viste": la scena del bar in cui Edward osserva Oswald ed Ingrid è stata girata nello stesso locale visto in Past Lives e, addirittura, Edward è seduto dov'era seduta Nora. Se vi fosse piaciuto A Different Man recuperate The Elephant Man, The Substance e Apri gli occhi. ENJOY! 

martedì 25 marzo 2025

Biancaneve (2025)

Lo so. Avrei dovuto correre a vedere La scimmia, cosa che invece, se tutto va bene, succederà domani. Giovedì scorso, invece, sono andata al cinema per Biancaneve (Snow White), diretto dal regista Marc Webb.


Trama: alla morte del padre, la principessa Biancaneve rimane sola nel castello, al servizio della perfida Regina cattiva. Quando quest'ultima, invidiosa della sua bellezza, decide di farla uccidere, Biancaneve fuggirà nel bosco, dove incontrerà sette nani minatori e un gruppo di ribelli...


Forse voi non ve ne rendete conto, ma sono quattro, dico QUATTRO anni che ce la fanno a fette con questo Biancaneve. Non se lo sarebbe filato nessuno, se non fosse per un'incredibile combinazione di marketing mal gestito, attrici prive evidentemente di uffici stampa che gettavano benzina sul fuoco, fomentando genitori inorriditi all'idea che fosse un film "femminista" (avrebbe dovuto co-sceneggiarlo Greta Gerwig, per fortuna sua non se n'è fatto più nulla) in cui la protagonista "si salva da sola senza l'aiuto del Principe", nani (anzi, persone affette da acondroplasia) che lamentavano di non essere stati consultati, foto di scena prima ripudiate poi tristemente confermate da una Disney che deve aver cambiato la trama in corsa tante di quelle volte da arrivare, alla fine, al risultato più banale possibile. Tranquilli, Biancaneve è sempre la solita solfa. Stavolta, sì, la principessa ambisce all'essere impavida, come erano i suoi genitori, e il suo obiettivo principale è riprendersi il regno, popolato da persone le cui coscienze sono state addormentate da una regina amante del lusso, ma da qui a salvarsi da sola ci passa un abisso. Biancaneve è sempre la solita minchia di mare, e il principe che principe non è, a meno di non intenderlo in senso RobinHoodiano (ci torniamo su sta cosa), le para il culo non una, bensì due volte, nonostante sia poco meno cretino di lei, ci tengo ad aggiungere. Per quanto riguarda i nani, non arriviamo all'orrore che era Biancaneve e il cacciatore, con le facce di attori di altezza "comune" appiccicate su corpi non loro, perché sono stati realizzati aggiungendo un po' di CGI ad un film dove l'unica cosa non creata al computer sono i costumi (forse), ma sono comunque bruttarelli. Cucciolo, in particolare, sembra la versione semovente del ragazzino di Mad Magazine, e la cosa che mi ha sconvolta dalle risate, in tutto questo, è vedere George Appleby messo lì a mo' di contentino, di Ottavo Nano guzzantiano, all'interno del gruppo dei Merry Men ribelli della foresta (che sembrano i protagonisti delle vecchie pubblicità di Oliviero Toscani per la Benetton, ma più straccioni). La storia d'amore, per completisti e nemici del "woke", c'è sempre ed è sempre basata sul nulla, su un paio di canzoncine aggiunte alla bisogna all'interno di una colonna sonora che contiene una marea di inediti di pura derivazione Frozeniana (scritte dagli stessi autori che hanno vinto un Oscar per City of Stars, santo cielo!!) più le canzoni iconiche del Biancaneve del 1937; il risultato è che un film apparentemente leggero diventa una lagna di rara pesantezza, salvato giusto dal numero musicale dedicato alla Regina cattiva e da Impara a fischiettar


Le mille idee trapelate nel corso di quattro anni, in primis quella che voleva i compagni di Biancaneve come creature mitologiche del bosco, sono state spazzate via e ridotte a favore di un'opera che probabilmente annoierà i bambini e che, agli occhi un adulto, sembra incredibilmente puerile. La stessa ribellione di Biancaneve è posticcia, perché la principessa non scappa dal castello spinta dal desiderio di cambiare le cose, ma per il terrore di venire uccisa dalla Regina. Quest'ultima, poveraccia, è scritta su un foglio di carta velina; a parte il fatto di aver messo la figliastra a lavare pavimenti e vietato le sagre paesane, il film non si impegna neppure a fornire un'espressione "visiva" dell'orrore in cui è piombato il villaggio sotto il suo regno. Certo, i paesani vestono coi toni del grigio, ma considerato che nel comparto costumi e props si è andati talmente al risparmio che le pietre preziose e i gioielli sembrano di plastica quanto quelli usati in Descendants, non credo sia una cosa così brutta. E rimanendo in tema di regia, scenografia, ecc. L'unica scelta felice di Marc Webb è un'omaggio iniziale a La casa di Raimi (anche se non si capisce perché gli alberi si vogliano mangiare Biancaneve mentre soldati e ribelli camminano nel bosco come se niente fosse), il resto è un trionfo di leziosità assortite appiccicate a un green screen, sulle quali spiccano i terrificanti animaletti sorridenti che seguono Biancaneve neanche fosse San Francesco, i fiori posticci che cicciano nel bosco e quel trionfo di mal di testa che è la miniera dei nani, finta come una moneta da 3 euro. Passando invece a parlare di attori, almeno di quelli in carne e ossa, Rachel Zegler e Gal Gadot ci credono, si divertono e si vede, gli altri sembrano passare lì per caso. In particolare, il povero Andrew Burnap nei panni del non-principe Jonathan perde il confronto impietoso non solo col Robin Hood di Kevin Costner ma persino con quello di Cary Elwes in Robin Hood un uomo in calzamaglia, film evidentemente presi a modello da Marc Webb ed Erin Cressida Wilson, come dimostrano la fuga dal carcere e il fatto che, durante le scene nel bosco, mi aspettavo di sentire cantare "We are men, we are men in tights!". Per farla breve, Biancaneve non è un film brutto perché woke, inclusivo, irrispettoso, buonista: è un film mediocre perché dà un colpo al cerchio e uno alla botte per quanto riguarda la sceneggiatura, e perché, a livello di regia, fotografia ed effetti speciali, si assesta sui bassi livelli qualitativi tipici delle recenti produzioni Disney (il doppiaggio italiano, per esempio, ci regala un favoloso "affinché lo specchio RISPONDEVA". Ditemi che ho avuto un'allucinazione uditiva). Se penso che, a sei anni, il mio primo film visto al cinema è stato Biancaneve e i sette nani e i seienni di oggi devono accontentarsi di questa robetta, mi viene pena per loro.


Di Gal Gadot, che interpreta la Regina cattiva, ho già parlato QUI mentre Martin Klebba, che doppia Brontolo, lo trovate QUA.

Marc Webb è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 51 anni. 


Rachel Zegler
interpreta Biancaneve. Americana, la ricordo per film come West Side Story, Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente e Y2K. Ha 24 anni. 


Se Biancaneve vi fosse piaciuto recuperate Biancaneve e i sette nani e il Biancaneve di Tarsem. ENJOY!

venerdì 21 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Exhuma (2024)

La horror challenge questa settimana prevedeva la visione di un film in una lingua diversa dall'inglese. Purtroppo, non ho trovato l'opera che avevo puntato, ma mi sono rifatta con Exhuma (Pamyo) diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Jang Jae-hyun.


Trama: una sciamana e il suo assistente vengono contattati da un ricco uomo d'affari per indagare sulla misteriosa malattia del primogenito neonato. Una volta capito che il male nasce dallo spirito inquieto di un antenato, la sciamana contatta un esperto di feng shui e il responsabile di una ditta di pompe funebri per spostare ed esorcizzare il luogo di sepoltura del defunto, scatenando una serie di eventi nefasti...


Di Exhuma avevano detto tutti meraviglie ma, purtroppo, fino alla settimana scorsa non ero riuscita ancora a guardarlo. Ora che l'ho fatto, non posso esimermi dall'unirmi al coro unanime di apprezzamenti, perché Exhuma è uno degli horror più interessanti e, soprattutto, coinvolgenti visti di recente, anche se per un pubblico occidentale non è un'opera facilissima da approcciare. La trama, infatti, è molto radicata nella storia della Corea del Sud, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di sudditanza col Giappone, e anche nelle credenze religiose, nelle leggende e nelle superstizioni sudcoreane. Poco danno, perché sicuramente il film fa venire voglia di documentarsi al riguardo, il che è sempre una cosa positiva, e anche perché, fortunatamente, la trama e i personaggi sono così ben costruiti che la visione risulta comunque molto piacevole. Exhuma racconta uno dei (si suppone) tanti casi di un eterogeneo gruppo di "risolutori" formato da una sciamana, il suo giovane assistente, un esperto di feng shui nonché geomante, e l'amico impresario di pompe funebri. Tutto inizia quando un ricco coreano emigrato in America chiede l'aiuto di Hwa-rim per curare il figlio neonato, afflitto da una misteriosa malattia. La sciamana capisce che il piccolo, così come tutti gli uomini della famiglia ancora in vita, sono stati maledetti da un antenato, incapace di trovare pace nella sepoltura. Chiede così aiuto al geomante Sang-deok, per capire cosa ci sia che non vada nel luogo dove è stato sepolto l'uomo, e il gruppo va ad indagare in una misteriosa foresta popolata da volpi (le volpi, nella cultura giapponese, hanno una fortissima valente magica e spirituale), un luogo di sepoltura dalla chiara natura nefasta. Le azioni di Sang-deok e soci, atte ad esorcizzare il defunto, danno il via, come spesso accade negli horror sud-coreani, ad uno sdoppiamento della trama, per cui un pericolo tutto sommato "facile" da sventare ne nasconde un altro ben più terribile e complesso, che potrebbe anche causare la morte dei protagonisti. In questo caso, il problema di Exhuma è che i personaggi principali sono tutti ugualmente adorabili, ognuno caratterizzato da pregi e difetti che li rendono umani e molto interessanti, al punto che verrebbe voglia di aver tra le mani un'intera serie di film per conoscere il loro passato e come sono arrivati a fare gruppo per risolvere magagne sovrannaturali.


Oltre ad avere un parterre di protagonisti carismatici, che avranno modo di evolvere ulteriormente nel corso del film, Exhuma è molto affascinante, perché presenta una mitologia particolare, basata su rituali e leggende ai quali noi occidentali non siamo avvezzi. Da appassionata del Giappone, ho apprezzato molto che si facesse un confronto tra spiriti sudcoreani, apparentemente più "malleabili" o comunque esorcizzabili con riti sciamanici, e quelli giapponesi che, come Ju-On insegna, non si possono fermare neppure con le cannonate, e sono persino passabili di evolvere in divinità maligne, regolate da complessi equilibri naturali di non facile comprensione. Exhuma è un horror commerciale, che in patria ha fatto sfracelli al botteghino, quindi è "fruibile" anche da chi non tollera opere troppo splatter, sperimentali o paurose. A differenza del nostro horror commerciale medio, però, è incredibilmente curato sotto ogni punto di vista: dagli effetti speciali, mai invasivi e molto ben fatti, alle coreografie dei rituali sciamanici, dalla regia, passando per la bella fotografia, fino ad arrivare agli attori principali.  Choi Min-sik è una garanzia da decenni, lo sappiamo, e il personaggio di San-deok è un equilibratissimo mix di serietà professionale, fragilità umana e tratti faceti ma anche spicci, tuttavia il resto del cast non sta lì per bellezza. Kim Go-eun interpreta una sciamana carismatica e affascinante, e brilla anche nei momenti più drammatici del film, quanto a Lee Do-hyun e Yoo Hae-jin superano lo status di semplici spalle e, con l'umanità imperfetta dei loro personaggi, apportano un equilibrio fondamentale alla riuscita dell'opera. Exhuma è un film che dura più di due ore ma, grazie a tutte queste caratteristiche, scorre con una facilità estrema nonostante la sua natura sibillina per il pubblico occidentale, intrattenendo e spaventando come la versione di lusso delle opere cinematografiche prodotte dalla Blumhouse. Lo trovate a noleggio su quasi tutte le piattaforme italiane, vedete di non fare come me e di recuperarlo il prima possibile! 


Di Choi Min-sik, che interpreta Kim Sang-deok, ho già parlato QUI.


Jang Jae-hyun
è il regista e sceneggiatore della pellicola. Coreano, ha diretto altri due film, The Priests Svaha: The Sixth Finger. 

mercoledì 19 marzo 2025

La città proibita (2025)

Domenica sono andata al cinema a vedere La città proibita, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato dal regista Gabriele Mainetti.


Trama: Mei, originaria della Cina, arriva a Roma per cercare la sorella, costretta a lavorare nel bordello del boss Wang. Marcello, cuoco all'interno del ristorante di famiglia, finisce suo malgrado coinvolto nelle vicende di Mei...


De La città proibita non ho visto neppure un trailer, sono corsa al cinema senza farmi domande, fidandomi del nome di Mainetti, dell'amore provato verso le sue due pellicole precedenti e della consapevolezza che il suo nuovo film avrebbe avuto come tema portante il kung-fu. Se leggete il Bollalmanacco da qualche tempo, sapete bene quanto, pur non essendo un'esperta del genere, adori i film dove le arti marziali e i combattimenti corpo a corpo sono un'aspetto importante della trama. In particolare, impazzisco quando a picchiare come un fabbro ferraio è una donna, e posso assicurarvi che Mei, la protagonista de La città proibita, è una dei migliori "fabbri" che vedrete sul grande schermo. Anzi, mi permetto di fare mie le parole di Lucia, e affermare senza problemi che, al momento, La città proibita è il film migliore del 2025 e faccio davvero fatica ad immaginare, nei prossimi mesi, l'uscita di una pellicola che racchiuda dentro di sé così tanti elementi in grado di risuonare nel mio animo in questo modo. Se ancora ce ne fosse bisogno, Mainetti ha riconfermato la sua incredibile capacità di prendere le caratteristiche tipiche di un genere (il cinecomic, il coming of age contaminato con l'horror e il fantastico, il film di arti marziali) ed immergerlo all'interno del contesto storico-culturale romano, con la Città Eterna che si fa personaggio a tutti gli effetti, sia che il film sia ambientato nel presente, sia in un passato neppure troppo remoto, creando opere originalissime all'interno di un panorama cinematografico nazionale desolante. Non stupisce che le sale siano mezze vuote davanti a La città proibita, uscito a ridosso dell'ennesimo successo a firma Paolo Genovese. Proprio all'interno del film di Mainetti, c'è un interessantissimo discorso imperniato sull'incapacità di evolversi, di accettare il cambiamento, sui tentativi disperati e patetici di lasciare tutto come un tempo e proteggere l'"identità nazionale" dalle influenze multietniche, e il panorama cinematografico italiano è proprio così: pochi "eroi"dalla mentalità aperta, che tentano di far rinascere il cinema di genere in Italia, con un occhio al mercato internazionale e il gusto estetico delle grandi produzioni hollywoodiane o asiatiche, troppi "dinosauri" per i quali cinema equivale o a mattonata autoriale o a trampolino di lancio per comici televisivi, produzioni che ripropongono sempre le stesse storie, con uno stile somigliante alle peggiori fiction RAI, attori cani e velleità autoriali che conquistano solo il pubblico d'élite e i festival. E' una realtà tristissima, soprattutto perché Mainetti fa sembrare tutto così maledettamente facile, con la sua innata abilità di cavare persino il sangue dalle rape, trasformandole in diamanti (non ci credete? Confrontate la performance di Ilenia Pastorelli in Lo chiamavano Jeeg Robot e quella in Occhiali neri, ricordandovi che Dario Argento è storicamente incapace di dirigere gli attori).


E diamanti, ne La città proibita, ce ne sono in abbondanza. Yaxi Liu è al suo primo film come protagonista, dopo anni di carriera come stuntman, e non solo le sequenze di lotta che la vedono coinvolta sono tra le più belle viste di recente in un film occidentale (anche grazie alla supervisione dell'action designer Liang Yang), ma la sua espressività nei panni di Mei è degna di un'attrice consumata. Il film prende il via nella Cina della politica del figlio unico, quando le coppie potevano appunto avere un solo figlio. Mei, nata dopo la sorella Yun, è la bambina da tenere nascosta durante i controlli, costretta ad esistere senza vivere davvero, con l'unico sfogo degli allenamenti quotidiani assieme al padre, legata a Yun da un amore profondo e un odio altrettanto intenso. La sua ricerca della sorella coinvolge, ogni rivelazione e snodo della trama colpisce lo spettatore con l'intensità dei calci e dei pugni della ragazza, ma il core emotivo del film non risiede solo in Cina. Il cast italiano regala allo spettatore una delle interpretazioni più belle di un attore enorme come Marco Giallini, che evolve nel corso del film da weirdissimo comic relief a qualcosa di molto più profondo e fondamentale; l'attore si carica sulle spalle un'ambivalenza difficilissima da tenere in equilibrio, e riesce nell'arduo compito di entrare nel cuore dello spettatore fino a spezzarlo nel prefinale, che mi ha vista piangere in sala senza ritegno alcuno. Quanto a Mainetti, il regista si è ulteriormente raffinato ed evoluto nello stile, cosa che non credevo possibile. Basta solo vedere la prima scena in cui Mei, adulta, va in cerca della sorella, e l'intelligenza con la quale viene mantenuta l'illusione che il personaggio non sia mai uscito dalla Cina, indispensabile veicolo del sorprendente shock culturale quando la porta del ristorante cinese si spalanca su una via dell'Esquilino. Non c'è una sola sequenza raffazzonata in La città proibita, ogni scena è costruita amalgamando alla perfezione luci, ombre, colori, scenografie e minuscoli dettagli, il montaggio confeziona scene di combattimento fluide e chiarissime e la musica, utilizzata con quell'adorabile originalità tipica del regista, è la ciliegina sulla torta. Potrei sproloquiare ancora per una decina di paragrafi su tutti i motivi per cui La città proibita mi sia piaciuto così tanto, ma farei degli spoiler fastidiosi e mi dispiacerebbe, perché ritengo sia un film da godersi con tutto l'ignorante entusiasmo del caso. Andate al cinema a vederlo, vi prego, alzateli quei culi pigri. Non fidatevi di chi, per cieco pregiudizio o antipatia nei confronti di un regista giovane, ambizioso e capace, lo ha stroncato senza appello prima ancora che uscisse, non urlate erroneamente alla "stronzata" solo perché si parla di kung-fu in Italia. C'è tanta di quella passione e competenza, in La città proibita, da poterci rendere orgogliosi di un regista come Mainetti. Andate, e spargete la voce!


Del regista e co-sceneggiatore Gabriele Mainetti ho già parlato QUI. Sabrina Ferilli (Lorena), Marco Giallini (Annibale) e Luca Zingaretti (Alfredo) li trovate invece ai rispettivi link.


Enrico Borello
, che interpreta Marcello, ha partecipato alla serie Supersex, mentre Yaxi Liu, che interpreta Mei, ha lavorato come stuntman in film come Mulan. Se La città proibita vi fosse piaciuto, recuperate Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out! ENJOY!

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