martedì 16 aprile 2024

Monkey Man (2024)

Attirata da un trailer abbastanza zarro, sabato scorso sono andata a vedere Monkey Man, diretto, co-sceneggiato e interpretato dal regista Dev Patel.


Trama: a Mumbai, un uomo senza nome combatte sul ring con una maschera da scimmia. Il suo scopo, però, è la vendetta per una tragedia subita da bambino...


Ben vengano i film di menare! I quali, da John Wick in poi, sono usciti dalla nicchia ignorante in cui erano stati relegati dopo i gloriosi anni '80, per diventare uno dei generi più remunerativi dell'industria, a prescindere che si tratti di robetta divertente e poco tecnica, oppure di drammi più seri con attori, stuntman o registi che ne sanno a pacchi. Dev Patel, per esempio, è cintura nera primo dan di taekwondo, inoltre i suoi genitori hanno origini indiane, forse per questo ha deciso di coniugare la sua conoscenza delle arti marziali e il suo retaggio culturale dando vita a un film di menare profondamente radicato nella cultura indiana, al punto che scrivere questa recensione potrebbe essere un campo minato di ignoranza in materia. Ammetto, infatti, di non conoscere quasi per nulla la sterminata produzione cinematografica indiana, e mi dispiacerebbe parlare, come stanno facendo parecchie recensioni oltreoceano, di John Wick a Mumbai, quando magari i modelli di Patel erano altri; inoltre, ammetto di non sapere nulla dell'India, né delle mille caste, sottoculture, religioni che l'arricchiscono. Per dire che, a un certo punto del film, entrano in gioco gli Hijra, persone transgender e intersessuali (un tempo, anche eunuchi), che vivono in comunità ai margini della società, osteggiate dalla polizia e, in generale, poco riconosciute e rappresentate. Le comunità Hijra mi erano completamente sconosciute fino a domenica, e Monkey Man mi ha aperto letteralmente un mondo, ma l'intera figura del protagonista è basata sulla leggenda della divinità Hanuman, ci sono parecchi rimandi alle disparità della società indiana, e altri elementi folkloristici che un'occidentale ignorante come me rischia di lasciar cadere come mere note di colore, invece chissà quali significati hanno. Questo per dire che il problema di Monkey Man è quello di risultare un mero rip-off di John Wick per questioni superficiali di apparenza e stile, e che fuori da un contesto un po' meno ignorante si potrebbe apprezzare maggiormente la storia di vendetta e riscatto (già sentita e vista mille volte) che costituisce il canovaccio della sceneggiatura. Non che non si possa godere del film anche così, ci mancherebbe. Vedere un tizio incazzatissimo fare giustamente a pezzi chi ha condannato ad una fine indegna la madre e il luogo paradisiaco dov'è cresciuto  può far solo che bene, e se in mezzo ci sono della tamarreide e un allenamento fisico/mistico per diventare un super uomo-scimmia, ancora meglio.


A proposito di fisico "mistico", Dev Patel è tanta roba. Non me ne voglia Keanu Reeves, ma il nostro ha la fisicata d'ordinanza e si muove bene, non si può negare, benché forse la gamma espressiva richiesta dal personaggio del Monkey Man titolare non richiedesse le doti attoriali di Patel, maggiormente apprezzabile in altri ruoli. Diciamo che, a un certo punto, mi sono ritrovata come gli Hijra ad applaudire davanti agli allenamenti a suon di musica del protagonista, e non solo per la scelta interessante di ritmare i colpi in base alla cadenza dello strumento (altra scelta musicale che ho molto apprezzato, al di là di una colonna sonora che mescola roba tamarrissima a melodie che mi aspetterei in un film di Bollywood, è l'uso improprio di un coltello mentre nell'ascensore risuona Anna dai capelli ross.. ehm, Rivers of Babylon). Quello che contesto a Patel, attore, sceneggiatore e regista, è proprio il modo in cui utilizza la macchina da presa. Anche il montaggio isterico ha le sue colpe, per carità di Dio (che va bene essersi fatti due palle tante con Priscilla ma per poco non mi veniva da vomitare guardando Monkey Man), però quello che salta all'occhio è il fatto che Patel abbia scelto di non utilizzare nemmeno una singola inquadratura centrata. Ogni immagine del film prevede che il soggetto della stessa non sia mai centrale, ma appena un po' scostato verso destra, sinistra, o addirittura con la faccia tagliata in basso, oppure leggermente sfuocata, in ombra, nascosta nello sfondo, persa in visioni mistiche, quello che volete. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa e chiedere se c'è un'immagine che mi è rimasta impressa direi di no, perché l'impressione generale che ho avuto di Monkey Man prima che cominciassi ad avere fastidio agli occhi causa sovraccarico sensoriale è quella di un'ipercineticità portata all'estremo. Un difetto forse trascurabile, ma che mi costringerà, prima o poi, a riguardare il film per essere certa di avere colto tutte le cose importanti. Nel frattempo, io ve lo consiglio, chissà che non vi venga voglia, dopo la giusta dose di botte, di imparare anche qualcosa sull'India e la sua variegatissima cultura!


Di Dev Patel, che è regista, co-sceneggiatore della pellicola e interpreta il protagonista senza nome, ho già parlato QUI, mentre Sharlto Copley, che interpreta Tiger, lo trovate QUA.


Se Monkey Man vi fosse piaciuto, recuperate la saga di John Wick. ENJOY!

venerdì 12 aprile 2024

Omen - L'origine del presagio (2024)

Dopo l'abbuffata di "Presagi" sono andata ovviamente a vedere Omen - L'origine del presagio (The First Omen), diretto e co-sceneggiato dalla regista Arkasha Stevenson.


Trama: nel 1971, la novizia Margaret si trasferisce in un convento di Roma per prendere i voti. Lì si ritroverà invischiata in un complotto per fare nascere l'Anticristo...


Finalmente si è concluso questo mese a base di presagi. In tutta onestà, non poteva finire meglio. Dopo la qualità calante dei sequel de Il presagio, film entrato giustamente a fare parte della storia del genere cinematografico "satanico", questo prequel è stata una boccata d'aria fresca. La cosa è paradossale, potete immaginare perché. The First Omen racconta tutto ciò che conduce all'inizio de Il presagio, quindi sappiamo già come andrà a finire, cioè male, e chi si è da poco immerso nella saga, come me, potrebbe farsi persino un'idea chiara di come e per chi andrà a finire male più o meno dalle prime scene. Non che sia un problema visto che, salvo un paio di incongruenze/forzature e qualche "maccosa", la trama di The First Omen è coinvolgente e interessante. Protagonista è Margaret, novizia americana che si trasferisce a Roma per prendere i voti e viene accolta all'interno di un orfanotrofio per sole bambine. Fin dall'inizio, l'esperienza di Margaret non è tutta rose e fiori: la madre superiora ha un cuore decisamente arido e poco cristiano, una bambina in particolare viene ostracizzata e tenuta separata dalle altre, tremende visioni del passato tornano a perseguitare la novizia e c'è anche il disagio di avere una compagna di stanza decisa a sperimentare piaceri molto terreni prima di indossare per sempre il velo. In generale, ciò che si percepisce di Margaret è uno stato di confusione, solitudine e spaesamento, dettato dapprima dal doversi adattare ad un Paese sconosciuto (il pout-pourri linguistico del film sarebbe molto interessante ma, ahimé, l'adattamento italiano ha dato una bella piallata in tal senso) e poi da eventi sempre più inquietanti che accrescono la diffidenza della protagonista e, parallelamente, anche la sua forte volontà di decidere del proprio destino. Nonostante, infatti, il punto di vista di The First Omen sia prevalentemente femminile, il film parla di una femminilità schiacciata e violata a più riprese, sfruttata da un sistema ecclesiastico governato ovviamente da uomini, dove le donne non sono solo serve/spose di Dio, ma anche sottoposte alle decisioni degli alti prelati. Come già nel Presagio originale, la Chiesa ci fa una ben magra figura, o mostrando una debolezza isterica (sono sempre dell'idea che se Padre Brennan la smettesse di terrorizzare il prossimo coi suoi modi da matto, il Maligno avrebbe meno possibilità) o qualcosa di ancora più oscuro, che nel primo film era stato giusto accennato (sì, negli anni '70 si parlava di satanisti, ma mi sono sempre chiesta perché nella nascita di Damien fossero coinvolti anche dei preti e delle suore) e che qui diventa fulcro stesso della trama, eliminando la nozione di "satanismo".


Rimanendo in tema "violazione della femminilità", The First Omen ha delle sequenze agghiaccianti assimilabili al body horror (un paio delle quali farebbero passare la voglia di partorire persino alla più fervente mamma pancina) che sono poi quelle più originali, riuscite e distanti dai necessari omaggi riaggiornati a Il presagio. Arkasha Stevenson, che si è fatta le ossa con serie interessanti e "visionarie" come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia, dimostra di avere occhio per le atmosfere che richiamano l'horror anni '70 e non le scimmiotta, bensì le riporta in vita con gli stessi colori, la stessa morbidezza ed eleganza, spingendo lo spettatore a temere non solo quello che potrebbe nascondersi nel buio, ma anche ambienti familiari, in primis una città turistica come Roma. La sequenza che ho preferito è quella in cui il focus della cinepresa si allarga fino a mostrare come le luci che circondano Margaret siano posizionate in modo da rappresentare un viso demoniaco che la inghiotte, ma non è l'unico tocco di raffinatezza; tutto il film richiama alla mente capolavori come Suspiria, in particolare per l'uso del sonoro (per non parlare di quando esplode, prepotentissimo, lo score di Jerry Goldsmith nella scena clou. Non so se mi ha causato più brividi di gioia quello oppure Rumore della Carrà), mentre Possession viene esplicitamente citato poco prima del finale. A tal proposito, Arkasha Stevenson dimostra di sapere anche scegliere bene gli attori. Nell Tiger Free non è solo bellissima, ma anche brava nell'esprimere il tormento e la forza di Margaret, oltre a prestare il corpo ad un paio di scene disgustose, ma in generale tutto il cast di supporto è formato da facce espressive ed inquietanti, con menzione d'onore per Maria Caballero, la quale sul finale è talmente bella e solenne da mozzare il fiato. L'unica cosa che non ho granché apprezzato di The First Omen è l'apertura verso potenziali spin-off della serie, che manda un po' in vacca l'impressione di avere davanti un'opera curata e realizzata con passione, non con l'intento di fare soldi a palate gabbando, in futuro, gli spettatori babbei. E' vero che produce Disney, e che la malvagità della Casa del Topo supera quella di Damien, ma per stavolta spererei che i presagi finiscano in gloria, con questo bel prequel.


Di Ralph Ineson (Padre Brennan), Charles Dance (Padre Harris) e Bill Nighy (Cardinale Lawrence) ho parlato ai rispettivi link. 

Arkasha Stevenson è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto episodi di serie come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia. E' anche produttrice. 


Nell Tiger Free
interpreta Margaret. Inglese, ha partecipato a serie come Il trono di spade e Servant. Ha 25 anni. 


Sonia Braga
, che interpreta Sorella Silva, era la protagonista de Il bacio della donna ragnoOmen - L'origine del presagio è il prequel de Il presagio quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate almeno il primo film, visto che il resto della saga non è proprio un capolavoro! ENJOY!

mercoledì 10 aprile 2024

Priscilla (2023)

Mercoledì sono andata a vedere Priscilla, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dalla regista Sofia Coppola a partire dall'autobiografia Io ed Elvis di Priscilla Presley.


Trama: cronaca dell'amore tormentato tra la giovanissima Priscilla Beaulieu e il famoso Elvis Presley.


Per parafrasare l'Elvis del film: "non sei tu, è che io...". E' che io, a 43 anni, probabilmente mi sono rotta le scatole di vedere film dalla confezione perfetta che, per tutta la loro durata, ribadiscono un unico concetto, ricamandoci sopra sfruttando sequenze e dinamiche sempre uguali. E' che io probabilmente non mi sono ancora ripresa dagli Oscar di quest'anno. E' che io, Sofia mia dolce, ti voglio bene al punto da aver amato anche Bling Ring, inviso credo persino ai tuoi parenti, ma stavolta non posso fare finta di niente, continuando a subire per amore senza mai dirti una parola di biasimo. A 43 anni, mi dispiace, mi tocca prendere le valigie e andarmene, canticchiando I Will Always Love You di Dolly Parton. Ma, ripeto, non sei tu. Il tuo modo di raccontare lo spleen dell'esistenza è sempre lo stesso: malinconico ed elegante, con le tue protagoniste all'apparenza tanto fragili che basterebbe un soffio per spezzarle, che nascondono tuttavia una tempra d'acciaio, la solida volontà di seguire il loro cuore, anche se ciò può nuocere. La solitudine, anche nella ricchezza e nel lusso, della tua Priscilla, richiama quella dell'amata Maria Antonietta, un'altra sposa bambina ritrovatasi suo malgrado sotto i riflettori e costretta ad inghiottire lacrime di infelicità, lei che voleva solo l'amore e la spensieratezza. Quella fotografia soffusa, che ammorbidisce i contorni di una realtà dolorosa e, allo stesso tempo, la rende poco chiara, filtrata da un velo quasi onirico, non impedisce allo spettatore di cogliere tutti gli importantissimi dettagli legati al lusso, alla moda, al trucco, al parrucco, agli accessori, quelle piccole cose materiali che rendono la vita più sopportabile e spesso ci abbagliano fino a farci sbagliare strada; la colonna sonora, vintage ma moderna, con canzoni che accompagnano Priscilla nella gioia di essere la "Venere" che ha fatto perdere la testa ad Elvis, la cullano nell'illusione d'amore, e infine la portano a schiantarsi contro la dura personalità di un uomo complicato ed egoista, sempre pronto a farle richieste impossibili (Dolly Parton avrebbe voluto che I Will Always Love You la cantasse proprio Elvis, ma le pretese assurde del Colonnello Parker l'hanno portata a rifiutare). Non sei tu, ripeto, che hai scelto la bravissima Cailee Spaeny per inorridire lo spettatore con un rapporto che nasce già "strano", filtrato dagli occhioni innocenti di una ragazzina acqua e sapone desiderata da un uomo all'apice del suo successo e, in seguito, plasmata secondo i canoni di bellezza di Elvis, costretta a diventare donna prima del tempo pur vedendosi negare la conferma di essere matura per una relazione fisica.


Sono io, va bene? Sono io. Io che, all'ennesima inquadratura di Priscilla truccatissima, piccola e sola all'interno dell'immensità di Graceland, ti dico "ho capito. Ha tutto quello che una ragazzina della sua età vorrebbe avere ma è sola, terribilmente sola, però non ha il coraggio di tornare alla vita di prima perché comunque è innamorata di Elvis. Passiamo oltre: come affronterà quest'empasse?". La risposta è un numero imprecisato di sequenze in cui Priscilla cerca di risvegliare il desiderio sessuale di Elvis in camera da letto, con lui che, ogni volta, la rifiuta (arrivando, a un certo punto, persino a ricordare un'involontaria  - spero - parodia del finale di Frankenstein Junior). "Ho capito. Elvis era uno stronzo manipolatore, vittima di stronzi ancora più manipolatori di lui che, però, in questo film che si intitola Priscilla vengono soltanto nominati oppure mostrati di striscio, anche perché c'è già Elvis di Baz Luhrmann a dare un quadro chiaro della situazione. C'era un altro modo di far passare il concetto, diverso dall'alternare scatti di violenza ad avance sessuali rimandate al mittente, evitando così l'effetto barzelletta?". Al netto della mia intelligenza, della sensibilità individuale e anche della disposizione d'animo contingente, in tutta onestà questo Priscilla non mi ha smosso altro che un'enorme perplessità (per non dire di peggio) relativamente alle radici del sentimento di Elvis verso la bambolotta che è riuscito a manipolare per parecchi anni sfruttandone la giovanissima età. Quanto alla protagonista, rimane la tristezza davanti alla sua gioventù perduta e ai sogni infranti, ma dico anche che ho trovato il film molto superficiale nel tratteggiare ciò che si cela nell'animo di Priscilla, al punto da arrivare a chiedermi perché mai a qualcuno dovrebbe interessare un film che racconta la noia di giornate tutte uguali passate ad attendere con pazienza, quando forse poteva essere più illuminante concentrarsi su ciò che è successo a Priscilla dopo la fuga dalla prigione dorata di Graceland. Ciò detto, Sofia, io non smetto di volerti bene. Ci risentiamo al tuo prossimo film!


Della regista e co-sceneggiatrice Sofia Coppola ho già parlato QUI mentre Jacob Elordi, che interpreta Elvis, lo trovate QUA.

Cailee Spaeny interpreta Priscilla. Americana, ha partecipato a film come 7 sconosciuti a El Royale, Vice - L'uomo nell'ombra e How It Ends. Ha 26 anni e un film in uscita, Alien: Romulus


Se Priscilla vi fosse piaciuto recuperate Marie Antoinette, Elvis e Spencer. ENJOY!


martedì 9 aprile 2024

Omen - Il presagio (2006)

Potevo non concludere il recupero dedicato alla saga di Damien Thorn con Omen - Il presagio (The Omen), diretto nel 2006 dal regista John Moore?


Trama: poiché suo figlio è nato morto, l'ambasciatore Robert Thorn si fa convincere a sostituirlo, all'insaputa della moglie, con un altro bimbo nato lo stesso giorno. Il piccolo Damien cresce finché, a cinque anni, comincia a risultare evidente che è legato a qualcosa di oscuro... 


Che dire di questo Omen - Il presagio, se avete già visto e conoscete Il presagio del 1976? Nulla, in effetti, perché il film di Richard Donner non è una di quelle opere invecchiate male, che avrebbero bisogno di una rinfrescata. Non a caso, il film di John Moore non riaggiorna proprio nulla, a partire dalla storia. La vicenda di Robert Thorn e delle conseguenze della sua sventurata scelta dettata da amore paterno, proseguono identiche a quelle dell'originale, salvo per un'introduzione che riprende una delle idee di Conflitto finale (ci sono scienziati e preti spaventati davanti all'avvento di una cometa anormale e, sul finale, il Papa non reagisce benissimo al fato di Damien) e qualche piccolissimo aggiustamento a livello di morti, grazie anche ai mezzi sicuramente diversi da quelli del 1976. Per parlare al meglio di Omen - Il presagio dovrei dunque mettermi nei panni di chi non ha mai visto Il presagio, e in quel caso direi che le atmosfere angoscianti dell'originale vengono mantenute, in particolare l'equilibrato senso di ineluttabilità che condanna i protagonisti fin dalla prima inquadratura; dico "equilibrato" perché, nei seguiti, si è optato per il ricorso ad un aiuto demoniaco troppo pesante e sfacciato, mentre la sceneggiatura di Omen - Il presagio e del suo capostipite stanno ancora bene attente a veicolare un minimo di incertezza relativamente alla natura sovrannaturale delle varie morti e a quella demoniaca del bambino. Giusto per venire incontro a un gusto più moderno, nel remake sono stati introdotti incubi e visioni che mancavano nel capostipite, per il resto è davvero difficile trovare le differenze tra i due.


A livello di messinscena, John Moore ha cercato una propria cifra stilistica, pur contraendo un enorme debito con Il sesto senso di Shyamalan, uscito quasi dieci anni prima. Il colore di Damien, infatti, è il rosso, una tinta che si manifesta prepotente con abiti, oggetti o dettagli, nel momento in cui qualcosa di sovrannaturale oppure orribile sta per accadere. L'utilizzo del rosso è l'unica particolarità di un film elegante e pulito, dove l'ingerenza della CGI si fa sentire solo nelle sequenze ambientate a Subiaco, abbastanza farlocche non solo per la scelta di scurire tantissimo la fotografia ma anche per quella terrificante ed inutile nevicata davanti all'improbabile chioschetto con sopra scritto "Rinfresco" (tolto questo dettaglio, si vede già dalle campagne che lì i protagonisti non sono in Italia, bensì in Croazia). Quanto agli attori, bisogna riconoscere che i protagonisti del 1976 avevano una raffinatezza e un'eleganza congenita che quelli moderni si sognano, e che Harvey Stephens era un pargolo ben più cattivo e terrificante di questo moccioso mogio. A parte questo (forse perché lo ritengo un uomo bellissimo), Liev Schreiber è un protagonista valido che riesce a trasmettere tutto l'amore provato dal personaggio verso la moglie e il dolore incredulo di chi si ritrova tra le mani il figlio del demonio, e Mia Farrow nei panni di Mrs. Baylock fa molta più paura dell'originale, anche quando si presenta per la prima volta ai Thorn, e non credo fosse perché conoscevo già la natura folle della sua bambinaia. Agli amanti di Harry Potter, inoltre, farà piacere sapere che il professor Lupin e il secondo Silente sono della partita, il primo con una presenza consistente e attiva, il secondo con una comparsata di pochi minuti, che forse avrebbero potuto aumentare con un sequel che non è mai stato girato. Nel complesso, rispetto alla caduta libera dei seguiti, Omen - Il presagio è stato una visione gradevole, ma non comprendo granché l'utilità di una copia carbone di un film che ha fatto la storia del genere.


Di Liev Schreiber (Robert Thorn), Giovanni Lombardo Radice (Padre Spiletto), Julia Stiles (Katherine Thorn), David Thewlis (Keith Jennings), Pete Postlethwaite (Padre Brennan) e Michael Gambon (Bugenhagen) ho parlato ai rispettivi link.

John Moore è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Die Hard - Un buon giorno per morire. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 54 anni. 


Mia Farrow
interpreta Mrs. Baylock. Americana, ex compagna di Woody Allen (ma è stata sposata anche con Frank Sinatra), la ricordo per film come Rosemary's Baby, Il grande Gatsby, Assassinio sul Nilo, Zelig, Supergirl - La ragazza d'acciaio, La rosa purpurea del Cairo, Hannah e le sue sorelle, Radio Days, Crimini e misfatti, Ombre e nebbia e Be Kind Rewind. Ha 79 anni. 


Harvey Stephens
, il Damien de Il presagio, compare nei panni di un giornalista. Il ruolo di Katherine Thorn era stato inizialmente offerto a Rachel Weisz, che ha rinunciato perché in stato di gravidanza, mentre altre attrici in lizza erano Laura Linney, Hope Davis ed Alicia Witt; per il ruolo di Robert Thorn, invece, erano stati fatti i nomi di Pierce Brosnan e Jim Carrey. Se il film vi fosse piaciuto recuperate almeno Il presagio, di cui è il remake. ENJOY!

venerdì 5 aprile 2024

Omen IV: Presagio infernale (1991)

La follia mi ha colta. Siccome ieri è uscito il prequel de Il presagio, ho deciso di riguardare tutta la saga e, per tutta, intendo anche una schifezza come Omen IV: Presagio infernale (Omen IV: The Awakening), film per la TV diretto nel 1991 dai registi Jorge Montesi Dominique Othenin-Girard.


Trama: una coppia senza figli adotta una neonata che, crescendo, comincerà a mostrare comportamenti inquietanti...


Erano davvero anni che non guardavo un film brutto come Omen IV: Presagio infernale, orribile anche per gli standard di un prodotto televisivo. Non è un caso se il quarto capitolo della saga, che avrebbe dovuto essere l'inizio di un revival televisivo dopo 10 anni dall'ultima "avventura" di Damien, è stato il chiodo definitivo nella bara della serie, perché non c'è nulla di salvabile in questo film TV tranne gli omaggi alle musiche di Jerry Goldsmith e l'interpretazione di Michael Lerner. Quest'ultimo aveva evidentemente capito di stare partecipando a una vaccata, perché il suo investigatore privato è incredibilmente caricaturale e divertente, con un campionario di facce buffissime a sottolinearne la comprensibile perplessità. Il resto si alterna tra noia, bruttezza e stupidità. In quest'ultima "categoria" si inserisce una trama che, oltre ad introdurre la sconcertante nozione di fetus papyraceus (sfruttata, a onor del vero, in modo anche troppo perverso per un'opera televisiva), sfrutta le religioni alternative come mezzo per contrastare il demonio. Quest'ultima idea sarebbe anche interessante, non fosse che la cultura new age rappresentata nel film sembra uscire dritta da un numero di Cioè, tanto è superficiale e confusa; inoltre, per non farci mancare nulla, i realizzatori hanno inserito anche una sorta di critica alle sette estremiste, una parentesi folkloristica a base di matti e serpenti che, nell'economia della storia, conta quanto il due di coppe a briscola. Stavolta non si è riusciti nemmeno a veicolare l'idea di una protezione satanica a vigilare sulla progenie del demonio, né di una rete capillare di adoratori difficili da scovare, due elementi che esistono, certo, ma che non rimangono per nulla impressi. Ciò che rimane impresso, ahimé, è la bruttezza rara della piccola protagonista, sulla quale potrei, signorilmente, stendere un velo pietoso, ma lo sapete meglio di me che infierire è molto più divertente. 


Messa vicino all'inquietante patatino dagli occhi di ghiaccio, l'adolescente che non faceva paura nemmeno per sbaglio ma almeno non era mostruoso e il pargolo in odore di autismo maligno del remake, Delia fa paura per i motivi sbagliati. La povera ragazzina scelta per il ruolo, probabilmente, non aveva idea di come veicolare la sgradevolezza di esser figlia del maligno, quindi ha deciso di assumere una perenne espressione da peppia, da bambina da prendere a schiaffi 24/7, col mezzo sorrisetto a fior di labbra di chi ti prende per il culo e l'odio negli occhi perché non le hai comprato l'uovo di Pasqua della Ferragni, in più è davvero brutta, poverina, di quella bruttezza che ti fa venire voglia di prenderla e portarla all'interno del consiglio direttivo di un'azienda per vedere quanto possono arrivare a deriderla. Più volte, durante le sue improvvise apparizioni, ho sedato bestemmie a fior di labbra (il che, forse, ha reso felice il demonio, quindi obiettivo raggiunto!), ma proprio per lo schifo di vederla, non tanto per i jump scare, di cui, neanche a dirlo, il film difetta. Essendo un prodotto per la TV, Omen IV manca anche di qualsiasi goccina di sangue o morte a effetto e, a parte la mocciosa protagonista, l'orrore nasce dalla generale sciatteria dell'operazione, da attori incapaci, da un'aura anni '90 talmente forte che mi sono ritrovata addosso la roba della Energy senza nemmeno accorgermene,da una tristezza annullata solo dal pensiero che, per una volta, il pubblico ha condannato l'operazione senza possibilità di appello. Prego (a questo punto, però, non so chi) che Omen - L'origine del presagio non sia altrettanto brutto o scoppierò in cocenti lacrime in sala, pronunciando a più riprese il nome di Delia invano.

Jorge Montesi è il co-regista della pellicola. Cileno, ha diretto episodi di serie quali Alfred Hitchcock presenta, Venerdì 13, I viaggiatori delle tenebre, Highlander, Oltre i limiti, Relic Hunter. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni.


Dominique Othenin-Girard
è il co-regista della pellicola. Svizzero, ha diretto il film Halloween 5 - La vendetta di Michael Meyers. Anche sceneggiatore e produttore, ha 66 anni. 


Il regista Jorge Montesi è subentrato a Dominique Othenin-Girard quando quest'ultimo ha abbandonato la produzione senza portare a termine il lavoro. Don S. Davis, che interpreta Jake Madison, era il maggiore Briggs della serie Twin Peaks. Omen IV è stato per molto tempo l'ultimo film della serie dopo Il presagio, La maledizione di Damien e Conflitto finale, ma se volete c'è anche il remake del 2006, di cui dovrei riuscire a parlare nei prossimi giorni. ENJOY!

mercoledì 3 aprile 2024

Conflitto finale (1981)

Domani dovrebbe uscire al cinema Omen - L'origine del presagio, e io ho avuto l'idea di rivedere la saga dall'inizio. All'appello, sul blog, mancava solo Conflitto finale (The Final Conflict), diretto nel 1981 dal regista Graham Baker.


Trama: l'Anticristo Damien Thorn è cresciuto ed è diventato capo del gruppo industriale ereditato dal padre e dallo zio. Tutto sembra andare a gonfie vele, finché non arriva il giorno del nuovo avvento di Cristo...


Della saga iniziata nel 1978 con Il presagio ricordavo benissimo il primo film, bello ancora oggi, avevo completamente rimosso il secondo (al punto che non ricordavo nemmeno di averne parlato sul blog) mentre questo Conflitto finale non l'avevo mai visto. C'è poi anche il film per la TV Omen IV: Presagio infernale, ma con tutti gli horror interessanti che stanno cicciando fuori grazie al "pensiero laterale" non ho molta voglia di recuperarlo. Senza guardare troppo al futuro incerto, concentriamoci su Conflitto finale. E' il tipico horror minore dell'epoca, senza grandi elementi che possano farlo ricordare per più di un paio di settimane. A livello di trama è abbastanza cretino o, per essere più precisi, lo è a livello di personaggi. Damien Thorn, che avevamo lasciato nel film precedente come adolescente consapevole della sua natura di Anticristo, qui è un thirtysomething all'apice della sua carriera affaristica e politica, pronto a fare piombare il mondo nel caos (come, non è mai dato sapere di preciso, i piani del protagonista sono un po' nebulosi o somigliano un po' troppo alla "normale" politica americana, alla faccia della banalità del male), e fin qui nulla di strano o sbagliato. All'inizio del film vengono ritrovati i sette famosi pugnali che sono l'unica arma in grado di fare fuori Damien; l'ordine religioso a cui vengono consegnati, invece di ingaggiare John Wick, decide di affidarli a sette preti/frati scappati di casa, tutti dotati dell'astuzia di una volpe, i quali probabilmente pensano che il figlio dell'Anticristo stia lì solo a far figura, visti i modi baldanzosi e ridicoli con cui cercano di fregarlo per piantargli il pugnale nella schiena. Inutile dire che chiunque si opponga a Damien, come già accadeva nel secondo capitolo, fa una fine ingloriosa, ma questi preti in particolare vincono il premio per gli approcci più fessi della storia dell'horror (lasciamo stare i tre che provano a ucciderlo con un arzigogolo degno di James Bond, ma il demente solitario che fa l'equilibrista sulle travi dello studio televisivo e l'imbelle che lo affronta in sella a un cavallo evidentemente pensavano di dovresti confrontare con Sbirulino, o non si spiega la mancanza di cautela). A questa sagra della goffaggine si aggiungono i ben più terribili e riusciti tentativi di eliminare i neonati che potrebbero essere la reincarnazione di Cristo, l'aspetto più inquietante e cattivo del film, e un filarino con una giornalista con figlio inespressivo a carico, quest'ultimo più che pronto a giurare fedeltà a Damien e farsi plagiare l'animo implume dal demonio.


Il problema di Conflitto finale è più o meno lo stesso di La maledizione di Damien. Lo spettatore sa benissimo che il protagonista è dotato di poteri semi-divini ed aiutato da papino che lo guarda da laggiù, quindi non c'è la minima suspence quando qualcuno cerca di ucciderlo, anzi, viene un po' da ridere per i modi esagerati con cui i suoi oppositori ci lasciano la pelle. Tra l'altro, Graham Baker non voleva realizzare niente di troppo esplicito e l'unica scena soddisfacente e gore è quella dell'allucinante suicidio dell'ambasciatore inglese (tra l'altro, anche lì, perché crearsi una trappola da fare invidia a Phibes quando bastava spararsi un colpo in testa?), il resto viene lasciato all'immaginazione dello spettatore oppure reso nella maniera più piatta possibile. Gli unici momenti di vera tensione, durante i quali si percepisce l'influenza di un demonio effettivamente in grado di inghiottire il mondo in un delirio di sangue e caos, è quando le inquadrature indugiano su poveri pargoletti in fasce per poi staccare su persone all'apparenza innocue come infermiere, boyscout e mamme, in un'atmosfera malata che ricorda un po' Il male di Dylan Dog. Sugli attori meglio stendere un velo pietoso. Fortunatamente, Sam Neill (che tuttavia inserisce la sua performance nel novero degli errori/orrori di gioventù) è abbastanza bello e carismatico da rappresentare un Damien convincente, nonostante i dialoghi talvolta imbarazzanti che gli hanno messo in bocca e i momenti in cui il protagonista interagisce con una statua di Cristo dallo sguardo talmente triste che parrebbe quasi pensare "ma chi me l'ha fatto fare di partecipare a questo film?". Le inquadrature degli occhi da San Bernardo della statua mi hanno fatto sbellicare dalle risate un paio di volte, lo ammetto, ed è per questo che non posso voler male al 100% a Conflitto finale, un film che prende la sua stessa stupidità dannatamente sul serio. 

 

Di Sam Neill, che interpreta Damien Thorn, ho già parlato QUI.

Graham Baker è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Alien Nation. Ha 86 anni.


Durante le riprese, Sam Neill e Lisa Harrow, che interpreta Kate Reynolds, hanno avuto una relazione da cui è nato un figlio, Tim Neill. Il film è il terzo film della serie Il presagio (preceduto da Il presagio e La maledizione di Damien) ma non è l'ultimo, perché nel 1991 è uscito il film per la TV Omen IV: Presagio infernale. Se siete amanti della completezza recuperateli e aggiungete il remake del 2006! ENJOY!

martedì 2 aprile 2024

Saltburn (2023)

Con la mia solita, bradipesca lentezza ho recuperato il film che a Natale era sulla bocca di tutti, ovvero Saltburn, diretto e sceneggiato nel 2023 dalla regista Emerald Fennell.


Trama: Oliver è una matricola che fatica ad integrarsi ad Oxford in virtù del suo aspetto dimesso e delle sue origini umili. Nonostante ciò, riesce comunque a fare amicizia con Felix, ricco ragazzo da cui è affascinato, e a passare l'estate nell'enorme tenuta della sua famiglia. Ma non è tutto oro quello che luccica...


Saltburn è uno di quei film che, grazie al passaparola, è diventato conosciuto (almeno di fama) persino tra chi non bazzica il cinema, anche perché le iperboli si sono sprecate: chi ha parlato di capolavoro assoluto, chi di assoluta porcata, con entrambe le fazioni impegnate a darsi addosso nei vari gruppi Facebook. Pomo della discordia, in particolare, sono state le scene "disturbanti" che hanno scioccato più di uno spettatore, col risultato di bollare Saltburn come un abominio perverso o, viceversa, come un'opera geniale che sbatte in faccia ai benpensanti/puritani/beghini un po' di sano disgusto. Come spesso accade, io mi pongo nel mezzo. Ridurre Saltburn a quelle quattro scene "scandalose" (le ho contate, sono proprio 4: il sogno erotico di ogni vampiro, la vasca, la tomba e il balletto finale) significa fare un torto al film della Fennell, i cui pregi sono la totale mancanza di simpatia sia verso l'alta borghesia inglese di cui la stessa regista fa parte, che genera sequenze di esilarante, britannico nonsense, sia verso il protagonista, un working class hero più interessato all'egoistico benessere che a segnare un punto per i disagiati meno abbienti. Seguire l'evoluzione del rapporto tra Oliver e i Catton e il ribaltamento della prospettiva sui rispettivi giochi di forza è l'aspetto più interessante del film, questo nonostante alla Fennell manchi un po' di quella sottigliezza che avrebbe conferito più equilibrio alla vicenda. Il cambiamento di personalità di Oliver è, infatti, talmente repentino che ci si chiede quanto debbano essere imbecilli i personaggi secondari per non calcioruotarlo fuori dalla tenuta dopo mezza giornata, soprattutto quando, nell'ombra, si aggira un maggiordomo dalle potenzialità inutilizzate, che avrebbe potuto dare delle gioie come nemesi dell'ambiguo protagonista. La scrittura di Promising Young Woman era molto più centrata e tesa verso un obiettivo, mentre qui sembra che la Fennell si perda un po' nell'edonismo che critica, confezionando una storia "banale" (passatemi il termine) anche nei suoi twist, ermetica per quanto riguarda le motivazioni del protagonista e quasi troppo prolissa per tutto ciò che riguarda il castello di carte montato da quest'ultimo, cosa che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca.


La cosa brucia anche di più (non come il sale, per carità!) perché Barry Keoghan è favoloso. Il suo Oliver, narratore inaffidabile se mai ce n'è stato uno, respinge ed affascina contemporaneamente, come se fosse una versione più posh del Martin de Il sacrificio del cervo sacro, ma la sua natura machiavellica sembra quasi troppo per un film che fa del vuoto pneumatico la sua ragion d'essere. Attorno a lui gravitano fior di attori che riescono, non si sa come, a tenergli testa quanto basta per non venire inghiottiti dall'assoluto carisma dell'irlandesotto e, soprattutto, a smuovere qualche sentimento nonostante la natura caricaturale dei personaggi che interpretano. A Jacob Elordi basta essere figo, non gli si chiede nient'altro, ma è comunque una bella sorpresa, al pari di Alison Oliver, mentre Rosamund Pike Richard E. Grant sono incredibili come al solito; la prima, in particolare, paga un ottimo contrappasso per il ruolo giocato sia in Gone Girl che in I Care a Lot, due film che consiglio (soprattutto il primo) se le atmosfere di Saltburn vi fossero congeniali. Da rivedere la regia, nel senso che, come sempre, ogni dettaglio inserito dalla Fennel nelle sequenze è funzionale al racconto in maniera non solo ironica, ma anche rivelatoria, di conseguenza vorrei riguardare presto Saltburn col senno di poi, senza farmi soverchiare dall'accuratezza e dall'eleganza di abiti, ambienti, pettinature, costumi e musiche, tutti ovviamente scelti con palese puntiglio certosino. Nell'attesa di riuscire nel mio intento, quel che è certo è che l'occhio della Fennell riesce a confezionare un film splendido a livello visivo, zeppo di artifici e citazioni, riconfermando la bravura di una regista di cui aspetterò il prossimo film con trepidazione, anche se questo non mi ha folgorata quanto avrei voluto.


Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennell ho già parlato QUI. Barry Keoghan (Oliver Quick), Richard E. Grant (Sir James Catton), Rosamund Pike (Elspeth Catton) e Carey Mulligan (Povera, cara Pamela) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacob Elordi interpreta Felix. Australiano, ha partecipato a film come The Mortuary Collection e a serie quali Euphoria. Anche sceneggiatore e produttore, ha 26 anni e due film in uscita. 


Se Saltburn vi fosse piaciuto, recuperate Una donna promettente, Il sacrificio del cervo sacro, Il talento di Mr. Ripley e Un piccolo favore. ENJOY! 

venerdì 29 marzo 2024

Lisa Frankenstein (2024)

E' il film che ha fatto tornare Lucia a scrivere, come potevo perdermelo? Oggi parliamo di Lisa Frankenstein, diretto dalla regista Zelda Williams.


Trama: Lisa è una ragazza che, dopo la morte della madre e il matrimonio del padre con un'altra donna, fatica ad integrarsi. I momenti migliori, per lei, sono quelli passati in solitudine nel cimitero degli scapoli, dove in particolare l'attrae la tomba di un un suo coetaneo morto centinaia di anni prima. Proprio questo stesso giovane, dopo una violenta tempesta, torna come zombie e va a cercare Lisa...


Quando Lucia mi ha detto di mettere da parte tutti gli altri recuperi e guardare Lisa Frankenstein, aveva proprio ragione. Il film di Zelda Williams (sceneggiato da Diablo Cody) è la perfetta dimostrazione che si possono prendere a prestito tanti stili, idee e suggestioni già utilizzate in passato, dare loro una rinfrescata e sfornare un prodotto piacevolissimo dove la nostalgia e l'omaggio non sono fine a loro stessi ma diventano parte integrante della storia narrata. Per essere più precisi, Lisa Frankenstein è il film che Tim Burton avrebbe potuto e dovuto girare se non fosse ormai completamente bollito e asservito ai voleri delle majors, un perfetto e gioioso mix di creepiness e sentimenti d'amore (anche fraterno), immerso in un contesto che più camp non si può e, soprattutto, filtrato dal punto di vista distorto di una protagonista adorabilmente insopportabile. Senza fare troppi spoiler, Lisa Frankenstein è il grottesco coming of age di una ragazza segnata da una terribile tragedia, troppo compresa nel suo dolore e nell'ennui per aprire gli occhi e guardare oltre un rassegnato, patetico egoismo, che si evolve in una feroce voglia di rivalsa nel momento in cui le sue mani si macchiano di sangue per la prima volta. A farne le spese, oltre a varie vittime, è la povera "creatura" uscita dalla tomba dopo una tempesta e attirata dalle promesse sognanti della solitaria Lisa la quale, aspettandosi probabilmente un elegante fantasma vittoriano di bell'aspetto, non è molto felice (almeno all'inizio) di trovarsi davanti un puzzolente cadavere sordomuto e monco. La sceneggiatura di Diablo Cody è coinvolgente sia per la scelta vincente di non raccontare la tipica storia d'amore tra umano e mostro, definizione peraltro intercambiabile, sia per quella di sovvertire parecchi cliché del genere horror e teen, grazie a dei personaggi che vanno in una direzione diametralmente opposta rispetto a quello che ci si aspetterebbe da loro (si veda la deliziosa sorellastra Taffy, la negazione di ogni school bitch mai apparsa sugli schermi) e a risoluzioni che sfidano la rigida morale che solitamente accompagna questo tipo di narrazioni. 


A livello di immagini, Lisa Frankenstein è una gioia per gli occhi, già a partire dalle bellissime animazioni dei titoli di testa. Gli echi Burtoniani, come dicevo, sono fortissimi: Lisa vive in una suburbia di casette pastello, dove le matrigne (interpretate da Carla Gugino, elegantissima e vajassa come non mai) collezionano fragili oggettini incredibilmente kitsch, in quartieri tra lo squallido e il lezioso dove, però, cimiteri dai nomi evocativi si nascondono a un metro dalla "civiltà". Mano a mano che il film prosegue e Lisa scopre la sua vera natura, fotografia e regia evolvono in un florilegio di colori al neon e anni '80 filtrati da pubblicità, film, canzoni e telefilm (anche a livello di dialoghi, il film è un'esilarante e continua citazione, mentre la colonna sonora calzantissima ha uno score originale che richiama, a tratti, qualcosa composto da Danny Elfman), specchio di ciò che si smuove, finalmente, dentro la protagonista. A proposito di quest'ultima, tolto che Kathryn Newton è ormai una garanzia, parliamo del make-up e degli abiti spettacolari di Lisa. La fanciulla esordisce come la wannabe sfigata di Madonna, in un profluvio di lacca, piastre per frisé e un trucco talmente cheap che non donerebbe nemmeno alla Ciccone in persona; nel momento in cui Lisa incontra la creatura, cambia anche il suo modo di truccarsi e vestire, non più la pallida imitazione delle sue coetanee o degli idoli dell'epoca, ma una dark lady sexy e sfrontata, tutta guanti neri, fibbie, pizzi e labbra scarlatte, con più di una strizzata d'occhio alla Helena Bonham Carter dei bei tempi andati. E se la Newton fa propria l'"aura" della Bonham Carter, la creatura di Cole Sprouse ricorda un Johnny Depp ancora giovane e dotato di neuroni, un mix tra la malinconia di Edward mani di forbice e la ferocia grottesca di Sweeney Todd, un essere adorabile nella sua goffa (e talvolta disgustosa) imperfezione e dotato non solo di sentimenti elevati ma anche di voglie terrene, affrontate con piglio esilarante dalla scrittura di Diablo Cody. Attenzione anche alla favolosa Taffy di Liza Soverano, personaggio che cresce e si evolve in maniera inaspettata e realistica, diventando il cuore "sano" di un film che vi consiglio spassionatamente di recuperare, nell'attesa (spero probabile ed imminente!) di un'illuminata distribuzione italiana. 


Kathryn Newton
(Lisa) e Carla Gugino (Janet) le trovate ai rispettivi link. 

Zelda Williams è la regista della pellicola. Americana, figlia del compianto Robin Williams, ha diretto altri due lungometraggi, Shrimp e Kappa Kappa Die. Anche attrice, produttrice e sceneggiatrice, ha 35 anni.


Per la serie "ma santo Cielo come crescono!", Cole Sprouse, che interpreta la creatura, è stato il Cody Martin di Hannah Montana e Zack e Cody al Grand Hotel (se vogliamo andare ancora più indietro era il figlio di Ross in Friends, Ben); Joe Chrest, che interpreta Dale, è  invece il padre di Mike e Nancy nella serie Stranger Things. Se Lisa Frankenstein vi fosse piaciuto recuperate Schegge di follia, Tragedy Girls, Jennifer's Body, Freaky, Edward mani di forbice e Beetlejuice. ENJOY!


mercoledì 27 marzo 2024

Rustin (2023)

Tornano i rimasugli della Road to the Oscars, con un altro biopic! Oggi tocca a Rustin, diretto nel 2023 dal regista George C. Wolfe, candidato a un Oscar per il miglior attore protagonista.


Trama: Bayard Rustin, attivista di colore, deve affrontare i suoi demoni personali e l'ostracismo dei capi dei movimenti per i diritti civili, ed organizzare la marcia di protesta pacifica più grande della storia degli USA...


Ormai da parecchi anni, tra i film che partecipano alla Notte degli Oscar, ci dev'essere l'inevitabile quota di biopic dedicati a figure più o meno conosciute della cultura afroamericana. Questo, in particolare, punta i riflettori su Bayard Rustin, attivista di colore nell'America degli anni '60 nonché organizzatore della famosissima, storica marcia su Washington dove Martin Luther King ha pronunciato il suo discorso "I Have a Dream". Il buon reverendo King compare spesso nel film, ma il suo ruolo, benché importante, è secondario, tanto è vero che al discorso si accenna en passant, mentre la trama si focalizza interamente sul perché Bayard Rustin fosse considerato un paria tra i paria: (trigger warning: umorismo da Drive In in arrivo) non solo era di colore, ma persino comunista e financo gay, gli mancava solo di essere alieno poi le aveva tutte, insomma. Una persona così sfaccettata, diciamo, aveva già una vita non facile, eppure ha deciso di imbarcarsi comunque nella missione pressoché impossibile di annullare le differenze tra le innumerevoli realtà che componevano il movimento per i diritti civili e unirle per un obiettivo comune, quello della marcia su Washington. Il film dunque racconta la lunga strada verso l'evento, tra entusiasmi iniziali e compromessi necessari, pochi amici diffidenti e tantissimi nemici pronti a mettere i bastoni tra le ruote a Bayard, dirigenti di colore più stronzi dei bianchi e bianchi di imbarazzante razzismo, il tutto affrontato con piglio deciso e una discreta cazzimma da parte del protagonista. Tra una lotta e l'altra, la sceneggiatura ha anche il tempo di dare qualche pennellata di melò, inserendo struggenti storie di amore proibito tra Bayard e un paio di protetti, con la minaccia della buoncostume (o peggio) sempre a pendere sul capo di un uomo che proprio non riusciva a tenere temporaneamente a bada il suo desiderio d'amore onde evitare di danneggiare l'importante causa in cui era impegnato.


Colman Domingo,
in tutto questo, ci sguazza. Ennesima perdita per il genere femminile, ché 'sto pezzo di marcantonio è gay anche fuori dal personaggio, l'attore offre una performance convincente nei panni di un uomo orgoglioso della propria diversità e pronto a combattere l'inevitabile scoramento causato da una vita passata a combattere e giustificarsi, tra momenti di esilaranti confronti e terribile disperazione. Poiché vengono sfruttate anche le sue doti canore, Colman Domingo è l'elemento migliore del film assieme alla colonna sonora jazz, ma non basta a salvare Rustin dall'impressione di trovarsi davanti un compitino ben eseguito nella sua banalità. Il cast di supporto è "sufficiente" (salvo per Chris Rock, quello mi strappa gli schiaffi dalle mani sempre e comunque) e la storia scorre senza troppi entusiasmi o emozioni; la regia è nella media per quanto riguarda le riprese in interno ma diventa imbarazzante nelle sequenze ambientate a Washington, dove si cerca di sopperire ad un budget probabilmente insufficiente con video di repertorio e un green screen talmente posticcio che, al confronto, l'ultimo Ant-Man sembrava un capolavoro di effetti speciali. Rustin, prodotto dalla prestigiosa Higher Ground di Barack e Michelle Obama, lo trovate comodamente su Netflix quindi è facilissimo da recuperare, se vi va di conoscere un importante protagonista della storia americana che magari qui in Italia (ma secondo me anche in America) non viene mai neppure nominato, ma se cercate un'opera di alto valore cinematografico il mio consiglio è quello di rivolgervi altrove.   


Del regista George C. Wolfe avevo già parlato QUIColman Domingo (Bayard Rustin), Glynn Turman (A. Philip Randolph), Chris Rock (Roy Wilkins), CCH Pounder (Dr. Anna Hedgeman), Jeffrey Wright (Rep. Adam Clayton Powell) e Da'Vine Joy Randolph (Mahalia Jackson) li trovate invece ai rispettivi link.





martedì 26 marzo 2024

Imaginary (2024)

Nonostante l'enorme sòla che è stato Night Swim, ho deciso di dare ugualmente una possibilità alla nuova produzione Blumhouse, Imaginary, diretto e co-sceneggiato dal regista Jeff Wadlow.


Trama: Jessica torna nella sua casa natale con il marito e le due figliastre, la più piccola delle quali comincia ad interagire con un orsetto di peluche trovato nello scantinato...
 

Imaginary
è un horror "tranquillo" senza guizzi né sorprese, la tipica pellicola un tanto al chilo per riempire le sale e fare cassa in attesa di qualcosa di più sostanzioso. La storia è un pastiche di cliché e citazioni tratti da altre opere di genere, in primis Poltergeist, e vede un'illustratrice in crisi d'ispirazione tornare nella sua casa natale assieme al marito e alle due figliastre. Il rapporto con queste ultime, soprattutto con la più grande, è complicato dal ricordo di una madre mentalmente disturbata, ma Jessica ce la mette tutta per essere una buona matrigna e sembrerebbe riuscire, almeno con la piccola Alice, finché la bambina non trova un orsacchiotto nello scantinato. L'orsetto Teddy non è solo un peluche, ma diventa per Alice un inseparabile amico a tutti gli effetti, e da lì cominciano guai ampiamente prevedibili dal trailer e condensati nel claim dello stesso: "lui non è immaginario e non è tuo amico". A livello di sceneggiatura, tolti un paio di "maccosa" legati principalmente alla dimensione degli amici immaginari, il film è abbastanza equilibrato nel raccontare una storia destinata principalmente a un pubblico di teenager in cerca di spaventi molto blandi, e per buona parte riesce a rendere interessante un canovaccio ampiamente sfruttato e prevedibile. Nella seconda parte, quando necessariamente bisogna andare oltre la presenza di un orsetto spaventevole che minaccia la vita della sua amichetta umana, il tutto viene appesantito da un paio di personaggi aggiunti apposta per ricoprire il ruolo di "signore spiegoni"; tanto quanto, la psichiatra infantile offre un gancio alla protagonista per ricordare il proprio passato, mentre la vecchia vicina di casa viene sfruttata per spiegare con dovizia di particolari ogni singola cosa, persino quello che lo spettatore può tranquillamente vedere da sé sullo schermo, ed è l'elemento più imbarazzante del film assieme al tentativo di virare, in un paio di dialoghi isterici che vengono presto inghiottiti da una generale atmosfera di tesa serietà, verso l'umorismo Marvel da quattro soldi.


A livello di regia, devo dire di avere apprezzato la dimensione "immaginaria", un palese omaggio al regno del Re degli Gnomi di Labyrinth ma anche a quello del Boogeyman di The Real Ghostbusters, e mi spiace non sia stato sfruttato maggiormente questo Paese delle Meraviglie, assieme magari alle potenzialità espresse dal trovarsi in un mondo dove non c'è limite a ciò che si può ottenere con l'immaginazione. Il design dell'orsetto, nella sua semplicità, è altrettanto gradevole, ed è intelligente il modo in cui il peluche cambia impercettibilmente l'espressione del muso, facendosi sempre più inquietante, ma quel paio di schifezze in CGI nelle scene clou le ho trovate abbastanza sciatte, così come la riproposizione di un paio di pattern che non definirei citazionisti, quanto piuttosto pigri. Al di là delle strizzate d'occhio alle "luci" negli occhi di Pennywise sul finale di It, al già nominato Poltergeist, a quello "Springwood" che si può leggere sulle lettere indirizzate al padre di Jessica, preludio a tutta una serie di scelte di regia e montaggio che rimandano, per l'appunto, a Nightmare (soprattutto al terzo capitolo), ho anche notato come sia molto di moda abbigliare di giallo le final girl "materne" dalla pelle scura, non so se perché è un colore che sta molto bene col loro incarnato o perché richiama un senso di solare positività. Sta di fatto che, da Little Monsters, ad Unwelcome, a questo Imaginary, c'è una sorta di continuità in tal senso. Niente di male, ma mi piacerebbe sapere se è un caso o se la cosa ha un significato particolare. Comunque, se mi sono ritrovata a ragionare su questo, è perché Imaginary in sé non è nulla di che, ed è un film che potete tranquillamente aspettare in streaming per dedicarvi magari ad altre pellicole più interessanti da vedere in sala. 


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Wadlow ho già parlato QUI mentre Betty Buckley, che interpreta Gloria, la trovate QUA.


Tom Payne
, che interpreta Max, era quel gran figo di Jesus nella serie The Walking Dead. Se Imaginary vi fosse piaciuto recuperate Poltergeist, la saga di Nightmare, quella di Insidious, i vari Annabelle e, ovviamente, l'adorato Benny Loves You! ENJOY!

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