venerdì 29 aprile 2022

John and the Hole (2021)

Ultimamente mi capita di consultare un paio di pagine horror sul sito Letterboxd e, tra i tanti film che settimanalmente vengono segnalati proprio lì, mi è balzato all'occhio John and the Hole, diretto dal regista Pascual Sisto.


Trama: l'adolescente John trova un bunker abbandonato in mezzo al bosco e decide di rinchiudervi i suoi familiari...


A riprova di quanto la mia memoria sia ormai labile, non ricordo più perché io abbia dato priorità a John and the Hole rispetto ai mille altri film da recuperare consigliati da amici fidati; probabilmente in una delle varie recensioni intraviste su Internet mi ha colpita quella che ha definito il film "un Mamma ho perso l'aereo diretto da Lanthimos e con sprazzi di Haneke", cosa che dovrebbe far capire quanto fin troppo spesso i "critici" sul web scrivano per iperboli inutilmente esagerate, oppure quanto io non capisca più una mazza di cinema, se mai abbia capito qualcosa. Guardando le pellicole dei due mostri sacri citati, onestamente, non mi è mai capitato di perplimermi o, meglio, mi è capitato per forza di cose ma era una perplessità "(in)sana", derivante da deliri oggettivamente interessanti e capaci di mettere in moto i pochi neuroni del mio cervello, oltre a tutta una serie di inquietudini, paure, dubbi, moti di disgusto e varie emozioni non del tutto piacevoli ad accompagnare il mio sguardo estasiato per la messa in scena. John and the Hole, purtroppo, non ha scatenato in me nessuna emozione, salvo un insano desiderio di picchiare selvaggiamente il ragazzino protagonista (per la cronaca, un Charlie Shotwell ormai abbonato ai ruoli di piccola merda) e di andare dallo sceneggiatore e chiedergli "... ma quindi???". Se, infatti, Kevin McCallister si ritrovava indipendente per botta di fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, John fa tutto da solo e decide di sbarazzarsi dei genitori e della sorella chiudendoli in un bunker abbandonato, tuttavia le sue motivazioni non sono mai chiare e, ancora peggio, è molto difficile empatizzare con lui. 


Cosa vuole John? Assaggiare l'indipendenza e cercare di capire cosa significhi essere adulti e avere qualcuno che dipende completamente da noi? Godersi un lungo momento di libertà da tutte le responsabilità dei ragazzini della sua età e dalle pressioni che magari un adulto non riesce a percepire come tali? Vendicarsi di una famiglia troppo impegnata in altre faccende per accorgersi di lui come dovrebbe? Oppure John, come mi è parso di evincere dall'interpretazione di Shotwell, ha qualche disturbo molto profondo a livello mentale di cui nessuno si è mai accorto e che lo ha portato a smattare senza un perché? Vi avviso che, arrivati alla fine del film, avrete più domande che risposte, soprattutto perché a un certo punto vengono introdotti due personaggi che non  hanno nulla a che spartire con la storia principale (apparentemente) e che fungono da contraltare per la vicenda di John, ragazzo spinto dalla volontà di liberarsi dei suoi familiari in contrasto con chi invece non vorrebbe venire abbandonato. Come ho scritto su, tutto molto interessante, se non fosse che empatizzare col protagonista è impossibile e non c'è nemmeno verso di provare un minimo di ansia per il destino dei suoi familiari imprigionati; l'unico aspetto veramente positivo di John and the Hole è l'abbondanza di sequenze "poetiche", dalla bellissima fotografia, tuttavia dietro l'innegabile bellezza ho percepito un retrogusto di intellettualità criptica a tutti i costi che mi ha reso la pellicola ancora più invisa. Forse non era il periodo giusto per guardarla, chissà!


Charlie Shotwell (John), Michael C. Hall (Brad), Jennifer Ehle (Anna) e Taissa Farmiga (Laurie) li trovate ai rispettivi link.

Pascual Sisto è il regista della pellicola. Spagnolo, è al suo primo lungometraggio. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.



mercoledì 27 aprile 2022

The Northman (2022)

Siccome è miracolosamente uscito anche qui, sabato sono corsa a vedere The Northman, l'ultima fatica di Robert Eggers come regista e co-sceneggiatore.


Trama: un principe vichingo, ancora bambino, fugge al tentativo di omicidio da parte di suo zio e torna a cercarlo, da adulto, per riscuotere una sanguinosa vendetta...


Avevo letto le peggio cose di The Northman, anche scritte da persone fidate. Non so se è perché da Eggers ci si aspettava un delirio lisergico ancora peggiore, nel senso migliore, di The Lighthouse come terzo lungometraggio, oppure perché chi lo ha visto in lingua originale probabilmente non è riuscito a superare lo scoglionamento da dialoghi rimaneggiati, dopo le critiche, persino dallo stesso regista, che si è cosparso il capo di cenere (sì perché noi italiani, invece, con Anya Taylor Joy doppiata con l'accento da bagassa dell'est... vabbé. Vergogna. E vergogna anche ai sottotitolatori, ché poi mi tocca leggere Valalla invece che Valhalla e mi viene in mente "la palla di Lalla". Ma su!), eppure prima della visione mi sono comparsi sotto agli occhi solo commenti negativi. Il "problema" di The Northman, se di problema si può parlare, è che viene fatto passare per un blockbuster fruibile da chiunque, cosa che scontenta ovviamente la maggior parte degli spettatori casuali (ma al Bolluomo è piaciuto molto), e che è troppo "commerciale" per i cinèfili, i quali probabilmente sono morti dall'orrore di dover condividere una sala con gli utenti medi per godere dell'opera di un Autore che, fino a ieri, conoscevano solo loro. Da par mio, che fortunatamente cinèfila non sono, bensì una semplice appassionata di cinema, credo di aver lasciato il segno della bocca spalancata contro la mascherina, perché The Northman è davvero una meraviglia. Epico nel vero senso della parola, di quell'epica che si studia a scuola e che si scopre in tutta la sua crudezza e fantasiosità da soli, è tanto semplice nella sua struttura portante quanto ricco di tutto ciò che può rendere assolutamente avvincente la storia di un eroe antico: morte, tradimenti, riti di iniziazione, leggende, oggetti mitici, mostri, spiriti, superstizioni, sacrificio, divinità, odio, amore, peccati, sesso. L'"origin story" di una dinastia di re, l'ideale "primo libro" di un ciclo vichingo, segue le vicende di un principe rozzo e disperato che non può fare a meno di vivere per l'odio e la vendetta, tenuto d'occhio da messaggeri degli dèi che tessono le fila di un destino già scritto, al quale non ci si può sottrarre, pena l'ignominia perpetua o un'ancor più peggiore condanna di codardia.


E così, Amleth procede come un treno nella sua vendetta, ben lontano dall'intellettuale shakespeariano che porta un nome assai simile (Il co-sceneggiatore Sjón ha preso ispirazione dalle leggende narrate da Saxo Grammaticus, alle quali si era ispirato già Shakespeare per il suo Amleto), e noi spettatori non possiamo che plaudire al suo cammino, benché zeppo di deviazioni che avrebbero fatto storcere il naso alla Sposa, e chiudere un occhio schifato sulle pene sanguinarie inflitte a nemici talmente immorali da mettere i brividi (uno in particolare; se la maggior parte dei personaggi, Amleth compreso, è abbastanza monodimensionale, c'è qualcuno a cui invece viene regalato un monologo talmente feroce e ben recitato da mettere i brividi, oltre che qualche dubbio sulla bontà del cammino del protagonista). Chiudere un occhio, virgola, ché distogliere lo sguardo dalla bellezza della regia di Eggers sarebbe peccato mortale. Il regista confeziona violentissime scene di battaglia calibrate con perfezione millimetrica e l'ausilio di piani sequenza meravigliosi, ma a mio avviso questa è stata solo la punta dell'iceberg; ciò che mi ha davvero catturata sono le scene oniriche di battaglie e prove visionarie, il volo di una valchiria tremenda e bellissima allo stesso tempo, l'inquietante orrore di sacrifici umani colorati dalle tinte del fuoco ed eseguiti con mano "elegante" dalla particolare Olwen Fouéré, la bellezza di una natura lussureggiante ma per nulla amichevole, fatta di colline verdissime, boschi consacrati agli dei e mari salvifici e pericolosi in egual modo. In tutto questo, ovviamente, ci sono fior di attori. Nonostante il brevissimo metraggio di presenza, la Kidman è per The Northman che meriterebbe delle nomination, non per filmetti come Being the Ricardos, quanto a Alexander Skarsgård e Anya Taylor Joy, definirli dream couple di una bellezza esagerata non rende l'idea e nonostante la differenza di età sarebbero coppia da shippare anche nella vita vera; grandissime lodi anche a Claes Bang, affascinante sia quando fa Dracula che quando interpreta lo Scar versione vichinga, e complimentissimi sia a lui che a Skarsgård per la fisicata mostrata in quello che è già il duello finale migliore di sempre. Avrete capito che l'entusiasmo mi impedisce di scrivere qualcosa che vada oltre il "bello bello in modo assurdo", quindi non date retta alle malelingue menose e andate a vedere The Northman, AL CINEMA, per Odino, non aspettate lo streaming! Ce ne fossero di film "banali" e imperfetti così!


Del regista e co-sceneggiatore Robert Eggers ho già parlato QUIAlexander Skarsgård (Amleth), Nicole Kidman (Regina Gudrún), Ethan Hawke (Re Aurvandil Corvo di Guerra), Anya Taylor-Joy (Olga della Foresta di Betulle), Willem Dafoe (Heimir Il Folle), Olwen Fouéré (Áshildur Hofgythja), Ralph Ineson (Capitano Volodymyr) e Kate Dickie (Halldóra) li trovate invece ai rispettivi link.


Claes Bang interpreta Fjölnir il Senzafratello. Danese, ha partecipato a film come The Square, Millenium - Quello che non uccide e a serie quali Dracula. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Björk
(vero nome Björk Guðmundsdóttir) interpreta la veggente. Cantante e compositrice islandese, la ricordo per film come Dancer in the Dark. Anche regista e sceneggiatrice, ha 56 anni. 


Ingvar Sigurdsson
, che interpreta lo stregone, era il protagonista di A White, White Day. Bill Skarsgård era stato scelto per il ruolo di Thorir, il fratello di Amleth, ma ha dovuto abbandonare il progetto dopo che la produzione è stata ritardata causa Covid. Ovviamente, se The Northman vi fosse piaciuto recuperate The VVitch e The Lighthouse. ENJOY!


martedì 26 aprile 2022

Fresh (2022)

Lo aspettavo da qualche mese e alla fine è approdato su Disney + il simpatico Fresh, diretto dalla regista Mimi Cave. Hic sunt spoiler, per forza di cose. 


Trama: Noa, single abbonata a incontri on line disastrosi, si "scontra" con il bel Steve al supermercato e si convince di avere trovato l'uomo dei suoi sogni. Peccato che Steve nasconda un segreto...


Fresh
è una "simpatica" e fresca, per l'appunto, pellicola horror dalle molteplici anime e dalla realizzazione scoppiettante. E' anche uno di quei film che, pur essendo lineari e comprensibili che più non si può, ho avuto difficoltà a capire dove andasse a parare e per questo ho concluso la visione non trovandolo riuscito come mi sarei aspettata, nonostante mi sia divertita parecchio guardandolo. Il motivo è presto detto. Durante la visione gli echi di Promising Young Woman erano a dir poco fortissimi, ma mentre il film della Fennel è coerente e centrato dall'inizio alla fine, quello di Mimi Cave, sceneggiato tra l'altro da una donna, perde spesso di vista l'oggetto della sua critica, SE ce n'è uno. Di sicuro, infatti, Fresh (come Promising Young Woman) si diverte a smontare i cliché della commedia romantica e a sfruttarli per creare una storia horror, al limite dell'exploitation, tanto che i titoli di testa arrivano quando la realtà viene rivelata per quello che è agli occhi di Noa; tutto ciò che viene prima è una ilusion en el pensamiento di una ragazza che crede ormai poco nell'amore, che ha avuto troppe esperienze imbarazzanti nel corso di svariati appuntamenti on line, e che incontra per caso il bel Steve al supermercato, decidendo di dargli una chance in virtù del suo essere bello, intelligente, simpatico, dolce. Noa per una volta si butta, ci va a letto al primo appuntamento, al secondo accetta di andare via con lui per un weekend, nonostante la perplessità della migliore amica, e nel giro di mezza giornata si ritrova drogata e legata in un seminterrato, dove un sorridente Steve le scodella il suo destino di diventare fonte di carne femminile per ricchi cannibali. E' qui che la storia diventa incredibilmente semplice ma anche fonte di perplessità.


Ovviamente, una volta scoperta la natura di Steve, Noa ha solo uno scopo nella vita: scappare e sopravvivere. Anche questo aspetto del film, in realtà, è interessante. Fregata dai cliché dell'amore, Noa arriva a sfruttarli per fregare a sua volta Steve, abbracciando consapevolmente l'ideale di miliardi di fanfiction, romanzetti rosa, filmacci a tema dove la donna accetta tutti gli orribili difetti dell'uomo (se poi è malvagio, ancora meglio) e cerca di cambiarlo per aMMore; se qualcuno ha detto Cinquanta sfumature di grigio qualcun altro potrebbe rilanciare con Twilight, giusto per fare due esempi recenti e molto conosciuti, ma io potrei cospargermi il capo di cenere e parlare di quanto batticuore avevo ai tempi davanti alla tossicità del legame tra Phoebe e Cole in Streghe, quindi ognuno ha le sue croci, signori/e. Vergognose confessioni a parte, è ovvio che Steve ci caschi, d'altronde le donne sono state cresciute con questi sogni mostruosamente proibiti, e chi è lui per non alimentare il suo ego o collezionare cagnolini fedeli? Fresh è dunque un film che ne ha un po' per tutti, a livello di nera ironia, e ha molti assi nella manica da trasformare in situazioni da incubo che noi amanti dell'horror conosciamo bene e che, ripulite ed addolcite nell'"aspetto", vengono date in pasto anche a chi solitamente non mastica questi piatti... tuttavia, davanti a tutti i ragionamenti di cui sopra, ancora mi chiedo "chi" andrebbe a colpire la critica del film, se ce n'è una. Quelle donne che tanto solitarie non sono e che cadono come babbee in tranelli facilmente evitabili se solo imparassero di più a vivere per loro stesse? Quegli uomini manipolatori per cui le donne sono solo dei "piatti" da consumare, prendendone le parti migliori e lasciando in cambio dei relitti privi di vita? Oppure Fresh è solo una supercazzola al profumo di satanismo, un preambolo pronto a diventare serie TV o franchise di successo?


Al di là delle domande di una spettatrice che ormai è una scassapalle da primato, confermo la godibilità e l'eleganza di Fresh. Il film è concepito come una commedia rosa anche a livello di immagini e colonna sonora (anche in questo è molto simile a Promising Young Woman, a livello di concetto, e anche qui sono importantissimi i costumi e gli accessori), e la dissonanza con gli aspetti horror della pellicola rende questi ultimi ancora più efficaci; Fresh non mostra, non segue i cliché tipici del torture porn né a livello di regia né tanto meno di scenografia o fotografia, e a mio avviso risulta così ancora più inquietante per la professionalità, l'eleganza e la normalità del male che arriva a travolgere Noa, per l'orrore sotteso che viene lasciato all'immaginazione (e che io trovo ancora più angosciante di una splatterata palese). E poi, ovviamente, c'è l'alchimia perfetta dei due protagonisti. Sebastian Stan si riconferma un attore poliedrico e capace, oltre che un gnocco da primato, e vorrei capire con che coraggio viene definito pessimo solo in virtù della sua partecipazione ai film Marvel, visto che il suo talento è stato confermato in più occasioni (fossi in voi guarderei Tonya e Pam & Tommy poi mi sciacquerei un po' la bocca, dai) e qui, come dream man e psicopatico, dà letteralmente il bianco strappando alternativamente brividi e risate, mentre Daisy Edgar-Jones, che io non conoscevo, ha il volto perfetto per le commedie rosa indipendenti e tiene testa al bel Sebastian per tutta la durata del film. In conclusione, se avete un abbonamento a Disney + recuperate il film di Mimi Cave, sia che vi piaccia l'horror sia che abbiate uno stomaco debole, perché Fresh ha le potenzialità per risultare gradevole a tutti!


Di Sebastian Stan, che interpreta Steve, ho già parlato QUI.

Mimi Cave è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche sceneggiatrice e produttrice. 


Se vi fosse piaciuto Fresh recuperate Una donna promettente e Scappa - Get Out. ENJOY!

venerdì 22 aprile 2022

Animali fantastici - I segreti di Silente (2022)

Poteva mancare la visione del terzo capitolo della saga Animali fantastici e come grigliarli? No, per l'appunto. Il giorno dopo l'uscita, in una sala gremita di coviddi, sono andata a vedere Animali fantastici - I segreti di Silente (Fantastic Beasts - Secrets of Dumbledore), diretto dal regista David Yates.


Trama: Silente, legato a Grindelwald da un patto di sangue che gli impedisce di nuocergli, chiede aiuto a Newt Scamander e compagnia per evitare che il mago oscuro diventi il nuovo Capo Supremo del mondo magico...


Non è un mistero che I crimini di Grindelwald mi avesse fatto abbastanza pena, non tanto per la realizzazione, quanto per la trama: inutilmente complicata, prolissa, zeppa di personaggi inutili e caratterizzazioni stupide, mi era sembrato un loffio tentativo di collegare la saga degli Animali fantastici a quella principale sfruttando principalmente dei nomi importanti che hanno lasciato il tempo che hanno trovato. Con I segreti di Silente la Rowling e soci hanno cercato di aggiustare un po' il tiro e in buona parte, questo va detto, ci sono riusciti. Tolto che io continuo a preferire le atmosfere fresche e favolistiche del primo film, l'unico ad avere ogni diritto di portare gli Animali fantastici nel titolo, a questi trattati di fantapolitica magica dai toni cupi, questa volta se non altro la trama è fruibile senza diventare matti a risalire a 30 alberi genealogici diversi e ogni personaggio (tranne Yusuf, il mago di colore per intenderci) ha una funzione ben precisa e uno story arc da seguire. Il motivo, detto con molta maligna sincerità, potrebbe essere il fatto che la Rowling rischia di non riuscire ad arrivare ai cinque film di cui si era parlato all'inizio; noterete infatti che I segreti di Silente si chiude con una serie di situazioni "aperte", ma non così tanto da dover per forza ricorrere a dei seguiti per tirare le fila, a differenza del film precedente. Detto questo, la pellicola, come da titolo, racconta un paio di segreti di famiglia del preside di Hogwarts, che fungono da cornice per l'ennesimo machiavellico piano di Grindelwald, il quale stavolta punta a diventare Capo Supremo del mondo magico. Scamander e i suoi animali sono ormai diventati agenti di Silente e la natura schiva del nostro viene messa un po' da parte così da trasformarlo in una sorta di tramite tra Silente e un gruppo eterogeneo di salvatori, tra i quali spicca il no-mag Jacob, l'unico che per fortuna continua a rimanere ben caratterizzato e su cui vorrei uno spin-off.


Gli altri personaggi, salvo i carismatici Silente e Grindelwald (a proposito, ciao Johnny, proprio non mi manchi per nulla) sui quali personalmente avrei spinto un po' l'acceleratore a proposito di una certa questione che io e i fan sostenevamo da anni, stanno lì a fare da cartonati o poco più, persino l'adorata Queenie e quel Credence che nei film precedenti rappresentava una forza della natura. Fortunatamente, qualche animale fantastico a infondere un po' di vitalità ancora c'è. Assieme ai beniamini Snaso e Asticello, protagonisti di un paio di scene ad alto tasso di divertimento, c'è la tenerezza inenarrabile della new entry denominata Quillin, elemento fondamentale della trama, e l'orrore di un paio di bestiacce simili a scorpioni, un momento potenzialmente horror "ammorbidito" da una delle sequenze più genuinamente esilaranti della pellicola. A proposito di sequenze. Non so se è lo schermo del multisala che ormai fa schifo ma a me è parso che Yates non riuscisse minimamente ad imbroccare le scene di azione in notturna, penalizzate anche da un montaggio e una fotografia a dir poco orribili (l'inizio, con Scamander e il Quillin, è inguardabile ma anche la fuga dal carcere tedesco non scherza), e anche se il regista è riuscito a portare a casa un paio di interessanti sequenze di lotta "a due" aventi per protagonista Silente, meriterebbe lo stesso che gli venissero tagliate le manine ogni volta che si affida al ralenti, ché una sequenza va anche bene, ma girarne mezza dozzina anche basta. Ciò detto, nonostante non sia stata una visione entusiasmante al 100%, I segreti di Silente raddrizza se non altro un paio di brutture lasciate dal precedente capitolo e soddisfa l'occhio della spettatrice con due uomini talmente affascinanti che gli Animali fantastici e tutto il cucuzzaro potrebbero anche scomparire, quindi merita una visione anche solo per questo.


Del regista David Yates ho già parlato QUI. Jude Law (Albus Silente), Mads Mikkelsen (Gellert Grindelwald),  Eddie Redmayne (Newt Scamander), Katherine Waterston (Tina Goldstein), Ezra Miller (Credence Barebone), Callum Turner (Theseus Scamander), Richard Coyle (Aberforth) e Dan Fogler (Jacob Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link.

Oliver Masucci interpreta Anton Vogel. Tedesco, indimenticabile Ulrich della serie Dark, ha partecipato a film come Lui è tornato e ad altre serie quali Squadra speciale Cobra 11. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Tra i seguaci tedeschi di Grindelwald troviamo anche Aleksandr Kuznetsov, il giovane protagonista di Why Don't You Just Die? mentre Valerie Pachner, che interpreta Henrietta Fischer, era Mata Hari in The King's Man - Le origini. Nell'attesa di sapere se ci sarà o meno un quarto capitolo, cosa non probabilissima nonostante la Rowling avesse pianificato ben cinque film, se Animali fantastici - I segreti di Silente vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Animali fantastici e dove trovarli, Animali fantastici - I crimini di Grindelwald e tutti i film della serie Harry Potter. ENJOY!


mercoledì 20 aprile 2022

No Exit (2022)

Approfittando dell'abbonamento (molto) temporaneo a Disney + ho deciso di guardare No Exit, diretto dal regista Damien Power e tratto dal romanzo omonimo di Taylor Adams.


Trama: durante una tormenta, un gruppo di persone rimane bloccato all'interno di un rifugio, finché uno dei presenti non scopre, in uno dei veicoli lasciati all'esterno, una ragazzina legata e imbavagliata...


No Exit
aveva attirato la mia attenzione spulciando sul sito Letterboxd, e il pensiero di recuperarlo nel caso di un'eventuale riattivazione di Disney +, con calma, mi era passato per la mente. Il momento è arrivato la settimana scorsa e il film di Damien Power si è rivelato una visione breve e piacevole, perfetta per concludere l'ennesimo weekend privo della consueta scappata al cinema. Come al solito, sono partita da ignorante, senza leggere il romanzo da cui è stato tratto, ma in questo caso forse è stato meglio così: No Exit è un thriller basato su un claustrofobico whodunnit che, vista la quantità esigua di personaggi, non lascia molto all'immaginazione, anche perché la protagonista è automaticamente esclusa dalla rosa di rapitori della ragazzina imprigionata in un furgone. Il film, anzi, va talmente veloce che in un'ora e mezza o poco più riesce non solo a tirare tutte le fila della sua parte thriller, ma trova persino il tempo di inserire parecchi dettagli biografici sulla protagonista, creandole un arco narrativo famigliare che, diciamoci la verità, azzecca poco con la trama, avendo la mera funzione di portare Darby all'interno del rifugio e, al limite, di fornirle un discutibile "power up" poco prima del finale. 


L'impressione che mi ha dato No Exit è quello di essere una sorta di pastiche pieno di rimandi ad altre pellicole zeppe di elementi simili, come Fargo, Identità e persino Shining (meno il paranormale), con qualche eccesso di velleità autoriale da parte del regista e degli sceneggiatori nonostante la trama abbastanza esigua. Ciò detto, tuttavia, il risultato non è antipatico o spiacevole, al limite risulta un po' loffio se lo spettatore decide di non stare al gioco e di fare le pulci all'intera operazione (lì dipende da quanta voglia avete di odiare qualcosa o qualcuno, perché comunque appigli ce ne sarebbero, lo riconosco), ma resta il fatto che, salvo un momento "onirico" utilizzato e lasciato cadere senza una motivazione plausibile, lo svolgimento della trama è nel complesso sensato, gli attori mi sono sembrati tutti piuttosto in parte, e non guasta che il finale scelga di abbracciare un paio di cliché horror che, di fatto, trasformano Darby in una sorta di final girl e il film in una gioiosa mattanza insanguinata con tanto di armi improprie da utilizzare (d'altronde il regista è quello di Killing Ground, "gioioso" esempio di Ozploitation). Per una serata senza pretese, No Exit non è affatto male e quasi quasi mi è venuta anche voglia di leggere il romanzo, per vedere se contiene qualche dettaglio succoso in più.


Del regista Damien Power ho già parlato QUI mentre Dennis Haysbert, che interpreta Ed, lo trovate QUA.

Dale Dickey interpreta Sandi. Americana, ha partecipato a film quali La promessa, A Perfect Getaway - Una perfetta via di fuga, Super 8, Iron Man 3, Hell or High Water, Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani e a serie come X-Files, CSI - Scena del crimine, E.R. Medici in prima linea, Numb3rs, Una mamma per amica, Cold Case, Ugly Betty, Breaking Bad, My Name is Earl, Bones, Criminal Minds, Weeds, Grey's Anatomy, True Blood e Loro. Ha 61 anni e un film in uscita.  


La protagonista Havana Rose Liu la vedo qui per la prima volta mentre Danny Ramirez, che interpreta Ash, ha partecipato a Falcon and the Winter Soldier e al film Assassination Nation. Detto questo, se No Exit vi fosse piaciuto consiglio il già citato Identità. ENJOY!


martedì 19 aprile 2022

L' allievo (1998)

Ultimamente ho deciso di riguardare L'allievo (Apt Pupil), diretto nel 1998 dal regista Bryan Singer e tratto dal racconto omonimo di Stephen King, contenuto nella raccolta Stagioni diverse. Con l'occasione mi faccio gli auguri ché oggi ridivento vecchia e quale modo migliore per festeggiare se non parlando del mio amore Stephen? 19, ka- tet...


Trama: all'ultimo anno di liceo, Todd Bowden scopre che l'anziano Kurt Dussander è un nazista che vive negli USA sotto falso nome e lo costringe a raccontargli gli orrori dei campi di concentramento, rimanendone influenzato...


Il primo giorno di lockdown, parliamo quindi di due anni fa, ho deciso di rileggere i libri di King in ordine cronologico. Ovviamente, tra nuove uscite che interrompono il percorso e il poco tempo a disposizione, non sono arrivata neppure ancora a metà, e in questo periodo sto leggendo Stagioni diverse. Siccome conosco a menadito sia Stand by Me che, soprattutto, Le ali della libertà, arrivata alla fine de L'allievo mi sono ricordata di avere visto il film soltanto una volta e mi è venuta la curiosità di riguardarlo. Non vorrei dire una bestialità, ma credo che all'epoca del passaggio televisivo de L'allievo non avessi ancora letto il racconto da cui è stato tratto e non mi sembra neppure che la pellicola di Singer mi avesse colpita in qualche modo; rivista oggi, continua in effetti a non suscitare in me chissà quale entusiasmo, ma di sicuro è una rilettura onesta di un racconto non facile, interpretata da due ottimi attori, ed è una spanna sopra rispetto al 90% delle scarsissime versioni cinematografiche delle opere kinghiane. Ho parlato di racconto non facile. Per una volta, posso sfoggiare un po' di conoscenza, essendo fresca di lettura, e scrivere con cognizione di causa. Il racconto (o novella, se preferite) L'allievo è un'opera che copre un periodo di parecchi anni e segue la crescita di Todd Bowden, ragazzino affascinato dalla storia e, soprattutto, dall'Olocausto, e il rapporto che si viene a creare con Kurt Dussander, anziano ex nazista che vive in America sotto falso nome; all'inizio, Todd viene connotato come un ragazzino intraprendente e petulante che, dopo aver scoperto la vera identità di Dussander, lo costringe a raccontargli gli orrori del nazismo fino a rovinarsi la vita per colpa degli incubi, ma qualcosa nella descrizione che ne fa King stona fin da subito e, man mano che Todd cresce, diventa chiara la sua natura di psicopatico in fieri, incapace di sottrarsi all'influenza del male. 


Quanto a Dussander, dopo la prima reazione di paura ed odio verso chi minaccia di distruggergli l'esistenza e un'apparente volontà di cancellare gli orrori di cui si è fatto carico in passato, arriva a diventare praticamente dipendente da Todd e a sfruttarlo come "scusa" per liberare le pulsioni deviate presenti in lui da sempre. Il racconto di King parla quindi di un male che alimenta altro male, di un grumo oscuro che, dal passato, esplode all'interno di una realtà all american, fatta di giovani ricchi e belli, genitori premurosi e scuole prestigiose, e lo fa utilizzando immagini terrificanti, senza risparmiare i dettagli della progressiva discesa nella follia di Todd e Dussander, a spese non solo di persone ma anche di animali. Ovviamente, la versione di Singer è molto più edulcorata e, passatemi il termine, "rassicurante" nonostante gli argomenti trattati. Anche in questo caso Todd (interpretato da un meraviglioso Brad Renfro. Parentesi nella parentesi: onestamente trovo inquietante che a un tredicenne sia stato affibbiato un ruolo così ambiguo. E sì, diciamo che L'allievo ha più di una scena dallo smaccato contesto omosessuale, il che è ancora più inquietante se si pensa alle accuse che sono piovute in testa a Singer nel corso degli anni) subisce l'influenza di Dussander e "coltiva" un male già presente dentro di lui, tuttavia il film non lo connota come futuro psicopatico: Todd uccide un essere umano, è vero, ma nonostante la freddezza lo fa più per autodifesa e voglia di pararsi il culo, e sul finale c'è un minimo di incertezza sul futuro del ragazzo, che potrebbe anche essere quello di diventare un semplice riccone faccia di merda consapevole del suo potere sugli altri e di poterla passare liscia praticamente in ogni occasione, non necessariamente un pazzo omicida.


Dal canto suo, Dussander mi è parso meno approfondito rispetto alla sua versione cartacea. Il fulcro dello sguardo di Singer è Todd, e il vecchio nazista (tremendamente patetico nella novella) sembra quasi un totem maligno la cui unica funzione è quella di fungere da mentore più o meno volontario del ragazzo. Probabilmente, questo succede perché Ian McKellen è magnetico e carismatico, non potrebbe essere un vecchio "normale" neanche volendolo, e l'abilità del regista e dello sceneggiatore sta proprio nel trovare un equilibrio perfetto, là dove qualcuno di meno esperto rischierebbe di farsi prendere la mano dalla grandezza dell'attore e spingere lo spettatore a provare sconforto o pietà per Todd, "schiacciato" da un tale mostro di malvagità. Anzi, grazie anche al montaggio, la reciproca influenza dei due personaggi risulta chiara quanto la loro duplice natura di vittima e carnefice, e la loro lotta per la supremazia, unita a una sorta di pericolosa fascinazione, eclissa senza problemi tutto ciò che li circonda, creando un microcosmo maligno i cui tentacoli toccano persone di cui ci importa veramente poco, Ed French in primis (sarà la faccia molla di Schwimmer che non aiuta? Il suo mustacchio da pederasta? Chissà), forse perché tutto ciò che esula dal cuore della vicenda, anche a livello tecnico, ha un sapore "televisivo" e non in senso buono. Con tutti i suoi pregi e difetti, trovo però che L'allievo sia un film abbastanza riuscito e mi fa un po' strano che non venga mai nominato quando si parla di adattamenti Kinghiani, ma forse il motivo è che, almeno in Italia, non si trova su nessuna piattaforma di streaming. E' un peccato, perché meriterebbe almeno una visione.    


Del regista Bryan Singer ho già parlato QUI. Ian McKellen (Kurt Dussander), Joshua Jackson (Joey), Ann Dowd (Monica Bowden), Bruce Davison (Richard Bowden), David Schwimmer (Ed French) e Elias Koteas (Archie) li trovate invece ai rispettivi link.

Brad Renfro interpreta Todd Bowden. Americano, ha partecipato a film come Il cliente, Sleepers e Ghost World. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 2008, all'età di 25 anni.


Nel 1984 era in progetto la realizzazione di un film tratto da L'allievo, con James Mason nei panni di Dussander; la morte dell'attore ha fatto sì che il ruolo venisse proposto a Richard Burton, che purtroppo è venuto a mancare prima di poter anche solo accettare. L'allievo è stato poi quasi realizzato nel 1987 (c'erano Ricky Schroder nei panni di Todd Bowden e Nicol Williamson in quelli di Kurt Dussander, ed era diretto da  Alan Bridges) ma la realizzazione è stata fermata a dieci giorni dalla fine delle riprese a causa del superamento del budget. Per quanto riguarda la versione di Singer, Anthony Hopkins ha rifiutato il ruolo di Dussander, mentre Kevin Pollak ha perso contro David Schwimmer per il ruolo di Ed French. Ciò detto, consiglio ovviamente il recupero della raccolta Stagioni diverse! ENJOY!

venerdì 15 aprile 2022

Hellbender (2021)

Rimasta un po' indietro con gli horror, ho chiesto a Lucia cosa mi consigliava di recuperare a tutti i costi e il suo primo, imprescindibile titolo è stato Hellbender, diretto e sceneggiato nel 2021 dalla Adams Family, composta da John, Toby e la loro giovanissima figlia Zelda


Trama: Izzy e sua madre conducono una vita solitaria in mezzo ai boschi e la ragazza viene tenuta in isolamento a causa di una grave malattia. A poco a poco, però, Izzy viene a scoprire perché le è stato impedito di uscire dai boschi e andare in mezzo alla gente...


Hellbender
è un piccolissimo film indipendente distribuito da Shudder e realizzato, letteralmente, in famiglia. Non conoscevo gli Adams ma hanno già all'attivo parecchi film e, leggendo qui e là, ho "scoperto" la loro natura di cineasti assai poliedrici, in grado di gestire ogni aspetto delle loro opere, partendo dalla regia fino ad arrivare al make up e ai costumi; questa è la prima volta che si sono ritrovati con un budget un po' più alto e, soprattutto, che hanno coinvolto la loro figlia diciottenne Zelda nella regia e nella sceneggiatura, e il risultato è davvero gradevolissimo. Hellbender è un coming of age a sfondo magico/demoniaco, che punta i riflettori sul rapporto tra la giovane Izzy e sua madre, due donne che vivono isolate dal mondo all'interno di una casa sperduta nei boschi di loro proprietà. E' solo la madre ad andare in città, di tanto in tanto, perché Izzy è apparentemente affetta da una grave malattia che le preclude ogni contatto umano, e le giornate della ragazza scorrono tra passeggiate nei boschi ed esibizioni private del gruppo dark/metal che lei e la madre hanno messo in piedi. Quando un giorno, stufa di rimanere nascosta, Izzy decide di avvicinarsi a un gruppetto di ragazzi, accade qualcosa che le rivela la reale natura sua e della madre, creature non umane che traggono potere dal sangue e dalla paura altrui. Da qui, nasce la lenta ma graduale presa di coscienza di Izzy su se stessa e sulla madre tanto amata, che si sviluppa in maniera un po' dissimile rispetto ad altri horror imperniati sugli stessi temi.


La sceneggiatura di Hellbender sta infatti molto attenta a non essere tranchant nel dare un giudizio sui personaggi e sulla loro natura benigna o maligna e, soprattutto, porta sullo schermo un rapporto tra madre e figlia bellissimo, e commovente nel momento in cui ciò che le lega viene irrimediabilmente a infrangersi. Gli "hellbenders" si nutrono di sangue e paura, ed è proprio la paura (per Izzy ma anche per se stessa), prima ancora dell'amore, a spingere la madre di Izzy ad isolare la figlia da ogni possibile "tentazione", ma così facendo la priva anche di un metro di giudizio etico o morale; quando Izzy comincia a sperimentare il potere, non ne viene corrotta, bensì intraprende un percorso di conoscenza che la porterà ad abbracciare la sua vera essenza, lontana da qualsiasi definizione, in perfetta armonia con un'ineluttabilità insita nel "rispetto" dei cicli naturali insegnatole dalla madre. Poiché i personaggi principali sono legati alla stregoneria, gli Adams ci offrono inoltre sprazzi di riti occulti e un'idea degli incantesimi e dei poteri posseduti dagli hellbenders, elementi che rendono il film ancora più interessante e (parlo per me, ovviamente) fanno venire voglia di sapere di più sul passato e sulla vita della madre di Izzy e di coloro che sono venute prima di lei; nonostante il budget più alto ma non ai livelli di una grande produzione, gli effetti speciali necessari per mostrare le capacità degli hellbenders non sono perfetti, ma i registi compensano con un enorme talento visivo e con soluzioni originali capaci di minimizzare tali imperfezioni, e confezionano scene assai emozionanti e di grande impatto. Le hellbenders interpretate da Toby Poser e Zelda Adams, inoltre, hanno un fascino particolarissimo capace di renderle icone istantanee, e i piccoli video musicali di cui sono protagoniste, invece di spezzare il ritmo del racconto, danno l'idea della particolare intimità esistente tra i personaggi. Che vi piaccia o meno l'horror, Hellbender è un film che merita almeno una visione. Nell'attesa che trovi una distribuzione anche qui da noi, mi dedicherò a recuperare qualcuna delle opere precedenti degli Adams

John Adams, Toby Poser
e Zelda Adams sono i registi e sceneggiatori del film ed interpretano rispettivamente lo zio, la madre e Izzy. Zelda, americana e diciottenne, è la figlia dell'inglese John (43 anni, produttore, si occupa anche di colonna sonora, montaggio, fotografia, trucco e scenografia) e dell'americana Toby (53 anni, produttrice, si occupa anche di colonna sonora, scenografia, trucco e costumi), ha partecipato agli altri film realizzati dalla famiglia, tra i quali Rumblestrips e The Deeper You Dig, e si occupa anche di montaggio e fotografia. 



Se Hellbender vi fosse piaciuto recuperate The Devil's Candy, Thelma e Raw. ENJOY!

mercoledì 13 aprile 2022

Raya e l'ultimo drago (2021)

L'ultimo film visto in occasione dei recuperi Oscar è stato Raya e l'ultimo drago (Raya and the Last Dragon), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dai registi  Don Hall, Carlos López Estrada, Paul Briggs e John Ripa.


Trama: in un mondo assediato dalla minaccia dei Druun, spiriti maligni che tramutano le persone in pietra, Raya si mette alla ricerca dell'ultimo drago, la leggendaria Sisu, che già in passato li aveva sconfitti...


Uscito in piena pandemia in pochissime sale e gettato dopo qualche giorno in pasto agli utenti VIP di Disney +, Raya e l'ultimo drago aveva mietuto consensi fin da subito, e un po' mi era spiaciuto essermelo perso. Il recupero non è stato soddisfacente come sarebbe stato se fossi riuscita a vederlo in sala, e il film non entrerà mai nella Top 10 dei miei film Disney preferiti, ma comunque la visione è stata molto piacevole. Raya e l'ultimo drago è principalmente un film d'avventura fantasy, ambientato in un oriente fittizio e sconvolto dalla minaccia di spiriti oscuri capaci di trasformare le persone in statue di pietra, una terra divisa in tribù perennemente in lotta tra loro e invidiose della prosperità di Cuore, la terra che custodisce la pietra del drago in grado di fungere da protezione per tutti. Un incidente che distrugge la pietra e, con essa, la speranza del padre di riunire tutte le tribù, porta la protagonista Raya a mettersi in cerca di Sisu, l'ultimo drago rimasto, e, successivamente, a tentare di rimettere assieme i pezzi di pietra per debellare la minaccia dei Druun una volta per tutte. Raya e l'ultimo drago diventa, da quel momento, la tipica "quest" dove il personaggio principale visita realtà diverse, incontrando in ogni luogo un altro personaggio dotato di una determinata, utile caratteristica che gli consentirà di recuperare i pezzi di pietra fino a raggiungere il temuto "boss finale", la cui natura tuttavia è strettamente legata, in questo caso, al messaggio imprescindibile all'interno di un film Disney.


Ciò che Raya e l'ultimo drago insegna è il beneficio del dubbio, la gentilezza come arma per affrontare i "nemici", la fiducia nata dalla capacità di capire l'animo delle persone; i Druun nascono fondamentalmente dalla discordia e dalla disunione, i draghi si sono estinti per lo stesso motivo e solo il forte desiderio di unità e comunione, al di là di diversità e pregiudizi, può sperare di risolvere una situazione tragica. Tale messaggio è veicolato da un film che mescola in maniera ottima la serietà di un'avventura da cui dipendono le sorti dell'umanità, suggestioni derivanti da leggende orientali e ovviamente momenti più faceti, affidati a personaggi tra il delizioso (la mocciosetta ladra con scimmiette annesse) e il divertente, con una Sisu, doppiata in originale da Awkwafina, abbastanza vicina come idea all'ingenuità folle e ciarliera del Genio di Aladdin, ben distante ovviamente dalla leggenda che la vorrebbe temibile e silenziosa. Dal punto di vista tecnico, il film è semplicemente superbo. Le scene d'azione, di distruzione e di combattimenti devono essere stati spettacolari da vedere al cinema, il character design è vario e interessante, i colori dei draghi sono una gioia per gli occhi e lo stesso vale per gli sfondi e le ambientazioni; considerato che Raya e l'ultimo drago è stato realizzato in buona parte in lockdown, da animatori chiusi in casa, c'è da ammirare ancora di più la perizia tecnica di tutti quelli che lavorano alla maledetta Casa del Topo e, ovviamente, da recuperare il film se ancora non lo avete fatto!


Del regista e co-sceneggiatore Don Hall ho già parlato QUI. Awkwafina (voce originale di Sisu), Gemma Chan (Namaari), Daniel Dae Kim (Benja), Benedict Wong (Tong), Sandra Oh (Virana) e Alan Tudyk (Tuk Tuk) li trovate invece ai rispettivi link.

Carlos López Estrada è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Messicano, ha diretto film come Blindspotting, Summertime ed episodi di serie come Legion. Anche produttore e attore, ha 34 anni.


Paul Briggs è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato per la Disney soprattutto come doppiatore (sua la voce di Yama in Big Hero 6), ma è anche animatore. Ha 48 anni. 



John Ripa è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato soprattutto come animatore per film come Il re leone, Pocahontas, Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, Il pianeta del tesoro, Rapunzel, Frozen, Big Hero 6, Zootropolis e Oceania. 


Kelly Marie Tran
è la voce originale di Raya. Americana, ha partecipato a film come Star Wars - Gli ultimi Jedi e Star Wars - L'ascesa di Skywalker. Anche produttrice, ha 33 anni e un film in uscita. 


Se Raya e l'ultimo drago vi fosse piaciuto recuperate Kubo e la spada magica, la saga di Dragon Trainer, Ribelle - The Brave, Oceania e Mulan. ENJOY!

martedì 12 aprile 2022

Lamb (2021)

A fine marzo è uscito in sordina nelle sale italiane Lamb (Dýrið), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Valdimar Jóhannsson. E' un peccato sia stato poco pubblicizzato, perché è un film che merita di essere visto e conosciuto. Occhio a qualche spoiler qui e là.


Trama: Maria e Ingvar vivono soli in una sperduta fattoria dove allevano pecore e coltivano la terra. Un giorno, nella loro vita, fa capolino una ben strana creatura...


Lamb
è una strana bestia, in questo caso la definizione è assai calzante (anche perché è la traduzione più o meno giusta del titolo originale, "animale", "bestia"). E' anche una pellicola, io vi avviso, che vi strapperà il cuore e lo farà a brandelli e che vi sconsiglio assolutamente se temete per il destino degli animali, perché purtroppo qui non vengono fatti sconti allo spettatore particolarmente sensibile. D'altronde, il punto di vista degli animali (che siano pecore, agnelli, cani e persino gatti) viene quasi più tenuto in considerazione di quello degli umani e sono parecchie le sequenze in cui si ha la sensazione di scivolare nei panni degli animali da cortile, incredibilmente espressivi e troppo spesso terrorizzati... da cosa? Difficile dirlo. Lamb è un film che mostra poco (salvo sul finale), spiega ancora meno, e gioca per buona parte della sua durata creando una sensazione intangibile di tragedia imminente, causata dalla presenza di "qualcosa" che vaga all'esterno della fattoria di Maria e Ingvar, tenendoli d'occhio non visto e minacciando una felicità precaria ottenuta a caro prezzo dopo anni di insopportabile dolore. Se pensate che ciò preluda a un horror, però, non potete essere più distanti dalla realtà. Lamb è un fantasy contaminato dall'orrore, ma quest'ultimo nasce in primis dalla misera condizione di Maria e Ingvar, una coppia priva di uno scopo da quando hanno perso la loro bambina, incapaci di comunicare e di sostenersi a vicenda per colmare quel terribile "vuoto"; la felicità tra loro, la complicità persino, torna solo  nel momento in cui una delle loro pecore mette al mondo un agnellino dal corpo di bambina, che i due decidono di crescere come se fosse loro, ciechi ad ogni conseguenza che questo gesto potrebbe avere. 


Jóhannsson
e il co-sceneggiatore Sjón (lo stesso, per inciso, che ha sceneggiato l'imminente The Northman di Eggers) sono molto attenti a non dare giudizi morali di alcun tipo e sta allo spettatore districarsi all'interno delle mille sfaccettature del film. E' più che naturale mettersi nei panni di Maria e Ingvar, di sciogliersi davanti alla tenerezza del sorriso sognante di Noomi Rapace o all'idea di tenere tra le braccia il dolcissimo ibrido creato da effetti speciali praticamente perfetti e mai invasivi, nemmeno quando la piccola agnellina cresce. E' però altrettanto naturale, e ancor più terribile, mettersi nei panni della vera madre di Ada (chiamata così come la defunta figlia di Maria e Ingvar) nel momento in cui le viene strappato il cucciolo e comincia, impazzita dal dolore, a cercarlo senza requie, tra belati strazianti e momenti troppo orribili da descrivere. Ed è, infine, impossibile non pensare alle implicazioni della natura di Ada, una creatura a disagio con entrambe le sue "parti", un essere innocente plasmato da un egoismo nato essenzialmente dal dolore e dalla solitudine; agnellino in un corpo di bimba, Ada non può parlare né ridere o piangere, teme i rumori forti, è limitata nei movimenti dal fatto di avere al posto di una delle mani uno zoccolo, e il suo sguardo di cucciolo spezza il cuore a più riprese. L'unico gesto pietoso per tutti deriverebbe dalla persona più deprecabile del film, lo "zio" Pétur, ma anche lì sarebbe un gesto dettato non solo da egoismo, ma da un istintivo senso di superiorità (per quanto dissimulata e probabilmente nemmeno consapevole) che è propria di tutti gli esseri umani presenti in Lamb, e per questo ancor più orribile. Sia come sia, qualunque interpretazione vogliate dargli, Lamb è un film che merita di essere visto e che personalmente non dimenticherò tanto facilmente, non solo per tutte le lacrime che ho speso guardandolo, ma anche per le domande scomodissime che spinge necessariamente a porsi. Dategli una chance.


Di Noomi Rapace, che interpreta Maria, ho già parlato QUI

Valdimar Jóhannsson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Ha lavorato principalmente come elettricista in film come I sogni segreti di Walter Mitty, Noah e serie quali LazyTown e Il trono di spade. Islandese, anche tecnico degli effetti speciali e attore, ha 44 anni.


 

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