Erano anni che volevo tentare di guardarlo e finalmente ci sono riuscita! Possession, diretto e co-sceneggiato nel 1981 da Andrzej Zulawski, non è più solo un mito sconosciuto...ma ci avrò capito qualcosa?
Trama: dopo un lungo periodo passato lontano da casa, l'agente segreto Mark torna da una missione solo per scoprire che la moglie Anna vuole divorziare. All'incredulità e alla rabbia dell'uomo si aggiunge la consapevolezza che Anna nasconda qualcosa di molto più inquietante di una semplice scappatella...
In una Berlino Ovest asettica e apparentemente deserta o quasi, un uomo torna a casa da una moglie che, lasciata sola con un bambino per troppo tempo, ha trovato un amante e vuole il divorzio. E' la storia più vecchia del mondo, specchio dell'egoismo e della solitudine degli esseri umani, di relazioni fallimentari dominate da insoddisfazione e tristezza, all'interno delle quali c'è sempre qualcosa di più importante dell'amore: il lavoro, se stessi, i figli. Mark non è un marito modello, affatto, complice anche il lavoro di agente segreto che lo porta spesso a stare lontano da casa, ma non può comunque credere che la moglie Anna non sia soddisfatta della vita da altolocata casalinga che conduce, non comprende che la donna possa cercare altrove quel "qualcosa" che le manca e che le causa dolore. Come ho scritto, è la storia più vecchia del mondo ma cosa succede quando un regista come Zulawski decide di renderla allegorica ed universale, zeppa di momenti allucinati che trasformano un divorzio in un incubo kafkiano da cui è impossibile uscire non solo per i personaggi ma anche per gli spettatori? Leggendo qualche recensione qui e là avevo inteso che Possession fosse una specie di body horror à la Cronenberg, e in parte è anche vero, poiché non manca di sequenze disgustose e sconvolgenti, alle quali non è facilissimo dare un senso; eppure, guardando il film di Zulawski, non mi è parso che l'orrore e lo schifo "fisico" fossero gli elementi importanti, quanto piuttosto gli sfoghi verbali dei due protagonisti, impossibilitati a capirsi tra loro, persi nel loro mondo egoista di desideri illusori (Anna che viene sostituita dalla sua versione "pura" e materna, Helen, per non parlare dello stesso Mark, rimpiazzato con un ideale) destinato a condannarli a ripetere sempre gli stessi errori, persi nel caos di un'esistenza priva di regole o salvezza che sistematicamente distrugge tutti quelli che stanno loro accanto. Sia Mark che Anna non si curano che dei loro interessi, ricordandosi del povero figlioletto giusto di tanto in tanto (giuro, è stato più il tempo che al povero Mirco, costretto a sorbirsi pezzi di film a colazione, chiedevo "Sì ma Bob, in tutto questo, dove lo hanno lasciato?") e agendo anche in maniera contraddittoria, a seconda di ciò che va bene a loro in un determinato momento, quasi privi di slanci umani che non siano la smania sessuale, la folle consapevolezza della propria disperazione o la rabbia per la frustrazione, che spesso sfocia in violenti omicidi.
E' un mondo oscuro quello di Zulawski, un mondo dove solo i bambini sono innocenti (non che questo li salvi) e dove anche i protagonisti, per i quali si arriva talvolta a provare pena, sono connotati in maniera molto negativa. Ambigui, folli, violenti e con una luce omicida in fondo agli occhi, sia Anna che Mark mettono paura e non consentono allo spettatore di prevedere i loro comportamenti, spesso irrazionali, né di comprendere il senso delle loro azioni, che talvolta risultano una spirale di spostamenti senza capo né coda, all'interno di luoghi popolati da personaggi a loro volta allegorici o simbolici, senza nessuna pretesa di verosimiglianza umana. Lo stesso Heinrich, l'amante, che dovrebbe essere la valvola di salvezza di Anna, non riesce a contrastare, con i suoi studi zen e la sua illuminazione, l'autodistruzione dei due coniugi e si ritrova perso in un mondo che non comprende più, subendone tutte le conseguenze, e anche chi cerca di riportare "l'ordine", come la polizia e gli ambigui agenti segreti per i quali lavora Mark, nulla può per tappare la falla di un mondo dove Dio e la fede sono scomparsi per lasciare solo un enorme, caotico vuoto. La Adjani e Sam Neill sono spettacolari, entrambi giovani e pronti ad assecondare l'oscura visione di Zulawski. Lei è giustamente stata premiata con la Palma d'Oro a Cannes e sfido qualunque attrice ad offrirsi completamente alla follia sensuale e senza freni richiesta dal ruolo di Anna, un ruolo che immagino abbia prosciugato la Adjani di ogni energia (la scena dell'aborto in metro è sconvolgente), mentre Sam Neill alterna momenti di freddissima razionalità british a una pazzia che farebbe vergognare John Trent, il protagonista de Il seme della follia, senza contare che sia lui che lei sono bellissimi, verrebbe quasi da dire i due poli di una famiglia ideale e perfetta. Ma anche no. E qui concludo perché ogni cosa che potrei scrivere su Possession non gli renderebbe giustizia. Dico solo: guardatelo.
Di Isabelle Adjani (Anna/Helen) e Sam Neill (Mark) ho già parlato ai rispettivi link.
Andrzej Zulawski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Polonia, ha diretto film come L'importante è amare, Femme Publique, Sul globo d'argento e La fidélité. Anche attore, è morto nel 2016 all'età di 75 anni.
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martedì 25 agosto 2020
domenica 14 aprile 2019
Nosferatu - Il principe della notte (1979)
Tant'è, ce l'ha fatta. Mirco è riuscito nell'intento di guardare e farmi vedere Nosferatu - Il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht), diretto e sceneggiato da Werner Herzog nel 1979.
Trama: l'agente immobiliare Jonathan Harker viene mandato nel castello del conte Dracula per l'acquisto di un maniero. Lì scopre la natura mostruosa del conte e viene dallo stesso imprigionato, mentre Dracula salpa alla volta di Wismar, portando con sé morte e pestilenza.
Ho visto il Nosferatu di Murnau un paio di volte ai tempi dell'università ma quello di Herzog, per una sorta di follia di cui non mi sento di dover rendere conto in quanto, appunto, follia, l'ho sempre relegato inconsciamente nel novero di b-movie immeritevoli di una visione. Lo so, secondo me il motivo è da ricercarsi nella presenza di Kinski e nell'esistenza di Nosferatu a Venezia ma per fortuna i due film non sono nemmeno lontanamente paragonabili e Nosferatu - Il principe della notte si è rivelato ai miei occhi come l'opera pregevole che è. Herzog, anche in veste di sceneggiatore, restituisce ai personaggi di Bram Stoker i loro nomi e reinterpreta la versione malata, terrorizzata e pessimista del Nosferatu di Murnau, costringendo i personaggi ad affrontare non già un vampiro carismatico ed affascinante ma una specie di ratto mutante, l'incarnazione stessa della morte e della peste nera, privo di quella sensualità che già non era appannaggio del povero Max Schreck. Desideroso di amore ma costretto a piegarsi alla sua brama di sangue e morte, Nosferatu (o Dracula) è una figura tragica per la quale è comunque difficile provare pietà, infatti la povera Lucy, moglie dell'altrettanto sfortunato Jonathan, non ne mostrerà e lo stesso vale per Herzog; se, infatti, Nosferatu prevedeva un lieto fine dopo lo sterminio di un'intera popolazione, con la luce che sconfiggeva letteralmente le tenebre, nella versione del 1979 il sacrificio della luce viene vanificato dall'ineluttabilità del male, dal morbo che si diffonde senza possibilità di venire fermato e si manifesta in forme sempre nuove e differenti, forse addirittura più rassicuranti, il che è molto angosciante.
Mai angosciante, ovviamente, quanto le immagini di desolazione mostrate da Herzog, quella sfilata inquietante di bare preceduta dall'invasione di ratti disgustosi, per non parlare degli ambienti asettici e squallidi del castello di Dracula o del mare sterminato che reca ben poco conforto ai personaggi positivi. Mai angosciante, neanche a dirlo, quanto il vecchio Klaus. Ora, passando a cose più facete, il povero Mirco c'è rimasto male. Già ha intrapreso la visione del film plagiato da QUESTO video che il fidanzato conosce a menadito, in più si aspettava qualche mattana di Kinski ma niente: terrificante, inusualmente compassato e calmo, misuratissimo sotto un makeup che lo rende un mostro fuori da ogni umana concezione, il Dracula di Kinski si impone col suo mero carisma, buca lo schermo attraverso la sua silenziosa disumanità e tuttavia, per una volta, non inghiotte il film facendo scomparire tutto il resto. Merito di un Herzog che, a quanto pare, lo spingeva a inenarrabili sfuriate prima di entrare in scena, così che Klaus fosse bello spompato e quasi trasognato ma non meno efficace. Altro punto a favore del film, un Renfield mai così matto, interpretato da Roland Topor che, lungi dall'aggiungere un comic relief alla trama (nonostante gli scherzi ai danni della guardia), infonde nello spettatore ancora più angoscia in quanto si fa testimone dell'ineluttabilità della malattia, della follia e del male in generale. Insomma, ce ne ho messo di tempo a vederlo, pensavo non mi sarebbe piaciuto e invece ecco che Nosferatu - Il principe della notte mi ha riconciliata con un attore che sono arrivata ad associare solo a gran ciofeche. Recuperatelo, se non lo avete mai visto.
Del regista e sceneggiatore Werner Herzog (che compare nel film come l'uomo che infila un piede in una bara e viene morso da un ratto) ho già parlato QUI. Klaus Kinski (Nosferatu), Isabelle Adjani (Lucy Harker) e Bruno Ganz (Jonathan Harker) li trovate invece ai rispettivi link.
Nei panni di Renfield compare l'artista Roland Topor, scrittore de L'inquilino del terzo piano e creatore del Mouvement panique assieme ad Alejandro Jodorowski e Fernando Arrabal. Il film ha un seguito non ufficiale sempre con Klaus Kinski, l'orripilante Nosferatu a Venezia. Meglio recuperare il Nosferatu originale e magari anche Dracula e Dracula di Bram Stoker. ENJOY!
Trama: l'agente immobiliare Jonathan Harker viene mandato nel castello del conte Dracula per l'acquisto di un maniero. Lì scopre la natura mostruosa del conte e viene dallo stesso imprigionato, mentre Dracula salpa alla volta di Wismar, portando con sé morte e pestilenza.
Ho visto il Nosferatu di Murnau un paio di volte ai tempi dell'università ma quello di Herzog, per una sorta di follia di cui non mi sento di dover rendere conto in quanto, appunto, follia, l'ho sempre relegato inconsciamente nel novero di b-movie immeritevoli di una visione. Lo so, secondo me il motivo è da ricercarsi nella presenza di Kinski e nell'esistenza di Nosferatu a Venezia ma per fortuna i due film non sono nemmeno lontanamente paragonabili e Nosferatu - Il principe della notte si è rivelato ai miei occhi come l'opera pregevole che è. Herzog, anche in veste di sceneggiatore, restituisce ai personaggi di Bram Stoker i loro nomi e reinterpreta la versione malata, terrorizzata e pessimista del Nosferatu di Murnau, costringendo i personaggi ad affrontare non già un vampiro carismatico ed affascinante ma una specie di ratto mutante, l'incarnazione stessa della morte e della peste nera, privo di quella sensualità che già non era appannaggio del povero Max Schreck. Desideroso di amore ma costretto a piegarsi alla sua brama di sangue e morte, Nosferatu (o Dracula) è una figura tragica per la quale è comunque difficile provare pietà, infatti la povera Lucy, moglie dell'altrettanto sfortunato Jonathan, non ne mostrerà e lo stesso vale per Herzog; se, infatti, Nosferatu prevedeva un lieto fine dopo lo sterminio di un'intera popolazione, con la luce che sconfiggeva letteralmente le tenebre, nella versione del 1979 il sacrificio della luce viene vanificato dall'ineluttabilità del male, dal morbo che si diffonde senza possibilità di venire fermato e si manifesta in forme sempre nuove e differenti, forse addirittura più rassicuranti, il che è molto angosciante.
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Tipica accoglienza ligure |
Del regista e sceneggiatore Werner Herzog (che compare nel film come l'uomo che infila un piede in una bara e viene morso da un ratto) ho già parlato QUI. Klaus Kinski (Nosferatu), Isabelle Adjani (Lucy Harker) e Bruno Ganz (Jonathan Harker) li trovate invece ai rispettivi link.
Nei panni di Renfield compare l'artista Roland Topor, scrittore de L'inquilino del terzo piano e creatore del Mouvement panique assieme ad Alejandro Jodorowski e Fernando Arrabal. Il film ha un seguito non ufficiale sempre con Klaus Kinski, l'orripilante Nosferatu a Venezia. Meglio recuperare il Nosferatu originale e magari anche Dracula e Dracula di Bram Stoker. ENJOY!
martedì 3 maggio 2016
Bollalmanacco On Demand: L'inquilino del terzo piano (1976)
Dopo aver giustamente ripagato il mio debito con Kara Lafayette, il Bollalmanacco On Demand ritorna alla "programmazione" originale! Oggi esaudirò la richiesta di Rosario (fan della pagina Facebook, BTW) e parlerò de L'inquilino del terzo piano (Le Locataire), diretto, co-sceneggiato ed interpretato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo Le locataire chimérique di Roland Topor. Il prossimo film On Demand sarà Mysterious Skin! ENJOY!
Trama: Trelkovsky, giovane impiegato polacco, affitta un appartamento a Parigi e riesce a trovarne uno nel quale si è suicidata una giovane donna. Confuso dall'atteggiamento ostile del padrone di casa e della maggior parte degli altri inquilini, Trelkovsky diventa sempre più paranoico e si convince che i suoi vicini stiano pianificando di ucciderlo...
Una delle grandi fortune che ho avuto nella vita è stata quella di non aver mai abitato in un condominio. Prima di cambiare casa, nel 2005, stavo in uno stabile composto da soli quattro appartamenti e, anche perché il paese era piccolo, ci si conosceva tutti e si cercava di non darsi fastidio a vicenda. Eppure, vuoi perché gli esseri umani sono incapaci di vivere senza creare dei contrasti o chissà per quale altro motivo, succedeva che anche in un edificio così piccolo si litigasse, si creassero dissapori o fazioni, soprattutto quando gli inquilini storici venivano sostituiti da altri, provenienti magari da "fuori!!", quindi non oso immaginare cosa debba succedere all'interno di un condominio vero, con tanto di amministratore e periodica riunione. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che la fascinazione di Polanski verso il microcosmo urbano dei condomini è perfettamente comprensibile, così come è condivisibile la sua scelta di trasformarlo nel palcoscenico ove ambientare un incubo moderno fatto di solitudine, sospetto, razzismo, quotidiano squallore e paranoia. Trelkovsky è un uomo qualunque, né affascinante né tantomeno ricco, che cerca un appartamento in una Parigi agli occhi della quale lui risulta come l'ennesimo migrante in cerca di fortuna. Per puro caso riesce a trovarne uno ma Polanski si premura fin da subito di far percepire allo spettatore l'aura ostile che emana non solo dagli abitanti del palazzo, dal padrone di casa e persino dalla portinaia, ma anche la sensazione di "estraneità" che la nuova magione proietta addosso a Trelkovsky; tanto per cominciare, la vecchia inquilina si è gettata dalla finestra ma non è ancora morta, quindi il protagonista è costretto a fare letteralmente la posta alla povera moribonda aspettando di poterle subentrare, poi, una volta entrato nell'appartamento, risulta palese che la personalità di Trelkovsky non riuscirà mai a cancellare quella di Simone Choule, nemmeno cambiando la disposizione di tutti i mobili lasciati dalla defunta o togliendo i quadri.
Mattone dopo mattone, Polanski imprigiona Trelkovsky (da lui stesso interpretato) dietro a un muro di paranoia sempre più grande che trasforma qualsiasi avvenimento, anche il più sciocco, in una minaccia diretta alla sua persona. Lontano dalla patria, isolato dai colleghi di lavoro e dai nuovi, incomprensibili inquilini, il protagonista trova una sorta di affermazione della propria individualità e della propria esistenza soltanto dopo la morte di Simone e solo attraverso l'interazione con persone alle quali la donna era in qualche modo legata, come l'affascinante Stella, l'innamorato egittologo o persino il barista di fiducia ed è così che la psiche di Trelkovsky cede, arrivando a convincersi che nel palazzo esista un complotto atto a fargli fare la stessa fine di Simone. Dopo una prima parte di pellicola zeppa di situazioni grottesche ed amara ironia, la seconda parte di L'inquilino del terzo piano si assesta su quelle atmosfere inquietanti tanto care a chi, come me, ha adorato Rosemary's Baby. Laddove la povera Rosemary, subodorato il "piano satanico", cercava di fuggire onde proteggere sé stessa ed il nascituro, Trelkovsky comincia a temere per la propria vita ma, allo stesso tempo, è incapace di allontanarsi dal luogo dove non è più considerato un "signor nessuno", anche a costo di diventare, letteralmente, quella Simone alla cui dipartita lui deve tutto; laddove Rosemary era impossibilitata a penetrare la facciata di perbenismo borghese dietro la quale si nascondevano i suoi demoniaci aguzzini, Trelkovsky trasforma la realtà che lo circonda in un incubo allucinato e popolato da mostri, fantasmi che lo fissano da bagni misteriosi e quant'altro, di fatto portando alle estreme conseguenze dei semplici (per quanto negativi) sentimenti di antipatia e diffidenza. Il precipitare di Trelkovsky nella follia è graduale, un percorso fatto di tanti piccoli avvenimenti apparentemente insignificanti che concorrono non solo ad erodere il carattere già debole del personaggio ma consentono anche allo spettatore di percepire la barriera invisibile che lo separa dagli altri, rendendolo di fatto un disadattato in partenza.
Polanski rincara lo straniamento di una storia già di per sé disturbante mettendoci del suo per quanto riguarda regia ed interpretazione. La sua faccetta da topo, già perfetta per l'inetto ma fondamentalmente buono Alfred di Per favore non mordermi sul collo, diventa qui l'emblema dell'uomo medio, inutile e privo di personalità, un perdente nato per subire tutte le angherie di chi, al contrario, è riuscito a trovare un posto nel mondo ed impone il suo volere agli altri (emblematica la scena col collega "torturatore di vicini" o la scelta di diventare a sua volta vittima della vendetta della signora con bambina zoppa a carico)... questo, almeno finché non subentra la "personalità" di Simone, che ci regala un Polanski inedito e a tratti scioccante. A ciò bisogna ovviamente aggiungere delle inquadrature capaci di trasformare qualunque ambiente, anche il più banale, in una fonte di inquietudine; le terribili soggettive, le hitchcockiane riprese della tromba delle scale, un incubo oscuro e sghembo, o della finestra di fronte dalla quale misteriose persone fissano immobili il povero Trelkovski, per non parlare della geniale sequenza in cui tutti gli oggetti della stanza si ingrandiscono al passaggio di un protagonista ormai preda del delirio o delle scene più propriamente horror che fungono da rincalzo al terrore strisciante che nel frattempo ha già avvinto gli spettatori (bellissima la citazione in onore del nostrano Mario Bava ma il momento più agghiacciante probabilmente è lo sconvolgente ed ambiguo finale), sono tutti elementi entrati di diritto nella storia del Cinema ed omaggiati da moltissimi registi. Mi rendo conto di avere scritto molto ma di non essere arrivata neppure per sbaglio a celebrare come merita questo bellissimo film quindi la pianto qui e vi consiglio di dargli una chance (se non l'avete ancora fatto, ovvio) perché L'inquilino del terzo piano potrebbe darvi molte soddisfazioni, oltre che a portarvi a guardare con diffidenza i vostri vicini!
Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che interpreta anche Trelkovsky, ho già parlato QUI mentre Melvyn Douglas, che interpreta Monsieur Zy, lo trovate QUA.
Isabelle Adjani interpreta Stella. Francese, la ricordo per film come Adele H., una storia d'amore, Nosferatu - Il principe della notte, Possession, Camille Claudel e Diabolique. Anche produttrice, ha 61 anni e un film in uscita.
Shelley Winters (vero nome Shirley Schrift) interpreta la portinaia. Americana, la ricordo per film come La morte corre sul fiume, Lolita, Il clan dei Barker, Elliot il drago invisibile, S.O.B., Il silenzio dei prosciutti, Ritratto di signora e ha partecipato a serie come Batman, Il tenente Kojak, Love Boat e Pappa e ciccia; inoltre, ha vinto due Oscar come miglior attrice protagonista, uno per Il diario di Anna Frank e uno per Incontro al Central Park. Anche produttrice, è morta nel 2006, all'età di 85 anni.
L'inquilino del terzo piano fa parte di una trilogia informale, la cosiddetta "Trilogia dell'appartamento", che conta anche Repulsione e Rosemary's Baby quindi, se il film vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY!
Trama: Trelkovsky, giovane impiegato polacco, affitta un appartamento a Parigi e riesce a trovarne uno nel quale si è suicidata una giovane donna. Confuso dall'atteggiamento ostile del padrone di casa e della maggior parte degli altri inquilini, Trelkovsky diventa sempre più paranoico e si convince che i suoi vicini stiano pianificando di ucciderlo...
Una delle grandi fortune che ho avuto nella vita è stata quella di non aver mai abitato in un condominio. Prima di cambiare casa, nel 2005, stavo in uno stabile composto da soli quattro appartamenti e, anche perché il paese era piccolo, ci si conosceva tutti e si cercava di non darsi fastidio a vicenda. Eppure, vuoi perché gli esseri umani sono incapaci di vivere senza creare dei contrasti o chissà per quale altro motivo, succedeva che anche in un edificio così piccolo si litigasse, si creassero dissapori o fazioni, soprattutto quando gli inquilini storici venivano sostituiti da altri, provenienti magari da "fuori!!", quindi non oso immaginare cosa debba succedere all'interno di un condominio vero, con tanto di amministratore e periodica riunione. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che la fascinazione di Polanski verso il microcosmo urbano dei condomini è perfettamente comprensibile, così come è condivisibile la sua scelta di trasformarlo nel palcoscenico ove ambientare un incubo moderno fatto di solitudine, sospetto, razzismo, quotidiano squallore e paranoia. Trelkovsky è un uomo qualunque, né affascinante né tantomeno ricco, che cerca un appartamento in una Parigi agli occhi della quale lui risulta come l'ennesimo migrante in cerca di fortuna. Per puro caso riesce a trovarne uno ma Polanski si premura fin da subito di far percepire allo spettatore l'aura ostile che emana non solo dagli abitanti del palazzo, dal padrone di casa e persino dalla portinaia, ma anche la sensazione di "estraneità" che la nuova magione proietta addosso a Trelkovsky; tanto per cominciare, la vecchia inquilina si è gettata dalla finestra ma non è ancora morta, quindi il protagonista è costretto a fare letteralmente la posta alla povera moribonda aspettando di poterle subentrare, poi, una volta entrato nell'appartamento, risulta palese che la personalità di Trelkovsky non riuscirà mai a cancellare quella di Simone Choule, nemmeno cambiando la disposizione di tutti i mobili lasciati dalla defunta o togliendo i quadri.
Mattone dopo mattone, Polanski imprigiona Trelkovsky (da lui stesso interpretato) dietro a un muro di paranoia sempre più grande che trasforma qualsiasi avvenimento, anche il più sciocco, in una minaccia diretta alla sua persona. Lontano dalla patria, isolato dai colleghi di lavoro e dai nuovi, incomprensibili inquilini, il protagonista trova una sorta di affermazione della propria individualità e della propria esistenza soltanto dopo la morte di Simone e solo attraverso l'interazione con persone alle quali la donna era in qualche modo legata, come l'affascinante Stella, l'innamorato egittologo o persino il barista di fiducia ed è così che la psiche di Trelkovsky cede, arrivando a convincersi che nel palazzo esista un complotto atto a fargli fare la stessa fine di Simone. Dopo una prima parte di pellicola zeppa di situazioni grottesche ed amara ironia, la seconda parte di L'inquilino del terzo piano si assesta su quelle atmosfere inquietanti tanto care a chi, come me, ha adorato Rosemary's Baby. Laddove la povera Rosemary, subodorato il "piano satanico", cercava di fuggire onde proteggere sé stessa ed il nascituro, Trelkovsky comincia a temere per la propria vita ma, allo stesso tempo, è incapace di allontanarsi dal luogo dove non è più considerato un "signor nessuno", anche a costo di diventare, letteralmente, quella Simone alla cui dipartita lui deve tutto; laddove Rosemary era impossibilitata a penetrare la facciata di perbenismo borghese dietro la quale si nascondevano i suoi demoniaci aguzzini, Trelkovsky trasforma la realtà che lo circonda in un incubo allucinato e popolato da mostri, fantasmi che lo fissano da bagni misteriosi e quant'altro, di fatto portando alle estreme conseguenze dei semplici (per quanto negativi) sentimenti di antipatia e diffidenza. Il precipitare di Trelkovsky nella follia è graduale, un percorso fatto di tanti piccoli avvenimenti apparentemente insignificanti che concorrono non solo ad erodere il carattere già debole del personaggio ma consentono anche allo spettatore di percepire la barriera invisibile che lo separa dagli altri, rendendolo di fatto un disadattato in partenza.
Polanski rincara lo straniamento di una storia già di per sé disturbante mettendoci del suo per quanto riguarda regia ed interpretazione. La sua faccetta da topo, già perfetta per l'inetto ma fondamentalmente buono Alfred di Per favore non mordermi sul collo, diventa qui l'emblema dell'uomo medio, inutile e privo di personalità, un perdente nato per subire tutte le angherie di chi, al contrario, è riuscito a trovare un posto nel mondo ed impone il suo volere agli altri (emblematica la scena col collega "torturatore di vicini" o la scelta di diventare a sua volta vittima della vendetta della signora con bambina zoppa a carico)... questo, almeno finché non subentra la "personalità" di Simone, che ci regala un Polanski inedito e a tratti scioccante. A ciò bisogna ovviamente aggiungere delle inquadrature capaci di trasformare qualunque ambiente, anche il più banale, in una fonte di inquietudine; le terribili soggettive, le hitchcockiane riprese della tromba delle scale, un incubo oscuro e sghembo, o della finestra di fronte dalla quale misteriose persone fissano immobili il povero Trelkovski, per non parlare della geniale sequenza in cui tutti gli oggetti della stanza si ingrandiscono al passaggio di un protagonista ormai preda del delirio o delle scene più propriamente horror che fungono da rincalzo al terrore strisciante che nel frattempo ha già avvinto gli spettatori (bellissima la citazione in onore del nostrano Mario Bava ma il momento più agghiacciante probabilmente è lo sconvolgente ed ambiguo finale), sono tutti elementi entrati di diritto nella storia del Cinema ed omaggiati da moltissimi registi. Mi rendo conto di avere scritto molto ma di non essere arrivata neppure per sbaglio a celebrare come merita questo bellissimo film quindi la pianto qui e vi consiglio di dargli una chance (se non l'avete ancora fatto, ovvio) perché L'inquilino del terzo piano potrebbe darvi molte soddisfazioni, oltre che a portarvi a guardare con diffidenza i vostri vicini!
Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che interpreta anche Trelkovsky, ho già parlato QUI mentre Melvyn Douglas, che interpreta Monsieur Zy, lo trovate QUA.
Isabelle Adjani interpreta Stella. Francese, la ricordo per film come Adele H., una storia d'amore, Nosferatu - Il principe della notte, Possession, Camille Claudel e Diabolique. Anche produttrice, ha 61 anni e un film in uscita.
Shelley Winters (vero nome Shirley Schrift) interpreta la portinaia. Americana, la ricordo per film come La morte corre sul fiume, Lolita, Il clan dei Barker, Elliot il drago invisibile, S.O.B., Il silenzio dei prosciutti, Ritratto di signora e ha partecipato a serie come Batman, Il tenente Kojak, Love Boat e Pappa e ciccia; inoltre, ha vinto due Oscar come miglior attrice protagonista, uno per Il diario di Anna Frank e uno per Incontro al Central Park. Anche produttrice, è morta nel 2006, all'età di 85 anni.
L'inquilino del terzo piano fa parte di una trilogia informale, la cosiddetta "Trilogia dell'appartamento", che conta anche Repulsione e Rosemary's Baby quindi, se il film vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY!
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