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mercoledì 24 luglio 2024

The Devil's Bath (2024)

In questo periodo non ho tempo per guardare film né, in particolare, per scriverne. Quindi è solo ora che riesco a parlare di The Devil's Bath (Des Teufels Bad), diretto e sceneggiato dai registi Veronika Franz e Severin Fiala.


Trama: in un villaggio dell'Alta Austria, verso la fine del '700, la giovane Agnes viene data in sposa a Wolf, pescatore di scarsa sensibilità. Agnes ce la mette tutta per essere una brava moglie, ma solitudine e depressione si fanno sempre più pressanti...


Col loro terzo lungometraggio, Veronika Franz e Severin Fiala si confermano degli allegroni coi fiocchi. Al loro già nutrito campionario di personaggi traumatizzati, sconnessi dalla realtà e depressi, si aggiunge la giovane Agnes, ragazza semplice in gioiosa comunione con la natura e con Dio. La conosciamo alla vigilia del suo matrimonio, all'ingresso verso una vita sicuramente più complicata e diversa (è palese che non ci sia stato corteggiamento di sorta e che quello che ha visto unire Agnes e Wolf sia una sorta di "scambio" tra famiglie, probabilmente per questioni di decoro e soldi...), ma anche piena di mistero, speranze e aspettative. Titubante ma ottimista, Agnes prova così ad essere una buona moglie, tuttavia ad ogni gesto trova un muro, ogni sua azione viene soppesata e criticata dalla suocera asfissiante, attorno a lei vede il disprezzo verso ogni forma di fantasticheria gentile, e il marito non la toccherebbe nemmeno con un dito, cosa che la fa sentire ancora più miserabile e inadatta. Ispirati da angosciose cronache dell'epoca e studi moderni, Veronika Franz e Severin Fiala raccontano così la progressiva erosione di un animo fragile e la sua immersione all'interno del "bagno del Diavolo"; una profonda depressione, ovviamente non riconosciuta, ricondotta ad una condizione fisica di malessere da far spurgare con salassi oppure da esorcizzare in quanto opera del Demonio. La profondissima morale religiosa che permea l'epoca e la regione dove il film è ambientato, in particolare, diventa il fulcro di ogni azione di Agnes, combattuta tra la necessità di liberarsi di una (non) vita all'insegna della disperazione e quella di salvare la propria anima immortale, con conseguenze angoscianti e purtroppo tristemente testimoniate da tantissimi documenti del tempo. D'altronde, quando ogni cosa che devia dalla "normalità" è una colpa, si può biasimare chi cerca di fuggire ricorrendo a quella che ritiene meno grave?


Il ritmo del film asseconda la (ribadisco, non) vita di un villaggio sonnacchioso e chiuso, circondato da boschi e laghi che invitano a una poesia e una libertà tenute rigorosamente fuori dal focolare da spessi muri di pietra. Nei boschi Agnes si perde, ritrova un briciolo di felicità perduta anche quando quegli stessi luoghi diventano la discarica dove abbandonare chi ha provato la sua stessa disperazione, tuttavia le riprese di Franz e Fiala ci mostrano anche una natura distaccata, eternamente indifferente alle miserie umane. I due registi lavorano, inoltre, attraverso il progressivo mutamento dei toni della fotografia, passando da quelli caldi di un inizio pieno di speranza, dove il sole riesce ancora ad illuminare Agnes, a colori sempre più freddi, fino ad arrivare al buio umido e malsano rischiarato da fuochi che gettano ombre ancora più cupe. Non mancano suggestioni horror e scene assai esplicite di violenza e morte. Le prime sottolineano il delirio causato dalla profonda depressione di Agnes e la pesante ingerenza della religione in ogni suo pensiero, le seconde, se mi passate il termine, sono quasi liberatorie, perché l'aspetto realmente arduo da sopportare di The Devil's Bath è la progressiva distruzione di un animo puro e innocente, condotta in maniera supponente e ancor più spietata perché considerata come "naturale", anzi, benefica nei confronti della povera protagonista. Interpretata magistralmente da Anja Plaschg, praticamente al suo esordio in un lungometraggio in quanto cantautrice, Agnes è un personaggio che verrebbe voglia di abbracciare, di far fuggire da un tempo e una realtà che non dovrebbero appartenerle, per consegnarla a una realtà in cui persone come lei vengono accolte ed accettate. Ma visto che, ahimé, alcuni pensieri del '700 sono profondamente radicati anche da noi e non siamo più così ingenui da provare gioia all'idea della salvezza dell'anima, ci tocca guardare The Devil's Bath con ancora più magone, e sperare che le Agnes del mondo non tocchino mai questi livelli di profonda tristezza. 


Dei registi e sceneggiatori Veronika Franz e Severin Fiala ho già parlato QUI.


domenica 1 dicembre 2019

TFF 2019: A White White Day - The Lodge - Greener Grass - El Hoyo - Bina

Con questo post ho deciso di combinare il secondo e terzo giorno di visioni al Torino Film Festival 2019, tanto mi pare non siano articoli molto seguiti e servono giusto a me per ricordare, nel tempo, cosa ho visto. Di Knives Out, film di chiusura del festival, parlerò a ridosso della sua uscita italiana mentre due parole su La lunga notte dell’orrore le scriverò in un post a parte. ENJOY!

A White, White Day di Hlynur Palmason
Inaspettatamente, è il film che ha vinto il Festival, a dimostrazione di quanto io sia una bestia ignorante. Non posso dire che non mi sia piaciuto, tuttavia gli ho preferito di gran lunga altri film e sinceramente l’ho trovato “normale”, nulla per cui gridare al miracolo, a meno che il lunghissimo time lapse iniziale, che ha fatto bagnare più di uno spettatore in sala, non rientri nella definizione di miracolo. A parte questo, l’elaborazione del lutto e della rabbia di un poliziotto ritrovatosi vedovo senza un perché, costretto a scoprire segreti spiacevoli sulla moglie dopo la di lei dipartita, è piuttosto interessante e si arriva a voler bene a quest’uomo di mezza età, con tutti i rospi che deve inghiottire quotidianamente, e anche alla sua ciarliera nipotina, seguendo le cui vicende sono arrivata spesso a chiedermi come facciano i bimbi svedesi a sopravvivere visto che i genitori li fanno persino giocare coi coltelli. Il finale ripaga ampiamente di tutte le lungaggini (e ce ne sono) che lo precedono, esplodendo in una catarsi di rabbia, commozione e poesia. Mi piacerebbe riguardarlo, magari con occhi più convinti e meno fiaccati da mancanza di sonno e stanchezza accumulata in due giorni.

Il motivo per cui sono andata al festival, a essere sincera. Aspettavo da tempo che gli autori di Goodnight Mommy tornassero al lavoro e non sono rimasta delusa. The Lodge è un film che trae nuovamente la sua forza dalle dinamiche familiari disfunzionali, con l’aggiunta, stavolta, di un po’ di “true crime” a sfondo religioso, perfetto per rendere il tutto ancora più ambiguo. Immerso nella neve e in una luce abbacinante, talvolta reso ancora più claustrofobico grazie alla presenza di un’inquietante casa di bambole, The Lodge riflette sulla fragilità della psiche umana e sull’orrore di un passato che non concede seconde opportunità, non per molto tempo almeno, ed è graziato dalla presenza di un’attrice bravissima Riley Keough, e dalla capacità dei due registi di cambiare le carte in tavola nel giro di un’inquadratura. Le sequenze iniziali e quelle finali sono tremendamente angoscianti, non le dimenticherete per molto tempo se avrete la fortuna di guardare The Lodge, che uscirà il 16 gennaio 2020 per la gioia di tutti gli appassionati!

Greener Grass di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe
Perfetto antidoto all’angoscia provocata da The Lodge, Greener Grass è stato sicuramente il mio guilty pleasure all’interno del festival. Ambientato in una suburbia che pare un incrocio tra la cittadina di Edward mani di forbice e Stepford, racconta le vicende surreali di due casalinghe disperate in serrata competizione, tra mariti clueless, figli regalati, feste in piscina ed eventi sovrannaturali, senza dimenticare serial killer a piede libero. Si ride a denti stretti, come insegnano gli splendidi titoli di testa, con quel primissimo piano di un sorriso ostentato e tenuto a forza, tanto da sembrare quasi un ringhio, e spesso si urla al WTF ma alcune sequenze sono geniali (Kids with Knives su tutti) e non sfigurerebbero in una puntata de I Griffin o in uno sketch dei Monty Python. Probabilmente in Italia non verrà mai distribuito ed è un vero peccato.

El Hoyo di Galder Gaztelo-Urrutia
Per me il titolo di miglior film sarebbe dovuto andare a El Hoyo ma alle mie spalle ho spesso sentito urlare allo schifo da torme di cinefili “bene” che parlavano di becero splatter. In realtà, El Hoyo è una bellissima allegoria della società odierna, una distopia a base di persone costrette a vivere all’interno dei vari livelli di un edificio dove quotidianamente viene calata una tavola imbandita che si svuota a mano a mano che scende ai piani inferiori, lasciando gli abitanti di questi ultimi in preda all’inedia e alla disperazione. Vero, c’è molto sangue e anche una violenza spesso grottesca ma la sceneggiatura non sbaglia un dialogo che sia uno e si inorridisce non tanto per quello che viene mostrato, quanto per le riflessioni che il film porta con sé. D’altronde, viviamo già in un Hoyo, inutile tapparsi gli occhi e fare finta di non vedere o pretendere di essere buoni come il protagonista Goreng quando, facilmente, siamo cinici ed egoisti come il vecchio e maledetto Trimagasi, eletto, assieme all’attore che lo interpreta, a personaggio preferito di tutto il TFF. C’è speranza di vederlo su Netflix, prima o poi. Incrociate le dita.

Bina (o The Antenna) di Orcun Behram
Altra distopia, risultato assai diverso, anche se il pubblico pare aver gradito visti gli applausi tributati all’opera sul finale. Se El Hoyo era un’allegoria del mondo, Bina critica pesantemente la politica e la società turche e lo fa sfruttando l’idea di antenne che corrompono, attraverso telecomunicazioni chiuse e fluidi neri, gli abitanti di sperduti condominii, costretti ad aspettare la mezzanotte per ascoltare le dichiarazioni folli di governanti misteriosi. Un po’ Kafka e un po’ Cronenberg, Bina offre allo spettatore ambienti claustrofobici e ineluttabili mutazioni psicofisiche, ma anche innumerevoli sequenze di mero autocompiacimento autoriale che rallentano parecchio l’azione e non aggiungono nulla al significato del film in sé. Peccato, perché l’idea di partenza è schifosetta ed interessante quanto basta ma siamo ben lontani dai tempi della Nuova Carne.

martedì 27 settembre 2016

Goodnight Mommy (2014)

In occasione dell'uscita in home video ad opera della Midnight Factory, in questi giorni ho guardato Goodnight Mommy (Ich Seh, Ich Seh), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dai registi Severin Fiala e Veronika Franz.


Trama: la madre dei gemellini Lukas ed Elias torna a casa dopo un'operazione al volto ma i due bimbi si convincono che sotto le bende si nasconda un'altra donna.

 
La verità, si dice, sta nell'occhio di chi guarda. Se ciò fosse vero, allora ognuno di noi sarebbe in grado di plasmare la propria versione di realtà e nessuno potrebbe convincerci del contrario, tanto meno se ciò che vediamo con i nostri occhi ci gratifica oppure ci terrorizza. In Goodnight Mommy, come da titolo originale, la realtà si sdoppia, anzi si triplica: da una parte c'è ciò che vedono i due gemellini Lukas ed Elias, identici dentro e fuori, dall'altra c'è ovviamente ciò che vede la loro madre, reduce da un'importante operazione al viso (un lifting? Probabilmente, ma non lo sapremo mai con certezza). Il punto di vista di questi tre personaggi si sostituisce a quello dello spettatore il quale, non conoscendo ovviamente il contesto in cui essi vivono, è costretto a "prendere in prestito" i loro occhi ed assecondare le loro percezioni, uscendo così frastornato dalla visione di Goodnight Mommy, un thriller dalle forti venature horror e psicologiche assai simile a quella perla di Magic, Magic. La prima parte della pellicola è infatti realizzata interamente attraverso il filtro percettivo di Lukas ed Elias, due bimbi figli di una presentatrice televisiva e privi di una figura paterna di riferimento i quali, chissà perché, vivono in totale solitudine in una casa che è il trionfo del design moderno. Per un italiano, già questo è straniante: perché i bimbi non hanno una tata, una nonna, una zia, un adulto che li segua in assenza della madre? Tutto ciò che li circonda al di fuori della casa è natura incontaminata e coltivazioni a perdita d'occhio ma anche stralci di una periferia austriaca poco esaltante, per non parlare di case diroccate che nascondono inquietanti segreti, ma si tratta di realtà o finzione? Così strana è la realtà che circonda i due ragazzini (e così forte è il loro legame), che è quasi normale pensare che una donna sconosciuta si sia sostituita alla loro madre, celando sotto le bende che sembrano uscite dritte da La pelle che abito un animo bizzoso, umorale, a tratti crudele: dov'è finita la mamma che cantava la ninna nanna e giocava con i due bimbi, verso i quali la "nuova versione" mostra una freddezza sconcertante?


Le domande che arriviamo a porci durante la prima parte di Goodnight Mommy vengono completamente ribaltate mano a mano che la pellicola si avvicina alla conclusione. Alla diffidenza nei confronti di questa donna senza volto si aggiunge, sempre più soverchiante, un senso di inquietudine di fronte alle azioni di due bambini impossibili da distinguere e dagli interessi "peculiari" (i loro incubi fanno impressione ma mai quanto la collezione di blatte che nascondono in camera come un tumore maligno pronto ad esplodere), tanto che il dubbio diventa legittimo: e se l'atteggiamento della madre fosse semplicemente una conseguenza, per quanto deprecabile, dello stress post-operatorio e i gemelli si fossero solo convinti di avere un'estranea in casa perché non riescono ad accettare che mamma sia cambiata? E' da questa domanda che prende il via uno stress psicologico e visivo abbastanza arduo da sostenere, interamente giocato sulla percezione infantile del mondo attraverso l'immaginazione e il gioco ma anche attraverso gli occhi di un adulto che, probabilmente, non è mai stato in grado di gestire i propri figli, tanto meno comprenderli. Vissuto in quest'ottica, Goodnight Mommy è uno splendido e tesissimo thriller capace di inchiodarci con domande scomode, un'opera complessa che affonda le radici nei topoi del bambino malvagio e del doppio riuscendo allo stesso tempo a trovare una propria strada che travalica il colpo di scena ad effetto (non a caso, facilmente intuibile dopo i primi cinque minuti) per spalancarci l'abisso di ciò che sta al di là dell'apparenza, nascosto dietro maschere che siamo noi stessi a costruire per il nostro piacere e la nostra stabilità mentale. Goodnight Mommy invece, come una blatta, si infila strisciando sotto le nostre sicurezze, alterandole per sempre e bloccandoci all'interno di un incubo ad occhi aperti dove ciò che si cela dietro quelle maschere travalica tutte le nostre peggiori paure. E se non è grandissimo Cinema questo, non so davvero cosa sia.

Severin Fiala è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Austriaco, al suo primo lungometraggio "di finzione" (ha all'attivo il documentario Kern, girato sempre assieme a Veronika Franz), ha 31 anni ed è anche attore e produttore.
Veronika Franz è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Austriaca, ha co-diretto il documentario Kern. Ha 51 anni.


Due parole sull'edizione speciale in DVD della Midnight Factory: oltre all'ottima qualità audio/video e all'interessante libretto interno curato da Manlio Gomarasca e Davide Pulici di Nocturno Cinema, l'edizione italiana del film vanta anche una serie di speciali molto interessanti come l'intervista ai registi, il making of di un paio di disgustosi effetti speciali, scene eliminate e alcuni divertenti outtakes aventi per protagonisti i due gemellini Elias e Lukas Schwarz. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The Babadook, The Visit, The Invitation, Stoker, Two Sisters e Magic, Magic. ENJOY!

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