La settimana scorsa è uscito in Italia Il colpevole - The Guilty (Den skyldige), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Gustav Möller.
Trama: durante il turno di notte, un poliziotto impegnato al centralino riceve la telefonata di Iben, rapita dal marito e portata in un luogo sconosciuto...
Nella marea di thriller italiani ed internazionali che escono mensilmente al cinema, Il colpevole - The Guilty spicca per la sobrietà e per il suo essere uno one man show che non rinuncia alla tensione e ai colpi di scena. Com'è possibile, direte voi, girare un thriller "al telefono", ambientato per intero in un centralino di primo soccorso, capace di inchiodare lo spettatore allo schermo e farlo temere per il destino di personaggi di cui si sente solo la voce? E' possibile grazie a una sceneggiatura intelligente che richiederebbe una seconda visione per cogliere appieno i "trucchi" coi quali lo spettatore viene indotto ad accogliere per intero il punto di vista di Asger, malinconico centralinista pro-tempore, ex poliziotto in attesa di un processo che potrebbe farlo tornare a lavorare come tale oppure condannarlo per sempre. La sceneggiatura del film ci porta sia a temere per la vita di Iben, donna senza volto rapita da un marito con precedenti penali, sia a chiederci quale sia il segreto di Asger, al quale si accenna a spizzichi e bocconi, tra telefonate imbarazzanti agli ex colleghi e sguardi di biasimo da quelli attuali, che trattano il protagonista con talmente tanta freddezza da dare a intendere che l'errore da lui compiuto in servizio non sia proprio una quisquilia; Asger, che sia al telefono o che venga inquadrato perso in chissà quali pensieri, sembra sempre camminare su un filo teso e pronto a spezzarsi al minimo tentennamento, con la vita di una persona sconosciuta tra le mani e il proprio destino sull'orlo di un baratro profondo, in un clima di costante tensione psicologica che non manca di riservare sorprese dolorose e persino raccapriccianti.
La cinepresa di Gustav Möller non abbandona per un solo istante il volto e il corpo di Jakob Cedergren, attore costretto letteralmente a sostenere per intero il film, e lo immerge in un ambiente asettico ed impersonale, all'interno del quale è quasi scontato pensare che i dipendenti, anche solo per sfuggire alla noia, viaggino di fantasia e si aggrappino a qualunque caso vagamente "succulento", seguendo il filo dei propri pensieri. La luce rossa del centralino, unico tocco di colore all'interno di una fotografia in cui predominano azzurri e grigi, incarna alternativamente la speranza o la perdita di ogni possibilità di riscatto e arriva ad inghiottire Asger nel momento più buio del film, quando la verità gli piomba addosso senza possibilità di errore. "Il colpevole", in questo caso, ha quindi più di un'accezione e non sempre è quello che noi ed Asger vorremmo: cercato così disperatamente da chi nell'occhio ha una trave grossa quanto un grattacielo e cerca di togliersela scovando la pagliuzza in quella di un ex convitto, alla fine diventa ulteriormente colpevole anche chi cerca di sgravarsi dalla propria colpa personale arrivando a vestire i panni del cavaliere telefonico senza macchia, privo della lucidità necessaria per cogliere la situazione nella sua interezza. Alzi la mano chi non si è mai ritrovato in una situazione simile, in cui si mescolano pregiudizi e voglia di riscatto morale. E' per questo che il thriller incredibilmente umano di Gustav Möller funziona, perché è privo di supereroi improbabili e supercattivi da operetta e si concentra sulle imperfezioni talvolta macroscopiche di un personaggio che, nonostante questo, è impossibile odiare.
Gustav Möller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Svedese, anche attore, ha 31 anni.



