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mercoledì 28 febbraio 2024

La zona d'interesse (2023)

Gli Oscar si avvicinano a grandi passi e so, anche quest'anno, che il mio intento di vedere tutti i film candidati naufragherà miseramente. La distribuzione sta comunque dando una mano per quelli più importanti, come La zona d'interesse (The Zone of Interest), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Jonathan Glazer a partire dal romanzo omonimo di Martin Amis e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film, Miglior regista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior film internazionale, Miglior sonoro.


Trama: vita quotidiana di Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, che vive assieme alla sua famiglia in un'idilliaca casetta a un passo dall'orrore...


Siccome cerco (a ragione o a torto) di sapere il meno possibile sui film, prima di guardarli, non avevo idea di cosa aspettarmi da La zona d'interesse, tranne che avesse a che fare col nazismo e con una pericolosa vicinanza ad Auschwitz. Ciò ha contribuito ad aumentare il disagio di fronte alla cronaca della quotidianità dell'allegra famiglia Höss, novelli Von Trapp ibridati con le peggiori caratteristiche WASP, che vivono (in)felici in un paradiso borghese a pochi metri da un luogo dove si consuma uno dei più grandi crimini della storia dell'umanità. Ho messo "in" davanti a "felici" perché il comandante Rudolf Höss e la moglie, Hedwig, sperimentano tutti i banali problemi di un lavoratore indefesso e una casalinga devota. Rudolf è "il migliore in quello che fa", la versione nazi dell'impiegato del mese, e si impegna quotidianamente per inventare nuovi ed efficienti metodi di sterminio ad Auschwitz, ciò nonostante i suoi superiori temono non sia in grado di gestire il carico di lavoro e, come succede in qualsiasi multinazionale, il rischio è quello di venire trasferito o demansionato. Hedwig vive per la splendida casetta frutto del lavoro del marito e per i privilegi da esso derivanti, come abiti e gioielli provenienti dal "Kanada", vacanze italiane, scuole esclusive per i pargoli, giardini lussureggianti e chi più ne ha più ne metta, ma non crediate che la sua sia una vita più facile: tirare su alberi e viti in grado di coprire muri di cinta, filo spinato e il fumo che esce dai forni crematori è un lavoraccio, tanto quanto passare le giornate ignorando l'orrore o derubricandolo a uno sconveniente fastidio. Questo, in breve, è ciò che lo spettatore deve "subire" dall'inizio alla fine de La zona d'interesse e se la regia asseconda il desiderio dei protagonisti di non vedere, attraverso riprese di rigorosa e fredda geometria che relegano i dettagli indesiderabili a bordo schermo (tranne quando il punto di vista diventa quello della madre di Hedwig, che viene travolta da un orrore inaccettabile che la spinge a fuggire), il sonoro non concede un attimo di tregua né di pietà e violenta le orecchie con un costante brusio di urla, spari, sirene e pianti disperati, a malapena celati dal perenne rombo di un motore. 


Col suo stile rigoroso, Glazer mette in scena un atteggiamento sociale attualissimo e quanto mai pericoloso. Non si tratta solo di vivere come se niente fosse davanti a tragedie umanitarie enormi, tappandosi il naso per non sentire e inorridendo solo quando le conseguenze indesiderate arrivano a sfiorarci più da vicino, incupendoci per un minuto o due, ma anche della stolida determinazione ad ignorare il bene. Realizzate utilizzando una telecamera termica per non ricorrere alla luce artificiale, le sequenze in cui una ragazza, mettendo a repentaglio la propria vita, esce di notte per lasciare viveri nei luoghi dove gli ebrei ridotti in schiavitù potranno trovarli, sono ulteriore emblema della cecità dei protagonisti e dell'orrore di una società dove i mostri vestono di un bianco abbacinante, baciati dalla luce del giorno, e dove i pochi eroi strisciano non visti, illuminati da un'invisibile luce interiore che la tecnica in questione amplifica ed evidenzia. La figura della domestica polacca, realmente esistita, è l'unica fonte di speranza in un film che non solo condanna il passato, ma mette in guardia anche le future generazioni. Separata dal presente da quotidiane pulizie e comode teche di vetro, la storia rischia di perdere mordente e ridursi ad innocue (per quanto tristi) immagini di un passato che si pensa, erroneamente, non potrà mai ripetersi; la luce che, dal fondo di un buio tunnel, colpisce Höss sul finale, preceduta da conati di vomito, potrebbe essere simboleggiare il corpo che si ribella a una mente capace di annullare la percezione di un orrore senza limiti, ma anche la paura di vedersi derubricato a nota a margine di una tragedia in cui vengono celebrati i vinti, oppure l'incubo di avere "lavorato" tanto per nulla, ché del grandioso progetto nazista non è rimasto altro che un asettico museo, un monumento al loro fallimento. Comunque la si veda, un film come La zona d'interesse (al di là dei suoi effettivi meriti artistici, e sono tanti, a partire dalla bravura dei due interpreti principali) è necessario per i mala tempora in cui ci troviamo. Non saremo sicuramente cattivi come Rudolf o Hedwig, almeno non tutti, ma l'orrore della morte e della guerra è a un passo dall'enorme casa con giardino in cui abbiamo la fortuna di abitare ed è sempre più facile girare la schiena e fare finta di non vedere, tra un apericena e un meme su Facebook.


Del regista e co-sceneggiatore Jonathan Glazer ho già parlato QUI mentre Sandra Hüller, che interpreta Hedwig Höss, la trovate QUA.




venerdì 5 settembre 2014

Under the Skin (2013)

Uno dei film che volevo guardare assolutamente questa settimana era Under the Skin, diretto e co-sceneggiato dal regista Jonathan Glazer partendo dal romanzo Sotto la pelle di Michel Faber. Dico solo "Santo cielo". Potete anche non proseguire se avete adorato il film...


Trama: una donna seduce passanti solitari e li porta nel suo rifugio, facendoli scomparire misteriosamente. La donna, ovviamente, non è quello che sembra...


Fondamentalmente, ormai l'avrete capito, sono una una cinefila ignorante e, conseguentemente, una brutta, bruttissima persona. Se qualcuno mi chiedesse di scegliere tra una maratona Pasolini e una maratona horror opterei senza dubbio per la seconda ipotesi e alla vivace protesta "Ma hai un blog di cinema!! Non ti vergogni??" replicherei con un pronto "Tuffatti'azzitua!". Non mi spaventano né i film lenti né quelli complicati, neppure quelli "artistici" ma ad una condizione, e scusate se è poco: devono comunque riuscire a comunicarmi delle emozioni. The Tree of Life, da molti definito una badilata sulle gonadi, dal punto di vista di un profano era un'accozzaglia di splendide immagini quasi prive di senso, eppure la pellicola di Malick è riuscita a rapirmi, trascinarmi fuori dalla realtà tangibile, mi ha fatto riflettere e commuovere; Holy Motors non l'ho capito ma mi ha intrippata ed incuriosita, lo stesso vale per quel terrificante spauracchio de Il pasto nudo. Durante la visione di Under the Skin, invece, mi sono ritrovata ad un certo punto ad esaminarmi le parti basse alla luce di una lampada, come fa l'aliena Scarlett, per vedere se mi fossero davvero cresciute due enormi, orchitiche palle che, subito dopo, sono cadute con un pantagruelico tonfo sul pavimento. Sì perché Under the Skin è un'incredibile menata autoriale dove il massimo dell'emozione si avverte alla fine, un'emozione liberatoria, che porta a far scoppiare raudi e miccette ed esclamare "I titoli di coda, evvivaaa!!!".


Va bene, la pellicola è diretta meravigliosamente (anzi, alcune immagini sono davvero splendide, come quella in cui la protagonista diventa la natura che la circonda ma il film in generale è pieno di sequenze talmente belle da far tremare i polsi), la scelta di utilizzare attori non professionisti è perfetta e la colonna sonora di Mica Levi è molto particolare ed intrigante ma se lo scopo di Under the Skin era farmi empatizzare con la protagonista e la sua graduale ricerca dell'umanità posso tranquillamente dire che, almeno per quel che mi riguarda, l'operazione è miseramente fallita. Under the Skin ripete ossessivamente le stesse sequenze all'infinito ("dialogo" nel van - arrivo nel rifugio - scomparsa della vittima) per tutta la prima metà del film, ribadendo un concetto che lo spettatore medio riuscirebbe a capire già la prima volta, poi si trasforma in una sorta di apologia del diverso con l'aliena che cerca di sperimentare il bignami del perfetto essere umano (ho capito che le persone sulla Terra sono sole quanto me e viceversa quindi ora uh, quanto vorrei mangiare, uh quanto vorrei essere accettata non solo perché sono figa, uh quanto vorrei fare sesso almeno una volta, un diamine quantèbbellalanatura!!) e si conclude con una scena involontariamente esilarante (o forse ero io che a quel punto avevo la risata isterica): ho raccontato già la pellicola a 4 persone e ci sono voluti 3 minuti al massimo con ognuno di loro, giusto per darvi un'idea dei ricami costruiti da Glazer attorno a un canovaccio di una banalità sconcertante. Per dire, mi ero emozionata di più guardando Kim Basinger salvare la Terra grazie al potere di uno starnuto.


Voi mi direte, come hanno detto alcuni critici d'oltreoceano: "Eh ma Scarlett Johansson è bravissima. E' ipnotica". No, figliuoli, è semplicemente nuda ed è questo che vi ha ottenebrato il giudizio, tanto lo so che non siete stati ipnotizzati dagli occhi. Brava è brava, per carità, ma l'unico "sforzo" che deve compiere, d'altronde, è essere bella, comportarsi in modo educato, sensuale ma senza esagerare e, soprattutto, avere la gamma emotiva di una bambola gonfiabile. Detto questo, capirete che con un viso come il suo non ci voglia tanto ad interpretare questo tipo di personaggio, basta solo non esagerare o sconfinare nel cattivo gusto, avrebbe potuto farcela qualsiasi altra brava e giovane attrice come, per esempio, Juno Temple. Perché però Juno Temple, pur essendo normalmente più brava della Johansson, sarebbe risultata poco credibile per il ruolo e conseguentemente una pessima attrice? Beh perché il suo problema, ovviamente, è la mancanza di seno, di sedere e soprattutto di un bel visetto; anche lì però ogni tanto mi chiedo se non tiri davvero più un pelo di potato che un carro di buoi perché a me pare che la Johansson vinca sì nelle forme giunoniche ma non nell'armonia del fisico (in questa parentesi c'erano tutti i difetti che sono riuscita a trovarle dall'alto del mio essere donna eterosessuale ma li ho cancellati per evitare i soliti "Sei soltanto invidiosa". NO. L'unica cosa che invidio a Scarlett è la possibilità di passare del tempo con Robert Downey Jr., maledetta lei). Quindi, anche la tanto decantata perfezione attoriale e fisica della Johansson ha lasciato, almeno per me, il tempo che ha trovato. Di Under the Skin dunque cosa rimane? Nulla, solo un paio di belle immagini, la voglia di leggere il libro e capire se la forma scritta è più emozionante di quella cinematografica, per il resto credo che la pellicola di Jonathan Glazer possa finire direttamente nel dimenticatoio delle pomposità.


Di Scarlett Johansson, la protagonista del film (nei titoli di coda non compare il nome di nessun personaggio ma solo quelli degli attori) nonché unica attrice "professionista" coinvolta, ho già parlato qui.

Jonathan Glazer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Birth - Io sono Sean. Anche attore, ha 49 anni.


Gli uomini con cui interagisce la Johansson cercando di attirarli sul furgone non erano attori e venivano ripresi attraverso telecamere nascoste per poi venire ovviamente avvisati in seguito; Adam Pearson invece, purtroppo realmente affetto da neurofibromatosi, ha partecipato ad una regolare audizione. Tra le attrici vere a cui si era pensato di offrire il ruolo principale figurano nomi come Gemma Arterton, Eva Green, Megan Fox, Olivia Wilde e Amanda Seyfried mentre Brad Pitt era stato tirato in ballo quando il progetto prevedeva una coppia di alieni che fingevano di essere un marito e una moglie scozzesi. Detto questo, se Under the Skin vi fosse piaciuto recuperate Specie mortale... o magari persino Nynphomaniac 1 e 2!! ENJOY!

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