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venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)


All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.

Trama

Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..

RECENSIONE

Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.

Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Kim Bodnia, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

mercoledì 25 gennaio 2023

Babylon (2022)

Invogliata da un trailer favoloso, domenica sono corsa al cinema a vedere Babylon, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Damien Chazelle. Con oggi comincia ufficialmente la Road to the Oscar, visto che Babylon è candidato a tre statuette (Miglior Scenografia, Colonna Sonora e Costumi).


Trama: nella Hollywood di fine anni '20, grandi star e semplici mestieranti devono fare i conti con una nuova era inaugurata dall'avvento del sonoro...


Dopo l'esordio strepitoso con Whiplash avevo un po' litigato con Chazelle. Il suo La La Land, osannato da chiunque, mi aveva lasciata abbastanza tiepida nonostante l'indubbia bellezza formale, mentre di First Man non ricordo nemmeno un fotogramma. Ciò nonostante, il trailer di Babylon, dal montaggio forsennato e accompagnato da una splendida colonna sonora, mi ha attirata fin dalla prima volta che l'ho visto e lo stesso vale per il cast all star che si è piano piano svelato agli occhi dei futuri spettatori. A dimostrazione di quante speranze riponessi in Babylon, non mi sono fatta sviare né dalle stroncature praticamente unanimi di critica e pubblico, né dalla durata elefantiaca della pellicola e, a posteriori, devo dire che sono strafelice di essermelo goduto al cinema (l'unica pecca, come sempre, doppiaggio e adattamento, ma che cosa ci posso fare se a Savona è già un lusso che i film escano?) perché Babylon è diventata la mia prima folgorazione per questo 2023. Ovviamente, capisco perché possa non piacere, e per questo chiedo scusa ai miei due compagni di visione, che verranno testé tirati in ballo: nonostante entrambi abbiano dichiarato di essersi divertiti e abbiano apprezzato molti aspetti del film, il Bolluomo lo ha definito una pellicola "riservata" agli addetti ai lavori, a gente che ama il cinema e ne conosce un po' la storia, la nostra compare invece non ha saputo bene come prenderlo, in quanto troppo strano e sbilanciato nei toni della commedia o della tragedia. In effetti, Babylon è un film sul cinema, scritto e diretto da un autore che il cinema lo ama e lo vive, e tratta un periodo storico ben preciso con riferimenti a fatti ben noti e persone realmente esistite. Le vicende narrate nascono non solo dall'avvento del sonoro, che aveva fatto piazza pulita di molte star del cinema muto (inadeguate per via di una voce inadatta, in totale contrasto con l'aspetto fisico, come nel caso di John Gilbert, che ha ispirato il personaggio di Jack Conrad), ma anche dal ben più "castrante" avvento del Codice Hayes, un compendio di regole severissime atte non solo a regolare regie e sceneggiature (soprattutto per quanto riguardava sesso e violenza ma si andavano a toccare anche mille questioni morali e di "decoro", così che nulla potesse anche solo indurre in tentazione lo spettatore), ma anche la vita degli attori fuori dal set dopo anni di eccessi che il folgorante inizio di Babylon, uno schizofrenico mix di piani sequenza e raccordi di montaggio ad hoc, sbatte in faccia allo spettatore tenendo perfettamente fede al titolo. Hollywood come una Babilonia delirante fatta di orge e morti accidentali, sacrificati all'altare dello spettacolo o del piacere, completamente priva dell'aura di magia che ogni film acquista agli occhi dello spettatore facendolo sognare eppure, lo stesso, affascinante, glamour e desiderabile, come se ogni cosa orribile o scatologica facesse comunque parte dello spettacolo e, dunque, non potesse fare troppo male perché "finta". 


Passando alla critica mossa dalla mia compare, Babylon è certamente un film strano ed atipico ma, a mio avviso, rispecchia in pieno la mancanza di regole dell'epoca del muto nel momento in cui i toni della commedia grottesca la fanno da padrone, perché nella prima parte i protagonisti sono o troppo innocenti o troppo addentro agli ingranaggi del sistema per poter anche solo pensare di offrire il fianco alla disperazione (sempre presente nelle vite dei quattro personaggi principali, basti pensare alla madre di Nelly, alla famiglia perduta di Manny, al razzismo subito da Sidney, ai mille vizi e follie di Jack); con l'arrivo dei grandi cambiamenti nell'industria cinematografica muta anche il tono del film, che diventa sempre più malinconico e tragico, più lento, se vogliamo, perché "il tempo passa quando ci si diverte", ma quando cominciano i problemi inizia a pesare come piombo. La struttura di Babylon, in questo, somiglia molto a quella di capolavori Scorsesiani come Quei bravi ragazzi, Casinò o The Wolf of Wall Street, dove lo spettatore subisce il "fascino dello schifo" e viene talmente distratto dall'abbondanza di dettagli da arrivare a parteggiare persino per personaggi deprecabili e autodistruttivi come Jack o Nelly, la cui vita fatta di eccessi corre, inesorabilmente, incontro al destino di chi non è in grado di gestirsi e, soprattutto nel caso di Nelly, rovina l'esistenza di chiunque abbia la (s)fortuna di incontrarli. Anche in questo caso, giusto per continuare il parallelo con Scorsese, ci sono personaggi con un piede appena fuori dall'illusoria bellezza di Hollywood che fungono da occhio esterno pur non essendo totalmente estranei all'influsso della "Babilonia" e anche il loro destino (abbandonare il carro dei vincitori con la dignità ancora intatta o venire buttati giù a calci perché ancora non sono riusciti a capire le regole del gioco) dipende dal grado di coinvolgimento o di distacco coi quali si rapportano alla sirena del successo; in particolare, l'occhio dello spettatore viene rappresentato da quello di Manny che, in un cerchio (im)perfetto, parte come sognatore appassionato di film, si spoglia di ogni illusione nel momento in cui diventa parte integrante del business, e torna a sognare dopo anni di rifiuto quando si rende conto che, nonostante tutte le delusioni e le esperienze negative, il Cinema è una magia che si rinnova in eterno. 


In tal senso, l'unica critica vera che posso muovere a Chazelle è, forse, l'eccessiva indulgenza nei confronti dell'industria cinematografica. Nonostante venga spesso sottolineato l'orrore nascosto dietro la patina luccicante, il regista e sceneggiatore si mostra anche troppo innamorato dei suoi personaggi e li ammanta di un'aura malinconica e poetica, rendendoli rappresentanti di "bei tempi che non torneranno più" quando, razionalmente, sia Nelly che Jack hanno ben pochi aspetti positivi, salvo l'essere delle vivaci schegge impazzite che vanno contro ogni convenzione. Eppure, magia del cinema o di attori talmente in parte da essere perfetti (sì, Brad Pitt sembra quasi il doppelganger di Di Caprio in C'era una volta... Hollywood ma è comunque intensissimo, la Robbie, con quel vestitino rosso che può portare solo lei, è una dea scesa in terra a prescindere da quanto sia sfatta, il semi-esordiente Diego Calva si porta a casa un primo piano finale da applausi e un'interpretazione degna di un veterano, Jovan Adepo fa una tenerezza infinita e persino Flea è bello, ma mai quanto un P.J. Byrne che vorrei al lavoro ad urlare e bestemmiare ogni volta che qualcuno scazza), quando il film si è avviato verso la sua china tragica e triste non ho potuto fare altro che emozionarmi e piangere, passando attraverso quell'unico momento di ansia e disgusto vero che mi ha fatto pensare a un Chazelle come possibile regista horror e mi ha scosso i nervi più di quanto credessi possibile, alla faccia della bellezza barocca e della grandeur di tutto il resto di Babylon. Il film, per inciso, conferma la bravura di Chazelle come regista, sempre più a suo agio dietro la macchina da presa, con riprese ed inquadrature che annullano ogni confine tra finzione e realtà e si fanno metacinema di alto livello, fonte di interesse per gli spettatori curiosi, affiancate ad altre quasi oniriche, Felliniane, per non parlare di quel finale che sembra quasi un testamento, più che un atto d'amore. E siccome le citazioni e i rimandi non bastano mai, Chazelle omaggia se stesso con la colonna sonora jazzissima del fido Justin Hurwitz, che in qualche modo rievoca quella di La La Land soprattutto nel pezzo strappacuore intitolato Manny and Nellie's Theme (ripresa di Call Me Manny), riproposto più volte a mo' di leitmotiv, il mio preferito assieme a quella splendida Voodoo Mama che si sente già nei trailer. Mi rendo conto di avere scritto un post lungo, raffazzonato e pesante come un macigno, quindi mi taccio e vi dico l'unica cosa importante, ovvero "correte a vedere Babylon", ovviamente al cinema, perché val la pena di passare tre ore (che sembrano una) in quel magico luogo che, da sempre, veicola mille emozioni!


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Margot Robbie (Nelly La Roy), Flea (Bob Levine), Brad Pitt (Jack Conrad), Olivia Wilde (Ina Conrad), Joe Dallesandro (Charlie/Fotografo), Lukas Haas (George Munn), Patrik Fugit (Agente Elwood), Eric Roberts (Robert Roy), P.J. Byrne (Max), Max Minghella (Irving Thalberg), Samara Weaving (Costance Moore), Katherine Waterston (Estelle), Ethan Suplee (Wilson), Tobey Maguire (James McKay) e Spike Jonze (Otto) li trovate invece ai rispettivi link.

Jovan Adepo interpreta Sidney Palmer. Inglese, ha partecipato a film come Barriere, Madre!, Overlord e a serie quali L'ombra dello scorpione. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Jean Smart, che interpreta Elinor St. John, era la Melanie della serie Legion mentre del carismatico Diego Calva, che interpreta Manny ed è stato persino nominato al Globe, non ho mai visto nulla. Tra gli altri attori più o meno conosciuti segnalo Kaia Gerber (già nel cast di American Horror Story/Stories, qui interpreta un'attricetta), Li Jun Li (la Rose della serie L'esorcista, qui nei panni di Lady Fay Zhu) e Olivia Hamilton (interpreta Ruth Adler e, oltre ad essere la moglie di Chazelle, ha partecipato a La La Land e First Man). Emma Stone era stata scelta per il ruolo principale quando il film doveva essere una sorta di biografia della diva del muto Clara Bow ma ha dovuto rinunciare a causa dei ritardi della produzione e, quando è stata ingaggiata Margot Robbie, il suo personaggio si è distaccato maggiormente dalla fonte di ispirazione iniziale. Se Babylon vi fosse piaciuto recuperate C'era una volta a... Hollywood, La La Land, Viale del tramonto e Cantando sotto la pioggia. ENJOY!


martedì 30 agosto 2022

Bullet Train (2022)

Conquistata da un trailer che prometteva Giappone e tamarrate come se piovessero, domenica sono corsa a vedere Bullet Train, diretto dal regista David Leitch e tratto dal romanzo I sette killer dello Shinkansen di Kotaro Isaka.


Trama: al ladro/killer Ladybug viene commissionato il furto di una valigetta all'interno di uno Shinkansen diretto a Kyoto. Il lavoro, all'apparenza semplicissimo, si complicherà all'inverosimile...



Giappone e tamarreide mi aspettavo e tanto ho avuto. Bullet Train è un rinfrescante mix di vari generi, perfetto come blockbuster estivo, che segna una sorta di ritorno al passato popolato dai vari Tarantino, Guy Ritchie e, soprattutto, dei mille emuli che tentavano senza successo di eguagliarli, in quanto propone allo spettatore un film a base di killer ciarlieri, citazioni pop e splatterate irriverenti messe nelle mani di assassini stilosissimi e sopra le righe. Non ho letto il romanzo di Kotaro Isaka (direi mai tradotto in italiano e disponibile in lingua inglese a prezzi ancora troppo alti per un e-book - lo so, sono ligure, abbiate pazienza) e, considerato che Bullet Train in origine doveva essere un thriller serissimo diretto da Antoine Fuqua (rimasto in veste di produttore), dubito che il film di Leitch gli sia granché fedele a livello di atmosfere, ma di sicuro la trama è abbastanza machiavellica da essere stata concepita da un giapponese. Tutto parte dal lavoro "facile" di Ladybug, a cui viene chiesto di rubare una valigetta di proprietà di altri due killer, Tangerine e Lemon, il cui lavoro consiste invece nel consegnare detta valigetta e un ragazzo al padre di quest'ultimo, un terribile boss della mala; purtroppo, all'interno dello spazio claustrofobico costituito dal treno veloce che da il titolo al film, paiono essersi radunati altri killer, ognuno con i loro obiettivi, il loro passato e le loro colpe, e i destini di tutti questi particolari passeggeri arriveranno ad intrecciarsi in un clamoroso e tesissimo gioco dove non necessariamente servono forza, furbizia e cattiveria per vincere, quanto piuttosto fortuna. Fortuna (o l'atavica mancanza della stessa) e destino sono il fil rouge che lega tutti i personaggi e sono le forze che muovono una trama capace di regalare non poche sorprese allo spettatore, a cui si chiede di prestare molta attenzione e non farsi distrarre dalla messinscena accattivante, in quanto tra dialoghi fiume, flashback e soggettive particolari, perdersi è un attimo. 


Dal canto suo, infatti, David Leitch parrebbe perseverare nel suo progressivo allontanamento da prodotti tamarri ma "seri" come John Wick e Atomica Bionda per continuare sulla scia del sovraccarico cazzaro di Deadpool (non a caso in Bullet Train ci sono tantissimi attori che hanno avuto a che fare, chi più e chi meno, con Deadpool 2). Tra coloratissime scritte bilingue in sovraimpressione che introducono i vari killer, morbidi pupazzoni, dialoghi con gabinetti automatici, utilizzo di armi improprie, flashback rapidissimi ed esilaranti, citazioni pop e linguaggio "colorito", non è difficile immaginarsi Wade Wilson aggirarsi nei corridoi dello shinkansen, pronto a sgozzare i nemici tra una battuta e l'altra, e si vede che il regista è perennemente in cerca di quel miracoloso equilibrio tra stunt fenomenale e slapstick comedy. Su grande schermo e con l'occhio "vergine" di una prima visione, il film non presenta sequenze sciatte o mal realizzate, soprattutto per quanto riguarda i momenti di confronto corpo a corpo, e il finale in particolare, salvo quale esagerazione a livello di CGI, per quanto necessaria, lascia letteralmente a bocca aperta per la sfacciataggine con cui ignora qualsiasi legge della fisica. Personalmente, in quanto cultrice di killer "weird", ho apprezzato soprattutto il bestiario di assassini presenti nel film e la caratterizzazione dei vari attori. Dopo anni di assenza in ruoli da protagonista (parliamone, nell'ultimo Kingsman spuntava giusto 5 minuti), Aaron Taylor-Johnson torna a bucare lo schermo con un personaggio affascinante e carismatico anche nella sua puntuale dabbenaggine, e l'unica cosa che mi dispiace è che ciò lo ha portato a venire nuovamente inghiottito in quel carrozzone Marvel/Sony che era riuscito ad abbandonare, stavolta come Kraven il cacciatore, nemesi di Spider-Man; il suo Tangerine è diventato in tempo zero il mio personaggio preferito all'interno di un cast in parte e carichissimo, dove assieme a un Brad Pitt mattatore e alcune ghiotte guest star spiccano, in personalissimo ordine di gradimento, Hiroyuki Sanada, Brian Tyree Henry e Michael Shannon. Onestamente, posso dire di essermi divertita tantissimo con questo Bullet Train e, se dovessi proprio trovargli un difetto, è l'assenza di un crossover con John Wick. Ma invece di spendere soldi in MCU e DC Cinematic Universe, perché non create un JohnWickVerse? Pensateci!! 


Del regista David Leitch, che interpreta anche Jeff Zufelt, ho già parlato QUI. Brad Pitt (Ladybug), Joey King (Prince), Aaron Taylor-Johnson (Tangerine), Brian Tyree Henry (Lemon), Hiroyuki Sanada (il vecchio), Michael Shannon (Morte Bianca), Sandra Bullock (Maria), Logan Lerman (il figlio) e Zazie Beetz (Hornet) li trovate invece ai rispettivi link.


Un paio di curiosità: Ryan Reynolds compare, non accreditato, nel ruolo di Carver, Channing Tatum nei panni del passeggero fissato col sesso mentre la bionda "hostess" del treno non è altri che Karen Fukuhara, l'adorabile Kimiko della serie The Boys, e il controllore Masi Oka, ovvero Hiro della serie Heroes. Sandra Bullock ha rimpiazzato Lady Gaga nel ruolo di Maria. Se Bullet Train vi fosse piaciuto recuperate tutti i film della saga John Wick, Atomica Bionda, Free Fire e Pulp Fiction. ENJOY!  

lunedì 10 febbraio 2020

Oscar 2020

Buon lunedì a tutti! Stanotte ero bella pimpante ma ora ho un sonno boia, quindi spero di non scrivere troppe belinate sul recap della notte degli Oscar da poco conclusa, che ha visto il giusto trionfo di Parasite, la triste "punizione" a un Maestro del Cinema che ha osato andare contro lo strapotere della Disney/Marvel e tanto diludendo per un altro snobbato, il povero Quentin. Ma andiamo con ordine e... ENJOY!


Penso che nessuno si sarebbe aspettato, dopo l'Oscar a Parasite come miglior Film Straniero, quello per la regia e quello per la sceneggiatura originale a Bong Joon Ho, che l'intero cast del film più amato dell'anno salisse sul palco per ritirare anche la statuetta per il Miglior Film. Giusto riconoscimento alla pellicola più particolare dello scorso anno e a un regista bravissimo, che probabilmente ora starà girando ubriaco per le strade di Los Angeles e a cui va tutto il mio amore (ha ringraziato, giustamente, Martin Scorsese, di cui si studiano i film persino in Corea, scatenando una standing ovation che mi ha spezzato il cuore, ché Martino meritava TUTTO, alla faccia dell'Academy di merda, ignorante e bieca; e, giusto per sottolineare la bieca ignoranza, ha ringraziato Tarantino, altrimenti col cazzo che in America avrebbero saputo dell'esistenza di una cinematografia coreana), però, se posso dire, agli Oscar o si fanno minchiate o si stroppia: a questo punto, l'Oscar per il Miglior Film Straniero FORSE potevano assegnarlo a un altro film, no? Pazienza, è andata come andata, la fortuna è avere al mondo Bong Joon Ho e il suo Parasite


E per un quartetto di premi inaspettati, ce ne sono due sui quali non c'erano dubbi, da settimane. Joaquin Phoenix vince l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista con Joker, infilando nel suo spiazzante discorso di ringraziamento rimbrotti vegani, giustizia per i vitelli e una citazione del fratello morto. Poteva concludere sparando alla Zellweger, invece no, ahimé. Joker, ringraziando il cielo, porta a casa solo un altro premio, quello per la migliore colonna sonora originale. Per carità, Hildur Guðnadóttir è stata carinissima, ma quel premio sa tanto di contentino per le quote rosa, altrimenti abbastanza sacrificate quest'anno.


La terrificante (e non in senso buono) Renée Zellweger vince invece come Miglior Attrice Protagonista per Judy, film freddissimo salvato, in parte, dalla sua interpretazione, valida solo nelle parti cantate. Dispiace, e molto, per Saoirse Ronan e Scarlett Johansson, che con due nomination non ha vinto una cippa.


Laura Dern vince la statuetta di Miglior Attrice Non Protagonista per Marriage Story. Mi spiace storcere il naso davanti a Laura Dern, che adoro da sempre, però quest'anno avrei visto meglio come vincitrici Margot Robbie oppure Kathy Bates. Certo, in un mondo migliore, Florence Pugh si sarebbe contesa con Lupita Nyong'o il premio di Attrice Protagonista, l'una per Midsommar e l'altra per Noi, ma questo è un mondo brutto, e dobbiamo vedere nomination date a caso da gente che 99 su 100 non guarda film. Ah, a proposito di Laura Dern, David Lynch ha ottenuto, assieme a Lina Wertmuller e Wes Studi, l'Oscar alla carriera, mentre Geena Davis si è presa quello "umanitario".


Va a Brad Pitt l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, e vabbé. Ogni Oscar che, indirettamente o meno, finisce a Quentin (purtroppo C'era una volta a... Hollywood ha vinto solo un altro premio, quello per la Migliore Scenografia, probabilmente quello meno adatto) è un Oscar ben speso, ma lasciatemi dire che Joe Pesci e Al Pacino meritavano molto ma molto di più. Gli Oscar non vanno dati "perché era l'unico rimasto ancora senza", ma per l'effettiva bravura, dai.


JoJo Rabbit vince invece il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, ahimé l'unico Oscar portato a casa dal film di Waititi, che se non altro non è rimasto a bocca asciutta.


Assieme a Scorsese, ad uscirne con le ossa rotte è stato il favoritissimo 1917, premiato "solo" con un Oscar importante, quello per la Fotografia (bravissimo Roger Deakins, che ha fatto un lavoro della Madonna percepibile persino da un'ignorante come me, ma non riconoscere la superiorità e l'eleganza di una mano come quella di Jarin Blaschke in The Lighthouse è davvero da stronzi), e quelli tecnici per gli effetti speciali e il missaggio sonoro. A proposito di vilipendio continuo e reiterato a Scorsese, la povera Thelma Schoonmaker è stata battuta dal montaggio di Le Mans '66, che ha vinto anche il premio per il miglior montaggio sonoro. Alle piccole gioie per le vittorie dei costumi di Piccole Donne, di Elton John con la miglior canzone originale e del make-up/acconciature di Bombshell, si accompagna invece l'incredula tristezza per la marchettona gigante alla Pixar: davanti a ottimi esempi di animazione non banale come Dov'è il mio corpo?, Missing Link e Klaus, si è preferito premiare Toy Story 4, che per quanto abbia trovato molto carino è il meno bello della quadrilogia. Insomma, questi Oscar non sono andati male, ma potevano andare molto, molto meglio. Andrò ad ubriacarmi assieme al nuovo eroe di Hollywood, Bong Joon Ho, dandovi appuntamento all'anno prossimo. ENJOY!

martedì 7 gennaio 2020

Golden Globes 2020

Con un ritardo dovuto a un inizio anno già non dei migliori, ecco a voi due opinioni sugli ultimi Golden Globes assegnati domenica notte. Potevo anche evitare, ma sono pignola, Tarantino andava celebrato e la programmazione rimpolpata quindi... ENJOY!


Miglior film - Drammatico
1917 (USA, 2019)
A sorpresa, quatto quatto, l'ultimo film di Sam Mendes (che in Italia arriverà il 23 gennaio) si è portato a casa i premi per miglior film drammatico e miglior regia, con sommo scorno di chi, come me, sperava in una vittoria di The Irishman di Scorsese, grandissimo snobbato della serata. Sono molto curiosa, a questi punti, di vedere un film che già mi attirava dal trailer e più che felice di aver visto rimanere a bocca asciutta sia Joker che Storia di un matrimonio.

Miglior film - Musical o commedia
C'era una volta a... Hollywood  (USA, 2019)
Gioia, gioia, gioia. Il primo dei tre premi a firma del mio aMMore Tarantino, uscito trionfante dalla serata. Non ho ancora visto JoJo Rabbit ma, onestamente, direi che con gli altri candidati non c'era gara, per quanto alcuni mi siano piaciuti parecchio.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Joaquin Phoenix in Joker
Vittoria telefonatissima e meritata, anche perché l'interpretazione di Phoenix è di quelle che non si dimenticano, anche se io stavolta tifavo per Adam Driver.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Renée Zelweger in Judy
Da noi uscirà il 16 gennaio e io non vedo l'ora di vederlo, a prescindere dall'interpretazione della Zelweger che ha sbaragliato una concorrenza assai agguerrita. Ovvio, il mio cuore va a prescindere a Piccole donne ma non essendo ancora uscito non posso davvero giudicare le varie interpretazioni.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Taron Egerton in Rocketman
Dispiacere grande per Leonardo Di Caprio, a mio avviso fenomenale nel film di Tarantino e ben più meritevole del pur bravo collega Brad Pitt, però Egerton in Rocketman è favoloso. Non vincerà mai l'Oscar ma almeno il Globe è meritato!


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Awkwafina  in The Farewell - Una bugia buona
Onestamente, è un'attrice che non conosco ma devo ammettere che quest'anno non c'era molto di che essere entusiasti tra le varie candidature. Forse, tra tutte le performance viste, la migliore era quella di Ana de Armas ma visto l'argomento di The Farewell immagino che Awkwafina portasse un po' più di spessore.

Miglior attore non protagonista
Brad Pitt in C'era una volta a Hollywood
Ebbravo Bradano ma questo, con tutto il rispetto, era l'unico Globe che davvero non avrei consegnato, non quando c'erano Joe Pesci e Al Pacino da premiare in coppia per le magnifiche interpretazioni in The Irishman. Eddai, su.


Miglior attrice non protagonista
Laura Dern in Storia di un matrimonio
E' l'unica che ho potuto vedere ed è meravigliosa, quindi ben venga un Globe alla sempre amatissima Laura!


Miglior regista
Sam Mendes
Maddai, affanculo. Non a Mendes, al quale voglio bene da sempre, ma a chi assegna i Golden. Grazie a Dio non hanno dato premi a Todd Phillips, ma almeno quello a Scorsese!! Dai, cazzo!

Miglior sceneggiatura
Quentin Tarantino per C'era una volta a... Hollywood.
Tutta la vita. Più Globes e Oscar a Quentin vanno, più sono felice, anche perché la sceneggiatura del suo ultimo film è esaltante, commovente, poetica e bellissima.


Miglior canzone originale
I'm Gonna Love Me Again di Elton John e Bernie Taupin, per il film Rocketman
Ottima scelta, anche se a me è piaciuta parecchio anche Into the Unknown di Frozen II.

Miglior colonna sonora originale
Joker di Hildur Guanadottir
E chi se la ricorda? Molto meglio, a mio avviso, quella di Motherless Brooklyn.

Miglior cartone animato
Missing Link (USA 2019)
La Laika è sempre un'enorme garanzia di qualità ma questo film, porca miseria, è missing in action. Speriamo che la vittoria dia un calcio alla distribuzione italiana perché qui urge un pronto recupero!!

Miglior film straniero
Parasite (Corea del Sud, 2019)
Vittoria strameritata per un film bellissimo e attuale. Peccato per Ritratto della giovane in fiamme, di cui parlerò nei prossimi giorni, perché è splendido, particolarissimo e (senza forse) mi ha toccata assai più di Parasite.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime. Stavolta, ho puntato su uno dei cavalli giusti, ovvero Chernobyl, che ha vinto sia come miglior miniserie sia con Stellan Skargard, mentre Emily Watson è stata battuta dalla Patricia Arquette di The Act, serie che non conosco assolutamente, e lo stesso vale per Jared Harris, che ha lasciato il posto a Russell Crowe. Da segnalare, infine, il premio Cecil B. De Mille per la carriera a Tom Hanks e il Carol Burnett Award per la carriera televisiva a Ellen DeGeneres. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 20 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Dear Quentin,

sono sempre io, dopo ben quattro anni. Nel frattempo ti sei sposato, aspetti un figliolo, e io dico: c'era bisogno di arrivare a tanto con questa donna dello schermo quando io, la tua Beatrice, non avrei problemi a dichiarare al mondo il nostro aMMore? Guarda, ti giuro che non è per ripicca che vado dicendo in giro di come C'era una volta a... Hollywood non sia il tuo film migliore e te lo dimostrerò scrivendo solo cose belle, anzi, bellissime, sul tuo ultimo film, senza SPOILER. Posso però dire che sei stato un maledetto a tagliare le scene con Tim Roth? E posso altresì permettermi di dirti che la prossima volta mi piacerebbe un "pochettino" di coesione in più all'interno della trama, ché va bene la struttura sfilacciata, le trame incrociate e le digressioni citazioniste ma a tratti mi è sembrato di ripiombare nella lunghissima introduzione di A prova di morte (per me il film meno bello - MAI brutto! - che hai realizzato)? Bon, basta, quello che dovevo dire di negativo l'ho detto, ora passiamo alla gioia.


In tempi di orrido cinismo e snobismo cinèfilo, dove tutti hanno già visto tutto e chiunque ha un'opinione perlopiù negativa su qualsiasi pellicola, dove non ci sono più curiosità né mistero, perché tanto ogni singolo segreto di un film si può trovare on line, mi chiedo come diamine fai tu, caro Quentin, a sognare ancora. A custodire dentro il cuore ricordi lucidissimi eppure ancora intrisi di magia, a fomentare continuamente l'Amore per quel Cinema che ti ha dato tutto, fin da quando non eri nemmeno famoso, al punto da annullare ogni confine tra la realtà, il gossip da tabloid patinato e il cliché. Come Noodles che usciva da quella stazione, vecchio e zeppo di memorie filtrate dal tempo e dall'oppio, così tu ci consegni la TUA storia, la TUA Hollywood, una città fatta di luci al neon e cinema, di star che possono venirti a vivere accanto a casa, dove ogni giorno può diventare una (dis)avventura e dove fiumi di alcool e fumo mettono a tacere le coscienze di coloro per i quali il sogno o è morto o sta per trasformarsi in un incubo. I tre personaggi che sfrecciano sulle strade di Los Angeles con in capelli al vento e la musica nelle orecchie sono i tre estremi di un'ideale triangolo che racchiude in sé tutta la leggenda Hollywoodiana. Certo, il Rick Dalton di Di Caprio è il veicolo attraverso il quale ci consenti di vivere la Hollywood degli addetti ai lavori, quella non così esaltante; la Hollywood di chi, come probabilmente Luke Perry (bonanima), è rimasto confinato all'interno di un archetipo televisivo e, invecchiando, non è più riuscito ad emergere nel mare di starlette in continuo movimento, trasformandosi in una sorta di leggenda o figura indistinta nella memoria. E' con Rick Dalton che si scoprono gli "altarini" del cinema che più hai amato, quello degli italiani banfoni che con due lire si accaparravano vecchie star in declino per creare pellicole (s)cult da pochi spiccioli insinuandosi nei cuori dei cinefili onnivori, con i loro set esotici, le trame bizzarre e le locandine disegnate in maniera splendida. Ma anche qui, non si costruiva forse la leggenda? Non c'era la voglia di divertire e far sognare il pubblico, a prescindere dalla coerenza delle trame e alla faccia di qualsiasi, gigantesco what the fuck?


Quell'enorme what the fuck che è Brad Pitt, per esempio. Non fraintendermi, io l'ho amato e, come ho detto ai miei compagni di visione, vorrei un Brad Pitt personale in casa per morire dal ridere ogni volta che sono depressa, ma riflettendo su Cliff Booth ho trovato l'elemento di pura finzione all'interno del film, l'estremo "surreale" del triangolo. Cliff Booth è l'eroe tipico degli spaghetti western, il cowboy bruciato dal sole dalla battuta facile e dall'indolenza gigantesca, un po' cavaliere dal cuore d'oro e un po' galeotto, colui che ha il compito di difendere il Sogno contro la realtà che minaccia di privarlo di tutta la sua innocenza, in una Los Angeles di fine anni '60 trasformata in isola felice contro tutti i cambiamenti sociali e le brutture dell'America e del mondo. La realtà gli scivola addosso, come già succedeva ad Aldo Rayne in Bastardi senza gloria, e non è un caso se l'artefice del più clamoroso what if? della pellicola è proprio lui. E poi c'è lei, Margot Robbie. Ora, c'è stato un momento, verso la fine del film, in cui la gente rideva e applaudiva. Io non ce l'ho fatta. Non lo so perché la storia di Sharon Tate e dell'orribile destino toccato in sorte a lei e ai suoi amici mi ha sempre toccata nel profondo, sta di fatto che mentre tutti ridevano io lottavo contro il magone. Sì perché tu sei riuscito a trasformare Sharon Tate nella fata buona, nell'incarnazione stessa di quel sogno chiamato Cinema. Bellissima e leggiadra, Margot Robbie col suo sorriso incantevole trasuda amore e giovinezza da ogni poro, ed è l'immagine stessa dell'innocenza di una Hollywood che non tornerà mai più e forse non è mai esistita; vederla piena di entusiasmo varcare la soglia di un cinema che proietta uno dei suoi film scalda il cuore e trasmette un briciolo della sensazione di trionfo che sicuramente anche tu hai provato nel corso non solo di blasonate anteprime, ma soprattutto quando nessuno ti considerava, confuso nella folla, nascosto nell'ombra a spirare la reazione degli spettatori davanti a ciò che avevi scritto, magari diretto. Ma fosse solo quello. La figura di Sharon Tate trasporta in un mondo altro, in una Favola che si vorrebbe non finisse mai, e quello che è rimasto durante i titoli di coda, almeno a me, è un enorme nodo alla gola al pensiero che quell'innocenza meravigliosa e anche un po' ignorante l'abbiamo persa tutti da troppo tempo.


E allora, abbandoniamoci all'amore e all'innocenza, che cazzo. Alla gioia di rivedere facce amatissime (ciao Michael, ciao Zoe, ciao Lorenza, ciao Kurt), di prendere le tue auto-citazioni, le ricostruzioni di film e telefilm, i tuoi marchi di fabbrica e usarli come una calda coperta di Linus per affrontare il freddo della steppa di cinèfili dell'internet senza cuore, perché alla fine se è vero che il Cinema è un mondo e che siamo fatti al 90% dei film che abbiamo visto, il tuo microcosmo è uno di quelli in cui mi perdo più volentieri. E allora, abbandoniamoci alle grasse risate davanti al solito, favoloso Di Caprio che solo tu riesci a fare brillare come una stella, accoppiato ad un Brad Pitt che, porco cane, ma manda al diavolo il futuro film di Star Trek (dai, amore mio, mi fa schifo, lo sai. Rinunciaci) e realizza una COMMEDIA con loro due come protagonisti, ti prego! Abbandoniamoci e soprattutto chiniamo il capo davanti alla bellezza incredibile della colonna sonora, che mi ha fatto muovere a tempo la testa per tutta la durata del film, quando non ero impegnata a rimanere a bocca aperta davanti alle immagini che scorrevano sullo schermo (apro parentesi. Si vede che qui hai potuto fare un po' come hai voluto, libero da Weinstein ecc. C'era una volta a Hollywood è meno "stiloso" in maniera artefatta e più "tuo"). Abbandoniamoci (anche se lì, lo ammetto, ho fatto resistenza ma hai capito perché. Anche per questo devo rivedere il film) alla fottuta catarsi da cinema di serie Z, a quella valvola di sfogo che incanala tutto il disprezzo nei confronti di chi ha privato Hollywood di buona parte della sua innocenza per colpa di un matto invidioso che ha mandato "il Diavolo a fare i cazzi del Diavolo", giusto per ribadire come davanti a gente inutile si debba rispondere con menefreghistico disprezzo. Abbandoniamoci alla speranza, all'ottimismo, al "e vissero tutti felici e contenti", per una volta, facendoci accogliere dai volti amici di persone che vediamo sullo schermo quasi ogni giorno e che ogni volta ci fanno fuggire dalla realtà, così come loro, chissà, fuggono dalla propria solo grazie a noi umili spettatori.


Che ti devo dire, ancora, Quentin mio? Più ci rifletto sopra, più C'era una volta a... Hollywood diventa bellissimo e interessante. Vorrei rivederlo subito, ovviamente in lingua originale, che l'adattamento italiano lasciamolo perdere, per cogliere tutti i dettagli che ho perso durante la prima visione e scoprire ancora ulteriori strati di questo splendido delirio cinefilo, quindi grazie, come sempre. E anche un po' vaffanculo, dai, ché son buoni tutti a sposarsi la sgnoccolona trentatreenne israeliana. Potevi anche accontentarti della sgnoccolona trentottenne ligure, vecchio porcello.


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino, la cui voce si può sentire durante lo spot delle Red Apple, ho già parlato QUI. Leonardo di Caprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Timothy Olyphant (James Stacy), Dakota Fanning (Squeaky Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Luke Perry (Wayne Maunder), Al Pacino (Marvin Schwarz), Lorenza Izzo (Francesca Capucci), Harley Quinn Smith (Froggie), Danielle Harris (Angel), Clifton Collins Jr. (Ernesto il vaquero messicano), Rumer Willis (Joanna Pettet), Rebecca Gayheart (Billie Booth), Kurt Russell (Randy e, in originale, anche il narratore), Zoe Bell (Janet) e Michael Madsen (Sceriffo Hackett di Bounty Law) li trovate invece ai rispettivi link.

Margaret Qualley interpreta Pussycat. Americana, ha partecipato a film come The Nice Guys, Death Note e a serie quali Fosse/Verdon. Ha 25 anni e un film in uscita.


Tra le millemila guest star presenti nella pellicola segnalo la ahimé moglie di Quentin, Daniella Pick,  il Friederich di Tutti insieme appassionatamente, Nicholas Hammond (che interpreta Sam Wanamaker) e, tra i figli d'arte, quella di Ethan Hawke e Uma Thurman, Maya Hawke, nei panni di Flowerchild, mentre il povero Tim Roth, inserito nei titoli di coda, è protagonista delle scene eliminate, quindi non compare nel film. Non ce l'ha fatta nemmeno Burt Reynolds (che, di fatto, era il "cattivo" dell'episodio di F.B.I. presente nel film), purtroppo venuto a mancare prima di poter girare le scene in cui avrebbe dovuto interpretare George Spahn. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente vi consiglierei di recuperare la filmografia di Tarantino ma siccome lo stesso Quentin ha stilato un elenco di pellicole da vedere in preparazione di C'era una volta a Hollywood, perché non seguirlo e recuperare Bob & Carol & Ted & Alice, Fiore di cactus, Easy Rider, L'amante perduta, La battaglia del Mar dei Coralli, L'impossibilità di essere normale, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, Trafficanti del piacere, Il sentiero della violenza e I pistoleri maledetti? ENJOY!

venerdì 19 aprile 2019

Che Brutto Affare: Fuga dal mondo dei sogni (1992)


Da mesi non partecipavo più alle operazioni del F.I.C.A. causa mancanza cronica di tempo ed organizzazione ma oggi si parla di trash anni '90, potevo forse mancare? A dire il vero il trash è una diretta conseguenza del fatto che il gruppo di film che andremo a trattare col gruppetto di colleghi blogger rientra in quel novero di pellicole anni '90 finanziate da produttori folli, gonfiate con un numero spropositato di nomi eccellenti e brutte, brutte come il peccato. Top of the flop, insomma. A mio avviso, uno degli esponenti migliori del genere è Fuga dal mondo dei sogni (Cool World), diretto nel 1992 dal regista Ralph Bakshi. E con questo post festeggiamo anche il compleanno mio e di Alessandra! Auguri, splendida donna!


Trama: un militare in congedo si ritrova catapultato dentro Mondo Furbo, una sorta di universo parallelo a cartoni animati creato dal fumettista Jack Deebs, diventando così l'unico poliziotto "carnoso" del luogo. Il suo lavoro si fa decisamente più complesso quando Holli Wood, procace bambolotta animata, decide di sconfinare nel mondo reale sfruttando l'infatuazione che Jack Deebs ha per lei.



Per capire quanto possa fare schifo Fuga dal mondo dei sogni (e complimenti ai titolisti italiani, ché io lì non ci vivrei nemmeno se mi pagassero, e agli adattatori che hanno trasformato Cool World in "mondo furbo"), bisognerebbe essere a conoscenza innanzitutto del fatto che il film, nelle intenzioni di Ralph Bakshi, avrebbe dovuto essere una sorta di soft core con  pesanti elementi horror ed hard boiled alla Sin City. Ora, immaginate la reazione dei produttori e della Basinger una volta che l'attrice si è messa a disposizione del progetto (lei a un certo punto avrebbe voluto proiettare il film negli ospedali per i bambini malati, tanto per dirne una): una cosa simile non sarebbe mai potuta accadere e il risultato, tra una limata, una censura e una riscrittura del copione quasi completa, è questa blasfema, orribile parodia di Chi ha incastrato Roger Rabbit, talmente brutta che Bakshi stesso ha rischiato di venire licenziato per aver preso a pugni, in un giusto momento di scazzo, il produttore Frank Mancuso Jr. Comprendo Baskhi e comprendo il bisogno di soldi ma personalmente avrei fatto togliere il nome dai titoli di questo orrore fatto a film, il cui unico pregio è quello di avere, chissà perché, una colonna sonora di tutto rispetto, in quanto Fuga dal mondo dei sogni è brutto a più livelli. Partiamo dalla trama. Fuga dal mondo dei sogni rende "reali" le fantasie pruriginose e mai concretizzate di Marvin Acme ed Eddie Valiant in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, facendo del sesso tra cartoni animati ed esseri umani il punto focale della storia; proibito in quanto "pericoloso", costringe il povero detective Harris a rigettare le avance di una procace camerierina pin-up e trasforma la bionda emula di Jessica Rabbit dall'evocativo nome di Holli Would in una cagnetta perennemente in calore, vogliosa di farsi sbattere da chiunque e in primis dal fumettista Jack Deebs, tanto affascinante quanto cretino. Il potere del sesso tra cartoni e carnosi è tale da trasformare i primi in esseri reali ma, ovviamente, il prezzo da pagare è l'annullamento delle barriere che dividono i due universi, con loro conseguente distruzione. Questo è lo scheletro portante della trama, già imbarazzante di suo. A ciò dovete però aggiungere inutili siparietti di follia animata, personaggi che sembrerebbero importanti ma in realtà sono lì giusto per fare da tappezzeria, buchi logici devastanti e protagonisti talmente stupidi da fare il giro (questi due ultimi difetti, tra l'altro, si uniscono convenientemente, così che lo spettatore non arrivi a porsi nemmeno un perché, tranne forse "perché hanno girato staMMerda?").


Se la trama fa pena già di per sé, la realizzazione non aiuta. Qui, lo ammetto, parto svantaggiata in quanto cacaca**i di proporzioni epiche per quanto riguarda l'animazione; se avverto un minimo di deformità, un mancato rispetto delle prospettive anatomiche, l'accenno di un lavoro fatto a tirar via, mi si serra lo stomaco, e a corollario di tutto ciò devo ammettere che fumetti e cartoni animati underground fanno urlare il Walt Disney che è in me. Quindi, guardare Fuga dal mondo dei sogni è stata una fatica perché le uniche cose interessanti e degne di nota sono le scenografie, che costringono i protagonisti a muoversi sugli ingrandimenti delle allucinanti illustrazioni dell'artista Barry Jackson, mentre ogni maledetta scena è infarcita di micro animazioni caotiche e disegnate malissimo in cui succede la qualunque, solitamente episodi di violenza animata, per non parlare degli spettri di volti deformi che ogni tanto vagano per Mondo Furbo, senza un perché; il quartetto di minion di Holli ha un character design orripilante, lo stesso vale per la trasformazione di Frank Harris sul finale, e per quel che riguarda le interazioni tra attori reali e cartoni stenderei proprio un velo pietoso. Ci sarebbe da ragionare sul perché queste interazioni siano orrende e surreali, se per limiti di budget con conseguenti problemi in fase di post produzione ed effetti speciali (siamo tutti d'accordo che il budget di Chi ha incastrato Roger Rabbit era praticamente il doppio di quello di Fuga dal mondo dei sogni) o proprio perché gli attori non ci credevano nemmeno loro. Brad Pitt non era ancora lanciatissimo, è stato piazzato lì giusto per la sua bella faccia impostasi sugli schermi l'anno prima con Thelma & Louise e si vede, perché la sua interpretazione è degna di un cane maledetto e spazia dal totalmente inespressivo nei momenti clou (per esempio quando gli muore la madre. Non ci si può credere quanto sia cane) allo spaesato; meno peggio Gabriel Byrne, che almeno ha la scusa di essere costretto in un ruolo troppo stupido per impegnarcisi davvero, quanto a Kim Basinger le hanno appioppato, a ragione, un Razzie Award ma anche lì non si può cavare un ragno dal buco quando ti ritrovi ad interpretare una sciacquetta scema con una voglia di cippa che scansati, senza contare che nonostante la bellezza della Basinger il paragone tra umano e cartone è impietoso. Fa specie che un film simile esista e sia stato distribuito, eppure porca miseria è così. Posso solo augurarvi di fare come me, che l'ho evitato per più di 20 anni nonostante fosse stato molto pubblicizzato e passasse spesso in TV!


Di Kim Basinger (Holli Would), Gabriel Byrne (Jack Deebs) e Brad Pitt (Detective Frank Harris) ho già parlato ai rispettivi link.

Ralph Bakshi è il regista della pellicola. Israeliano, ha diretto film come Fritz il gatto, Il signore degli anelli ed episodi di serie quali Spider-Man e Supermouse. Anche animatore, sceneggiatore, doppiatore e produttore, ha 81 anni.


Ralph Bakshi avrebbe voluto Brad Pitt nel ruolo di Jack Deebs, Drew Barrymore in quello di Holli e Willem Dafoe in quello di Jack Deebs ma la Paramount ha deciso altrimenti. Traci Lords era invece in pole position per la parte di Holli Would ma alla fine i produttori hanno puntato sulla ben più conosciuta Kim Basinger. Detto questo se il film vi fosse piaciuto, oltre a farvi gli auguri, direi di recuperare subito Chi ha incastrato Roger Rabbit per sciacquarvi gli occhi. ENJOY!

Di seguito, l'elenco delle torture alle quali si sono sottoposti i miei esimi colleghi, con le date di pubblicazione:

18/04 - Corsari by La bara volante
19/04 - Sliver by Director's cult
20/04 - L'uomo del giorno dopo  by Solaris
21/04 - Stargate by La stanza di Gordie
23/04 - Striptease by Non c'è paragone



martedì 22 maggio 2018

Deadpool 2 (2018)

Siete pronti a tornare tra le braccia amorevoli del mercenario chiacchierone? Io domenica sono corsa a vedere Deadpool 2, diretto da David Leitch, e sono arrivata a capire una cosa: AMO Ryan Reynolds! NO SPOILER, tranquilli!


Trama: a causa di una serie di sfortunati, inspoilerabili eventi, Deadpool si ritrova a dover combattere contro Cable, soldato proveniente dal futuro e deciso a impedire che esso si compia.



Eh sì, mi tocca davvero fare outing, manco fossi 'Pool davanti a Colosso: mi sono innamorata di Ryan Reynolds. Lo considero sempre mostruoso con o senza trucco, nonché un pessimo attore, ma ca**o come crede lui nel personaggio cinematografico di Deadpool, come sia RIUSCITO a diventarlo dentro e fuori dal set, arrivando persino a prendersi spietatamente per il c*lo, davvero, nessuno mai. Fondamentalmente, Deadpool 2 è la riproposizione pedissequa (Weasel: "Ehm. No, davvero, io non so cosa voglia dire pedissequa") del primo film, con supereroi sboccati che fanno le peggio cose accompagnati da umorismo di grana grossissima, metacinema come se non ci fosse un domani, citazioni come se piovessero, una colonna sonora che fa ridere tanto quanto la sceneggiatura, contentini per i nerd più accaniti. Che a me, ovviamente, va benissimo: ho riso come una demente dall'inizio alla fine e sebbene dovessi dire che da Leitch come regista mi sarei aspettata di più nei corpo a corpo (eh, temo che Atomica Bionda sia stato l'apice della sua carriera...) e per quel che riguarda il tasso di gore, le sequenze catastrofiche non sono comunque mancate e i comprimari di Deadpool stavolta sfiorano il sublime... ma capisco perché in sala a ridere eravamo giusto in tre/quattro e il Bolluomo spesso si girava a guardarmi con la faccia di chi cerca aiuto e trova solo biasimo. Non avendo riguardato il primo Deadpool non saprei dire se succedesse anche lì (ormai la mia memoria fa cilecca) ma Deadpool 2 presuppone una conoscenza enciclopedica non solo dell'universo Marvel (cinematografico e cartaceo) ma anche di film e serie TV come nemmeno Ready Player One e siccome al 90% sono tutte citazioni "vocali" prima ancora che visive, inserite tra una parolaccia e l'altra di cinque/sei personaggi logorroici da morire, lo sforzo di attenzione richiesto allo spettatore è altissimo e si rischia davvero di chiedersi perché la gente stia ridendo. Detto questo, Deadpool 2 sarebbe un film da rivedere almeno altre tre/quattro volte in lingua originale (il brano di Yentl ne è un esempio lampante, visto che la strofa incriminata "Do You Wanna Build a Snowman?" in italiano è "Sei già sveglia oppure dormi?", come sa chiunque ha stravisto Frozen) e con un bel telecomando in mano, così da mettere qualche fermo immagine di tanto in tanto e cogliere gli omaggi a Stan Lee e Alpha Flight, per esempio.


Ma parliamo un po' di storia, attori e "villani", partendo da questi ultimi. Josh Brolin rimarrà nella memoria dei Marvel fan come Thanos ma il suo Cable oscuro tanto da sembrare un eroe DC, per quanto molto divertente nel suo porsi come buddy di Deadpool sul finale, non ha il carisma della sua controparte cartacea e lo stesso vale per il Fenomeno, poco più di un divertissement perfetto per sfoderare il brano più esilarante della colonna sonora (potete ascoltarlo senza disturbi alla fine dei titoli di coda oppure QUI); il "vero" cattivo della pellicola è invece una sorpresa adattissima alle atmosfere irriverenti del film ma non riesco a capire se Reynolds e soci abbiano volutamente scelto di scrivere una sceneggiatura così "sentimentale" e retorica onde prendere in giro la maggior parte dei film di genere oppure fossero seri nell'intento di dotare il mercenario chiacchierone di un cuore e un'etica morale, per quanto contorta. Probabilmente avranno voluto mostrare il dito medio al successo di Logan - The Wolverine (sono una persona malvagia, rido ancora adesso per quel carillon!!) ma quasi sicuramente non lo sapremo mai, così come non sapremo mai perché un nome "importante" come quello di Essex sia stato sprecato così proprio in un film che contempla la presenza di Cable. Ma questi sono sproloqui da nerd e per farmi perdonare vi rimando al nutrito e spoileroso infoporn finale. Voto dieci invece a Zazie Beets, una Domino molto meno misteriosa di quella dei fumetti ma comunque simpatica e sexy, protagonista di alcune delle sequenze più spettacolari grazie proprio al suo potere della "fortuna", mentre stavolta la contrapposizione Colosso/Deadpool mi ha divertita meno del film precedente (anzi, diciamo che a un certo punto quel terrificante accento russo m'è venuto persino a noia) e anche Testata Mutante Negasonica non ha brillato di luce propria quanto avrei sperato, non dopo aver visto quello di cui è capace Brianna Hildebrand. Le spalle comiche per fortuna sono favolose come sempre: ai già collaudati Weasel, Dopinder e Blind Al si aggiungono i vari membri di X-Force, tra i quali ovviamente spicca l'adorabile Peter, anche perché gli altri... vabbé, lasciamo perdere e godetevi uno dei gruppi più amati della carta stampata, benché in una versione particolare. E godetevi (perpietàdiDeadpoolnonfateico**ioni!) le scene mid-credits perché stavolta valgono da sole, letteralmente, tutto il film. Anche se mi chiedo... come faranno ora a girare Deadpool 3? Oh beh, come direbbe Ryan Reynolds, "tanto basta scrivere due min**iate sulla sceneggiatura, chi sta a guardarla?". Io, neanche a dirlo, aspetto comunque trepidante il terzo capitolo, magari ballando su un tamarrissimo pezzo di musica dubstep!!


Del regista David Leitch ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Wade Wilson/Deadpool, anche sceneggiatore della pellicola e motion capture per il Fenomeno, oltre che voce originale), Josh Brolin (Nathan Summers/Cable), Morena Baccarin (Vanessa), Brianna Hildebrand (Testata Mutante Negasonica), Brad Pitt (Svanitore), Bill Skarsgård (Zeitgeist), Matt Damon (Redneck numero 2), T.J. Miller (Weasel), Terry Crews (Bedlam), Alan Tudyk (Redneck numero 2), Eddie Marsan (Direttore), Nicholas Hoult (Bestia, non accreditato), James McAvoy (Charles Xavier, non accreditato), Evan Peters (Quicksilver, non accreditato), Tye Sheridan (Ciclope, non accreditato) e Hugh Jackman (Wolverine, in filmati d'archivio modificati in post produzione) li trovate invece ai rispettivi link.

Karan Soni interpreta Dopinder. Americano, ha partecipato a film come Safety not Guaranteed, Piccoli brividi, Deadpool, Ghostbusters e Creep 2. Ha 29 anni e un film in uscita.


Come tutti i sequel che si rispettino anche Deadpool 2 ha avuto una storia travagliata. Tim Miller, regista del primo capitolo, si è chiamato fuori dal progetto per divergenze creative con Ryan Reynolds e si è portato dietro Gina Carano e Junkie XL, compositore della colonna sonora di Deadpool. Brad Pitt, che "compare" come Svanitore, aveva partecipato all'audizione per il ruolo di Cable ma aveva dovuto rinunciare per l'impossibilità di far combaciare i vari impegni; altri candidati per il ruolo erano Russell Crowe, "benedetto" nientemeno che da Rob Liefeld, e Michael Shannon, che si è tirato indietro per impegni pregressi. Zazie Beets, che interpreta Domino e che ha strappato la parte ad attrici come MacKenzie Davis e Sofia Boutella, dovrebbe tornare nell'annunciato X-Force assieme a Ryan Reynolds e Josh Brolin. Nell'attesa che esca, chissà quando, se Deadpool 2 vi fosse piaciuto recuperate Deadpool e magari X-Men - Origins: Wolverine, Wolverine - L'immortale e Logan - The Wolverine visto che sono ampiamente citati! ENJOY!


E ritorna, per la gioia di tutti i bambini...
L'angolo del Nerd (o del gnégnégné, fate voi) rigorosamente scritto a memoria e senza l'aiuto di Wikipedia
HIC SUNT SPOILER!:

Cable: uno dei personaggi creati negli anni '90 dal nemico giurato dell'anatomia, Rob Liefeld, introdotto inizialmente come "terrorista" traviatore della generazione giovane degli X-Men, i Nuovi mutanti, da lui trasformati nella formazione paramilitare X-Force nonché paladino del "sacchettismo" preso in giro anche nel film. Col tempo si è scoperto che il vecchiaccio veniva dal futuro e che era nientemeno che il figlio di Ciclope e di un clone di Jean Grey, spedito nel futuro per salvarlo dal cosiddetto "virus tecnorganico", ovvero quella rumenta che lo ha reso un mezzo cyborg. In realtà Cable, il cui vero nome è Nathan Christopher Summers, ha enormi poteri telepatici e telecinetici e virtualmente sarebbe il mutante più potente della terra, se non fosse per quel virus. La sua nascita è stata infatti pianificata da Sinistro, il cui cognome è Essex (vi dice nulla? Leggete QUI...) ma ci si è messo di mezzo Apocalisse a rovinargli i piani. Non sto a tediarvi con ulteriori ragguagli, vi dico solo che in tempi recenti (dieci anni fa?) Cable ha salvato, adottato e cresciuto tale Hope (nominata nel film), salvatrice di mutanti imbevuta del potere di Fenice nonché ultima speranza dell'umanità "casualmente" identica a Jean Grey. Due co**oni, via. E mi chiedete perché ho abbandonato i fumetti degli X-Men?

Russell Collins: Alto e biondo, insomma col casting di D2 non ci azzecca una cippa, Russell "Rusty" Collins ha fatto parte della prima formazione di X-Force prima di venire rapito da Stryfe (clone di Cable proveniente anch'egli dal futuro) che gli ha fatto il lavaggio del cervello rendendolo malvagio. I poteri sono quelli mostrati nel film, gli manca solo la compagna di sempre accanto, Sally "Skids" Blevins. Ah, ora credo che nei fumetti sia morto.

Domino: Albina con un occhio nero, Neena "Domino" Thurman faceva parte del Six Pack, la prima squadra di mercenari in cui ha militato Cable, poi è stata rapita dalla mutaforma Vanessa (all'epoca malvagia, come Deadpool) che si è sostituita a lei per un po' di tempo, anche nelle fila di X-Force. Tornata nei ranghi, s'è tirata un paio di storie con Cable e, più recentemente, con Wolverine (alla coppia è dedicato il bellissimo Wolverine: Sex and Violence) e persino con Colosso. Il potere che ha è quello della fortuna ma diciamo che nei fumetti non è così smaccato come nel film!

Shatterstar: Come viene detto nel film, Shatterstar è un alieno proveniente dal Mojoverso, pianeta "televisivo" governato dal berlusconiano Mojo, dove le persone vengono gettate nelle arene e uccise per il piacere del pubblico. Shatterstar ha fatto parte per anni della seconda squadra di X-Force, distinguendosi come uno dei membri più sanguinari, mentre recentemente aveva cominciato a militare in X-Factor, dove ha finalmente palesato di essere gay e di provare sentimenti per il compagno di squadra Rictor. Per anni si è favoleggiato che Shatterstar fosse il figlio dei mutanti Longshot e Dazzler ma se non rammento male alla fine si è scoperto che Longshot era nato in provetta da materiale genetico di Shatterstar, il che ne fa... il nonno di sé stesso? Gesù... Ah, come poteri abbiamo agilità sovrumana e la capacità di emettere scariche bioelettriche attraverso le spade.

Black Tom Cassidy: Fratello di Banshee (per chi segue solo i film, ne avete visto una versione giovane QUA), amico di vecchissima e lunghissima data del Fenomeno, Black Tom Cassidy è irlandese ed è sempre stato un nemico degli X-Men. Più che essere un gangsta figo è un signore di mezza età vestito come un peerla, zoppo e costantemente appoggiato a un shillelag. Per quel che riguarda i poteri se non mi sbaglio riusciva a emettere scariche di energia attraverso il legno e a manipolare le piante.

Svanitore, Bedlam, Zeitgeist e Yukio: personaggi che ricordo pochissimo o affatto. Bedlam e Zeitgeist hanno fatto parte di un paio di formazioni di X-Force quando non ne leggevo le storie e sono credo durati il tempo di un arco narrativo, massimo due, il tempo di cambiare gli scrittori; lo Svanitore è un nemico dei vari X-Gruppi ma non è un uomo invisibile, bensì si teletrasporta, di fatto scomparendo. Yukio è invece un mix tra l'assassina già comparsa in Wolverine - L'immortale e la giovane mutante di nome Surge, dalla quale riprende i poteri energetici.

Fenomeno: ne ho parlato QUI


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