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mercoledì 10 giugno 2020

Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street (2019)

Era uno dei film che avrei voluto vedere al Torino Film Festival ma purtroppo lo proiettavano in orari e giorni per me impossibili, quindi ho dovuto aspettare un'altra distribuzione per guardare Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street, diretto nel 2019 dai registi Roman Chimienti e Tyler Jensen.


Quando il Bolluomo mi ha chiesto, qualche giorno fa, "Cos'hai fatto oggi di bello?" e ha ricevuto in risposta "Ho guardato un documentario!" c'è mancato poco che mi scoppiasse a ridere in faccia, perché lo sa benissimo che non sono il mio genere. Quando poi ho aggiunto "Un documentario a tema cinema" ha esclamato un "AAAH!" che credo abbiate sentito tutti, in tutta Italia. Ebbene sì, ho guardato un documentario, nella fattispecie un documentario dedicato a un "desaparecido" dell'industria cinematografica, ovvero Mark Patton, protagonista di Nightmare 2 - La rivincita. Pensate che è servito un altro documentario (che vorrei vedere ma porca miseria dura 4 ore, non ci riuscirò mai), Never Sleep Again: The Elm Street Legacy, per ritrovarlo in Messico, dove si era nascosto per decenni senza avere contatti con nessuno, né coi colleghi, né con gli amici, né con la famiglia. Ma perché mai questo bellissimo ragazzo, che nel 1985 era all'apice della sua carriera, ha scelto di scomparire senza lasciare traccia? La riposta è da ricercarsi nella fama che, col tempo, ha acquisito Nightmare 2 - La rivincita, che da semplice sequel brutto del famosissimo Nightmare - Dal profondo della notte... è diventato l'horror più gay di sempre, oggetto di scherno e derisione, complice anche il tam tam della rete. Ma la rete, direte, negli anni '80 non esisteva! Certo, ma si era nel periodo in cui essere gay era considerato poco meno che un delitto, anche perché l'aids cominciava ad assurgere agli onori della cronaca come "la punizione di Dio nei confronti dei froci", e immaginatevi un ragazzo all'apice del successo, costretto a nascondere la propria omosessualità, che a un certo punto si è ritrovato additato come scream queen di un film dai sottintesi palesemente omoerotici. Non lo dico io che erano palesi, ovviamente. Lo dice buona parte del cast nelle interviste all'interno del documentario, attori ancora perplessi, dopo decenni, non solo per il fatto che il regista Jack Sholder non avesse colto nulla di "strano" a livello di sceneggiatura ma anche che lo sceneggiatore David Chaskin abbia sempre negato che la storia contenesse queste pesantissime sfumature. Il bastardo ciccione è arrivato a un'apertura in tal senso solo quando il film ha cominciato ad ottenere lo status di cult, addossando però tutta la colpa al miscasting di Mark Patton, reo di "aver fatto diventare gay il film".


Di fronte a tanta pochezza, al menefreghismo di un uomo che ha scelto di sfruttare un horror per veicolare un messaggio straight e omofobo (una confessione tirata fuori con le pinze in uno dei momenti più emotivamente toccanti del film), a una Hollywood che non perdona, alla morte dell'amato compagno a causa dell'aids e al definitivo sputtanamento dovuto all'inganno di un giornalista, Patton si è ritrovato davanti ben poche scelte: o un esaurimento nervoso che probabilmente lo avrebbe portato al suicidio, oppure la fuga, a costo di abbandonare sogni, felicità e successo per abbracciare un più sicuro anonimato. Patton è rimasto in Messico per decenni ma la sua vita, al di là dello status di profugo, non è stata comunque facile né felice, poiché lo spettro della malattia e dell'aids lo hanno raggiunto anche lì, minacciando di ucciderlo come molti suoi amici. Eppure, nonostante tutto questo, Patton è sopravvissuto e quando è stato raggiunto dai realizzatori di Never Sleep Again si è reso conto di come la sua tragedia personale avrebbe potuto aiutare moltissimi ragazzi e ragazze che, come lui, hanno subito discriminazioni sessuali o non hanno mai avuto il coraggio di fare coming out in una società dove persino nelle "innocue" commedie americane essere "frocio" è un difetto imperdonabile, dove i gay diventano il veicolo di una comicità "crassa" con cui noi tutti siamo cresciuti (e, onestamente? Guardando Scream, Queen! mi sono parecchio vergognata di aver sempre riso a quelle battute talmente "innocue" da fungere come un coltello piantato nel cuore di chi diverso lo è sempre stato). Patton si è inoltre reso conto di essere amato proprio per quel film giudicato orribile, che per molti ha invece significato tutto, di essere tuttora una star per tanti ragazzi che hanno trovato nel suo Jesse Walsh un protagonista in cui riconoscersi, finalmente, diverso dagli eroi straight di molti loro coetanei e anche dalle cosiddette scream queen, apprezzate ma comunque lontane dal loro modo di essere.


Mi rendo conto che vi sto raccontando tutto il documentario, ma non posso negare di essere stata profondamente colpita dalla storia di Mark Patton, tanto da aver parlato poi a lungo col Bolluomo di questo film (scusa, Mirco, per il tedio, ma quando una cosa mi appassiona divento logorroica); colpiscono, di questo uomo che porta sul viso i segni della malattia e di una bellezza sfiorita troppo presto, l'incredibile dignità e sensibilità, i suoi ragionamenti molto umani ed emotivi, la forza incredibile con cui è riuscito a non lasciarsi andare e a trovare comunque una piccola felicità. Per lui, in primis, ma anche per altri come lui, consapevole di come la sua sofferenza sia stata uno stimolo per tutti i ragazzi e non che fanno la fila per vederlo alle convention, luoghi talmente squallidi che al confronto Lucca Comics è il Paese delle Meraviglie eppure caricati di un'aura mitica, quasi salvifica. Colpisce, l'enorme autoironia. Quel balletto sculettante, scritto nero su bianco sulla sceneggiatura di Nightmare 2 - La rivincita, è ora uno dei suoi cavalli di battaglia, nonostante all'epoca sia stato terribilmente imbarazzante e pericoloso da girare, e quell'urlo da ragazza è diventato fulcro di esilaranti sfide tra lui e chi cerca di rifarlo uguale, ridendo CON lui, non di lui. Eppure, guardando Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street non c'è nulla da ridere. E' più il tempo che ho passato col magone, preda del desiderio di andare a prendere a schiaffi fortissimi David Chaskin (il confronto a lungo rimandato tra lui e Patton non è affatto catartico ma basta a sottolineare la diversa caratura tra i due uomini, uno che chiede, semplicemente, che venga riconosciuta la sua dignità di professionista e attore, e l'altro che continua, comunque, a giustificarsi e minimizzare pur dando finalmente ragione a un individuo che ha screditato per anni), a non capacitarmi di come una nazione abbia spazzato sotto il pavimento un'intera fetta di società violentando, letteralmente, la natura e le aspirazioni di ragazzi considerati abietti solo per le loro inclinazioni sessuali, scatenando una caccia alle streghe di proporzioni angoscianti e orribilmente ipocrita, a chiedermi come fosse possibile che tutti, all'epoca, abbiano finto di non capire o non abbiano capito le implicazioni queer di un potenziale blockbuster horror, mettendo a rischio vita e carriera di un ragazzo giovanissimo. Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street è un film che fa male ma lascia anche con un lieve afflato di speranza e prova ad aprire gli occhi dei fortunati spettatori su cosa si cela dietro a un film che molti sono portati semplicemente a definire "brutto", inconsapevoli di quanto orrore reale sia stato rovesciato sulla pelle di chi in quel film ha erroneamente creduto, considerandolo come un dono di Dio.


Roman Chimienti e Tyler Jensen sono i registi della pellicola, al loro primo documentario. Entrambi americani, il primo lavora principalmente come tecnico del suono, il secondo come montatore.




mercoledì 11 aprile 2018

78/52 (2017)

A marzo la Midnight Factory ha fatto uscire l'interessante documentario 78/52, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Alexandre O. Philippe e imperniato sulla scena della doccia di Psyco.


In undici anni di blog questo è il primo post su un documentario che scrivo. I motivi sono molteplici e il primo è che non amo molto il genere. Detto molto banalmente e in maniera ignorante, "i documentari mi annoiano" ma la verità è che non ne avevo mai guardato uno che trattasse un argomento capace di colpirmi davvero. 78/52 invece mi ha aperto un mondo e mi ha resa ancora più consapevole del mio essere "una non-competente amante di Cinema", priva degli strumenti conoscitivi per fare vera critica e, peggio ancora, per apprezzare appieno un film. Uno potrebbe dare la colpa alla mancanza di tempo, alla natura mordi-e-fuggi della fruizione attuale, con Netflix, il web e tutto il resto, che da parecchi anni mi impediscono di vedere un film più di una volta, anche quelli che ho amato di più, ma in realtà Psyco l'ho guardato parecchie volte eppure solo dopo 78/52 mi sono resa conto della sua perfezione formale, dell'esistenza di 78 inquadrature unite ai 52 stacchi di montaggio della famigerata "scena della doccia", cuore di uno dei capolavori di Hitchcock. E' inutile, il cervello di una persona non addetta ai lavori pensa sempre e solo alla regia, come se un film fosse fatto solo di quello, ma in realtà è il montaggio che da ritmo e profondità a un'opera ed è interessantissimo vedere come le immagini riprese dal regista vengano incollate e risistemate così da creare qualcosa di unico, capace di conferire ulteriore significato a ciò che passa sullo schermo. Ascoltare le testimonianze di vari montatori e vedere analizzare la scena della doccia pezzo per pezzo, fotogramma per fotogramma, lascia con la bocca aperta e spalanca la mente su cosa sia davvero la realizzazione di un film e su tutto il lavoro che comincia dopo le riprese giornaliere, quel lavoro capace di imprimere all'opera un'identità tutta particolare e anche correggere eventuali errori (interessante, in tal senso, la testimonianza di Amy E. Duddleston, alle prese con l'ingrato compito di montare il remake Gusvansantiano di Psyco e di convincere il regista a cambiare la riproposizione anastatica delle sequenze topiche a seguito dell'orrendo risultato finale visibile post-montaggio), rendendo ancor più preziosa una sequenza già iconica di per sé.


Ad accompagnare la rinnovata consapevolezza di essere una capra in campo cinematografico c'è per fortuna anche la gioia di ascoltare interessanti aneddoti relativi non solo alla realizzazione di Psyco ma anche all'impatto di un film simile sul pubblico dell'epoca e al diverso modo di "vivere" il Cinema per addetti ai lavori e non, cosa che sinceramente mi ha strappato più di una lacrima impregnata di rabbia nostalgica (ma chi è ormai che percepisce la Sala Cinematografica come un luogo sacro oltre che l'unico dove gustare al meglio un film? Chi è che riesce ad uscire sconvolto da una visione, la vita completamente cambiata? Chi può ancora venire stupito dalle scelte audaci di un regista, al punto da costringere quest'ultimo a vietare l'ingresso a proiezione già iniziata?). Ci sono le interviste a registi, attori, produttori, critici, compositori, storici grandi e piccoli, ognuno di essi "toccato" dalla magia di Hitchcock e disposto, a modo suo, a condividere con lo spettatore un po' della propria sapienza cercando di trasmettere innanzitutto amore e passione per uno dei capolavori indiscussi del Maestro del Brivido: messi davanti alle immagini di Janet Leigh e della sua terribile fine, persino i più scafati ed esperti non riescono a nascondere una profondissima ammirazione e, sì, anche invidia per una sequenza che ha fatto la storia del Cinema, ispirando molti dei lavori venuti dopo, ma alcuni trovano anche il modo, sempre in maniera rispettosa, di fare le pulci a Hitch, offrendo l'occasione di raccontare altri aneddoti legati ai mille problemi che possono presentarsi davanti a un regista, anche grande come il vecchio Alfred. Conseguenza della visione di 78/52 è quella di ritrovarsi costretti a reprimere la folle voglia di iscriversi a un corso di cinema con le palle e cominciare a spulciare OGNI libro scritto su Psyco, Hitchcock e, in generale, sulla tecnica cinematografica, il che non è male ma causa anche enorme frustrazione a chi, come me, non riesce a ritagliarsi quasi nemmeno le due ore canoniche per guardare un film. Sta a voi decidere se affrontare la depressione da mancanza di tempo oppure continuare ad approcciarvi a Psyco come se aveste davanti una puntata particolarmente ben girata di CSI ed evitare quindi la visione di 78/52. In quest'ultimo caso, non sapete quello che vi perdete!


Alexandre O. Philippe è il regista e sceneggiatore della pellicola. Svizzero, ha diretto documentari come The People vs George Lucas e Doc of the Dead. E' anche produttore e attore.


L'edizione home video della Midnight Factory presenta un paio di extra molto interessanti, come le interviste a Guillermo Del Toro e al montatore Walter Murch, e un simpatico retroscena sulla sequenza dei "meloni" oltre al libretto redatto dalla redazione di Nocturno. Tra le persone intervistate in occasione del documentario ci sono poi i registi di Spring, Justin Benson e Aaron Moorhead, il regista Peter Bogdanovich, Jamie Lee Curtis, Danny Elfman, Bret Easton Ellis, Mick Garris, Karyn Kusama, Neil Marshall, Oz Perkins, Eli Roth, Scott Spiegel, Leigh Whannell ed Elijah Wood. Detto questo, se vi fosse piaciuto 78/52 e non avete ancora recuperato Psyco... cosa aspettate a farlo?? ENJOY!

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