domenica 14 giugno 2015

Lo straordinario viaggio di T.S.Spivet (2013)

Dalle mie parti ha fatto solo capolino ma ero comunque curiosa di guardare Lo straordinario viaggio di T.S.Spivet (The Young and Prodigious T.S.Spivet), diretto e co-sceneggiato nel 2013 dal regista Jean-Pierre Jeunet partendo dal romanzo Le mappe dei miei sogni (The Selected Works of T.S. Spivet) di Reif Larsen.


Trama: Il piccolo e geniale T.S. Spivet vive a Divide, nel Montana, insieme ad una sorella con ambizioni da attrice, un padre cowboy e una madre entomologa. Un giorno il bambino riceve una chiamata dallo Smithsonian Institute, che lo invita a ritirare un prestigioso premio, così  T.S. parte per un avventuroso e solitario viaggio alla volta di Washington…


Probabilmente ora mi attirerò addosso il biasimo della maggioranza dei veri blogger cinefili ma non mi vergogno di ammettere di essere una dei tanti spettatori che, all’epoca, si erano innamorati perdutamente de Il favoloso mondo di Amélie e della coloratissima, poetica e soprattutto ruffianissima (lo riconosco ma cazzumene) messa in scena di Jean-Pierre Jeunet. Poi, a dire la verità, mi ero persa Una lunga domenica di passioni e un altro film di cui ora non rammento il nome però il trailer di quello che per comodità abbrevierò in T.S. Spivet chissà perché mi aveva intrigata; forse perché mi ricordava molto le atmosfere del mio adorato Wes Anderson, forse perché ero contenta di vedere la Bonham-Carter in un ruolo non necessariamente gotico, forse perché, in generale, i racconti di formazione aventi per protagonisti dei bambini geniali mi sono sempre piaciuti. E devo dire che l'ultimo film di Jeunet, oltre ad essere molto carino, ha tenuto fede a tutto quello che mi sarei aspettata da lui, rivelandosi una visione assai piacevole. Come ho detto, si respira Wes Anderson dalla prima all'ultima lettera della sceneggiatura: T.S. Spivet vive assieme ad una strampalata famiglia di persone estremamente diverse tra loro e molto peculiari, che raramente si parlano e che, ovviamente, non riescono a superare una tragedia che è riuscita ancor più ad allontanarli, almeno in apparenza. Il piccino è dotato di un incredibile cervello, che lo spinge a consacrarsi agli hobby più strampalati rifuggendo i passatempi dei suoi coetanei e ciò fa sì che un giorno lo Smithsonian Institute decida di premiarlo per un'invenzione che potrebbe finalmente fare luce sul mistero del moto perpetuo: da questo momento comincia per T.S. un viaggio in solitaria, tra incontri piacevoli e altri meno, un viaggio che lo porterà necessariamente ad affrontare il suo senso di colpa e a capire qualcosa di più su sé stesso e la sua famiglia. Come già accadeva in Amélie, nonostante il suo aspetto coloratissimo e l'abbondanza di momenti divertenti anche questo T.S.Spivet è molto malinconico e a tratti doloroso, tanto che alla fine ho concluso la visione con un magone abbastanza difficile da buttare giù.


Tristezza a parte, T.S. Spivet è molto particolare nella sua realizzazione. Non ho letto Le mappe dei miei sogni ma da quello che ho visto in giro dovrebbe essere un ibrido tra un romanzo "classico" e un libro avventura zeppo di gadget, mappe, grafici e note a pié di pagina che costituiscono parte integrante della trama; per quel che ha potuto, mi è parso che Jeunet abbia rispettato lo spirito dell'opera originale, sovrapponendo alle immagini live action degli schemi che riassumono i piani di viaggio del protagonista, diagrammi che ne sintetizzano i pensieri, persino stralci di diario scritti a mano. La pellicola è raccontata interamente dal punto di vista di T.S., con tanto di voce narrante, sequenze dove talvolta la realtà viene filtrata dalla fantasia del bambino (cosa che porta, per esempio, gli animali a parlare) e visioni di ciò che accade all'interno della mente sua o di quella di chi gli sta accanto; in tutta sincerità, devo però dire che questo escamotage già usato in Amélie rende a tratti "posticcia" e poco fluida l'intera storia e spesso sembra che Jeunet voglia a tutti i costi ricreare le atmosfere del suo film più famoso sacrificando il sentimento alla forma, per quanto coloratissima, fiabesca ed adorabile. Passando al cast, il semi-esordiente Kyle Catlett è simpatico, carino e molto tenero; non è un'impresa facile rendere gradevole al pubblico un bimbetto saccente e anche troppo "adulto" per la sua età ma per fortuna il piccolo attore ci riesce ed è anche molto convincente nel momento in cui T.S. si fa seriamente male (cosa strana, tra l'altro, per questo genere di film!). Gli altri attori formano un gruppetto assai variegato di star internazionali, come la Bonham-Carter, e ottimi caratteristi, come Callum Keith Rennie e un irriconoscibile Dominique Pinon, che sostengono degnamente l'"ingombrante" presenza del protagonista e contribuiscono a rendere ancora più vivace l'insieme. Concludendo, siamo purtroppo ben lontani dai fasti de Il favoloso mondo di Amélie ma se vi mancano le atmosfere malinconiche e sognatrici di quel film o siete in crisi d'astinenza da Wes Anderson, Lo straordinario viaggio di T.S.Spivet vale una visione!


Di Helena Bonham-Carter, che interpreta la Dottoressa Clair, ho già parlato QUI.

Jean-Pierre Jeunet è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Alien - La clonazione, Il favoloso mondo di Amélie e Una lunga domenica di passioni. Anche produttore, attore, animatore, costumista e scenografo, ha 62 anni e un film in uscita.


Judy Davis interpreta G.H. Jibsen. Australiana, ha partecipato a film come Barton Fink - E' successo a Hollywood, Il pasto nudo, Harry a pezzi e Marie Antoinette. Ha 60 anni e un film in uscita.


Callum Keith Rennie interpreta il padre di T.S. Inglese, ha partecipato a film come eXistenZ, Memento, Blade: Trinity e a serie come X-Files, Oltre i limiti, Highlander, Nikita, Dark Angel, La zona morta, Tru Calling, Kingdom Hospital, Supernatural, Smallville, 24 e CSI: Miami. Anche produttore, ha 51 anni e cinque film in uscita.


Niamh Wilson interpreta Gracie. Canadese, ha partecipato a film come Saw III - l'enigma senza fine, Saw IV, Saw V, Saw VI, Maps to the Stars e a serie come Hemlock Grove. Ha 18 anni.


Dominique Pinon interpreta Two Clouds. Francese, ha partecipato a film come Frantic, La leggenda del santo bevitore, Alien - La clonazione, Il favoloso mondo di Amélie, Una lunga domenica di passioni e a serie come Caméra Café. Ha 60 anni e due film in uscita.


Il piccolo Kyle Catlett, che interpreta il protagonista, è pronto a tornare sul grande schermo col remake di Poltergeist, la cui uscita italiana è prevista a luglio, mentre il "fratellino" Jakob Davies è stato un giovanissimo ed umano Pinocchio nella serie C'era una volta. Finite le curiosità inutili, se Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet vi è piaciuto recuperate anche Il favoloso mondo di Amélie, Il treno per il Darjeeling e Moonrise Kingdom - Una storia d'amore. ENJOY!

venerdì 12 giugno 2015

Fury (2014)

Con il solito ritardo di poco meno di un anno, è arrivato anche da noi l'apprezzatissimo Fury, diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista David Ayer. Potevo forse non guardarlo?


Trama: nell'aprile del 1945 un gruppo di soldati americani combatte in Germania, all'interno di un carro armato, una guerra disperata contro i ben più potenti corazzati tedeschi e gli ultimi scampoli di resistenza nazista...


Due ore e dieci che sembrano una, interamente passate nel claustrofobico interno di un carro armato e sugli ancor più claustrofobici campi di guerra. Due ore e dieci di angoscia mista a un senso di partecipazione e fortissima empatia, ecco la sensazione che mi ha comunicato Fury, una pellicola talmente intensa e concitata che persino io, che notoriamente non amo i film "di guerra", non ho potuto fare altro che lasciarmi assorbire dalla storia narrata e soffrire o combattere assieme agli occupanti del carro armato che da il titolo al film. E ad ogni sequenza, chissà perché, mi venivano in mente i versi di quel bardo genovese che così bene cantò i sentimenti dei soldati al fronte con La guerra di Piero. Il giovane Norman come il protagonista di quella meravigliosa canzone che, poverello, avanza "triste come chi deve" ed è costretto a rinunciare alla sua innocenza ed umanità per rispettare una regola orribile ma indispensabile per la sopravvivenza, quell'"uccidi o vieni ucciso" (sì, anche bambini, donne e uomini disarmati) che gli viene inculcato sia dal brusco Don che dalla triste ed ingiusta realtà della guerra; in quel momento storico d'incertezza in cui gli alleati stavano quasi per vincere ma i tedeschi non avevano ancora perso, ogni istante di tranquillità e cameratismo nascondeva l'insidia di una bomba inesplosa, di un agguato tra gli alberi o di un cecchino appostato chissà dove, pronto a far saltare la testa di chi era così incauto da rilassarsi. I personaggi di Fury, soldati pieni di difetti e anche poco simpatici ma per questo ancora più umani, sono uomini allo stremo che vivono solo per la guerra e che affrontano i quotidiani orrori del conflitto nell'unico modo che conoscono. Trascinato di peso nel fango di una terra straniera e in una realtà che non gli appartiene, la recluta Norman si ritrova all'improvviso a dover fare parte di un gruppo rude e molto unito, i cui membri sono già sopravvissuti a decine di battaglie e si sono lasciati alle spalle ogni remora o residuo di innocenza; la pellicola dunque si focalizza sulla "crescita" di Norman, che attraverso varie esperienza cambia e passa dall'essere uno sbarbatello pauroso ed incerto ad una Macchina di guerra, per quanto ancora capace di provare emozioni.


Il vero protagonista della pellicola è però il carro armato Fury che, come viene detto all'inizio e come tutti i suoi "fratelli" d'armi, ha una potenza assai inferiore a quella dell'artiglieria tedesca. David Ayer segue questo mastodonte come farebbe un documentarista con un elefante vecchio e stanco, affiancandone il cannone spesso in primo piano, mostrando nel dettaglio la sporcizia dei cingoli e le ferite riportate sul metallo ormai usurato e facendo diventare l'enorme "scatola di latta" un essere vivente al pari di Norman, Don e compagnia, un vero e proprio membro della squadra. Il carro armato viene così a simboleggiare la libertà e l'ultimo baluardo di difesa (emblematica la ripresa dall'alto che precede i titoli di coda) ed è sicuramente anche una casa, una sorta di ventre materno per i soldati capitanati da Don ma non solo: Fury è anche un mostro di metallo e all'occorrenza può diventare una trappola mortale per i suoi occupanti, un limite oltre il quale comincia una realtà sconosciuta e spaventevole ma pur sempre viva, lontana dall'alienazione che viene inevitabilmente a crearsi all'interno di quattro fredde e claustrofobiche pareti. David Ayer non è l'ultimo arrivato e riesce ad armonizzare alla perfezione la necessaria lentezza e "pesantezza" di una guerra combattuta sui carri armati a momenti di azione serratissima dove i continui scambi di granate e proiettili ricordano quasi un film di fantascienza; tra l'altro, non mi intendo di storia in generale o di seconda guerra mondiale in particolare ma la ricostruzione di mezzi e costumi a me è sembrata accuratissima, con tanto di utilizzo di un carro armato d'epoca realmente funzionante, il Tiger se non erro. Nonostante le varie critiche che ho letto in giro (critiche che in parte avvallo, ché il racconto non è particolarmente originale e soffre di alcuni momenti volutamente "finti", come il pranzo a casa delle signorine tedesche) a me sono piaciuti molto anche gli attori. Forse Brad Pitt non è il massimo dell'espressività ma, a mio avviso, il suo personaggio allucinato richiedeva proprio quest'approccio, mentre Logan Lerman, Shia LaBeouf (che normalmente odio) e Jon Bernthal sono perfetti e gli ultimi due portano a casa delle interpretazioni incredibili, nonostante i loro personaggi borderline rischiassero seriamente di venire trasformati in macchiette. Quindi, sono davvero contenta di essere andata a vedere Fury ma siccome mi sono accorta di avere scritto un post noiosissimo e troppo serio concludo con una bella domanda ignorante: ma quanto può essere figo Jason Isaacs, anche sfigurato, e quanto può essere incredibilmente MMostro Jon Bernthal, con quella faccia da Scéim che si porta dietro dai tempi di The Walking Dead?


Di Brad Pitt (Don "Wardaddy" Collier), Shia LaBeouf (Boyd "Bibbia" Swan), Logan Lerman (Norman Ellison), Michael Peña (Trini "Gordo" Garcia), Jon Bernthal (Grady Travis) e Jason Isaacs (Capitano Waggoner) ho già parlato ai rispettivi link.

David Ayer è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come End of Watch - Tolleranza zero. Anche produttore, attore e stuntman, ha 47 anni e un film in uscita, l'imminente Suicide Squad.


Tra gli altri attori che spuntano qua e là in Fury segnalo la presenza di Scott Eastwood, figlio di Clint Eastwood, nei panni del sergente Miles. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate anche Salvate il soldato Ryan e Bastardi senza gloria. ENJOY!

giovedì 11 giugno 2015

Christopher Lee (1922 - 2015)



Addio, elegante Principe delle Tenebre.
Credevo davvero fossi immortale.

(Gio) WE, Bolla! del 11/6/2015

Buon giovedì a tutti! Siete pronti a tornare dopo più di 20 anni al Jurassic Park? Immagino di sì ma vediamo quali altre pellicole sono arrivate in quel di Savona... ENJOY!

Wolf Creek 2
Reazione a caldo: Ah beh.
Bolla, rifletti!: In ritardo di un paio d'anni, arriva anche in Italia (e stranamente a Savona!!) il seguito di uno degli horror più belli degli ultimi tempi. Di cui, peraltro, ho già parlato QUI. Andatelo a vedere, sperando che l'adattamento e il doppiaggio italiani non l'abbiano devastato.

Jurassic World
Reazione a caldo: Hmmm!!
Bolla, rifletti!: All'epoca ero stata fan sfegatata di Jurassic Park, come tutti i tredicenni deduco. I seguiti devo averli visti con un occhio aperto e uno chiuso e se devo essere sincera non smanio dalla voglia di vedere questo ultimo capitolo, dopo millenni di pausa dalla saga. Oh, se poi qualcuno mi vorrà portare al cinema, non mi lamenterò!


mercoledì 10 giugno 2015

Alla 39ª eclisse (1980)

Il mio strano metodo di ricerca film mi ha portata ad imbattermi nel peculiare Alla 39ª eclisse (The Awakening), diretto nel 1980 dal regista Mike Newell e tratto dal racconto di Bram Stoker Il gioiello delle sette stelle.


Trama: un eminente egittologo riesce a scoprire la tomba di un'antica regina egizia, la cosiddetta "senza nome". Nello stesso momento, la moglie da alla luce la piccola Margaret che, crescendo, comincia a sentire il richiamo della terra dei Faraoni...


Come molte altre persone conoscevo Bram Stoker quasi esclusivamente per Dracula e non avevo idea che lo scrittore irlandese avesse sondato i misteri dell'Egitto né che il suo racconto avesse ispirato una sorta di Il presagio in salsa faraonica. Ero inoltre beatamente ignara del fatto che esistesse questo horror anni '80 con Charlton Heston come protagonista e mi sono dunque accinta alla visione con una buona dose di curiosità e la promessa di recuperare, se la pellicola avesse meritato, il racconto Stokeriano. Ad essere sincera, Alla 39ª eclisse non mi ha entusiasmata particolarmente ma ha dalla sua un paio di caratteristiche positive che senza dubbio lo distaccano dalla massa, se non altro per il modo graduale in cui viene costruita l'ossessione del protagonista, per l'ambientazione particolare e per il finale incredibilmente pessimista. Lungi dal ricorrere ad un orrore grafico, Newell (al suo film d'esordio) preferisce infatti indugiare sul non visto e sul suggerito, lasciando allo spettatore sia il compito di interpretare diversi passaggi della pellicola e lasciandolo ad interrogarsi sulla veridicità o meno del mito della fantomatica regina Kara, la "senzanome", sia quello di comprendere ciò che spinge il protagonista all'azione: all'inizio, il dottor Corbeck si comporta come farebbe qualsiasi archeologo spinto da insana passione (oddio, vero è che quest'uomo meriterebbe di essere preso a schiaffi visto che abbandona persino la moglie malata ed incinta per inseguire la fama ed il successo) ma mano a mano che il film procede i suoi atteggiamenti diventano sempre più ingiustificabili e al limite dell'esasperazione, come se l'uomo fosse spinto da una potentissima volontà "aliena". La regina Kara esiste davvero o la sua presenza è solo frutto di suggestione combinata ad un'incredibile quanto spiegabilissima sfiga? Sul finale Alla 39ª eclisse prende una posizione ben definita ma per tutta la durata della pellicola la sfida, forse banale, tra scienza razionale ed esoterismo non è così scontata.


Ho nominato all'inizio l'ambientazione di Alla 39ª eclisse; le location, soprattutto quelle esterne, sono molto belle in quanto ubicate proprio nel deserto egiziano, a Luxor e tra le strade del Cairo, e non basta la fotografia leggermente "patinata" e sfumata (quindi, almeno per me, abbastanza fastidiosa) per privarle del loro innegabile fascino. Newell sfrutta le bellezze naturali egiziane soprattutto all'inizio, quando il film richiama le prime sequenze de L'esorcista con l'orrore che si svolge interamente alla luce del sole; con un abile gioco di regia e montaggio, la scoperta della tomba di Kara coincide con la malattia della moglie di Corbeck e ad ogni picconata degli archeologi segue uno straziante urlo della donna, preda di doglie inquietanti e premature. Questa prima parte così luminosa e concitata fa da degno contraltare all'ultima, più cupa e ambientata di notte, ed entrambe si fanno perdonare una parte centrale abbastanza banalotta e soporifera, ravvivata qui e là da qualche morte più o meno sospetta. A questo proposito, il grande e camurrioso problema di Alla 39ª eclisse, purtroppo, sono gli attori. Charlton Heston sarà anche un grande vecchio ma con l'horror ci azzecca davvero poco (tra l'altro aveva già rifiutato il ruolo di protagonista ne Il presagio), all'età di 60 anni ne dimostrava già 80 e fischia e l'idea di un tizio simile che fa l'archeologo e in più ha una figlia adolescente mi ha fatta ridere più di una volta; non sono migliori le sciape biondine che gli hanno affiancato, una nei panni della prima moglie (mostruosa, poveraccia) e l'altra in quelli della seconda mentre la figlia, interpretata da Stephanie Zimbalist, acquista spessore mano a mano che la pellicola procede e sul finale, anche grazie ad un bel make-up, riesce indubbiamente a fissarsi nella memoria dello spettatore. Riassumendo, Alla 39ª eclisse è un simpatico divertissement e un gradevole recupero di modernariato ma se non siete appassionati del genere potete tranquillamente ed elegantemente glissare.


Di Charlton Heston, che interpreta Matthew Corbeck, ho già parlato QUI.

Mike Newell (vero nome Michael Cormac Newell) è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Quattro matrimoni e un funerale, Donnie Brasco, Mona Lisa Smile, Harry Potter e il calice di fuoco, Grandi speranze ed episodi di serie come Le avventure del giovane Indiana Jones. Anche produttore e attore, ha 73 anni e un film in uscita.


Susannah York (vero nome Susannah Yolande Fletcher) interpreta Jane Turner. Inglese, ha partecipato a film come Tom Jones, Superman, Superman II, Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo, al nostrano Piccolo grande amore e a serie come Love Boat. Anche sceneggiatrice, è morta nel 2011 all'età di 72 anni.


Miriam Margolyes interpreta la Dottoressa Kadira. Inglese, la ricordo per film come La piccola bottega degli orrori, L'età dell'innocenza, Romeo + Giulietta, Magnolia, Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e i doni della morte - Parte 2 e inoltre ha partecipato a serie come Dharma e Greg; come doppiatrice ha lavorato nei film Babe - Maialino coraggioso, Balto, Mulan, Babe va in città e per le serie Rugrats e American Dad!. Ha 74 anni e un film in uscita.


Dal racconto Il gioiello delle sette stelle (di cui esistono due finali, quello pessimista della prima versione e quello più positivo della seconda stesura) sono stati tratti svariati altri film, sia prima che dopo Alla 39ª eclisse, il più famoso dei quali è sicuramente Exorcismus - Cleo, la dea dell'amore, prodotto dalla Hammer nel 1971; io non l'ho mai visto ma se Alla 39ª eclisse vi fosse piaciuto recuperatelo, magari assieme a Il presagio e a Manhattan Baby di Lucio Fulci! ENJOY!

martedì 9 giugno 2015

Lupin III: Una cascata di diamanti (1996)

Procede pian piano, con la solita lentezza, il recupero dei film di Lupin. Oggi facciamo un salto fino al 1996, anno in cui Gisaburo Sugii dirigeva e co-sceneggiava lo special TV Lupin III: Una cascata di diamanti ( ルパン三世 トワイライト☆ジェミニの秘密 - Rupan Sansei  - Towairaito Jemini no himitsu).


Trama: in punto di morte, il vecchio boss della mala Dolun da a Lupin la metà di un diamante che dovrebbe condurlo ad un enorme tesoro nascosto in Marocco...



Se dico che praticamente non ricordavo nulla di questo Lupin III: Una cascata di diamanti (il cui titolo della prima edizione televisiva italiana omaggia sfacciatamente un film di 007) è perché il film in questione è praticamente un'avventura in solitaria di Lupin, dove Jigen e Goemon si vedranno si e no per una decina di minuti complessivi e Zenigata e Fujiko poco di più. Capirete che per una ragazzina fanatica di Jigen come la sottoscritta questo equivaleva a una dichiarazione di guerra in grado di portarmi al disinteresse totale ma crescendo si cambia e, sinceramente, ora piuttosto che vedere il mio pistolero preferito mettersi a fare delle belinate preferisco che non compaia proprio. In questo caso, Sugii e soci imbastiscono una trama che, per fortuna, si distacca un po' da quella della solita banda alla ricerca di un tesoro, che gioca poco sulla tecnologia e i gadget di Lupin e molto su un suo lato maggiormente "intimista", arrivando a creare atmosfere simili (ho detto simili. Non identiche) a quelle del capolavoro Il castello di Cagliostro; nel corso del film ci vengono mostrati un crudele conflitto etnico-religioso, una polizia corrotta e, finalmente, la nascita di un sentimento credibile tra Lupin e la "bella ragazza" di turno, la giovane e vivace Lala che tanto mi ha ricordato la miyazakiana Clarice. Personaggi come Lupin, Zenigata e persino Goemon hanno momenti umoristici ma non raggiungono mai gli estenti a cui mi avevano abituata le ultime pellicole che ho guardato (tanto che Zenigata parrebbe quasi un ispettore serio!); al limite, giusto Fujiko, per la prima volta bionda, sembra avere assorbito la caratteristica e proverbiale deficienza tipica delle bimbo stereotipate... il che, sebbene la cosa mi abbia lasciata un po' perplessa, per i maschietti in generale e per Lupin in particolare, non è una cosa negativa.

Uomo o donna chi lo sa, c'è soltanto ambiguità! (cit. Mr Two Von Clay)
Infatti la bella Fujiko in Una cascata di diamanti mostra tutte le sue grazie, più che in altre occasioni. Ma proprio tutte, piegata letteralmente ai voleri di un fanservice spietato che sbatte in faccia allo spettatore le prosperose tettone e le scolpite chiappe della signorina Mine in più di un'occasione. E per la prima volta da che ricordi, signori miei, Lupin riesce ad arrivare fino in fondo! Potenza della tinta bionda, ovviamente. Come, non ricordate questo dettaglio piccante? Può essere, perché tra tutti i film di Lupin che sono passati in TV nel corso degli anni, Una cascata di diamanti è stato quello che la censura è riuscita maggiormente a massacrare, fino a stravolgere persino la natura di alcuni protagonisti. Prendiamo per esempio quel gigantesco donnone che risponde al nome di Sadachiyo: già nell'adattamento italiano la "ch" viene pronunciata come CHiave e non come CIoccolata, cosa di per sé gravissima, ma se vi capitasse tra le mani la versione giapponese (com'è successo a me) scoprirete anche che Sadachiyo donna non è, anzi, è un bel maschione che Lupin prende in giro in quanto gay e che Goemon cerca di punire per lo stesso motivo. Il povero Sadaciyo ha insomma subito il "trattamento Lord Zachar", come ricorderà chi guardava Sailor Moon proprio in quegli anni. Il direttore della polizia Gundàm invece ha subito il trattamento "Sana che diventa Rossana e Akito che diventa Heric" perché il poveraccio in originale si chiamerebbe Jean Pierre e non si porta appresso nessun Peter Rey. Insomma, il solito pasticciaccio brutto degli adattamenti italiani firmati MerDaset che, per fortuna, in tempi di internet, DVD e shopping on line si può tranquillamente bypassare. Anche perché così ci si riesce a godere la bella canzone che fa da colonna sonora al viaggio nel deserto di Lupin e Lala, le cui parole sono ovviamente assenti nella versione italiana. E con quest'ennesima testimonianza della nostra Crassa ignoranza e insulsa mancanza di rispetto verso le opere originali, passo e chiudo. Al prossimo Lupin!

Gisaburo Sugii è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto episodi delle serie Astroboy, Il grande sogno di Maya, Prendi il mondo e vai e Street Fighter II: V. Anche animatore, ha 75 anni.


Lupin III: Una cascata di diamanti è stato distribuito in Italia anche coi titoli (più fedeli a quello originale) Il diamante penombra e Lupin III: Il segreto del diamante penombra. Se il film vi fosse piaciuto recuperate tutti i film dedicati a Lupin di cui ho parlato finora! ENJOY!

domenica 7 giugno 2015

The Lazarus Effect (2015)

Nonostante a Savona l'abbiano tenuto tipo tre giorni sono comunque riuscita a vedere The Lazarus Effect, diretto dal regista David Gelb.


Trama: un gruppo di scienziati sperimenta un siero che, nelle loro intenzioni, dovrebbe tenere vive più a lungo le funzioni cerebrali dei pazienti durante le operazioni particolarmente difficili. Il siero si rivela invece capace di resuscitare i morti ma quando toccherà ad una di loro tornare dall'aldilà scopriranno che questo "dono" ha un prezzo terribile...


Dopo tutte le critiche negative lette su The Lazarus Effect mi sono stupita quando, arrivata più o meno a metà film, mi sono resa conto di quanto la storia (tolte le inevitabili banalità) scorresse abbastanza e di quanto gli attori fossero, in effetti, più che dignitosi. Tolto Duplass e la sua faccia da caSSo (perdonatemi il francese) e dimenticata la limitante mini-comparsata di Ray Wise c'è davvero di che leccarsi le dita: Olivia Wilde (non a caso Presidentessa ad honorem dell'Antro) accetta di imbruttirsi, per quanto possibile, e offre un'interpretazione inquietante e sensuale al tempo stesso e tutti i giovinetti che le sono stati affiancati, in primis Sarah Bolger e il sempre gradito Evan Peters, riescono a rendere i loro personaggi abbastanza tridimensionali, senza limitarsi alle solite interpretazioni da "carne da macello" tipiche del genere. La trama ricorda poi un paio di "capisaldi" (almeno per me) anni '80/'90, a partire dal quasi dimenticato Link, che passava spesso in TV quando ero ragazzina, per arrivare al più conosciuto Linea mortale; l'idea di un gruppo di scienziati che gioca a sovvertire le regole della natura, ovviamente sempre cominciando con le migliori intenzioni, si porta appresso un fascino risalente già ai tempi dell'800 e anche il mistero che circonda le esperienze post-mortem ha sempre il suo perché. Se The Lazarus Effect si fosse limitato a bullarsi tronfio dei suoi attori e, soprattutto, a mescolare queste due componenti, cercando di concentrare la storia e, conseguentemente, l'orrore, sugli strani effetti del siero protagonista sul cervello dei resuscitati, non dico che ci saremmo trovati davanti un capolavoro ma perlomeno un film dignitoso sì. E invece gli sceneggiatori Luke Dawson (responsabile di quella mezza schifezza di Shutter - Ombre dal passato) e Jeremy Slater (al suo esordio quindi perdonabile ma se mi rovina Death Note lo aGGido) hanno pensato bene di sbragare.


Volevate mica che The Lazarus Effect si limitasse a propinare ai mocciosetti aMMeregani un noiosissimo e banale complesso della divinità oppure qualcosa che affondasse le basi esclusivamente su dei concetti scientifici? E il mostrone finale? E le possessioni demoniache che ci piacciono tanto? E il finale aperto che altrimenti l'anno prossimo non possiamo andare al cinema a vedere The Lazarus Effect 2 - Lazaruses Unleashed (titolo puramente inventato ma fattibilissimo)? Tranquilli piccoli consumatori americani, ché la Blumhouse pensa sempre a voi! Dopo lo sdegno dei cattolici benpensanti e un incidente che a definirlo idiota gli si fa un complimento, comincia a sentirsi puzza di zolfo e quello che cominciava come un horror "scientifico" diventa un horror sovrannaturale con tanto di esseri che rimangono immobili a fissare le vittime per ore (vi ricorda qualcosa Paranormal Activity?), effettacci al computer, sensi di colpa che diventano il veicolo per qualche demone sconosciuto e, ovviamente, un assurdo quanto sbrigativo finale che lascia lo spettatore perplesso a chiedersi "perché". La cosa divertente, infatti, è che mentre di solito questo genere di film propina spiegoni lunghi e complessi, The Lazarus Effect preferisce fare propria la lezione orientale del "taciuto" senza ovviamente esserne in grado e il risultato è che il cambio di registro fa soltanto l'effetto "Casa delle Libertà", ovvero "facciamo un po' quel caSSo che ci pare". Peccato perché, come ho detto all'inizio, The Lazarus Effect poteva essere molto gradevole e invece è stata solo l'ennesima occasione sprecata all'interno di un genere che ne è già zeppo. Guardatelo solo se non avete nulla di meglio da fare o se siete fan di Oliviona perché l'occhiolino rivolto al buon Evan Peters vi farà impazzire.


Di Mark Duplass (Frank), Olivia Wilde (Zoe), Evan Peters (Clay) e Ray Wise (Mr. Wallace) ho già parlato ai rispettivi link.

David Gelb è il regista della pellicola. Americano, al suo primo lungometraggio, è anche produttore, attore, sceneggiatore e animatore. Ha 32 anni e un film in uscita.


Sarah Bolger interpreta Eva. Irlandese, la ricordo innanzitutto per essere stata la Principessa Aurora nella serie C'era una volta, inoltre ha partecipato a film come Locke & Key e ad altre serie come I Tudors; come doppiatrice, ha lavorato nella versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 24 anni e tre film in uscita.


Se The Lazarus Effect vi fosse piaciuto recuperate senza indugio i ben migliori Linea mortale, L'uomo senza ombra e magari anche Link o Monkey Shines - Esperimento nel terrore. ENJOY!

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